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Prodi presidente? Tanti motivi per dire di no

15 Dic

Fassina nel salotto buono di Lilli Gruber sostiene la candidadura di Romano Prodi, come sostituto di Giorgio Napolitano; Giachetti, un’ora dopo, reesta possibilista.

Eppure di motivi (ottimi) per escludere una ‘presidenza Prodi’ ce ne sono. In un altro post si raccontava la sua biografia estesa, ricordiamo in pochi punti perchè proprio sarebbe inopinabile una tale candidatura.

Romano Prodi, al suo primo incarico manageriale nei primi Anni ’70 come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI, fu ‘de facto’ l’inventore della famigerata ‘cassa integrazione’. Una vicenda di cui scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

Nel 1982, Romano Prodi ottenne la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, dove verrà successivamenre richiamato nel 1993: la produzione e la capacità manifatturiera del Meridione venne dimezzata,  dismettendo ben 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali l’Alfa Romeo, Finsider e Italsider, Italstat e Stet, Banca Commerciale, Rai, Alitalia, Sme, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL,  azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.

Come Presidente del Consiglio, Romano Prodi è stato artefice dell’entrata nell’Euro e dell’adeguamento delle pensioni in Lire, che oggi si sono rivelati disastrosi. Inoltre i suoi governi hanno promulgato le quattro norme sulla Sanità che oggi – anni dopo – si conclamano incapaci sia di contenere gli sprechi sia di incidere sulla malasanità sia garantire trasaprenza come sanno i cittadini delle Regioni con Irperf maggiorata. A Romano Prodi dobbiamo anche ascrivere la blindatura dei contratti di lavoro del pubblico impiego, nel 2007, e le norme che hanno causato /permesso il vero e proprio saccheggio che le casse previdenziali ex Inpdap hanno subito prima di essere fagocitate dal Inps.

Ma, soprattutto, Romano Prodi non può fare il presidente della Repubblica – non in un’Italia che volesse ‘cambiare’ – se Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi“ e  se Der Spiegel scriveva non troppi anni fa sui presunti legami nel ruolo di consulente per il leader kazako Nazarbayev, per non parlare dell’inchiesta Why Not su una presunta ‘loggia sammarinese’ poi finita archiviata.

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Pensioni d’oro: Matteo Renzi getta la maschera

26 Nov

Mettere un tetto alle pensioni d’oro dei funzionari pubblici, che si applicherà su tutti i trattamenti pensionistici, anche “quelli già liquidati” ma solo “a decorrere dal 2015” senza pensare di ridurle drasticamente è talmente poco – rispetto alle aspettative di milioni di invalidi e lavoratori anziani –  da rasentare il ridicolo.
Specialmente se si eliminano le penalizzazioni previste per chi va in pensione prima di 62 anni avendo comunque accumulato i requisiti richiesti, ma “limitatamente ai soggetti che maturano il previsto requisito di anzianità contributiva entro il 31 dicembre 2017”.

Praticamente, significa annunciare al Paese che chi è nato più o meno prima del 1950 ha diritto a mantenere la propria rendita pensionistica a danno di chi è nato dopo, mentre restano a piede libero gli artefici di una sequel infinita di errori contabili e finanziari in circa vent’anni di ‘riforme pensionistiche’.

Peggio ancora se le donazioni liberali dei politici ai propri partiti (cioè a se stessi) vanno a sgravio – persino sulle pensioni – e tutte le altre no.

Certo, l’affluenza alle urne non interessa il nostro Premier, Matteo Renzi, tanto nessuno l’ha eletto per fare quel che fa oggi, come nessuno elesse Mario Monti, e può permettersi di strafregarsene dei su detti milioni di di invalidi e lavoratori anziani. Tanto il Patto del Nazareno è finito, l’eclisse del Centrodestra lo richiede, e l’attenzione dei nostri ‘rappresentanti del popolo’ è tutta rivolta all’irrisolta questione dell’enorme patrimonio immobiliare dell’ex Partito Comunista Italiano, di cui fruiscono anche i sindacati, tanto per dirla tutta.

Così andando le cose, in attesa che Alfano o Berlusconi stacchino la spina, il cattivo Matteo Renzi pensa a far cassa nel partito emanando un’indecente norma pensionistica che potrà essere gradita solo a chi nacque tra gli elettori pensionati e pensionandi.

Non venga più a parlarci di ‘nuovo’, di ‘giovani’, di ‘futuro’ eccetera eccetera.

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La guerra del Senato spiegata for dummies

25 Lug

A leggere e ad ascoltare le News, sembrerebbe che in Italia vi sia una situazione inestricabile in Parlamento – e specialmente al Senato – riguardo le riforme costituzionali e la legge elettorale.

In realtà, di inestricabile c’è solo l’atteggiamento di tanti ‘eletti dal popolo’ che assolutamente non vogliono cambiamenti fin da quegli Anni ’70 dell’Ottocento, quando il Trasformismo (politico e finanziario) attecchì indelebilmente nel Parlamento italiano.

Vignatta di Simone Baldelli twitter.com/simonebaldelli/

Vignetta di Simone Baldelli
twitter.com/simonebaldelli/

“Conservazione della specie”, come spiegava Laura Ravetto di Forza Italia alla trasmissione Omnibus di stamane, rilanciando sulla reintroduzione di norme penali per il falso in bilancio.
Eh già, perchè – come oggi stiamo iniziando a comprendere – la depenalizzazione del falso in bilancio servì innanzitutto a cancellare parte di Tangentopoli ed a mantenere per quasi 20 anni il malgoverno di tante aziende a capitale pubblico e gli sprechi o le negligenze di  tante amministrazioni pubbliche finite sulle cronache.

Tempi che cambiano, mentre Milano prova a far pulizia con l’Expo 2015, ma Roma non si libera delle ‘sue aziende’, anche a costo di quasi azzerare i servizi pubblici.

Tempi che devono cambiare anche nelle aule del Parlamento italiano e, nel caso del Senato, le riflessioni dovrebbero essere ben poche:

  • 300 senatori equivalgono a un eletto ogni 115.000 elettori circa, su un quorum di quasi 34-35 milioni
  • salvo un sistema uniminale ‘secco’, un collegio elettorale ‘decente’ deve essere almeno composto da circa 400.000 elettori che votano per tre senatori
  • se i collegi non sono strettamente svicolati da quorum nazionali, è possibile diventare senatori con poche centinaia di preferenze personali, ovvero senza avere alcuna effettiva rappresentatività dell’elettorato
  • se il rapporto 300 / 34 milioni viene applicato in modo ‘secco’ la rappresentatività delle aree più popolate e produttive è compressa a favore di una miriade di piccole lobby locali

Il Servizio Studi del Senato, nel 2012, ha prodotto un documento apposito, che contiene una serie di tabelle ben rappresentative del problema.

Riformare il Senato (eletto o nominato che sia) significa, dunque:

  1. ridurre il potere di comitati, lobbies e interessi di campanile sulla politica nazionale. Non è un caso che i ‘mal di pancia’ nel PD arrivino dall’Italia del parastato, Rai in primis, Sanità e Università a seguire;
  2. riportare il peso dei sindacati, specialmente CGIL e Cobas, entro quello che realmente rappresentano (milioni di lavoratori e non decine di milioni di elettori). Da qui, l’assedio dei 6.000 emendamenti presentati proprio da SEL, che è a rischio di estinzione come già avvenne per PCI, Rifondazione Comunista e Verdi, Democrazia Proletaria, PSIUP e chi più ne ha più ne metta;
  3. obbligare i senatori ad una effettiva rappresentanza delle Regioni da cui provengono, legiferando sulle materie condivise. O per nomina del Consiglio regionale, come vuole Renzi, oppure con elezione uninominale ‘secca’, come assolutamente non vogliono gli oppositori di Renzi, a partire dai Cinque Stelle.

La Lega e Fratelli d’Italia? Dialogano con il governo e non sarà un caso che le loro basi elettorali sono nelle regioni più popolose e nelle aree suburbane.
Forza Italia e Nuovo Centrodestra? Un polo cristiano–democratico sarà sempre o il primo o il secondo partito … in Italia come ovunque in Europa. E Silvio Berlusconi che se ne impossessò vent’anni  fa va per gli ottanta ormai.

E, allora, che dire degli appelli per la democrazia violata o dei mille cavilli che – secondo alcuni – gioverebbero alla norma?

Anche in questo caso, posta la ‘domanda giusta’, arriva una risposta ‘facile’.
Infatti, se ci chiedessimo cosa ‘vuole l’opinione pubblica’, cosa vogliono gli italiani, la risposta sarebbe semplicissima: “fate presto”.

Non possiamo permetterci che la ‘crisi della Politica italiana’ continui a soffocare una Nazione che potrebbe ritornare ad un livello di produttività e di spesa pubblica accettabili. Questo è quello che vuole la gente, le imprese, gli investitori.

Fateci capire perchè i nostri media non hanno mai stigmatizzato l’atteggiamento di alcune forze e/o esponenti politici (del PD, dei 5S, di SEL) che non si sono seduti al tavolo con l’intenzione di dialogare, seguendo forse l’autolesionismo o i piccoli interessi di certi propri elettori, ma di sicuro non facendo l’interesse degli italiani che sono tenuti a rappresentare, visto che, se dialogano, i cavilli diventano regole semplici e condivise.

A proposito di media, sarà per questo che Del Rio è andato in visita da De Benedetti?

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Senato: perchè Renzi finirà per prevalere

7 Lug

Riguardo la riforma del Sentato siamo arrivati alle soglie delle ferie (e del mandato italiano in UE) con una gran confusione e tanti atteggiamenti del tutto inconcludenti.

A partire dal Movimento Cinque Stelle che si fa ‘beccare impreparato’ – senza compitini fatti all’interrogazione finale – visto che a poche ore dal ‘meeting in streaming’ (trad: PD e M5S si parlano) Matteo Renzi si ritrova a precisare “o documento scritto o niente incontro”.
Qualcosa in più di una bruttissima figura, per essere quelli che da anni strillano che tutti gli altri non sono capaci/onesti.

C’è poi il Partito Democratico con i suoi 18 ‘dissidenti’ e una cinquantina di ‘frondisti’, ma a questo siamo abituati, visto che a forza di ‘ma anche ‘ e di ‘vocazione maggioritaria’ si finisce per raccogliere il consenso di chi vuole tot e chi vuole il contrario di tot.
Serrare in ranghi in nome di elezioni e poltrone? Difficile crederci se il governo va a dimezzarle o, peggio, a cancellarle: meglio montar polemiche contro gli onnipresenti ‘fascisti’, stavolta nella Lega ma non nei M5S, mentre il ‘core’ riformista e populista cerca di andare avanti.

Poi, c’è il Centrodestra, che nella riduzione dei senatori e nella loro non eleggibilità vede una soluzione ai propri mali interni e un’assicurazione per il futuro, visto che nelle Regioni l’alternanza bipolare funziona. Anche in questo caso, riformismo e populismo fanno in modo che ci si renda conto che una riforma costituzionale richiede l’apporto flessibile di tutti e non mille distinguo e cento mal di pancia.

Arrivando all’opposizione con la Lega che vede nella riforma in corso una sua vittoria ‘a prescindere’ e SEL che sa bene che è destinata all’oblio se si riduce il numero dei senatori e si regionalizza il mandato, specialmente se il suo principale sponsor, la CGIL, è sul baratro di una ristrutturazione contrattuale, da decenni disattesa, per contratti territoriali e per comparti di settore ‘pesanti’ come metalmeccanica e manifattture, pubblica amministrazione, scuola ed enti locali.

Dicevamo della gran confusione e dei tanti atteggiamenti inconcludenti: non siamo più in campagna elettorale e le grandi riforme si fanno tra tutti e con tutti. Chi non si siede al tavolo, paga pegno.

Vincerà inevitabilmente Renzi e non a causa del suo ‘berlusconismo’, ma, viceversa, perchè la sua è l’unica proposta in campo grazie al fatto che la fronda interna del PD e/o il Movimento 5S e/o SEL non hanno neanche tentato di condividere e presentare un progetto alternativo a quello renziano che non fosse un maquillage del vecchio Mattarellum.

A volte a prevalere non è la squadra migliore: semplicemente vince l’unica pervenuta.

Leggi anche Renzi e Mineo o della repubblica del senato e del popolo

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Il ruolo dei giornalisti e dei blogger nei new media

1 Lug

Sembra che, ormai, il sistema dell’informazione – a seconda della libertà e/o qualità dell’informazione del singolo stato – si sia stratificato in due o tre livelli.

Infatti, ai giornalisti tocca, come noto, di informare la gente e più cheap diventa il popolo, più cheap va ad essere l’informazione che ‘consumano’, ovvero che ‘deve essere a loro servita’, anche se a scrivere fosse Eco o Montalcini.
Cheap sta per ‘a buon mercato’, non solo per quanto riguarda la cronaca (politica, rosa, nera eccetera), ma soprattutto per quanto relativo ai riferimenti culturali posseduti dai lettori, che – se poveri o pregiudizievoli – vengono assecondati, piuttosto che aggiornati.

D’altro canto, come riconobbe lo stesso Mario Monti nel 2011, è dalla blogosfera che i ‘potenti’ traggono suggerimenti e annotazioni di cui, altrimenti, sarebbero sprovvisti: ai blogger ‘veri’ va oggi il ruolo di commentare e prospettare scenari, come gli editorialisti e i pezzi di fondo di una volta, a chi  decide per il popolo.

Queste due dimensioni informative erano ricomprese nei giornali – in modo diverso, a seconda del livello –   fino a una ventina d anni fa: la crisi delle Tigri Asiatiche, la fine della Guerra Fredda e la globalizzazione (di cui internet è il motore) hanno mutato questo scenario, portandoci alla situazione odierna.

A partire dagli Anni ’90 divenne progressivamente impossibile raccontare in termini cheap – e negativi, tra  l’altro – la complessità di quanto stesse iniziando a prefigurarsi.
Impossibile che gli over50 di oggi – acculturati e non – potessero riadattarsi con facilità ad una cultura priva dei riferimenti ‘ideologici’  in cui erano stati cullati per generazioni, difficile spiegare alla generazione del Boom che la bolla s’era sgonfiata …

Intanto, con il dilatarsi del lag tra diritti e obblighi recepiti per trattato internazionale e norme locali, divenne sempre più impossibile trattare seriamente un qualunque argomento di cronaca senza imbattersi in qualche mostruosità del sistema, per la quale fino a 30 anni fa qualunque giornale avrebbe sollevato una campagna stampa per accaparrarsi vendite reali di copie stampate e potere.

Era arrivata la pubblicità (massiva) sulla carta stampata d’informazione e cronaca (un tabù violato in Italia da Eugenio Scalfari e base del suo successo).  Una scelta, fatta in nome del ‘contrasto all’informazione cheap televisiva dilagante’, che ha determinato la trasformazione delle grandi testate giornalistiche italiane in una sorta di book office della grande distribuzione e del carousel partitocratico.

La riprova è non solo nel numero di pagine destinate alla pubblicità, che si fa ancora più stringente se si va on line, ma anche nelle notizie, visto che sulla stampa ‘locale’ – che di publi non ne raccoglie così tanta e conta molto sulle copie vendute – leggiamo un po’ ovunque, da mesi o da anni a seconda dei casi, di continui misfatti mafiosi e di eterni scandali politici di cui v’è rara menzione sulla stampa nazionale.
Ancora. Il fenomeno del Movimento Cinque Stelle che si regge su una presunte Edemocracy veicolata tramite un portale con tanto di pubblicità.

Altra riprova sono i fatti raccontati da Gomorra che leggemmo in bella vista sulla grande stampa solo dopo che la storia arrivò fino alla commissione per gli Oscar ad Hollywood. Fatti rapidamente dimenticati, come la storia delle griffe italiane che sfruttavano i lavoratori campani tramite piccoli imprenditori/intermediari anche coinvolti con la Camorra.
Per non parlare della Terra dei Fuochi o dei diritti dei bambini esposti a violenza e miseria.
O, ancora peggio, dell’enorme quantità di abusi, corruttele, sprechi e bugie transitati anche ‘sotto il naso’ delle grandi testate giornalstiche per vent’anni e passa …

Difficile spiegare al popolo di una dorata democrazia anglo-sassone che se la Costarica raddoppiasse il prezzo delle sue banae (visto che è quasi l’unica risorsa locale) il mondo sarebbe sull’orlo della III Guerra Mondiale.
Ancor peggio raccontare sulla prima pagina di un giornale pieno zeppo di pubblicità e letto in tutto il mondo che in Italia i ‘rapporti’ tra Centronord e Meridione somigliano molto a quelli che a volte vediamo nei film americani, con il gringo pieno di dollari, i crudeli narcos impuniti, tot padroni della hacienda a banchettare con famigli o clientes e tanti peones a fatigar, se son fortunati.

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RC Auto, massimale a 150 euro. Aumenti per Malus, kasko, car sharing e leasing?

12 Giu

Per iniziativa del senatore Ermes Maiolica (5S) – primo firmatario e ideatore della legge – la Commissione Bilancio ha approvato una norma che dovrebbe obbligare le Compagnie Assicuratrici a rispettare il tetto di 150 € annuali – già previsto dalla legge 180 del 1978 – per la copertura dei rischi derivanti dalla responsabilità civile verso terzi degli automobilisti, la così detta RC Auto.

Ammesso e non concesso, che la norma superi il vaglio delle Camere e diventi legge, cosa accadrà a seguire?

Infatti, l’uniche cose certe sono che gli attuali costi assicurativi sono esosi per gli automobilisti e che derivano anche e soprattutto da un sistema viario scalcagnato e da u sistema di norme e di procedure che allungano i tempi della giustizia, rendendola imprevedibile.
A parte il fatto che, con 150 euro annui di rata, qualunque assicuratore non potrebbe garantire altro che il fallimento della propria azienda.

Dunque, se passerà la norma proposta dalle 5S, aspettiamoci un aumento a dismisura della franchigia e della penalizzazione per Malus e vantaggi minori per il Bonus. Oltre a compensare il rischio, gli incidenti minori se li risolveranno gli automibilisti e le assicurazioni rimarranno in pari.
Ma, soprattutto, aumenteranno kasko, furto e incendio, con buona pace dei settori emergenti del car sharing e del leasing.

Complimenti al senatore Maiolica (5S) primo firmatario e ideatore della legge …

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La responsabilità civile dei magistrati e la Costituzione

12 Giu

In Italia, oggi come oggi, “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia” NON può agire contro lo Stato e contro il magistrato per ottenere il risarcimento dei danni.

Un concetto lapalissiano, se in uno stato di diritto. Un abisso della democrazia, se non attuato.

Ad oltre 60 anni dalla stesura della Costituzione italiana, ieri, finalmente, alla Camera s’è fatto un primo passo in questa direzione con un emendamento approvato con i voti del Centrodestra più un’ottantina di Demoratici, M5S astenuti.

Annotiamo alcuni singolari commenti di sponda democratica e governativa:  “al Senato modificheremo la norma”,  “un vero e proprio colpo di mano del centrodestra con la complicità del M5S”.
Eppure, è alla Camera – e non al Senato – che il PD ha praticamente la maggioranza assoluta …

Una questione controversa, quella della responsabilità civile dei magistrati, se per Giorgio Napolitano, presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,  “la tutela dell’indipendenza assicurata al giudice dagli ordinamenti non rappresenta un mero privilegio”, ma secondo il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti, “è in gioco non un privilegio, ma l’indipendenza di giudizio del magistrato”. 

Per l’Associazione nazionale magistrati questo voto è “un fatto grave”, “questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione”. Per l’Associazione magistrati della Corte dei conti l’emendamento “costituisce un gravissimo vulnus all’autonomia e all’indipendenza dei giudici”. Per Anna Canepa, segretario di Magistratura democratica, “il voto arriva a indebolire la magistratura proprio nel delicato momento delle inchieste sulla corruzione”.

Eppure, per noi comuni mortali, quello che resta incomprensibile è che – se sottoposti ad eccesso, dolo o inerzia in un processo di giustizia – non ci sia qualcuno che paghi i danni.

Specialmente, se leggiamo sulla Costituzione (art. 24) che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi“, precisando che (art. 113) contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.
Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti. La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.”

L’art. 104 sancisce solo che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

 

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