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Perchè la Mafia a Roma?

4 Dic

Quanto è probabile che la Mafia – il ‘sistema’ – si impossessi di una città, anzi di una capitale ‘mondiale’, se la politica locale continua a fondare il proprio consenso sul clientelismo dei servizi esternalizzati, sulla concussione degli appalti e  dei servizi, sulla corruzione eletta a formula meritoratica, mentre quella nazionale bada solo agli orticelli delle provincie loro?

Quanto è facile per la Mafia – il ‘sistema’ –  inserirsi in una città, anzi in una capitale ‘mondiale’, se la sua pubblica amministrazione è riuscita ad esternalizzare qualsiasi servizio o buona pratica introdotte dalle riforme e dall’innovazione tecnologica dell’ultimo decennio ed ha operato del tutto out of control fino a ieri, stando a scandali ed arresti?

Quanto è appetibile per la Mafia – il ‘sistema’ – una città, anzi di una capitale ‘mondiale’, dove opera un’importante banca, lo IOR, definita nel 2005 ‘torbida’ dalla Ninth U.S. Circuit Court of Appeals in occasione del processo per l’oro sottratto dai Nazifascisti in Croazia, dove vi è uno Stato che, più di un decennio dopo che l’OCSE ha iniziato la sua indagine dei paradisi fiscali nel 1998, non è ancora sulla “lista bianca” dei paesi con un buon record in materia di trasparenza?

Quanto è simile al ‘sistema’ una città dove i ‘ricchi’ si sono arricchiti non creando industria o commercio, ma spesso lucrando sull’enorme flusso di denaro che dal 1864 ad oggi si è riversato sulla città ed usando quei denari per investire su tutte le principali infrastrutture italiane e sullo sviluppo immobiliare manco fosse Gotham City?

Quanto è vulnerabile alla Mafia una città di anziani, che prima ha sottovalutato lo sviluppo tecnico e industriale e poi quello informatico e digitale, dovee la meritocrazia è una leggenda, al punto che non ha (ancora) un sistema di “informatizzazione e dematerializzazione dei SUAP e degli uffici entrate, per censire le autorizzazioni presenti sul territorio di Roma e consentirne un sistematico controllo”, ma è ben attenta a mantenere tutte le sue radiotelevisioni, le sue agenzie e i suoi giornali il controllo di quell’opinione pubblica che viene costantemente disinformata, almeno a stare alle classifiche che Reuter e altre agenzie specializzate pubblicano ogni anno?

E quanto può cambiare davvero una città dove il Sindaco, su La7 da Lilli Gruber, parla di ‘mele marce’ a fronte di un racket dei servizi pubblici con centinaia di persone coinvolte, di ‘patina’ mentre la scena politica cittadina è stravolta da arresti, indagini e sospetti, di non dimettersi quando proprio il partito che gli ha dato la maggioranza vede il vertice cittadino sotto inchiesta e si ritrova con il sistema delle Coop sulla graticola?

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Roma Capitale: solo i debiti costano 2 euro al mese per contribuente

28 Nov

Per legge ogni comune in dissesto è tenuto a tagliare la spesa fra il 10% e il 25% e, secondo le stime della Ragioneria, Roma Capitale avrebbe potuto /dovuto risparmiare più di 400 milioni di euro l’anno, evitando di riccorrere puntualmente a sempre maggiori aiuti da parte dello Stato.

Invece, a Roma, tutto questo non è accaduto e  il 4 ottobre del 2013 – trascorsi i cinque anni di rito -,due ispettori della Ragioneria Generale dello Stato avviavano una “verifica amministrativo-contabile” sul Comune di Roma, consegnata mesi fa e trapelata in questi giorni.

In soli quattro anni – dal 2009 al 2012 – i contribuenti italiani si sono accollati oneri  per 580 milioni annui, come scrive La Repubblica, derivanti dal dissesto finanziario in cui versava il Comune di Roma.
In tutto fanno 2,3 miliardi di euro in quattro anni pressi dalle casse dello Stato per le ‘cambiali’ romane della gestione di Walter Veltroni, mentre le stesse somme venivano sottratte alla sanità, al welfare e alle infrastrutture di tutto il Paese con una crisi finanziaria mondiale in corso.

Poi, c’è la gestione di Gianni Alemanno e fanno altri 885 milioni per evitare il blocco dei servizi, dato che “per il proprio risanamento Roma Capitale ha fatto totale affidamento sull’intervento statale, senza realizzare in proprio alcuno sforzo per riportare in equilibrio i conti, nemmeno quando si trattava di far cessare comportamenti palesemente illegittimi”, come si legge nella relazione degli ispettori della Ragioneria.

Infine – dal 2013, con Ignazio Marino – i contribuenti di tutto il Paese si sono trovati a donare alla città di Roma altri 485 milioni di euro poichè “l’ente, nonostante le difficoltà finanziarie che hanno indotto lo Stato nel 2008 ad accollarsi il debito pregresso del Comune di Roma, aveva continuato ad aumentare progressivamente la spesa corrente”. Sempre gli italiani in toto si sono accollati oneri per ulteriori 115 milioni derivanti dai debiti delle precendenti amministrazioni.

Siamo arrivati a 3,7 miliardi in cinque anni di risorse sottratte al Paese e date alla Capitale per sopperire ai danni provocati dalla corruzione, dalla superficialità e dall’incomptenza.

Malgrado la mole dei sussidi dal resto d’Italia, non si è mai cercato di cambiare i comportamenti che hanno già schiacciato Roma sotto una montagna di debiti. (Federico Fubini – L’Espresso)

Secondo gli ispettori della Ragioneria, “è stata evitata ogni decisione volta ad adeguare il livello e il costo dei servizi forniti dall’ente alle reali disponibilità di bilancio, riproducendo quei comportamenti che avevano portato a uno stato di sostanziale default nel 2008” ed “a seguito del cambio di amministrazione, la situazione non sembra aver fatto registrare particolari miglioramenti. L’attuale gestione, in linea con i comportamenti precedenti, ha dimostrato una notevole celerità nell’avanzare richieste di supporto allo Stato, mentre ben poco ha fatto per attivare le entrate proprie”.

Tra le cause dei 3,7 miliardi di euro di deficit accumulati e sanati dallo Stato in soli cinque anni risaltano alcuni grandi appalti e le perdite delle aziende controllate dal Comune di Roma.
La Capitale – solo per i debiti che accumula – costa ben ad ogni italiano ed immigrato, neonato incluso.

In partiolare, c’è l’Atac, l’azienda dei bus e del metrò, che dal 2004 (Walter Veltroni) al 2013 ( Ignazio Marino) ha registrato una perdita complessiva per 1,3 miliardi di euro, contribuendo per un buon 20% al disastro degli ultimi cinque anni.
Intanto, la spesa corrente è cresciuta dai 4,1 miliardi del 2009 ai 5,1 miliardi del 2012 e, secondo gli ispettori di via XX Settembre,  si era realizzato un “disavanzo di amministrazione di circa 485 milioni di euro” e non degli utili come iscritto a bilancio.

Guai che non coinvolgono solo la ‘regina’ delle ex-municipalizzate romane, ma anche le ‘piccole’ come  Zetema Progetto Cultura (reportistica) che iscrive a bilancio bel 3,5 milioni annui di passivi per ‘trattamenti di fine rapporto’, Farmacap (farmacie comunali) il cui ultimo bilancio approvato risale al 2009.

La situazione degli organismi partecipati da Roma Capitale evidenzia diverse criticità” come il cui riscontro della coincidenza dei saldi debitori e creditori reciproci che non è stato effettuato in sede di approvazione del rendiconto dal 20012 ad oggi. Oppure, addirittura, le rinunce ai crediti vantati dal Comune di Roma nei confronti delle società ed equivalenti a ricapitalizzazioni.
Il tutto mentre molte delle società incrementavano la spesa per il personale, grazie ad assunsioni illegittime e compensi che “sembrerebbero aver superato, in molti casi, i limiti normativamente previsti”.

E così andando le cose gli italiani si ritrovano a bruciare 700 milioni l’anno per una capitale che non riesce neanche a badare a se stessa, se – a fronte di un tale spreco – per “interventi urgenti di manutenzione stradale in caso di eventi meteorologici eccezionali” i fondi sono stati tagliati da 16 a 1,3 milioni di euro e per i 79 edifici scolastici del III Municipio sembra verranno destinati solo 80.000 euro, salvo aggiustamenti di fine bilancio.

Intanto, ogni anno i contribuenti residenti in Italia, immigrati inclusi, versano circa due euro al mese di media per coprire i debiti di Roma Capitale, che non riesce neanche a trovare le risorse – da quanto percepisce dallo Stato in via ordinaria – per garantire i servizi essenziali …

La relazione degli ispettori è ormai di dominio pubblico, pubblicata dal SIULP e da altri siti, ed è davvero difficile comprendere perchè Roma non venga commissariata. Ancor più difficile spiegarlo ad esodati, invalidi, disoccupati e precari.

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Perchè Renzi snobba il sindacato

8 Set

Ilvo Diamanti – statistico e politologo – oggi, su La Repubblica, rivela che il sindacato è “stimato da circa 2 italiani su 10. E, di conseguenza, guardato con diffidenza dagli altri 8. Anzitutto e soprattutto, dai lavoratori dipendenti. D’altronde, la componente più ampia degli iscritti è costituita dai pensionati.”

E proprio su questi iscritti pensionati la Confsal-Università (Confederazione Sindacati Autonomi Lavoratori, un sindacato dunque) ci racconta che quelli certificati dall’Inps al 1° gennaio 2012, erano 7.694.048, di cui 4.907.363 iscritti alle 5 confederazioni, e che i pensionati Inpdap, quelli del pubblico impiego, erano 2.785.800 di cui 427.517 iscritti.

Secondo la Confsal in totale i pensionati iscritti a qualche sindacato erano 5.682.075 nel 2012, ma il numero dichiarato dalle 5 confederazioni ammonterebbe a 6.957.126, con una differenza tra il dichiarato e il reale di 1.275.051 unità.

Lo stesso report della Confsal conferma un altro dato impressionante: con un tasso di sindacalizzazione in Italia del 33,8% (fonte “Corriere della Sera” articolo di Sergio Romano, maggio 2011, con dati Cnel) “il valore massimo di lavoratori del privato iscritti al sindacato” non può essere maggiore di 6.641.700, “ma gli iscritti del privato dichiarati dalle sole 5 confederazioni risultano essere 8.623.585”.

S.I.B. Sindacato Italiano Balneari che rappresenta migliaia di imprese balneari diffuse

S.I.B. Sindacato Italiano Balneari che rappresenta migliaia di imprese balneari

Praticamente, 1.965.000 lavoratori in più rispetto alle statistiche che comporterebbero – se fossero reali – che quasi la metà dei lavoratori del privato sia iscritta ad un sindacato, mentre con i pensionati si supererebbe ampiamente il 50% degli italiani, cosa che non è.

“Sono numeri che interrogano e chiedono una spiegazione logica, perché o c’è stato un aumento improvviso e assai consistente delle iscrizioni ai sindacati, e quindi il tasso di sindacalizzazione va decisamente aggiornato verso l’alto, o c’è qualche sindacato che arrotonda parecchio”, scrive Confasl.

E, tenuto conto della percentuale abissale (20%) della fiducia degli italiani nei sindacati, la questione dei veri numeri e del reale peso dei sindacati, come anche di chi e cosa rappresentino, diventa rilevante per il governo, per i cittadini e per i lavoratori.

renzi-supermanInfatti, oltre a chi si ‘regala’ un 20% di iscritti in più – per propaganda fidae e per gelosie tra confederazioni o altro – c’è la questione esiziale di quante tessere effettive ma non reali riescano a raccogliere i sindacati in alcune operatività che lo Stato ha loro molto benevolmente devoluto.

In due parole quanti lavoratori si sono iscritti per ottenere coperture assicurative sul rischio professionale o previdenza integrativa oppure fidelizzati grazie ai 740 dei CAF, le pratiche Inps, i corsi degli Enti Certificati, per non parlare del volontariato e degli immigrati, del così detto Terzo Settore? Spese esternalizzate a favore dell’associazionismo che la Pubblica Amministrazione – se ha gli esuberi che racconta – potrebbe riportare a casa in un battibaleno.

Per non parlare del Fondo Espero di cui quasi nessuno ha più memoria (… ma c’è) e dei sindacati nei CdA degli enti previdenziali di cui non sembra ce ne sia uno che non abbia sbancato. Niente di ‘grave’ e niente di ‘nuovo’ … ne sanno qualcosa i lavoratori francesi che affidarono ingenuamente risparmi e sacrifici ad enti di previdenza sociale, alla fine dell’1800, o quelli statunitensi che videro crollare le pensioni affidate ai propri sindacati prima che arrivasse Marchionne a salvare loro e … Chrysler in cui avevano incautamente investito.

Inoltre, dal punto di vista delle scelte politiche è sorprendente scoprire che solo un elettore su 4 è sindacalizzato (12 milioni su circa 40), ma che questo rapporto arriva ad 1 ogni due circa per i pensionati ed uno ogni 5-6 per gli under-40: se i numeri sono questi, portare un milione di persone in piazza non ha un peso effettivo alle spalle …

Arrivati a questo punto è chiaro a tutti perchè Matteo Renzi non sia andato a Cernobio e perchè non consideri i sindacati un interlocutore ‘politico’ e comunque utile al rinnovamento che intende portare avanti.

Conflitti di interessi per le attività esternalizzate che la P.A. in esubero potrebbe riprendersi, la presenza nei CdA degli enti previdenziali senza trasparenza sulle nomine sindacali, il rappresentare prevalentemente una generazione di troppi pensionati d’oro, l’essere stati i protagonisti di tanti errori disastrosi che dagli Anni ’70 ad oggi hanno messo in ginocchio il nostro Paese, l’ atavico ostracismo verso la separazione tra previdenza sociale e sistema pensionistico, l’aver preteso il mantenimento di aziende in disastrosa perdita (vedi Alitalia) per anni e decenni a carico delle casse pubbliche con buona pace di meritocrazia, crescita, innovazione e turn over.

Un sindacato di nicchia, se non si vuole crescere alla stregua dei tedeschi snellendo di gran lunga le fasi e le applicazioni contrattuali in sede nazionale. Un sindacato ingiusto, se non si fa paladino contro il lavoro nero e la sicurezza come fa quello statunitense che in questo ha un ruolo addirittura istituzionalizzato. Un sindacato inutile, se difende i diritti – acquisiti mica naturali – degli ultrasettantenni e le casse della previdenza pubblica e dell’associazionismo, ovvero datore  e volontariato, mica lavoro.

Dunque, se nei mesi venturi vedrete – come al solito – Roma in assedio e scuole okkupate, niente paura: quando votano salta fuori che sono molti di meno … poche noci nel sacco fanno tanto rumore.
E Renzi lo sa.

Originally posted on Demata

Scuola italiana al crash?

27 Gen

Mentre Parlamento e Media si accapigliano per una riforma elettorale che cambierà tutto per non cambiare nulla, l’Italia va avanti. O, meglio, tenta.

Una marea di italiani ‘travolti da un insolito destino agostano’, quando – era il 2011 – il Governo Monti intervenne sulla spesa pubblica in base a conti rivelatisi poco affidabili, e rimasti in balia dei flutti – siamo ormai al 2014 – a causa dello stallo politico in cui viviamo.

Uno dei settori più vessati ‘ma invisibile’ è quello della scuola. Anzi, ad essere esatti, dell’istruzione e della formazione professionale, del diritto allo studio, delle tutele sociali verso le categorie svantaggiate. Una scuola che si arrangia senza che nessuno le dia il benchè minimo raggio di luce o filo di speranza, dato che – da Cinque Stelle a La Destra, passando per SEL o la Lega ed arrivando a PD, Scelta Civica, NCD e Forza Italia – non c’è programma o istanza ne faccia menzione.

scuola precariaA partire dagli stipendi e dallo status del personale, che vede una sequel di perequazioni a dir poco mostruose:

  1. le docenti di scuola elementare e materna (ndr. maestre) retribuite praticamente quanto un’ausiliaria, nonostante molte di loro abbiano una laurea;
  2. i docenti delle scuole medie e superiori (ndr. professori) , anch’essi con stipendi da fame, ma con un sistema di prestazioni talmente obsoleto e rabberciato che nessuno è finora riuscito a confrontarlo – nei tempi e nei compensi – con quelli stranieri;
  3. il personale amministrativo che dovrebbe essere diretto da laureati in economia (o legge), che dovrebbe rispondere a requisiti di qualità ed efficienza nazionali e che percepisce uno stipendio base in linea con quello del settore bancario;
  4. i dirigenti scolastici che sono equiparati alla dirigenza pubblica solo per le responsabilità connesse, ma senza benefit, progressioni di carriera, mobilità, tutele e, soprattutto, stipendi adeguati, dato che percepiscono 2/3 del compenso di un medico di base, pur essendo gli unici dirigenti pubblici a gestire direttamente un centinaio di lavoratori e servizi alla persona quotidiani;
  5. i tecnici (insegnanti e assistenti) nel limbo funzionale, tra contratti che non si aggiornano e, soprattutto, con finanziamenti per laboratori e innovazione che non arrivano;
  6. gli ausiliari ai quali, ridotti a mezza dozzina con il subentro delle ditte di pulizia, toccherebbe di vigilare su chilometri di corridoi o piazzali e decine di bagni, oltre a garantire aperture pomeridiane e domenicali;
  7. i precari che attendono anni prima di essere stabilizzati, dato che – con le norme pensionistiche introdotte nel corso del ventennio – a tutto si è pensato, fuorchè a gestire il turn over dei docenti nel settore scolastico e universitario, che è una nota e prevedibilissima esigenza del sistema;
  8. la formazione in servizio non esiste da almeno 15 anni e sarà un decennio che non si vedono ispettori. Nessuno verifica se si sia in grado di insegnare con lauree conseguite 40 anni fa e mai aggiornate, nessuna statistica ci racconta delle prevedibili anomalie amministrative (e finanziarie) delle scuole;
  9. gli anziani e gli invalidi che – da un tot d’anni – vedono sempre più allontanarsi la prospettiva di andare a riposo, rinviata con leggine e lacciuoli, mentre si erano ‘arruolati’ con la prospettiva di andar via dopo soli 20 anni, accettando una pensione da fame, che ancora oggi preferirebbero negoziare in vece di un ‘lauto’ TFR;
  10. sul fronte sindacale, non c’è che prendere atto che per gli statali c’è l’attestamento su benefit vecchi, datati, oblsoleti e probabilmente inutili o controproducenti, mentre il personale didattico delle scuole private, dei centri professionali e dei servizi esternalizzati è gestito con contratti di lavoro nazionali indecenti nell’indifferenza generale;
  11. i dati PISA-OCSE raccontano di un’inefficienza ed un’inefficacia del sistema di instruzione epocali (in certe aree), i dati di Confindustria e di Unioncamere sui neoassunti confermano, mentre nessuno interviene per migliorare meritocrazia e selezione in un Paese che vede ancora il 65% dei maschi adulti privo di un diploma ed ancora la metà delle donne (diplomate o laureate) a casa senza lavoro. Intanto, crescono i diplomati con il massimo dei voti (ndr. licei) e diminuiscono gli studenti non ammessi agli esami di maturità 2013 così come i bocciati;
  12. dopo la sentenza TAR del Lazio – che ha annullato la riforma dei programmi e delle cattedre degli istituti tecnici e professionali – si ritornerà a svolgere 36 ore settimanali anzichè 32 come oggi oppure arriverà in extremis la ‘soluzione’? Bello a sapersi. Intanto, le iscrizioni sono aperte e tra un po’ anche gli organici;
  13. l’ediliza scolastica la conosciamo tutti e rappresenta bene un popolo che non si preoccupa di offrire sicurezza, dignità e futuro ai propri figli, mentre le scuole pubbliche le finanziano de facto le famiglie e mentre le devastazioni di tante scuole denotano una certa illegalità diffusa e – nonostante l’esposizione di tanti ragazzi/e a modo – non hanno, finora, trovato particolare sanzione o prevenzione;
  14. scuole_precarie_bassasul fronte del ‘sociale’, basti dire che per mandare in gita un alunno indigente si va ancora avanti con le collette a scuola. Mica provvede il Comune di residenza …
  15. di status istituzionale per le scuole siamo al non sense, con la Costituzione (e qualche sentenza) che le definisce gestionalmente ‘autonome’ e il MEF che le considera meri ‘punti di erogazione del servizio’, mentre il MIUR ha risolto tutto con un decreto e gestisce tutto da un paio di uffici e poco più;
  16. per non parlare della spesa pubblica che registra almeno 100 miliardi annui (6-7% del PIL) per ‘istruzione’, ‘formazione professionale’ e ‘diritto allo studio’, di cui una quarantina vanno via in stipendi dei docenti statali, mentre il resto non si sa bene dove vada … e soprattutto a cosa serva.

In questi giorni, sta facendo scalpore la vicenda di 4.000 docenti che, pur avendo diritto alla pensione in base alla Legge Damiano, si vedono negare l’accesso per un cavillo burocratico e … per i soliti motivi di ‘cassa’. Persone che, comunque, hanno versato 35 anni di contribuzione assicurativa.
Niente paura, è solo un’avvisaglia. Dal 2015, chiunque volesse pensionarsi dovrà aver lavorato almeno 42 anni e tre mesi, ovvero non potrà avere meno di 61 anni, con buona pace degli invalidi e di quanti – vedendosi scippare l’agognata pensione a uno o due anni dalla meta – non potranno sentirsi particolarmente motivati. Per non parlare degli invalidi di una certa entità  che saranno forse 100.000, forse meno. Nessuno lo sa.

Gelmini Tremonti

Per risolvere questi problemi l’Italia non ha molto tempo, considerato che nel 2015 ci saranno le ‘annunciate’ elezioni anticipate, ma non servono chissà quanti soldi. Anzi, forse ne verrebbero anche delle economie.

Il problema è nella ‘concertazione’, ovvero portare ad un accordo ragionevole alcuni soggetti:

  1. la Conferenza Stato-Regioni ed i rapporti con l’ANCI, se si vuole razionalizzare il tesoretto di 100 mld che ‘andrebbe’ all’istruzione, formazione e diritto allo studio, trovando le risorse per l’edilizia ed il ‘welfare scolastico’ tenuto conto dei servizi ‘esternalizzati’, del ricalcolo dell’ISEE e/o il ‘così detto’ salario minimo;
  2. il tavolo di Governo che dovrebbe garantire i dovuti equilibri (ndr. ed il problema non è nè Carrozza nè fu Gelmini)  nei poteri dei diversi ministeri, visto lo strapotere del MEF – di tremontiana memoria –  come dimostrano i tanti casi di contenzioso, spesso a causa di semplici circolari che, ormai, superano l’effetto di decreti e bloccano norme e accordi, in nome di una competenza costituzionale che il Fiscal Compact, però, attribuisce al Governo e non ad un solo Ministero;
  3. i vertici sindacali (che non di rado hanno un’esperienza di lavoro effettivo di pochi anni, svolto nella scuola degli Anni ’70 /80) e la dirigenza del MIUR (tra cui non ve ne è uno che provenga dal comparto scuola), che da almeno un decennio non riescono a trovare parametri contrattuali moderni e univoci per un personale che ormai opera in un settore fortemente diversificato;
  4. il sistema assicurativo (pensionistico della scuola) – prima ENPAS, ENAM e KIRNER, ovvero semi-privatistico ed oggi meramente INPS – e l’esigenza che il Sistema di Istruzione Nazionale  che tenga conto dell’esigenza (per il tessuto produttivo, culturale e sociale) di ‘turn over’, ovvero di fornire personale con un’età media di 45 anni ed assunto subito dopo la laurea. Il contrario di un precariato decennale – da cui i migliori spesso fuggono andando all’estero – mentre si abroga la ‘Quota 96’, imponendo a tutti il pensionamento dopo 43 anni contributivi (ndr. ma non a chi ha ormai 65 anni e passa), lasciando i parametri e le pensioni da fame che abbiamo sulle invalidità e lesinando mobilità, part time o telelavoro, ma, soprattutto, impedendo ogni forma di negozialità per chi voglia optare per una pensione decurtata, ma anticipata.

laoro pensioniMissione impossibile? Di sicuro, ma iniziamo a renderci onto che è impossibile anche il contrario.

La Scuola è esausta, il suo personale non vede prospettive di riconoscimento del proprio lavoro o di completamento di una ‘eterna riforma’, i nostri alunni non sempre frequentano strutture sicure, i nostri diplomi spesso non valgono granchè e vengono conseguiti con un anno di ritardo (18 anni anzichè 17) rispetto all’estero, la questione ‘Quota 96’ e del suo blocco sta arrivando al capolinea del 2015.
Di edilizia, trasporti, formazione professionale e permanente, accessibilità per disabili e stranieri, contratti di lavoro, monitoraggio e valutazione, finanziamenti pubblici e politica locale, come dicevamo, meglio non parlarne.

scuola famigliaE sembrerebbe che tutti abbiano dimenticato che l’istruzione pubblica non fu solo istituita per ragioni di equità e solidarietà umana, ma anche e soprattutto per garantire pace e ricambio sociale, come competitività, meritocrazia e produttività, diffondendo conoscenze, competenze e regole di convivenza. Utile sapere anche che i dati comprovano come la dispersione scolastica si accompagni al bullismo e alla violenza negli stadi, alla microcriminalità e alla dipendenza da sostanze o da gioco, di disturbi comportamentali come depressione e anoressia, eccetera …

In Italia, anche quest’anno, si diplomerà circa mezzo milione di studenti, di cui circa il 20% ha ripetuto un anno (dati 2006) e quasi il 40% supererà l’esame con voti inferiori a 80/100 (dati 2011), mentre un altro 20% a scuola proprio non ci va.
Chissà perchè le agenzie di rating – che guardano al futuro oltre che al contingente – sono così restie da dar fiducia all’Italia …

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IMU, non IMU ed il paese senza meraviglie

2 Mag

Giorni fa, italiani e mercati tiravano un respiro di sollievo: è fatto, l’Italia ha un governo, che, forse, durerà pià di una stagione o di un anno, chissà. Tra l’altro, l’ultima cosa che si poteva pensare di Enrico Letta è che fosse un uomo da passi avventati, come quello del ‘salasso’ per le esauste finanze italiane, che zero IMU e tanta cassa integrazione apporteranno, insieme alle risorse che comunque servono per intervenire in aiuto di tanti esodati e disoccupati, che le politiche del Lavoro dell’ultimo anno hanno dimenticato.

Fermo restante che è ingiusto ed iniquo far pagare l’IMU sulla prima casa a chi rientra nelle fasce ISEE, che i redditi bassi devono pagare tasse locali proporzionate e che se si tratta di attività con ricavi sgravi ed esenzioni vanno ben valutati in funzione della crescita locale, va detto anche che a ‘voler mobilizzare 20 miliardi’ per alleviare la pressione fiscale ed alimentare l’occupazione si potrebbe fare ben altro.

Ad esempio, con previsionalità di minori entrate equiparabili a quella dell’IMU, si potrebbe ridurre l’IVA, almeno in alcuni settori, di un punto – non solo lasciarla così com’è – e rilanciare consumi e produzione . Come anche si potrebbero ‘aggirare’ alcune norme antiprotezionistiche dell’Unione, introducendo norme che consentano ai Comuni di modulare imposte e tributi in modo che abbiano effetti positivi sulle economie locali.

Allo stesso modo, se si vuol far ripartire le grandi aziende, oltre agli sgravi ed aiuti, servono contratti di lavoro molto diversi da quelli di cui si sente parlare dai nostri sindacati, che vogliono mantenere l’organizzazione verticistica che li ha resi parte della Casta ed arbitri dei destini italiani.
Contratti che diano spazio alle scelte ed ai benefit locali, in un quadro nazionale di regole, ma anche di intese che permettano – secondo un modello molto affermato nei paesi ‘veramente’ industriali e sperimentato con successo in Italia dall’Olivetti che fu – a fondazioni ed enti benefici alimentati dalle aziende di sostenere il benessere del territorio dove operano.

Una piccola rivoluzione, che riporterebbe la politica al ruolo ed al livello (alto) che le compete: in nessun paese al mondo, salvo quelli comunisti, esistono dei raprresentanti sindacali che sforino così tanto dal loro ruolo di lobby rappresentativa di interessi di una parte, ormai neanche maggioritaria, dei cittadini che producono.

Un mondo produttivo che è relativamente in crisi nei settori coperti dalle casse integrazione che tanto CGIL-CISL-UIL difendono a spada tratta. I disoccupati di oggi sono manovali, camerieri, banconisti, piccoli artigiani, precari con famiglia a carico, casalinghe con la laurea, giovani con la terza media che stazionano in sala giochi. Ditte individuali.
Dunque, non c’è da prendere atto che oggi come 30 anni fa i nostri sindacati continuano a distinguere tra un’illicenziabile pubblica amministrazione, gli occupati/disoccupati da cassa integrare, gli altri lavoratori.

Anche in questo caso ci si aspettava qualcosa di diverso. Ad esempio, formazione e riconversione professionale, non solo aiuto sociale. Anzi, visto che il reddito minimo è tutto ancora da discutere (abbatterebbe lo sfruttamento del lavoro nero, mettendo nei guai una parte del made in Italy), perchè non condizionare aiuti e sussidi all’inserimento in programmi sociali di riprofessionalizzazione e riqualificazione? Dicono che il turismo è il futuro dell’Italia e lo dicono proprio i vari Monti e Prodi …

E qui arriviamo al dunque: dove trovare i soldi per ripartire.
Certo, ci sono i tagli, ci sono gli sprechi, ci sono le caste, c’è l’evasione fiscale come c’è la mafia. Tutti obiettivi a lungo termine, che solo un governo forte e di longevo può sperare di affrontare con successo. Il buco Sanità? Indiscutibile con quasi 100 parlamentari che arrivano dal settore …

Ma, se parliamo di soldi, c’è il Demanio, con coste e luoghi ameni che attendono solo di essere valorizzati, c’è l’INPS, tirchio con i deboli e benefattore con i potenti, ci sono sedi ministeriali e degli enti locali del tutto inutili, mal dislocate e onerose. C’è Equitalia, che se vale quel che dice di valere – potrebeb essere effettivamente privatizzata privando il MEF di un ignobile ruolo di gabelliere e privando gli esattori del ruolo ‘istituzionale’ e degli accessi ai nostri dati personali di dubbia costituzionalità.
C’è la questione degli interessi maturati sui mutui, specie quelli ultradecennali, e l’evidenza che da un lato sono enormi, con la conseguenza che è crollato il settore, e che anche un’aliquota minima dell’1% sgli utili porterebbe nelle casse dello Stato enormi quantità di liquidità. Una questione che potrebbe essere affrontata nel corso della soluzione del caso Cassa Depositi e Prestiti o nel riparto – che prima o poi avverrà – di Finmeccanica e RAI.

In questo momento, il Governo Letta ha un’ampia maggioranza parlamentare, ma – mettendo insieme il 20% che non ha votato, il 18% che è andato a M5S, il 3% della Lega e di SEL con il 2% di Ingroia – viene fuori che quasi la metà di italiani è molto lontana dal sentirsi rappresentata.
Diciotto milioni di elettori – uno più uno meno – ai quali si aggiungono i tanti che hanno votato PD-Monti-PdL, ma stanno lì, diffidenti, a guardare … come, a guardare, c’è l’Europa, aspettando qualche passo falso del buon Enrico Letta che, forse, è già avvenuto.

Dunque, basta giochi di palazzo, si inizi a parlare di politica economica e del lavoro e, se si vuole placare il malcontento e smetterla con la politica ‘urlata’, si dia al Movimento Cinque Stelle un ruolo importante nella Convenzione per le Riforme, visto che con il 25% alla Camera è fuori da tutte le cariche istituzionali e da tutte le commissioni che contano. A furia di occupare sedie e poltrone, s’è lasciato il trono fuori le mura …
Aggiungere nanismo politico ed altra arroganza all’iniquità e all’incapacità ed all’avidità già dimostrate sarebbe un errore ferale per la politica e la governabilità italiane.

Mario Monti spiegava – giorni fa in televisione – che ‘loro’ prefriscono non confrontarsi con un certo mondo, come se fosse tutto composto da ignoranti od urlatori, ma che, comunque, ‘accettano i suggerimenti’.
Il Professore, a dire il vero, di suggerimenti che arrivavano ‘da noi comuni mortali’ ne ha accettati davvero pochi. Speriamo che Enrico Letta, almeno un’oretta in Rete al giorno, magari anche su siti non italiani, la trascorra e che, ancora quarantenne, non si sia già tagliato fuori dal (caotico, ma spietato) dibattito globale … smettiamola di dimenticare che dietro 100 tweet su una pagina di un politico, ci sono migliaia di ‘popolani’ che borbottano, centinaia di notizie unofficial, studi e statistiche ben accreditati.

Se le folle urlanti sono preludio di fatti infausti, e siam d’accordo, questa Politica preferisce forse vivere in un ‘mondo a parte’ e che si continui a ridergli dietro, visto che Crozza è più seguito dei telegiornali, ormai, e che l’immagine dell’Itala è putualmente deturpata?
Vogliamo continuare a vivere degli spiccioli che forse Angela Merkel concederà ‘per il bene dell’Europa’? E per quanto ancora?

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Tre, due, uno … eleggiamoli!

21 Feb

La Stampa - Shopping Elezioni 1

Siamo a tre giorni dalle elezioni ed il rancore popolare o la diffidenza della gente si sta trasformando da astensione a voto di protesta.

Giannino, stella mai nata del panorama parlamentare italiano, è knock out grazie ad un siluro lanciato da un italiano all’estero come Zingales, che di professione fa il professore come quelli che il buon Oscar, vero e colto self made man, ha beffato per anni con una piccola bugia, oggi diventata marachella imperdonabile.
Cose ordinarie in un paese che mette in carcere i ragazzini con lo spinello e prescrive noti ladri pubblici.

Come andranno a finire le elezioni, tra l’altro, lo sappiamo tutti e non ci vuole la Maga Circe o la Sibilla Cumana per fare ‘profezie’.

Il tutto inizierà con Bersani che annuncia ‘abbiamo vinto’. Probabilmente, avrà Rosy Bindi o Franceschini al fianco, forse Vendola o Renzi, il discorso è già scritto in 11 versioni differenti. Sarà colpa del Porcellum che nessuno ha riformato, ma già sappiamo che gli elettori ‘democratici’ sono avvisati che in prima fila troveremo (altro che primarie) i salvatori di province e piccoli comuni, di ospedali e aziende municipalizzate, di sistemi consortili e finto-volontaristici.

Dal PdL arriverà il fido Cicchitto, il Tallyerand della Seconda Repubblica, a spiegare che si ‘hanno vinto’, ma che senza il Berlusconi Partito non si governa neanche per un giorno senza finire in pasto ai ‘comunisti’, temuti – forse, anzi di sicuro – da Angela Merkel e Barak Obama. Intanto, sotto banco, ferveranno trattative e negozi, con colpi di mano e spostamenti di parlamentari, specie al Senato, dove Casini ha già annunciato la necessità della sua vigile ‘presenza’.

I Grillini per un bel tot staranno zitti su quello che conta, che cimentarsi con i regolamenti parlamentari comporta studio notturno, tanto tempo e grande fatica, salvo sbraitare all’inciucio su ogni tentativo di governabilità che dovesse verificarsi.
La Lega starà lì a guardare, pronta ad accettare soluzioni che le permettano definitivamente di liberarsi dall’immagine dei Bossi e dei Borghezio. Fratelli d’Italia è già pronto a far parte di una maggioranza di governa: è nato apposta con la Meloni, novella Le Pen, in testa.

Di Ingroia, poco o nulla si profila all’orizzonte, visto che – con De Magistris, Orlando e Di Pietro – non aveva altro da fare che lanciare il partito meridionalista, conquistando Campania, Sicilia e Puglia: gli errori di percorso si pagano molto cari. Se c’è una Destra che fa la destra, arriviamo a Storace, che potrebbe rivelarsi una piccola sorpresa.

Mario Monti, molto inopportunamente, non resisterà alla tentazione di ricordarci che ‘lui’ è senatore a vita e che senza di ‘lui’ l’Europa ci guarda di sbieco.

Come farà Giorgio Napoliano a conferirgli il mandato esplorativo per formare un governo senza un passo indietro di Bersani, resta un mistero. E altro mistero è come farà Monti a governare l’Italia, da premier politico e non tecnico, senza far imbestialire tutti qui da noi e deprimere tutti nell’Eurozona.

Governi possibili? Uno ed uno solo, lo si scrive da tempo: una Grosse Koalition senza Vendola, SEL ed il non-partito CGIL e senza Berlusconi e gli indagati del Centrodestra. Praticamente, la Democrazia Cristiana rediviva, con il PCI del 1966 alle porte, senza, però, nessuno dei talentuosi politici del Dopoguerra.

Facile a dirsi? Fantasie confermate o sconfessate nei prossimi giorni?
I soliti Italianer?

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Ad una settimana dal voto

18 Feb

Ad una settimana dal voto, il quadro politico italiano non manca di promettere (cattive) sorprese.

La Stampa - Shopping Elezioni 2occhiello tratto da una homepage di La Stampa

A partire da Barak Obama che si consulta sul futuro dell’Italia con l’unico di noi che futuro non ha: l’ottuagenario Giorgio Napolitano, di cui a breve si voterà l’avvicendamento. Misteri del sistema mediatico estero, che tira la volata gli antiberlusconiani? Forse. Intanto il Presidente della Repubblica, bontà sua, precisa “nessuna ingerenza sul voto, comportamento sempre impeccabile.”

Passando ad Oscar Giannino, che potrebbe superare il quorum tra le amiche mura lombarde, e portare, finalmente, un po’ di buon senso e cosmopolitismo tra le asfittiche mura delle nostre Camere, con una messe di parlamentari sufficiente a costruire un fare ed un futuro per l’Italia, quando ‘lorsignori’ ci lasceranno, finalmente, con le nostre macerie da ricostruire.

Od il Movimento Cinque Stelle che, ormai, sembra completamente fuori dal controllo del vate Beppe Grillo e che – molto prevedibilmente e con grande onta per i suoi elettori – si frammenterà e/o confluirà altrove, come tutti gli altri partiti ‘autoconvocati’ della Storia, alla prima bozza di programma di governo. Ipotesi alternativa: trovarsi con un sostanzioso aggregato di estrema sinistra (superiore al 20%) al Parlamento, con una ‘balena’ centrista al 40%. Praticamente, come ai tempi della Guerra Fredda, che, però, è finita da tempo, mentre nè Castro e nè Chavez godono di buona salute.

Del PdL c’è poco da dire, trascinato non si sa dove da un Silvio Berlusconi, che cura troppi interessi suoi per garantire anche quelli nostri. E dell’Alleanza Nazionale dei tempi che furono c’è ancor meno da dire, con Storace solitario a destra, La Russa, Gasparri e Meloni affratellati, mentre Gianfranco Fini è quasi all’estinzione. Quanto alla Lega, vedremo Maroni cosa riuscirà a portare a casa, non tanto per lo scandalo di Bossi, quanto per la concorrenza di Tremonti a Sondrio e di Gelmini a Bergamo.

Dicevamo di Oscar Giannino e del suo piacere nelle metropoli e tra i ceti acculturati post-sessantottini, finamo a parlare di Mario Monti, dei bei tempi che furono con i Beatles e la Humanae Gentium e del modesto contributo che darà ad una Scelta Civica per l’Italia che si presenta come montiana, ma in realtà sarà l’UDC e solo l’UDC, più un tot di volenterosi parrocci e qualche Club, con l’aggiunta di Fini, Baldassarri, Buongiorno e Della Vedova.

Se al Centro piove, andando a Sinistra grandina e nevica. Infatti, il quadro osservabile mostra una propaganda elettorale di sinistra, una proposta politica centro-populista, un effettivo apporto di voti ‘per Bersani’ dall’estrema sinistra, un consistente numero di eletti blindati (alla Camera) che arriveranno dalla fascia appenninica, demitiana e postcomunista. Si aggiunge un’inquietante visibilità per Rosy Bindi ed Ignazio Marino, proprio quando c’è da smontare e rimontare un sistema sanitario assurdo. Il tutto mentre D’Alema non si candida ma esiste, Renzi c’è ma è sparito dai media, Fassina con Monti sarà baruffa quotidiana e la CGIL che incombe sul futuro con il peso di un partito-ombra.

In due parole: stabilità e governabilità a rischio, mentre la Cleptocrazia guadagna mesi ed anni di linfa e vita e gli investimenti stranieri vengono – come da tradizione – gioco forza dirottati altrove.

Da un lato la vecchia Democrazia Cristiana, dall’altro il nuovo PCI, ormai ‘gruppettaro’ ad oltranza, in un Paese dove la Pubblica Amministrazione è ripiombata nel trasformismo e nell’opportunismo, grazie alla lentenzza dei processi, alla derubricazione dei falsi in bilancio e dei conflitti d’interessi, al monopolio politico-sindacale sulla previdenza sociale, allo strapotere della lobby dei ‘baroni’ universitari?

Sembra proprio di si.
Fini, Monti, Meloni, Chicchitto e Tabacci avrebbero potuto fare di meglio, riunendo in un solo ‘polo’ le anime liberali del Paese. Tanto, l’essere in minoranza era comunque assicurato e, comunque, era questo quello che chiedevano ‘i mercati’: essere l’ago della bilancia.

Se Obama cerca conferme da Giorgio Napolitano – ben sapendo che potrà solo nominare il futuro governo e poi pensionarsi – vuol dire che siamo messi male: non è solo il ritorno di Berlusconi, ma anche (e soprattutto?) il mantenimento di un centosinistra di ‘soliti noti con i soliti intenti effimeri e spreconi’ e l’affermarsi delle estreme fazioni come in Grecia, che solleva una densa (e cupa?) nebbia sul Paese del Sole.

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