Archivio | Economia e finanza RSS feed for this section

Paolo Savona, la Lira nel 1975 e la Patrimoniale del 1992

24 Mag

Il professor Paolo Savona ha avuto il grande merito di annunciare, in tempi non sospetti, che l’Italia non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari e – soprattutto – amministrativi adeguati per entrare in Europa, ma per ragioni di opportunità politica la Germania avrebbe chiuso un occhio, come il Der Spiegel confermò nel 2012 dopo una ampia indagine su centinaia di documenti governativi, dai quali “emergerebbe che l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con misure cosmetiche”.

Paolo Savona era un ministro (piuttosto controverso) di quel Governo Ciampi e questo scriveva di lui La Repubblica del 4 aprile 1994: Nei pochi mesi in cui è stato a capo del dicastero dell’ Industria si è scontrato con il presidente dell’ Iri, Romano Prodi, con quello dell’ Eni Franco Bernabè e, nei giorni passati, come riferiscono le cronache, anche con quello della Funzione pubblica, Sabino Cassese. Per finire, il suo ministero è entrato in rotta di collisione anche con l’ Antitrust di Francesco Saja sul piano di privatizzazione dell’ Enel.”
Controversie ‘meritevoli’, almeno nel caso dello scontro con Prodi, sfociato nelle dimissioni di Savona, sulle privatizzazioni ed ancor più delle modalità: “nocciolo duro” per il ministro, “public company” per il presidente dell’ Iri.

Oggi, son trascorsi quasi 25 anni da allora, ma andando ancora più indietro nel tempo, quando Paolo Savona era il Direttore quasi quarantenne del Servizio Studi della Banca d’Italia, ci imbattiamo nel 10 dicembre 1975, data in cui l’Istituto Bancario San Paolo emise miniassegni circolari per conto della Confesercenti, dato che la Lira era talmente messa male da scatenare un’inflazione altissima e da non poterci permettere neanche il metallo per gli spiccioli, con commercianti e clienti che dovevano ricorrere a caramelle, francobolli, gettoni telefonici e in alcune città anche dai biglietti di trasporto pubblico. Altro che cryptovalute …

Miniassegni-circolari-istituto-bancario-san-paolo-1975

Non sappiamo se Paolo Savona fosse fautore o critico di quel disastro, ma fatto sta che l’anno dopo divenne Direttore Generale della Confindustria seguendo Guido Carli, già direttore generale della Banca d’Italia dal 1959 e dimessosi nel 1975, dopo il crollo pre-annunciato dall’altalenante andamento della lira durante il decennio precedente ed i corrispettivi ‘warning’ degli analisti internazionali rimasti inascoltati (Italy’s Capital Market—Bank’s Warning. From Our Own Correspondent. The Financial Times (London, England), Tuesday, June 04, 1963; pg. 5; Edition 23,021).

Fu in quegli anni che l’Economia e la Finanza italiane constatarono che non era possibile indebitarsi all’infinito, svalutando la Lira ed aggiungendo Bot a mini-Bot, a causa del progressivo peso dei costi di importazione delle merci, a partire da metalli e carburanti.

A dire il vero, l’Italia se ne era già accorta tante altre volte che invocare il Sovranismo a fronte di un mare di debiti è impresa scellerata. Ce ne eravamo accorti nel 1994, con l’Eurotassa approvata dal Governo Prodi che contava di risanare i conti pubblici con un salasso da 4.300 miliardi di lire, dopo che già nel 1992 l’allora governo Amato impose un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti bancari (Legge Patrimoniale) per evitare il crack finanziario, mentre Paolo Savona era  Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che non si oppose.

Non solo tasse, ma anche titoli, come certamente avrà insegnato ai suoi allievi il professor Savona, menzionando quanto accadde nel 1904, quando i Bot emessi nel 1901 vennero annullati dalla Corte dei Conti … con buona pace di chi li aveva acquistati o accettati.

1901-REGNO-DITALIA-Certificato-di-rendita-su-Debito

Fu un caso, ma l’effigie in testa al Certificato di credito era proprio quella di Vittorio Emanuele I, il re sabaudo che diede avvio all’Unificazione italiana con l’immediata emissione di Bot già nel 1861, nonostante le immense requisizioni di beni ecclesiastici e nobiliari e nonostante il fatto che – a parte il Regno di Piemonte e la Santa Sede – il resto dell’Italia vantava da secoli i bilanci in pareggio.

1861-regno-italia-certificato-110-lire-serie-l
Diciamo che siamo noti per esser relativamente puntuali  a pagare interessi, ma di saldare i debiti non se ne parla, se l’Italia si trovò a nascere – nonostante le requisizioni di beni vaticani o borbonici – con il 100% di rapporto debito/Pil e gli unici riscontri positivi li dobbiamo ad operazioni di risanamento ‘virtuali’ come il saldo delle Guarentigie per il Concordato, l’economia di guerra di Mussolini, il debito enorme nascosto dal boom economico del Dopoguerra fino agli Anni ’60.

italia grafico percentuale debito pil 1861 2015

Oggi, il professor Paolo Savona ha oltre ottanta anni, conosce molto meglio di noi tutti la storia degli andamenti e sa bene che è questo genere di ‘precedenti’ a spaventare nazioni, mercati e cittadini: che gli italiani usino qualche disastroso espediente nella folle speranza di non onorare i propri debiti.

E questo è anche il timore degli imprenditori e dei risparmiatori italiani, cioè dei cittadini.
Non certamente che il professor Paolo Savona possa essere ‘anti-banche’ o ‘anti-globalizzazione’, se fino all’altro ieri era ai vertici di una cryptobank anglo-lussemburghese con investitori Usa-based.

Possibile che l’Italia non ricordi come siano andate effettivamente le cose ai tempi della Lira?
Non durante i ‘favolosi’ Anni ’60 di Carli e Savona, in cui il boom economico mascherava debiti e sprechi immensi, ma subito dopo, dal 1975 fino al 1994, quando dovemmo pagare pegno?

Demata

Annunci

Le gambe corte del contratto Salvini-Di Maio

14 Mag

Proprio mentre Matteo Salvini tentava di formulare con i Cinque Stelle il suo governo leghista, allo Stadio Marassi di Genova riecheggiavano quei cori razzisti antipartenopei, che lo stesso Salvini cantava anni fa ad un convegno della Lega.

Intanto, prendiamo atto che  nei Cinque Stelle sono napoletani Luigi Di Maio, Roberto Fico e Carla Ruocco , mentre sono meridionali Barbara Lezzi, Nicola Morra, Carlo Sibilia, Manlio Di Stefano, Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Giulia Grillo, Riccardo Fracarro e Mario Michele Giarrusso.

Salvini definì quei cori una ‘goliardata’, ma sta di fatto che nel Meridione la Lega continua a non essere particolarmente gradita agli elettori, più o meno quanto l’elettorato settentrionale non ha votato i Cinque Stelle.

E proprio nelle ore in cui Salvini si appresta a governare tramite un ‘premier terzo’ e con i Cinque Stelle al seguito, al Marassi la questione Nord-Sud si ripresenta, non come momentaneo coro da curva, bensì come litania razzista urlata per decine di minuti da decine di migliaia di persone a reti unificate.

Cosa accadrà quando Salvini (e Di Maio) dovranno metterci la faccia per le norme  potenzialmente inique o sprecone se non dannose che si profilano all’orizzonte, alcune più gradite a Nord ed altre più volute a Sud ?

Inique, se la flat tax fosse ‘uguale per tutti’, sapendo che il reddito disponibile al Sud è di un quarto sotto la media, se  si attesta a 20.800 euro per abitante sia nel Nord-ovest che nel Nord-est, è pari a 19.300 euro nel Centro, mentre scende a 13.400 nel Mezzogiorno.

Sprecone, se il reddito di cittadinanza sarà superiore all’assegno con cui ‘campa’ un invalido o di un pensionato minimo e se è concesso per due anni anche a chi il lavoro non lo cerca, finanziandolo con il divieto di cumulo pensionistico dei redditi autonomi e dipendenti, altri tagli alla spesa della P.A., eliminazione del Fondo per il sostegno alla povertà, eliminazione di ogni contributo pubblico all’editoria.

Dannose, se il combinato flat tax / reddito di cittadinanza finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, e/o povertà e criminalità, andando non solo ad incrementare spesa e debito, ma anche a contrarre il PIL e la produttività nominale.

Muhammad Yunus, l’economista inventore del microcredito, ricorda che: «I salari sganciati dal lavoro rendono l’uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo».

Se si finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, povertà e criminalità, in un paese dove già esistono sostanziosi sussidi agli agricoltori, enormi facilitazioni per le cooperative e persino la ‘cassa integrazione’, cosa ne sarà del divario Nord-Sud nel 2020, non appena l’effetto delle riforme leghiste a cinque stelle si sarà fatto sentire?

I cori di Marassi annuncio di una Nemesi? Speriamo davvero di no, ma Salvini e la Lega dovrebbero opporsi apertamente al razzismo, se vogliono (loro e i Cinque Stelle) credibilità e consenso il giorno che ci sarà il popolo scontento. Specialmente al Sud.

Intanto, tra i problemi più urgenti ci sono le pensioni e non sarà una grande svolta pensionarsi a quota 100 dal 2020, se la rendita si aggira intorno ai mille euro dopo una vita di lavoro, e ci sono l’istruzione e la formazione, con una Buona Scuola incompiuta e le Università da riformare (insieme alla Sanità), mentre nel 2020 sarà ufficiale che l’Italia ha meno laureati e diplomati d’Europa, senza parlare dei voti e della quantità di anni serviti per conseguire i titoli e di quanti tecnici ci ritroviamo.

Cosa pensano, di arrivare giusto giusto al 2019, dopo aver speso e spaso con la flat tax, il reddito di cittadinanza più tot norme a pioggia per mille casi particolari e poi si vede? E – senza parlare della miriade di cose in cui Lega e Cinque Stelle sono in disaccordo – quale Italia vogliono realizzare?

“L’ozio avvilisce ed il lavoro nobilita: perché l’ozio conduce uomini e nazioni alla servitù; mentre il lavoro li rende forti ed indipendenti: questi buoni effetti non sono già i soli. L’abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell’ordine; dall’ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell’educazione.” (Massimo d’Azeglio)

Demata

Roma, un degrado ormai di portata internazionale?

18 Apr

Tutti possono fare un piccolo esperimento, digitando su Google ‘degrado Roma‘ e selezionando solo le notizie delle ultime 24 ore.

romagovernata

Ecco cosa è apparso tra i primi venti link:

  1. L’agonia di Atac e il colpo di grazia della Giunta Raggi spiegati alla perfezione – Romafaschifo
  2. Fotogrammi di degrado: non si salvano neanche gli asili nidoVigna Clara Blog
  3. Garbatella: degrado nei parchi che vennero inaugurati due volte – Urloweb
  4. Roma, sfregio a Trastevere: la fontana della Botte ricoperta dai writer – Il Messaggero 
  5. Meningite: a Roma l’addio a Susanna Rufi – Il Messaggero
  6. Crolla soffitto in un asilo nido – Jobsnews
  7. L’ultimo spettacolo del cinema Apollo: si sta sgretolandoDiarioromano
  8. Le favelas sotterranee: il volto nascosto di Roma – Il Giornale
  9. Degrado capitale: quanto sei sporca Roma (video) – Repubblica
  10. Chiusi 36 siti archeologici. Lo spreco di Roma Antica – Il Tempo
  11. Campidoglio e Soprintendenza lasciano i tesori nel degrado – Esquilino’s Weblog
  12. Telecamere, anni di reati e degrado sotto gli occhi elettronici – Corriere.it
  13. Borseggi nella metropolitana di Roma – Jimmy Ghione / Striscia la notizia

Si potrebbe pensare “eh ma anche a Milano, anche a Napoli” … ma andando a digitare ‘degrado Milano‘, tanti articoli generalisti, ma la notizia di una villa dimenticata, mentre per ‘degrado Napoli’ troviamo i soliti articoli su rifiuti accumulati da qualche parte e i vandalismi nella Stazione Centrale.

La ‘differenza’ la fanno un sistema di mobilità agonizzante, un degrado architettonico capillare e la notoria autoreferenzialità organizzativa della Capitale, mentre nelle altre due metropoli sono un fiore all’occhiello i trasporti urbani e le infrastrutture stradali come il restauro e il recupero urbano o la disponibilità ad adottare modelli altrui.

Non è bella Roma in rovina, caso mai son belle le sue rovine.
Rovine lasciate ‘intatte’ dalla Storia per ricordare a Roma di un Impero che cadde quando – vittima delle chiacchiere del Foro e delle rivalità dei Senatori – Roma cessò di essere utile all’Impero che da lei dipendeva.

Una Roma che oggi non ha un governo effettivo per l’Italia e neanche per la Regione Lazio, mentre al Comune non è molto diverso, se il Sindaco è ancora allo stallo post-elettorale della miriade di assessori e del bilancio bloccato con l’Atac fuori mercato, tante regole da cambiare con i dipendenti comunali, la raccolta rifiuti e l’approvvigionamento idrico tutti ancora da ‘ristrutturare’, un territorio da mettere in sicurezza sotto tutti i punti di vista … da cui il ‘degrado’ che constatiamo e leggiamo ovunque.

Quanto ancora l’Italia e l’Europa (ma anche il Mediterraneo) potranno permettersi lo stallo ormai ultraventennale del processo di innovazione organizzativa che, a partire da una trentina di anni fa, la capitale doveva avviare e concludere al passo con francesi e tedeschi?

E quanto ancora il Vaticano potrà sopportare una così degradante immagine di Roma, che fa il giro del mondo ogni 24 ore, mentre proprio di immobilismo, corruzione e lassimo è accusato il Cattolicesimo fin dal primo scisma, passando poi per Lutero e tanti altri.

Demata

Mattarella, Di Maio e la nemesi di un’Italia senza governo

14 Apr

La legge Mattarella fu una riforma elettorale del 1993, che prevedeva sia un sistema maggioritario a turno unico sia il proporzionale con liste bloccate e pure il recupero proporzionale dei non eletti per il Senato ed lo sbarramento del 4% alla Camera.
Il suo relatore, Sergio Mattarella, riteneva che la legge incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale.
Il politologo Giovanni Sartori, viceversa, riteneva illusorio il tentativo di creare un sistema prevalentemente maggioritario all’italiana e che l’effetto della legge sarebbe stato quello di aumentare i partiti.

Image1

Dopo dieci anni circa, nel 2001, la XIV legislatura vedeva in Parlamento circa una dozzina di partiti con tutti i difetti di una campagna elettorale (e del futuro Parlamento) incentrata sulle riforme, cioè ‘maggioritaria’, quando a livello mediatico nazionale, ed in balia dei collettori di voti locali, cioè ‘uninominale’.
Oggi, son trascorsi venticinque anni, i partiti che ‘pesano’ son diventati quattro – tutti più o meno pari merito – mentre tra i seggi del Parlamento non siedono meno di una dozzina di sigle, come al solito.

Ed oggi c’è ‘quel’ Sergio Mattarella a dover dirimere gli effetti della scelta – in quegli anni lontani – di non aprire una fase costituente, riformando in modo organico non solo le elezioni, ma anche il Lavoro, la Sanità, la Scuola, le Regioni, la Previdenza.

Intanto, l’Agenzia delle Entrate si prepara ad informare gli italiani di come vengono usati i loro redditi, allorchè ceduti alle decisioni degli amministratori politici, sotto forma di tasse e tributi.
Analoghe iniziative sono in corso da parte dell’Inps per quanto riguarda le pensioni di ognuno in prospettiva e, poi, dovranno farlo anche scuole e servizi sociali locali.
Così ogni italiano si appresta a scoprire quanto gli costa la Sanità pubblica o quanto si rivaluta il suo contributo previdenziale oppure di quanto finanzia le cooperative sociali eccetera.
Poi, entrati nel 2019, qualcuno darà l’allarme che arrivano gli Obiettivi UE 2020 e siamo il fanalino di coda dell’Europa sia per quanto riguarda i laureati sia per i diplomati, mentre qualcun altro scoprirà che è impossibile fare innovazione senza affrontare i nodi delle pensioni e della riqualificazione, cioè del Sindacato.

Eh già, staremmo parlando di Politica … mica di poltrone.

Con i nostri militari attestati in mezzo ai pericolosi conflitti e con gli embarghi che incalzano le nostre aziende, specie se di nicchia, non solo il Presidente della Repubblica, ma anche e soprattutto i Media, dovrebbero incalzare la riluttante Politica.

Certamene, non va detto che servono un Parlamento ed un Governo per riformare tutto quello che dal 1992 attende di essere riformato, dopo che s’è cambiato tutto per non mutare nulla: la popolazione è confusa e i mercati fibrillerebbero.
Ma, allo stesso tempo, non è possibile andare avanti con un’opinione pubblica in balia dei corridoi e dei vicoletti della politica.

Senza rimpianti per il decisionismo di Giorgio Napolitano, ma più giorni passano e più il Popolo non capisce quel che sta accadendo, salvo concludere che ci sono una classe politica e dei ceti sociali che da 200 anni sopravvivono bloccando tutto e tutti.

Non è stato con le alchimie del Mattarellum che l’Italia ha superato la Prima Repubblica di Tangentopoli e Cosa Nostra, non è stato con le riforme Amato, Dini, D’Alema, Prodi eccetera che il Paese è andato in qualche direzione nè è stato con le ‘mille deroghe’ del duo Berlusconi-Tremonti che abbiamo abbassato le tasse nè è stato con il Federalismo della Lega che si è risolto il problema di Roma, che – se non ‘ladrona’ – di sicuro non funziona con ricadute per tutti gli italiani.

Quel che è lasciato è perso: più o meno come alla fine dell’Ottocento, quando si crearono gli ostacoli all’innovazione, alla crescita industriale-economica e alla formazione tecnica ed alle pari opportunità che solo con l’avvento dei Totalitarismi vennero parzialmente superati. L’Italia pagherà per quanti altri decenni il non aver scelto nel 1993 la Costituente, la Common Law e l’Antimafia?

O, molto più semplicemente, come farà Di Maio a spiegare ai suoi elettori che i Cinque Stelle entreranno in un governo proprio con i partiti (PD, Lega e Forza Italia) che hanno portato il nostro popolo e la nostra nazione fino a questo punto?

Demata

Reddito di cittadinanza a Cinque Stelle: realtà o miraggio?

13 Mar

Il Lavoro consiste in un accordo (contratto) tra chi ha bisogno di una prestazione e chi è in grado di offrirla in cambio di risorse o prestazioni.

Il Lavoro, dunque, è una materia di cui lo Stato e la Politica dovrebbero occuparsi solo a contrasto di sfruttamento, abusi o frodi ed in termini di assistenza sociale a disoccupati e invalidi: neanche Keynes si sarebbe fatto Datore a tempo indeterminato di milioni di lavoratori nè Assicuratore a vita per decine di milioni di pensionati e neanche Mediatore diretto, cioè garante, tra diversi soggetti contrattuali, perchè è proprio da queste attività che derivano sprechi, inefficienze, corruttela e tasse sempre maggiori.

images.duckduckgo.com

Una materia non semplice e non a caso il professore Pasquale Tridico, in predicato di divenire ministro del Lavoro in un governo a Cinque Stelle, spiega chedopo circa 15 anni di studi e ricerche sui temi del lavoro, della flessibilità, della produttività e della crescita economica” è pervenuto ad “una idea precisa sul mercato del lavoro e sui problemi della scarsa performance della produttività e del Pil in Italia: alla base del nostro declino economico non ci sono solo le politiche di austerità ma anche la precarizzazione del posto di lavoro“.

Vero, verissimo: una nazione di lavoratori privi di laurea, non di rado senza neanche un diploma e spesso con studi tecnico-scientifici minimali o frammentari, perchè mai dovrebbe trovare un lavoro continuativo nell’Era Digitale e Globale ?

Secondo il professor Tridico, però, la causa di tutti i mali non è nel basso livello di formazione tecnica-professionale del nostro Sistema Nazionale d’Istruzione nè della diffusa dispersione scolastica: il punto è che il lavoro flessibile costa poco.

Anche questo è vero, verissimo, ma – a parte che i lavoratori poco formati e/o poco tutelati dallo Stato costano sempre poco –  chiunque conosca un sistema di bilancio sa anche che il lavoro flessibile costa (apparentemente) poco innanzitutto perchè non è iscritto nelle spese fisse, bensì in quelle per esigenze momentanee, con la possibilità di spalmarne i costi sugli anni a seguire. E chi lavora fuori da grandi apparati tutelati come le Università tocca con mano come l’autonomia contrattuale locale è inficiata dal sistema rigido dei contratti di lavoro nazionali.
In second’ordine, tra le cause dell’eccessivo ricorso alla flessibilità occupazionale ci sono minori versamenti assicurativi previdenziali e fiscali, con erosione dei redditi e della  pianificazione territoriale ed infrasrutturale, come il professor Tridico afferma, ma,  visto che il problema reale non è l’austerità, bensì la competitività e la formazione, egli stesso chiede di “porre al centro la qualità del posto di lavoro, gli investimenti in settori avanzati, e la formazione continua”.

Le cose, però, si complicano, allorchè il professor Tridico va a spiegarci cosa intende fare.

1) Il reddito di cittadinanza spingerà almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro”  ad iscriversi almeno ai Centri per il lavoro “e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap” e “possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi“.
Questo significa che il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle non è a spesa invariata, ma solo che l’Italia potrà spendere circa 20 miliardi extra all’anno per sussidiare un milione di disoccupati “che attualmente non cercano lavoro”  e che potrebbero rimanere tali per mesi ed anni.

2) Gli investimenti produttivi dello Stato  ci riportano alla Prima Repubblica che ‘creava lavoro’, ma i settori a più alto ritorno occupazionale sono quelli per l’agroalimentare, il manifatturiero ed il turismo. Non certamente i settori avanzati.
E “l’idea è di destinare almeno il 34% di questi (ndr. nuovi) investimenti nel Sud Italia, che ha urgente bisogno di uscire dal sottosviluppo e dal sotto-investimento” (ma come fare senza annunciare una lotta radicale alla mafia?), mentre lo Stato sosterrà una “Banca pubblica di investimento, che erogherà credito a tassi agevolati a micro, piccole e medie imprese” … alla stregua dell’I.R.I.?

3) il salario minimo orario è cosa sacrosanta, ma dovrebbero indicarlo i Contratti di lavoro, ma ci sono categorie di lavoratori non coperte da contrattazione nazionale collettiva. Se i Cinque Stelle intendono salvaguardare questi lavoratori, perchè non estendere la copertura dei contratti nazionali, anzichè introdurre una spesa che di sicuro non può caricare sull’Inps ed i versamenti dei lavoratori assicurati, nè può ricadere sul costo delle merci ?

4) serve un Patto di Produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese, perchè “i circa 23 miliardi di sgravi fiscali sulle nuove assunzioni regalati dal Jobs Act” non abbiano portato ad “investimenti capital intensive in settori ad alto contenuto tecnologico“. Ma, stante la limitata formazione tecnica superiore degli italiani, come sostenerne le assunzioni se non sostenendo i  settori a basso contenuto tecnologico?

5) la robotizzazione, “una sfida che non va lasciata alla schizofrenia del mercato, ma gestita politicamente” (sic!) con “la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario” e con lo Stato che va ad “incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese”.
In parole povere, sovranismo monetario e aiuti pubblici alle imprese, trasferendo parte dell’attuale costo del lavoro dalle imprese al welfare.

Anche se i liberisti potrebbero inorridire, di sicuro il professor Tridico è un rinomato esperto di economia, quella del lavoro, e c’è una questione essenziale che riguarda direttamente i Cinque Stelle e il loro eventuale governo: qui parliamo di programmazione economica-finanziaria strutturale pluriennale in settori che vanno dalla new economy all’agricoltura, dalla metalmeccanica ed il cemento al digitale, come parliamo di legislazione delle imprese, di fiscalità e di assicurazioni.

Il progetto di cui ci parla il professor Tridico è materia primaria del Ministro dell’Economia, da approvarsi in Consiglio dei ministri tra cui il dicastero del Lavoro, ma anche quelli parimenti coinvolti delle Infrastrutture, dell’ Agricoltura e del Turismo, dell’Istruzione e dell’Università.

Inoltre, finchè si parla di economia del lavoro anzichè di governance e legislazione apposita, restano indeterminati i tempi ed i limiti dettati da norme costituzionali, trattati internazionali, rapporti Stato-Regioni, consultazioni con le associazioni di categoria, convergenze parlamentari ed altro ancora.

Sono proposte che pesano decine di miliardi, che riguardano diversi ministeri e che non solo vanno portate e votate in Parlamento, ma dovranno attuarsi gradualmente “senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%” di previsione per il triennio a venire, mentre oggi … il nuovo governo è ancora lontano a vedersi.
Dunque, vedremo.

Demata

 

 

 

Italia: senza senso di responsabilità arriva l’instabilità finanziaria

9 Mar

Quando la Politica si rivolge agli elettori sventolando diritti/doveri, cioè principi che si rifanno alla filosofia, il disastro è annunciato. Le soluzioni concrete possono arrivare solo tenendo conto dell’economia e della possibilità tecnica: il trionfo della Politica è assicurato solo se elettori ed eletti rammentano che a collegarli è il desiderio di benessere, fondato sul buon senso per il bene comune.

images.duckduckgo.com

Solo l’altro ieri la Commissione Europea presieduta da Valdis Dombrovskis annunciava che  è pronta a ricevere dall’Italia un Def basato su ”uno scenario a politiche invariate”, come è accaduto in altri Paesi che hanno avuto bisogno di tempo per formare un nuovo esecutivo dopo le elezioni.

Tre settimane fa, il nostro Ufficio parlamentare di bilancio nell’ultimo Focus dedicato alla finanza pubblica annunciava che, “come avvenuto nello scorso anno, nell’ambito della sorveglianza europea potrebbe emergere la richiesta di misure correttive che riportino il saldo a un livello coerente con il rispetto delle regole”.

In parole povere, la realtà è che tra un mese esatto o il governo Gentiloni emette un “no policy change DEF” (dato che altro non può fare, essendo ad interim), ma questo DEF dovrà essere votato da un parlamento dove M5S e Lega hanno una risicata maggioranza relativa, oppure si forma un nuovo governo che ha già in tasca un piano condiviso di riforme strutturali (almeno triennali) per l’Italia, cioè cosa del tutto impossibile.
 
Intanto, secondo i numeri (italiani ed internazionali) e come preannuncia Dombrovskis, “ci sono ancora sfide da affrontare“: in Italia vediamo che la bassa produttività (cioè il costo del lavoro e dei servizi) sta frenando la crescita che resta sostanzialmente sotto la media Ue, persiste l’elevato livello di debito pubblico e le questioni sulle banche, in particolare l’elevato stock di crediti deteriorati (Npl), che – a parte l’esposizione finanziaria e la deformazione del credito – equivale a parlare dell’efficienza della P.A. e dei soliti speculatori noti alle cronache.
 

E’, dunque, una pessima premessa che – a neanche 24 ore dall’avviso europeo – Di Maio annunci che il DEF «dovrà essere approvato a maggioranza assoluta del Parlamento, quindi il Movimento sarà determinante. Questa sarà l’occasione per trovare le convergenze sui temi con le altre forze politiche. Siamo già al lavoro su una proposta che renderemo nota nei prossimi giorni».

In pratica, il progetto di politica economica del M5S sembra essere quello di modificare profondamente la programmazione finanziaria nazionale del prossimo triennio con l’appoggio della Lega, PRIMA che si insedi un eventuale governo, trasferendo voci di spesa da un capitolo all’altro, senza avere il tempo per verificare accuratamente  nè i regolamenti applicativi nè i costi effettivi nè – almeno – quali spese andrebbero a tagliarsi e con quali conseguenze per tutti.

Peggio ancora se, poi, non si dovesse formare alcun governo e questo parlamento autodelegittimatosi dovesse andare a nuove elezioni, l’Italia finirebbe per dover convivere per mesi ed anni con norme incomplete, diritti e doveri imprecisati, costi e bilanci fuori controllo.

Cosa ne accadrebbe se – senza un governo che dia seguito con i propri decreti e senza neanche concertarsi con le associazioni sindacali e delle imprese – si approvasse ‘sulla carta’ il salario minimo che è destinato a quei 2,5 milioni di lavoratori tra dipendenti, parasubordinati e autonomi che vengono retribuiti a livelli inferiori ai minimi contrattuali e al di sotto delle soglie di povertà?

E, senza poi un governo e senza conti inequivocabili, come andrebbe a finire la rivalutazione delle pensioni contributive promessa da Lega e Cinque Stelle sotto la voce ‘abolire Fornero’: l’avvio di un iter fallimentare per l’Inps e la sua privatizzazione, con buona pace per il futuro?

Non rischiamo il default, perchè abbiamo una “adeguata capacità di rimborso” come la chiamano le agenzie di rating, ma diversi Enti (anche locali) potrebbero finire in fallimento, mentre i pagamenti pubblici si rallenterebbero con incremento del debito sommerso, se andassimo alla ventura per poi fermarsi sull’orlo del baratro come accadde in Grecia.
Visto che parliamo di un centinaio di miliardi complessivi e di una bella fetta degli italiani, a parte cosa accadrebbe sui mercati, al nostro spread ed all’euro di tutti, arriva puntuale l’appello di Mattarella ai leader: «Abbiamo ancora e avremo sempre bisogno del senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del paese e dei suoi cittadini».

Infatti, dal 26 febbraio i nostri indici borsistici stanno andando male: il FTSEMib ha perso oltre il 3,5%, come il FTSE Italia Mid Cap (-3,09% a 40.258 punti) e per il FTSE Italia STAR (-3,55%), mentre la friabilità della situazione militare nel Mediterraneo è ben nota a tutti e si annuncia pure la guerra commerciale USA-UE con l’Italia che esporta merci verso gli Stati Uniti per oltre 36 miliardi di euro.

L’Italia sta correndo il rischio di replicare il disastro greco del primo governo di Alexīs Tsipras, durato il tempo di una semestrale di bilancio dopo esser partito con velleità populistiche.
A proposito, Tsipras oggi governa di nuovo, ma porta avanti una politica di rigore, con un pesante piano economico per ridurre il debito pubblico attraverso tagli significativi della spesa, cessioni del patrimonio pubblico e nuove tasse.

Demata

Pensioni: il dopo Fornero

15 Feb

Per le pensioni, arrivati al 2018, l’Era Fornero volge alla fine: è inevitabile che sia così, dato che la stessa norma era parte di un piano pluriennale di rientro finanziario.
Ed era invevitabile che così fosse, dato che – dovendosi contenere e dilazionare la problematica di liquidità di Cassa Depositi e Prestiti – lo scopo essenziale era quello di ‘rinviare’ di un lustro tutte o quasi le pensioni correnti, cioè i quasi Quota95 che oggi sono Quota ‘ultra100’ …

giannelli

Ciò che è singolare è che solo Salvini si è ‘speso’ per raccogliere il voto di tanti elettori senior, preoccupati per il loro futuro, ma non i raggruppamenti di Berlusconi e Renzi, che già con Mario Monti avevano avuto l’occasione di far qualcosa in più.

Salvate le banche, c’è il settore assicurativo, cioè le pensioni (e la Sanità): cosa porta il futuro ai quasi anziani di ceto medio-basso? 

Riguardo alle pensioni, accadrà che per qualche anno (2-4) saranno in uscita gli ultimi del sistema retributivo, cioè i pre1960, che prima dei vent’anni avevano iniziato a versare contributi e che intorno ai 62 anni raggiungeranno una pensione più o meno pari all’ultimo stipendio. Non sono pochi, dato che parliamo dei tanti arrivati a circa Quota95 e ‘bloccati’ anche da 6-7 anni, con l’avvento delle norme Fornero.

Dunque, la Politica potrebbe essere tentata dal prendere tempo, se non fosse che – intanto – tante donne che potevano pensionarsi a sessant’anni non potranno più farlo e tanti sessantenni decideranno di attendere i 67 anni comunque, dato che in pensione si troveranno una rendita del 5-60% dell’ultimo stipendio.
Un diluvio annunciatosi fin dalle Riforme Amato-Dini del 1992-95: in poche parole, per un impiegato che oggi guadagna 1.600 euro netti, era già noto che si sarebbe trovato a dover vivere con meno di 1.000 euro.

All’epoca si confidava nella ‘crescita e nell’Europa, ma c’è poco da fare se alla base c’è il tardivo ingresso nel mondo del lavoro che affligge i nostri giovani da sempre. Tra l’altro, Amato e Dini avevano ben chiarito che quelle misure andavano accompagnate da stipendi iniziali più robusti, in modo da innanzare il valore contributivo e la pensione stessa, e da pensioni integrative, che – salvo qualche iniziativa aziendale – non hanno mai attecchito proprio tra i lavoratori più esposti.

Purtroppo, i vari governi – invece di intervenire su stipendi iniziali, progressioni di carriera e assicurazioni integrative – misero la cenere sotto il tappeto estendendo fino all’avvento di Elsa Fornero il sistema retributivo limitato, all’origine, a chi aveva 18 anni contributivi nel 1995.

‘Abolire la Fornero’ per ritornare al sistema retributivo o alla Quota95 ‘secca’ significherebbe solo peggiorare ulteriormente la situazione di chi ha oggi meno di 50 anni. Allo stesso modo, è impensabile che un’intera generazione di lavoratori ormai quasi sessantenni sia alle soglie di una vecchiaia ai limiti della povertà e nessuno se ne faccia carico.

E’ vero che viviamo in una nazione tanto produttiva quanto iperfiscale che avrebbe già potuto permettersi qualcosa di più per la pochezza delle pensioni sociali degli invalidi inabili al lavoro o per farsi carico degli lavoratori esodati o invalidi gravi rimasti nel limbo dal 2011 al 2018.
Ma è anche vero che se nessun parlamento vorrà farsi carico di rifinanziare l’Inps – fosse solo perchè ha assorbito non poche situazioni in perdita – l’Italia è destinata ad essere un paese di anziani impoveriti e di giovani senza futuro.

Sta ai nostri legislatori scegliere, poi, se i rifinanziamenti saranno dello Stato (primo debitore di tanti istituti cessati perchè in perdita) o se l’Inps diventerà una società per azioni con una quota  privata.
La questione delle pensioni da fame per chi ha lavorato una vita è ormai in drittura d’arrivo: difficilmente potrà essere rinviata di un’altra legislatura senza serie ripercussioni sulla coesione sociale.

Demata