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Riforme, stabilità e democrazia oggi in Italia

17 Dic

Venti anni fa circa, l’Italia era in coma: lo dimostravano l’illecito finanziamento dei partiti esteso ad una intera classe politica e amministrativa in Tangentopoli, gli elevati livelli di infiltrazione mafiosa nella politica e negli appalti fino alle stragi messe in atto da Cosa Nostra, gli elevati deficit e debito pubblici cui si aggiungevano – già allora – l’overflow della previdenza o della sanità e l’inadeguatezza delle nostre scuole e delle nostre università.

La stabilità al primo posto e, così, abbbiamo avuto i vari Prodi, Amato, Mattarella, Ciampi, Bertinotti, D’Alema eccetera fino all’odierno Giorgio Napolitano che hanno finora ritenuto che la stabilità del sistema Italia coincida con l’unità delle forze politiche si schierano ‘a sinistra’.

Stabilità, secondo loro, ed interessi di parte, secondo chi non vota PD o SEL oppure è iscritto alla CGIL, per la quale si arrivarono a concedere, tra 2009 e 2010, quasi quattro mesi di tempo a Silvio Berlusconi per ricomporre una maggioranza decaduta (e oggi sappiamo a prezzo di quali reati) ed evitare che il governo tecnico fosse diretto da Gianfranco Fini, per poi affidare il tutto – una dozzina di mesi dopo, forse meno – le sorti dell’Italia a Mario Monti nominato ipso facto senatore a vita.

Stabilità che ha permesso di commissariare il Lazio e la Campania affidandoli ai loro stessi governatori – Bassolino e Polverini – con i risultati (pessimi) di cui solo da poco (Terra dei Fuochi e Mafia Capitale) si contano i danni. Stabilità che vuole lasciare Ignazio Marino lì dov’è anche se in un anno e mezzo poco e nulla ha fatto ed anche se sta emergendo – vedi dichiarazioni di Goffredo Bettini – che ci furono ‘anomalie’ alle Primarie e come sembra che ci fu – vedi intercettazioni e registrazioni – ‘qualche’ voto di scambio alle elezioni vere e proprie.

Stabilità in nome della quale Giorgio Napolitano ha tenuto a precisare

  1. «Il Paese è attraversato da discussioni ipotetiche su elezioni anticipate: solo tempo e inchiostro che si sottrae all’esame dei problemi reali anche politici sul tappeto». Eppure eventuali defezioni o scissioni o anche ricomposizioni nei partiti sono prima nella esclusiva ed irriducibile libertà dei singoli parlamentari e poi nelle segreterie di partito.
  2. «Chi dissente dalle riforme istituzionali non deve farlo con spregiudicate tattiche emendative». Anche in  questo caso la competenza non è del Presidente della Repubblica, ma dei rispettivi Presidenti delle Camere.
  3. «Tutto richiede continuità istituzionale. E a rappresentarla e garantirla mi ero personalmente impegnato ancora una volta per tutto lo speciale periodo del semestre italiano di presidenza europea». Ma sono la legge elettorale a determinare gli automatismi che indicano la nascita di un governo e sono le singole Camere a conferire la fiducia a ministri e premier.

Quali ‘garanzie’ possa aver dato il nostro Presidente – per quanto gli è possibile per i diversi ruoli imposti dalla Costituzione – è facile da immaginarsi: l’assoluto e preventivo rifiuto sia a recepire dimissioni’ dal primo ministro sia a sciogliere una o due Camere. E’ nei suoi poteri, anche se non dovrebbe essere una formula ad escludendum, bensì ad hoc.

Il punto, però, è che Matteo Renzi non l’ha eletto nessuno e non si comprende davvero nè come si potrà superare il 2015 senza eventualmente riconfermarlo con nuove elezioni nè come evitare che il partito non si ritrovi con un pugno di mosche in mano, mentre insegue la CGIL che ha nostalgia del vecchio PCI, i Cinque Stelle a favore di tutto e del contrario di tutto, il Centro moderato e riformista a cui si rivolge anche la Destra.

E di tutto questo, in Italia come altrove, il Presidente della Repubblica potrebbe non occuparsene, specie se vuol essere ritenuto neutrale e, soprattutto se – mentre USA e URSS ricominciano a fronteggiarsi nel mondo, stessimo parlando della scissione del suo ex partito il PD, che riporta all’isolamento del PCI stalinista di cui egli ha chiaro ricordo, ritornando ad una situazione con popolari, liberali e socialisti da un lato e sindacati/ partiti ‘comunisti’ dall’altro.

Capiamo tutti, caro Presidente, che sia davvero uno scempio vedere l’Italia eternamente intrappolata in questo gioco di neri, bianchi e rossi, ma, se le madri (e le scuole) italiane continuano a tirar su tanti Peppone e Don Camillo,  vogliamo credere che in Europa non se ne siano accorti già da tempo?

Siamo sicuri che a tenere insieme fazioni che litigano di continuo tra loro, come litigarono di continuo fin dalle origini nel 1879 o nel 1917 e come fanno dal 1948 almeno, sia un elemento compatibile con il risanamento  e con la stabilità del Paese?

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Tutte le scelte (sbagliate) del Presidente

25 Set

Sono trascorsi ben quattro anni da quando Gianfranco Fini lasciò il PdL, facendo venire meno la maggioranza del Governo Berlusconi.

Il vero problema era la politica economica e la gestione del MEF da parte di Giulio Tremonti, poteva nascere una Grosse Koalition italiana, non se ne fece nulla dopo che Giorgio Napolitano riuscì a concedere mesi e mesi di tempo a Silvio Berlusconi per ricostituire una maggioranza, con i vari cambi di fronte – più o meno responsabili o interessati – di Scilipoti, Razzi e De Gregorio.

Passa il tempo e ci ritroviamo che Giorgio Napolitano nomina un consulente della maggiore banca d’Europa come senatore a vita per affidargli, poi, un governo tecnico che ‘ufficialmente’ era di programma, staccando la spina ad un governo eletto sull’onda dei media urlanti e delle speculazioni finanziarie esterodirette.
Oggi sappiamo tutti che lo spread andava su a causa delle speculazioni della Deutsche Bank e del malgoverno di Cassa Depositi e Prestiti come di due banche storicamente ‘care’ alla Sinistra: gli italiani non c’entravano nulla.

Ed arrivamo a tempi recenti, con il flop di Bersani nel flirt non riuscito con SEL e M5S, mentre un italiano su due non aveva votato ed il Parlamento non aveva trovato altro accordo che riconfermare il Presidente della Repubblica uscente, dopo essersi incaponiti su Romano Prodi, un personaggio improponibile a chiunque ricordi cosa ha combinato all’IRI e come è finita con l’industria italiana e, soprattutto, un personaggio con relazioni pregresse e correnti con alcuni discussi oligarchi come quello libico e quell’altro kazako.

Nonostante fosse stato sfiorato dalle polemiche inerenti la ‘trattativa con Cosa Nostra’ e, soprattutto, nonostante le sue responsabiità epocali nell’aver lasciato  nelle mani di Antonio Bassolino la situazione rifiuti in Campania, oggi terra di tumori e mutazioni genetiche, Giorgio Napolitano restava al Quirinale e nominava Enrico Letta premier ben sapendo che più di un manuale Cencelli de noartri non si sarebbe potuto ottenere.

Dicevamo che sono passati ben quattro anni da quando in Parlamento si creò l’opportunità di costituire un governo di larghe intese e di intervenire sul ‘declino italiano’.

Da allora, sono accadute molte cose.

I conti dello Stato non sono in sicurezza ancora oggi. Le pensioni sono blindate, ma per modo di dire, visto che per gli esodati bisognerà trovare qualche soluzione, che neanche i malati gravi riescono più a pensionarsi con un minimo d’anticipo, che abbiamo un esercito di cinquantenni che dovrà lavorare ancora per un ventennio o poco meno, che i quarantenni ed i trentenni non è che finora abbiano versato granchè all’INPS per darci speranza per il futuro.

Il Porcellum è tutto lì e l’unica riforma costituzionale è consistita nell’accettazione supina del Fiscal Compact. Le aziende italiane sono passate largamente in mano straniera, gli affarucci di Telecom, Alitalia, Fonsai e ILVA iniziano, finalmente, a rimbalzare nelle aule giudiziarie.

Le tasse sono aumentate, forse, del 10% effettivo in 12-20 mesi, i tributi e le multe ‘per un pelo nell’uovo’ gravano anch’esse, se qualcosa era rimasto nelle tasche di qualcuno ci pensa il gioco d’azzardo. Intanto, di lavoro non ce ne è, il mercato immobiliare è una valle di lacrime. Infrastrutture zero, investimenti zero, lotta alla mafia poca. I media arretrano sempre più come qualità e completezza dell’informazione.

Niente tagli alle prebende dei politici nè a quelle della Casta. 10 miliardi di laute pensioni mai contribuite restano lì a monumento dell’iniquità. Le provincie son tutte lì, una miriade di piccoli comuni anche, come le comunità montane, anche se davvero non sappiamo cosa farcene.

Riforma della magistratura, peggio che andar di notte. La Sanità spende e spande e cura poco o male. Alla scuola meglio metterci qualcuno che non la conosce, come da tradizione, giusto per cambiar tutto per non cambiar nulla. Università e Ricerca sempre protette dalla sorte. Il peso dei sindacati sullo sfascio della pubblica amministrazione è ancora letale.

Come vivremmo oggi in Italia senza le infauste decisioni del nostro Presidente della Repubblica?
Il disastro ambientale in Campania sarebbe potuto arrivare ai livelli a cui è arrivato con dieci anni in meno di Bassolino-Iervolino?

Poteva il nostro Presidente far la voce forte’ ed ottenere una legge elettorale ed un governo di larghe intese tra 2009 e 2010 affrontando il rinnovo dei titoli di Stato senza il disastro della Cassa Depositi e Prestiti, il down di Unicredit e l’implosione di MontePaschi?

Si poteva arrivare ad un governo tecnico senza la leadership di Mario Monti e, soprattutto, prima che gli speculatori – finanziari e politici – avessero la meglio sul Sistema Italia?

E si poteva almeno pretendere che quello di Mario Monti fosse un governo tecnico con finalità precise od un governo di programma ‘vero’? Come anche, poteva il nostro Presidente della Repubblica rifiutare la propria firma dinanzi a provvedimenti iniqui come la riforma pensionistica di Elsa Fornero, specialmente se – di toccare le pensioni – neanche se ne era parlato fino alle ‘lacrime in diretta’?

Probabilmente si, visto che dopo quattro anni dobbiamo prendere atto che non s’è fatto altro che  alzare le tasse, invadere la privacy, ridurre l’effimero welfare che spetterebbe ad anziani, malati e giovani famiglie, mentre le città diventano sempre più in balia di se stesse e mentre i sindacati si battono con veemenza per tre sindacalisti licenziati, ma non accade lo stesso per milioni di disoccupati.

Difficile prevedere cosa racconterà la Storia di questa Italia e dell’uomo che più di tutti ha influito su scelte irrevocabili.
Più facile essere molto pessimisti sul corrente settennato presidenziale, certamente animato da buone intenzioni, ma molto, molto lontano dall’accettare che è impossibile salvare capra, cavoli, lupo e barca …

Intanto, WIkipedia riporta della carriera politica del nostro Presidente della Repubblica:

  1. il 2 febbraio 1993 all’ingresso posteriore di palazzo Montecitorio si presentò un ufficiale della Guardia di finanza con un ordine di esibizione di atti: esso si riferiva agli originali dei bilanci dei partiti politici per verificare se talune contribuzioni a politici inquisiti fossero state dichiarate a bilancio, secondo le prescrizioni della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Il Segretario generale della Camera, su istruzioni del Presidente Giorgio Napolitano, oppose all’ufficiale l’immunità di sede, la garanzia delle Camere per cui la forza pubblica non vi può accedere se non su autorizzazione del loro Presidente;
  2. nel processo Cusani, il 17 dicembre 1993, Craxi affermò: “Come credere che il Presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Secondo la sentenza sulle tangenti per la metropolitana di Milano Luigi Majno Carnevale si occupava di ritirare la quota spettante al partito comunista e di girarle, in particolare, alla cosiddetta “corrente migliorista” che “a livello nazionale”, “fa capo a Giorgio Napolitano”;
  3. Romano Prodi lo sceglie come Ministro dell’Interno del suo governo nel 1996. Mentre ricopre tale incarico, è molto criticato per non aver attuato una tempestiva e adeguata sorveglianza su Licio Gelli, fuggito all’estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazion;
  4. come primo ex-comunista a occupare la carica di Ministro dell’Interno, propone (con Livia Turco) quella che diverrà nel luglio 1998 la Legge Turco-Napolitano, che istituisce i (ndr. ormai famigerati) centri di permanenza temporanea (CPT) per gli immigrati clandestini;
  5. nel 2008, nel pieno delle polemiche per la presenza dello Stato di Israele alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, senza dare spazio anche agli scrittori palestinesi) l’annunciata visita di Napolitano alla manifestazione viene criticata dallo scrittore svizzero Tariq Ramadan, perchè Napolitano avrebbe equiparato le critiche a Israele all’antisemitismo;
  6. in occasione della promulgazione del Lodo Alfano Napolitano è stato criticato da Beppe Grillo e dall’ex-presidente Carlo Azeglio Ciamp per aver firmato e quindi legittimato una legge che il 7 ottobre 2009 la Corte ha effettivamente ritenuto incostituzionale;
  7. in occasione della promulgazione del cosiddetto Scudo fiscale, l’Italia dei Valori ha criticato Napolitano per aver firmato senza rinvio una legge accusata da vari economisti di essere un mezzo per riciclare legalmente denaro sporco;
  8. qualche settimana prima delle elezioni regionali italiane del 2010, a seguito dell’esclusione delle liste PDL in Lazio e Lombardia, Napolitano ha firmato nottetempo il decreto legge del governo per la riammissione delle liste escluse;
  9. nell’aprile del 2010 Giorgio Napolitano ha promulgato con la propria firma la legge sul legittimo impedimento del capo del governo e dei ministri. Nel gennaio 2011 la corte ha ritenuto la legge in parte incostituzionale;
  10. altre promulgazioni criticate e discusse hanno riguardato il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, la legge “salva-Pollari”, la norma della legge finanziaria che ha raddoppiato l’Imposta sul valore aggiunto a Sky, i due pacchetti sicurezza del ministro Maroni accusati di contenere norme anti-immigrati.

Sei mesi fa, in una videointervista concessa ad Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano dichiarava: “Abbiamo vissuto un momento terribile. Abbiamo assistito a qualcosa a cui non avevamo assistito. Ho detto di sì per senso delle istituzioni.”

Si, noi italiani abbiamo assistito ad un dramma nazionale che ci crollava addosso. Noi, ma non Re Giorgio: lui non ha assistito a qualcosa, lui è uno dei protagonisti ‘storici’ del declino italiano.
Un disastro le cui vie sono state lastricate da buone intenzioni, ideologie del tutto errate, acerrime lotte di fazione, eccessiva tolleranza verso lobbisti e marioli, una centralità ‘culturale’ de Sinistra del tutto ingiustificata, la nota intoccabilità del sindacato e della magistratura o le redazioni politicizzate e la qualità d’informazione a livelli africani …

Non gli italiani, signor Presidente, sono la causa di quanto, ma i partiti che hanno occupato la democrazia italiana e che hanno permesso il caos ed il declino pur di consentire lauti affari a pochi riccastri di serie B, come Alitalia, Fonsai, Telecom, Ilva raccontano ancora oggi.

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M5S a convegno per governare?

4 Mar

Non era difficile non dare per scontato che centonove deputati e cinquantaquattro senatori avessero bisogno di un «conclave» del neonato Movimento Cinque Stelle, per decidere insieme le strategie ed i margini di accordo che vogliono attuare in Parlamento e, innanzitutto, la governabilità.

Altrettanto facile immaginare che la Premiata Ditta Grillo & Casaleggio si faccia scippare ‘al mercato delle vacche’ quelle due dozzine circa di senatori che mancano al Partito Democratico per governare.

Nel ‘conclave’ dei parlamentari del M5S, verranno chiarite anche alcune questioni essenziali, sulle quali non loro, ma gli italiani tutti stanno facendo una gran confusione.

La richiesta da parte di Grillo di un governo di minoranza senza una fiducia preventiva che contratta, di volta in volta, l’appoggio su singole leggi porrebbe inevitabilmente l’Italia in balia del Parlamento e delle Lobbies.

Anche se Bersani intima a Grillo: «Decida cosa fare o tutti a casa», il caso del capo dello Stato in scadenza – “semestre bianco” – impedisce che egli sciolga subito le Camere.

Come probabilmente sperano i sostenitori di Mario Monti, una prosecuzione “a tempo” del mandato presidenziale al Quirinale non rientra nei ‘parametri’ previsti dalla Costituzione.

Malgrado quanto sostenuto da una parte della Sinistra, nonostante il Procellum, spetta solo al Presidente della Repubblica, e solo a lui, scegliere in piena autonomia, al termine delle consultazioni, a chi affidare l’incarico per formare il governo.

Dunque, esistono solo due strade.

La prima via – quella che comunemente è chiamato ‘governo tecnico per le riforme’ – è quella che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quelli ‘tecnici’ guidati da Dini e Amato per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con le autonomie locali riformate.
Nella sostanza è quello che sta chiedendo – con poca chiarezza – Beppe Grillo e che, ragionevolmente, chiederà il Movimento Cinque Stelle di Casaleggio.

Il secondo percorso – quello che comunemente è chiamato ‘governissimo’ -è quello che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quello guidato da un ‘tecnico’ come Mario Monti per salvare il sistema finanziario italiano, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con il Welfare riformato.
Nella sostanza è quello che serve alla Seconda Repubblica per guadagnare qualche anno di vita ed avere il tempo, secondo loro, di lavorarsi ai fianchi il movimento dei Grillini.

In tutto ciò, c’è da insediare il Parlamento ed eleggere, anche con una certa rapidità, sia i Presidenti della Camera e del Senato, si individuare i candidati alla presidenza della Repubblica e darsene uno.

Dunque, che Bersani la smetta di portar fretta, che non ce ne è se non per lui, che, a breve, dovrà rendere ragione ai suoi sodali di partito in ordine all’ennesima cantonata presa e conseguente bastosta incassata, illudendosi di governare con il 33% ed un voto.

Tanto, finchè non si eleggerà ed insedierà il nuovo Presidente della Repubblica, c’è il Governo Monti per ‘l’ordinaria amministrazione’ e per la buona pace di banche, governi esteri e mercati vari.

Il Movimento Cinque Stelle è a convegno ed è la loro prima prova del nove. Avranno idee, condivisione e lungimiranza per resistere al canto delle sirene democratiche-democristiane? Riusciranno a stendere un decalogo delle priorità e delle negoziabilità, con cui sostenere un governo di programma per le riforme?
Probabilmente si, ma lo sapremo tra due giorni soltanto.

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Governabilità, ma come?

27 Feb

I dati elettorali e lo stallo parlamentare sono sotto gli occhi di tutti, il mondo della politica è sgomento, i cittadini un po’ meno, M5S ha annunciato che voteranno le leggi che ritengono giuste, all’estero pazientano. Allo stesso tempo, la Lega è egemone nelle tre regioni che contano (Piemonte, Lomnbardia E Veneto), mentre la Puglia e la Campania hanno abbandonato Vendola e De Magistris.

Già questo dato dovrebbe darci una chiave di lettura della exit strategy in cui dovrebbero dedicarsi il Quirinale ed il sistema partitico, salvo apporti ed interferenze da parte del sistema giudiziario e dai media, cui siamo notoriamente avezzi.

Il PD con SEL ha alla Camera più o meno gli stessi voti del PdL-Lega e del M5S, grazie ad una legge iniqua a dire di tutti, il Porcellum, ha, però, la maggioranza assoluta. Rivendicare una primazia o, addirittura, una sorta di diritto a governare è un atto classificabile – agli occhi di un elettore che badi alle regole ed non solo alla fazione – come un enorme atto di arroganza.
Per giunta, proponendo al M5S un abbraccio suicida per non pochi motivi, visto che tra ‘ruggine storica’ e ‘pastoie governative’ Beppe Grillo rischierebbe di perdere un’enorme massa di consensi nel giro di pochi mesi da un elettorato che aborrisce il consociativismo, i capibastone, le scuderie eccetera eccetera.

Inoltre, c’è la disponibilità già dichiarata dei Grillini ad operare nel pieno, vero mandato cui ogni parlamentare dovrebbe adempiere: votare le leggi secondo coscienza.
Questo significa che esiste ampio spazio per un governo di minoranza.

Certo, in politica mai dire mai, ma la via del governo di minoranza è la prima balzata gli occhi, dato che l’abbraccio di Bersani con il Giaguaro Berlusconi è improponibile agli elettori di sinistra, come è impensabile un Mario Monti premier con un Scelta per l’Italia che è ‘quasi’ l’UDC ma ‘non è l’UDC’ e con la carenza di carisma e di opportunità politica dimostrate in quest’anno.
E’ però improponibile anche che il PdL sostenga un governo di minoranza guidato da Bersani: una comprensibilissima questione di principio.

Ed, allora, non resta che Casini, che a guardarlo bene, ha tutte le caratteristiche per assolvere alle funzioni di un Premier di minoranza o di un governo a termine, che abbia i poteri di programma e non solo tecnici, onde intervenire su alcuni aspetti costituzionali.
Le caratteristiche così ‘rare’ sono quelle di non essere sgradito all’elettorato di sinistra, non incassa troppa ostilità dal PdL, fa parte della compagine montiana, così rassicurante per i ‘mercati’, ha interesse a riformare la legge elettorale, conosce a menadito i regolamenti parlamentari, conosce molto bene vezzi e difetti di tanti suoi colleghi.
I limiti sono quelli noti: non aver mai dimostrato un carisma ‘non solo fotogenico’, non avere un gruppo di ‘cavalli di razza’ nel partito, essere indirettamente legato ad una certa ‘romanità’ di cui il cinema ha raccontato fatti e misfatti ed in tanti si è imparato a diffidare, essere additato dai Montiani come la causa del loro flop.

Ad ogni modo, Casini o non Casini ed acclarato che M5S non farà bieco ostruzionismo parlamentare, di alternative ad un governo di minoranza non sembra che se ne vedano all’orizzonte, salvo quella del Partito Democratico che forma un governo con SEL e Cinque Stelle. Ma, in tal caso, di quanto e per quanto saremo sballottolati, piallati, compressi, svalutati, massacrati, disfatti dai mercati e dalle diplomazie di mezzo mondo?
E chi si prende una responsabilità storica del genere? Pierluigi Bersani a cui, forse, il partito dovrebbe chiedere le dimissioni?

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Elezioni: gli errori dei sondaggisti

27 Feb

Quando Fini decurtò la maggioranza berlusconiana al Parlamento, era il caso di votare subito, come lo era votare l’estate scorsa, quando ‘i conti erano in sicurezza’ ed era ben chiara la memoria delle politiche tremontiane e non solo montiane, oltre ad un inquietante ricordo dei tesoretti mai esistiti e della fiscalità creativa dei governi prodiani.
Che andasse a finire così c’era da aspettarselo, chi si è illuso di governare con il 30% ha, adesso, la riprova di quanto fosse sbilenca la sua idea. Non solo per l’expolit di Beppe Grillo che si è potuto avvantaggiare una campagnia elettorale di Bersani. Anche la ripresa di Silvio Berlusconi era prevedibilissima.

Secondo Eugenio Scalfari, riferendosi a Silvio Berlusconi, certi elettori sono, purtroppo, ‘gonzi o furbi’, che corrono dietro ‘all’asino che vola’ o chiedono di entrare nella ‘clientela berlusconiana’.

In realtà, non è proprio così. Chi occupi seriamente di politica sa che la questione ‘meno tasse’ è essenziale per la propaganda. Persino Obama si è ben guardato in campagna elettorale di spiegare che all’incremento di tasse per i ricchi, sarebbe corrisposto un decremento degli sgravi per i ceti medi.
Berlusconi ha promesso meno tasse, Bersani è rimasto nel vago ed ha lasciato intendere a nuovi sacrifici.

Altra questione essenziale è quella della ‘spesa pubblica’, che si traduce commesse alle aziende e servizi ai cittadini, più lavoro e maggiore crescita, per la quale chi la attende vuole promesse chiare, magari poche, ma chiare. Berlusconi ha promesso il taglio dell’IRAP per le aziende, Bersani ha parlato di un piano di sostegno ed investimento industriale ed infrastrutturale, a carico delle (eventuali) risorse derivanti dalla lotta all’evasione.

Infine, la libertà nella propria proprietà, ovvero il diritto di modificare un proprio immobile senza troppi intoppi e con regole chiare, se lo si desidera o se si rende necessario.
Berlusconi ha promesso il ‘condono, che è una soluzione, indecente, ma soluzione, Bersani ha urlato ‘no al condono’, ma senza promettere semplificazioni e regolamenti comunali omogenei.

Era prevedibile che un bel tot di persone comuni decidesse di votare seguendo le questioni di maggiore appeal come accade in ogni luogo del mondo: tasse, lavoro, casa, investimenti. Viceversa, chi semima vento, raccoglie tempesta. Più che di un furbesco avvantaggiarsi di Berlusconi, sarebbe il caso di parlare, soprattutto, di grandi autogol di Bersani.

Ma il dato finale dei consensi era prevedibile anche per un altro, semplice motivo.
Il PdL era dato al 19% nella scorsa primavera, con la Lega sotto il 10%, mentre scoppiavano scandali e cadevano teste. La coalizione veltroniana, le scorse elezioni, non andò molto lontana dal 40% e senza Di Pietro è monca, guarda caso, di un’entità paragonabile.

Ovviamente, la storia dei consensi è trasmigratoria per eccellenza, ma quella dei grandi numeri no. Era prevedibilissimo un PdL+Lega al 29% ed un PD+SEL al 33%, come lo era supporre che larghissima parte degli ‘probabili’ astenuti si sarebbe rivolta al Movimento Cinque Stelle e non ai partiti ‘storici’.

Ilvo Diamanti spiegava, l’altra sera in televisione, che gli analisti avevano tenuto conto del dato che più si approssima il voto più gli indecisi si collocano su scelte che potremmo dire ‘moderate’, ‘affidabili’, ‘sagge’. Il punto è che più che un dato questa è una (mera) ipotesi, mentre i dati raccontavano ben altro.

Con una buona lettura della realtà, il Partito Democratico avrebbe perduto per strada Casini e/o Di Pietro, avrebbe investito su Mario Monti e sull’austerity ad oltranza, avrebbe temporeggiato sulla legge elettorale ‘che si vince anche col 30%’, avrebbe strutturato le liste superando le vecchie logiche di apparato democomunista? Avrebbe candidato Renzi?

Sempre a proposito di dati e di letture, come far emergere nei numeri la fotografia di un partito che è ‘da sempre’ al 30%, qualunque cosa accada, e che è ormai senz’anima perche troppe sono le anime che lo paralizzano.
Un partito che nasce da ‘l’importante è esserci’ – noto slogan degli Anni che furono – per cui oggi esiste, ai vertici come tra la base e tra gli elettori, un’anima demoliberale ed una postcomunista, una populista ed una socialdemocratica, una ambientalista ed una infrastrutturale, eccetera.

Dunque, l’ipotesi che si vorrebbe far passare, danneggiandoci pesantemente all’estero, è che l’Italia non è quella ‘giusta’, come campeggiava nei manifesti di Bersani, ci sono ‘gonzi e furbi’, come afferma Scalfari, dove gli abitanti sono bizarramente imprevedibili, come i flop di tante previsioni vorrebbero dimostrare a propria discolpa.
Oppure no. Non era l’Italia giusta.

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Tre, due, uno … eleggiamoli!

21 Feb

La Stampa - Shopping Elezioni 1

Siamo a tre giorni dalle elezioni ed il rancore popolare o la diffidenza della gente si sta trasformando da astensione a voto di protesta.

Giannino, stella mai nata del panorama parlamentare italiano, è knock out grazie ad un siluro lanciato da un italiano all’estero come Zingales, che di professione fa il professore come quelli che il buon Oscar, vero e colto self made man, ha beffato per anni con una piccola bugia, oggi diventata marachella imperdonabile.
Cose ordinarie in un paese che mette in carcere i ragazzini con lo spinello e prescrive noti ladri pubblici.

Come andranno a finire le elezioni, tra l’altro, lo sappiamo tutti e non ci vuole la Maga Circe o la Sibilla Cumana per fare ‘profezie’.

Il tutto inizierà con Bersani che annuncia ‘abbiamo vinto’. Probabilmente, avrà Rosy Bindi o Franceschini al fianco, forse Vendola o Renzi, il discorso è già scritto in 11 versioni differenti. Sarà colpa del Porcellum che nessuno ha riformato, ma già sappiamo che gli elettori ‘democratici’ sono avvisati che in prima fila troveremo (altro che primarie) i salvatori di province e piccoli comuni, di ospedali e aziende municipalizzate, di sistemi consortili e finto-volontaristici.

Dal PdL arriverà il fido Cicchitto, il Tallyerand della Seconda Repubblica, a spiegare che si ‘hanno vinto’, ma che senza il Berlusconi Partito non si governa neanche per un giorno senza finire in pasto ai ‘comunisti’, temuti – forse, anzi di sicuro – da Angela Merkel e Barak Obama. Intanto, sotto banco, ferveranno trattative e negozi, con colpi di mano e spostamenti di parlamentari, specie al Senato, dove Casini ha già annunciato la necessità della sua vigile ‘presenza’.

I Grillini per un bel tot staranno zitti su quello che conta, che cimentarsi con i regolamenti parlamentari comporta studio notturno, tanto tempo e grande fatica, salvo sbraitare all’inciucio su ogni tentativo di governabilità che dovesse verificarsi.
La Lega starà lì a guardare, pronta ad accettare soluzioni che le permettano definitivamente di liberarsi dall’immagine dei Bossi e dei Borghezio. Fratelli d’Italia è già pronto a far parte di una maggioranza di governa: è nato apposta con la Meloni, novella Le Pen, in testa.

Di Ingroia, poco o nulla si profila all’orizzonte, visto che – con De Magistris, Orlando e Di Pietro – non aveva altro da fare che lanciare il partito meridionalista, conquistando Campania, Sicilia e Puglia: gli errori di percorso si pagano molto cari. Se c’è una Destra che fa la destra, arriviamo a Storace, che potrebbe rivelarsi una piccola sorpresa.

Mario Monti, molto inopportunamente, non resisterà alla tentazione di ricordarci che ‘lui’ è senatore a vita e che senza di ‘lui’ l’Europa ci guarda di sbieco.

Come farà Giorgio Napoliano a conferirgli il mandato esplorativo per formare un governo senza un passo indietro di Bersani, resta un mistero. E altro mistero è come farà Monti a governare l’Italia, da premier politico e non tecnico, senza far imbestialire tutti qui da noi e deprimere tutti nell’Eurozona.

Governi possibili? Uno ed uno solo, lo si scrive da tempo: una Grosse Koalition senza Vendola, SEL ed il non-partito CGIL e senza Berlusconi e gli indagati del Centrodestra. Praticamente, la Democrazia Cristiana rediviva, con il PCI del 1966 alle porte, senza, però, nessuno dei talentuosi politici del Dopoguerra.

Facile a dirsi? Fantasie confermate o sconfessate nei prossimi giorni?
I soliti Italianer?

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Ad una settimana dal voto

18 Feb

Ad una settimana dal voto, il quadro politico italiano non manca di promettere (cattive) sorprese.

La Stampa - Shopping Elezioni 2occhiello tratto da una homepage di La Stampa

A partire da Barak Obama che si consulta sul futuro dell’Italia con l’unico di noi che futuro non ha: l’ottuagenario Giorgio Napolitano, di cui a breve si voterà l’avvicendamento. Misteri del sistema mediatico estero, che tira la volata gli antiberlusconiani? Forse. Intanto il Presidente della Repubblica, bontà sua, precisa “nessuna ingerenza sul voto, comportamento sempre impeccabile.”

Passando ad Oscar Giannino, che potrebbe superare il quorum tra le amiche mura lombarde, e portare, finalmente, un po’ di buon senso e cosmopolitismo tra le asfittiche mura delle nostre Camere, con una messe di parlamentari sufficiente a costruire un fare ed un futuro per l’Italia, quando ‘lorsignori’ ci lasceranno, finalmente, con le nostre macerie da ricostruire.

Od il Movimento Cinque Stelle che, ormai, sembra completamente fuori dal controllo del vate Beppe Grillo e che – molto prevedibilmente e con grande onta per i suoi elettori – si frammenterà e/o confluirà altrove, come tutti gli altri partiti ‘autoconvocati’ della Storia, alla prima bozza di programma di governo. Ipotesi alternativa: trovarsi con un sostanzioso aggregato di estrema sinistra (superiore al 20%) al Parlamento, con una ‘balena’ centrista al 40%. Praticamente, come ai tempi della Guerra Fredda, che, però, è finita da tempo, mentre nè Castro e nè Chavez godono di buona salute.

Del PdL c’è poco da dire, trascinato non si sa dove da un Silvio Berlusconi, che cura troppi interessi suoi per garantire anche quelli nostri. E dell’Alleanza Nazionale dei tempi che furono c’è ancor meno da dire, con Storace solitario a destra, La Russa, Gasparri e Meloni affratellati, mentre Gianfranco Fini è quasi all’estinzione. Quanto alla Lega, vedremo Maroni cosa riuscirà a portare a casa, non tanto per lo scandalo di Bossi, quanto per la concorrenza di Tremonti a Sondrio e di Gelmini a Bergamo.

Dicevamo di Oscar Giannino e del suo piacere nelle metropoli e tra i ceti acculturati post-sessantottini, finamo a parlare di Mario Monti, dei bei tempi che furono con i Beatles e la Humanae Gentium e del modesto contributo che darà ad una Scelta Civica per l’Italia che si presenta come montiana, ma in realtà sarà l’UDC e solo l’UDC, più un tot di volenterosi parrocci e qualche Club, con l’aggiunta di Fini, Baldassarri, Buongiorno e Della Vedova.

Se al Centro piove, andando a Sinistra grandina e nevica. Infatti, il quadro osservabile mostra una propaganda elettorale di sinistra, una proposta politica centro-populista, un effettivo apporto di voti ‘per Bersani’ dall’estrema sinistra, un consistente numero di eletti blindati (alla Camera) che arriveranno dalla fascia appenninica, demitiana e postcomunista. Si aggiunge un’inquietante visibilità per Rosy Bindi ed Ignazio Marino, proprio quando c’è da smontare e rimontare un sistema sanitario assurdo. Il tutto mentre D’Alema non si candida ma esiste, Renzi c’è ma è sparito dai media, Fassina con Monti sarà baruffa quotidiana e la CGIL che incombe sul futuro con il peso di un partito-ombra.

In due parole: stabilità e governabilità a rischio, mentre la Cleptocrazia guadagna mesi ed anni di linfa e vita e gli investimenti stranieri vengono – come da tradizione – gioco forza dirottati altrove.

Da un lato la vecchia Democrazia Cristiana, dall’altro il nuovo PCI, ormai ‘gruppettaro’ ad oltranza, in un Paese dove la Pubblica Amministrazione è ripiombata nel trasformismo e nell’opportunismo, grazie alla lentenzza dei processi, alla derubricazione dei falsi in bilancio e dei conflitti d’interessi, al monopolio politico-sindacale sulla previdenza sociale, allo strapotere della lobby dei ‘baroni’ universitari?

Sembra proprio di si.
Fini, Monti, Meloni, Chicchitto e Tabacci avrebbero potuto fare di meglio, riunendo in un solo ‘polo’ le anime liberali del Paese. Tanto, l’essere in minoranza era comunque assicurato e, comunque, era questo quello che chiedevano ‘i mercati’: essere l’ago della bilancia.

Se Obama cerca conferme da Giorgio Napolitano – ben sapendo che potrà solo nominare il futuro governo e poi pensionarsi – vuol dire che siamo messi male: non è solo il ritorno di Berlusconi, ma anche (e soprattutto?) il mantenimento di un centosinistra di ‘soliti noti con i soliti intenti effimeri e spreconi’ e l’affermarsi delle estreme fazioni come in Grecia, che solleva una densa (e cupa?) nebbia sul Paese del Sole.

originale postato su demata