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Roma, un degrado ormai di portata internazionale?

18 Apr

Tutti possono fare un piccolo esperimento, digitando su Google ‘degrado Roma‘ e selezionando solo le notizie delle ultime 24 ore.

romagovernata

Ecco cosa è apparso tra i primi venti link:

  1. L’agonia di Atac e il colpo di grazia della Giunta Raggi spiegati alla perfezione – Romafaschifo
  2. Fotogrammi di degrado: non si salvano neanche gli asili nidoVigna Clara Blog
  3. Garbatella: degrado nei parchi che vennero inaugurati due volte – Urloweb
  4. Roma, sfregio a Trastevere: la fontana della Botte ricoperta dai writer – Il Messaggero 
  5. Meningite: a Roma l’addio a Susanna Rufi – Il Messaggero
  6. Crolla soffitto in un asilo nido – Jobsnews
  7. L’ultimo spettacolo del cinema Apollo: si sta sgretolandoDiarioromano
  8. Le favelas sotterranee: il volto nascosto di Roma – Il Giornale
  9. Degrado capitale: quanto sei sporca Roma (video) – Repubblica
  10. Chiusi 36 siti archeologici. Lo spreco di Roma Antica – Il Tempo
  11. Campidoglio e Soprintendenza lasciano i tesori nel degrado – Esquilino’s Weblog
  12. Telecamere, anni di reati e degrado sotto gli occhi elettronici – Corriere.it
  13. Borseggi nella metropolitana di Roma – Jimmy Ghione / Striscia la notizia

Si potrebbe pensare “eh ma anche a Milano, anche a Napoli” … ma andando a digitare ‘degrado Milano‘, tanti articoli generalisti, ma la notizia di una villa dimenticata, mentre per ‘degrado Napoli’ troviamo i soliti articoli su rifiuti accumulati da qualche parte e i vandalismi nella Stazione Centrale.

La ‘differenza’ la fanno un sistema di mobilità agonizzante, un degrado architettonico capillare e la notoria autoreferenzialità organizzativa della Capitale, mentre nelle altre due metropoli sono un fiore all’occhiello i trasporti urbani e le infrastrutture stradali come il restauro e il recupero urbano o la disponibilità ad adottare modelli altrui.

Non è bella Roma in rovina, caso mai son belle le sue rovine.
Rovine lasciate ‘intatte’ dalla Storia per ricordare a Roma di un Impero che cadde quando – vittima delle chiacchiere del Foro e delle rivalità dei Senatori – Roma cessò di essere utile all’Impero che da lei dipendeva.

Una Roma che oggi non ha un governo effettivo per l’Italia e neanche per la Regione Lazio, mentre al Comune non è molto diverso, se il Sindaco è ancora allo stallo post-elettorale della miriade di assessori e del bilancio bloccato con l’Atac fuori mercato, tante regole da cambiare con i dipendenti comunali, la raccolta rifiuti e l’approvvigionamento idrico tutti ancora da ‘ristrutturare’, un territorio da mettere in sicurezza sotto tutti i punti di vista … da cui il ‘degrado’ che constatiamo e leggiamo ovunque.

Quanto ancora l’Italia e l’Europa (ma anche il Mediterraneo) potranno permettersi lo stallo ormai ultraventennale del processo di innovazione organizzativa che, a partire da una trentina di anni fa, la capitale doveva avviare e concludere al passo con francesi e tedeschi?

E quanto ancora il Vaticano potrà sopportare una così degradante immagine di Roma, che fa il giro del mondo ogni 24 ore, mentre proprio di immobilismo, corruzione e lassimo è accusato il Cattolicesimo fin dal primo scisma, passando poi per Lutero e tanti altri.

Demata

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Mattarella, Di Maio e la nemesi di un’Italia senza governo

14 Apr

La legge Mattarella fu una riforma elettorale del 1993, che prevedeva sia un sistema maggioritario a turno unico sia il proporzionale con liste bloccate e pure il recupero proporzionale dei non eletti per il Senato ed lo sbarramento del 4% alla Camera.
Il suo relatore, Sergio Mattarella, riteneva che la legge incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale.
Il politologo Giovanni Sartori, viceversa, riteneva illusorio il tentativo di creare un sistema prevalentemente maggioritario all’italiana e che l’effetto della legge sarebbe stato quello di aumentare i partiti.

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Dopo dieci anni circa, nel 2001, la XIV legislatura vedeva in Parlamento circa una dozzina di partiti con tutti i difetti di una campagna elettorale (e del futuro Parlamento) incentrata sulle riforme, cioè ‘maggioritaria’, quando a livello mediatico nazionale, ed in balia dei collettori di voti locali, cioè ‘uninominale’.
Oggi, son trascorsi venticinque anni, i partiti che ‘pesano’ son diventati quattro – tutti più o meno pari merito – mentre tra i seggi del Parlamento non siedono meno di una dozzina di sigle, come al solito.

Ed oggi c’è ‘quel’ Sergio Mattarella a dover dirimere gli effetti della scelta – in quegli anni lontani – di non aprire una fase costituente, riformando in modo organico non solo le elezioni, ma anche il Lavoro, la Sanità, la Scuola, le Regioni, la Previdenza.

Intanto, l’Agenzia delle Entrate si prepara ad informare gli italiani di come vengono usati i loro redditi, allorchè ceduti alle decisioni degli amministratori politici, sotto forma di tasse e tributi.
Analoghe iniziative sono in corso da parte dell’Inps per quanto riguarda le pensioni di ognuno in prospettiva e, poi, dovranno farlo anche scuole e servizi sociali locali.
Così ogni italiano si appresta a scoprire quanto gli costa la Sanità pubblica o quanto si rivaluta il suo contributo previdenziale oppure di quanto finanzia le cooperative sociali eccetera.
Poi, entrati nel 2019, qualcuno darà l’allarme che arrivano gli Obiettivi UE 2020 e siamo il fanalino di coda dell’Europa sia per quanto riguarda i laureati sia per i diplomati, mentre qualcun altro scoprirà che è impossibile fare innovazione senza affrontare i nodi delle pensioni e della riqualificazione, cioè del Sindacato.

Eh già, staremmo parlando di Politica … mica di poltrone.

Con i nostri militari attestati in mezzo ai pericolosi conflitti e con gli embarghi che incalzano le nostre aziende, specie se di nicchia, non solo il Presidente della Repubblica, ma anche e soprattutto i Media, dovrebbero incalzare la riluttante Politica.

Certamene, non va detto che servono un Parlamento ed un Governo per riformare tutto quello che dal 1992 attende di essere riformato, dopo che s’è cambiato tutto per non mutare nulla: la popolazione è confusa e i mercati fibrillerebbero.
Ma, allo stesso tempo, non è possibile andare avanti con un’opinione pubblica in balia dei corridoi e dei vicoletti della politica.

Senza rimpianti per il decisionismo di Giorgio Napolitano, ma più giorni passano e più il Popolo non capisce quel che sta accadendo, salvo concludere che ci sono una classe politica e dei ceti sociali che da 200 anni sopravvivono bloccando tutto e tutti.

Non è stato con le alchimie del Mattarellum che l’Italia ha superato la Prima Repubblica di Tangentopoli e Cosa Nostra, non è stato con le riforme Amato, Dini, D’Alema, Prodi eccetera che il Paese è andato in qualche direzione nè è stato con le ‘mille deroghe’ del duo Berlusconi-Tremonti che abbiamo abbassato le tasse nè è stato con il Federalismo della Lega che si è risolto il problema di Roma, che – se non ‘ladrona’ – di sicuro non funziona con ricadute per tutti gli italiani.

Quel che è lasciato è perso: più o meno come alla fine dell’Ottocento, quando si crearono gli ostacoli all’innovazione, alla crescita industriale-economica e alla formazione tecnica ed alle pari opportunità che solo con l’avvento dei Totalitarismi vennero parzialmente superati. L’Italia pagherà per quanti altri decenni il non aver scelto nel 1993 la Costituente, la Common Law e l’Antimafia?

O, molto più semplicemente, come farà Di Maio a spiegare ai suoi elettori che i Cinque Stelle entreranno in un governo proprio con i partiti (PD, Lega e Forza Italia) che hanno portato il nostro popolo e la nostra nazione fino a questo punto?

Demata

Reddito di cittadinanza a Cinque Stelle: realtà o miraggio?

13 Mar

Il Lavoro consiste in un accordo (contratto) tra chi ha bisogno di una prestazione e chi è in grado di offrirla in cambio di risorse o prestazioni.

Il Lavoro, dunque, è una materia di cui lo Stato e la Politica dovrebbero occuparsi solo a contrasto di sfruttamento, abusi o frodi ed in termini di assistenza sociale a disoccupati e invalidi: neanche Keynes si sarebbe fatto Datore a tempo indeterminato di milioni di lavoratori nè Assicuratore a vita per decine di milioni di pensionati e neanche Mediatore diretto, cioè garante, tra diversi soggetti contrattuali, perchè è proprio da queste attività che derivano sprechi, inefficienze, corruttela e tasse sempre maggiori.

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Una materia non semplice e non a caso il professore Pasquale Tridico, in predicato di divenire ministro del Lavoro in un governo a Cinque Stelle, spiega chedopo circa 15 anni di studi e ricerche sui temi del lavoro, della flessibilità, della produttività e della crescita economica” è pervenuto ad “una idea precisa sul mercato del lavoro e sui problemi della scarsa performance della produttività e del Pil in Italia: alla base del nostro declino economico non ci sono solo le politiche di austerità ma anche la precarizzazione del posto di lavoro“.

Vero, verissimo: una nazione di lavoratori privi di laurea, non di rado senza neanche un diploma e spesso con studi tecnico-scientifici minimali o frammentari, perchè mai dovrebbe trovare un lavoro continuativo nell’Era Digitale e Globale ?

Secondo il professor Tridico, però, la causa di tutti i mali non è nel basso livello di formazione tecnica-professionale del nostro Sistema Nazionale d’Istruzione nè della diffusa dispersione scolastica: il punto è che il lavoro flessibile costa poco.

Anche questo è vero, verissimo, ma – a parte che i lavoratori poco formati e/o poco tutelati dallo Stato costano sempre poco –  chiunque conosca un sistema di bilancio sa anche che il lavoro flessibile costa (apparentemente) poco innanzitutto perchè non è iscritto nelle spese fisse, bensì in quelle per esigenze momentanee, con la possibilità di spalmarne i costi sugli anni a seguire. E chi lavora fuori da grandi apparati tutelati come le Università tocca con mano come l’autonomia contrattuale locale è inficiata dal sistema rigido dei contratti di lavoro nazionali.
In second’ordine, tra le cause dell’eccessivo ricorso alla flessibilità occupazionale ci sono minori versamenti assicurativi previdenziali e fiscali, con erosione dei redditi e della  pianificazione territoriale ed infrasrutturale, come il professor Tridico afferma, ma,  visto che il problema reale non è l’austerità, bensì la competitività e la formazione, egli stesso chiede di “porre al centro la qualità del posto di lavoro, gli investimenti in settori avanzati, e la formazione continua”.

Le cose, però, si complicano, allorchè il professor Tridico va a spiegarci cosa intende fare.

1) Il reddito di cittadinanza spingerà almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro”  ad iscriversi almeno ai Centri per il lavoro “e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap” e “possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi“.
Questo significa che il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle non è a spesa invariata, ma solo che l’Italia potrà spendere circa 20 miliardi extra all’anno per sussidiare un milione di disoccupati “che attualmente non cercano lavoro”  e che potrebbero rimanere tali per mesi ed anni.

2) Gli investimenti produttivi dello Stato  ci riportano alla Prima Repubblica che ‘creava lavoro’, ma i settori a più alto ritorno occupazionale sono quelli per l’agroalimentare, il manifatturiero ed il turismo. Non certamente i settori avanzati.
E “l’idea è di destinare almeno il 34% di questi (ndr. nuovi) investimenti nel Sud Italia, che ha urgente bisogno di uscire dal sottosviluppo e dal sotto-investimento” (ma come fare senza annunciare una lotta radicale alla mafia?), mentre lo Stato sosterrà una “Banca pubblica di investimento, che erogherà credito a tassi agevolati a micro, piccole e medie imprese” … alla stregua dell’I.R.I.?

3) il salario minimo orario è cosa sacrosanta, ma dovrebbero indicarlo i Contratti di lavoro, ma ci sono categorie di lavoratori non coperte da contrattazione nazionale collettiva. Se i Cinque Stelle intendono salvaguardare questi lavoratori, perchè non estendere la copertura dei contratti nazionali, anzichè introdurre una spesa che di sicuro non può caricare sull’Inps ed i versamenti dei lavoratori assicurati, nè può ricadere sul costo delle merci ?

4) serve un Patto di Produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese, perchè “i circa 23 miliardi di sgravi fiscali sulle nuove assunzioni regalati dal Jobs Act” non abbiano portato ad “investimenti capital intensive in settori ad alto contenuto tecnologico“. Ma, stante la limitata formazione tecnica superiore degli italiani, come sostenerne le assunzioni se non sostenendo i  settori a basso contenuto tecnologico?

5) la robotizzazione, “una sfida che non va lasciata alla schizofrenia del mercato, ma gestita politicamente” (sic!) con “la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario” e con lo Stato che va ad “incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese”.
In parole povere, sovranismo monetario e aiuti pubblici alle imprese, trasferendo parte dell’attuale costo del lavoro dalle imprese al welfare.

Anche se i liberisti potrebbero inorridire, di sicuro il professor Tridico è un rinomato esperto di economia, quella del lavoro, e c’è una questione essenziale che riguarda direttamente i Cinque Stelle e il loro eventuale governo: qui parliamo di programmazione economica-finanziaria strutturale pluriennale in settori che vanno dalla new economy all’agricoltura, dalla metalmeccanica ed il cemento al digitale, come parliamo di legislazione delle imprese, di fiscalità e di assicurazioni.

Il progetto di cui ci parla il professor Tridico è materia primaria del Ministro dell’Economia, da approvarsi in Consiglio dei ministri tra cui il dicastero del Lavoro, ma anche quelli parimenti coinvolti delle Infrastrutture, dell’ Agricoltura e del Turismo, dell’Istruzione e dell’Università.

Inoltre, finchè si parla di economia del lavoro anzichè di governance e legislazione apposita, restano indeterminati i tempi ed i limiti dettati da norme costituzionali, trattati internazionali, rapporti Stato-Regioni, consultazioni con le associazioni di categoria, convergenze parlamentari ed altro ancora.

Sono proposte che pesano decine di miliardi, che riguardano diversi ministeri e che non solo vanno portate e votate in Parlamento, ma dovranno attuarsi gradualmente “senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%” di previsione per il triennio a venire, mentre oggi … il nuovo governo è ancora lontano a vedersi.
Dunque, vedremo.

Demata

 

 

 

Il Pd del “dopo Renzi” e il labirinto irrisolto dal 1992

12 Mar

Image5Solo pochi giorni fa il Partito Democratico ha capito che se un proprio leader annuncia di lasciare, poi deve farlo per davvero, specie se nel 2017 l’annuncio arrivava dopo tre anni di governo sprecati e dopo una bizarra riforma strutturale.

Poteva accadere già nel 2000, ma non accadde e Massimo D’alema rimase al vertice del partito, dopo aver dato le dimissioni da premier, in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali ed al brutto pasticcio della riforma del Titolo V della Costituzione, che ancora oggi comporta l’innaturale trasferimento del comparto assicurativo sanitario alle ‘politiche’ regionali, mentre vengono dilapidate – in certi territori – l’IVA e le accise benzine che impennano la nostra fiscalità.

L’altro ieri, con le dimissioni di Matteo Renzi, il Partito Democratico ha iniziato un percorso e non è detto che lo porti a termine, se la questione rimarrà sul singolo Matteo Renzi o sull’entourage, invece che sul metodo.

Il primo candidato ad ereditare la segreteria Dem – dove nessuno è mai riuscito al completare il mandato di quattro anni previsto dallo statuto – è Graziano Delrio, ex Partito Popolare Italiano, ex sindaco di Reggio Emilia e ministro delle infrastrutture e dei trasporti dal 2015, prima nel Governo Renzi e poi nel Governo Gentiloni.
A parte l’episodio di Cutrò, proprio sotto il suo dicastero le cronache italiane sono diventate una quotidiana denuncia sullo stato delle strade, delle reti su ferro, dei mezzi di trasporto e non è detto che un ruolo più politico e meno esecutivo possa dirgli meglio.

C’è, poi, l’ipotesi di un ‘traghettatore’, con una ‘reggenza’ affidata a Maurizio Martina, in politica fin dal liceo e dal 2014 Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali dei Governi Renzi e Gentiloni, con delega ad Expo.
Sappiamo tutti come stiamo messi con le frane, gli incendi, i migranti irregolari ed il lavoro nero nei campi e quanto ci costa l’agroalimentare in termini di PIL, tasse, sussidi e spesa diretta delle famiglie. Alle regionali in Lombardia, dove nasce e vive il ministro, il Centrosinistra ha perso circa 600.000 voti dal 2013 al 2018.

E, come da tradizione, ci sarebbe un ‘capitan futuro’ pronto a subentrare – almeno negli umori della base – cioè Nicola Zingaretti, dal 2012 Presidente della Regione Lazio e, precedentemente, parlamentare europeo molto attivo nella difesa della manifattura italiana e nell’accesso a fondi strutturali e programmi comunitari.
Con buona pace dei ‘soldi europei’ e della triste fine che spesso hanno fatto in Italia, noi posteri sappiamo anche che il Lazio è sempre più indebitato (se consideriamo anche i derivati e le ‘controllate’), mentre antisismicità ed accesso alle cure hanno portato la regione alla ribalta internazionale, ma in negativo, con il risultato che oltre 300mila voti migrati dal 2013 ad oggi dal PD laziale verso il Movimento Cinque Stelle.

In parole povere – pur essendo Del Rio, Martina e Zingaretti dei politici senza pendenze, blasonati e competenti – sono anche i volti di un Partito Democratico che non riesce a chiarirsi definitivamente ‘a sinistra’, evitando puntualmente lo scontro con i sindacati, mentre si allontana dal ‘ceto medio’ dei consumatori e degli assistiti, soccombenti sotto il peso dei servizi inefficienti e della burocrazia obsoleta.

Non è solo Matteo Renzi che ha fallato, bensì un apparato di partito che ha ritenuto che si potesse amministrare senza governare, nella prodiana convinzione che l’Europa fosse il toccasana di tutti i mali italici.

L’Unione Europea è, viceversa, una locomotiva e non si può stare tutta la vita aggrappati al predellino nè è piacevole viaggiare sempre più spesso nel vagone di coda, sempre che il treno non passi lasciandoci alla stazione.

Che sarà Delrio o Martina o qualcun altro (magari Carlo Calenda, ex Scelta Civica) a far da segretario, speriamo tutti (amici, nemici ed indifferenti) che il PD faccia almeno durare il proprio segretario tutti e quattro gli anni previsti dallo statuto: l’Italia ne guadagnerebbe di sicuro in stabilità.

Quanto al resto, è nei fatti che in queste elezioni il PD ha convinto solo 15% dell’elettorato attivo (7,5 milioni di voti, 22% dei votanti), cioè più o meno come 26 anni fa con il PDS di Achille Occhetto alle elezioni del 1992 (6,3 milioni di voti pari al 16% dei votanti e al 14% dell’elettorato attivo).

Il nuovo segretario del PD avrà l’arduo compito di cambiare il partito in pochi mesi, ripensando il progetto iniziatosi nel 1992, dopo il trauma della spaccatura con la Sinistra di PRC (2,2 milioni di voti pari al 5,6% dei votanti e al 5% dell’elettorato attivo).
Una frattura che è stata ignorata per venti anni trasformandosi in una falla che ha alimentato il Berlusconismo ed in una frana a favore dei populisti come Lega e Cinque Stelle: il forte ancoraggio a settori sociali e finanziari ‘resistenti al cambiamento’ ha assicurato tanto una buona rendita per un ventennio quanto, poi,  trovarsi punto e a capo?

Demata

Italy with a new parliament: what about the risk of instability?

9 Mar

When the politicians promises are addressed to the voters waving rights / duties, ie principles that refer to philosophy, the disaster is announced. Concrete solutions can only be achieved by taking into account also economy and technics: the triumph of politics is assured only if voters and elected recall that to link them is the desire for well-being, based on common sense for the common good of any well administred community.

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Yesterday the European Commission chaired by Valdis Dombrovskis announced that it is ready to receive a Economic Financial Paper (DEF) from Italy based on “a scenario with unchanged policies”, as happened in other countries that needed time to form a new executive after the elections.

Three weeks ago, our Parliamentary Budget Office in the last Focus on public finance announced that, “as in the past year, in the European surveillance area, the request for corrective measures that bring the balance back to a level consistent with compliance with the rules “.

In other words, the reality is in two chances: or the actual but residual Gentiloni’s government issues a “no policy change DEF” (since it can not do otherwise, being interim), but this DEF will have to be voted by a parliament where M5S and Lega they have a narrow relative majority, or a new government is formed quickly and has already a shared plan of structural reforms (at least three-year terms) for Italy, that is impossible.

Meanwhile, according to the numbers (Italian and international) and as Dombrovskis predicts, “there are still challenges to be faced”: in Italy we see that growth remains substantially below the EU average, low productivity (that is the cost of labor and services) is holding back growth, the high level of public debt persists and questions remain on the banks, in particular the high stock of impaired loans (Npl), which – apart from the financial exposure and the credit crunch – is tantamount to talking about the efficiency of the PA and the usual and notorius speculators.

It is, therefore, a very bad premise that – not even 24 hours after the European notice – Di Maio announce that the DEF “must be approved by an absolute majority of Parliament, so the Movement will be decisive. This will be an opportunity to find convergences on issues with other political forces. We are already working on a proposal that we will make known in the coming days ».

The M5S economic policy project seems to point to a profoundly modify of the national financial planning of the next three years with the support Lega and other right wing parties, BEFORE any government is installed, transferring items of expenditure from one chapter to another, without have time to accurately verify neither the application regulations nor the actual costs nor – at least – which expenses would be cut and with which consequences for all.

By the way, if no government were to be formed after this ‘shot’ and this  parliament will ‘self-dismiss’ to go to new elections, Italy would end up having to live for months and years with incomplete rules, untold rights and duties, costs and budgets out of control, a restless public opinion.

What would happen if – without a government that would follow with its own decrees and without even agreeing with the trade unions and companies – it is approved ‘on paper’ the minimum wage for those 2.5 million workers among employees, quasi-subordinate and self-employed people who are paid at levels below the contractual minimum and below the poverty thresholds?

And, without a government and without unequivocal accounts, how would the revaluation of the contributory pensions promised by the Lega as the Movimento Cinque Stelle under the heading ‘abolishing Fornero’: the start of a bankruptcy process for our public insurance sistem and its privatization?

We do not risk default, because we have an “adequate repayment capacity” as the rating agencies call it, but different Administrations (even Regions or Comuni ones) could end up in bankruptcy, while public payments would slow down with an increase in undeclared debt, if we shall go in search of the fortune to then stop at the edge of the abyss as happened in Greece.

Since we are talking about a hundred billion in total and a good share of Italians, apart the markets, our spread and Eurozone, Mattarella’s appeal to the leaders arrives punctually: “We still have and we will always have need a sense of responsibility to be able to place the general interest of the country and its citizens at the center”.

In fact, since February 26, our stock indices are going wrong: the FTSEMib has lost more than 3.5%, as the FTSE Italy Mid Cap (-3.09%) and the FTSE Italy STAR (-3 , 55%), while the friction of the military situation in the Mediterranean area is well known to all and it also announced the US-EU commercial war with Italy that exports goods to the United States for over 36 billion euro.

Italy is running the risk to replicate the Greek disaster of the first government of Alexis Tsipras, which lasted the time of a budget six months after starting off with populist ambitions.
By the way, Tsipras today rules again, but he carries out a policy of rigor, with a heavy economic plan to reduce public debt through significant cuts in spending, transfers of public assets and new taxes.

Demata

Italia: senza senso di responsabilità arriva l’instabilità finanziaria

9 Mar

Quando la Politica si rivolge agli elettori sventolando diritti/doveri, cioè principi che si rifanno alla filosofia, il disastro è annunciato. Le soluzioni concrete possono arrivare solo tenendo conto dell’economia e della possibilità tecnica: il trionfo della Politica è assicurato solo se elettori ed eletti rammentano che a collegarli è il desiderio di benessere, fondato sul buon senso per il bene comune.

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Solo l’altro ieri la Commissione Europea presieduta da Valdis Dombrovskis annunciava che  è pronta a ricevere dall’Italia un Def basato su ”uno scenario a politiche invariate”, come è accaduto in altri Paesi che hanno avuto bisogno di tempo per formare un nuovo esecutivo dopo le elezioni.

Tre settimane fa, il nostro Ufficio parlamentare di bilancio nell’ultimo Focus dedicato alla finanza pubblica annunciava che, “come avvenuto nello scorso anno, nell’ambito della sorveglianza europea potrebbe emergere la richiesta di misure correttive che riportino il saldo a un livello coerente con il rispetto delle regole”.

In parole povere, la realtà è che tra un mese esatto o il governo Gentiloni emette un “no policy change DEF” (dato che altro non può fare, essendo ad interim), ma questo DEF dovrà essere votato da un parlamento dove M5S e Lega hanno una risicata maggioranza relativa, oppure si forma un nuovo governo che ha già in tasca un piano condiviso di riforme strutturali (almeno triennali) per l’Italia, cioè cosa del tutto impossibile.
 
Intanto, secondo i numeri (italiani ed internazionali) e come preannuncia Dombrovskis, “ci sono ancora sfide da affrontare“: in Italia vediamo che la bassa produttività (cioè il costo del lavoro e dei servizi) sta frenando la crescita che resta sostanzialmente sotto la media Ue, persiste l’elevato livello di debito pubblico e le questioni sulle banche, in particolare l’elevato stock di crediti deteriorati (Npl), che – a parte l’esposizione finanziaria e la deformazione del credito – equivale a parlare dell’efficienza della P.A. e dei soliti speculatori noti alle cronache.
 

E’, dunque, una pessima premessa che – a neanche 24 ore dall’avviso europeo – Di Maio annunci che il DEF «dovrà essere approvato a maggioranza assoluta del Parlamento, quindi il Movimento sarà determinante. Questa sarà l’occasione per trovare le convergenze sui temi con le altre forze politiche. Siamo già al lavoro su una proposta che renderemo nota nei prossimi giorni».

In pratica, il progetto di politica economica del M5S sembra essere quello di modificare profondamente la programmazione finanziaria nazionale del prossimo triennio con l’appoggio della Lega, PRIMA che si insedi un eventuale governo, trasferendo voci di spesa da un capitolo all’altro, senza avere il tempo per verificare accuratamente  nè i regolamenti applicativi nè i costi effettivi nè – almeno – quali spese andrebbero a tagliarsi e con quali conseguenze per tutti.

Peggio ancora se, poi, non si dovesse formare alcun governo e questo parlamento autodelegittimatosi dovesse andare a nuove elezioni, l’Italia finirebbe per dover convivere per mesi ed anni con norme incomplete, diritti e doveri imprecisati, costi e bilanci fuori controllo.

Cosa ne accadrebbe se – senza un governo che dia seguito con i propri decreti e senza neanche concertarsi con le associazioni sindacali e delle imprese – si approvasse ‘sulla carta’ il salario minimo che è destinato a quei 2,5 milioni di lavoratori tra dipendenti, parasubordinati e autonomi che vengono retribuiti a livelli inferiori ai minimi contrattuali e al di sotto delle soglie di povertà?

E, senza poi un governo e senza conti inequivocabili, come andrebbe a finire la rivalutazione delle pensioni contributive promessa da Lega e Cinque Stelle sotto la voce ‘abolire Fornero’: l’avvio di un iter fallimentare per l’Inps e la sua privatizzazione, con buona pace per il futuro?

Non rischiamo il default, perchè abbiamo una “adeguata capacità di rimborso” come la chiamano le agenzie di rating, ma diversi Enti (anche locali) potrebbero finire in fallimento, mentre i pagamenti pubblici si rallenterebbero con incremento del debito sommerso, se andassimo alla ventura per poi fermarsi sull’orlo del baratro come accadde in Grecia.
Visto che parliamo di un centinaio di miliardi complessivi e di una bella fetta degli italiani, a parte cosa accadrebbe sui mercati, al nostro spread ed all’euro di tutti, arriva puntuale l’appello di Mattarella ai leader: «Abbiamo ancora e avremo sempre bisogno del senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del paese e dei suoi cittadini».

Infatti, dal 26 febbraio i nostri indici borsistici stanno andando male: il FTSEMib ha perso oltre il 3,5%, come il FTSE Italia Mid Cap (-3,09% a 40.258 punti) e per il FTSE Italia STAR (-3,55%), mentre la friabilità della situazione militare nel Mediterraneo è ben nota a tutti e si annuncia pure la guerra commerciale USA-UE con l’Italia che esporta merci verso gli Stati Uniti per oltre 36 miliardi di euro.

L’Italia sta correndo il rischio di replicare il disastro greco del primo governo di Alexīs Tsipras, durato il tempo di una semestrale di bilancio dopo esser partito con velleità populistiche.
A proposito, Tsipras oggi governa di nuovo, ma porta avanti una politica di rigore, con un pesante piano economico per ridurre il debito pubblico attraverso tagli significativi della spesa, cessioni del patrimonio pubblico e nuove tasse.

Demata

Elezioni, i dati di Roma dimostrano un forte nesso tra PD ed M5S

6 Mar
Finito lo spoglio, assegnati i seggi, inizia la conta dei numeri da parte degli analisti e sono diversi i primi dati che balzano all’occhio.
Ad esempio, un raggruppamento demoliberale autonomo da coalizioni avrebbe potuto attestarsi come quinta forza parlamentare e che potrebbe raggiungere un risultato simile anche alle prossime elezioni amministrative.
Oppure la conferma che la Lega non otterrà mai la leadership del Paese perchè non riesce ad accreditarsi da Roma in giù, dove i residenti sono ben memori dei vari ‘Roma ladrona’ o ‘Vesuvio lavali col fuoco’.

Tra le varie forme che prendono i dati, spicca la particolarità e la significatività del voto a Roma.

Ad esempio, nel III Municipio, quasi 200mila residenti,  il M5S aveva prevalso alle amministrative , ma già dopo pochi mesi la giunta municipale era implosa e alle politiche dell’altro ieri si è registrato un solido ritorno degli elettori al Partito Democratico.
Questo dato contestualizza l’ipotesi che la transizione di elettori dal PD al M5S sia in senso inverso, dai M5S al PD: un fatto rilevante in termini di coalizioni di governo e lettura del processo storico-sociale.

Un dato pesante in termini di resa dei conti interna ai Dem, che connota ulteriormente l’errore di contrapporre un assertivo Matteo Renzi – anzichè l’operoso Enrico Letta – ad un movimento di cittadini che chiedevano ‘fatti’ ed erano stanchi di votare per forza d’abitudine.
Altro numero eclatante, quel 10% di elettori che alle politiche ha preferito il M5S, ‘que todo va a cambiar’, mentre alle regionali ha optato per il PD di Nicola Zingaretti, che in questi cinque anni ha brillato per l’immobilismo.
In una città di dipendenti e pensionati pubblici se c’è da rinviare le privatizzazioni comunali o ripristinare in parlamento le pensioni pre-Fornero, si vota M5S, se invece c’è da mantenere la Sanità e l’Assistenza ‘senza toccare nulla’ e solo incrementando la spesa, si vota PD.
Eppure, appena insediata la Giunta regionale PD, il Governatore Zingaretti dovrà pur annunciare l’ennesimo disavanzo sanitario record ad una opposizione ben agguerrita di Parisi, Lorenzin e Lombardi, che almeno nelle promesse elettorali sarebbero lì per questo: gli sprechi, l’immobilismo e il deficit.
Intanto, il futuro Presidente del Consiglio, che stavolta non sarà figlio del Nazareno, dovrà trovare il coraggio o di riconfermagli il commissariamento ad acta nonostante il dissesto oppure … di decretare lo stato fallimentare del Lazio ed affidarsi a diverse forme di risanamento.
Due dati – l’esigenza di segnali forti di cambiamento verso l’immobilismo e gli sprechi, a fronte di un’osmosi tra M5S e PD di voti che esigono quel cambiamento – che condizioneranno non poco sia i risvolti interni del PD e del M5S, sia i compromessi impronuciabili che saranno necessari per una eventuale collaborazione dei Democratici con i Cinque Stelle.
Demata