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Democrazia + Populismo = Trasformismo

18 Lug

Quando nell’Ottocento si arrivò a formare i Parlamenti, questo avvenne perchè non bastava più la Camera del Re (e dei Nobili) per amministrare la nazione.
Il Re e i Nobili erano proprietari solo di una (ampia) parte del territorio e del prodotto, come di una (minor) parte del capitale e dei nascenti brevetti.

Infatti, i primi Parlamenti erano ‘censuari’, in pratica avevano diritto di voto i produttori di reddito in proporzione al volume prodotto.
Verso la fine dell’Ottocento sorsero i primi squilibri di questo sistema, a mano a mano che la manodopera industriale e commerciale cresceva di numero.

Un conto erano le ‘masse operaie e rurali’, facilmente suscitabili quanto manipolabili, un altro le corporazioni di artigiani, esercenti e fittavoli che da generazioni e secoli amministravano se stessi e i propri lavoranti.
Inoltre, le ‘masse’ accettavano il lavoro nero a differenza degli ‘specializzati’, come racconta Karl Marx, ed era impossibile determinarne un reddito / diritto censuario.

Così si arrivò al suffragio universale in senso moderno, includendo tra i decisori anche i ‘non occupati’ ed ai ‘sottoccupati’, purchè maschi e non pregiudicati.
Infine, il voto venne esteso alle donne e ai criminali.

Ma il sistema parlamentare si fonda sul consenso e la propaganda, non sulla buona amministrazione e la bona fidae.

Sistema parlamentare – politico e partitico – che da decenni deve confrontarsi con una società in cui gli elettori sono ‘consumatori’, sempre più spesso ‘sottoccupati’, ‘non occupati’ eccetera.

Dunque, se la propaganda politica deve adeguarsi a quella prevalente degli ‘stili di vita’ veicolati dalla pubblicità, il consenso sempre più verte su sussidiarietà, consociativismo, indebitamento.
Un circolo vizioso nel consumare oggi quel che servirà domani, che si perpetua tra una popolazione sempre meno consapevole di quali sono i fattori di crescita su cui dovrebbe investire.

Questo è lo stallo della Politica italiana che le Agenzie di rating sottolineano da oltre un decennio.
Ed in questo stallo il Partito Democratico ha responsabilità enormi, con i suoi ‘distinguo’ e con le sue ‘alleanze’ … tanto attente al marketing elettorale quanto hanno affossato Prodi e Monti.
Forse anche Draghi, che rinuncia perché il PD non sceglie tra lui e Conte, tra il PNRR e la Cgil, tra le Riforme e … l’inedia. 

Demata

In balia dei Cinque Stelle (e dei Sindacati)

14 Lug

Se mandiamo via Draghi, oggi o tra un anno o due, … chi dovrebbe sostituire Draghi? Meloni, Zingaretti o Conte? Suvvia …

Detto questo, la memoria corte degli italiano forse dimentica che era ieri, il 2010, quando Mario Monti subentrò a Silvio Berlusconi, dato che erano necessarie e urgenti le riforme che l’innovazione che avevamo accantonato.
E non ce lo chiedeva l’Europa, ma i tempi che cambiano.

Monti durò poco pochi mesi, giusto il tempo di scaricare sulle pensioni la voragine dello Stato Sociale. Poi, quando si dovette passare alla P.A. e alla Spesa pubblica, il PD iniziò a traballare sotto la pressione di amministratori e sindacalisti.

Dovremmo anche ricordare, almeno se si è in politica o in una redazione, che andammo alle elezioni e nessuno vinse, ma tutti litigavano e l’ago della bilancia erano i Cinque Stelle. Così dopo diversi mesi di nuovo ci ritrovammo un presidente del Consiglio nominato al di fuori del Parlamento, che riuscì a far approvare una legge che riportava allo Stato il potere di subentro quando le Regioni sono inadempienti.
Lo usammo per rottamare chiunque avesse più di 50 anni e poi lo giubilammo con la scusa di un referendum. E le Autonomie rimasero … indipendenti o quasi.

Dopo di che votammo di nuovo ed è utile aggiungere che le leggi elettorali erano fatte in modo che alla Camera c’è sempre un partito che ha la maggioranza e al Senato non ce l’ha mai nessuno.
Insomma, vinsero i Cinque Stelle, anzi no vinse la Lega e il PD si trovò a fare da ago della bilancia, cosa che richiede scaltrezza e decisionismo … cioè non se ne fece nulla.

Ed a tal punto il nostro Presidente nominò uno sconosciuto avvocato pugliese a capo di una maggioranza che univa Cinque Stelle e Lega, con lo scopo dichiarato di incrementare la spesa pubblica ed in particolare quella ‘sociale’. Non si parlò più di ridurre almeno gli interessi che ci dissanguano, non di investire per creare occupazione, non di innovare PA e servizi pubblici: si ritornava alla spesa sussidiaria e clientelare della Prima Repubblica, incredibile ma vero.

Non poteva durare e dopo pochi mesi la Lega iniziò a discostarsi dai “se” e dai “forse” e dai “poi” che ispiravano il premier nominato. Ed arrivò in soccorso il PD, cioè con un magico tocco di Trasformismo, nacque l’alleanza M5S – PD che … avevano fatto ambedue campagna elettorale l’uno l’altro contro.

La sfortuna si accanisce, a volte. E fu con questo governo che affrontammo la Pandemia, prima di rinvio in rinvio, magari prendendo aperitivi per sdrammatizzare, poi serrando tutto e tutti per evitare il collasso generale dei servizi e … i morti. Dopo di che, quando c’era da ripartire, ogni regione per conto suo … tanto per riunire tutti i comitati dell’avvocato premier serviva ormai l’Auditorium di Roma.

Fu allora che, essendo i nostri politici del tutto incapaci di una programmazione politica economica, neanche se arrivano i soldi del PNRR, dovemmo nominare un nuovo presidente del Consiglio, anche lui estraneo al Parlamento.

Insomma, la Politica non è riuscita a darsi un Premier nominato tra i parlamentari, anzi 3 volte su quattro neanche proveniente da un partito.

Dunque, visto che il debito con Conte è esploso e che il PNRR le Regioni sembra quasi che non lo vogliono  … chi è che oggi non vorrebbe qualcuno come Draghi?
… il partito del reddito di cittadinanza e il sindacato degli enti locali: il Clientelismo è spontaneo in Italia.

Demata

Più debiti? Più voti. Forse

13 Lug

Morale della favola: il Partito del “NO a Draghi” sta ottenendo un ulteriore indebitamento dell’Italia senza il Partito del “SI a Draghi” sia riuscito a convincere i Capibastone regionali a collaborare per attingere al PNRR.

Questo è il risultato, se Salvini indebolisce il Governo con la scusa dello Ius Scholae e della Cannabis, sperando di recuperare consensi a Destra.
Lo stesso accade, se Meloni esalta le III medie, che porta voti ma non soluzioni, dato che per attingere al PNRR e per risollevare l’Italia serve formazione tecnica superiore.

E figuriamoci poi se c’è Landini che sbraita contro le diseguaglianze e non chiede investimenti ma ancora più Debito pubblico, cioè quello che crea povertà.

Fino a Conte con i Cinque Stelle che lottano per la sopravvivenza, visto che sotto la sua leadership sono passati da oltre il 30% dei voti a meno del 10%, tenuto conto dell’esodo di Di Maio.

Ma questo è il risultato che arriva, se prima Zingaretti e poi Letta si illudono di avere un alleato nei Cinque Stelle, piuttosto che una mina vagante. E se il Centrodestra continua a raccattare il voto di protesta ma non quello ‘moderato’, cioè di governo. O, comunque, se le elezioni si vincono per opposta fazione anziché santa ragione.

I Media e i Social dovrebbero fare la differenza ed aiutarci a cooperare per il bene dell’Italia, ma … loro campano di pubblicità e lo share arriva da chi litiga, mica da chi ha qualcos’altro da fare.

Quanto ai Capibastone, cioè la scarsa voglia di cambiare per attingere al PNRR, non c’è nulla da fare.
Grazie del Partito del NO e pure quello del SI, ma anche grazie a Social e Media, le Regioni (certe regioni specialmente) sono inadempienti per Sanità, Diritto allo Studio e Infrastrutture, rigettando le proprie incapacità progettuali /gestionali sui ‘tagli’ attuati dai Governi.

Meglio i debiti, se portano consenso o no?

Demata

Posti letto e Omicron endemico: i numeri

5 Lug

Due giorni fa i ricoverati per Covid erano quasi 6.100 senza contare le terapie intensive: nello stesso giorno nel 2021 i ricoverati erano 2066, cioè erano un terzo, e nel 2020 erano 1305, quasi un quinto rispetto ad oggi. Dunque, è evidente un certo rischio che con l’autunno vadano a saturarsi di nuovo gli ospedali e che i servizi pubblici e privati risentiranno della diffusione dei contagi.

E per capire se e come questi posti letto ci sono / saranno, c’è da partire dal 1991, quando erano ancora sul nascere le RSA, istituite con la legge 67/88 e il DPCM 22.12.89, che poi andranno ad assorbire una discreta quantità di posti letto, precedentemente di ‘lungo degenza’ o di ‘medicina sociale’.

Nel 1991, (fonte Orizzonte Sanità) la Germania riunificata garantiva oltre 10 posti letto ogni 1.000 abitanti, la Francia meno di 6 e l’Italia circa 7, cioè c’erano quasi 400.000 posti letto.

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Arrivati al 2012 (fonte Istat – Sanità e Salute 2015), i posti letto nelle strutture per l’assistenza residenziale erano 224.000, mentre negli istituti di cura del Ssn ci sono 199 mila posti letto. Cioè in lieve aumento complessivo.

Dal 2017 sono “circa 193 mila i posti letto in regime ordinario, con un trend in diminuzione rispetto agli anni precedenti”, ma nelle RSA i posti letto erano diventati 295.473, di cui la maggior parte (233.874) per anziani non autosufficienti (fonte Istat). In totale, nel 2017 il PL erano complessivamente quasi 500mila: rispetto al 1991 era il 20% in più, anche se differenziati in base alle differenti cure necessarie alle diverse età della vita.

Ma non bastano.

Non i posti letto ospedalieri ‘ordinari, forse, ma di sicuro quelli residenziali che vanno a sovraccaricare quelli ordinari se non sono sufficienti nel numero e nelle risorse.

Infatti, in Italia i posti letto nelle strutture residenziali ogni 100 anziani over 65 sono 1,9 contro i 5,4 in Germania, 5 in Francia, 4,6 in Austria e 4,4 nel Regno Unito. In Olanda e Svezia addirittura il 7,6 e il 7,1; la media europea è del 4,72 posti letto in RSA ogni 100 anziani over65. (fonte OECD, Health at Glance 2019)

Se l’Italia avviasse immediatamente un adeguamento alla media europea, passando da meno di 2 posti letto per anziano a quasi 5, nel 2025 serviranno ben 651.275 posti letto e quasi il triplo degli operatori. (fonte Osservatorio Settoriale sulle RSA)

Una carenza abissale inevitabile dopo la soppressione delle Mutue dei lavoratori (art. 38 Costituzione) avvenuta alla fine degli Anni ’70, che – viceversa – sono sopravvissute nelle altre nazioni proseguendo la tutela ‘sindacale’ della salute, che sia residenziale o domiciliare. Inutile dire che anche nell’assistenza domiciliare (incluso il medico di base) l’Italia non brilla con un mero 12% dei residenti che ne fruisce, mentre in Europa la media è al 20% con la Germania al 30% e la Francia al 50%.

Naturalmente, se almeno il doppio degli anziani potrebbe essere assistito in una RSA ed forse il triplo potrebbe avere il geriatra a domicilio, è conseguente che – a parte i costi e il disagio causati dalla dispersione – in caso di necessità anche differibili tutte queste persone vadano a gravare sugli accessi e poi sui posti letto ‘ordinari’ degli ospedali.

E – a proposito di posti letto, di residenze e di cure domiciliari – è arrivato il Covid con l’intenzione di … rimanere. Un Covid che il 7 aprile 2020 aveva fagocitato il 17% dei posti letto ‘ordinari’ (oltre alle RSA in stallo e le intensive al limite) e il 26 novembre 2020 aveva superato il 20%.

Poi, il lockdown, i comportamenti responsabili e – infine – il vaccino hanno riportato la situazione ai limiti della normalità, ma per oltre un anno i ‘soliti’ malati cronici o rari o acuti si sono trovati in serie difficoltà per accedere alle ‘solite’ unità, centri e pronti soccorsi. Arrivati ad oggi, il lockdown è finalmente finito, ma i comportamenti ritornano disattenti, mentre scopriamo che i vaccini faticano a controllare le varianti Omicron che a loro volta possono reinfettare la stessa persona.

Oggi, anche se le terapie intensive non sono sovraffollate, accade che il 30 giugno scorso avevamo tre volte i ricoveri per Covid del 2021 e cinque volte quelli del 2020.

E se – nonostante i lockdown – il 30 gennaio del 2021 e del 2022 i posti letto occupati da ammalati di Covid erano circa 22.000, quanti saranno alla stessa data del 2023 senza almeno ritornare a comportamenti più attenti e responsabili, in attesa del rinnovo vaccinale?

Come fare – comunque anche senza calamità naturali – a garantire i posti letto che servono ma anche le cure ambulatoriali che mancano, se devono rivolgersi al Sistema Sanitario ‘ordinario’ anche quei milioni di anziani italiani che in Europa avrebbero un’assistenza residenziale o geriatrica domiciliare, con più efficacia e maggiore efficienza cioè più soddisfazione e una certa economia?

E quali prospettive non solo per gli ‘anziani’ ma per oltre la metà della popolazione ormai over50enne, cioè con discrete probabilità di essere già affetta da una o due patologie croniche (fonte Istat-Inps)?

A.G.

La peste suina africana, l’embargo internazionale e … il dibattito politico romano

24 Gen

Non sorprende il blocco dell’export della carne dei maiali e derivati italiani alle frontiere di Svizzera, Kuwait, Cina, Giappone e Taiwan, dopo che nel dicembre 2021 sono state ritrovate diverse carcasse di cinghiali fra Liguria e Piemonte, risultate positive al virus della peste suina africana (ASF) una malattia infettiva veterinaria altamente contagiosa letale già pochi giorni dalla comparsa delle petecchie emorragiche.

I maggiori vettori di espansione del virus sono

  • la proliferazione di cinghiali e maiali inselvatichiti, ormai stanziali persino in alcune periferie metropolitane
  • la caccia al cinghiale, che immette nel mercato e sulle tavole carni suine potenzialmente infette
  • la distribuzione dei ‘prodotti dei suini infetti’ fuori dalle aree colpite (in quarantena e con blocchi commerciali), attraversando grandi distanze (migliaia di chilometri).

Dunque, dopo i danni dell’influenza aviaria che negli ultimi mesi ha già portato all’abbattimento di oltre 14 milioni di polli, tacchini e altri volatili in Italia, ci ritroviamo sull’orlo del medesimo disastro per quanto riguarda suini ed insaccati.

«Siamo costretti ad affrontare questa emergenza perché è mancata l’azione di prevenzione e contenimento come abbiamo ripetutamente denunciato in piazza e nelle sedi istituzionali di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne da nord a sud dell’Italia dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari». (Coldiretti)

Nel ricercare le cause di questa inerzia, è emblematica la grottesca vicenda tutta capitolina (degna del miglior Alberto Sordi) per l’abbattimento di sette cinghiali a due passi dal Vaticano [link] e delle azioni politiche che ne seguirono:

  • la senatrice di Leu Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, presentò una interrogazione parlamentare per il gesto “gravissimo, di una vigliaccheria inaudita”;
  • la sindaca M5S Virginia Raggi denunciò che “il Protocollo sui Cinghiali, da noi sottoscritto insieme alla Regione, non è stato attuato dall’Ente competente, Regione Lazio”;
  • la Giunta comunale di Roma Capitale annunciò “la costituzione immediata di una commissione d’inchiesta amministrativa per fare luce sui fatti e valutare eventuali profili di responsabilità”;
  • l’ assessora regionale all’Ambiente Enrica Onorati (PD) precisava che “la decisione della telenarcosi e della eutanasia … spetta, è bene ricordarlo, al Sindaco della città” con “un protocollo di intesa voluto dal prefetto di Roma per sopperire alle inefficienze dell’amministrazione competente”.
  • l’opposizione di Centrodestra tacque, evitando di rimarcare “cinghiali, topi grandi come labrador, gabbiani assassini, abbiamo visto di tutto“, come poi fece Giorgia Meloni (FdI), ma … era in campagna elettorale.

Secondo un rapporto del 2013 dalla FAO, “prevenire la diffusione [della peste suina africana] è particolarmente necessario per l’intero settore produttivo dei suini in Europa. … gli Stati europei devono mantenere un alto livello di allerta. Devono essere pronti per prevenire e reagire effettivamente all’introduzione [della peste suina Africana] nei loro territori per molti anni a venire“.

Allerta, prevenzione e reazione che in base alla nostra Costituzione competono agli Enti Locali, non allo Stato.

Demata

Il calendario del New Pope per il Governo Conte bis

8 Set
Tra il Calendario delle Festività Cattoliche e il futuro del Governo Conte bis potrebbe – sottolineo potrebbe – verificarsi una singolare corrispondenza, giorno più giorno meno.

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  • Festa dell’Assunzione: 15 agosto / Salvini si chiama fuori dal governo
  • Esaltazione della Santa Croce: 14 settembre / un esponente del PD è nominato Commissario Europeo
  • Tutti i Santi: 1 novembre / l’UE modifica il Piano di Stabilità
  • Domenica di Avvento: 1 dicembre / il Conte bis programma uno sfondamento di bilancio
  • Festa dell’Immacolata Concezione: 8 dicembre / mercati e agenzie di rating s’allertano; i media nicchiano
  • Giorno di Natale: 25 dicembre / i media scoprono che restano solo sei giorni per correre ai ripari
  • Festa della Madre di Dio: 1 gennaio / alleluia, habemus il Bilancio
  • Epifania: 6 gennaio / recessione in corso, maggiori tagli e tasse; imprese, sindacati, associazioni, cooperative, contribuenti, sussidiati e famiglie s’allertano; i media si adeguano
  • Pellegrinazione al fiume Giordano: 13 gennaio / crisi parlamentare e governativa, cioè nei partiti
  • Mercoledi delle Ceneri: 6 marzo / dopo exit negativi, “strappo” interno al PD e fuoriuscita di M5S
  • Festa dell’Annunciazione: 25 marzo / crisi di Governo
  • Domenica delle Palme: 14 aprile / si va ad elezioni
  • Venerdi Santo: 19 aprile / si aggregano frettolosamente le alleanze
  • Domenica di Pasqua: 21 aprile / apertura campagna elettorale
  • Festa dell’Ascensione: 30 maggio / elezioni politiche
  • Pentecoste: 9 giugno / insediamento dei parlamentari
  • Domenica della Trinita’: 16 giugno / nomina presidenti Camera e Senato
  • Corpus Domini: 20 giugno / incarico di governo
  • SS. Cuore di Gesu’: 28 giugno / formazione nuovo governo
  • Festa di Ss. Pietro Paolo: 29 giugno / insediamento dei neo-ministri.

Se così sarà … ci fosse la mano di Jude Law, Paolo Sorrentino e Silvio Orlando oppure di … Crozza???

Demata

Sondaggio Ixé: M5S governa e la Lega raddoppia i consensi

29 Dic

Il sondaggio Ixé per Huffington Post fornisce un chiaro quadro di come si stia orientando il consenso degli italiani, tra i partiti di Di Maio, Salvini, Renzi e Berlusconi.

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In sintesi, se si votasse oggi,

l’affluenza alle urne potrebbe registrare un maggiore astensionismo, se:

  • circa un elettore su 7 prevede che non andrà a votare
  • quasi uno su 6 è più o meno indeciso se andrà a votare
  • meno di 2 su tre elettori è già certo di votare

nel dettaglio, in sette mesi

  • Movimento Cinque Stelle ha perso quasi un terzo del proprio consenso, che confluisce nella Lega o nell’astensione
  • Partito Democratico perderebbe più di un quarto dei consensi, in larga parte astensionisti, se non attratti dalla Lega (5,5%) e Fratelli d’Italia (1,4%)
  • Forza Italia prevede di perdere un terzo dei propri elettori in favore della Lega e di FdI, oltre agli astenuti
  • Lega raddoppia (31%) a danno di tutti gli altri partiti ed ormai attrae un italiano su tre 

la percentuale di elettori che NON prevedono di riconfermare il voto di marzo 2018 è:

  • un elettore su tre per il Movimento Cinque Stelle (-33%)
  • uno su quattro se parliamo di PD (-28%)
  • due elettori su cinque nel caso di Liberi e Uguali (-41%)
  • quasi uno su due per Più Europa (-45%).

Ecco quanto consenso alla Lega stanno portando il Governo Conte voluto da Di Maio, la prospettiva Dem in quota Renzi con Zingaretti per Segretario e la paralisi di Forza Italia se Berlusconi continua a non passare il testimone. 

Demata

La Storia cancellata? Quale Maturità per l’Italia?

12 Ott

370d8ebdc6165e2aa365d89c49f7c1e9--greek-statues-art-antiqueFa scalpore la proposta di abolire la traccia di storia dalla prova scritta di italiano per gli Esami di maturità. Una questione più ampia – se la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani se guardiamo al mercato dei videogame, documentari e serie televisive – che non è possibile affrontare in un post, ma che rappresenta una buona occasione per ricordare tre elementi ‘centrali’ almeno per quanto relativo la Scuola.

Iniziamo col dire che la scuola italiana necessita da molto tempo di qualche correttivo profondo, dato che una bella parte degli italiani ha serie difficoltà a consultare un prospetto od a spuntare una lista seguendo l’ordine prestabilito.
Se si pensa che prospetto e lista sono strumenti di comunicazione creati apposta per guidare e semplificare le operatività, onde essere utilizzati da persone poco istruite (es. i bambini delle elementari), è necessario ammettere che il problema è di ampia portata.

Gli addetti ai lavori sanno anche di cosa si tratta: in Italia – luogo dove la Riforma non ha mai attecchito – l’impianto del Liceo prefascista era ispirato a Bernardino Telesio (Umanesimo / Empirismo), anzichè a John Locke (Positivismo / Scientismo), e su questo si è forgiata la Cultura (l’identità e la mentalità) del popolo italiano, a partire dalle classi dirigenti che si formano nei licei classico.
Una cultura ‘telesiana’ che ad esempio ritroviamo nelle lauree in medicina o nel sistema di legge. In medicina, ci si laurea senza aver studiato altra matematica che quella del mondo greco antico (Pitagora) e altra fisica che quella dell’Ottocento (solo concetti, niente calcoli). Similmente, anche se con percentuali minori, per chi interviene professionalmente nelle questioni legali dei settori finanziari, fiscali, ambientali, salutistici, ingegneristici.
Possiamo dubitare che la farragine burocratica che attanaglia procedure, processi e appalti non abbia nulla a che vedere con tutto questo? E cosa dire del degrado di strutture ed infrastrutture puntualmente a corto di manutenzione? O dell’enorme accesso – a spese del cittadino – a consulenze mediche e perizie tecniche, in Europa solitamente condensate in atti singoli e spesso emessi da pubblici uffici?

In secondo luogo c’è uno ‘standard’: nella nostra società una persona attiva lavora circa 36 ore la settimana e ha due giorni da dedicare a se stesso e alle relazioni umane.
Infatti, fino a poco tempo fa negli istituti industriali l’orario scolastico settimanale era di 36 ore, come in fabbrica ed in ufficio.
Di queste 36-32 ore almeno una dozzina va dedicata ad attività in laboratorio (a volte solo in teoria, vista l’attenzione per la Teknè da parte di Telesio e discepoli, madre di tutti gli edifici scolastici scassati d’Italia).
Insomma, partiamo dal fatto che un alunno di istituto tecnico ha di base molte meno ore in classe da dedicare ad italiano e storia (al massimo cinque) ed, a casa, i compiti di matematica o elettronica o informatica sono altra cosa rispetto al commentare il brano d’antologia o al menzionare la battaglia di Austerlitz. Se non fosse così non avremmo le facoltà  umanistiche sovraffollate di diplomati tecnici e quelle scientifiche semivuote … 
Certamente, si potrebbero trarre ore dall’educazione fisica e dalla religione, destinandole alle attività pomeridiane, come nei sistemi anglosassoni, insieme a teatro, cinema e musica, che sono anche molto utili nell’insegnamento della Storia come della Lingua italiana. Si potrebbe, ma … in Europa le attività ‘integrative’ le organizzano gli Enti Locali e le Associazioni della comunità, da noi è un po’ diverso.

Terzo e ultimo. Nello specifico della Storia, un ragazzo di 18 anni non è in grado di comporre un tema storico, salvo rari casi, e se non è Pico della Mirandola è praticamente impossibile che abbia tali competenze enciclopediche da pensare e produrre qualcosa che non sia frutto di un pregiudizio suo personale o del punto di vista del docente.
Infatti, è sempre stato particolarmente raro che agli Esami qualcuno lo svolgesse e, quando agli orali la ‘tesina’ era di Storia, non s’è sentito molto di più che la ‘gioiosa’ Rivoluzione bolscevica o della ‘fascista’ Rivoluzione fascista.
Meglio i ‘quiz’ per la terza prova scritta, dove almeno era possibile monitorare se l’alunno conoscesse almeno le cause che scatenarono la WWI, ergo conoscesse  qualche dettaglio dell’Industrialesimo e del Capitalismo ottocenteschi. Dettagli utili, ad esempio, a comprendere – avanzando nell’età adulta – che le tasse servono anche per manutentare ponti e cavalcavia e che le banche non servono a darci soldi, ma a farli girare, come che lo Stato non può concedere diritti se non in cambio di doveri.

Dunque, ben venga la cancellazione della traccia storica della prima prova di Lingua italiana agli Esami di Stato delle scuole secondarie di II grado, semplicemente perchè poco scelta dagli alunni nell’arco di decenni.

Allo stesso tempo, vista la tradizione linguistica e storica dell’Italia che ha radici millenarie, l’esclusione della Storia dalla prova scritta d’italiano e la notoria difficoltà nel redigere semplici prospetti o a seguire una lista di procedure suggeriscono l’opportunità di questionari che accertino la sussistenza di “saperi essenziali” in Storia (come in Grammatica e Sintassi) nel consegnare un diploma – abilitante se parliamo di istituti – per un individuo ormai adulto che dovrebbe proseguire gli studi e/o inserirsi nel mondo del lavoro e che – soprattutto – avrà diritto al voto, basando la propria opinione su quel poco o tanto che ha studiato a scuola.

Magari, con questa riforma la Storia lascerà la postazione all’entrata ‘principale’ (Esami di Stato) per rientrare dalla porta di servizio (Invalsi), onde porsi a monitore di chi sbaglia i condizionali in televisione, mica solo i congiuntivi. E, se questo avverrà, diventerà evidente il gap tra classi che studiano la Storia anche tramite documentari da vedere a casa o nel post scuola e quelle che no. Chissà?

Quel che è certo è che tra videogame, documentari e serie televisive la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani (e non solo). Accontentiamoli.

Demata

 

Pensioni? Non cambia nulla, forse va peggio

6 Giu

Sulle Pensioni sono poche le cose da sapere, ma pochi le ricordano. Facciamo dei casi concreti della “Quota 100”.

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Nell’ipotesi di pensionarsi con 36 anni di contribuzione e 64 anni di lavoro, ricordando che non si prevedono grandi incrementi stipendiali per il prossimo decennio:

  1. una persona nata nel 1959, ha iniziato a lavorare nel 1982 e oggi percepisce uno stipendio (al netto di tasse, ma anche dei premi) di 2.000 euro. Nel 2018 compie 36 anni contributivi, ma ha solo 59 anni anagrafici: dovrà comunque attendere il 2024 per andarsene con 64 anni d’età e oltre 42 anni di contributi, che saranno circa il 40% dell’ultimo stipendio. Tale e quale ad oggi.
  2. una persona nata nel 1955, optò per il lavoro autonomo o artigiano ed ha pochi contributi ed oggi  percepisce uno reddito dichiarato (al netto di tasse) di 1.500 euro. Nel 2019 compie 31 anni contributivi ed avrà 64 anni anagrafici: può andare in pensione, ma dovrà campare con poco più di una pensione minima e molto meno di un reddito di cittadinanza. Finirà per mettersi a lavorare in nero, togliendo lavoro ai giovani ed evadendo le tasse,  tale e quale ad oggi.
  3. una persona nata nel 1963, ha iniziato a lavorare nel 1993 e oggi percepisce uno stipendio (al netto di tasse, ma anche dei premi) di 2.000 euro. Nel 2019 compie 26 anni contributivi ed avrà 57 anni anagrafici: dovrà attendere il 2029 per i 36 anni contributivi, quando però avrà 66 anni minimi, e la rendita sarà circa il 40% dell’ultimo stipendio. Tale e quale ad oggi.

Come siamo arrivati a questo? Complicato se non si conosce tutta la storia, semplice, se si è abbastanza vecchi da ricordarselo:

  1. in base alla Costituzione ogni italiano con reddito dovrebbe versare una quota allo Stato per la previdenza pubblica di indigenti od invalidi e una rata assicurativa ad un Ente o Assicurazione per la propria pensione
  2. fino alla metà degli Anni ’70, esistevano l’Inps e le Casse previdenziali, come esistevano l’Inam e le Mutue sanitarie. Poi, l’Inps e l’Inam fallirono a causa dell’assistenzialismo populista e la soluzione fu quella di “risanarli” come fosse una bad bank pubblica ed assorbendo progressivamente nella ‘good company’ Casse e Mutue sane
  3. la voragine creata da chi a Bankitalia doveva dare l’allarme fin dalla metà degli Anni ’60 non era finita, però, e negli Anni ’90 arrivò la riforma delle pensioni Amato-Dini, quella che garantiva l’ultimo stipendio per intero ai pensionati con sistema retributivo, ma prospettava una pensione al 40% dello stipendio base per i contributivi
  4. la norma era ‘pesante’, colpiva chiunque non avesse contribuzione almeno di quindici anni: c’era un esercito di pensionandi con pochi contributi (la generazione del ’68) e una massa di giovani disoccupati (la generazione degli ’80) a causa della voragine nei bilanci e la svalutazione della Lira rispetto al petrolio.
  5. dunque, venne previsto un quinquennio di transizione, durante il quale le pensioni contributive sarebbero state adeguate a quelle retributive, e venne introdotta la possibilità di integrare la pensione consentendo – tra l’altro – ai Sindacati di ricostituire come Fondi assicurativi quel che prima erano le Casse e le Mutue
  6. invece accadde che le perequazioni sulle pensioni contributive continuarono fin al 2011, i Sindacati si batterono non per le Mutue, ma per una ‘salute uguale per tutti’ e quando si parla di ‘abolire Fornero’ è di questo che si tratta, non solo l’età e l’aspettativa in vita: il primo problema è quanto si è contribuito, quale è il capitale a monte accumulato e se c’è da compensare una pensione infima
  7. nel 2011 Elsa Fornero pose un tetto sull’età contributiva, pervenuto a 42 anni e 10 mesi, e sull’età anagrafica a 67 anni, ma – lo scrive uno che è stato pesantemente danneggiato da quelle scelte – sono  restava da chiarire cosa succede ai pensionandi contributivi, specie se vogliono anticipare. ed avrebbero dovuto farlo il parlamento ed i sindacati nel 2011
  8. arrivati al 2017, ci ritroviamo che la norma Fornero diventa una norma di diritto (nessuno può farmi lavorare più di 42 anni e 10 mesi od oltre i 67 anni. Chi ha iniziato giovanissimo e chi è troppo anziano per lavorare sono tutelati) ed un meccanismo trappola, dato che da quest’anno chi non avesse ambedue i requisiti rischia di finire in un meccanismo-trappola.  Il Partito Democratico non fa nulla
  9. forse lo farà questo governo Lega-Cinque Stelle. Ma per ricreare la previdenza sociale, che è spesa pubblica da tasse versate, e ripristinare gli Enti Assicurativi, che restituiscono come rendite i contributi versati, serve che per alcuni anni l’Italia sfori il proprio debito di tantissimi miliardi, per rimediare a pasticci fiscali, assistenziali e previdenziali dell’epoca di Prodi, Carli e Savona
  10. per farlo è necessario attingere alla Cassa Depositi e Prestiti, dovevamo farlo con  Renzi, non badando solo alle banche ed agli investitori/risparmiatori, con Gentiloni era troppo tardi. Il problema è che CDP non è Pantalone, bensì raccoglie anche i depositi postali degli italiani e ‘garantisce’ la liquidità di Bankitalia. Da qui l’interesse diretto e legittimo dell’Eurozona: non a caso per ora esultano sterlina e rublo, mentre il dollaro ci da embargo …

Meglio girare intorno al problema, mentre i lavoratori invecchiano comunque ed i giovani pure, e promettere una Quota 100 che è tale e quale alla situazione lasciata da Elsa Fornero ?

E, per lo meno, è possibile (Di Maio, Conte, Salvini eccetera) rassicurare gli italiani che la Quota 100 non danneggi chi ha lavorato fin da ragazzo e che anche in futuro sarà possibile pensionarsi con 42 anni e 10 mesi a prescindere dall’età oppure gli eletti dal Popolo vorranno penalizzare proprio chi appena maggiorenne si cercò un’occupazione?

Demata

Addendum:
Focalizzandosi su “in base alla Costituzione ogni italiano con reddito dovrebbe versare una quota allo Stato per la previdenza pubblica di indigenti od invalidi e una rata assicurativa ad un Ente o Assicurazione per la propria pensione”, c’è la soluzione e se na parlava già 15 anni fa.

Il dettame costituzionale nel III Millennio può significare diverse cose:
– una ‘bad bank’ per smaltire il retributivo e le pensioni d’annata
– un sistema di Enti assicurativi (sanità, previdenza, assistenza, vita) per tutti i lavoratori, vigilato (ergo garantito) dallo Stato
– un Inps che torna alle origini e bada alla previdenza pubblica sociale, in base a parametri internazionali, ma anche per scelte politiche sociali temporanee può far leva sulla tassazione (apposita)

A parte che questo è il sistema nel resto d’Europa e pure in USA (+ o -), è anche l’unica via per risolvere il problema più immediato è che i più giovani si troveranno a vivere in un paese senza consumi, se tra 5-10 anni la maggior parte dei residenti saranno pensionati sotto i 1.000 euro al mese o disoccupati?
Come sostenere con la previdenza sociale pubblica questi futuri indigenti ex lavoratori per 40 anni, se non almeno con esenzioni ed accessi? … e cioè facendo leva fiscale sociale (c’è sempre l’articolo delle pari opportunità …) su alcune tipologie di redditi, tra cui le pensioni apicali – ad esempio – ed il cerchio si chiude.

P.S. ci si lamenta dei populismi, ma sono stati i partiti a mettere un eletto dal popolo (governatore regionale) a capo di un ente assicurativo come il Servizio Sanitario Regionale, sorto dalle ceneri delle Mutue.

 

Paolo Savona, la Lira nel 1975 e la Patrimoniale del 1992

24 Mag
(tempo di lettura 4-5 minuti) 

Il professor Paolo Savona ha avuto il grande merito di annunciare, in tempi non sospetti, che l’Italia non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari e – soprattutto – amministrativi adeguati per entrare in Europa, ma per ragioni di opportunità politica la Germania avrebbe chiuso un occhio, come il Der Spiegel confermò nel 2012 dopo una ampia indagine su centinaia di documenti governativi, dai quali “emergerebbe che l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con misure cosmetiche”.

Paolo Savona era un ministro (piuttosto controverso) di quel Governo Ciampi e questo scriveva di lui La Repubblica del 4 aprile 1994: Nei pochi mesi in cui è stato a capo del dicastero dell’ Industria si è scontrato con il presidente dell’ Iri, Romano Prodi, con quello dell’ Eni Franco Bernabè e, nei giorni passati, come riferiscono le cronache, anche con quello della Funzione pubblica, Sabino Cassese. Per finire, il suo ministero è entrato in rotta di collisione anche con l’ Antitrust di Francesco Saja sul piano di privatizzazione dell’ Enel.”
Controversie ‘meritevoli’, almeno nel caso dello scontro con Prodi, sfociato nelle dimissioni di Savona, sulle privatizzazioni ed ancor più delle modalità: “nocciolo duro” per il ministro, “public company” per il presidente dell’ Iri.

Oggi, son trascorsi quasi 25 anni da allora, ma andando ancora più indietro nel tempo, quando Paolo Savona era il Direttore quasi quarantenne del Servizio Studi della Banca d’Italia, ci imbattiamo nel 10 dicembre 1975, data in cui l’Istituto Bancario San Paolo emise miniassegni circolari per conto della Confesercenti, dato che la Lira era talmente messa male da scatenare un’inflazione altissima e da non poterci permettere neanche il metallo per gli spiccioli, con commercianti e clienti che dovevano ricorrere a caramelle, francobolli, gettoni telefonici e in alcune città anche dai biglietti di trasporto pubblico. Altro che cryptovalute …

Miniassegni-circolari-istituto-bancario-san-paolo-1975

Non sappiamo se Paolo Savona fosse fautore o critico di quel disastro, ma fatto sta che l’anno dopo divenne Direttore Generale della Confindustria seguendo Guido Carli, già direttore generale della Banca d’Italia dal 1959 e dimessosi nel 1975, dopo il crollo pre-annunciato dall’altalenante andamento della lira durante il decennio precedente ed i corrispettivi ‘warning’ degli analisti internazionali rimasti inascoltati (Italy’s Capital Market—Bank’s Warning. From Our Own Correspondent. The Financial Times (London, England), Tuesday, June 04, 1963; pg. 5; Edition 23,021).

Fu in quegli anni che l’Economia e la Finanza italiane constatarono che non era possibile indebitarsi all’infinito, svalutando la Lira ed aggiungendo Bot a mini-Bot, a causa del progressivo peso dei costi di importazione delle merci, a partire da metalli e carburanti.

A dire il vero, l’Italia se ne era già accorta tante altre volte che invocare il Sovranismo a fronte di un mare di debiti è impresa scellerata. Ce ne saremmo accorti anche dopo, nel 1994, con l’Eurotassa approvata dal Governo Prodi che contava di risanare i conti pubblici con un salasso da 4.300 miliardi di lire, dopo che già nel 1992 l’allora governo Amato impose un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti bancari (Legge Patrimoniale) per evitare il crack finanziario, mentre Paolo Savona era  Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che non si oppose.

Non solo tasse, ma anche titoli, come certamente avrà insegnato ai suoi allievi il professor Savona, menzionando quanto accadde nel 1904, quando i Bot emessi nel 1901 vennero annullati dalla Corte dei Conti … con buona pace di chi li aveva acquistati o accettati.

1901-REGNO-DITALIA-Certificato-di-rendita-su-Debito

Fu un caso, ma l’effigie in testa al Certificato di credito era proprio quella di Vittorio Emanuele I, il re sabaudo che diede avvio all’Unificazione italiana con l’immediata emissione di Bot già nel 1861, nonostante le immense requisizioni di beni ecclesiastici e nobiliari e nonostante il fatto che – a parte il Regno di Piemonte e la Santa Sede – il resto dell’Italia vantava da secoli i bilanci in pareggio.

1861-regno-italia-certificato-110-lire-serie-l
Diciamo che siamo noti per esser relativamente puntuali  a pagare interessi, ma di saldare i debiti non se ne parla, se l’Italia si trovò a nascere – nonostante le requisizioni di beni vaticani o borbonici – con il 100% di rapporto debito/Pil e gli unici riscontri positivi li dobbiamo ad operazioni di risanamento ‘virtuali’ come il saldo delle Guarentigie per il Concordato, l’economia di guerra di Mussolini, il debito enorme nascosto dal boom economico del Dopoguerra fino agli Anni ’60.

italia grafico percentuale debito pil 1861 2015

Oggi, il professor Paolo Savona ha oltre ottanta anni, conosce molto meglio di noi tutti la storia degli andamenti e sa bene che è questo genere di ‘precedenti’ a spaventare nazioni, mercati e cittadini: che gli italiani usino qualche disastroso espediente nella folle speranza di non onorare i propri debiti.

E questo è anche il timore degli imprenditori e dei risparmiatori italiani, cioè dei cittadini.
Non certamente che il professor Paolo Savona possa essere ‘anti-banche’ o ‘anti-globalizzazione’, se fino all’altro ieri era ai vertici di una cryptobank anglo-lussemburghese con investitori Usa-based.

Possibile che l’Italia non ricordi come siano andate effettivamente le cose ai tempi della Lira?
Non durante i ‘favolosi’ Anni ’60 di Carli e Savona, in cui il boom economico mascherava debiti e sprechi immensi, ma subito dopo, dal 1975 fino al 1994, quando dovemmo pagare pegno?

Demata