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Fiducia a Letta in Parlamento, ma non nel Paese

11 Dic

Il Governo Letta ha ottenuto la fiducia alla Camera con 379 voti a favore, 212 contrari e due astenuti su un totale di 593 presenti.

Trecentosettantanove voti favorevoli – rapportandoli ai 630 eletti totali – significa che hanno votato a favore i 292 onorevoli del PD, più gli undici del Centro Democratico e del SVP, più i 45 di Scelta Civica o UdC che sia ed ancora una sessantina di voti dal PdL di Alfano e Formigoni.

In pratica, c’è tutta l’Italia della Prima Repubblica.

Nel Parlamento – tra i banchi del M5S o di Fratelli d’Italia e di La Destra – e fuori dal Parlamento – nelle strade assediate da cittadini che protestano inferociti – c’è un’altra Italia.
Un’Italia blocca uffici e snodi logistici, con qualche rissa e alterco o poco più, ma ben diversa da quella – a tutt’oggi impunita – che per ben tre volte aveva assaltato a Roma palazzi e agenti con bastoni e bombe carta.

E’ l’Italia che non ce la fa più a pagare per tutti. E’ quella che i dati del Tesoro individuano come il ‘motore fiscale’ italiano da cui arriva oltre il 50% dei prelievi. Quella dei dati sanitari che raccontano come quasi metà dei malati rari sia ben lontano da ricevere le cure dovute: Quella che i dati strutturali vedono disperdere il 30% del proprio tempo/lavoro/opportunità nel correr dietro a lacci e lacciuoli della burocrazia e del ‘ritenta sarai più fortunato’.

Non a caso Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, racconta che ”arrivano anche alcuni segnali un po’ strani, ci sono imprenditori di ditte che lavorano con Fincantieri che dicono ai lavoratori che devono scioperare. Queste cose mi inquietano”.

Eh già, è davvero strano, inquietante, che padroni e operai la vedano allo stesso modo … le classi sociali dovrebbero ‘odiarsi’. Per fortuna che è l’appello di Beppe Grillo ad essere potenzialmente eversivo …

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Tre, due, uno … eleggiamoli!

21 Feb

La Stampa - Shopping Elezioni 1

Siamo a tre giorni dalle elezioni ed il rancore popolare o la diffidenza della gente si sta trasformando da astensione a voto di protesta.

Giannino, stella mai nata del panorama parlamentare italiano, è knock out grazie ad un siluro lanciato da un italiano all’estero come Zingales, che di professione fa il professore come quelli che il buon Oscar, vero e colto self made man, ha beffato per anni con una piccola bugia, oggi diventata marachella imperdonabile.
Cose ordinarie in un paese che mette in carcere i ragazzini con lo spinello e prescrive noti ladri pubblici.

Come andranno a finire le elezioni, tra l’altro, lo sappiamo tutti e non ci vuole la Maga Circe o la Sibilla Cumana per fare ‘profezie’.

Il tutto inizierà con Bersani che annuncia ‘abbiamo vinto’. Probabilmente, avrà Rosy Bindi o Franceschini al fianco, forse Vendola o Renzi, il discorso è già scritto in 11 versioni differenti. Sarà colpa del Porcellum che nessuno ha riformato, ma già sappiamo che gli elettori ‘democratici’ sono avvisati che in prima fila troveremo (altro che primarie) i salvatori di province e piccoli comuni, di ospedali e aziende municipalizzate, di sistemi consortili e finto-volontaristici.

Dal PdL arriverà il fido Cicchitto, il Tallyerand della Seconda Repubblica, a spiegare che si ‘hanno vinto’, ma che senza il Berlusconi Partito non si governa neanche per un giorno senza finire in pasto ai ‘comunisti’, temuti – forse, anzi di sicuro – da Angela Merkel e Barak Obama. Intanto, sotto banco, ferveranno trattative e negozi, con colpi di mano e spostamenti di parlamentari, specie al Senato, dove Casini ha già annunciato la necessità della sua vigile ‘presenza’.

I Grillini per un bel tot staranno zitti su quello che conta, che cimentarsi con i regolamenti parlamentari comporta studio notturno, tanto tempo e grande fatica, salvo sbraitare all’inciucio su ogni tentativo di governabilità che dovesse verificarsi.
La Lega starà lì a guardare, pronta ad accettare soluzioni che le permettano definitivamente di liberarsi dall’immagine dei Bossi e dei Borghezio. Fratelli d’Italia è già pronto a far parte di una maggioranza di governa: è nato apposta con la Meloni, novella Le Pen, in testa.

Di Ingroia, poco o nulla si profila all’orizzonte, visto che – con De Magistris, Orlando e Di Pietro – non aveva altro da fare che lanciare il partito meridionalista, conquistando Campania, Sicilia e Puglia: gli errori di percorso si pagano molto cari. Se c’è una Destra che fa la destra, arriviamo a Storace, che potrebbe rivelarsi una piccola sorpresa.

Mario Monti, molto inopportunamente, non resisterà alla tentazione di ricordarci che ‘lui’ è senatore a vita e che senza di ‘lui’ l’Europa ci guarda di sbieco.

Come farà Giorgio Napoliano a conferirgli il mandato esplorativo per formare un governo senza un passo indietro di Bersani, resta un mistero. E altro mistero è come farà Monti a governare l’Italia, da premier politico e non tecnico, senza far imbestialire tutti qui da noi e deprimere tutti nell’Eurozona.

Governi possibili? Uno ed uno solo, lo si scrive da tempo: una Grosse Koalition senza Vendola, SEL ed il non-partito CGIL e senza Berlusconi e gli indagati del Centrodestra. Praticamente, la Democrazia Cristiana rediviva, con il PCI del 1966 alle porte, senza, però, nessuno dei talentuosi politici del Dopoguerra.

Facile a dirsi? Fantasie confermate o sconfessate nei prossimi giorni?
I soliti Italianer?

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Ad una settimana dal voto

18 Feb

Ad una settimana dal voto, il quadro politico italiano non manca di promettere (cattive) sorprese.

La Stampa - Shopping Elezioni 2occhiello tratto da una homepage di La Stampa

A partire da Barak Obama che si consulta sul futuro dell’Italia con l’unico di noi che futuro non ha: l’ottuagenario Giorgio Napolitano, di cui a breve si voterà l’avvicendamento. Misteri del sistema mediatico estero, che tira la volata gli antiberlusconiani? Forse. Intanto il Presidente della Repubblica, bontà sua, precisa “nessuna ingerenza sul voto, comportamento sempre impeccabile.”

Passando ad Oscar Giannino, che potrebbe superare il quorum tra le amiche mura lombarde, e portare, finalmente, un po’ di buon senso e cosmopolitismo tra le asfittiche mura delle nostre Camere, con una messe di parlamentari sufficiente a costruire un fare ed un futuro per l’Italia, quando ‘lorsignori’ ci lasceranno, finalmente, con le nostre macerie da ricostruire.

Od il Movimento Cinque Stelle che, ormai, sembra completamente fuori dal controllo del vate Beppe Grillo e che – molto prevedibilmente e con grande onta per i suoi elettori – si frammenterà e/o confluirà altrove, come tutti gli altri partiti ‘autoconvocati’ della Storia, alla prima bozza di programma di governo. Ipotesi alternativa: trovarsi con un sostanzioso aggregato di estrema sinistra (superiore al 20%) al Parlamento, con una ‘balena’ centrista al 40%. Praticamente, come ai tempi della Guerra Fredda, che, però, è finita da tempo, mentre nè Castro e nè Chavez godono di buona salute.

Del PdL c’è poco da dire, trascinato non si sa dove da un Silvio Berlusconi, che cura troppi interessi suoi per garantire anche quelli nostri. E dell’Alleanza Nazionale dei tempi che furono c’è ancor meno da dire, con Storace solitario a destra, La Russa, Gasparri e Meloni affratellati, mentre Gianfranco Fini è quasi all’estinzione. Quanto alla Lega, vedremo Maroni cosa riuscirà a portare a casa, non tanto per lo scandalo di Bossi, quanto per la concorrenza di Tremonti a Sondrio e di Gelmini a Bergamo.

Dicevamo di Oscar Giannino e del suo piacere nelle metropoli e tra i ceti acculturati post-sessantottini, finamo a parlare di Mario Monti, dei bei tempi che furono con i Beatles e la Humanae Gentium e del modesto contributo che darà ad una Scelta Civica per l’Italia che si presenta come montiana, ma in realtà sarà l’UDC e solo l’UDC, più un tot di volenterosi parrocci e qualche Club, con l’aggiunta di Fini, Baldassarri, Buongiorno e Della Vedova.

Se al Centro piove, andando a Sinistra grandina e nevica. Infatti, il quadro osservabile mostra una propaganda elettorale di sinistra, una proposta politica centro-populista, un effettivo apporto di voti ‘per Bersani’ dall’estrema sinistra, un consistente numero di eletti blindati (alla Camera) che arriveranno dalla fascia appenninica, demitiana e postcomunista. Si aggiunge un’inquietante visibilità per Rosy Bindi ed Ignazio Marino, proprio quando c’è da smontare e rimontare un sistema sanitario assurdo. Il tutto mentre D’Alema non si candida ma esiste, Renzi c’è ma è sparito dai media, Fassina con Monti sarà baruffa quotidiana e la CGIL che incombe sul futuro con il peso di un partito-ombra.

In due parole: stabilità e governabilità a rischio, mentre la Cleptocrazia guadagna mesi ed anni di linfa e vita e gli investimenti stranieri vengono – come da tradizione – gioco forza dirottati altrove.

Da un lato la vecchia Democrazia Cristiana, dall’altro il nuovo PCI, ormai ‘gruppettaro’ ad oltranza, in un Paese dove la Pubblica Amministrazione è ripiombata nel trasformismo e nell’opportunismo, grazie alla lentenzza dei processi, alla derubricazione dei falsi in bilancio e dei conflitti d’interessi, al monopolio politico-sindacale sulla previdenza sociale, allo strapotere della lobby dei ‘baroni’ universitari?

Sembra proprio di si.
Fini, Monti, Meloni, Chicchitto e Tabacci avrebbero potuto fare di meglio, riunendo in un solo ‘polo’ le anime liberali del Paese. Tanto, l’essere in minoranza era comunque assicurato e, comunque, era questo quello che chiedevano ‘i mercati’: essere l’ago della bilancia.

Se Obama cerca conferme da Giorgio Napolitano – ben sapendo che potrà solo nominare il futuro governo e poi pensionarsi – vuol dire che siamo messi male: non è solo il ritorno di Berlusconi, ma anche (e soprattutto?) il mantenimento di un centosinistra di ‘soliti noti con i soliti intenti effimeri e spreconi’ e l’affermarsi delle estreme fazioni come in Grecia, che solleva una densa (e cupa?) nebbia sul Paese del Sole.

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Mario Monti, finalmente Supermario?

24 Lug

Domenica scorsa, Eugenio Scalfari, che per mesi aveva difeso a spada tratta il Governo Monti e la legislatura corrente contro pressappochismi e qualunquisti vari, in nome dello Spread e della Mitteleuropa, annunciava la necessità di terminare questo parlamento ed andare ad elezioni anticipate con una coalizione ‘montiana’ tra ‘Sinistra Democratica’ ed UDC, PdL e FLì … … …

Oggi, da Mosca, le agenzie battono la risposta di Mario Monti e, finalmente, assistiamo ad un ‘atto politico’ da parte del nostro Premier, che ci permette di capire – leggendo tra le righe – sia quali siano i suoi effettivi punti di vista, rispetto la crisi dell’Eurozona, sia quanti ‘piedi in due scarpe’ sia costretto a tenere dai partiti della ‘sua’ maggioranza e dai veti incrociati.

E così scopriamo che Mario Monti è tutt’altro che d’accordo con Angela Merkel e con la Deutsche Bank di Ackermann, che l’Italia non sta messa così male come sbraitano i media, che il suo è un governo tecnico, che a lui tocca salvare la ‘cassa’ e che la riforma della Casta e della PA compete al Parlamento, cioè ai partiti.

Era ora.

Mi hanno chiesto di assicurare la gestione del Paese fino alla primavera del 2013. A fine del mio mandato di premier io rimarrò, come lo sono adesso, un senatore a vita“.

Oggi ho il potere diretto dello Stato, rafforzato dalle leve predisposte dalla Costituzione.
Tenendo conto che non avevo mai desiderato tale potere, lo valuto come una possibilità unica di provare a cambiare la realtà politica, economica, sociale, spirituale, avendo a disposizione per questo delle leve potenti. Questo è al contempo il potere, ma anche un’enorme responsabilità“.

Il nostro paese si basa su fondamenta solide. E’ vero che abbiamo il debito estero più alto, è vero, altresì, che il livello dei debiti privati dei cittadini è uno dei più bassi in Europa, grazie ai risparmi accumulati nei decenni dalle famiglie italiane“.

La colpa non è dell’Italia, ma delle incertezze sullo scudo dell’Ue. E’ ovvio che c’è grande nervosismo sui mercati ma per motivi che hanno poco a che vedere con problemi specifici dell’Italia ma piuttosto con notizie, dichiarazioni o indiscrezioni sull’applicazione delle decisioni del Consiglio Ue“.

Ho avuto l’occasione di lavorare nella Commissione europea e in questo senso ho dei vantaggi.
Conosco abbastanza bene gli affari europei, ma il mio difetto è quello di essere un principiante in qualità del capo di un governo nazionale e non sono così esperto nelle questioni che riguardano la gestione politica“.

Pongo molta speranza e  auspico che in quel momento i partiti politici sappiano assumersi tutta la responsabilità.
Speriamo che una buona legislazione elettorale possa facilitare la vita politica“.

Prendiamo atto, dunque, che da oggi abbiamo un capo di governo a tutto tondo, capace anche di esprimere dissenso e disappunto verso le azioni politiche altrui.

Capace anche di prendere il toro per le corna come si chiedeva da tempo?  Che sia finalmente arrivata l’ora di Supermario, il tecnico ‘ammazzacattivi’ del videogame della Nintendo?

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Scalfari, il PD ed il v(u)oto anticipato

23 Lug

Son trascorsi pochi giorni o settimane da quando Eugenio Scalfari, nei suoi domenicali, difendeva a spada tratta il Governo Monti e la legislatura corrente contro pressappochismi e qualunquisti vari, in nome dello Spread e della Mitteleuropa, e da quando Antonio Polito, in un editoriale, annunciava vittoria su un’adombrata lobby che mirava alle elezioni anticipate ed al ritorno al passato.

In effetti, a leggere giornali e ad ascoltare le dichairazioni di ‘leader’ di partito, nulla in quai giorni lasciava adombrare tutto questo, ovvero la necessità di un Monti bis o delle elezioni, se non qualche tentennamento di Pier Ferdinando Casini e le critiche di questo (e pochi altri) blog.

Al di la di quanto NON sono riusciti a raccontare i nostri media, andiamo a constatare che le crepe in questa maggioranza ed i dubbi sulla ‘cura che amamzza il cavallo’ erano esistenti e consistenti: fatto sta che Eugenio Scalfari, nel suo domenicale, se ne venga fuori con frasi eloquenti, quanto sorprendenti.

Il colloquio con il Quirinale (ndr. dell’altro ieri) aveva tutt’altro tema; un tema che Monti sta rimuginando da tempo e che al punto in cui siamo riteneva indispensabile sottoporre al capo dello Stato: l’eventuale anticipo delle elezioni entro il prossimo ottobre anziché attendere l’aprile del 2013 come finora si pensava e come i tre partiti della “strana maggioranza” si erano impegnati a garantire. Non crisi pilotata, dunque, ma scioglimento delle Camere e nuove elezioni.


Perchè mai questo parlamento dovrebbe voler approvare una legge elettorale per poi essere sciolto è un mistero, visto che sono sette anni – dai tempi del Prodi bis – che sussite il problema, che non riguarda solo il numero degli eletti e come sceglierli, ma anche l’ammissibilità dei pregiudicati, la formazione delle liste, l’effetto delle alleanze, i premi ed gli sbarramenti.

A partire dalla ripresa settembrina i partiti entreranno di fatto in campagna elettorale; le distanze e le crepe all’interno della strana maggioranza aumenteranno per ovvie ragioni elettorali e le forze d’opposizione a loro volta accresceranno i toni per convogliare i voti dei ceti che sopportano i maggiori sacrifici della politica di rigore. Insomma, l’atmosfera peggiorerà e l’azione di governo rischierà di risultare paralizzata, come in parte sta già avvenendo. I mercati ne approfitteranno spargendo sul fuoco politico il loro olio ribassista.”

Ma questo lo sapevamo già, egregio dottor Scalfari, dall’anno scorso, da prima o durante l’insediamento di Mario Monti. Forse è per questa incombenza che l’azione del governo ha sorpreso (deluso) tanti: tutto preso dai salvataggi della Cassa Depositi e Prestiti, di Finmeccanica, di Unicredit e degli altri orticelli della finanza italiana, Supermario s’è dimenticato (o ha tralasciato) la ‘politica’, ovvero la sua funzione di Presidente del Consiglio di una strana, provvisoria e grosse koalition da ristrutturare al più presto.

Che cosa pensi Napolitano su quest’argomento è impossibile dirlo, ma un punto è chiaro: il calendario è strettissimo. Se si decidesse di votare entro la fine di ottobre bisognerebbe sciogliere le Camere nella seconda metà di settembre. Prima di allora occorre che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale perché andare a votare con questa è escluso“.

Eh già, il calendario è strettissimo … ma guarda un po’ …

La decisione naturalmente spetta al presidente della Repubblica al quale la Costituzione conferisce il potere di scioglimento anticipato della legislatura. Dice esattamente così la Costituzione e non mette alcun paletto a questa prerogativa presidenziale. Naturalmente non sarebbe certo uno scioglimento determinato dal cattivo esito della politica di Monti. Al contrario: proverrebbe da una valutazione positiva dell’operato del governo e dai suoi dieci mesi di attività.

Per l’amor di Dio, “non sarebbe certo uno scioglimento determinato dal cattivo esito della politica di Monti” e cosa mai allora, visto che Supermario poteva assumere un incarico puramente tecnico e temporizzato, con ben altri scopi, metodi ed esiti?

È possibile che un partito come il Pd proponga ai suoi elettori un’alleanza politica che attui il programma economico montiano ed abbia come alleato il partito di Berlusconi? La risposta è sicuramente no.Il tema di oggi è un altro e si risolve con un’alleanza della sinistra democratica con un centro liberale per proseguire il montismo dando spazio allo sviluppo e all’equità, naturalmente nel quadro europeo”, che “ha come obiettivo finale la nascita di uno Stato federale al quale gli Stati nazionali cedano una parte della loro sovranità, soprattutto per quanto riguarda la politica di bilancio e quindi il fisco, la spesa, la politica dell’immigrazione, le grandi opere infrastrutturali europee, i diritti e i doveri di cittadinanza. In questo quadro, la Germania ha un ruolo di grande rilievo.”

L’Europa del partito unico e della cleptocrazia, come tanti tedeschi (almeno il 30% tra Grunen, Linke e Piraten) lamentano riguardo la ‘Grosse Koalition” (si traduce Ammucchiata) che sostiene Angela Merkel?

Una parte notevole dei votanti per il Pd e del bacino potenziale ha la fisionomia di quella che un tempo si chiamava sinistra democratica. La sinistra democratica può essere disponibile ad allearsi con partiti d’ispirazione liberale, non certo con il partito proprietario berlusconiano. In esso i veri liberali non mancano. Si facciano avanti“.

Un Partito Democratico alleato dell’UDC di Cesa e Casini, del PdL di Alfano, Giovannardi e Pisanu, di FLi di Gianfranco Fini? Ma questo è un partito, un’alleanza di centrodestra, mica di ‘sinistra democratica’.

L’attacco in corso contro il presidente della Repubblica persegue un fine di destabilizzazione al tempo stesso istituzionale e politico. Vuole colpire Napolitano e indebolire Monti. … Qual è dunque l’accusa? Non c’è, è inventata, è una manipolazione di marca eversiva. Il tema è di capire se il ricorso – necessario – di Napolitano alla Corte impedisca l’accertamento della verità sulla morte di Borsellino. Un accertamento che non ha e non può avere come obiettivo la cosiddetta verità storica, ma la verità che riguarda i reati, quali reati e commessi da chi. Finora e da vent’anni questa verità non è stata accertata o lo è stata in modo drammaticamente sbagliato.

Finalmente, ci si pone il dubbio “se il ricorso – necessario – di Napolitano alla Corte impedisca l’accertamento della verità sulla morte di Borsellino”, ovvero se la trattativa con la Mafia – che non sarebbe di per se reato, incredibile ma vero – non abbia comportato, nella volontà di alcuni o come mera conseguenza, l’occultamento della verità.
Eppure, contestualmente, si rinuncia a lanciare il ‘sasso nello stagno’, paventando “un fine di destabilizzazione al tempo stesso istituzionale e politico“.

Se qualcuno si stava chiedendo quale abisso della politica ci dovesse attendere andando alle elezioni anticipate, eccone un preciso esempio.  Tra l’altro, i tempi non sono ‘strettissimi’, come solo adesso si sta accorgendo la vetusta intellighentzia italiana.

Anzi, a dire il vero i tempi sono ‘over’, la riforma della politica andava conclusa in primavera, lo si scrive da tempo. Adesso è troppo tardi per ripristinare un minimo di consenso diffuso e ricompattare ‘ideologie ed alleanze’ in vista di ottobre, mentre le prevedibilissime turbolenze finanziarie sconsigliano vivamente di votare tra novembre e gennaio.

La frittata, egregio dottor Scalfari, è fatta, anzi l’avete fatta.

Adesso, abbiate almeno il senso di responsabilità di prendere il toro per le corna e riformare Casta ed Amministrazioni locali nei due o tre mesi che ci restano, magari scopiazzando da Hollande una patrimoniale ‘patriottica’ sui redditi e collegandola a provvedimenti di riduzione della pressione fiscale a partire dal 2013, mentre la BCE di Draghi e la Deutsche Bank – finalmente libearatasi di Ackermann – si decidono a creare un’unione bancaria europea e por fine a questa mattanza.

Il voto? A febbraio o marzo, si spera. Non è con PD-UDC-PdL ‘contro tutti’ che si esce da questa situazione, la Grecia ed i suoi governi evanescenti dovrebbero  – almeno questo – avercelo insegnato.

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I furbetti del Settentrione

20 Lug

Uno dei tormentoni della settimana è consistito nel ‘default siciliano’ e nella stigmatizzazione dell’obsoleto modo di far politica di una certa classe di ‘notabili’, con il Presidente Lombardo in prima fila. Questa, almeno, la ‘linea del Governo’ e, conseguentemente, la ‘linea editoriale’ dei nostri media.

Una classe politica puntualemente descritta come inerte, populista e sprecona, circondata dai faccendieri, sostenuta da un esercito di sussidiati, eventualmente collusa con la mafia. Probabilmente, le cose stanno più o meno così, anche se sarebbe preferibile parlare di responsabilità individuali – e non di fare di tutta un’erba un fascio – visto che di siciliani onesti ed intraprendenti ce ne sono a bizeffe e visto in che stato Giulio Tremonti ha lasciato la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il cash delle nostre pensioni.

Daje addosso al meridionale, daje daje? Ancora una vota, sembra davvero così.

Il punto è che le cose non stanno solo così in Sicilia, ma anche in tutto il Meridione, nel Lazio e nel Molise, dove è solo la scarsa autonomia data alle Regioni che ha finora evitato l’implosione delle finanze e dei servizi: non dimentichiamo la crisi della Sanità o l’enorme situazione di precariato che affligge l’Italia a sud di Orte.

Un quadro del tutto analogo si presenta guardando al Settentrione, un quadro per certi versi ancor più fosco.

Iniziamo con il Piemonte, ricordando che oggi la FIAT, da quelle parti, si marchia JEEP, un salvataggio spericolato del mastodonte di Mirafiori che non è stato neanche tentato per Termini Imerese. Ma non solo.

A Novara, con il denaro pubblico, si edifica la fabbrica dei cacciabombardieri F-35, che diventerà il ‘core’ di Alenia, l’azienda nata dalla fusione e dal traasferimento di Aeritalia e Selenia, che 30 anni fa erano dislocate a Napoli e costituivano i gioielli di famiglia delle aziende di Stato italiane.  Un caso eclatante di de-sviluppo di Napoli e della Campania, che ripete quanto avviatosi col ricollocamento delle Cartiere Abete nelle Marche, intorno al 1880, e conclusosi con il recente trasferimento del Centro Ricerche della Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco a Detroit.

Dulcis in fundo, la Compagnia di San Paolo – e conseguentemente Intesa Sanpaolo – che deve la sua fortuna alle capitalizzazioni ed alle acquisizioni dei ‘beni dei vinti’ di 150 anni fa. Un caso per certi versi analogo a quello sollevato dagli Ebrei contro certe banche svizzere, per i capitali a loro sottratti durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Dell’Emilia Romagna, che dire?
Bologna ed Imola sarebbero già fallite se non lucrassero ampiamente sul trattamento dell’immondizia napoletana? E della miriade di capannoni, non sempre ben messi e spesso finanziati con denaro pubblico, che abbiamo scoperto esistere, più o meno utilmente, con i recenti terremoti? O ancora del trasporto su gomma, la cui fine, oltre a migliorare l’ambiente e rilanciare Napoli, Civitavecchia, Bari e Palermo, renderebbe inutile la Via Salaria e l’apparato logistico padano, come è stato per più di un millennio? Per non parlare del noto settore agroalimentare (Coop, Barilla e Parmalat tanto per fare qualche esempio), che, in trent’anni, si è avvantaggiato dal puntuale affossamento della Cirio, dalla poca autonomia del Banco di Napoli, dei contributi UE al Sud per distruggere le produzioni (sic!).

Andando al Veneto come non notare l’enorme quantità di vini DOC e DOCG, praticamente uno per ogni colle, oppure la frammentazione del tessuto produttivo, che lascerebbe credere che chi è nato da quelle parti – salvo casi di grave sfortuna – stia lì a far l’imprenditore e che il lavoro ‘vero’ lo facciano tutto gli immigrati, meridionali, africani o slavi fa lo stesso.
E dell’evasione fiscale cosa ne possiamo dire, considerando che – per prossimità alle frontiere, parcellizzazione delle infrastrutture, forte presenza migratoria, vicinioreità culturale con il bacino germanico e slavo – stiamo parlando di un territorio ‘statisticamente’ a rischio?

Resta la Lombardia, quella del San Raffaele e delle filiali della ndrangheta, di Lele Mora, della Minetti e di Dell’Utri, di Formigoni, di Penati e della famiglia Bossi e del quella della Bocconi di Mario Monti e della Cattolica del Policlinico Gemelli.
Non più quella di Montanelli, Craxi ed Epaminonda, tre mondi che seppero restare contigui, ma l’un l’altro impermeabili.
Una regione dove sarebbe bello capire come produca le proprie risorse, visto che, a consultare l’ISTAT, ci ritroviamo con una miriade di piccoli centri che ‘dichiarano’ un PIL spropositato rispetto al numero di abitanti ed alle risorse in loco. Lavoro nero? Speculazioni finanziarie? Attività ‘sommerse’? Cos’altro?

Dunque, prendiamo atto che siamo un paese di ‘furbetti’ o, meglio, un paese dove i ‘furbetti’ hanno l’opportunità di fare i comodi propri. Un esercito di ‘notabili’, a quanto si vede, che altro non hanno fatto, in vita loro, che stare in politica, ovvero governarci, e che, con questi risultati, restano lì indefessi

Quello del ‘default della Sicilia’ appare, dunque, come un atto per certi versi dovuto che, però, fornisce un esito essenzialmente politico, che – attenzione – non viene esteso a tutti gli altri apparati pubblici ‘fuori bilancio’.
Un intervento molto ‘ambizioso’ e piuttosto spericolato, considerato che anche altre regioni sono in condizioni meno drastiche, ma tendenzialmente simili, e che è un ‘tecnico’ ed un senatore a vita, Mario Monti, a porre la questione.

Altro sarebbe (stato) se si fosse affrontata per tempo la riforma del sistema politico e delle competenze condivise, il cui fulcro è (era) nella legge elettorale e nell’abrogazione delle Province.

Il Partito Democratico e l’UDC auspicano un proseguimento della ‘linea Monti’ anche dopo il 2012, mentre Berlusconi ha ormai chiarito che ‘quando si candida intende scherzare’: non dovrebbero esserci intralci, dunque, per un uomo competente e determinato nel prendere il toro per le corna e riformare Casta ed Amministrazioni locali nei due mesi che ci restano, magari scopiazzando da Hollande una patrimoniale ‘patriottica’ sui redditi, collegandola a provvedimenti di riduzione della pressione fiscale a partire dal 2013.

In caso contrario, non resterà che constatare che di furbetti, nel Settentrione liberale, socialista e giansenista, ce ne sono davvero tanti. Forse troppi.

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La Sicilia, Lombardo, il crack e la marijuana

17 Lug

Posso capire il parossimo di chi pensava di ‘salvare l’Italia’ e si ritrova con amici e colleghi – Fondo Monetario Internazionale, Agenzie di Rating e Jet Set – che di giorno in giorno diventano sempre più dubbiosi, talvolta caustici, puntualmente drastici.

Ma leggere le news e scoprire che la Sicilia è a rischio crack, che Monti è in pressing e che ‘pretenda’ che «Lombardo confermi le dimissioni» è davvero un qualcosa di inaspettato.

Il buco è da 5 miliardi di euro, come certificato dalla Corte dei Conti.

La soluzione del Governo Monti? Gestire tramite un Commissario Governativo la Sicilia, quella insorta con i Forconi ed i blocchi stradali tempo fa, quella super-astensionista alle ultime amministrative, quella con decine di migliaia di precari semisussidiati dalla regione.

Praticamente gettare benzina sul fuoco. Specialmente, se questo accade mentre tra il Presidente della Repubblica e la Procura Antimafia di Palermo sussiste un conflitto costituzionale.

Anche perchè il bilancio della Regione Sicilia è “reso non trasparente da poste dubbie e residui inesigibili”, ovvero da contributi statali ed europei. Mai pervenuti o mai esistiti resta ancora da chiarire e farebbe una certa differenza.

“Tanti crediti inesigibili, i famosi residui attivi, sui quali si regge il bilancio. Penso ai famigerati cantieri di lavoro che hanno dato una mancia a 20 mila persone per un mese o due. La Regione anticipava i soldi iscrivendo a bilancio un credito verso i fondi Fas, fondi che non ci sono più e che non avrà mai”.

A denunciarlo è il numero due di Confindustria, Ivan Lo Bello, una vita nella lotta al racket e alla corruzione, che tiene a ricordare come “il problema non è solo Lombardo. C’è un pezzo della società siciliana che non ha colto i segnali. Il paradosso riguarda direttamente i ventimila dipendenti regionali. Nessuno di loro si rende conto del rischio che corrono. Come i pensionati della Regione pagati qui direttamente”.

“La Sicilia rischia di diventare la Grecia del Paese e il Paese deve intervenire anche superando gli ostacoli di una Autonomia concessa nel dopoguerra”.

Più chiaro di così non si poteva, ma  nessuno dice se la Sicilia riceverà comunque gli aiuti finanziari che le sono indispensabili, se ci saranno come atteso licenziamenti e mobilità, se la Mafia starà a guardare …

Intanto, dalla Sicilia arrivano le prime reazioni.

Francesco Cascio, presidente dell’Assemblea della Regione Sicilia, parla di “forma inusuale e anomala” e precisa che “faremo in modo di acquisire le motivazioni quanto prima possibile”.
Per Carmelo Briguglio, vice presidente dei deputati e coordinatore siciliano di Fli, la lettera del presidente del Consiglio è “una gaffe istituzionale” ed è “irrituale”, oltre a violare “le regole fondamentali dell’autonomia regionale e della democrazia politica”.
L’assessore regionale all’Economia della Sicilia, Gaetano Armao, replica seccamente che “in Sicilia non c’è alcun rischio default”.

Se son rose fioriranno, ma chi semina vento raccoglie tempesta …

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