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Donbass: una guerra per l’energia in 7 grafici (commentati)

3 Ott

Era il 9 dicembre 2019, quando si incontravano a Parigi Zelenski e Putin, per discutere di pace, con la mediazione del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angela Merkel.
Si arrivava così al cessate il fuoco permanente, completamento dello scambio dei prigionieri, sminamento, apertura di nuovi varchi per i civili lungo la Linea di controllo, arretramento dei militari e dei loro armamenti da altre tre zone
È disgelo, ma non ancora pace”, titolava il giorno dopo Le Figaro, se Putin continuava a confermare tutta la sua arroganza e – dall’altro lato – “a Kiev i dimostranti in piazza lo tenevano d’occhio, per assicurarsi che non concedesse niente ai russi. E quando, qualche settimana prima del vertice, Zelenskiy ha accettato la cosiddetta Formula Steinmeier (una revisione degli Accordi di pace di Minsk, elenco dei passi da compiere per stabilizzare il Donbass), i nazionalisti radicali ucraini lo hanno chiamato traditore.” (fonte ISPI)

Veniva anche previsto un nuovo incontro – a Berlino in primavera – per i nodi più importanti da sciogliere: restituzione all’Ucraina del controllo dei confini, elezioni locali e status futuro delle regioni separatiste, i termini di una reintegrazione del Donbass in Ucraina. 
Poi la pandemia e non se ne è fatto più nulla.

Così la Russia restava convinta di una minaccia ai suoi confini (e stiamo toccando con mano l’efficienza delle forze ucraine), quando un anno fa – il 31 ottobre 2021 – si concludeva il G20 di Roma con l’accordo sulla decarbonizzazione e l’avvio della transizione ecologica con l’obiettivo emissioni zero “entro o intorno a metà secolo”.

Una pessima notizia per i produttori di petrolio, anche se alcuni (USA e Cina) hanno un forte mercato interno che avrebbe consentito una transizione ‘soft’ e altri tre (Russia, Arabia Saudita, EAU) che – essendone privi – si trovavano alle porte di una recessione ultradecennale, specialmente per la Russia che ha un esercito mastodontico e in territorio enorme con 170 milioni di persone, che i paesi arabi non hanno e non devono sostenere.

Per il gas, invece, c’è una situazione diversa, dato che c’è ha un impatto molto minore del petrolio o del carbone, le emissioni sono più controllabili e filtrabili, solo un produttore – le repubbliche ex sovietiche controllate dalla Russia – è egemone ma comunque non è monopolista e c’è chi ancora lo considera una forma di energia ‘rinnovabile’, come scopriremo alla fine del post.

Pochi lo ricordano, ma venti anni fa la contesa Ucraina-Russia iniziò con la questione dei gasdotti che proprio nel Donbass e dintorni smistano verso l’Europa il gas russo e per l’esercito sovradimensionato ex Patto di Varsavia, che era lì a protezione dei confini … russi verso la Nato.

E durante la pandemia e tutti i guai che ha portato, con Zelenski alle prese con le tensioni interne nazionali e vista la dipendenza europea dal gas russo, non è stato difficile per Putin immaginare di riprendersi gasdotti, porti e fabbriche di avionica tramite una ‘liberazione del Don orientale’, cioè aggiungendo il “Donbass Stream Hub” al Nord Stream 1-2 e South Stream, con l’intento di diventare monopolista energetico verso l’Unione Europea dopo esserlo già verso la Cina.

Una tendenza che gravava diversamente sulle nazioni europee, se prive o meno di grandi porti sull’Atlantico, come vediamo nella mappa, e che solo la Germania (da tempo) aveva sterilizzato portando i fabbisogni di gas per la produzione elettrica sotto il 10%.

La Germania, dunque, dipende da risorse estere solo per il 16% nel caso del gas per la produzione di energia elettrica. Naturalmente il bilancio è diverso nel caso del gas per uso domestico, ma tanto vale ancora di più per le altre nazioni europee.
Ma è anche una Germania che dipende per circa il 20% della produzione elettrica dalla Cina, dato che il fotovoltaico è per la maggior parte prodotto lì. Tanto per comprendere le profonde cause dell’attenzione statunitense verso … Formosa.

E, come vediamo dal grafico, il bilancio energetico italiano è drammaticamente diverso da quello tedesco (e francese o olandese): dipendiamo dalle importazioni per circa il 75% a causa della storica (fin dai Savoia) incapacità geopolitica a sfruttare i giacimenti condivisibili con nazioni partner nel Mediterraneo, oltre che nei ritardi nell’innovazione generale e nella diffusione del fotovoltaico.

Ritardi a loro volta dovuti sia alla limitata formazione e dotazione di personale tecnico che c’è in generale in Italia sia all’incapacità delle Amministrazioni competenti (Regioni) di programmare oltre la mera sussistenza sia per lo storico rapporto esistente tra una parte del panorama politico-culturale italiano e la Russia.

Dunque, finora i dati ci hanno raccontano quali interessi muovono le alleanze (o le crisi) tra i 5 principali attori energetici mondiali e quali sia il diverso impatto sulle economie europee delle contro-sanzioni russe.

E, forse, questo accade perchè – mentre trascorrevano anni per arrivare al Protocollo di Roma per la decarbonizzazione – l’astrofisica ha confermato che gli idrocarburi potrebbero essere inesauribili, se esistono non solo su Marte e gli altri pianeti esterni del sistema solare, ma anche sulle comete Halley e Hyakutake, nella polvere cosmica, nelle nebulose e nel gas interstellare.
Già nel 2004, la Missione Cassini-Huygens (NASA ed ESA) aveva confermato l’esistenza di abbondanti idrocarburi (metano ed etano) su Titano, un satellite (luna) di Saturno come precedentemente suggerito dall’astrofisico Thomas Gold.

In altre parole gli idrocarburi gassosi potrebbero avere ‘origine abiotica’ anche sulla Terra, cioè provenire dalle sue viscere contaminandosi con batteri nell’attraversare la crosta terrestre ed … essere inesauribili.

Intanto, l’impatto ambientale delle nuove tecnologie per arrivare alla decarbonizzazione è incalcolabile, ma certamente pesante, come lo sarà quello della transizione ‘elettrica’ su economia e consumi, cioè sicurezza, pace, povertà eccetera.
Viceversa, l’impatto ambientale, economico e sociale degli idrocarburi sono ben noti, sappiamo che sarebbero ancor più contenibili con tecnologie ibride e politiche ‘a chilometro zero’ e di gas ce ne è davvero tanto. Anche senza la Russia.

E siamo tutti in attesa della ‘fusione nucleare pulita’ in corso di sviluppo in Francia sulla base di scoperte italiane e che risolverebbe all’origine la fornitura di energia industriale e domestica.

E il petrolio?
Gli USA dipendono dall’Arabia Saudita, tanto quanto la Cina dipende dalla Russia e le ex repubbliche sovietiche.

E da questo derivano i rischi di una terza guerra mondiale.
Specialmente se l’Unione Europea non individuerà una road map ed un mediatore (Mario Draghi?) per convincere i due presidenti a sedersi ad un tavolo: prima della pace ci sono gli armistizi, che a loro volta vengono predisposti mentre la guerra è ancora in corso.

Dopo Sarajevo e Danzica, facciamo che la Storia europea non si ripeta nel Donbass.

Purtroppo, i referendum svoltisi in Donbass somigliano molto a tanti altri che hanno legittimato annessioni e unificazioni negli ultimi 180 anni, con corrispettiva nascita di forme di anti-Stato ancora oggi persistenti. Non vanno legittimati nè per quel che rappresentano oggi nè per quel che comporteranno in futuro.

Ma non perseguire almeno un armistizio, almeno per mettere in sicurezza le centrali nucleari e le popolazioni, come per consentire l’intervento internazionale ed accertare crimini e deportazioni, creando le premesse per una ‘restituzione’ dei territori, oltre ad essere poco giustificabile è proprio il fattore che fa espandere i conflitti.

Demata

Nord Stream: perché è un crimine contro l’Umanità

30 Set

Da alcuni giorni, ci ritroviamo con una enorme bolla di metano che sta iniziando ad alterare il clima a ridosso del Polo Nord, proprio all’inizio dell’inverno e proprio nell’area chiave per la Corrente del Golfo come per la nascita di super-cicloni.

Infatti, il metano, quello che fuoriesce dal Nord Stream, ha un capacità termica per u.m. (0,528 kcal/kg) più che doppia rispetto all’aria (0,24 kcal/kg).
E la capacità termica di un qualunque sistema è il rapporto fra il calore scambiato tra il corpo e l’ambiente rispetto alla variazione di temperatura che ne consegue.

In parole povere, parliamo di quanto calore serve per far salire la temperatura di un grado.
E il calore che serve al metano è oltre il doppio dell’aria.

Tra la superficie terrestre e la fonte di calore (Sole) c’è di mezzo l’atmosfera e, se maggiore è la capacità termica, allora meno salirà la temperatura con l’assorbimento del calore che arriva dal Sole.

Dunque, il Nord Atlantico si riscalderà di meno e questo accade proprio nell’area dove si attivano i super-cicloni e dove passa(va) quel che resta della Corrente del Golfo, che assicura(va) inverni temperati all’Europa.

Sarebbe già un disastro nel medio-lungo periodo ritrovarci con un’emissione di metano pari a quella delle “emissioni di 20 milioni auto” e/o “equivalente a 30 milioni di tonnellate di CO2”, come avverte Greenpeace.

Ma sarebbe ben peggio il subire già questo inverno ripercussioni climatiche sull’Europa (e su tutto l’Atlantico fino all’Equatore).
Se le ricadute di un inverno gelido con forti venti sono già immaginabili, peggio ancora sarebbe se quel metano agisse da ‘coperta termica’, regalandoci un clima temperato e … secco.

Chi ha sabotato il Nord Stream ha colpito l’intera Umanità.

A.G.

Cinque requisiti minimi per un buon Ministro

30 Set

Non a Milano, ma a Roma ci sono decine di sedi ministeriali, non sono pochi i romani che ci hanno lavorato o ci lavorano ed un’idea di cosa faccia di norma un Ministro ce l’hanno un po’ tutti.

Dunque, dopo i ministri ‘di lotta e di governo’ del quadriennio Conte e visti i risultati abissali ottenuti, potrebbe essere utile ricordare i ‘fondamentali’:

1- un ministro non se ne va in giro, perché ha il suo bel da fare (10-14 ore al giorno) tra ministero e parlamento

2- un ministro limita i Media e non usa i Social, perché non deve rubare la scena ai partiti e se ha da dir qualcosa ci sono i decreti e le circolari

3- un ministro è esperto e competente, perché altrimenti la burocrazia se lo mangia a colazione e i sindacati a cena

4- un ministro evita liti all’estero, perché sono difficili da sanare e le reazioni poi coinvolgono anche gli altri ministeri

5- un ministro si pone in modo ‘sobrio’ ed ‘equilibrato’, quando affronta le questioni, perché NON rappresenta più una fazione, bensì una Nazione.

… oppure finisce che i governi non durano 12 mesi.

Ci sarà un motivo per cui da quell’agosto 2021 il partito di Salvini ha perso quasi due milioni di voti.

Demata

Droghe: la Destra al governo alla prova dei fatti

29 Set

Arrivata al governo dopo 75 anni all’opposizione, la Destra italiana è chiamata alla prova tra retorica e realtà in diversi ambiti, dall’immigrazione (cioè agricoltura e lavoro) alla salute (cioè eutanasia e cannabis terapeutica).

Retorica e realtà: un buon esempio è la cannabis terapeutica e ricreativa.
Cannabis che è al centro delle ‘attenzioni’ della Destra, seppur non comporti implicazioni ‘etiche ‘morali’, importanti come per l’eutanasia o il genderismo, e nonostante è stato un prodotto tradizionale italiano fino a 50 anni fa, sostenuto attivamente durante il Ventennio.
Cannabis che non è certamente la droga più allarmante tra gli under24, come vedremo.

Iniziamo col dire secondo il rapporto dell’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA), in 12 mesi la percentuale di persone tra i 15-64 anni che ha fatto uso di Cannabis è del 14,3% in Italia (dove è illegale), mentre in Olanda è del 5,4% (ed è legale).

Cioè non vi è un nesso causale tra diffusione e legalità se non ‘contrario’ come per tutti i proibizionismi: ciò che è vietato “attrae”.


Inoltre, quel 14,3% italiano andrebbe rivisto al ribasso, se consideriamo che la produzione di cannabis terapeutica italiana è limitata allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (Scfm), nella quantità di soli 250 chilogrammi l’anno (dati 2020), costringendo anche chi ne ha la prescrizione come antidolorifico o ansiolitico a ricorrere al mercato illegale.

Il “paradosso cannabis” in Italia è eclatante tra la facilità con cui quasi 2 italiani su cinque se ne approvvigionano e la difficoltà – viceversa – che incontrano i malati ad ottenerla in vece di oppioidi, barbiturici e psicofarmaci. Soprattutto, l’averla messa al primo posto come “problema droga nazionale” ha comportato una vistosa sottovalutazione di due fenomeni più pericolosi: alcol e cocaina.

Se l’alcol merita un discorso a parte rispetto alle altre droghe, dalla tabella si vede come in 12 mesi hanno fatto uso di cocaina almeno 2 su 100 degli italiani adulti (15-64 anni), mentre in Germania è l’1,2% e in Francia lo 0,8%.

Un pregiudizio che si ritrova amplificato proprio nei dati dei giovani under 24, a cui è rivolta l’attenzione dei proibizionisti anti-cannabis. Ebbene, gli under 24 oggi rappresentano in Italia circa la metà (1 su 100) dei consumatori di cocaina, la cui forte capacità di assuefazione lascia prospettive davvero poco lusinghiere per il futuro. Viceversa, tra i giovani under 24 italiani il consumo di cannabis è nella media (11.0%), più o meno come in Francia (12.7%) e UK (11%).
Inoltre, la diffusione tra i giovani italiani della cocaina è enorme rispetto all’Olanda (0,6% tra 15-64 anni), anche se lì la cannabis legale dovrebbe amplificare le dipendenze … secondo retorica, ma non secondo i fatti.

Chiariti i numeri reali e sfatati i pregiudizi, scoprendo che c’è un’allerta sul fronte della cocaina e su quello delle terapie del dolore, andiamo a vedere nella realtà le conseguenze della retorica.

Nel 2003, l’Eurispes presentò al Parlamento italiano un rapporto che confermava che i maggiori ricavi (40%) della criminalità organizzata derivavano dal traffico di droga, circa 26 miliardi di euro l’anno, con la ‘ndrangheta a detenere il primato con circa 10 miliardi di euro (link), grazie al monopolio sul traffico di cocaina.
Solo in un anno, i ricavi mafiosi dalla droga equivalgono a più di quanto basterebbe per riportare a nuovo tutte le scuole d’Italia, un’enormità.

In termini di bilancio pubblico, secondo uno studio condotto dall’Università di Messina nel 2021 (link), lo Stato riuscirebbe a risparmiare oltre 600 milioni di euro l’anno, che attualmente spende nel contrasto alla cannabis illegale.
Secondo quanto emerso dai sequestri, la stima è di circa 11 miliardi di euro in fatturato annuo lordo del mercato dell’erba legale in Italia e lo studio messinese prevede almeno 6 miliardi di gettito fiscale.
In realtà – quanto ai benefici per l’Erario – è solo una questione di accise e il grafico che segue da una chiara idea delle dimensioni finanziarie delle entrate tributarie in USA.

Insomma, tra le decine di miliardi l’anno decurtate alle mafie e al loro potere e con decine di miliardi l’anno di accise con cui risanare una nazione ‘grazie alla cannabis’, la Destra al governo adesso deve dimostrare di non fermarsi ai giardinetti ed agli spacciatori irregolari, quando parlava di sicurezza stando all’opposizione.


Non solo perché è la cocaina che si sta insinuando tra chi (già oggi od a breve) è/sarà “padre e madre di famiglia”, ma soprattutto perché oggi il Bilancio annuale della Regione Calabria ammonta a soli 5 miliardi di euro e quello della Sicilia a 18 miliardi annui, che in totale sono meno di quanto ricavava il crimine organizzato nel 2003 dalla droga e che – potenzialmente – va a riversarsi sul territorio.

Senza parlare del fatto che la terapia del dolore è una priorità non solo per la salute e il benessere delle persone, ma soprattutto per la spesa ospedaliera e sanitaria, come in termini di produttività e di consumi che vengono meno se un’intera famiglia è stravolta dalla sofferenza di un componente.
Quel che è certo – non per il popolino ma per la medicina e la scienza – è che un farmaco oppioide o un barbiturico da meno dipendenza e meno effetti collaterali della cannabis terapeutica, che a sua volta causa molti meno danni e dipendenza della nicotina e del tabacco.

Una opportunità (quella di adottare norme già diffuse in USA come in Europa) che potrebbe trasformarsi in un rischio, rimanendo con il pregiudizio “spinelli = demonio” e “mafia = lupara”.
Il rischio di trovarsi a fine legislatura con numeri peggiori dell’attuale, cioè meno risorse, più mafia, meno sicurezza, più cocaina (e più alcol, meno Stato nel Meridione.
O è meglio evitare il rischio di deludere la componente vetero-cattolica e perbenista dell’elettorato?

Benvenuti al governo di una Nazione: dalle strilla bisognerà passare alle soluzioni.
Secondo il Global Drug Survey 2018, l’Italia è il paese con più fa consumo di cocaina pro capite in Europa ed è terza nel mondo dopo Stati Uniti e Canada.  
ll numero di neet nella classe di età 15-34 anni, tra il 2007 e il 2014, è aumentato fino a raggiungere il primo posto nella classifica Eurostat nel 2020 con 3.085.000 unità. Di questi, ben 1,7 milioni sono donne.

Demata


Quale ministero per Salvini

29 Set

Un ministero per Matteo Salvini è la prima grana che il governo di centrodestra si trova ad affrontare.  il Consiglio Federale della Lega lo candida per “un ruolo importante nel governo” e lui vorrebbe il Viminale.

Ma ricollocare Salvini al Ministero degli Interni sarebbe pura follia, non solo per le bagarre internazionali che ha scatenato 3 anni fa e le sanzioni che oggi arriverebbero all’istante, ma soprattutto perché c’è una guerra, il Viminale si occupa di sicurezza dello Stato e lui è (stato) un simpatizzante di Putin. Ed, a parte, c’è che da ministro nel 2019 svolse solo 17 giorni pieni di lavoro su 365 in un anno, stando a La Repubblica (link).

Infatti, “la leader di Fratelli d’Italia ha già fatto intendere il messaggio a via Bellerio. Che il segretario possa tornare a sedere sull’amata poltrona di ministro dell’Interno è escluso. Così com’è escluso che Meloni si lasci affiancare da un sottosegretario alla presidenza del Consiglio targato Lega“. (link)

Tenuto anche conto che Matteo Salvini finora ha dimostrato una forte idiosincrasia per il lavoro d’ufficio tanto quanto ha una propensione per le piazze, è evidente che diventa molto difficile trovargli una collocazione ‘amministrativa’ (tale è un ministro).

Infatti, è difficile immaginare cosa Salvini possa amministrare, se

  • gli Affari Regionali è impossibile, con una condanna per razzismo contro i napoletani (link), come per i Rapporti col Parlamento dove c’è da interagire positivamente con l’Opposizione, peggio ancora la Sanità viste le sue posizioni sui vaccini (link)
  • l’Istruzione o l’Università sono settori dove comunque Salvini finora non ha mostrato dimestichezza e dove le sue esternazioni susciterebbero scioperi e tensioni di piazza
  • qualsiasi ministero a rilevanza economica-finanziaria (Ambiente incluso) esige una cultura storico-giuridica e delle competenze tecniche d’eccellenza
  • gli Esteri e altre posizioni a rilevanza internazionale – a parte la scarsa presenza – sono preclusi dalla condanna in Germania per violazione del copyright, che lì è una cosa seria.

Resta solo l’Agricoltura, decurtata dell’Ambiente e magari anche dell’Industria Agroalimentare, dove l’ex ministro degli Interni si ritroverebbe con gli stessi limiti che sussistono per gli Affari regionali o l’Università.

Agricoltura che – tra l’altro – darebbe a Matteo Salvini la possibilità di dimostrare il suo potenziale nel riprendersi consensi tra la gente e fiducia nel partito.

Infatti, il Ministero dell’Agricoltura alla Lega rappresenterebbe il vettore perfetto per Salvini per intaccare e/o conquistare i consensi che PD e M5S hanno costruito nel Meridione.
Ma non solo: occupandosi di Agricoltura, Matteo Salvini dovrà impegnarsi anche nella lotta al Caporalato, che oggi vessa tanti stranieri immigrati, consentendogli una opportunità unica per smentire l’immagine di razzista xenofobo che media e sinistra gli hanno appiccicato addosso.

Riuscirà Matteo Salvini ad accettare le opportunità (non gradite) che gli offre il Destino oppure resterà la spina nel fianco dei governi di cui fa parte la Lega?

A.G.

La resa dei conti: il PD preferisce Conte a Draghi, che oggi è sostenuto da FdI

28 Set

Se il PD + Verdi SI corrono dietro a Giuseppe Conte, c’è Giorgia Meloni che si tiene stretto Mario Draghi.
Vediamo come è andata.

Sul fronte sinistro del Parlamento, come se non bastasse la fuga di elettori dopo due anni di governo PD-M5S, “ora tutti i candidati al congresso Pd rivogliono Conte”, questo il titolo dell’Huffington di ieri, “Movimento Una Stella, le ragioni di Conte superstar”, quello di oggi.
Intanto, dal Fatto Quotidiano, emerge la bizzarra ipotesi che “i candidati di Calenda sono stati decisivi per consegnare il seggio alla destra: il centrosinistra avrebbe 13 eletti in più”, come se i voti della base populista (post-comunista) non siano sottratti dai Cinque Stelle da ormai quasi 10 anni.
E senza considerare che chi ha votato Azione-IV poteva aggiungersi alla fila degli astenuti, pur di non votare Cinque Stelle.

Dunque, in piena crisi di identità pur di dare sempre “la colpa ad altri”, il PD passa dalla schizofrenia tra “lotta” e “governo” alla psicosi in cerca di un “uomo forte”. E come andrà a finire, comunque, non sarà una bella storia.
Di sicuro, vanno in cavalleria tutte le promesse fatte dal PD riguardo Resilienza e Resistenza del Sistema Italia.

Intanto, sul fronte opposto, la Lega ben pensa di ritornare al suo obiettivo storico, le Autonomie, o meglio la’ Autonomia legislativa e fiscale , rimasta del tutto accantonata per un’intera legislatura, ‘grazie’ dallo statalismo centralista di Giuseppe Conte e al ‘veto’ del PD romano di Nicola Zingaretti, e necessaria quanto carente per il PNRR di Mario Draghi.

E, a parte i numeri che permetterebbero di riformare la Costituzione senza il PD e/o i Cinque Stelle – è prevedibile che le poco velate accuse di ‘voto di scambio‘ – menzionate da Giuseppe Conte in conferenza stampa a Montecitorio, rispondendo a una domanda del direttore di Agenzia Vista – porteranno il Parlamento a volere una attenta revisione del Reddito di cittadinanza e delle altre forme di sussidio, che del resto l’Inps ha già iniziato a predisporre da qualche mese, in funzione degli anziani e dei disabili piuttosto che per chi abile al lavoro.

E se il tracciato prefissato da Mario Draghi sembra salvo almeno nelle linee generali, Libero Quotidiano ieri riportava: “dentro Fratelli d’Italia si parla di quattro ipotesi: segretario generale della Nato, presidente della Commissione europea, presidente del Consiglio europeo. E, attenzione, mediatore tra Ucraina e Russia. La figura dell’inviato speciale sulla crisi ucraina, riporta La Stampa, potrebbe essere proposta dalla stessa Giorgia Meloni. Nato, Commissione e Consiglio Ue sono invece nomine che si giocheranno alla scadenza dei mandati attuali tra 2023 e 2024. “

A quanto pare, c’è chi si accontenta di Conte, sostenendo Draghi senza convinzione, e c’è chi osteggiava Draghi, perchè voleva e vuole una spinta maggiore.

Demata

Elezioni 2022: i vincitori

27 Set

Certamente, Giorgia Meloni è la match winner di queste elezioni, con uno spread di consensi oltre il 3.000% (cioè 6 milioni di voti) ed un’avanzata di parlamentari oltre il 1.000% (da decine a centinaia).

In seconda posizione si colloca Giuseppe Conte che alla sua prima candidatura politica fa bottino di quel che resta dei Cinque Stelle, cavalcando promesse che non manterrà certamente, stando fuori dal governo.

Infine, c’è Carlo Calenda che è riuscito nella “missione impossibile” di sostenere e ampliare il bastione parlamentare social-liberale e riformista, dopo l’affossamento di Monti e Renzi da parte del ‘campo largo’ PD / M5S / CGIL.

Ma quali sono le prospettive?

La “decisionista” Giorgia Meloni lascerà intatto il Reddito di Cittadinanza che sembrerebbe essere stato il fattore vincente per Giuseppe Conte nelle regioni meridionali afflitte dalla povertà e, allo stesso tempo, intenderà applicare il potere prefettizio nella gestione del PNRR, in modo da ripristinare i servizi pubblici meridionali e dare sollievo a quel 50-65% di imprenditori e lavoratori, che non si sono riconosciuti nella politica da decenni allo stallo lì al Sud?

Il “temporeggiatore” Giuseppe Conte innescherà un gioco al rialzo e ne cavalcherà le tensioni, per tentare un logoramento e comunque ridurre l’inevitabile declino di un elettorato senza altra leadership che il leader, quando – alle prossime amministrative – ci sarà da presentare amministratori locali esperti e competenti, dato che (a differenza da chi fa le leggi) pagheranno di persona per i propri errori?

L’ “innovatore” Carlo Calenda riuscirà a non farsi fagocitare dalle dinamiche del Centrosinistra e dalla forza gravitazionale del PD, assumendo e sviluppando una posizione autonoma e pienamente liberale (dem, rep o social che sia) sulla gestione fiscale, sulle autonomie e sulla concorrenza come per la scuola, la sanità, l’assistenza e la previdenza?

Soprattutto, a pesare sui destini dei tre winner (la prima ‘decisionista’, il secondo ‘temporeggiatore’ ed il terzo ‘innovatore’) c’è una importante incognita: il Presidente Mattarella intenderà portare avanti il proprio mandato fino all’età di 89 anni oppure le sue potenziali dimissioni peseranno come una spada di Damocle sulla prossima legislatura?

Demata

Elezioni 2022: i perdenti

27 Set

Nel 2013, ben 292 iscritti al PD arrivarono al livello apicale della carriera politica, venendo eletti alla Camera; nel 2018 c’erano riusciti solo in 107 ed oggi si sono ridotti ad 80.

Nel 2013, erano 108 gli iscritti al M5S che arrivarono al livello apicale della carriera politica, venendo eletti alla Camera; nel 2018 erano addirittura 225 ed oggi si sono ridotti a 51.

Nel 2013, solo 18 iscritti della Lega arrivarono al livello apicale della carriera politica, venendo eletti alla Camera; nel 2018 erano diventati 123 ed oggi si sono ridotti ad 80.

Dunque, c’è poco da dire, se nei fatti accade che i “direttivi” di questi tre partiti si ritrovino dimezzati o peggio ancora nel giro di una o due consultazioni elettorali.

Nel caso del PD è evidente che la ‘rottamazione’ non ha avuto seguito: chi voleva rinnovamento oggi è fuori dal partito che a sua volta è prigioniero di logiche stataliste, consociative e redistributive, se la ‘roccaforte’ della sinistra è nelle scuole, nei sindacati, nelle redazioni e nel III settore.

Nel caso dei Cinque Stelle, è eclatante come il movimento fondato da Grillo & Casaleggio abbia preso un’altra strada e si sia affidato ad un uomo solo al comando, Giuseppe Conte, preferendo l’aborrita strada dell’assistenzialismo clientelare a quella (sognata) delle riforme e dell’innovazione.

Arrivati alla Lega, l’esplosione dei consensi per Fratelli d’Italia dimostra che la vera entità del fenomeno mediatico Salvini, che ha dimostrato una leadership monotòna (i migranti), eccessiva (la sicurezza) e miope (prima Di Maio + Conte, poi contro Draghi, puntualmente con Putin).

Ma annunciando diritto su diritto si allunga solo e a dismisura la fila degli astanti, assemblando la democrazia on line dal webmaster si perviene inevitabilmente all’uomo solo al comando, sbraitando nel cortile di casa si finisce prima o poi relegati tra quattro mura.

E chissà quante centinaia e migliaia di ex giovani oggi 50enni in questi ultimi 10 anni hanno ‘investito’ tempo e salute in una carriera politica che non arriverà mai. Se la Politica è comunicazione e marketing, andrebbero risarciti.

Demata

Elezioni 2022, vincono gli astenuti, Letta tiene, Salvini crolla, Meloni trionfa. Cosa cambia?

26 Set

Alle elezioni per il rinnovo del Parlamento ha votato il 63,91% degli aventi diritto, cioè circa 30 milioni di elettori per la Camera e poco più di 27 per il Senato.
Il 36% degli italiani (uno su tre) non si è riconosciuto nei partiti e nei candidati proposti.
Congratulazioni a Giorgia Meloni, ma l’Italia ha innanzitutto scelto il dissenso (e starà a lei riconquistarla).

Rispetto alle elezioni del 2018, il dato grezzo mostra che la coalizione Dem / Verdi SI / +Europa è riuscita a mantenere il proprio elettorato (che ha risposto prontamente all’appello ‘antifascista’, as usual) o, comunque, a riassorbirne le perdite.
Fatto sta che nel 2013 – con Bersani e Renzi, opponendosi ai Cinque Stelle e senza “allerta antifascista” – di voti il PD ne aveva presi quasi 3 milioni in più.

Andando ai risultati di coalizione, sorgono diversi quesiti:

  • il Campo Largo immaginato da Zingaretti e Conte avrebbe potuto superare il Centrodestra? Probabilmente no: Conte vince correndo da solo
  • preferire il centro di Azione IV (lasciando Verdi SI alla coalizione a Cinque Stelle) avrebbe aiutato il PD nell’attrarre il voto moderato e dell’Italia che produce?
    Certamente si: i risultati di oggi dimostrano che un’alleanza PD Azione IV raccoglie più voti
  • la responsabilità della debacle della Lega è tutta di Matteo Salvini?
    Probabilmente si: è lui che fece e lasciò il governo con l’allora sconosciuto (ed oggi potente) Giuseppe Conte ed è con lui che ha staccato la spina al governo Draghi

In altre parole:

all’appello manca un 10% di elettori rispetto alle medie storiche e certamente non sono quelli che da sempre votano ‘a destra’ o ‘a sinistra’; è venuto meno il centro moderato e produttivo

Giorgia Meloni ha conquistato il Parlamento, adesso deve conquistare gli italiani, specialmente quel 10% che si è astenuto, ma “conta” nelle imprese e negli uffici

il Centrosinistra ‘storico’ (PD e alleati) regge ma più di tanto non va con le sue priorità ‘sociali’ e ‘redistributive’, a meno di non cascare nel populismo come ai tempi del PCI

il dimezzamento dei voti per la Lega e per i Cinque Stelle dimostrano che un conto sono i Social, un altro i Media e un altro conto ancora sono le piazze quando poi si va alle urne

l’esito del voto capitolino (dove il Campo Largo ‘piace’) e quello (inverso e negativo) delle ‘province meridionali e insulari’ (con Napoli a capintesta) impone una seria riflessione politica nazionale ed internazionale

dulcis in fundo, a quel 10% ‘produttivo’ che si è astenuto il governo Draghi piaceva (magari non troppo, ma andava), come era stato per quelli tutt’altro che populisti di Monti, Renzi, Prodi e – prima ancora – Craxi e Spadolini; un’Italia rimasta senza un partito da oltre 20 anni?


Chiunque che sarà a capo della Res Publica italiana dovrà scegliere se correre dietro al Popolo ‘populista’ o lasciar lavorare i Liberti ‘professionali’ oppure lasciar arricchire i Senatori monopolisti e ‘sovranisti’.
Come al solito a Roma dal 2.700 a.C.

A.G.

Sette semplici frasi per comprendere la società

25 Set

Quando si accetta denaro senza averne il merito, solo chi è nato ladro può credere che sia un suo diritto quel che è frutto del lavoro altrui .

Quando il Potere si sostiene con crescita e consumi, solo uno stolto può credere che si alimenti impoverendo il Popolo.

Quando la Società e le Competenze si fanno complessi, solo uno sprovveduto può credere di metter becco senza studiare ore ed ore per mesi ed anni.

Quando la Scuola e l’Università diventano un ‘parcheggio’ per le nuove generazioni, questo è il segno inequivocabile del fallimento dei loro genitori.

Quando Sanità e Sociale sono uguali per tutti, hai la certezza di esser stato defraudato tutti i tuoi diritti, dato che la Salute e la Fortuna sono fattori personali.

Quando una Nazione vive con inferriate e allarmi alle finestre, questo è il segno che la Sicurezza per la gente è una chimera ed il crimine fa a modo suo.

Quando i Media e i Social diventano il regno di haters, affabulatori o manipolatori, allora sai che il Futuro non potrà essere che dei peggiori.

Questo è quello che è stato insegnato da che iniziarono le civilizzazioni 4-5.000 anni or sono e fino ad 2-300 anni fa.

D.