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Tariffe pubbliche, ancora in aumento

7 Mar

Il costo dei servizi pubblici continua ad aumentare non solo per le casse dello Stato ma anche per la spesa corrente dei cittadini.

Dai dati Osservatorio “Prezzi e mercati” di Unioncamere emerge un dato allarmante, se il carico sui cittadini continua ad aumentare, mentre l’inflazione è ferma e mentre i ‘costi vivi’ (energia e rifiuti) calano.

Eppure, il Partito Democratico … sembra quasi che tutto stia nell’affermarsi sulle fazioni di partito.

RISUS ABUNDAT 0

Ma i dati sono indicativi di un malgoverno e non di un risanamento, di una carenza di proposte e metodo e non di una ‘visione’ politica ed economica.

Costo al cittadino dei servizi gestiti dagli enti locali:

  • in media + 1,8%
  • tariffe idriche + 8,5%
  • prestazioni ambulatoriali + 2,8%
  • trasporti ferroviari regionali + 1,9%
  • istruzione secondaria e universitaria + 1,9%
  • rifiuti solidi urbani – 2,9%
  • servizi pubblici locali  + 5,0%

Costo al cittadino dei servizi a controllo nazionale

  • in media + 1,4%
  • tariffe postali + 12%
  • tariffe telefoniche +4,1%
  • energia – 2,5%

Tenuto conto che non solo i nostri portafogli, ma anche e soprattutto debito e deficit sono svuotati da ‘dette spese’ e che è dal 2011 che abbiamo premier non eletti ‘che loro sanno come mettere a posto il Belpaese’ … non resta che prendere atto del persistente insuccesso.

Demata

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La guerra del Senato spiegata for dummies

25 Lug

A leggere e ad ascoltare le News, sembrerebbe che in Italia vi sia una situazione inestricabile in Parlamento – e specialmente al Senato – riguardo le riforme costituzionali e la legge elettorale.

In realtà, di inestricabile c’è solo l’atteggiamento di tanti ‘eletti dal popolo’ che assolutamente non vogliono cambiamenti fin da quegli Anni ’70 dell’Ottocento, quando il Trasformismo (politico e finanziario) attecchì indelebilmente nel Parlamento italiano.

Vignatta di Simone Baldelli twitter.com/simonebaldelli/

Vignetta di Simone Baldelli
twitter.com/simonebaldelli/

“Conservazione della specie”, come spiegava Laura Ravetto di Forza Italia alla trasmissione Omnibus di stamane, rilanciando sulla reintroduzione di norme penali per il falso in bilancio.
Eh già, perchè – come oggi stiamo iniziando a comprendere – la depenalizzazione del falso in bilancio servì innanzitutto a cancellare parte di Tangentopoli ed a mantenere per quasi 20 anni il malgoverno di tante aziende a capitale pubblico e gli sprechi o le negligenze di  tante amministrazioni pubbliche finite sulle cronache.

Tempi che cambiano, mentre Milano prova a far pulizia con l’Expo 2015, ma Roma non si libera delle ‘sue aziende’, anche a costo di quasi azzerare i servizi pubblici.

Tempi che devono cambiare anche nelle aule del Parlamento italiano e, nel caso del Senato, le riflessioni dovrebbero essere ben poche:

  • 300 senatori equivalgono a un eletto ogni 115.000 elettori circa, su un quorum di quasi 34-35 milioni
  • salvo un sistema uniminale ‘secco’, un collegio elettorale ‘decente’ deve essere almeno composto da circa 400.000 elettori che votano per tre senatori
  • se i collegi non sono strettamente svicolati da quorum nazionali, è possibile diventare senatori con poche centinaia di preferenze personali, ovvero senza avere alcuna effettiva rappresentatività dell’elettorato
  • se il rapporto 300 / 34 milioni viene applicato in modo ‘secco’ la rappresentatività delle aree più popolate e produttive è compressa a favore di una miriade di piccole lobby locali

Il Servizio Studi del Senato, nel 2012, ha prodotto un documento apposito, che contiene una serie di tabelle ben rappresentative del problema.

Riformare il Senato (eletto o nominato che sia) significa, dunque:

  1. ridurre il potere di comitati, lobbies e interessi di campanile sulla politica nazionale. Non è un caso che i ‘mal di pancia’ nel PD arrivino dall’Italia del parastato, Rai in primis, Sanità e Università a seguire;
  2. riportare il peso dei sindacati, specialmente CGIL e Cobas, entro quello che realmente rappresentano (milioni di lavoratori e non decine di milioni di elettori). Da qui, l’assedio dei 6.000 emendamenti presentati proprio da SEL, che è a rischio di estinzione come già avvenne per PCI, Rifondazione Comunista e Verdi, Democrazia Proletaria, PSIUP e chi più ne ha più ne metta;
  3. obbligare i senatori ad una effettiva rappresentanza delle Regioni da cui provengono, legiferando sulle materie condivise. O per nomina del Consiglio regionale, come vuole Renzi, oppure con elezione uninominale ‘secca’, come assolutamente non vogliono gli oppositori di Renzi, a partire dai Cinque Stelle.

La Lega e Fratelli d’Italia? Dialogano con il governo e non sarà un caso che le loro basi elettorali sono nelle regioni più popolose e nelle aree suburbane.
Forza Italia e Nuovo Centrodestra? Un polo cristiano–democratico sarà sempre o il primo o il secondo partito … in Italia come ovunque in Europa. E Silvio Berlusconi che se ne impossessò vent’anni  fa va per gli ottanta ormai.

E, allora, che dire degli appelli per la democrazia violata o dei mille cavilli che – secondo alcuni – gioverebbero alla norma?

Anche in questo caso, posta la ‘domanda giusta’, arriva una risposta ‘facile’.
Infatti, se ci chiedessimo cosa ‘vuole l’opinione pubblica’, cosa vogliono gli italiani, la risposta sarebbe semplicissima: “fate presto”.

Non possiamo permetterci che la ‘crisi della Politica italiana’ continui a soffocare una Nazione che potrebbe ritornare ad un livello di produttività e di spesa pubblica accettabili. Questo è quello che vuole la gente, le imprese, gli investitori.

Fateci capire perchè i nostri media non hanno mai stigmatizzato l’atteggiamento di alcune forze e/o esponenti politici (del PD, dei 5S, di SEL) che non si sono seduti al tavolo con l’intenzione di dialogare, seguendo forse l’autolesionismo o i piccoli interessi di certi propri elettori, ma di sicuro non facendo l’interesse degli italiani che sono tenuti a rappresentare, visto che, se dialogano, i cavilli diventano regole semplici e condivise.

A proposito di media, sarà per questo che Del Rio è andato in visita da De Benedetti?

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Senato: perchè Renzi finirà per prevalere

7 Lug

Riguardo la riforma del Sentato siamo arrivati alle soglie delle ferie (e del mandato italiano in UE) con una gran confusione e tanti atteggiamenti del tutto inconcludenti.

A partire dal Movimento Cinque Stelle che si fa ‘beccare impreparato’ – senza compitini fatti all’interrogazione finale – visto che a poche ore dal ‘meeting in streaming’ (trad: PD e M5S si parlano) Matteo Renzi si ritrova a precisare “o documento scritto o niente incontro”.
Qualcosa in più di una bruttissima figura, per essere quelli che da anni strillano che tutti gli altri non sono capaci/onesti.

C’è poi il Partito Democratico con i suoi 18 ‘dissidenti’ e una cinquantina di ‘frondisti’, ma a questo siamo abituati, visto che a forza di ‘ma anche ‘ e di ‘vocazione maggioritaria’ si finisce per raccogliere il consenso di chi vuole tot e chi vuole il contrario di tot.
Serrare in ranghi in nome di elezioni e poltrone? Difficile crederci se il governo va a dimezzarle o, peggio, a cancellarle: meglio montar polemiche contro gli onnipresenti ‘fascisti’, stavolta nella Lega ma non nei M5S, mentre il ‘core’ riformista e populista cerca di andare avanti.

Poi, c’è il Centrodestra, che nella riduzione dei senatori e nella loro non eleggibilità vede una soluzione ai propri mali interni e un’assicurazione per il futuro, visto che nelle Regioni l’alternanza bipolare funziona. Anche in questo caso, riformismo e populismo fanno in modo che ci si renda conto che una riforma costituzionale richiede l’apporto flessibile di tutti e non mille distinguo e cento mal di pancia.

Arrivando all’opposizione con la Lega che vede nella riforma in corso una sua vittoria ‘a prescindere’ e SEL che sa bene che è destinata all’oblio se si riduce il numero dei senatori e si regionalizza il mandato, specialmente se il suo principale sponsor, la CGIL, è sul baratro di una ristrutturazione contrattuale, da decenni disattesa, per contratti territoriali e per comparti di settore ‘pesanti’ come metalmeccanica e manifattture, pubblica amministrazione, scuola ed enti locali.

Dicevamo della gran confusione e dei tanti atteggiamenti inconcludenti: non siamo più in campagna elettorale e le grandi riforme si fanno tra tutti e con tutti. Chi non si siede al tavolo, paga pegno.

Vincerà inevitabilmente Renzi e non a causa del suo ‘berlusconismo’, ma, viceversa, perchè la sua è l’unica proposta in campo grazie al fatto che la fronda interna del PD e/o il Movimento 5S e/o SEL non hanno neanche tentato di condividere e presentare un progetto alternativo a quello renziano che non fosse un maquillage del vecchio Mattarellum.

A volte a prevalere non è la squadra migliore: semplicemente vince l’unica pervenuta.

Leggi anche Renzi e Mineo o della repubblica del senato e del popolo

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Renzi e Mineo o della repubblica del senato e del popolo

14 Giu

Il senatore Corradino Mineo, dopo anni di direzione a Rainews24 e forti screzi con l’editore RAI, veniva indicato capolista per il Senato della coalizione “Italia Bene Comune” in Sicilia alle elezioni politiche italiane del 2013 e , risultato eletto, si iscrive  al Partito Democratico e aderisce al gruppo parlamentare.

Precisiamo che al Senato, in Sicilia, “Italia Bene Comune” comprende Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, +Centro Democratico e Moderati, più ‘indipendenti’ come Mineo. Coalizione dissoltasi poco dopo le elezioni, quando il leader di SEL Nichi Vendola annunciò che il suo partito non entrava nel governo di Enrico Letta. In parole povere, almeno per quanto riguarda gli eletti in Sicilia, la ‘quota’ SEL+indipendenti non corrisponde più alla compagine che ha raccolto i consensi.

 

voto sicilia 2013Ricordiamo, inoltre, che le ‘primarie’ che individuarono come capolista Corradino Mineo in Sicilia furono vessare da ombre e sospetti al punto che la Commissione nazionale di garanzia del PD  dovette accogliere i ricorsi di tra candidati (Bernardo Mattarella, Alessandra Siragusa e Antonino Russo) decretando che “l’anagrafe degli iscritti al Pd nella provincia di Palermo non è stata validata dalla Commissione provinciale di garanzia e che il relativo prospetto è stata trasmesso all’organizzazione nazionale soltanto in data 18 dicembre 2012”, “vista l’urgenza e la conseguente impossibilità di ulteriori approfondite verifiche sul  tesseramento 2011 per la provincia di Palermo” e “al fine di evitare contenziosi e turbative nella fase delle operazioni di voto”, “nella provincia di Palermo possono votare alle primarie del Pd per le candidature al Parlamento soltanto le elettrici e gli elettori compresi nell’albo delle primarie di Italia Bene Comune”.
Aggiungiamo che in Sicilia vota in pratica il 50% dell’elettorato, che la coalizione di centrosinistra ha raggiunto il 25% dei voti (12% degli elettori) solo in un paio di province siciliane, che nella provincia di Agrigento forse un cittadino su dieci ha votato ‘Mineo’.

Così andando le cose, il 12 giugno 2014 viene decisa a maggioranza da parte del gruppo PD al Senato la sua sostituzione da membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato con il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda. La sostituzione di Mineo segue di pochi giorni il suo voto in Commissione a favore dell’ordine del giorno di Roberto Calderoli sulla elettività diretta dei senatori contro la proposta di Riforma del Senato presentata dal Ministro Maria Elena Boschi.

Essendo Corradino Mineo iscritto al PD solo dall’ottobre 2013 e votando contro su una questione così delicata, la decisione è praticamente irreprensibile, oltre che saggia, dato che se Mineo (con Vattimo e Mauro) si fosse tempestivamente spostato al Gruppo Misto, ci saremmo trovati in Commissione Affari Costituzionali con tre senatori che votano al contrario della volontà della base elettorale che li ha scelti.

Infatti, la principale preoccupazione del buon Corradino sembra essere: “La stragrande maggioranza dei senatori vuole un Senato elettivo. Come la mettiamo?” E, aggiungiamo, con gli elettori come la mettiamo?

Il compromesso sul sistema francese non le va bene? «Ma non c’entra nulla con l’architettura costituzionale italiana. Lì c’è un presidente eletto dal popolo che garantisce il bilanciamento dei poteri rispetto alla Camera. Allora molto meglio il sistema tedesco, proporzionale, di una Camera dei Lander. E’ più adeguato a noi».(Secolo XIX)

Eppure, il Bundesrat (trad. Consiglio federale) è un organo costituzionale legislativo, composto dai 69 delegati dei governi dei vari Länder. Ha funzioni di revisione costituzionale e di iniziativa legislativa in materia federale, proprio come propone il ministro Boschi, mentre la proposta votata da Corradino Mineo, quella del leghista Calderoli, somiglia davvero andar a cambiar tutto per non mutare nulla.
Forse, il noto corrispondente RAI da Parigi si confonde con il Bundestag (trad. Dieta federale), che è il parlamento federale tedesco composto da 630 deputati, eletti con un sistema misto.

“Ma una volta che mi sostituiscono, cosa risolvono? Se non fossi confermato in commissione Affari Costituzionali sarebbe un gravissimo errore politico. Andrebbe contro i principi che Renzi porta avanti da mesi. Era lui che diceva che le riforme costituzionali si fanno coinvolgendo le opposizioni, è lui che ha aperto a Berlusconi dopo aver bacchettato Grillo che aveva rifiutato ogni dialogo. E invece adesso che fa?” (Secolo XIX)

Fa che sarebbe un gravissimo errore politico non tenere conto che alle Europee gli elettori hanno consegnato più del 40% dei voti a Matteo Renzi e poco più o poco meno del 20% a Berlusconi e Grillo. Un giornalista navigato come Corradino Mineo, fosse solo per dovere di cronaca e in onore alla famiglia di matematici da cui proviene, avrebbe già dovuto accorgersene.

Come non stupirsi, inoltre, che un caporedattore politico noto fin dagli Anni ’90, con ampia esperienza inernazionale e candidatosi al Senato della Republica, non si sia reso conto – dal vaglio delle carte costituzionali dei vari stati europei che almeno dovrebbe conoscere –  che se il Senato ha gli stessi compiti e i medesimi poteri della Camera dei Deputati, invece di dedicarsi alla revisione di leggi e trattati, lo Stato non funziona bene: decide con lentezza, spende con dissolutezza.

Ancora più incredibile che, con la Corte Costituzionale che ha sancito l’incostituzionalità dei meccanismi  elettivi dell’attuale contesto di  senatori, mentre il governo cerca di  fare una legge che ci garantisca almeno il diritto di votare, si siano autosospesi dal PD Paolo Corsini, Massimo Mucchetti, Vannino Chiti, Felice Casson, Nerina Dirindin, Erica D’Adda, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Walter Tocci, Lucrezia Ricchiuti, Renato Turano, Francesco Giacobbe, Mario Mauro, Corradino Mineo, Vannino Chiti.

Chissà se racconteranno agli elettori: di aver agito in nome dei senatori o del popolo sovrano?

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M5S game over, Renzi missione compiuta?

27 Feb

In Italia, i tre maggiori partiti sono guidati da personaggi (Renzi, Grillo e Berlusconi) che non fanno parte del Parlamento. A dire il vero, forse non dovremmo parlare dei ‘maggiori’ partiti, ma dei ‘partiti’, visto che uno sbarramento all’8% potrebbe cancellare  UDC / Scelta Civica, Fratelli d’Italia e SEL, come anche la Lega non esiste in 2/3 dell’Italia.

Partiti (PD, M5S e PdL) che neanche s’è ben capito come funzionino in termini di democrazia interna, visto che tra i Democratici non c’è segretario o premier che resista un anno uno, che senza Beppe Grillo e il suo portale Cinque Stelle dovrebbero riorganizzarsi da zero, che l’esodo di NCD è dovuto anche al peso dei Berluscones nel partito.

Intanto, Obama  benedice Matteo Renzi, lo spread si mantiene ai minimi, la Germania non è più mordace. Perchè?

Perchè ‘questa sinistra’ piace. All’estero piace.
E non parliamo solo della benedizione del Time, del 2009, quando Mattteo Renzi venne definito da Jeff Israely come l’Obama italiano, “un praticante cattolico  che rappresenta la speranza di cambiamento dei Democratici”.

Mette spalle a muro Roma con suoi debiti e il suo degrado … mentre c’è da privatizzare sul serio l’AMA e mentre la lungimirante Gaz de France – Suez che ha acquistato e occupato il suo bel palazzone (già dei sindacati …) sul Lungotevere ggià da una decina d’anni …

Rinuncia a realizzare opere pubbliche (in toto, in parte o delegando) come per la TAV in Val di Susa, per i No Canal a Milano, per la gestione mediatica della Terra dei Fuochi e del pentito Carmine Schiavone, per i gasodotti in Puglia: meno tensioni sociali e lauti affari per i territori adiacenti (Francia, Milano est, ciclo dei rifiuti emilromagnolo, Molise) …

Parla di scuola strizzando l’occhio agli edili, di università guardando al turismo degli scambi culturali, di lavoro pensando alle Coop, di Sanità con nostalgia per le mutue, di ‘rottamazione’ ma non di pensionamenti.

Ma, soprattutto, quel che piace (all’estero) di Matteo Renzi e del nuovo corso populista (ndr. visitare una scuola alla settimana rievoca i fasti totalitari di Benito e Josip) è la possibilità di frantumare il ‘polo’ Cinque Stelle ed incassarne parte dei cocci alle prossime elezioni.

Missione sostanzialmente compiuta: se 18.000 voti on line possono defenestrare quattro senatori eletti, la democrazia non è tra noi.
Se, poi, Beppe Grillo riesce a commentare «così si terranno i 20 mila euro al mese», siamo ben oltre. Non a caso i Cinque Stelle espulsi ed i ‘dissidenti’ parlano di «fascisti» e «cannibali», mentre i media annunciano il ‘rischio scissione’.

Forse non ‘fascisti’ – anche se giubilare un parlamentare è da Neolitico – ma se non ‘cannibali’, probabilmente ‘dilettanti’, visto che una giubilazione /scissione è la cosa politicamente meno opportuna, se sul tavolo di Renzi c’è il piano nomine di 350 nuovi manager, dalle Poste a Eni, in cui, per la prima volta da 12 anni, un governo di centrosinistra deve decidere i vertici delle aziende di Stato. Ecco la fretta di ‘avvicendare’ Enrico Letta …

Figuriamoci, poi, a regalare alla maggioranza di Renzi al Senato quei 20-30 senatori che servono per formare un governo di ‘sinistra’ anzichè di ‘larghe intese’ e che – se restassero nel M5S – dovrebbero dire addio alla politica in un anno o due, vista la riforma che si prevede per il Senato e la debolezza dimostrata dal Cinque Stelle a livello regionale e di radicamento dei parlamentari al territorio.
Secondo La Repubblica, “Pippo Civati, per dire, già si lecca i baffi: l’area del nuovo centrosinistra è a quota 23 senatori” … e, secondo buon senso, nel giro di un anno buona parte dell’anima ‘di sinistra’ dei M5S sarà in un modo o nell’altro ritornata all’ovile. Cosa ne sarà del resto dei Grillini, è difficile dirlo, ma non è improbabile che Lega e Fratelli d’Italia non possano recuperare qualche punto in percentuale …

Ormai la frittata è fatta, i Cinque Stelle hanno scelto tra l’essere forza ‘parlamentare’ – in cui le decisioni escono dal gruppo degli eletti – ed il rimanere un esperimento di net-democracy – dove il consenso si coagula in questioni ridotte ai minimi e mutevoli termini di un click.
D’altra parte, è dato di fatto che i Cinque Stelle non siano riusciti ad aggregare – in quest’anno di legislatura – una think tank di esperti (blogger o accademici che siano) per sostenere il lavoro dei parlamentari.

Game over, caro Beppe. Chi troppo vuole, nulla stringe.

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Legge elettorale, proposte al vento

3 Gen

Sulla legge elettorale, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.
Infatti, lo stato del consenso vede ancora un ampio terzo degli italiani propenso all’astensione, mentre un quinto degli elettori vota ‘a Sinistra’ e un altro quinto è ‘grillino’, il resto va ‘a Destra’ con buona pace di moderati e autonomie.

Inoltre, anche Matteo Renzi chiede “la necessaria trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, e quindi la cancellazione di incarichi elettivi e retribuiti in Senato”.
Il che significa che ci troveremo ad eleggere 3-400 eletti alla Camera e di indicare una premiership: un onorevole ogni 100.000 elettori e un leader nazionale. Stop.

Non che altrove vada particolarmente meglio – vedi Germania e Francia dove il bipolarismo è una chimera – ma l’incapacità a coalizzarsi in base ad un programma ‘tecnico’ è una peculiarità tutta italiana.
Inoltre, altrove la legge elettorale prevede alcuni ‘obblighi’ che vanno da quello di preannuciare i propri ministri a quello di garantire un ‘ballottaggio’ con una effettiva ‘par conditio’ all’esistenza di un ‘federalismo’ effettivo – come in USA o Germania – o, comunque, di una Camera Alta (ndr. Senato) autonoma dai partiti.

Certo, è impensabile che un segretario di partito ‘detti l’agenda’ al governo, come segretario del partito di maggioranza e come futuro candidato premier, in un Paese che ha adottato il Fiscal Compact e che da vent’anni tenta di dotarsi di governi e relative premiership ‘indipendenti’ dalle segreterie di partito.

Ma la vera questione non è in quello di cui si parla (ndr. sistema spagnolo, super-sindaco eccetera), ma la drastica riduzione di rappresentanza politica (e di poltrone) che viene a determinarsi con un Senato ‘non elettivo’ e che costituisce la vera empasse sia in termini di ‘mantenimento della Casta’ sia di principi democratici.

Infatti, non è un’esaltante idea di democrazia quella di ritrovarsi con un parlamentare ogni 100.000 elettori, con un Senato federale espressione dei noti campanilismi clientelari, se non feudo degli arcinoti capibastone di partito, come del resto sembrano essere Regioni ed Enti Locali.

E se per noi ‘comuni mortali’ l’idea non è esaltante, figuriamoci quanto possa esserlo per la “provincia italiana” che oggi è largamente sovrarappresentata in Parlamento e che, domani, potrebbe ritrovarsi con una cinquantina di poltrone da contendersi. O le grandi aree metropolitane che non offrirebbero più spazio per i giochi partitici ‘romani’, visto che l’interesse (ed il peso) locale diventerebbero prioritari con un Senato federale.

In questa prospettiva, quella di un parlmento dove gli eletti direttamente dal popolo sono circa cinquecento, l’outing di Matteo Renzi lascia davvero perplessi:

  1. il modello ispanico con mini-liste in collegi molto piccoli è impraticabile, se si vuole una Camera dei Deputati di 400 onorevoli o, comunque, se volessimo non aumentare i 600 attuali (1:65.000);
  2. il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza non risolve la situazione oggettiva di un Paese ‘non bipolare’, come non smebra esserlo la Germania, a dire il vero;
  3. il doppio turno di coalizione, sulla base della legge con cui si eleggono i sindaci, prevede un premio di maggioranza eccessivo che, come dimostratosi in un ventennio, garantisce de facto la legislatura, ma non la buona amministrazione e/o il consenso effettivo.

Intanto, il Rapporto annuale Demos sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, ci racconta che la ‘fiducia verso le istituzioni politiche’ degli italiani è al 24% (41% nel 2005), mentre il 48% pensa che la democrazia possa funzionare anche senza partiti ed il 30% è convinto che nel 2014 la corruzione politica aumenterà, mentre quasi un italiano su cinque pensa che sia da “ridurre il peso dello Stato” nei servizi sociosanitari e nell’istruzione e … mentre con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’  e mentre la spesa della Pubblica Amministrazione solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta miliardi di euro.

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La sfida della riforma elettorale

16 Dic

qualunquemente_01Riguardo le future elezioni politiche italiane, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.

Peggio se si votasse con il Mattarellum, meglio forse con altre soluzioni.

Con il Mattarellum, a parte la quasi impossibilità ‘tecnica’ a dotare il Senato di una maggioranza stabile, accadrebbe di ritrovarsi senza governo, in una corsa tra tre coalizioni (Sinistra, Destra, M5S), salvo ‘ampie quanto inconsistenti’ intese, che non potranno che replicare le dinamiche e tensioni di questo 2013.
Renzi ‘a sinistra’ come Bersani a rincorrere inutilmente Beppe Grillo? Primo partito il M5S, ma senza alleati (e i numeri) per governare? Renzi e Casini come oggi Letta e Alfano?

Con un sistema a ballotaggio, in teoria, si garantirebbe una maggioranza legittima e ‘bloccata’. Peccato che il ‘sindaco d’Italia’ non sembra la migliore soluzione dopo la fulminante ascesa di Matteo Renzi. Specialmente se al ballottaggio dovesse pesare l’atavica diffidenza degli italiani verso i ‘Giacobini’, non più ammantata di Berlusconismo.

Meglio riformare tutto, se ve ne saranno il tempo e le buone intenzioni.

Intanto, con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’, mentre si attende – ripresa o non ripresa – il partito che metta in programma un taglio della spesa della Pubblica Amministrazione per almeno 100 miliardi annui e che solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta.

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