Archivio | Politica RSS feed for this section

La Scuola buona e la Società dei Peggiori

15 Lug

“Quando il circolo virtuoso di una democrazia si inverte, i molti, i più, smettono di accedere alla maturità morale, che è il fine del welfare e dell’istruzione.
Ma una democrazia muore senza cittadini maturi, che capiscano cosa sono i valori universali.”
(Roberta De Monticelli – filosofa)

Infatti, la kakistocrazia è nota da oltre duemila anni: è quel sistema di governo gestito dai cittadini ‘peggiori’ (κάκιστος), quelli meno qualificati, affidabili ed esperti, che si affermano quando la Democrazia degenera e sono la causa del suo sfociare nella Tirannia, secondo  Platone in La Repubblica.

Le statistiche italiane confermano che 34% degli alunni di III Media è capace di comprendere soltanto testi semplici ed espliciti in lingua italiana, il 40,1% non comprende la matematica, il 43,7% non raggiunge un livello sufficiente nell’ascolto della lingua inglese.
E probabilmente molti lo saranno per tutta la loro vita.

Infatti, ancora nel 2001, solo 1 italiano su 3 aveva studiato oltre la III Media ed oggi (fonte Uni-Parma) sono ancora 3 elettori su 5 quelli che non hanno conseguito un diploma.

Scolarizzazione+della+popolazione+italiana

Intanto, in Italia, si stimano 240mila adolescenti VG-addicted (videogiochi >4-6 ore) ed oltre 100mila casi di Hikikomori (ritiro dalla vita sociale), mentre gli adulti tra i 20 e i 30 anni che non studiano né lavorano né sono alla ricerca di un impiego (i cosiddetti NEET) sono più di 1 giovane su 4 (28,9%).

Secondo Istat, tra il 2016 e il 2017, si sono persi oltre 350.000 posti di lavoro nelle professioni “qualificate e tecniche” e circa un milione tra “operai e tecnici”, di cui quasi la metà nelle costruzioni.
Le professioni “esecutive nel commercio e nei servizi” si sono incrementate – viceversa -di oltre 850.000 addetti, il personale non qualificato è aumentato di 400.000 unità.
Nello stesso anno, il Dossier Statistico Immigrazione annunciava che oltre 250.000 italiani emigrano all’estero, quasi quanti nel Dopoguerra, e spesso a partire erano gli eccellenti ed i qualificati.

Quale Italia resta oggi e quanta ne dovremmo salvaguardare e sviluppare oggi come ieri? L’Istruzione serve davvero solo ad acculturare?
Esiste una Meritocrazia senza prove, esami e controlli?
Quale Occupazione e quale PIL in un paese di ‘esecutivi’ e ‘non qualificati?

Quale Public Opinion se la maggior parte dei lettori e dei followers non comprende solo messaggi espliciti e semplici, mescola i dati come arance con le mele e non sa bene cosa accade all’estero? Quale Democrazia?

Demata

Alitalia: cosa c’è da fare lo sappiamo da vent’anni

13 Lug

Alitalia è finita nel 1996, quando vennero accertati a bilancio annuale 1,217 miliardi di perdite, a causa principalmente della perdita di attrazione (sic!) per l’arrivo dei voli low cost e dei costi insostenibili per i contratti di lavoro del personale particolarmente privilegiati. Da allora, solo una mezza dozzina di tentativi malriusciti o falliti di ristrutturarla, privatizzarla, rilanciarla.
Ma il problema è Alitalia oppure lo sono il socio di maggioranza e la location industriale?

Torre_uffici_AdR_Fiumicinofoto di Carlo Dani

Cosa c’era da fare e cosa non è stato fatto, arrivando al gigante dalle gambe di argilla di oggi, è scritto nei bilanci del 1997, quando venne miracolosamente rimessa sesto con 400 miliardi di utili e l’anno dopo ridistribuiva il dividendo ai soci.

1,217 miliardi di perdite recuperati con la riduzione dei costi, ristrutturazione dei contratti, ricapitalizzazione e vendita del 37% delle azioni tramite quotazione in Borsa, alleanza internazionale per ottimizzare rotte e feederaggio (KLM), un Hub internazionale ‘vicino all’Europa’ che servisse la Lombardia e la Val Padana, già allora in forte crescita infrastrutturale e demografica.

Viceversa, grazie agli ostacoli allo sviluppo di Malpensa e nella privatizzazione completa di Alitalia ad oggi persistenti, dopo poco tempo KLM recedeva dai due accordi del 1999 di collaborazione con KLM, per l’area passeggeri ed area cargo.

Da allora il diluvio, mentre restavano incompleti o inefficaci accordi e partnership, finchè nel 2008, pochi mesi dopo un prestito ponte di 330 milioni di euro, Alitalia veniva sentenziata per insolvenza dal Tribunale di Roma e l’inchiesta penale per bancarotta di Alitalia-Linee Aeree Italiane si è conclusa con quattro condanne in primo grado nel 2015, con conseguenze drammatiche:

  1. migliaia di piccoli azionisti vedono sfumare i propri risparmi, dopo che nel 2008 il governo Berlusconi trasformò le loro azioni in una bad company 
  2. inizia il contenzioso della SEA Handling di Malpensa coinvolta nell’abbraccio letale, prima con Alitalia come creditrice della compagnia aerea e poi anche in un’intervento giudiziale UE per gli aiuti di Stato illeciti a compensazione dei debiti
  3. accordi o comunque ‘manifestazioni di interesse’ a bizeffe (sembra oltre 30), ma tutti senza successo, da KLM, Air France, SkyTeam, CAI – Compagnia Aerea Italiana, Lufthansa, Air One, l’OPA del 2006, Aeroflot, Delta Airlines, fino ad Etihad Airways che dal 2015 è proprietaria del 49% di Alitalia e da due anni si ritrova con il Commissariamento.

Il problema è sempre lo stesso: il socio di maggioranza ha sempre dimostrato di essere in difficoltà, quando si tratta di intervenire come in qualsiasi altra azienda quotata in Borsa che deve assicurare servizi quotidiani.

Ad esempio, a causa del bilancio disastroso nel 2017,  era stato stilato un pre-accordo tra i sindacati e l’amministrazione per evitare il fallimento, prevedendo 980 esuberi, tagli medi degli stipendi dell’8% e la diminuzione delle ferie, ma il referendum sindacale l’aveva bocciato con il 67% di “no”.
Così, il mese dopo si è avviata la procedura di amministrazione straordinaria , ma è anche arrivato – per l’ennesima copertura del bilancio abissale a carico dei contribuenti –  un primo finanziamento da 240 milioni di euro seguito da un secondo di360 milioni a ottobre 2017 e la terza tranche altri 300 a 15 gennaio 2018, per un totale di 900 milioni su cui  sta indagando l’Unione europea.

Insomma, se si vuol sperare di ‘dare le ali’ ad Alitalia, servirebbe innanzitutto una profonda ristrutturazione del capitale azionario, se il Mef accusa solo perdite e – contestualmente – una integrazione con il trasporto di superficie che oggi manca e l’ammodernamento dei contratti di lavoro e delle regole interne aziendali.

Andando agli aspetti ‘aziendali’, Lufthansa vince perchè ha delocalizzato e ampliato, andando oltre Francoforte e non focalizzandosi su Berlino, bensì sviluppando notevolmente l’Hub di Monaco di Baviera, addirittura con un proprio terminal, e l’interscambio di Dusseldorf, che garantisce oltre 300 collegamenti ferroviari al giorno, oltre a diversificare tra passeggeri, logistica, catering, assistenza, tour operator.

Lufthansa ha investito il giusto e con lungimiranza, il Mef ha riversato forse molto di più in Alitalia, ma solo per coprirne le perdite di dissesto in dissesto.

Dunque, escludendo gli investimenti esteri e l’innovazione e crescita che ne vengono, il nostro Governo sembra avere solo due opzioni ‘italiane’:

  1. la ‘pubblica’ Ferrovie dello Stato con il rischio che venga travolta dall’ennesimo tracollo ‘annunciato’ di Alitalia
  2. la privata Atlantia, disposta a dissanguarsi in Alitalia per qualche anno, pur di recuperare in immagine e presenza infrastrutturale – logistica, dopo gli scandali del Ponte Morandi e dello stato di manutenzione generale.

Non sarà la soluzione in alcun caso, se oggi, a differenza di trenta anni fa, si dimentica il vero tallone d’Achille dell’Alitalia.

Era il marzo 1980, quando la Regione Lombardia approvava il primo ampliamento di Malpensa come aeroporto intercontinentale, nella prospettiva avveratasi che oggi, Anno Domini 2019, … in quelle regioni settentrionali vive la metà degli italiani, si produce più di metà del PIL italiano e si da corso alla fase di connessione e digitalizzazione dei processi produttivi /prestazionali, dopo aver già proceduto diffusamente all’automazione e alla robotica.

Se a Roma tra Fiumicino e Ciampino transitano 45 milioni circa di passeggeri l’anno, è un fatto che tra Milano, Bergamo, Bologna e Venezia si spostino in aereo quasi 65 milioni di persone.

Ricordiamo – tanto per chiarire bene tutto – che un viaggiatore che sbarca a Dusseldorf impiega solo 12 minuti dal terminal alla stazione centrale, grazie anche agli investimenti di Lufthansa, mentre da Fiumicino a Roma Termini ne servono quasi il triplo, cioè 32 minuti sulla carta.
E se dalla Hauptbahnhof di D’dorf si è già nella city ed in un’oretta si raggiungono le varie città industriali renane od olandesi, dalla nostra central station capitolina in un’ora al massimo si arriva forse ad Aprilia e, magari, anche all’Eur … che è sulla via tra aeroporto e stazione centrale, ma non ha fermate.

Demata

Sassari: uno specchio dell’Italia reale

1 Lug

Domenica di ballottaggi a Sassari, dove vince la coalizione di liste civiche di Centrodestra con il 56,22% dei voti.

Al ballottaggio “l’affluenza è in netto calo: a Sassari ha votato il 40,96%, con un -13,75% rispetto al 54,71% del primo turno di due settimane fa, quando il magistrato Mariano Brianda (Csx) e il chirurgo Nanni Campus (Cdx) avevano preso rispettivamente il 34,06% ed il 30,54% dei consensi”. (Repubblica)

Image4

In due parole:

  1. il Centrodestra ha attirato solo una piccola parte degli elettori della Lega Salvini – Autonomie, che al primo turno aveva raccolto il 16% con Mariolino Andria, 
  2. il Partito Democratico è riuscito a perdere più di un elettore su dieci in sole due settimane,
  3. nessuno dei due ha attirato gli elettori dei Cinque Stelle, che al primo turno aveva raccolto il 14,4% con Maurilio Murru, mentre nel 2018, per la Camera, erano al 44% 

Intanto, registriamo che a Sassari

  1. alle Politiche 2018 il 66,38% degli elettori del Collegio plurinominale di Sassari era andato a votare, al Ballottaggio 2019 solo il 40,9%
  2. solo un elettore su cinque confida nel nuovo sindaco, mentre quasi uno su due non ha fiducia nei candidati ‘in toto’, anche se il sistema elettorale registra il vincitore al 56% … e si governerà con ampie maggioranze
  3. solo un elettore su sette ha votato per una lista sovranista-autonomista , pur avendo la Sardegna una lunga tradizione in materia e con i Cinque Stelle al 44% neanche due anni fa
  4. sempre nel 2018, per la Camera, nel Collegio di Sassari il numero di voti per la Lega e le Destre era più o meno quello registrato due settimane fa (16%), al primo turno delle Elezioni Comunali 2019.

Cosa c’entra Sassari, se mesi fa la Lega è diventato il primo partito del Italia con oltre il 34% dei voti alle Elezioni Europee?
Per la matematica, aveva votato solo la metà degli italiani (56%), gli altri – evidentemente – non avevano trovato candidati e liste di loro interesse.
Dunque, se in teoria votasse il 100%, quel 34% corrisponde al 18% dei consensi e, soprattutto, se per l’Europa votava il 70-75% come alle Politiche, la Lega sarebbe arrivata intorno al 22% (e non al 34%), dato che l’astensione è stata elevata al Centrosud.

Se ogni Partito attrae uno o al massimo due italiani su dieci, nessuno in Italia ha la maggioranza dei consensi, neanche quella relativa che la Coalizione di centro-destra aveva conquistato con il 37% alle scorse e già dimenticate elezioni.
Per quanto ancora potremo amministrare il Bel Paese con maggioranze, dove avversari politici che si alleano sotto un primo ministro nominato ad hoc, come nel Patto del Nazareno con Matteo Renzi o come tra Lega e Cinque Stelle con il premier Conte?

Demata

Storia dei sindaci dimissionari di Roma

24 Giu

Virginia_Raggi_-_Festival_Economia_2016Una delle tradizioni meno note di Roma è quella del Sindaco dimissionario, cosa che si ripete dagli albori della Repubblica, come del resto avveniva nell’antichità per Tribuni e Imperatori, eletti e giubilati a furor di popolo e … di senatori.

Il primo sindaco repubblicano di Roma fu Salvatore Rebecchini – ingegnere, docente universitario ed esponente della Democrazia Cristiana – che fu eletto una prima volta il 10 dicembre 1946 e si dimise due settimane dopo, preso atto dell’impossibilità di formare una giunta omogenea, ma fu prontamente reinsediato.
Rieletto il 5 novembre 1947 e poi, per la terza volta, il 3 luglio 1952, avrebbe continuato se non fosse stato che, poco prima delle nuove elezioni,  il 22 gennaio 1956, L’Espresso denunciò le facilitazioni che da anni la Società Generale Immobiliare riceveva dal Consiglio Comunale della capitale per ottenere varianti ai piani regolatori. Il mandato di Rebecchini si concluse l’8 luglio 1956 senza essere ricandidato.

Dopo di lui, Umberto Tupini – avvocato, esponente della Democrazia Cristiana, membro dell’Assemblea Costituente – che rassegnò le dimissioni dalla carica dopo un anno e mezzo, avendo deciso di candidarsi al Senato, dopo le polemiche per alcune varianti al piano regolatore, fra cui quella che avrebbe dato il via all’edificazione di una vasta porzione di Villa Chigi allora di proprietà privata e che fu successivamente respinta dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Poi fu l’ora di Urbano Cioccetti –  avvocato e politico democristiano, vicepresidente dell’Azione Cattolica, presidente dell’O.N.M.I. e cameriere di cappa e spada da Pio XII – sotto il quale furono messi in cantiere, per i Giochi della XVII Olimpiade, alcuni notevoli interventi infrastrutturali dagli effetti dirompenti sullo sviluppo urbanistico della città. Il piano regolatore adottato nel 1959 fu respinto nel 1961 dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e il Sindaco, da poco rieletto, si ritrovò con la Democrazia Cristiana romana al centro degli scandali. Il 29 aprile 1961 rassegnò le dimissioni da Sindaco.

Alle successive elezioni, il 17 luglio 1962, venne eletto Glauco Della Porta – libero docente di economia politica all’Università di Messina e dirigente dell’Ufficio studi del Banco di Roma – e il 18 dicembre 1962 il Consiglio comunale di Roma adottò finalmente il nuovo piano regolatore generale, l’anno dopo si inaugurò il Ponte delle Valli sul fiume Aniene e proseguì nei lavori di costruzione dei sottopassaggi di Corso d’Italia e dei Lungotevere. Furono anche appaltati i lavori per il tratto Termini- Anagnina della linea A della metropolitana, i quali iniziarono il 12 marzo 1964, ultimo giorno da sindaco di Della Porta,  che – intanto – si era dimesso in ossequio a un accordo politico all’interno della Democrazia Cristiana, che prevedeva la staffetta con l’assessore e vero capo del partito a Roma.

Il 13 marzo 1964, infatti,  è eletto sindaco Amerigo Petrucci – laureato in filosofia, e entrato nella Democrazia Cristiana nella metà del 1944 – e sotto di lui il fenomeno dell’abusivismo edilizio assume proporzioni allarmanti nelle borgate, come testimoniato dai film di Pier Paolo Pasolini. Alle elezioni amministrative del 12 giugno 1966, Petrucci viene rieletto sindaco, ma  il 13 novembre 1967 si dimette da sindaco per candidarsi alla Camera dei deputati alle elezioni politiche del 1968. quando è ormai prossima una sua incriminazione per reati concussivi, poi caduta.

Gli successe come Sindaco di Roma Rinaldo Santini – segretario della Camera del lavoro di Roma e tra i fondatori della CISL – in carica dal 29 dicembre 1967 al 6 maggio 1969, quando si dimette poco dopo il rilascio delle licenze di costruzione alla Magliana, nonostante le aree fossero a sette metri sotto il livello del Tevere, per cui fu poi rinviato a giudizio e assolto.

Clelio Darida  è stato Sindaco di Roma dal 30 luglio 1969  per due mandati consecutivi, inframmezzati dalle dimissioni del 15 febbraio 1972.  Sotto la sua giunta furono deliberate la  perimetrazione delle borgate abusive sorte dopo il 1962 a premessa di futuri condoni,  la seconda parte del tracciato della linea A della metropolitana (Termini-Ottaviano) su un percorso diverso da quello previsto inizialmente, il “Piano Acea” (Depuratori Roma-Nord, Roma-Sud, Roma-Est e Roma-Ostia), la scelta della direttrice Rebibbia in luogo di quella verso Montesacro, la “strada panoramica” sulle pendici di Monte Mario, l’enorme piano di edilizia economica e popolare per un totale di 35.000 stanze/abitanti realizzate, cioè molti milioni di metri cubi in cemento con decine e decine di chilometri di strade asfaltate e reti urbane, eccetera.
Clelio Darida concluse il suo mandato dimettendosi il 6 marzo 1976 per candidarsi al Parlamento.

Giulio Carlo Argan – critico d’arte e docente universitario – fu eletto Sindaco della Capitale il 9 agosto 1976 – sostenne la difesa dell’ambiente e la riqualificazione storico-urbanistica della città, ponendo le premesse per il rilancio dei Fori imperiali e creando l’Estate Romana, come intervenendo contro la speculazione edilizia.  Si dimise il 27 settembre del 1979.

Dopo di lui, il 27 settembre 1979, venne eletto Luigi Petroselli – politico comunista e giornalista – che completa gli interventi sull’area archeologica pedonale, dal Colosseo al Campidoglio, dota dell’allacciamento alla rete idrica e fognaria le centinaia di migliaia di cittadini delle borgate abusive e riesce ad inaugurare la prima metropolitana di Roma  (la linea A), i cui lavori erano iniziati quasi 20 anni prima.  Muore per un malore improvviso il 7 ottobre 1981.
Gli succede il vicesindaco Ugo Vetere – combattente antifascista, politico comunista e sindacalista CGIL –  che si dedica allo sviluppo di quella che è l’odierna edilizia scolastica romana e da avvio allo sviluppo urbanistico della Romanina, ancora oggi incompleto.

Dopo di lui, il PCI perde le elezioni e dal 31 luglio 1985 diventa sindaco di Roma Nicola Signorello – laureato in giurisprudenza ed ex ministro democristiano – di indiscussa integrità morale per cui fu oggetto di numerose critiche di “immobilismo”, al punto che, dopo due crisi della giunta risoltesi con la riconferma di Signorello a sindaco,  alla terza volta dovette dimettersi il 10 maggio 1988.

Gli fa seguito Pietro Giubilo – funzionario regionale democristiano – che viene eletto sindaco il 6 agosto 1988, ma si dimette il successivo 29 marzo 1989, a causa di una vicenda giudiziaria dalla quale sarà poi scagionato. La Giunta dimissionaria approva un numero esorbitante di delibere, di cui ben 1.200 il giorno prima dello scioglimento e la nomina del commissario prefettizio Angelo Barbato il 10 luglio 1989.

Il 19 dicembre 1989 viene eletto Franco Carraro – dirigente sportivo e ministro socialista – che si ritroverà a concludere anticipatamente il suo mandato il 19 aprile 1993 per scioglimento dell’assemblea capitolina, con la nomina di un commissario prefettizio, tra  incriminazioni degli assessori per Tangentopoli e dimissioni dei consiglieri comunali.

Al commissariamento fa seguito, il 5 dicembre 1993, l’elezione a Sindaco di Francesco Rutelli – segretario del Partito Radicale e ministro – che attuò tramite il supporto di collaboratori esterni un enorme programma di recupero e modernizzazione delle infrastrutture della città di Roma , venendo rieletto e restando in carica fino a fine mandato, l’ 8 gennaio 2001. Sotto la sua amministrazione il comune si aggiudicò il rating Tripla A, mentre i 347 mutui contratti dalla giunta rimasero al 12% delle entrate, molto al di sotto della quota consentita, non emettendo dei derivati.  Le entrate cittadine, in crescita di oltre 1,5 miliardi di euro, e un’autonomia finanziaria, superiore al 70%, erano agevolate da un programma efficiente di privatizzazioni, per 1,2 miliardi di euro.
Rutelli si dimise il 29 gennaio 2001 per poter guidare il centrosinistra come candidato premier alle elezioni politiche, mentre montava l’inchiesta per incarichi professionali a collaboratori esterni come personale della propria segreteria, poi ridimensionatasi.

Dopo di lui, venne eletto sindaco Valter Veltroni – politico ex PCI, giornalista, scrittore e regista – in carica dal 1º giugno 2001 e rieletto fino al 13 febbraio 2008, quando si dimise per candidarsi alle elezioni politiche, dopo aver completato con difficoltà solo parte delle opere pubbliche avviate dalle Giunte Rutelli e mentre Roma entrava drammaticamente nella spirale debitoria odierna.

A seguire, dal 29 aprile 2008, è Sindaco di Roma Gianni Alemanno, – politico di estrema destra e ministro – che concluse regolarmente il suo mandato l’11 giugno 2013, ma la Giunta era paralizzata da anni, sia per il grave indebitamento del Comune di Roma, quantificato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s a 6,9 miliardi di euro, sia per lo Scandalo di “Parentopoli” per le assunzioni nelle aziende ex municipalizzate del Comune di Roma, tra cui Atac, la società del trasporto pubblico, e AMA, che si occupa dei rifiuti, mentre fu allora che ebbe inizio l’infiltrazione corruttiva di Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, attraverso la fondazione Nuova Italia, passata alle cronache come ‘Mafia Capitale’.

Sull’onda degli scandali, il 12 giugno 2013 venne eletto sindaco Ignazio Marino – chirurgo e accademico – che tentò di riavviare la crescita e la modernizzazione  delle Giunte Rutelli senza particolare successo e che dovrà lasciare l’incarico il 30 ottobre 2015, a seguito delle dimissioni di 26 consiglieri comunali, in buona parte poi finiti nelle inchieste di Mafia Capitale o dello Scandalo Parnasi.

Arrivati ad oggi, ricordiamo che il Sindaco Virginia Raggi fu eletta il 22 giugno 2016. Finora si è dimesso un numero esorbitante di assessori, mentre Roma è ferma e perde infrastrutture una dietro l’altra. Secondo i romani intervistati da Euromedia per Il Messaggero, il 76,5% non la voterebbe e il 68,6% la considera «incapace come sindaca di Roma». Visti i precedenti, di oggi e del passato, sarebbe utile sapere anche se i romani sono capaci di farsi governare.

Quasi tutti i Sindaci di Roma Capitale hanno concluso il proprio mandato dimettendosi, gli unici due sindaci che sono arrivati a fine mandato sono proprio quelli oggetto dei maggiori scandali, quasi sempre al centro delle polemiche c’erano l’espansione urbana e le opere pubbliche, cioè speculazione che genera occupazione e benessere.

Ma, a ben vedere, è dai tempi dell’ “immobilista” Nicola Signorello che Roma non aveva la produttività già solo per sostentare la convulsa espansione demografica e urbanistica avvenuta dal Dopoguerra agli Anni ’70, spesso speculativa e/o abusiva.

E, finito il mandato di Francesco Rutelli, sembrerebbe che sia venuta a mancare anche l’attrattività e la ricchezza, come la cultura e l’innovazione, che sono indispensabili per una Capitale del III Millennio … se è questo che Roma vuole ancora essere.

Demata

 

Petroliere in fiamme, valute sull’orlo di una crisi di nervi

14 Giu

Due mesi fa, Trump sollecitava l’Opec a ridurre i prezzi del petrolio greggio. L’aumento del costo dei combustibili frena i consumi e fomenta l’inflazione, spingendo al rialzo i tassi di interesse.

cRUDE oIL pRICES cHART.jpg

Neanche un mese dopo, il 12 maggio, quattro petroliere  venivano sabotate con mine depositate da barchini al largo di Fujairah sullo stretto di Oman. Si tratta delle saudite Amjad, che approvvigiona l’Olanda, e Al Marzoqah, che sposta il greggio verso depositi e raffinerie locali come anche la A. Michel degli Emirati, mentre la norvegese Andrea Victory  rifornisce Sudafrica e Americhe.

Ieri, due altre petroliere sono state colpite da siluri o forse da mine o da razzi, si tratta della Altair e la Kokuka Corageous, ambedue destinate al mercato energetico giapponese, proprio mentre  il primo ministro nipponico Shinzo Abe si trova in visita in Iran.

Dunque, c’è di che allarmarsi, dato che il prezzo del greggio ha un triste nesso con il declino italiano: nel 2001 non siamo solo passati all’Euro, è anche l’anno che il prezzo del petrolio greggio ha ripreso a crescere, sfondando in pochi mesi il tetto medio annuo dei 30$ a barile, dopo due anni quello dei 40$ (2003), dopo quattro i 60$ (2005) e poi anche quello dei 90$ (2010), cosa che durò fino al 2013.

Da allora, il prezzo del greggio si è tenuto più o meno sotto i 50$ al barile, grazie ai cambiamenti politici in Qatar, Venezuela e Siria, che hanno calmierato il mercato … con tendenze al rialzo.

E domani, cosa succederebbe in Italia con il greggio a 100 dollari al barile?

Daremmo la colpa all’Eurozona, se ci sarà da ‘aggiustare il Bilancio di qualche percento o ci ricorderemo dei soldi per le infrastrutture energetiche ‘alternative’ al petrolio, andati dispersi per decenni, come per i tanti scandali dell’eolico, del fotovoltaico, dei rifiuti?
E con i tassi di interesse al rialzo, quanto ancor di più sono da evitare tanto le sanzioni europee quanto le sub-valute o altre forme di dissanguamento?

Demata

La Patrimoniale come (inevitabilmente) sarà

12 Giu
Giorno memoria: le celebrazioni al Quirinale

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Cosa è una Imposta Patrimoniale? Dipende … da cosa offre il Paese e da quale ‘rientro’ dal debito si vuole raggiungere.

C’è la Patrimoniale sulle aziende, cioè i Mini-Bot che trasferiscono per tot anni il debito pubblico sui fornitori ed a catena sulle Utilities e le Banche. Dunque, a parte l’Europa che esclude una doppia valuta, inizia ad essere chiaro a tutti che i Mini-Bot portano rischi e incognite molto seri per la Finanza globale italiana. 

C’è la Patrimoniale con prelievo retroattivo sui conti correnti bancari del 6 per mille e l’imposta straordinaria immobiliare (Isi) con un’aliquota del 3 per mille, quella del Governo Amato nel 1992.
Non servirebbe: rese “solo” 11.500 miliardi di lire …

E c’è la Patrimoniale con imposta pari al 10% del reddito al vaglio degli esperti nazionali, tenuto conto che “con un’aliquota del 10 per cento si garantirebbe un gettito di 974,3 miliardi e il rapporto debito/Pil calerebbe subito”, superando – si spera – la fase recessiva conclamatasi a dicembre scorso.

Una eventuale Patrimoniale giallo-verde che l’Osservatorio Conti pubblici italiani diretto da Carlo Cottarelli ha già bocciato, segnalando cosa potrebbe renderla inefficace.

Infatti, la base imponibile che verrebbe individuata sui conti correnti sarebbe di gran lunga inferiore a quella teorica, perchè “buona parte dei patrimoni elevati o sono già all’estero o sono detenuti da residenti tramite società estere” e perchè “riguarderebbe i patrimoni delle persone meno abbienti e meno istruite, che hanno solitamente più difficoltà a gestire i propri risparmi”.
Una imposta particolarmente iniqua, insomma, oltre che di dubbia efficacia.

Altra cosa sarebbe, se si guarda alla base imponibile includendo anche gli immobili, con una Patrimoniale che di fatto esenta tutto il mondo degli assegnatari di case popolari e si amplia alle proprietà terriere, in linea con il Fiscal Monitor del Fondo Monetario internazionale di quest’anno: in Italia la ricchezza potrebbe essere tassata attraverso una moderna imposta patrimoniale sulla prima casa” e “molti paesi hanno spazio per incrementare le proprie entrate in modo significativo tassando eredità, terre e proprietà immobiliari”.

Ma se il target governativo fosse quello di recuperare ‘solo’ i 3-400 miliardi necessari per riavvicinarsi al pareggio del Rapporto Debito-Pil, cosa possiamo aspettarci?

Tenuto conto che “la cura non può ammazzare il cavallo”, la domanda è se possiamo aspettarci una Imposta Patrimoniale da 300 miliardi di euro effettivi, cioè:

  1. 10-15% sulla liquidità, eventualmente modulando l’aliquota a seconda del valore complessivo e/o del reddito annuo dichiarato. Un risparmiatore che abbia accantonato 50.000 euro dovrebbe all’Erario comunque meno di 10.000 euro.
  2. 5-15% sugli immobili, tenendo conto di cosa sia “prima casa” e di cosa è “attività produttiva”. Il proprietario o l’erede di una abitazione di pregio del valore di 500.000 euro potrebbe aver bisogno di diverse decine di migliaia di euro per far fronte al Fisco. Allo stesso modo, sarà da capire cosa avverrà in termini di concentrazione delle attuali piccole proprietà rurali.

Probabilmente si, possiamo aspettarci una Patrimoniale del genere: oltre sarebbe insostenibile, al di sotto si renderebbe inefficace.

Demata

Il Vaticano, gli immobili e il lusso

15 Mag

“Il Vaticano è uno dei più grandi proprietari immobiliari italiani, con un patrimonio di almeno 115mila unità che equivale al 20% dell’intero patrimonio immobiliare italiano. … Ed intorno a queste proprietà ruota un giro d’affari di oltre 4 miliardi di euro l’anno legato al turismo religioso, grazie all’impiego  di questi immobili come bed & breakfast ad esempio”.

5cc0ba21240000330036e41e

Di seguito l’elenco delle entità che fanno capo alla Santa Sede e le relative proprietà nel pieno centro di Roma (per l’articolo originale e i dettagli vai a Roma Today 28 marzo 2016)

  • Propaganda Fide = 957 beni tra terreni e immobili
  • Sacra Congregazione per l’evangelizzazione = 80 terreni e immobili
  • Vicariato di Roma = 191 beni tra terreni e immobili
  • Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa) = 82 beni tra terreni e immobili
  • Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica della Città del Vaticano = 63 beni
  • Caritas Italiana = 79 immobili t
  • Almo Collegio Capranica = 22 immobili
  • Arciconfraternita venerabile Santissimo Sacramento San Pietro in Vaticano = 18 immobili
  • Ancelle francescane del Buon Pastore = 54 immobili
  • Arcipreture che “hanno centinaia di terreni”, ad esempio “180 quella di Mazzano Romano 180 (5 immobili); 128 quella di Magliano Romano; 48 quella di Affile”.

Aggiunge  “Qui Finanza” del 17 maggio 2016 che “ad occuparsi di questo impero” sono in particolare due istituti operativi: “Propaganda Fide e Apsa. Governerebbero appartamenti di lusso per circa 9 miliardi di euro di valore. Molte delle 957 case di proprietà (725 sono a Roma) verrebbero poi date in affitto, e a volte vendute, a prezzo agevolato, a nomi illustri”.

Qui Finanza afferma anche che

  • i 5.050 appartamenti dell’Apsa – Amministrazione patrimonio sede cattolica – sono “affittati a prezzo di mercato agli sconosciuti e a canone zero a chi ha servito la chiesa: giuristi, letterati, direttori sanitari. Sono 860 le locazioni gratuite. Innanzitutto, quelle per le case-reggia dei 41 cardinali di prima fila: tutti intorno a San Pietro”
  • vecchi monasteri, abbazie ed altri locali trasformati in hotel e bed and breakfast, con circa 200mila posti letto corrispondenti a 4,5 miliardi di valore di un crescente turismo religioso.

e precisa che (Qui Finanza 18 maggio 2018)

  • c’è “un piccolo esercito di trecento strutture, le cosiddette case per ferie, gestite da enti ecclesiastici. … Si tratta invece di alberghi veri e propri, con tutte le caratteristiche richieste dal turismo internazionale contemporaneo. Molti delle quali, per inciso, non pagano l’Imu, la Tasi e spesso neanche la tariffa rifiuti. Alcune di queste hanno accumulato debiti con l’amministrazione comunale per centinaia migliaia di euro: una residenza di Prati chiede 150 euro a notte per una camera doppia, ma vanta 105 mila euro di arretrati con il Comune”.

Non è così strano se la Santa Sede da secoli e secoli si sostiene con l’attività turistica.
E Papa Francesco ha già chiarito – a chi vuol sentire – che “i conventi servono per motivi religiosi. Se invece si trasformano in alberghi è giusto che paghino le tasse come tutti gli altri”. 

La domanda è perchè proprio l’elemosiniere del Pontefice, il cardinale Konrad Kajewski, ha infranto i sigilli apposti ai contatori di uno stabile i cui occupanti non avevano pagato da anni bollette della luce per circa trecentomila euro, mentre aveva ampie risorse per saldare “come tutti gli altri” quel credito maturato dagli occupanti verso Roma Capitale che la partecipa Acea al 51% , cioè verso i romani tutti. 

Demata