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Quanto costano Coop ed Onlus?

17 Set

C’è una legge che attribuisce una quota di lavori da assegnare alle imprese collettive che hanno «lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini».

In poche parole fanno non meno di cinquanta milioni di euro per ogni miliardo di euro spesi.

Attualmente la spesa per beni e servizi della Pubblica Amministrazione ammonta a 87 miliardi di euro l’anno.
I maggiori costi arrivano dagli Enti territoriali (41,4% della spesa) e dal Servizio Sanitario Nazionale (33,3%), per cira 65 miliardi di euro annui.

Dunque, almeno tre miliardi vanno – per legge – appaltati ad Onlus e Coop, ma in realtà sono molto di più.

Infatti, secondo Istat, il no profit «fattura» più del sistema moda: il totale di bilancio è pari a 64 miliardi di euro, le uscite totali ammontano a 57 miliardi, con quasi 5 milioni di ‘volontari’.

Sette miliardi di ‘utili’ e … che il ‘piatto’ sia appetitoso, lo dimostra il fatto che per il 5 x Mille – su 49.967 enti in elenco presso l’Agenzia delle Entrate – il mondo del volontariato veda 41.343 iscritti e sono 8.094 le associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni ai fini sportivi.
Gli enti della ricerca scientifica e dell’Università sono 424 e 106 quelli della salute 106, ma ricevono dal 5 x Mille meno di 100 milioni di euro annui totali.

Il problema più grosso è, però, che qui non parliamo solo di soldi, di corruzione e di finanziamento occulto della politica o di degrado della PA, ma soprattutto ci riferiamo a larga parte dei servizi erogati da Comuni e Regioni.

Beni e servizi che son quelli che conosciamo. Sarebbe ora di vederci chiaro.

Demata

Sinistra corrotta: adesso anche Lula

17 Lug

Ormai in tutto il mondo avanzato emergono a livello locale sistemi di corruzione per finanziare, in cambio di appalti pubblici, esponenti politici e partiti della coalizione di governo.
In Italia, siamo arrivati a Mafia Capitale mentre la cronaca ha riportato – in un decennio – migliaia di casi di corruzione. In Francia, sono diverse centinaia i politici processati in dieci anni ed il caso D’Avignon – ex socialista e padre dell’Unione Europea, divenuto un potente finanziere nella privatizzazione dell’acqua ‘pubblica’ – è solo la punta dell’iceberg. In Germania, nonostante il rigore morale, è accaduto che i sindacalisti dei metalmeccanici (Volkswagen) abbiano incassato 2 milioni e mezzo in bustarelle e prostitute, per non parlare di Schroeder, passato dalla segreteria socialdemocratica alla direzione del colosso energetico North Stream. In Brasile esplode lo scandalo dei ‘companeros’ Dilma Rousseff e Lula, attuale ed ex presidenti, ad incassare tangenti e favori dalle multinazionali e dai palazzinari locali.

Una volta la Sinistra si distingueva per la ‘questione morale’ ed attraeva un elettorato  che vedeva nelle regole l’unica tutela possibile in un mondo di poteri forti. Oggi, evidentemente, no.
Non è questa la Socialdemocrazia che immaginavano i Kennedy o Willy Brandt. Fate qualcosa.

Demata

Mafia, affari, politica: arrivano le rivelazioni del pentito Iovine

28 Mag

«So benissimo di quali delitti mi sono macchiato, ma posso spiegare un sistema in cui la camorra non è l’unica responsabile», queste le prime dichiarazioni di Antonio Iovine – superboss pentito – al processo che si sta celebrando a Santa Maria Capua Vetere.

Intanto, i cronisti locali iniziano a spulciare i verbali depositati dai Pm Ardituro e Sirignano e, come per le dichiarazioni di Carmine Schiavone, l’impresa criminale aveva contorni ben più ampi del Clan dei Casalesi.

«C’erano soldi per tutti, in un sistema che era completamente corrotto, in questo ambito si deve considerare anche la parte politica ed i sindaci dei comuni che avevano intesse a favorire essi stessi alcuni imprenditori in rapporto con il clan per aver vantaggi durante le campagne elettorali, in termini di voti e finanziamenti.
Generalmente io ero del tutto indifferente rispetto a chi si candidava a sindaco nel senso che chiunque avesse vinto automaticamente sarebbe entrato a far parte di questo sistema da noi gestito».

Valeva “la regola del 5 per cento, della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso nel nostro territorio proprio lo Stato che invece è stato proprio assente nell’offrire delle possibilità alternative e legali alla propria popolazione”.

Non a caso, in Campania, già da molti anni si distingueva tra ‘camorra’ e ‘sistema’ …

“Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business.” (dichiarazione del pentito di camorra Carmine Schiavone alla Commissione Parlamentare d’inchiesta durante la seduta del 7 ottobre 1997 – pag. 25)

Un sistema che si svolgeva fino alle porte della capitale – che aveva i suoi scheletri nell’armadio con la discarica di Malagrotta – visto che, secondo il pentito, “noi arrivavamo fino alla zona di Latina; Borgo San Michele e  le zone vicine erano già di influenza bardelliniana. Anche a scendere giù, cioè non solo Latina, ma anche Gaeta, Scauri e altre zone. Questo avveniva dal 1988 a salire.”

Un sistema funzionale all’industria manifatturiera in fase di smantellamento al Settentrione, visto “che questi rifiuti dal nord dell’Italia o addirittura dall’estero non arrivavano in Campania da soli, ma che l’avvocato Chianese era in grado di organizzare il traffico attraverso circoli culturali e amici.  Erano circoli culturali che stavano al nord, al sud al centro, in tutta Italia e Europa. Faccio un solo nome: so che Cerci stava molto bene con un signore chiamato Licio Gelli … So che a Milano c’erano grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud. So che in Lombardia c’erano queste società che gestivano i rifiuti ma non so chi erano i proprietari.”

Antonio Iovine come Carmine Schiavone sanno bene di cosa parlano (e di cosa non devono parlare): erano i ‘contabili’, i manager dell’organizzazione.

Un sistema che doveva esistere per escludere dalla governance i tanti cittadini onesti a vantaggio di saccheggiatori, prestanome e pressappochisti e che poteva esistere grazie ad un sistema di finanziamento della politica cleptocratico, confermato dall’enorme sequel di scandali e arresti da più di vent’anni a questa parte.

Un sistema che era completamente corrotto, in cui l’apporto dei mafiosi, della politica e di certa imprenditoria è da considerarsi paritetico. Esattamente come la Cosa Nostra di cui Buscetta, Falcone e Borsellino svelarono tanti ‘collegamenti’. E parliamo non solo dei rifiuti, ma anche degli appalti e delle grandi opere, di mercati ortofrutticoli e di scali portuali di rilevanza europea, di produzioni su scala nazionale per il made in Italy, eccetera … fino alle elezioni, quanto meno locali e regionali.

Se la Cosa Nostra casalese vuole dissociarsi dall’aver avuto ‘unica e sola’ la responsabilità del saccheggio e della devastazione di una nazione, ben venga. Specialmente se questo potesse portare ad una ‘pacificazione’ della Campania, che ha – tra l’altro – una capacità produttiva e commerciale enorme e potrebbe cavarsela molto meglio senza delinquenti che svendono ricchezze e deturpano bellezze in cambio di pochi spiccioli a confronto.

Una possibile ‘svolta’ su cui Matteo Renzi dovrebbe esporsi in prima persona, dare l’esempio, se rappresenta l’Italia che vuol cambiare. Una questione ‘mafia’ su cui i Cinque Stelle potrebbero essere più attenti, visto che è ‘ovunque’ ed è anche la madre di tutte le mazzette. Un sistema d’affari che – di sicuro – non ha nulla a che spartire con un Centrodestra che sappia leggere i risultati elettorali italiani ed europei.
Specialmente se – come sa chi segue il mercato azionario – il crash mondiale del fotovoltaico deriva anche dalla scoperta che bond del valore di 560 milioni di euro, posti come garanzia in Puglia e Sicilia per la creazione del fondo Global Solar Fund, erano falsi con conseguente crollo borsistico e questo è uno dei fattori che hanno determinato l’espolsione della ‘questione morale’ in Vaticano.
Come anche, chi segue la politica europea sa che, da un momento all’altro, la Germania di Angela Merkel potrebbe ricevere un avviso di infrazione per come (non) gestisce i controlli bancari sul riciclaggio di denaro sporco.

A latere, ci sarebbe anche da chiedersi quanto sarebbe costato all’industria centro-settentrionale smaltire in piena legalità quei rifiuti per anni e decenni, cosa sarebbe stato dei delicati equilibri capitolini se, andando a far luce sui rifiuti, ne andava di mezzo anche Malagrotta, o come sia avvenuto che le testate e le agenzie nazionali non si siano accorte dell’enorme mole di ‘pessime notizie’ che i loro colleghi delle testate locali puntualmente pubblicavano.

Intanto, agli atti processuali come dal lungo elenco di comuni ed enti commissariati risulta da tempo  che una sorta di narco-repubblica si sia estesa fino a pochi chilometri dalla Capitale italiana.
Sarebbe ora che – su antimafia e ripristino della legalità – qualche politico (e qualche editore) ci mettesse ‘in positivo’ la faccia …

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Falso in bilancio, la madre di tutte le iniquità e ruberie, come del disastro finanziario della spesa pubblica

18 Apr

Il falso in bilancio consiste in una rappresentazione dei dati contabili che persegua l’interesse di intervenire artatamente sulla reputazione dell’azienda, influendo quindi sul credito che potrebbe ottenere.
I tipi di falso sono diversi: quello ‘materiale’ vero e proprio e quello ‘in valutando’, ovvero quando si sotto-sovrastimano entrate, ammortamenti, costi, mentre si parla di  falso per induzione quando un bilancio altrimenti regolare viene reso non più veritiero dall’inclusione di dati mendaci provenienti da bilanci di altre società. Ma c’è anche  il falso ‘qualitativo’, che si esplica in alterazioni non incidenti sul risultato economico o sull’entità complessiva del capitale, ma solo sulla rappresentazione che ne viene fornita. (cfr. Ermanno Zigiotti, Il falso in bilancio nei suoi fondamenti di ragioneria, Cedam, Padova, 2000)

Dunque, il ‘falso in bilancio’ non è un delitto che riguardi solo le società commerciali, ma è un fenomeno che interessa ogni ‘azienda’ che compili un bilancio sia per rendere conto agli azionisti sia per ottenere finanziamenti sia per giustificare la stessa ragione di essere, se trattasi di settore pubblico o a progettazione pubblica. Come anche, è discutibile se la fornitura di servizi (vedi scuole e asl ad esempio) non sia essa stessa un’attività ‘commerciale’.

Tutto inizia con la Legge 3 ottobre 2001, n. 366,”Delega al Governo per la riforma del diritto societario”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 234 dell’8 ottobre 2001, in cui il Governo Amato veniva delegato “ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti la riforma organica della disciplina delle società di capitali e cooperative, la disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali”.

Una norma che – tra l’altro – intendeva:

  1. “favorire la partecipazione dei soci cooperatori alle deliberazioni assembleari e rafforzare gli strumenti di controllo interno sulla gestione”,
  2. “disciplinare la figura del gruppo cooperativo quale insieme formato da più società cooperative, anche appartenenti a differenti categorie”,
  3. “prevedere che alle società cooperative si applichino, in quanto compatibili con la disciplina loro specificamente dedicata, le norme dettate rispettivamente per la società per azioni e per la società a responsabilità limitata”,
  4. “prevedere che le norme dettate per le società per azioni si applichino, in quanto compatibili, alle società cooperative a cui partecipano soci finanziatori o che emettono obbligazioni”.

Erano escluse da questa norma le banche cooperative e le amministrazioni pubbliche, nonostante la nozione dei reati e degli illeciti amministrativi fosse ampiamente applicabile anche al settore pubblico, già segnato dagli sprechi e dalle corruttele della Prima Repubblica, visto che – in Europa e non solo – offrire servizi è un’attivittà d’impresa e spesso di ‘vendita’.
“La falsità in bilancio, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, (è) consistente nel fatto degli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori i quali, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, idonei ad indurre in errore i destinatari sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico, ovvero omettono con la stessa intenzione informazioni sulla situazione medesima, la cui comunicazione è imposta dalla legge”.

Un anno dopo, il Decreto Legislativo 11 aprile 2002, n. 61 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le societa’ commerciali) derubricava il tutto a “false comunicazioni sociali”, depenalizzando la materia e portandola a livello di ‘sanzione’. E di regole per le cooperative, neanche l’ombra …

La punibilita’ e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.”

Anche un bambino si renderebbe conto che con una ‘non punibilità’ del genere è abbastanza facile scavare voragini nei conti delle aziende, come ad esempio accadde per la Parmalat.
Si disse che fu una legge ad personam, voluta da Silvio Berlusconi impegolato in uno dei suoi eterni processi, ma è evidente che a beneficiarne furono tante aziende (e tanti evasori), tanta e tantissima casta che iniziò ad operare tramite società a cui esternalizzare servizi e innovazione pubblici, le amministrazioni scolastica e sanitaria in toto, appena rese ‘autonome’ e potenzialmente operanti ‘conto terzi’ e anche con ‘attività commerciali’, l’arcipelago delle cooperative.
E, portando a livello di sanzione ‘amministrativa’ i falsi in bilancio (aka “false comunicazioni sociali”) del settore privato, di riflesso accadde che anche nel settore pubblico diventasse una ‘questione interna’: fu proprio in quegli anni che i poteri della Corte dei Conti furono ridotti al lumicino.

Da un mesetto circola la notizia che “serve un apparato penal-sanzionatorio «più rigoroso» per il contrasto alla criminalità organizzata. Introducendo, in primo luogo, i reati di autoriciclaggio e falso in bilancio. La proposta arriva dal comandante generale della Guardia di finanza, Saverio Capolupo, ascoltato in audizione alla commissione Antimafia.” (Sole24Ore)

Reati di autoriciclaggio e falso in bilancio, che colpirebbero caste ed evasori ben prima di incidere sulla criminalità organizzata e che, di riflesso, comporterebbero dei bilanci pubblici ben più rigorosi …

In che Italia vivremmo se – vista la difformità delle nostre leggi e dei notri bilanci dalle norme comunitarie – già negli Anni ’90 ci fossimo dotati di norme decenti sulle scritture contabili private e pubbliche, ovvero atte ad evitare che si “espongano fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, idonei ad indurre in errore i destinatari sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria”?

Nei fatti – con leggi diverse – non avremmo avuto la svendita IRI o il Lodo Mondadori, gli scandali Parmalat e Monte Paschi o quello del parco fotovoltaico in Sicilia, il proliferare della mafia e dell’evasione fiscale, le spese pazze dei politici e i super-stipendi dei privilegiati, le frodi europee e la vergognosa vicenda dei ‘precari’ dei servizi esternalizzati, l’istruzione che mette a bilancio debiti e la sanità che spreca senza un perchè … la voragine creata nell’ex Inpdap e i conti sballati dell’Inps e delle pensioni … le regioni e i grandi comuni da commissariare, eccetera.
Falso in bilancio, per i privati, equivale a ‘rigore e trasparenza’, per il pubblico. In ambedue i casi parliamo di ‘responsabilità’.

Dunque, riguardo ai ‘beneficiari’ di una tale carenza di norme fondamentali per una comunità, è del tutto superfluo limitarsi ai processi di Silvio Berlusconi come è del tutto inutile chiedersi il ‘chi e come’ dell’enorme schiera di co-interessati, prima e dopo il 2001 …

Basterebbe, però, che iniziassimo a chiederci tutti se, con un INPS che fosse sottoposto alle norme che regolano una qualsiasi compagnia di assicurazioni, avremmo abbandonati a se stessi gli esodati, i precari, i disoccupati, gli invalidi, le donne, i giovani e … le pensioni d’oro.

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Sondaggi IPR: il Centrodestra oltre il 40%?

5 Feb

Il sondaggio condotto a tre mesi dal voto per il Parlamento Europeo – condotto da IPR Marketing – rappresenta un recupero di consensi per il Partito Democratico (27,6%), a carico della ‘sinistra’ e minore di quanto faccia aspettare l’attivismo renziano.
Per il resto, il Movimento Cinque Stelle è il secondo partito (25,4%) e Forza Italia (24,3) il terzo, con NCD (5,6%) e Lega (5%) oltre la soglia di sbarramento ‘minima’ che si prefigura.

Il sistema di elezione per l’UE presenta molte similitudini con quello vigente, nelle norme residuali alle eccezioni di incostituzionalità. E, dunque, il sondaggio può dare una – seppur estemporanea – visione dell’esito di eventuali elezioni politiche anticipate, senza una nuova legge elettorale.

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Il quadro che emerge – aggregando i partiti secondo le coalizioni ‘di governo’ – è sconcertante quanto eloquente.

Un’alleanza di governo tra Centrodestra e Lega otterrebbe circa 250 seggi alla Camera e almeno 120 al Senato, al Centrosinistra (anche alleandosi con SEL e PRC) non andrebbero più di 200 deputati ed un centinaio di senatori, il Movimento di Beppe Grillo si attesterebbe sulle 150 poltrone alla Camera e un’ottantina al Senato.

Una Grosse Koalition tra Centrodestra e Partito Democratico – anche se con esodi, mal di pancia e defezioni – non avrebbe rivali. Questo il primo dato, che – forse – è d’aiuto per interpretare sia l’agitazione del M5S sia l’annuncio di Matteo Renzi  per la ricandidatura come sindaco di Firenze …

Il secondo dato è che solo un elettore su quattro – tra Piemonte, Lombardia e Liguria dove vive un quarto degli italiani – voterà il Partito Democratico, il quale solo nell’Italia centrale (Toscana, Abruzzo, Umbria, Marche, Lazio) supera la soglia del 30%, ma parliamo di forse un quinto dell’elettorato complessivo.
Questi i risultati di 20 anni di Ulivismo: il mantenimento di politiche previdenziali ed assistenziali da preistoria industriale (tra cui la cassaintegrazione e l’INPS) più l’utilizzo spregiudicato di esternalizzazioni e finanza creativa hanno impedito al Centrosinistra di allargare la propria base elettorale, alimentando un malcontento ed una diffidenza piuttosto consolidati.

Il Partito Democratico sarà, dunque, il primo partito italiano, ma la sua capacità di coalizione e di governo resta fortemente limitata. Finora si è avvantaggiato dell’incapacità del Centrodestra di produrre politiche sociali e del lavoro credibili, ma l’affermarsi del M5S ha rotto “l’incantesimo dell’alternanza” portando in luce un’Italia di mille minoranze esasperate.

Ma la maggioranza, quella più o meno silenziosa, è ancora tutta lì …

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Legge elettorale, proposte al vento

3 Gen

Sulla legge elettorale, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.
Infatti, lo stato del consenso vede ancora un ampio terzo degli italiani propenso all’astensione, mentre un quinto degli elettori vota ‘a Sinistra’ e un altro quinto è ‘grillino’, il resto va ‘a Destra’ con buona pace di moderati e autonomie.

Inoltre, anche Matteo Renzi chiede “la necessaria trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, e quindi la cancellazione di incarichi elettivi e retribuiti in Senato”.
Il che significa che ci troveremo ad eleggere 3-400 eletti alla Camera e di indicare una premiership: un onorevole ogni 100.000 elettori e un leader nazionale. Stop.

Non che altrove vada particolarmente meglio – vedi Germania e Francia dove il bipolarismo è una chimera – ma l’incapacità a coalizzarsi in base ad un programma ‘tecnico’ è una peculiarità tutta italiana.
Inoltre, altrove la legge elettorale prevede alcuni ‘obblighi’ che vanno da quello di preannuciare i propri ministri a quello di garantire un ‘ballottaggio’ con una effettiva ‘par conditio’ all’esistenza di un ‘federalismo’ effettivo – come in USA o Germania – o, comunque, di una Camera Alta (ndr. Senato) autonoma dai partiti.

Certo, è impensabile che un segretario di partito ‘detti l’agenda’ al governo, come segretario del partito di maggioranza e come futuro candidato premier, in un Paese che ha adottato il Fiscal Compact e che da vent’anni tenta di dotarsi di governi e relative premiership ‘indipendenti’ dalle segreterie di partito.

Ma la vera questione non è in quello di cui si parla (ndr. sistema spagnolo, super-sindaco eccetera), ma la drastica riduzione di rappresentanza politica (e di poltrone) che viene a determinarsi con un Senato ‘non elettivo’ e che costituisce la vera empasse sia in termini di ‘mantenimento della Casta’ sia di principi democratici.

Infatti, non è un’esaltante idea di democrazia quella di ritrovarsi con un parlamentare ogni 100.000 elettori, con un Senato federale espressione dei noti campanilismi clientelari, se non feudo degli arcinoti capibastone di partito, come del resto sembrano essere Regioni ed Enti Locali.

E se per noi ‘comuni mortali’ l’idea non è esaltante, figuriamoci quanto possa esserlo per la “provincia italiana” che oggi è largamente sovrarappresentata in Parlamento e che, domani, potrebbe ritrovarsi con una cinquantina di poltrone da contendersi. O le grandi aree metropolitane che non offrirebbero più spazio per i giochi partitici ‘romani’, visto che l’interesse (ed il peso) locale diventerebbero prioritari con un Senato federale.

In questa prospettiva, quella di un parlmento dove gli eletti direttamente dal popolo sono circa cinquecento, l’outing di Matteo Renzi lascia davvero perplessi:

  1. il modello ispanico con mini-liste in collegi molto piccoli è impraticabile, se si vuole una Camera dei Deputati di 400 onorevoli o, comunque, se volessimo non aumentare i 600 attuali (1:65.000);
  2. il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza non risolve la situazione oggettiva di un Paese ‘non bipolare’, come non smebra esserlo la Germania, a dire il vero;
  3. il doppio turno di coalizione, sulla base della legge con cui si eleggono i sindaci, prevede un premio di maggioranza eccessivo che, come dimostratosi in un ventennio, garantisce de facto la legislatura, ma non la buona amministrazione e/o il consenso effettivo.

Intanto, il Rapporto annuale Demos sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, ci racconta che la ‘fiducia verso le istituzioni politiche’ degli italiani è al 24% (41% nel 2005), mentre il 48% pensa che la democrazia possa funzionare anche senza partiti ed il 30% è convinto che nel 2014 la corruzione politica aumenterà, mentre quasi un italiano su cinque pensa che sia da “ridurre il peso dello Stato” nei servizi sociosanitari e nell’istruzione e … mentre con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’  e mentre la spesa della Pubblica Amministrazione solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta miliardi di euro.

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La sfida della riforma elettorale

16 Dic

qualunquemente_01Riguardo le future elezioni politiche italiane, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.

Peggio se si votasse con il Mattarellum, meglio forse con altre soluzioni.

Con il Mattarellum, a parte la quasi impossibilità ‘tecnica’ a dotare il Senato di una maggioranza stabile, accadrebbe di ritrovarsi senza governo, in una corsa tra tre coalizioni (Sinistra, Destra, M5S), salvo ‘ampie quanto inconsistenti’ intese, che non potranno che replicare le dinamiche e tensioni di questo 2013.
Renzi ‘a sinistra’ come Bersani a rincorrere inutilmente Beppe Grillo? Primo partito il M5S, ma senza alleati (e i numeri) per governare? Renzi e Casini come oggi Letta e Alfano?

Con un sistema a ballotaggio, in teoria, si garantirebbe una maggioranza legittima e ‘bloccata’. Peccato che il ‘sindaco d’Italia’ non sembra la migliore soluzione dopo la fulminante ascesa di Matteo Renzi. Specialmente se al ballottaggio dovesse pesare l’atavica diffidenza degli italiani verso i ‘Giacobini’, non più ammantata di Berlusconismo.

Meglio riformare tutto, se ve ne saranno il tempo e le buone intenzioni.

Intanto, con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’, mentre si attende – ripresa o non ripresa – il partito che metta in programma un taglio della spesa della Pubblica Amministrazione per almeno 100 miliardi annui e che solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta.

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