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Quota 100 e Quota 41: il lato oscuro

19 Set

Si potrà andare in pensione a sessant’anni con 40 anni di contributi od anche prima se la contribuzione supera i quarantuno.

Bene, benissimo, ma vediamo quali sono le incognite:

  • queste pensioni equivarranno al 70% dell’ultimo reddito come oggi o – probabilmente – anche di meno?
  • nei ‘contributi’ rientreranno anche gli anni riscattabili e ricongiungibili, che l’ Inps non si ritrova già oggi?
  • le pensioni per invalidità <80% saranno ancora penalizzate se l’invalido grave ha meno di 62 anni?
  • per le malattie congenite verrà ripristinata la maggiorazione contributiva di cinque anni secchi come era nel 2010?
  • il vigente art. 42 DPR 1092-1973 – quello che riguarda pubblici impiegati e militari ‘gravi infermi’ – ritornerà ad essere attuato?

A latere, resta da capire come gestire la previdenza nazionale per invalidi e lavoratori malati cronici se ogni regione fornisce (o non fornisce) prestazioni e parametri a modo proprio nella Sanità come nell’Assistenza .

La montagna partorirà un topolino?

Demata

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Prima dell’Europa, l’Italia? Perchè è difficile a farsi

15 Set

Per il budget dell’Unione Europea,  nel 2006 ogni tedesco contribuiva al netto per 124 €, un italiano o un francese per 58 euro, meno della metà, un inglese circa 90 euro. Il problema più vistoso che al lordo tedeschi (276 €), francesi (266 €), italiani (244), inglesi (226) contribuivano quasi alla pari.

Ecco perchè la Germania ‘detta legge’, se al netto versa più del doppio, ed ecco quale domanda porsi: dove finivano i 244 euro lordi contribuiti pro capite da ogni italiano, se  se , poi, se ne contavano solo 58 al netto? Mistero.

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Fatto sta che il “Financing of the general budget by member state” (2007-2013) conferma che se l’Italia contribuisce – come tutti – per l’1% del proprio Reddito Nazionale Lordo, i finanziamenti UE spesi sono solo lo 0,8% del RNL e va ancor peggio la Francia con lo 0,7% o la Germania con lo 0,5%.

A questi dati, nota bene, corrisponde la diffusa percezione italiana che la burocrazia fagociti e dissipi i fondi UE, o quella francese, che – burocrazia a parte – dimentica puntualmente banlieues in degrado e tanta provincia arretrata, oppure quella tedesca per cui la Germania  è colei che si fa operosamente carico dei ‘vizi’ latini.

Demagogia e populismi? Forse, ma cosa dire dei Media che non approfondendo quel che accade lasciano campo libero alle chiacchiere da bar, quando – dopo anni di promesse – si scopre che c’è chi non ha utilizzato i fondi e, peggio, chi ha sforato.

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Nel 2006, inoltre, il budget UE constava di 105 miliardi di euro (oggi 145, ) e nella sostanza veniva e viene distribuito (dati del 2015) con queste percentuali:

  • 41% – produrre alimenti sicuri, favorire una produzione agricola innovativa ed efficiente e l’uso sostenibile del territorio e delle foreste.
  • 34% – aiutare le regioni sottosviluppate dell’UE e le fasce svantaggiate della società
  • 12% – migliorare la competitività delle imprese europee

In parole povere, questo si traduce in:

  • molto ma molto di più in costi, tasse e tributi – specie quelli meno abbienti – in termini di spesa alimentare  con un effetto domino che impatta direttamente sull’uso sostenibile del territorio (strade, trasporti, manutenzione) e delle foreste (gestione rifiuti incrementale).
  • molto ma molto meno del 34% per le fasce svantaggiate della società che vivono in aree relativamente sviluppate, cioè tutte le aree metropolitane, dove si addensa la maggior parte dei poveri e dei sottoccupati

Demagogia e populismi? Se non in una situazione del genere, quando?

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E’ evidente che ‘worker class’ e ‘middle class’ non ottengono da almeno un decennio nè benefici nè rassicurazioni da un simile approccio:

  • in Germania la densità demografica inizia ad essere pesante, ci sono tagli addirittura per i diritti alla casa e alla maternità, intanto si destinano ‘aiuti’ a paesi stranieri … ai lavoratori (Gott sei Dank!) ci pensano i sindacati, le Versicherung e i Lander
  • i francesi hanno un reddito medio simile a quello italiano, ma … non sono ‘sottosviluppati’, anzi spendono alla grande in ricerca e università. Ovviamente i francesi ‘normali’ attendono sempre che si trovi il modo di risollevare i loro stipendi asfittici dai tempi di Mitterand
  • gli italiani sanno bene che fu la Lira a capottarsi nel 1974 come nel 1994, ma fanno finta di niente e mica è colpa loro se i conti per entrare nell’Euro erano a dir poco ottimistici. Ma è facile dare la colpa all’Europa, come è difficile avviare delle riforme, se l’Italia è senza classe dirigente, dato che in dieci anni oltre un milione di eccellenti laureati è andato via insieme a diversi milioni di giovani operosi diplomati.

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Dunque, è essenziale che l’Europa prenda atto che la spesa in coesione sociale deve divenire primaria e l’onda di populismi e nazismi emergenti dovrà pur riaprire la questione del ‘welfare state’.
Purtroppo, come andranno le cose, c’è che l’Italia ancora non prende atto di essere ‘anomala’ in fatto di Sanità, Assistenza e Previdenza, cioè di essere lei stessa ad impedire un processo di unificazione ‘sociale’ europeo, che richiede, e che si fonda generalmente su istituti pubblici e su casse/mutue di comparto … proprio come recita la nostra Costituzione e proprio come diffidano coloro che vorrebbero nazionalizzare tutto … se non fosse che lo è già e funziona davvero male.

Una anomalia italiana che – tra l’altro – prevede un notevole sbilanciamento dei Conti Pubblici – se qualcuno se ne fosse accorto – a causa dell’enorme prelievo fiscale, tributario e d’imposta da parte dello Stato per conto dell’Inps, come delle Regioni e dei Comuni, cioè a catena di ASL, Università, Onlus, Patronati ed appaltatori o concessionari vari, che costituiscono l’effettiva ossatura dei servizi nei territori e per i cittadini, che se possono si rivolgono altrove.

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Se l’Europa resiste alle pressioni italiane ed esita sul ‘welfare state’ è perchè – viste le riforme costituzionali che attendiamo da decenni – teme che in tal modo vada a peggiorare la situazione debitoria, dell’efficienza della pubblica amministrazione e dei servizi. Cioè il consenso …

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E non sembra che maggioranza, opposizione e media vogliano farsi parte di questo ‘altro lato della medaglia’, che sta lì dagli esordi della Seconda Repubblica: non è possibile restaurare la Prima Repubblica, che – per altro – finì per corruttela sentenziata, come – pezzo per pezzo – lo è stata la Seconda.

Tutti i dati confermano che la ‘sicurezza’ – sia come legalità sia come sanità / previdenza /assistenza – è un aspetto critico, che non riguarda solo l’autodifesa come afferma Salvini nè riguardava solo la trasparenza come auspicava Bassanini.
Marciapiedi e strade sicure, scuole decorose, ospedali efficienti, operatori gentili e preparati, mobilità accettabile, turn over e concorsi: a parte i Populisti, c’è qualcuno disposto a promettere tutto questo e come?

Demata

Scuola, servizi pubblici, pensioni: dove sono il Governo e le Opposizioni?

1 Set

E’ il 1° settembre, riaprono le scuole e – dalle notizie del Fatto Quotidiano – dovrebbero ancora esserci migliaia di dipendenti che hanno richiesto la pensione anticipata e sono con la pratica ancora in lavorazione o soggetta a chiaro ricorso.
Intanto, CGIL Scuola annuncia che  “manca un preside su 4, servono segretari e bidelli. In cattedra ottantamila precari. Avvio delle lezioni a rischio caos nonostante i 57mila contratti a tempo indeterminato. E resta il rebus delle maestre diplomate“.

Parallelamente, a dimostrazione che il meccanismo del turn over della Pubblica Amministrazione si sia inceppato (e che le problematiche ex Inpdap non erano limitate a ‘soli’ 10 miliardi di deficit), basta andare su un sito o un forum dei lavoratori della Difesa o della Sicurezza per rendersi conto che decine di migliaia di loro attendono una pensione e spesso sono invalidi. E gli organigrammi degli Uffici pubblici consultabili su internet sono pieni di posizioni in reggenza o utilizzazioni, ergo privi di personale.
Anche nella Sanità, se la Legge 161-2017 modifica la turnazione ospedaliera, questo non corrisponde la possibilità di nuove assunzioni per garantire il servizio.

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Nel privato, il fenomeno ricomprende i lavoratori divenuti invalidi con 400 euro di pensione al mese anche se hanno 30 anni di contributi, gli esodati e le ricongiunzioni negate, i ricomputi retroattivi dopo aver dilazionato per anni, cioè … i 60enni in cerca di lavoro dopo 30 anni di attività disastrosamente sotto gli occhi di tutti da un decennio.

Una diffusa flessione nei diritti dei lavoratori (cioè degli assicurati), che diventa sempre più debordante grazie alle facili e fuorvianti promesse di Salvini di ‘abolizione della Legge #Fornero “, fondate a loro volta su una serie di luoghi comuni.

E’ una bufala che alla pensione di pervenga non prima dei 65/67 anni: il requisito ‘minimo’ della Fornero è l’età contributiva e non anagrafica, potrebbe trattarsi di un lavoratore precoce oppure mansioni usuranti o semplicemente un grave invalido.

E’ una bufala che le generazioni ‘anziane’ non abbiano contribuito a sufficienza: può essere vero per le contribuzioni fino alla fine degli Anni ’70, ma  chi ha iniziato a lavorare negli Anni ’80 rientra più o meno nel sistema contributivo odierno, perchè era cessata la spinta inflazionistica degli Anni ’70 ed avviata l’unificazione finanziaria europea.

E’ una bufala che l’Italia sia afflitta dalla piaga delle frodi assicurative: quello dei falsi invalidi è un fenomeno specifico locale, ma non sono chissà quanti rispetto alle medie europee o statunitensi, specie se parliamo di infortuni sul lavoro. Viceversa, le sentenze del Tribunale del Lavoro favorevoli agli assicurati/assistiti sono tantissime ed anche i morti sul lavoro o i riconoscimenti postumi di danno alla salute rappresentano in Italia un dato rilevante, se parliamo di Vigilanza Sanitaria, prevenzione e sicurezza.

E’ una bufala che dare una rendita agli invalidi sia un costo pubblico non prioritario: era una spesa ben definita fino al 1976 e da decenni inglobata nella massa delle pensioni complessive, senza un bilancio di quanto il Sistema Italia spenda di più, lesinando e rinviando, per minore produttività al lavoro, come per sicurezza sociale (assistenza) e per maggiore accesso alle cure (sanità). Persino negli USA, dove sono attenti al ricavo, gli invalidi hanno chiari diritti, assistenza e sussidi.

E’ una bufala che la Sanità – indispensabile se si vogliono tenere al lavoro degli over55 – sia in Italia “universale”: in realtà è un sistema neanche nazionale, bensì regionale o, peggio, ‘locale’ a seconda della ASL. Infatti, in molte Regioni i Livelli Essenziali Assistenziali e i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non sono di fatto attuati , gran parte delle strutture non ha la cartella elettronica, le prenotazioni sono mesi di distanza, le prescrizioni di altre regioni non vengono attuate.

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Queste cose dovrebbero far riflettere, perchè stiamo parlando dei risultati di una ‘nazionalizzazione’, quella avvenuta dal 1974 delle Casse e delle Mutue, già concessionarie ai sensi dell’art. 38 della Costituzione.

A proposito, è una bufala che non vi siano i soldi per le pensioni:  chi versa contributi per oltre 38-43 anni, a seconda degli Stati e degli istituti, è nel dovuto e dovrebbe essere solo una questione di aspettativa in vita individuale e di rendita.
Il problema reale è che il declino italiano, smantellando il settore industriale e manifatturiero, ha già prodotto milioni di sottoccupati con scarsa contribuzione.

Inoltre, sappiamo che c’è un certo numero di rendite ‘eccezionali’ rispetto all’effettiva contribuzione che fa a contraltare con la pochezza dei sussidi ai lavoratori invalidi. Ma non dovremmo fare altro che separare le spese sociali di uno Stato o una Regione (100-150 mld annui) da quelle contributive tra lavoratore ed assicuratore pubblico o privato che sia (3-400 mld annui).
Quanto all’istruzione, un conto è finanziare solo scuole statali, un altro è garantire gli studi gratuiti (entro dei parametri) a chi sceglie le scuole private.

Doveva essere così fin dal 1948. Noi italiani l’avevamo promesso nel 1994. Lo ribadimmo nel 2011 … evidentemente l’Italia può aspettare.

Demata

Ospedale San Giacomo di Roma: un triplo scandalo con soluzione?

7 Lug

Da dieci anni è abbandonato l’Ospedale San Giacomo in Augusta di Roma, nonostante la Regione Lazio paghi un affitto di due milioni annui, in attesa di ridiventare effettiva proprietaria nel 2033, e che poco prima di abbandonarlo fossero stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati della struttura.

 

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La storia

L’ospedale (noto anche come Arcispedale di San Giacomo degli Incurabili), venne riedificato nel 1339 e donato alla città di Roma dal Cardinale Antonio Maria Salviati nel suo testamento del 1562 , con la clausola della restituzione agli eredi se la struttura cessasse di essere luogo di cura, confermata nel 1610 da Papa Paolo V Borghese, che ratificava “il divieto assoluto di cambiarne la finalità, vendere, affittare, permutare, dare in enfiteusi, sotto alcun diritto o alcun Stato”.

Nel 2002, la Regione Lazio sull’orlo del collasso finanziario decretava la cessione di 56 complessi, tra cui il San Giacomo, ad un prezzo pari all’incirca a due miliardi, riaffittati alle aziende venditrici (ASL e AO regionali) con contratti trentennali, con opzione di riacquisto e rispettandone la destinazione d’uso.
Un gran pasticcio, anche perchè alcune strutture erano inservibili ed altre non vennero effettivamente cedute, che alla fine si risolse con l’intervento della Corte dei Conti e la conversione della cessione in titolo di garanzia del credito, da cui non più “affitti”, bensì rate a scomputo fino al 2033 mentre la Regione Lazio continuava a far funzionare le strutture.

Nel nostro caso, sul San Giacomo vertevano due milioni annui e la Regione avviava il percorso di “trasformazione in una residenza per anziani, come in tante città del nord Italia e del nord Europa, sempre nell’ambito pubblico. Non ci saranno alberghi” (ex assessore al Bilancio Alessandra Sartore).

Bene a sapersi che le residenze sanitarie assistenziali si distinguono per legge dagli ospedali e dalle case di cura e che gli eredi del Cardinal Salviati, che donò l’edificio alla città di Roma con testamento vincolato, avessero “mandato una diffida al presidente della Regione, al ministro degli Interni, al presidente del Senato Grasso e alla Corte dei Conti” e nel 2008 anche un appello a papa Benedetto XVI “per far rispettare il testamento e i vincoli della cartolarizzazione degli ospedali laziali. Non è possibile trasformare il San Giacomo in residenze per anziani pubbliche, perché, proprio in virtù del testamento e anche delle clausole di vendita alla San. Im, deve tornare ad assere un ospedale pubblico”. (Repubblica)

Essendo una struttura enorme nel bel mezzo di Roma (Via del Corso), in un municipio poco abitato dai residenti e sede di noti complessi ospedalieri, come il San Giovanni e l’Umberto I, nonostante fossero già stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati, alla Regione Lazio non restò che deliberare la sua chiusura, avvenuta il 31 ottobre 2008.

Il San Giacomo oggi
Da allora, la situazione è in stallo.

Da un lato la Regione Lazio non può di certo spendere risorse per il San Giacomo, se i residenti degli altri municipi – cioè il 90% dei romani – più quelli delle varie provincie invocano ben altre esigenze ed urgenze.

Dall’altro gli eredi del Cardinal Salviati non procedono alla restituzione dell’immobile, compensando però quanto dovuto per le messe in opera fatte nel tempo dalla Regione Lazio e dalla città di Roma.

Dunque, gli scandali sono già due.
Il primo è quello della cessione con affitti onerosi del 2002 e “risoltasi” dopo l’intervento della Corte dei Conti, con la conversione in canoni di leasing.
Il secondo è che c’è una bella e dignitosa residenza sanitaria assistenziale per anziani che resta ferma per effetto di una bolla pontificia e … del Concordato.

Il pressing ‘popolare’ per sbloccare le residenze a cantieri già avanzati non vi fu, ma – comunque – “a nulla sono poi serviti gli appelli del comitato «Salviamo il San Giacomo», né le oltre 60mila firme raccolte dalla petizione per la sua riapertura” come ospedale. (Il Tempo)

Tra le varie «criticità», c’è anche quella denunciata dai Cinque Stelle dei  due cantieri nel 2013 per il rifacimento del tetto di copertura, ormai sede operativa di gabbiani e piccioni, e quella della Corte dei Conti che chiedeva di “riflettere sulla opportunità di continuare a destinare risorse finanziarie aggiuntive, rispetto a quelle già necessariamente spese a suo tempo per mettere a norma l’edificio, senza che vi sia, neppure in prospettiva, un beneficio effettivo per l’utenza”.

Riepilogando,
  • la Bolla Papale del 1610 prevede “il divieto assoluto di cambiarne la finalità … , sotto alcun diritto o alcun Stato”
  • la Regione Lazio non ha le risorse per aprire i cantieri necessari a ripristinare ed ammodernate l’ospedale preesistente, nè quelle per le assunzioni di personale, le ulteriori posizioni apicali e le forniture varie
  • gli eredi del Cardinal Salviati che per riprendere possesso della struttura e ridestinarla dovrebbero affrontare spese enormi, praticamente cederlo ad un Fondo
  • il Vaticano cautamente non si esprime sul cambio di destinazione e su quali servizi assistenziali (fisioterapici, ad esempio) siano compatibili con la ‘denominazione’ data nel 1610
  • ogni tanto la Politica locale, da Fassina (2017) a Pirozzi (2018),  si attiva per la ‘mission impossible’ della riapertura del San Giacomo, ma non per la residenza sanitaria
  • Roma Capitale nicchia sull’argomento, nonostante i Cinque Stelle in Regione Lazio siano anni che si fanno sentire e nonostante sia l’effettiva destinataria della donazione
  • intanto ci sono spese vive e tutto resta fermo.

 

La soluzione

Non molti, forse, ricordano la storia del Pio Albergo Trivulzio di Milano, per oltre due secoli casa di cura per gli anziani meno abbienti della città e la recente sentenza in Cassazione per abuso d’ufficio e turbativa d’asta nella vendita del patrimonio immobiliare da parte della ASL.
Visti i precedenti, sono comprensibili esitazioni, dubbi e … stallo, visto che il Vaticano non può consentire a cuor leggero una ‘derubricazione’ della destinazione, se poi c’è il rischio di squallide speculazioni e costi imprecisati.

Però, iniziamo col dire che un Presidio di Cure Intermedie, come a Prato, non ci starebbe affatto male e sarebbe compatibile sia con le ristrutturazioni sia con i finanziamenti accessibili per gli anziani indigenti e i malati cronici e sia con la Bolla papale.
Inoltre, perchè non l’ Attività di Presidio Integrato nel bel mezzo del Turismo e della Movida romana, come alla Stazione Centrale di Milano,  con mediatori culturali (interpreti), fornendo un poliambulatorio di cure primarie, dispensazione od erogazione assistita di farmaci, ambulatorio infermieristico, centro prevenzione dell’abuso di sostanze e/o delle malattie sessualmente trasmissibili?
Quale posto migliore di via del Corso 233 per una Guardia medica turistica a Roma, come ad Ischia d’estate ?

Andando a soluzioni più ‘romane’, una soluzione per riaprire il San Giacomo rapidamente ed a bassi costi potrebbe essere quella di portare servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici ampiamente compatibili con la principale attività originaria dell’ospedale (cura del “malfrancioso, la sifilide) e con le ristrutturazioni già effettuate?
Questo permetterebbe di riportare in centro una parte dei servizi del San Gallicano, che offre per l’appunto servizi servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici, ma fu trasferito nella periferia estrema, perchè l’edificio settecentesco non si prestava ad adeguati ammodernamenti.
Di conseguenza, il polo oncologico Regina Elena di Mostacciano avrebbe più spazio e risorse per espandersi con le sue varie eccellenze.

In ambedue i modi, che non si escludono a vicenda, ne verrebbe che malati cronici e anziani residenti avrebbero un riferimento per le cure ordinarie, magari con qualche posto letto, mentre i turisti avrebbero un funzionale riferimento per cure di livello ambulatoriale nel bel mezzo di Roma.

Dunque, non c’è da riaprire l’Ospedale San Giacomo, bensì da ripensarlo ed in fretta.

Le risorse per ristrutturare? Non sono troppe a confronto del bagno di sangue e della mancata crescita finora avvenuti. Relativamente poche rispetto a quanto possa generare l’afflusso di rimborsi delle prestazioni ‘assicurative’ offerte a turisti stranieri, l’espansione di un centro oncologico ed il ripristino al centro della città di una tradizione fisioterapica-dermatologica risalente al Medioevo.

A proposito, che peccato per le Olimpiadi rifiutate e le infrastrutture che Roma dovrà comunque trovare il modo di finanziare: il vero scandalo di questa storia è che – a parte l’intervento inevitabile di Marrazzo come governatore – la Politica romana si guarda bene dall’occuparsi dei guai che combina, mentre spese e ruderi restano a noi.

Demata

Lega morosa ed insolvente? Meglio pagare …

5 Lug

Un anno fa, Umberto Bossi, leader della Lega, veniva condannato a 2 anni e sei mesi per una truffa da 56 milioni ai danni dello Stato, perchè tra il 2008 e il 2010 il partito aveva presentato rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici, che per l’accusa sarebbero stati usati, in gran parte, per spese personali.

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E che la Lega fosse ben coinvolta è dato dalla condanna quasi doppia (4 anni e dieci mesi) appioppata all’ex tesoriere Francesco Belsito, oggetto anche di altre sentenze, dove è in compagnia degli ex revisori contabili del partito, Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi. (Fonte ANSA)

Dopo un anno, la Corte di Cassazione batte cassa e chiede il sequestro di quei 56 milioni sottratti agli italiani e il segretario attuale della Lega, Matteo Salvini, non ci sta: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di dieci anni fa su soldi che io non ho mai visto”. 

In pratica, Matteo Salvini afferma che i debiti con l’Erario, cioè con gli italiani, vadano prescritti dopo tot tempo dal fatto e che, se un Ente – fallimentare e/o fraudolento – cambia gestione, i buchi pregressi vanno in cavalleria e paga Pantalone. 

Libero di farlo come leghista, anche se tecnicamente la Lega è morosa e potenzialmente insolvente, ma Matteo Salvini oggi è prima di tutto il ministro degli Interni italiano: se vuole può portare a voto in Parlamento una norma che azzera i debiti dopo cinque anni, poi si vedrà chi gliela vota.

Di sicuro Salvini non può usare il proprio ruolo istituzionale per sollecitare un trattamento di favore da parte della Magistratura: fallisce la Lega? Per gli stessi motivi – leader avido e tesoriere furbo – sono già falliti fior di partiti, aziende, società sportive e persino … qualche Stato.

Morosi ed insolventi: c’è da chiedersi con quale faccia – ottenuto l’eventuale ‘sconto’ – Matteo Salvini e la Lega potranno presentarsi dai cittadini e dagli imprenditori che a decenni di distanza combattono ancora con il Fisco e l’Erario per pochi spiccioli?

Meglio pagare senza far troppe storie.
Demata

Copyright: Wikipedia oscurata per protesta

3 Lug

La proposta di direttiva UE sul diritto d’autore nel mercato unico digitale prevede, per i contenuti caricati online nell’Unione Europea:

  1. la frammentazione su base nazionale delle informazioni pubblicabili
  2. la verifica preventiva dei contenuti e del materiale protetto dal diritto d’autore
  3. la possibilità di una  link tax come in Spagna
  4. l’azzeramento delle piattaforme online con contenuto generato dagli utenti (blogs) che dovrebbero adottare misure “adeguate e proporzionate” per tutelare il copyright.

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Oggi, Wikipedia ha oscurato il proprio sito per protesta e diramando il seguente Comunicato:

Cara lettrice, caro lettore,

Il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo in seduta plenaria deciderà se accelerare l’approvazione della direttiva sul copyright. Tale direttiva, se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet.

Anziché aggiornare le leggi sul diritto d’autore in Europa per promuovere la partecipazione di tutti alla società dell’informazione, essa minaccia la libertà online e crea ostacoli all’accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere.

La proposta ha già incontrato la ferma disapprovazione di oltre 70 studiosi informatici, tra i quali il creatore del web Tim Berners-Lee (qui), 169 accademici (qui), 145 organizzazioni operanti nei campi dei diritti umani, libertà di stampa, ricerca scientifica e industria informatica (qui) e di Wikimedia Foundation (qui).

Per questi motivi, la comunità italiana di Wikipedia ha deciso di oscurare tutte le pagine dell’enciclopedia. Vogliamo poter continuare a offrire un’enciclopedia libera, aperta, collaborativa e con contenuti verificabili.

Chiediamo perciò a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione vagliando le tante proposte delle associazioni Wikimedia, a partire dall’abolizione degli artt. 11 e 13, nonché l’estensione della libertà di panorama a tutta l’UE e la protezione del pubblico dominioLa comunità italiana di Wikipedia

Il 26 aprile 2018, 145 organizzazioni nei settori dei diritti umani e digitali, della libertà dei media, dell’editoria, delle biblioteche, delle istituzioni educative, degli sviluppatori di software e dei fornitori di servizi Internet hanno firmato una lettera di opposizione alla legislazione proposta. Dall’altro lato, l’approvazione della direttiva è sostenuta da editori, gruppi di media e case discografiche.

Demata

 

Democratici d’Europa a corto di Democrazia?

3 Lug

Gli europei – a differenza dei popoli mediterranei ed asiatici – non si sono sviluppati accettando un Imperium dove tutti sono uguali per ordine di casta, bensì tutelando il potere dei cittadini a reclamare ed a pretendere l’uno pari all’altro e di fare a modo proprio a casa propria.

Clistene

Questo ‘stile di vita’  viene chiamato Democrazia, senza – però – dirci che non significa “potere al popolo” (cioè Laocrazia, da  λαός-κρατία), bensì  “potere delle comunità” (da δῆμοςκρατία), perchè ad Atene il Demos era equivalente alla ‘Gente’ che abitava nei Dem(o)i, le divisioni amministrative di Atene create da Clistene.

Un “potere della comunità”, che – andando per villaggi preistorici – faceva capo a quella che chiamavano Familia (o Sippe), cioè nucleo sociale di individui che si riconoscono – per sangue o elezione o adesione – nella discendenza da un antenato comune e che vivono  all’insegna del principio di parità.

Un “potere della comunità”, che – andando alle fondamenta della nostra Unione Europea – si trasforma in una Res Publica, quella con cui i Romani intendevano la ‘cosa di tutti’ e la ‘priorità collettiva’, ma parlavano della Pubblica Amministrazione, non delle Genti e non del Popolo.

In poche parole, l’Europa – senza aver fondato o strutturato una Costituzione ed un Governo federali – si ritrova con il medesimo problema che contrappone in USA i repubblicani ai democratici, guarda caso.

Attualmente l’Unione Europea si fonda su una valuta concepita quasi come fosse un edge-fund, che molto mal si presta ad affermare la sovranità dell’Unione come a sostenere le ‘Genti’ in difficoltà, mentre riduce il potere delle comunità ad autoamministrarsi, fosse solo perchè gli oneri di gestione esplodono, e, mentre la competizione è globale, le risorse locali sono risucchiate dalla “co-progettazione co-finanziata spesso fine a se stessa”.

Così anche l’attenzione dei Partiti si è sempre più focalizzata sulla “co-progettazione co-finanziata spesso fine a se stessa”, anzichè sugli elettori e sul territorio, quasi che i partiti fossero promotori finanziari, la politica una banca e … si potesse giocare in eterno sull’equivoco su quale Democrazia e su quale Repubblica si vada promettendo.

Demata