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Non sono solo canzonette: perchè l’Ucraina ci considera una potenziale minaccia?

16 Mar

Tre giorni faceva notizia che Albano Carrisi (in arte Al Bano) è stato inserito dal Ministero della Cultura ucraino nell’elenco di coloro considerati una minaccia per la sicurezza nazionale.

Pressocchè immediato l’orrore generale del Popolo Italiano, con Al Bano che al Corriere della Sera tentava a caldo di alleggerire «Io terrorista? Piuttosto terronista …» e Loredana Lecciso sul settimanale Spy in edicola aggiungeva: «Non pensavo di avere un pericoloso terrorista o una spia in casa, è riuscito a passare inosservato», per la gioia dei lettori di rotocalchi.

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Propaganda filorussa a Donetsk (foto da sakeritalia.it)

 

Eppure, non è una novità: il 10 dicembre 2018 era accaduto a Placido Michele di ritrovarsi nell’elenco di coloro considerati una minaccia per la sicurezza nazionale, cioè non ‘terroristi’, che è cosa ridicola, bensì come ‘testimonial filorussi’, che da che guerra è guerra è un problema di ‘propaganda del nemico’ …

L’allarme ucraino fu eccessivo, quando l’attore e regista italiano dichiarava che Putin “in politica estera è il numero uno in Europa, ed è più genuino rispetto alla Merkel e ai francesi: è il leader più capace, ha una statura internazionale straordinaria, può darsi che questo momento richieda persone con un pò più di coraggio, di chiarezza, capaci di assumersi delle responsabilità di fronte alla storia. Credo che uno come Putin sia più utile all’Europa di quanto possiamo pensare”?

Difficile stabilirlo, ma certamente era una notizia eclatante il suo inserimento in un elenco che costituisce una sorta di messa al bando (restrizioni nelle autorizzazioni alla diffusione radiotelevisiva e a spettacoli, come nella distribuzione cinematografica) di tutte le opere a cui l’artista ha partecipato, cioè nel caso di Michele Placido di 150 tra film e serie tv tra cui quelle molto popolari di La Piovra, Romanzo Criminale e Suburra.

Insomma, un fatto rilevante a cui i media italiani non hanno dato particolare risalto, nel caso di Michele Placido. Più o meno come Albano Carrisi, intervistato il 2 gennaio 2018 in qualità di ” star nell’Europa dell’Est” e non come judoka, alla domanda “È sempre un putiniano?confermava che: «Lo sostengo da tempi non sospetti. È un grande. Ha un senso religioso della vita. Ha il pugno di ferro e non ci vedo nulla di male. Ormai lo usano molti, a partire da Trump ma anche da noi».

Putin “utile all’Europa“, pugno di ferro “anche da noi” … essendo l’Ucraina proprio tra la Russia e l’Europa con una secessione belligerante che dura da anni … è evidente che questo genere di dichiarazioni da parte di “star italiane nell’Europa dell’Est” creino qualche problema di … potenziale ‘propaganda filorussa’.

Quanto a Cutugno Salvatore, in arte Toto, finito nella lista degli indesiderati, iniziamo col dire che ha un seguito eccezionale proprio in Ucraina, dove pochi anni fa è stato eletto addirittura ‘Uomo dell’anno’.
Possiamo immaginare la reazione di alcuni ucraini quando più recentemente Toto Cutugno,  intervistato dall’Ansa, aveva dichiarato: “Ho tanti ricordi  con il Coro dell’Esercito Russo, il piu’ bello risale a quando li ho invitati al Festival di Sanremo nel 2013, in occasione del Premio alla carriera. Avevamo altri progetti insieme” ed oggi conferma che “la Rai non voleva, una cosa che invece rimarrà nella storia del Festival di Sanremo …  abbiamo pagato tutto noi, utilizzando il nostro cachet e anche di più per far venire quei quaranta soldati che erano una meraviglia. Rappresentavano la musica popolare russa: cantammo sì L’italiano ma anche un loro pezzo tradizionale”.

Dunque, l’Ucraina teme che i secessionisti ucraini usino come ‘propaganda’ l’adesione filorussa o le simpatie putiniane di alcuni nostri artisti: da quelle parti c’è una guerra, cioè una situazione dove il ‘morale’ è essenziale e le canzoni ispirano i cuori, come noto a chi si intende di cose belliche.
A partire dal timore che i loro concerti diventino un momento di aggregazione dei ‘nemici’ dello stato ucraino … come precisato durante i Mondiali di Calcio in Russia, allorchè ebbe inizio la messa al bando di artisti russi filosecessionisti.

Ricordiamo che sono al bando del Ministero della Cultura ucraino  anche il famoso attore Gerard Depardieu, come  Fred Durst cofondatore e frontman dei Limp Bizkit, per le vicende legate alle loro richieste di passaporto russo …  e l’altrettanto famoso regista serbo Emir Kusturitza, che a margine di una intervista aveva dichiarato che “la riunificazione della Crimea con la Russia e’ giunta come risultato non di una guerra ma di un referendum, e ha rappresentato un “processo naturale e organico”. Kusturica al tempo stesso aveva invitato la popolazione della Crimea a sviluppare la penisola come parte della Grande Russia”.

Per il governo ucraino è essenziale evitare che Putin venga sempre più percepito come un leader ecumenico, cioè acclamato da personaggi famosi.

Dunque, se Michele Placido, Albano Carrisi e Toto Cutugno finiscono sulla lista di coloro considerati una minaccia per la sicurezza nazionale per gli aperti apprezzamenti al presidente Putin od alla Russia, è possibile che l’Ucraina stia inviando un ‘messaggio’  alla Politica e all’Informazione italiane che simpatizzano per … il ‘nemico’?

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Strelkov – Miliziani filorussi

Ad esempio, possiamo immaginare la reazione in Ucraina (e dei suoi alleati) il 10 Gennaio 2017, quando durante la trasmissione di Dimartedì (La7), Marco Travaglio precisava che “non riesco a capire questo continuo elogio di Putin in bocca a molti esponenti del M5S e sul blog di Grillo” e Luigi Di Maio rispondevaabbiamo solo un problema: da quando abbiamo messo le sanzioni alla Russia abbiamo perso 5 miliardi di business per le nostre piccole e medie imprese. Se le sanzioni alla Russia danneggiano le nostre imprese, quelle sanzioni vanno tolte.

Riguardo Matteo Salvini, sono anni che le cronache italiane riportano delle sue simpatie e delle relazioni della Lega con la Russia di Putin, come anche delle contestazioni che ormai riceve anche all’estero per questo motivo. Anche nel suo caso – ad esempio -andrebbe compreso quali furono, il l’8 ottobre 2018 ad esempio, le reazioni dell’alleato ucraino … quando il ministro degli Interni italiano dichiarava che “il presidente russo Vladimir Putin è attualmente al governo e ritengo sia uno dei leader più lucidi e concreti da ammirare”.

Quanto al nostro Governo, di sicuro l’Ucraina (ed i suoi alleati) non avranno esultato il 24 ottobre 2018, quando Il Giornale titolava “Conte da Putin. ‘Via le sanzioni’: firmati 13 accordi commercialie La Repubblica precisava che “l’esito dell’incontro tra il presidente del Consiglio e Vladimir Putin conferma il feeling tra il governo italiano e quello russo (un rapporto visto con assai poco entusiasmo a Washington)” e sottolineava l’invito del Premier Conte a Putin: “mi auguro che lei possa venire in Italia al più presto, manca da troppo tempo: non vorrei che il popolo italiano pensasse che lei non gli presta attenzione”.

Ma chi sono gli alleati dell’Ucraina?
Il 6 dicembre 2018, il Pentagono ha annunciato un volo straordinario sotto l’Open Skies Treaty, precisando che “le tempistiche di questo volo hanno lo scopo di riaffermare l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina e di altre nazioni partner”.
Il ‘volo straordinario’ avveniva dopo l’escalation causate al passaggio di navi ucraine nello stretto di Kerch con i marinai ucraini sono ancora in stato di fermo ed il successivo annuncio russo di integrare l’area nel territorio nazionale con il dislocamento in Crimea una ulteriore batteria di missili terra-aria  S-400, quasi impossibili da localizzare ed in grado di intercettare praticamente qualsiasi cosa. 

Il Trattato per i Cieli Aperti (Open Skies Treaty) consente il pattugliamento aereo disarmato da parte di paesi sovrani o alleati, al fine di raccogliere informazioni riguardo forze ed attività militari.

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Battaglione Azov filoucraino

Il comunicato confermava la partecipazione di personale militare canadese, francese, tedesco, rumeno e britannico. 
Il Governo Conte, infatti, questa estate non ha riconfermato le  missioni di Air Policing della Nato in difesa dello spazio aereo degli alleati orientali, che coinvolgevano il 36° Stormo di Goia del Colle ed  il 4° Stormo di Grosseto. Nè l’Operazione Baltic Eagle in Estonia, nè la Bulgarian Horse sul Mar Nero.
Intanto, il 20 luglio, il Pentagono annunciava lo stanziamento di 200 milioni di dollari all’Ucraina, per potenziare le comunicazioni, la mobilità militare, la visione notturna e le cure mediche militari.

Arriveranno altri “confetti” dall’Ucraina? Probabile, almeno fin quando i nostri media non inizieranno a raccontare tutta la vicenda, invece di ridurla ad una sorta di post-sequel di Sanremo … mentre sullo sfondo la vera ‘questione internazionale’ è quella di un possibile aggiramento italiano delle sanzioni alla Russia con la sigla di ben 13 accordi commerciali e, soprattutto, quella di un suo possibile ‘ingresso nella finanza pubblica italiana’ in posizione progressivamente dominante, se Putin, il 24 ottobre scorso, confermava a Conte che “non ci sono remore di carattere politico sull’acquisto dei titoli di stato italiani dal fondo sovrano russo“.

Intanto, in Donbass ci sono anche le brigate internazionali come nella Guerra civile spagnola, Kiev li ha inquadrati nel Battaglione Azov dove sono segnalati svedesi, spagnoli e americani, mentre con i “novorussi” sono stati intervistati spagnoli, francesi, serbi ed italiani.

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foto da Sputnik Italia

Non sono solo canzonette.

Demata

Greta, il Clima e l’istruzione scientifica dei cittadini

15 Mar

Un esercito di opinionisti dagli Anni ’80 nega che il Clima possa variare drasticamente, come nega che abbiano un effetto disastroso cose come la sostituzione delle foreste con il cemento o delle alghe con la plastica.

GRETA SCIENZE CLIMA

E questo è quello che hanno fatto per ben due generazioni.

Non è colpa loro, ma delle scuole: un laureato in economia o in giurisprudenza o in lettere che ha studiato al liceo classico – ad esempio –  potrebbe essere un professionista eccezionale ed una persona molto colta, ma comunque aver ricevuto in tutta la sua vita solo 5-6 lezioni riguardo il metodo scientifico e sperimentale, la termodinamica e la statistica, il coding e tanto altro: una decina di ore in tutto per apprendere le basi della Logica moderna e far proprie le chiavi per comprendere tutte le informazioni tecniche e scientifiche?
Tutto affidato al talento individuale ed agli interessi personali?

Figuriamoci, poi, se la copertura delle cattedre di Matematica e Scienze nelle prime medie è non di rado difficoltosa e proprio quella parte essenziale dei programmi finisce …  nell’orario provvisorio delle lezioni ad inizio anno. Oppure se, come di consueto, al colloquio l’attenzione delle famiglie è incentrata solo sull’algebra e non su tutto il resto.

Peggio, l’idea  che Politica ed Economia abbiano la primazia sulla Scienza e sulla Tecnica, mentre sono quest’ultime ad essere il ‘motore’ delle prime due.
Un’idea obsoleta ormai da oltre 50 anni: ogni innovazione causa ripercussioni esponenziali sulla mentalità e sulla produttività generali, la Information Technology Revolution ne è la prova a posteriori, dopo aver prodotto cambiamenti sociali, produttivi e finanziari … partendo con quattro spiccioli in un garage.

Infatti, come esistono ancora persone che rifiutano di apprendere l’uso di strumenti elettronici, ci sono ancora molte persone che continuano ad affermare le proprie ‘opinioni scientifiche’ … senza ricordare che la Scienza e la Tecnica non le prevedono: fatti, soluzioni e senza pregiudizi.

Eppure, l’attenzione per l’Ambiente non può che vertere sullo studio delle Scienze e la sua tutela non prescinde dalla conoscenza della Tecnica.

I nostri licei classici offrono meno ore settimanali degli istituti: perchè non aggiungere qualche ora di Scienze e quel minimo di Matematica che serve per capirle? Sono almeno due generazioni che se ne parla …

Demata

Rating Italia: le quattro domande di oggi

22 Feb

Era il 31 Agosto 2018, quando l’agenzia Fitch confermava il rating BBB dell’Italia, ma rivedeva al ribasso le proiezioni da ‘stabili’ a ‘negative’.

BBB significa che, quando si è insediato il Governo Conte, l’Italia aveva “adeguate capacità di rispettare gli obblighi finanziari. Tuttavia, condizioni economiche avverse o cambiamenti delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di adempire agli obblighi finanziari assunti.”

Ieri, la Camera ha approvato l’ennesimo rinvio sull’Alta velocità Torino-Lione senza che neanche fosse presente in aula il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.

Domani, con la Tav in sospeso tra spese e pesanti penali, quante possibilità ci sono che qualcuno valuti che in Italia “il dover fronteggiare condizioni di incertezza economica, finanziaria, amministrativa potrebbe interferire con le capacità di soddisfacimento degli obblighi assunti”?

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Alla fine del 2018, l’Istat registrava una “accentuata diminuzione tendenziale per i beni di consumo (-7,2%) e per i beni intermedi (-6,4%); diminuzioni più contenute si osservano per l’energia (-4,4%) e per i beni strumentali (-3,5%).
Tutti i principali settori di attività economica registrano variazioni tendenziali negative. Le più rilevanti sono quelle dell’industria del legno, della carta e stampa (-13,0%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-11,1%) e della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-7,9%).

Dopo aver annunciato una crescita del Pil che non c’è stata, di quanto si è avvicinata l’Italia a non essere più considerata un paese dove investire (BBB), ma solo dove speculare (BB)?

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Grafico Fondazione Etica – Corsera

La speranza è di un rating BBB-1, che eviterebbe questo disastro, ma anche in questo caso gli ‘aiuti’ dalla BCE di Mario Draghi non arriverebbero prima dell’estate e – soprattutto –  il rialzo (spread) del rendimento dei Btp finirebbe col pesare su PIL, debito e deficit con buona pace della legge di bilancio del governo Conte.

Con l’Autonomia Amministrativa e Finanziaria in corso, cosa ne sarà dei rating – ad esempio – della Regione Lazio (BBB- Fitch), della Campania (BB Fitch) o di Roma Capitale (BBBa3 di Moody’s, analogo a BBB- Fitch)?

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Grafico Fondazione Edison

L’Italia ha un rating BBB da tempo e convive con la possibilità che “cambiamenti delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di adempire agli obblighi finanziari assunti.”

Quali  “cambiamenti delle circostanze” ha avuto l’Italia da marzo 2018 in poi, con accentuazioni continue dello spread, della spesa, del debito e del deficit, come del calo della produzione industriale e dei consumi?

Demata

La complicata storia del latte in Sardegna

20 Feb

Monta la protesta dei pastori sardi, a pochi giorni dalle elezioni regionali in Sardegna ed il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, chiede se “sembra giusto che un litro di latte venga pagato meno di un caffè?”

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Sappiamo tutti che per il caffè, come tutte le ‘spezie’, le variabili che incidono sui prezzi è l’abbondanza e la qualità dei raccolti come la richiesta dei consumatori, che lo rendono oggetto di oscillazioni di prezzo di minuto in minuto,   esattamente come per le azioni in borsa, per fattori di qualità come per quelli sociali, ambientali o salutistici nei paesi di origine come per il consumatore in Italia, tra cui il costo della manodopera, i fertilizzanti e i prodotti come i pesticidi, le varie Borse Merci, Azioni o Valute, la fiscalità locale, eccetera, tra cui ovviamente anche le speculazioni inevitabili in una filiera così.

Poi, per il caffè, ci sono da aggiungere al costo della materia prima anche quello di trasporto, le oscillazioni delle valute e i dazi doganali per arrivare fino alle industrie italiane che si occupano della trasformazione dei chicchi in miscela o delle fave in cacao in polvere.

La filiera del latte in Italia è molto più semplice, essendo sorta sulle infrastrutture pubbliche del Novecento preposte a garantire una alimentazione sana e sufficiente per tutti i bambini: le ‘Centrali del Latte”. Naturalmente, essendo la Sardegna un’isola impervia, il costo di raccolta e trasporto del latte sardo è prevedibilmente maggiore di quello di una regione continentale e pianeggiante. E con costi molto maggiori che nel Terzo Mondo, trasportare via mare il latte dalla Sardegna al continente potrebbe rivelarsi più oneroso che portare caffè dall’Etiopia, a parità di peso.

Poi, va sommato il costo di questa trasformazione, nel caso del del latte in se stesso c’è la pastorizzazione  .
La densità ed il peso specifico dei due prodotti influisce sul costo di impacchettamento e trasporto agli hub ed ai depositi, tributi o accise inclusi.
Restano comparabili per numero di prodotti venduti, non per peso, i costi di marketing commerciale per la diffusione del prodotto e tutto quanto contribuisce al prezzo della miscela all’ingrosso di norma.

Nel rapportare il passaggio dalla produzione alla vendita c’è un dettaglio essenziale: il caffè viene trasformato, il latte di per se è ‘trasformato’ con la pastorizzazione e la conservazione, ma non è formaggio o mozzarella.
In altre parole, se parliamo di ‘caffè tostato, polverizzato e impacchettato’, cioè trasformato, c’è da ricordare che esiste anche la ‘trasformazione’ del latte ed è quella ad opera dell’industria casearia italiana che sembra essere florida e nota nel mondo.
Da quanti decenni che si tenta di sviluppare una filiera casearia in Sardegna, che porterebbe occupazione e valore aggiunto?

Infine, ci sono i costi della somministrazione del caffè, cioè di gestione del locale e delle stigliature, l’Iva, i tributi locali, le tasse, i costi della sicurezza sul lavoro e della raccolta rifiuti, eccetera.

Infatti, al bar un bicchiere di latte costa circa 1 euro e non circa 28 cent come se lo comprassimo al supermercato, nè 0,7 cent come se lo viene pagato all’origine (dati CLAL).

Andando alla Politica in Sardegna, da Wikipedia apprendiamo sommariamente che “alle elezioni politiche del 2018 il Partito Sardo d’Azione stringe un accordo con la Lega Nord per l’inserimento dei suoi candidati nelle liste elettorali della Lega” conquistando un seggio alla Camera e uno al Senato.
Inoltre, il leader leghista Matteo Salvini presentava il 34esimo congresso del PSd’Az a Cagliari insieme al candidato a Governatore regionale, Christian Solinas.

In altre parole, sembra proprio che gli Autonomisti sardi hanno scelto in larga parte di transitare nella Lega (o comunque nel Centrodestra).  Infatti, gli ultimi sondaggi di Swg danno il candidato del centrodestra in testa con una forbice compresa tra il 33 e il 37%.

L’oppositore è Massimo Zedda, sindaco di Cagliari del Partito Democratico in coalizione con +Europa-Centro democratico e molte liste civiche, che è stimato invece fra al 27-33%, mentre Desogus del M5S è staccato nei sondaggi tra il 22 e il 26%, anche se il Movimento sostiene la protesta dei pastori.

Vale la pena di sapere, infatti, che la vicenda inizia con il pasticcio tutto sardo della Associazione Regionale Allevatori, che doveva solo riformare l’Art.9 dello Statuto ed è pervenuta sorprendentemente ad una sorta di trasferimento di tutte le funzioni amministrativo-contabili verso una società consortile con sede fuori dalla Sardegna.
Oggi, l’ARA Sardegna è stata messa in liquidazione ed è dall’inizio del 2018 che migliaia di allevatori sardi chiedono chiarezza alla Regione, dato che rischiano di perdere 37 milioni di euro annui che arrivano dal contributo a fondo perduto europeo sul Benessere Animale e sono rimasti senza servizi pubblici d’assistenza tecnica alle aziende agricole.

E’ ancora possibile un testa a testa tra Solinas e Zedda, ma la filiera del latte sembra essere la chiave del successo del Centrodestra, almeno delle promesse di Salvini, visto l’insuccesso della uscente Giunta regionale a guida PD.

Lo sviluppo caseario ad elevata qualità sembra restare un fattore di qualità del Centrosinistra, che da anni doveva sostenerlo con più coraggio, se  il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba, conferma il problema di ricavi infimi da parte dei pastori legati alla ‘trasformazione’ e successiva ‘distribuzione’, invitando “i trasformatori dare un segnale concreto e immediato proponendo un prezzo di acconto più alto”.

Del resto, in Sardegna come altrove, ognuno è portatore del proprio male, specialmente se questo ‘male’ si chiama ‘resistenza al cambiamento’, cioè decrescita.

Demata

Milton Friedman, assistenza e previdenza: fu solo un problema di traduzione in italiano?

20 Feb

Forse, Milton Friedman avrebbe votato a favore del Reddito di cittadinanza e, chissà, contro la Quota 100, ma a condizione – assoluta e preliminare – di riformare l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

Ricordiamo che il famoso Nobel per l’Economia nei suoi interventi si riferisce sempre al sistema statunitense in cui Welfare e Social Security sono programmi diversi, ambedue finalizzati a fornire reddito a chi ne è bisognoso.

La Social Security equivale ai Contributi che tutti i lavoratori versano per tutta la vita alla Pubblica Amministrazione, in cambio della garanzia di sussidi di previdenza o ai superstiti.
Il Welfare, viceversa, è finanziato dalla leva fiscale (Tasse) e riguarda i residenti poveri, anziani o disabili, oltre ai lavoratori che non possono esercitare un proficuo lavoro per una malattia grave.

Semplificando, la Social Security equivale ad una Previdenza pubblica obbligatoria per i lavoratori e il Welfare ad una sorta di Assistenza pubblica universale. Vengono spesso confuse perchè non di rado la medesima Pubblica Amministrazione sovraintende ad ambedue i programmi.

Questa sovrapposizione (percepita o reale che sia non solo negli USA), ha causato quello che fin dagli Anni ’70 viene chiamato il ‘pasticcio del Welfare’ e che … noi italiani siamo riusciti dal 1974 e ad oggi a complicare in modo esemplare, viste le competenze dell’Inps, delle Regioni, del Ministero per la Salute e pure quello del Lavoro, senza dimenticare i Comuni e gli Enti o l’onnipresente Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, in pratica, … attingono tutte al Debito Pubblico.
E non è che in Francia stiano messi molto meglio, in termini di competenze incerte e/o sovrapposte.

Infatti, Milton Friedman – nonostante sia stato il maggiore studioso di questa ‘dinamica’ etica, sociale e finanziaria, ricevendo un premio Nobel – non sembra sia stato tradotto in francese, mentre buona parte delle traduzioni italiane risalgono ad almeno quarant’anni fa, cioè a quando le sue idee vennero alla ribalta con l’avvento di Margaret Hilda Thatcher, mentre ancora c’era la Guerra Fredda.

Traduzioni, dunque, che sarebbe opportuno verificare oggi, senza lo ‘spirito di fazione’ e le ‘strilla’ di quell’epoca.

Ecco come potrebbe essere tradotto oggi Milton Friedman in lingua italiana, senza il rischio di generare gli equivoci che hanno condizionato l’Informazione e la Politica negli Anni ’70.

“Sono favorevole a tagliare le Tasse in qualsiasi circostanza e con qualsiasi pretesto, per qualsiasi motivo, ogni volta che è possibile. Il motivo è perché credo che il problema centrale non siano le Tasse, il grande problema è quanto si consuma (spending), cioè la Spesa.

La domanda è: “Come contenere i Consumi dell’Amministrazione (government)?”

I consumi dell’Amministrazione pubblica ora ammontano a quasi il 40% del reddito nazionale, senza contare le spese indirette mediante regolamenti e cose simili. Se le si includono, si arriva a circa la metà. Il vero pericolo da affrontare è che quella cifra aumenterà e aumenterà.

Io credo che l’unico modo efficace per contenere questa cifra è quello di contenere l’ammontare della rendita fiscale (income) che ha l’Amministrazione.
Il metodo per farlo è tagliare le Tasse.

La diffusa insoddisfazione nei confronti del programma di assistenza pubblica – con il cosiddetto “pasticcio del Welfare” – ha prodotto numerose proposte di riforma drastica, tra cui gli interventi presidenziali al Piano di Assistenza Familiare.
D’altra parte, l’attrazione acritica (complacency) per la sicurezza sociale si riflette nella pressione per estenderla ancora oltre.

Il mio atteggiamento nei confronti dei due programmi è quasi al rovescio (ndr. cioè possibilista verso il Welfare e antagonista verso la Previdenza obbligatoria).

Per quanto il pasticcio del Welfare sia nocivo, almeno l’assistenza pubblica va principalmente alle persone bisognose che hanno un reddito inferiore rispetto alle persone che pagano le tasse per finanziare i pagamenti.
Il Welfare (system) ha ampiamente (badly) bisogno di riforme, ma al momento esso assolve ad una funzione sociale essenziale. Sembra impossibile eliminarla subito, anche se la sua eliminazione dovrebbe essere il nostro obiettivo a lungo termine.
(ndr. Come vedremo più avanti lo scopo è sostenere il reddito (e il GDP cioè il PIL) per limitare la Povertà e per trasferire l’Assistenza fiscalmente detraibile alla Charity delle Fondazioni)

All’opposto, la Sicurezza Sociale (ndr. Previdenza obbligatoria) combina un Contributo altamente regressivo con benefici ampiamente indiscriminati e, nell’effetto generale, probabilmente ridistribuisce i redditi da persone a reddito inferiore o superiore. Credo che non assolva ad alcuna funzione sociale essenziale.
Gli impegni esistenti rendono impossibile eliminarla da un giorno all’altro, ma dovrebbero essere liquidati e risolti il prima possibile.

Io credo che un programma in grado di dare reddito alle persone, di finanziarle, dovrebbe avere la possibilità di essere testato. Un programma di questo tipo sarebbe molto meno costoso di quelli che abbiamo ora e potrebbe funzionare meglio nell’aiutare le persone.

Abbiamo una responsabilità verso il contribuente e non solo per le persone povere. La persona che paga le tasse ha tutto il diritto di richiedere, se paga le tasse per aiutare qualcuno, che ci sia qualche evidenza che quella persona ha bisogno di aiuto. 

Direi che la nazione non può essere generosa con nessuno. Solo le persone possono essere generose.
La generosità è un tratto umano, individuale, non un tratto collettivo.

Nessuna generosità (ndr. generosity = prodigalità) è implicita nell’imporre tasse a qualcuno, per aiutare qualcun altro.
Non è questa la generosità
(ndr. generosity = liberalità).”

Dunque, l’idea di Milton Friedman (se letto in lingua inglese e conoscendo il sistema statunitense) era quella di una società nel suo intimo attenta alla Coesione Sociale e sensibile all’Assistenza di chi ne ha bisogno, che interviene senza prodigalità, cioè la generosità acritica, ingiusta verso chi versa le risorse per l’Amministrazione, e che riconosce ed agevola la liberalità, cioè la vera solidarietà intesa come impegno individuale per uno scopo collettivo.

Soprattutto, per Milton Friedman l’Assistenza pubblica era – a chiare lettere – un esigenza intriseca alla Società umana e, comunque, da assolvere tramite il Pubblico, finchè necessario. Viceversa, non lo era la Previdenza obbligatoria, essendo tali “contributi previdenziali” una sorta di tassazione recessiva e potenzialmente iniqua, rispetto ai “versamenti al sistema assicurativo” ed alle ‘detraibilità fiscali’.

Noi, in Italia, tra Prima, Seconda e attuale Terza Repubblica abbiamo fatto e stiamo continuando a fare esattamente il contrario, vero? Anche adesso procedendo con la Quota 100 e il Reddito di cittadinanza senza ristrutturare l’Inps e con pochi poteri nazionali sulle Regioni, esattamente come nel 1974 con le Mutue e le Casse.
Sarà per questo che il Debito cresce, il Pubblico arranca e gli italiani in un modo o nell’altro sono insoddisfatti e preoccupati?

Demata

(Nota bene: è consentita Libertà di copiare, distribuire o trasmettere questa traduzione a condizione di menzionare il Traduttore. E’ negata la Libertà di riadattare questa traduzione)

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Testo originale in inglese

I am in favor of cutting taxes under any circumstances and for any excuse, for any reason, whenever it’s possible.

The reason I am is because I believe the big problem is not taxes, the big problem is spending.

The question is, “How do you hold down government spending?”
Government spending now amounts to close to 40% of national income not counting indirect spending through regulation and the like.

If you include that, you get up to roughly half. The real danger we face is that number will creep up and up and up.

The only effective way I think to hold it down, is to hold down the amount of income the government has.
The way to do that is to cut taxes.

Widespread dissatisfaction with the public assistance program — with the so-called welfare mess — has produced numerous proposals for drastic reform, including the President’s proposed Family Assistance Plan now before the Congress. On the other hand, general complacency about social security is reflected in pressure to expand it still farther.

My own attitude toward the two programs is almost the reverse. Bad as the welfare mess is, at least public assistance does go mainly to needy persons who are at lower income levels than the persons paying the taxes to finance the payments. The system badly needs reform but, at the moment, it serves an essential social function. It seems impossible to eliminate it promptly, even though its elimination should be our long-term objective.
On the other hand, social security combines a highly regressive tax with largely indiscriminate benefits and, in overall effect, probably redistributes income from lower to higher income persons. I believe that it serves no essential social function. Existing commitments make it impossible to eliminate it overnight, but it should be unwound and terminated as soon as possible.

I believe that a program which is going to give income to people, which is going to give funds to people, should have a means test. I believe we have a responsibility to the taxpayer and not only to poor people.

I believe that the person who pays taxes has every right to require that, if he pays the taxes in order to help somebody, there be some evidence that that person needs help.

A program of that kind would be vastly less expensive than the ones we’ve now got. It would do a better job of helping people. In my view, the task of people like Mr. Cohen and myself is not to speculate about what people will do if they don’t have leadership but to try to provide leadership in order to obtain the kind of good program that would achieve our objectives.

I would argue that the nation can’t be generous to anyone. Only people can be generous. Generosity is a human, individual trait, not a collective trait. There is no generosity involved in my imposing taxes on you to help him. That is not generosity.

Autonomia legislativa e amministrativa: lo scenario regione per regione

13 Feb

Arriva l’Autonomia legislativa e amministrativa e già la chiamano la secessione voluta da Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna. 

True Numbers fornisce molte informazioni, a partire da quella che il risanamento  ha imposto molti sacrifici a regioni e comuni, anzi, ne ha limitato occupazione, benessere e crescita che una parte di loro avrebbero potuto finanziare, avendo i bilanci a posto.
Viceversa, lo Stato Centrale non ha adottato la stessa misura verso se stesso. Infatti, mentre dal 2012 il debito nazionale è costantemente aumentato, quello degli Enti Pubblici è sceso dal 7% al 5% del Pil nazionale.

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Inoltre, lo Stato in Italia non è qualcosa di astratto, bensì è ben ‘geolocalizzato’, come ci spiegano gli studiosi dell’Unificazione italiana. 
E lo Stato è innanzitutto Roma, con il Lazio che – sarà un caso – è la regione che non vede una reale diminuzione in 3 anni del debito consolidato degli enti locali (tutti, non solo la regione). 
Ma lo Stato in Italia è anche Torino e, anche questa volta sarà un caso, il ‘ricco’ Piemonte (Pil pro capite = 30.300 € annui) dove il debito consolidato degli enti locali tutti è intorno al 9% proprio come la Campania, che certamente non naviga nell’oro (Pil pro capite = 18.200 € annui).

Sempre come ‘geolocalizzazione’, su un totale dei debiti delle amministrazioni locali di 86 miliardi e 877 milioni, al primo posto ci sono i debiti consolidati delle Città Metropolitane e dei Comuni del Centro e del Sud, al secondo le regioni … del Centro e del Sud, che hanno anche un allarmante primato: enormi debiti non consolidati, saldati nell’arco di un anno ma … anche con gli interessi e le more di un anno.

L’Autonomia legislativa e amministrativa – liberando risorse della Cassa Depositi e Prestiti a favore delle regioni ‘virtuose’ comporta un ulteriore problema: il debito contratto con le banche italiane e con la Cassa Depositi e Prestiti ammonta a qualcosa come 63 miliardi e 124 milioni, ma il 30% di questo debito spetta al Lazio (oltre 11 miliardi) e al Piemonte (circa 8 miliardi), che vanta anche quasi 2 miliardi emessi dall’estero.

Al rovescio della medaglia troviamo che l’avanzo primario delle regioni contribuisce ormai al 30% circa di quello nazionale (più che raddoppiato in dieci anni), ma anche che il residuo fiscale che lo alimenta proviene pressochè tutto da Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte.

Se questi sono i dati essenziali per comprendere “chi e quanto”, vediamo come andrà a finire, dato che è cosa certa che – inizialmente – avremo “due Italie”: quella delle tre regioni ‘più autonome’ più Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia e quella che dipende in tutto e per tutto da Roma.

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In altre parole, se Roma nei prossimi mesi non si dimostrerà pronta a legiferare, regolamentare e finanziare in modo tempestivo ed accurato, il debito incrementale che ricadrà sulle regioni ‘relativamente sane’ sarà insostenibile, perchè la farragine burocratica e le risorse a tal punto contingentate faranno risalire il debito non consolidato già nel 2019.

A tal punto, la Toscana e le Marche – avendo una situazione debitoria relativamente bassa (meno del 4% e circa il 5% rispettivamente) e un buon residuo attivo fiscale (oltre 6 miliardi annui ed oltre 1,5 miliardi ) dovranno scegliere da che parte stare. 

Anche il Piemonte potrebbe essere tentato dal rendersi autonomo, se il suo PIL avesse opportunità di risalita, visto che la sua esposizione consolidata equivale all’incirca al buon avanzo fiscale vantato verso Roma (oltre 6 miliardi). Un ragionamento simile potrebbe farlo la Liguria che ha sì un residuo passivo fiscale verso Roma (circa un miliardo annuo), ma inciderebbe poco (circa 3%) sul PIL regionale come è relativamente basso il debito consolidato (circa il 4%).
Naturalmente, è tutto da destinarsi a dopo che l’Italia avrà sistemato la questione dei passanti ferroviari ed autostradali che servono all’import-export, sempre che queste due regioni non siano indotte a rendersi rapidamente autonome a causa della farragine burocratica dello Stato centrale, cioè Roma.

La Toscana è anch’essa candidata all’autonomia, avendo quasi raggiunto i parametri finanziari “utili” con un debito consolidato al 5%, pagamenti relativamente buoni e un attivo fiscale di oltre sei miliardi annui.

Umbria, Puglia, Basilicata e Abruzzo, pur più o meno ‘risanate’ (debito consolidato intorno al 5%) hanno un importante dipendenza fiscale da Roma e di conseguenza lentezza nei pagamenti che cumula debito non consolidato ed interessi: anche in questo caso maggiore farragine e lentezza capitolina potrebbero spingere verso una scelta autonomistica.

Le restanti regioni hanno un elevato residuo passivo fiscale verso lo Stato oltre a debiti consolidati spesso proibitivi e spesa corrente in ‘ritardo di pagamento‘ con altrettanti debiti non consolidati proibitivi: senza un intervento dello Stato per decine di miliardi che cartolarizzi immobili e debiti, la situazione è troppo onerosa per ottenere dei rating minimamente accettabili.

Se parliamo del Lazio – ma vale anche per le altre regioni – il debito regionale è talmente elevato che rappresenta oltre il 50% della spesa prevista, cioè è come se una carta di credito avesse un massimale di 2.000 euro ma viene bloccata non appena spesi 860 euro. Inoltre, c’è l’emorragia di Roma ed il contraccolpo del trasferimento di risorse e uffici dalla capitale ai vari capoluoghi regionali.

Nel caso della Campania il problema ‘storico’ è che al suo PIL lordo a parità di prezzi di mercato ‘mancano’ almeno 50 miliardi annui per raggiungere il pareggio fiscale: pur essendo la regione molto ricca e possa vantare una tradizione produttiva millenaria, accade che – da che Napoli ha perso la sua dimensione originaria di città-stato estesa anche alla propria Terra di Lavoro , l’impresa è strozzata e l’occupazione affossata. Ben più florida Amburgo che nessuno ha privato dell’autonomia, delle banche, della flotta e dei distretti di Mitte e Harburg. 

Se parliamo del Molise, c’è solo da recepire che Termoli/Larino, Isernia e Campobasso sono separati dall’altipiano carsico del Matese, culminante nel Monte Miletto (2.267 metri), prima vetta dell’Appennino Lucano-Calabro. Discorso molto simile andrebbe fatto nello specifico de L’Aquila, che è separata dal resto dell’Abruzzo dal Gran Sasso d’Italia (2.914 m.), dal Massiccio della Maiella (2.795 m.) e da quello del Monte Velino (2.487 m.). Sarebbero forse più economiche ed efficienti una regione montana ed un altra costiera???

Della Calabria c’è poco da dire purtroppo: le Due Sicilie avevano iniziato lo sviluppo industriale ed attratto capitali stranieri, mentre l’Italia di oggi ha del tutto rinunciato all’industrializzazione e i capitali derivanti dalle attività locali sono reinvestiti altrove. Altrettanto per la Sicilia, che si trova anche a godere di un’autonomia politica  dall’Italia, la quale – fino all’inserimento del Fiscal Compact nella Costituzione – doveva provvedere a tutte le spese approvate dall’Assemblea Regionale Siciliana, anche fuori limiti di bilancio. 

Resta la Sardegna che – in comune con la Sicilia – avrebbe molto più da offrire che Ibiza, Corfù o Cipro, avendo ampi territori interni dove sviluppare le produzioni tipiche locali da esportazione: basta pensare a quanto PIL produce Cuba con i sigari e lo zucchero da canna, oltre al turismo. E la Sardegna è già una regione italiana a statuto speciale. 

Dunque, non è una secessione, ma qualcosa di molto diverso: decentramento.

Quel Decentramento che si invoca dagli Anni 70 e mai pervenuto, ‘grazie’ al quale non trascorrerebbero diversi anni dal momento in cui il Parlamento vota una legge fino a quando la spesa corrispondente ritorna per il riscontro consuntivo.

In altre parole, andando a quello che interessa alla Politica, la farragine burocratica e l’incertezza delle risorse causate dal sovrapporsi di decenni di micro-provvedimenti clientelari comporta che gran parte degli effetti di una norma annunciata da un parlamentare si vedranno dopo molti mesi e si rendiconteranno molto probabilmente a legislatura finita, demandando opportunità e/o correttivi ai posteri e lasciando i ‘demeriti’ a chi uscente …

E non è una questione di ‘ricchezza’, la differenza la fa l’innovazione tecnologica e la trasparenza (cioè efficienza) della Pubblica Amministrazione.
Ad averle, tempi, modi e costi diventano certi, ma senza di esse lo spreco di tempo, risorse e risultati è inevitabile, come il malcontento e la decrescita.

Demata

 

Debiti PA, interessi moratori e costi di recupero: serve chiarezza

9 Feb

Tante pubbliche amministrazioni, persino le scuole, stanno ricevendo ingiunzioni per crediti trasferiti dai fornitori a società finanziarie, cioè ‘ceduti’, che vengono pretesi con le penali derivanti dalla Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

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Stiamo parlando del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 Art. 6 (Risarcimento delle spese di recupero così sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 192 del 2012) che al  comma 2 prevede che “al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno” , salvo che il debitore (art. 3) “dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” .

Dunque, iniziamo col dire che:

  • la “penale” è dovuta, ma è forfettaria
  • se la P.A. ritarda il pagamento perchè – pur sollecitando – non ha ricevuto i fondi finalizzati allo scopo dovrebbe sussistere una evidente causa non imputabile
  • il debitore ceduto puo’ opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente, sia quelle attinenti alla validita’ del titolo costitutivo del credito e le eccezioni riguardanti l’esatto adempimento del negozio, sia quelle relative ai fatti modificativi ed estintivi del rapporto anteriori alla cessione od anche posteriori al trasferimento, come precisato dalla Cassazione (Sez. III 10.05.2005 n. 9761).

Inoltre, le norme “si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale“, cioè “i contratti, comunque denominati” e non alle fatture in se stesse.

Il titolo da esibire a pretesa del credito è solo la fattura, ma fa fede il contratto che la legittima e che – soprattutto – detta le ‘regole’ della consegna, della messa in opera, del collaudo e dei tempi e modi di pagamento, salvo nullità.

Ad ogni modo, il decreto (D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 art. 5 comma 4 e 5), nel caso degli ospedali, prevede un termine di pagamento ordinario a 60 giorni dalla fatturazione, che potrebbe raddoppiare (cioè estendesi fino a 120 giorni), quando ciò sia ciò sia espresso nel contratto ed oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche.

Nel caso delle scuole, la cosa si complica, dato che non è ben chiara la loro natura statuale. Stando al Centro Studi della Camera dei Deputati) le istituzioni scolastiche sono da considerarsi dei ‘terminali’ dell’amministrazione dello Stato (Miur) e ‘preposti’ al funzionamento dei punti di erogazione del servizio e – comunque – fungono anche da “stazioni appaltanti”, cioè soggette almeno ‘a cascata’ al decreto legislativo 11 novembre 2003, n. 333 .

Inoltre, le scuole hanno una struttura di pagamento complessa  che dovrebbe comunque giustificare la deroga ordinaria fino a 60 giorni, dove “oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche(obblighi sovrapposti di organi collegiali, dirigenza, direzione amministrativa e comitato tecnico di collaudo, oltre ad eventuale questionario di gradimento dell’utenza e/o presa in carico inventariale dopo la messa in opera da parte dell’ente locale).

Riepilogando, ai sensi del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 aggiornato dal d.lgs. n. 192 del 2012, nel caso delle scuole i termini di pagamento sono

  • trenta giorni dalla data di ricevimento da parte del debitore della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente
  • fino a sessanta giorni se espressamente previsto dal contratto ed oggettivamente giustificato
  • non è chiaro se questi termini possano essere raddoppiati, ove l’istituzione scolastica autonoma vada ad essere considerata una “impresa pubblica” (ad esempio già i convitti e le aziende agrarie et similia) preposta ad assicurare la prestazione di quei servizi di pubblica utilità e/o il controllo pubblico sulla produzione di servizi indispensabili (cioè attività didattiche e servizi educativi e/o formativi), “nei confronti della quale i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che la disciplina”.

Nel caso degli enti locali e gli altri enti pubblici la norma prevede che siano “poteri pubblici” e non “imprese pubbliche”, ma c’è la diffusa casistica in cui il credito originario (e il contratto) è stato sottoscritto da un’impresa.
Ad esempio, un asilo nido per il primo caso, e di residualità da progetti a finanziamento misto derivanti da mancati riconoscimenti UE a consuntivo, nel secondo caso.

Ad ogni modo, l’applicazione della Direttiva 2000/35/CE  è una misura che vuole garantire la puntualità dei pagamenti e la tutela dei  fornitori, dei creditori e degli investitori, che ha recepito con 12 anni di ritardo quella che è comune attività amministrativa e produttiva dal 2000 in Europa.
Una norma di civiltà e democrazia, oltre che indispensabile per l’economia, le aziende e l’occupazione

Il problema è che – senza Arbitrato o Common Law e cose simili come nel resto d’Europa  – ci ritroviamo dinanzi all’enorme problema di una norma che non può che demandare a contenzioso giudiziario tutti i rilievi o le opposizioni del debitore corredate da elementi contrattuali o di collaudo della fornitura di cui il fornitore era in possesso o comunque ne aveva notifica e nozione, ma non necessariamente sono nella nozione di chi ne abbia rilevato il credito.
Già a doverlo scrivere, si comprende che è un serpente che si morde la coda, specialmente se l’Art. 4 del del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, cioè i “termini di pagamento”, prevede persino che “non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifica formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento“.

Non è certo una norma che facilita alle parti la possibilità di acclarare quale sia l’effettiva situazione del credito, delle prestazioni che lo giustificano od eventualmente lo delegittimano in toto o parte.

Il rischio prevedibile – salvo chiarimenti normativi – è il progressivo sviluppo di un contenzioso stagnante fino alla Cassazione e poi in Corte dei Conti, con i cedenti ormai altrove affaccendati dopo aver incassato, i creditori che confideranno fino alla fine sugli interessi convinti della bontà dei titoli vantati e le pubbliche amministrazioni che resisteranno con i propri protocolli e registri a far fede, oltre ai log  telematici sia interni sia degli amministratori esterni di sistema.

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Non è qualcosa che può far piacere ai fornitori, dato che si ritroveranno con contratti, clausole, penali e sanzioni più accurati. Non dovrebbero esultare le banche che sostengono i fornitori rilevando questi ‘crediti aziendali’, se rischiano di ritrovarsi con una marea di contenziosi aperti ed impossibili da radiare, cioè zavorra nei bilanci. Non saranno felici la pubbliche amministrazioni nel dover funzionare con tagli su tagli e, magari, dover pure rispondere di qualche fornitura andata dispersa o mai pervenuta un decennio prima.

Dunque, di motivi per migliorare la norma italiana ce ne sarebbero e, giusto per curiosità, andiamo a vedere cosa prevede l’originale testo ‘europeo’ della Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, per scoprire se contiene dei dettagli diversi da come poi espressi nella normativa italiana del Governo Monti nel 2012 .

Innanzitutto, salta all’occhio che l’Europa prevede che “un titolo esecutivo possa essere ottenuto, indipendentemente dall’importo del debito, di norma entro 90 giorni di calendario dalla data in cui il creditore ha presentato un ricorso o ha proposto una domanda dinanzi al giudice o altra autorità competente, ove non siano contestati il debito o gli aspetti procedurali” ed “il periodo di 90 giorni di calendario non include i periodi necessari per le notificazioni e qualsiasi ritardo imputabile al creditore“.

Poi, la norma europea indica chiaramente che “a meno che il debitore non sia responsabile del ritardo (cioè escludendo il caso di ‘dolo’), il creditore ha il diritto di esigere dal debitore un risarcimento ragionevole per tutti i costi di recupero sostenuti a causa del ritardo di pagamento del debitore. Questi costi di recupero devono rispettare i principi della trasparenza e della proporzionalità per quanto riguarda il debito in questione“. 

In altre parole, in Europa il creditore deve prima dimostrare la legittimità della pretesa ed i costi di recupero e solo dopo può esigerli.
Inoltre, in Europa, “se la legge o il contratto prevedono una procedura di accettazione o di verifica, diretta ad accertare la conformità delle merci o dei servizi al contratto” (ndr. il così detto ‘collaudo’), la decorrenza è “trascorsi 30 giorni, da quest’ultima data“, cioè quella della verifica (collaudo).

Infine, nella versione europea della Direttiva 2000/35/CE il creditore ha diritto agli interessi di mora solo “se ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge. Ad esempio, potrebbero non essere dovuti ad un fornitore che ha ricevuto una diffida o una penale inerente il contratto dalla Pubblica Amministrazione committente, come anche se nell’espletare la fornitura il creditore cedente è stato sanzionato per obblighi di legge come la sicurezza sul lavoro ed i contratti dei lavoratori.

Questo potrebbe significare che, in base al testo europeo della direttiva, gli interessi vantati dal fornitore e ‘primo creditore’  potrebbero essere ‘decaduti’ ad insaputa del creditore eventualmente subentrato, che si ritroverebbe a poter contare solo sugli interessi successivi ad almeno 30 giorni dalla data di notifica della cessione del credito.

Sono tutte ipotesi, ma è evidente che la trasposizione italiana della Direttiva UE genera incertezza, farragine e contenziosi: esattamente ciò di cui imprese, banche e amministrazioni non hanno bisogno.

Demata