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La Repubblica, le televisioni e le bufale sul terremoto

30 Ott

Mentre l’Italia trema sotto le scosse e sotto la paura delle scosse, il maggiore quotidiano nazionale, La Repubblica, ci regala un raro esempio di come NON vada informata la popolazione.

Infatti, per la stessa notizia (un intervento del direttore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr, Paolo Messina) La Repubblica ci propone tre diverse ‘versioni’:

  1. titolo in prima pagina web = direttore Cnr: “Probabili nuove scosse”
  2. titolo interno = direttore Cnr: “Possibili nuove scosse”
  3. testo nell’articolo = “Non possiamo escludere nuove scosse.

Non che La Repubblica sia il peggio, sia chiaro: stamane le televisioni sono riuscite a parlare di “grave terremoto a Roma”, ad intervistare monaci che ‘erano in giro tra le macerie a dare l’estrema unzione’, ad inquadrare strade vuote coperte da intonaci come se vi fosse pericolo imminente, a promettere una ricostruzione abbastanza improbabile finchè il sisma non sarà finito, a meravigliarsi che ci siano ‘repliche continue’ se due secondi prima hanno spiegato che è il terremoto più forte dal 1980.

Non pretendiamo che i giornalisti abbiano almeno la competenza in scienze naturali richiesta ad un liceale, sappiamo bene che molti – ahinoi – potrebbero non averla, ma che almeno diffondano notizie secondo buon senso.

Altrimenti finisce che la gente, poi, creda che si falsificano i dati scientifici, che Dio punisca o protegga dai terremoti o – peggio ancora – che qualche potenza mondiale abbia un macchinario che genera onde sismiche …

Demata

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Renzi, Verdini, Bassolino e le relazioni pericolose del PD

6 Ott

Ezio Mauro, su Repubblica, scrive oggi di Renzi e delle ‘relazioni pericolose” dovute a “l’apporto di Verdini e l’accordo implicito che lo ha preparato”, precisando che “il modello di successo da seguire era il metodo Mattarella, e cioè uno sforzo preliminare per unire tutto il Pd con una proposta di riforma convincente, per poi portare quel risultato forte e sicuro al vaglio e al concorso delle altre forze politiche”.

Un Matteo Renzi più segretario di partito e meno capo di governo? Relazioni pericolose se si tratta del berlusconiano Verdini ma non se parliamo dei compagni Bassolino e De Luca?

Perchè non esortare Matteo Renzi a prendere duramente posizione, se il Partito non gli garantisce i voti in Parlamento, chi è eletto alle amministrative va in direzione opposta e chi si professa di sinistra lo attacca di continuo con manifestazioni di piazza?

Evidentemente perchè l’interesse di fazione (partito) viene prima di quello generale (nazione) e perchè la “superiorità morale” (della sinistra) consente ogni mezzo per raggiungere il (sacrosanto) fine.

Intanto, giorno dopo giorno i Cinque Stelle restano incollati al PD, in termini di sondaggi e consenso, e sarà tutta da scoprire l’alleanza democratica-popolare (Verdini incluso?) che sarà necessaria per garantire al Partito Democratico la prossima legislatura …

Demata

Eric Frein e l’ipocrisia italiana sulle armi da fuoco

1 Nov

Eric Frein Capture mugshot“Dopo una caccia di 48 giorni i poliziotti della Pennsylvania sono riusciti a catturare Eric Frein, il cecchino 31enne accusato di aver ucciso un agente e di averne ferito un altro durante un agguato nella contea di Pike. L’uomo, scovato in un hangar abbandonato nei boschi di Poconos, era uno dei dieci latitanti più pericolosi nelle liste dei ricercati dell’Fbi.” (Ansa)

Corriere della Sera: “Eric Frein odia la polizia. Una rabbia portata all’estremo: il 12 settembre ha teso un agguato agli agenti di una piccola cittadina della Pennsylvania. Uno è morto, un altro ferito. Da allora è latitante, nascosto tra boschi e case deserte. Forse ha costruito delle trappole, di certo ha nascosto delle scorte. Per questo è riuscito a sottrarsi alla gigantesca caccia all’uomo dove l’Fbi ha impegnato di tutto.”
“Per anni Frein ha studiato manuali su come sottrarsi ai rastrellamenti, ha spiato le tattiche, si è addestrato a sopravvivere in territorio ostile. Non sono supposizioni. C’è tutto nella memoria del suo computer. Le battute dell’Fbi sono condotte con grande prudenza perché temono voglia colpire ancora. Con il fucile ma anche con piccoli ordigni che ha testato nel corso del tempo. Bombe improvvisate o trappole simili a quelle usate dai vietcong. Nei boschi, non troppo lontani dalla sua abitazione a Canadensis, trovano delle buche ben mimetizzate, sono piccoli nascondigli. “

“In un angolo della foresta abbandona il suo Ak e un paio di caricatori. Poi un pacchetto vuoto delle sue sigarette. Le Drina, ovviamente serbe. Non è escluso abbia lasciato gli oggetti di proposito in segno di sfida a chi lo insegue. Eric è tornato un fantasma che conduce il suo gioco. Fino alla fine.”

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Scrive di lui Vittorio Zucconi per La Repubblica:  “il suo nemico eravamo tutti noi, la società, e chi deve proteggerla” … “ogni forma di autorità, dai tempi dell’espulsione dalla piccola università dove aveva tentato di iscriversi, era la sua nemica. Erano “loro”, il “potere” nazionale e sovranazionale oppressivo e le braccia di quel vasto, mostruoso, tentacolare controllo planetario che, nella mente arroventata dei “survivalisti”, distrugge le libertà individuali e sta divorando anche l’America, “the land of the free”, la terra dei liberi.”

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Zucconi che – a capo in testa di tutto il bon ton salottieri degli intellettuali nostrani – condanna “un’America primitiva ed esaltata nella quale anche fra città come Philadelphia e Pittsburgh un giovanotto fuori di testa può evadere mille agenti di polizia per 48 giorni credendosi un lupo.” Come ad “Oklahoma dove un altro “survivalista”, Tim McVeigh fece saltare un edificio governativo con tre quintali di esplosivo fabbricato in casa con fertilizzati, uccidendo 168 persone”.
E auspica che “qualsiasi giuria lo condannerà al patibolo, se i difensori d’ufficio non riusciranno a persuadere i giurati che il “Lupo dell’Est” era un demente armato dalla follia di una nazione che ancora crede nelle armi acquistabili come il chewing gum” …

Che Eric Frein debba andare al patibolo, mentre è ancora in attesa di processo, è una vera novità nel ‘sinistro’ pensiero di La Repubblica: a favore della pena di morte, dunque? Magari per impiccagione e di tutta fretta?
I terroristi vanno uccisi, non catturati: l’esempio l’ha dato Barak Obama facendo uccidere e non catturare Osama Bin Laden, pur essendoci la possibilità.

Ma l’ipocrisia italiana è ben altra e ben più raffinata di quella americana.

La Repubblica ricasca nel luogo comune delle “armi acquistabili come il chewing gum” solamente in USA.
Beh, se volete sapere QUALI ‘armi lunghe’ si possono comprare in Italia date una scrollata a questo link di un’armeria on line … e, intanto, iniziate a prender nota dei ‘giocattoli’ che anche qualcuno di noi possiede e usa.

carabina STEYR mod. HS460, cal. .460

La carabina Steyr Hs 460 calibro .460 Steyr è  classificata (sportiva) ed è possibile l’acquisto da parte degli appassionati italiani

Ebbene, uno dei più ambiti fucili per cecchini è acquistabile in Italia dal dicembre del 2012, allorchè al governo c’era quel Mario Monti che proprio La Repubblica volle a tutti i costi.

Quanto al “potere nazionale e sovranazionale oppressivo e le braccia di quel vasto, mostruoso, tentacolare controllo planetario” a crederci non sono solo i survivalisti come Frein o gli anarchici come McVeigh, ma anche tanti altri … a Zucconi & co. bastava sfogliare il sito di Beppe Grillo o del Fronte Nazionale francese o di UKIP britannico per accorgersene.

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Roma: dalla storia dei Papi le soluzioni di domani

3 Ago

La situazione in cui si trova oggi Roma Capitale e lo Stato Italiano ha un preciso corrispettivo storico, che gli economisti cattolici, in prima fila Mario Monti, dovrebbero conoscere a menadito.

sisto-v“Con Sisto V al soglio pontificio per le finanze vaticane è una ventata di aria nuova. … Emblematica è la vendita dell’Ufficio di Tesoriere della Camera Apostolica. … Sisto V lo assegna lla famiglia Giustiniani per 50.000 scudi, ma dopo un anno nomina cardinale il Principe Giustiniani e si riprende la carica, rivendendola alla famiglia Pepoli per 72.000 scudi. E ancora, pochi mesi dopo, nomina cardinale il Pepoli e costituisce con metà delle entrate di quell’ufficio, 0vveero 5000 scudi l’anno, un nuovo monte cchee riesce a vendere per 50.000 scudi. In definitiva arriva ad incassare, in poco più di un anno e mezzo, 172.000 scudi” da un ufficio ” venduto ultimamente a (soli) a 15.000 scudi”. (Claudio Rendina – 2009)

Sisto V inoltre sottopone “a dazio tutti i commestibili, grano, olio, vino, carne, erbaggi, pesce, talchè le rendite dello Stato allorquando egli ascese al soglio assommavano a 1.746.814 scudi, lui morto, erano salite a 2.576.814, sulla fame, sulla miseria, sulla desolazione del popolo” (Raffaello Giovagnoli – 1879)

“E’ un fatto comunque che a fronte di questo contesto di  statalizzazione dei depositi chee si verificano i fallimenti di numerosi banchieri … ma quella riserva pontificia dura poco.
Forzieri a parte, il successore di Sisto V, Clemente VIII, si ritrova con un debito di 12 milioni di scudi … durante i 13 anni del suo pontificato le entrate precipitano da 500.000 scudi a 345.000;  onsiderando che la spesa annua resta sui 450.000 scudi, il defiit annuo si aggirerà mediamente su i 100.000 scudi. Paolo V continua a far fronte alle necessità dello Stato con i Monti, ma il debito a fine pontificato arriverà a 18 milioni di scudi. Sotto Urbano VIII è il dissesto finanziario, con debiti che arivano a 35 milioni.” (Claudio Rendina – 2009)

Solo Innocenzo XI, dopo quasi settant’anni, tenterà una inversione di rotta, abbassando gli interessi dei Monti dal 7 al 4,5%, abolendo le franchigie doganali e i donativi a famigli, riducendo gli stipendi della Curia e portando le spese a 2.580.000 scudi a fronte di 2.409.000 per le spese con un deficit sotto il 7%.
innocenzo xii

Dopo di lui, ripresero i precedenti costumi e, trascorsi altri 14 anni, fu Innocenzo XII a dover accertare, all’insediamento, che gli interessi annui sul debito equivalevano ad oltre metà dei 2.225.000 scudi di entrate, paralizzando così l’economia e la circolazione di danaro.

E fu proprio Innocenzo XII (il napolitano Antonio Pignatelli Carafa) a risanare in 20 anni il regno dei Papi.

Infatti:

  • proibì la concessione di proprietà, incarichi o rendite a qualsiasi parente
  • soppresse molte cariche inutili o duplicate, ma arricchite da laute prebende
  • introdusse alla sua corte uno stile di vita più sobrio e più economico
  • compose il dissidio cinquantennale con il Regno di Francia in materia di benefici ecclesiastici (regalia)
  • varò un piano di ampliamento dei porti di Civitavecchia e Nettuno, al fine di migliorare e promuovere il commercio
  • destinò il palazzo del Laterano ad ospizio per donne inabili al lavoro e fece costruire l’ospizio di San Michele a Ripa Grande per gli  uomini
  • lo stesso palazzo di Montecitorio fu fatto edificare per ospitare i poveri, ma poi fu utilizzato per la Curia, i tribunali, il Governatorato di Roma, la polizia

Alla morte di Innocenzo  XII, Roma era talmente potente, dal punto di vista finanziario, che il suo successore, Clemente XI da Urbino, potè realizzare importanti opere nei territori dei suoi clientes e far pervenire a Filippo V, nuovo Sovrano di Spagna, notevoli sostentamenti, tutti provenienti dai beni della Chiesa, scatenando de facto la guerra di successione spagnola.
Questo rinnovato atteggiamento vaticano (che si evolveva da nepotistico a clientelare) ebbe come conseguenza la perdita di autorità della figura del Pontefice nei rapporti tra gli Stati Italiani (in particolare quelli meridionali, che iniziarono a esigere le tasse anche dal clero) e all’interno stesso dello Stato della Chiesa.

Dalla storia vaticana a quella italiana il passo è breve e i vizi del passato sono divenuti quelli del presente, se Regno e Repubblica andarono ad inglobarsi, il primo ed uniformarsi, la seconda, con una “cultura di governo pregressa”.
Finite le ‘regalie’ dei Patti di Yalta, ecco la Seconda Repubblica con il suo epilogo montiano, che è davvero molto somigliante al pontificato di Sisto V.
Le soluzioni? Quelle di Innocenzo XII: meno spese per rendite di posizione, meno tasse, più welfare, più infrastrutture, più politica internazionale.

Dunque, se la ‘lezione’ di Innocenzo XII funziona, Matteo Renzi (*ed Ignazio Marino) potrebbero:

  1. smagrire la Pubblica Amministrazione e digitalizzarla, creando economie (*idem)
  2. intervenire sulle pensioni d’oro e sui patrimoni, aumentando le risorse per le pensioni di gran parte dei cittadini, finanziando correttamente l’INPS e riducendo debito e deficit (*intervenire sul patrimonio immobiliare romano adeguando catasto e affitti pubblici)
  3. semplificare i procedimenti, sostenere le infrastrutture e ridurre le tasse, per rilanciare investimenti, lavoro e commercio (*idem)
  4. sostenere la presenza e l’immagine internazionale dell’Italia partecipando a missioni ‘di pace’ (*delocalizzare le infrastrutture amministrative romane, creando lo spazio per l’upgrade turistico-culturale)

Esattamente quello che NON vogliono i suoi ‘compagni’ di partito o ‘alleati’ di maggioranza, i media che lo ‘sostengono’, i sindacati che ‘mugugnano’, i Cinque Stelle che gli si oppongono.

Ma Roma è sempre la stessa ed ogni male ha la sua cura.

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La guerra del Senato spiegata for dummies

25 Lug

A leggere e ad ascoltare le News, sembrerebbe che in Italia vi sia una situazione inestricabile in Parlamento – e specialmente al Senato – riguardo le riforme costituzionali e la legge elettorale.

In realtà, di inestricabile c’è solo l’atteggiamento di tanti ‘eletti dal popolo’ che assolutamente non vogliono cambiamenti fin da quegli Anni ’70 dell’Ottocento, quando il Trasformismo (politico e finanziario) attecchì indelebilmente nel Parlamento italiano.

Vignatta di Simone Baldelli twitter.com/simonebaldelli/

Vignetta di Simone Baldelli
twitter.com/simonebaldelli/

“Conservazione della specie”, come spiegava Laura Ravetto di Forza Italia alla trasmissione Omnibus di stamane, rilanciando sulla reintroduzione di norme penali per il falso in bilancio.
Eh già, perchè – come oggi stiamo iniziando a comprendere – la depenalizzazione del falso in bilancio servì innanzitutto a cancellare parte di Tangentopoli ed a mantenere per quasi 20 anni il malgoverno di tante aziende a capitale pubblico e gli sprechi o le negligenze di  tante amministrazioni pubbliche finite sulle cronache.

Tempi che cambiano, mentre Milano prova a far pulizia con l’Expo 2015, ma Roma non si libera delle ‘sue aziende’, anche a costo di quasi azzerare i servizi pubblici.

Tempi che devono cambiare anche nelle aule del Parlamento italiano e, nel caso del Senato, le riflessioni dovrebbero essere ben poche:

  • 300 senatori equivalgono a un eletto ogni 115.000 elettori circa, su un quorum di quasi 34-35 milioni
  • salvo un sistema uniminale ‘secco’, un collegio elettorale ‘decente’ deve essere almeno composto da circa 400.000 elettori che votano per tre senatori
  • se i collegi non sono strettamente svicolati da quorum nazionali, è possibile diventare senatori con poche centinaia di preferenze personali, ovvero senza avere alcuna effettiva rappresentatività dell’elettorato
  • se il rapporto 300 / 34 milioni viene applicato in modo ‘secco’ la rappresentatività delle aree più popolate e produttive è compressa a favore di una miriade di piccole lobby locali

Il Servizio Studi del Senato, nel 2012, ha prodotto un documento apposito, che contiene una serie di tabelle ben rappresentative del problema.

Riformare il Senato (eletto o nominato che sia) significa, dunque:

  1. ridurre il potere di comitati, lobbies e interessi di campanile sulla politica nazionale. Non è un caso che i ‘mal di pancia’ nel PD arrivino dall’Italia del parastato, Rai in primis, Sanità e Università a seguire;
  2. riportare il peso dei sindacati, specialmente CGIL e Cobas, entro quello che realmente rappresentano (milioni di lavoratori e non decine di milioni di elettori). Da qui, l’assedio dei 6.000 emendamenti presentati proprio da SEL, che è a rischio di estinzione come già avvenne per PCI, Rifondazione Comunista e Verdi, Democrazia Proletaria, PSIUP e chi più ne ha più ne metta;
  3. obbligare i senatori ad una effettiva rappresentanza delle Regioni da cui provengono, legiferando sulle materie condivise. O per nomina del Consiglio regionale, come vuole Renzi, oppure con elezione uninominale ‘secca’, come assolutamente non vogliono gli oppositori di Renzi, a partire dai Cinque Stelle.

La Lega e Fratelli d’Italia? Dialogano con il governo e non sarà un caso che le loro basi elettorali sono nelle regioni più popolose e nelle aree suburbane.
Forza Italia e Nuovo Centrodestra? Un polo cristiano–democratico sarà sempre o il primo o il secondo partito … in Italia come ovunque in Europa. E Silvio Berlusconi che se ne impossessò vent’anni  fa va per gli ottanta ormai.

E, allora, che dire degli appelli per la democrazia violata o dei mille cavilli che – secondo alcuni – gioverebbero alla norma?

Anche in questo caso, posta la ‘domanda giusta’, arriva una risposta ‘facile’.
Infatti, se ci chiedessimo cosa ‘vuole l’opinione pubblica’, cosa vogliono gli italiani, la risposta sarebbe semplicissima: “fate presto”.

Non possiamo permetterci che la ‘crisi della Politica italiana’ continui a soffocare una Nazione che potrebbe ritornare ad un livello di produttività e di spesa pubblica accettabili. Questo è quello che vuole la gente, le imprese, gli investitori.

Fateci capire perchè i nostri media non hanno mai stigmatizzato l’atteggiamento di alcune forze e/o esponenti politici (del PD, dei 5S, di SEL) che non si sono seduti al tavolo con l’intenzione di dialogare, seguendo forse l’autolesionismo o i piccoli interessi di certi propri elettori, ma di sicuro non facendo l’interesse degli italiani che sono tenuti a rappresentare, visto che, se dialogano, i cavilli diventano regole semplici e condivise.

A proposito di media, sarà per questo che Del Rio è andato in visita da De Benedetti?

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Mafia, affari, politica: arrivano le rivelazioni del pentito Iovine

28 Mag

«So benissimo di quali delitti mi sono macchiato, ma posso spiegare un sistema in cui la camorra non è l’unica responsabile», queste le prime dichiarazioni di Antonio Iovine – superboss pentito – al processo che si sta celebrando a Santa Maria Capua Vetere.

Intanto, i cronisti locali iniziano a spulciare i verbali depositati dai Pm Ardituro e Sirignano e, come per le dichiarazioni di Carmine Schiavone, l’impresa criminale aveva contorni ben più ampi del Clan dei Casalesi.

«C’erano soldi per tutti, in un sistema che era completamente corrotto, in questo ambito si deve considerare anche la parte politica ed i sindaci dei comuni che avevano intesse a favorire essi stessi alcuni imprenditori in rapporto con il clan per aver vantaggi durante le campagne elettorali, in termini di voti e finanziamenti.
Generalmente io ero del tutto indifferente rispetto a chi si candidava a sindaco nel senso che chiunque avesse vinto automaticamente sarebbe entrato a far parte di questo sistema da noi gestito».

Valeva “la regola del 5 per cento, della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso nel nostro territorio proprio lo Stato che invece è stato proprio assente nell’offrire delle possibilità alternative e legali alla propria popolazione”.

Non a caso, in Campania, già da molti anni si distingueva tra ‘camorra’ e ‘sistema’ …

“Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business.” (dichiarazione del pentito di camorra Carmine Schiavone alla Commissione Parlamentare d’inchiesta durante la seduta del 7 ottobre 1997 – pag. 25)

Un sistema che si svolgeva fino alle porte della capitale – che aveva i suoi scheletri nell’armadio con la discarica di Malagrotta – visto che, secondo il pentito, “noi arrivavamo fino alla zona di Latina; Borgo San Michele e  le zone vicine erano già di influenza bardelliniana. Anche a scendere giù, cioè non solo Latina, ma anche Gaeta, Scauri e altre zone. Questo avveniva dal 1988 a salire.”

Un sistema funzionale all’industria manifatturiera in fase di smantellamento al Settentrione, visto “che questi rifiuti dal nord dell’Italia o addirittura dall’estero non arrivavano in Campania da soli, ma che l’avvocato Chianese era in grado di organizzare il traffico attraverso circoli culturali e amici.  Erano circoli culturali che stavano al nord, al sud al centro, in tutta Italia e Europa. Faccio un solo nome: so che Cerci stava molto bene con un signore chiamato Licio Gelli … So che a Milano c’erano grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud. So che in Lombardia c’erano queste società che gestivano i rifiuti ma non so chi erano i proprietari.”

Antonio Iovine come Carmine Schiavone sanno bene di cosa parlano (e di cosa non devono parlare): erano i ‘contabili’, i manager dell’organizzazione.

Un sistema che doveva esistere per escludere dalla governance i tanti cittadini onesti a vantaggio di saccheggiatori, prestanome e pressappochisti e che poteva esistere grazie ad un sistema di finanziamento della politica cleptocratico, confermato dall’enorme sequel di scandali e arresti da più di vent’anni a questa parte.

Un sistema che era completamente corrotto, in cui l’apporto dei mafiosi, della politica e di certa imprenditoria è da considerarsi paritetico. Esattamente come la Cosa Nostra di cui Buscetta, Falcone e Borsellino svelarono tanti ‘collegamenti’. E parliamo non solo dei rifiuti, ma anche degli appalti e delle grandi opere, di mercati ortofrutticoli e di scali portuali di rilevanza europea, di produzioni su scala nazionale per il made in Italy, eccetera … fino alle elezioni, quanto meno locali e regionali.

Se la Cosa Nostra casalese vuole dissociarsi dall’aver avuto ‘unica e sola’ la responsabilità del saccheggio e della devastazione di una nazione, ben venga. Specialmente se questo potesse portare ad una ‘pacificazione’ della Campania, che ha – tra l’altro – una capacità produttiva e commerciale enorme e potrebbe cavarsela molto meglio senza delinquenti che svendono ricchezze e deturpano bellezze in cambio di pochi spiccioli a confronto.

Una possibile ‘svolta’ su cui Matteo Renzi dovrebbe esporsi in prima persona, dare l’esempio, se rappresenta l’Italia che vuol cambiare. Una questione ‘mafia’ su cui i Cinque Stelle potrebbero essere più attenti, visto che è ‘ovunque’ ed è anche la madre di tutte le mazzette. Un sistema d’affari che – di sicuro – non ha nulla a che spartire con un Centrodestra che sappia leggere i risultati elettorali italiani ed europei.
Specialmente se – come sa chi segue il mercato azionario – il crash mondiale del fotovoltaico deriva anche dalla scoperta che bond del valore di 560 milioni di euro, posti come garanzia in Puglia e Sicilia per la creazione del fondo Global Solar Fund, erano falsi con conseguente crollo borsistico e questo è uno dei fattori che hanno determinato l’espolsione della ‘questione morale’ in Vaticano.
Come anche, chi segue la politica europea sa che, da un momento all’altro, la Germania di Angela Merkel potrebbe ricevere un avviso di infrazione per come (non) gestisce i controlli bancari sul riciclaggio di denaro sporco.

A latere, ci sarebbe anche da chiedersi quanto sarebbe costato all’industria centro-settentrionale smaltire in piena legalità quei rifiuti per anni e decenni, cosa sarebbe stato dei delicati equilibri capitolini se, andando a far luce sui rifiuti, ne andava di mezzo anche Malagrotta, o come sia avvenuto che le testate e le agenzie nazionali non si siano accorte dell’enorme mole di ‘pessime notizie’ che i loro colleghi delle testate locali puntualmente pubblicavano.

Intanto, agli atti processuali come dal lungo elenco di comuni ed enti commissariati risulta da tempo  che una sorta di narco-repubblica si sia estesa fino a pochi chilometri dalla Capitale italiana.
Sarebbe ora che – su antimafia e ripristino della legalità – qualche politico (e qualche editore) ci mettesse ‘in positivo’ la faccia …

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Eugenio Scalfari: novant’anni per il potere?

7 Apr

Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924) compie oggi novant’anni ed è stato uno dei giornalisti e politici più influenti della Repubblia Italiana.

Di origini calabresi, compie gli studi liceali al liceo classico G.D. Cassini di Sanremo (dove il padre è il direttore artistico del Casinò) e si iscrive a giurisprudenza, iniziando a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come “Nuovo Occidente” e “Roma Fascista”, organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), di cui nel 1942 sarà nominato caporedattore di “Roma Fascista”.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, e si sposa con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta.
In quegli anni diventa collaboratore prima di Il Mondo, poi dell’Europeo e quando, nel 1955, nasce il settimanale L’Espresso, Scalfari ne è direttore amministrativo e, in cinque anni, arriva a superare il milione di copie vendute Sette anni dopo, nel 1963, diventerà il ‘dominus’ di L’Espresso aggiungendo la carica di direttore responsabile a quelle già ottenute.

Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, con il gruppo L’Espresso e la Arnoldo Mondadori Editore, della quale – a metà degli Anni Ottanta – Silvio Berlusconi acquisì quote sempre più consistenti, finchè, nel 1987, muore Mario Formenton (marito di Cristina Mondadori), e si apre così un periodo di contrasti per la successione nella gestione della azienda di famiglia. Tra questi ‘contrasti’, il trentennale Lodo Mondadori e lo scontro politico-commerciale-mediatico tra i giornali (Scalfari-L’Espresso) e le televisioni (Berlusconi-Mediaset).

Nel 1996, abbandona il ruolo di direttore di La Repubblica, ma mantiene il ruolo di editorialista dell’edizione domenicale.

Salvo l’affare SIFAR, in una carriera durata oltre mezzo secolo e nonostante il potere concessogli dagli editori, Eugenio Scalfari, pur appellandosi alal questione morale fin dagli Anni ’70, non si è distinto tramite i giornali da lui diretti per la denuncia di ‘nomi e fatti’, se non dopo l’intervento della magistratura: cronaca più che giornalismo d’inchiesta.
Fanno eccezione (ndr. o forse no, se rammentiamo chi fossero parenti ed editori), Eugenio Cefis, (prima presidente dell’ENI e poi di Montedison), Sindona o Craxi  per non parlare di Berlusconi, puntualmente attaccati. Mediobanca, come Spadolini e De Mita, furono, viceversa, spesso sostenuti.
Da ‘sempre’ accanito sostenitore di D’Alema, come quando – nel 1999 – ben sapendo cosa fosse avvenuto in parlamento e quali fossero le cause della defenestrazione di Prodi, Eugenio Scalfari ebbe a commentare “Romano, hai silurato il governo. Adesso fermati o spacchi l’Ulivo, Contro l’ ex premier non c’ e’ stato complotto. Semmai lui ha cercato di azzoppare Ciampi. Ma perche’ non sta fermo un giro? Uno come lui, dopo essersi guadagnato la riconoscenza del Paese, avrebbe dovuto consentire a D’ Alema di governare come gli altri avevano consentito lealmente di governare a lui. Invece, pur di riprendere un suo ruolo, cosa fa? Spacca l’ Ulivo. Perche’ non e’ vero che lo sta rivitalizzando: lo sta spaccando”. 

Un ruolo politico, quello di Eugenio Scalfari, non irrilevante per l’Italia e, soprattutto, gli italiani.

Dopo la militanza fascista,  si avvicina al neonato partito liberale, conoscendo giornalisti come Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, finchè, nel 1955, si unisce ai 32 consiglieri nazionali del Partito Liberale Italiano ‘scismatici’  per promuovere la costituzione del Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani, che dopo un po’ abbandonerà.

Querelato dal generale De Lorenzo per lo scandalo SIFAR, e condannato a poco più di un anno di reclusione, evitò il carcere grazie all’immunità parlamentare, essendo stato eletto deputato, come indipendente nelle liste del Partito Socialista Italiano alle elezioni politiche del 1968. Restò deputato fino al 1972 e da allora ha avuto diritto a tutti i benefit riservati agli ex parlamentari.

 

Come ‘dominus’ di La Repubblica, la sua azione politica ebbe modo di continuare con campagne stampa contro il Partito Socialista di Bettino Craxi ma non altrettanto contro Andreotti, contro gli sprechi pubblici, ma non altrettanto contro la corruzione e le infiltrazioni mafiose. Uno stile che continua ancora oggi, come – ad esempio – pubblicando le foto di scuole disastrate, ma non indicando le responsabilità politiche locali che ne sono la causa.

A partire dalla ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi, Eugenio Scalfari condusse alcune importanti iniziative, pur trovandosi in aperto conflitto di interessi in quanto (ex) dominus di una azienda ‘concorrente’, tutte sostenute per il tramite di “Repubblica”: l’ascesa e la fine dell’Ulivo prodiano, il “governo del Presidente” affidato al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi,  la scelta del braccio destro di Craxi, Giuliano Amato, come viatico per la nascita della Seconda Repubblica da parte del presidente Scalfaro …

Eugenio Scalfari: un uomo di potere fino ad oggi, se può ancora permettersi di alzare il cartellino giallo per Fornero o Renzi e se può lampeggiare il semaforo rosso per l’ultimo suo avversario rimasto, Silvio Berlusconi.

Ma “potere è mentire e mentire è potere”. (Guido Rossi – “Il ratto delle Sabine” – 2000, pag.33)
Fare informazione è un’altra cosa.

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