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Somalia: l’America ci riprova

28 Dic

(tempo di lettura 4-6 minuti)

Da questa estate gli Stati Uniti stanno aumentando il proprio peso militare in Somalia e Niger: circa 3.400 unità sono di stanza a Camp Lemonnier (Gibuti), il principale hub nel continente africano, e “circa 808 militari degli Stati Uniti rimangono dispiegati in Niger.”

Quaranta giorni fa, inoltre, gli USA avevano annunciato l’invio in Somalia di un migliaio di soldati della Guardia Nazionale; lo schieramento include la maggior parte del 1° Battaglione della Guardia della Virginia e diverse unità tattiche del Kentucky.

Pochi giorni fa, il Dipartimento dell’Esercito ha anche annunciato il prossimo dispiegamento (rotazione invernale) della 10a Divisione da montagna, proprio quella che nella Battaglia di Mogadiscio intervenne per recuperare la Task Force Ranger e la squadra di ricerca e salvataggio USA accerchiate da ingenti forze ribelli, dopo l’abbattimento di due elicotteri.

Il presidente Joe Biden aveva dichiarato che gli Stati Uniti “per la prima volta in 20 anni non sono in guerra”, ma la sua stessa amministrazione ha elencato una decina di aree in cui le truppe USA sono impegnate in operazioni di combattimento contro vari gruppi militanti, tra cui la Somalia, il Bacino del lago Ciad e la Regione del Sahel.

Ad agosto scorso, la Casa Bianca ha confermato che l’U.S. Africa Command ad agosto ha condotto un attacco collettivo di autodifesa con l’utilizzo di droni contro gli jihadisti di al-Shabaab nelle vicinanze di Cammaara (Somalia).
I dati del Bureau of Investigative Journalism, un’organizzazione no-profit con sede a Londra, stimano che dal 2007 ci siano stati 200 attacchi di droni in Somalia, uccidendo tra 1.197 e 1.410 persone.

La regione del Puntland – in particolare – è contesa tra numerosi cartelli, oltre alle forze di al-Shabaab e della Puntland Security Force (PSF), come le milizie di Mukhtar Robow o di Ahmed Madobe o la Ahlu SunnaWal Jama’a. A giugno, 21 membri del gruppo terroristico Al-Shabaab sono stati giustiziati pubblicamente. Un mese fa, a Mogadiscio, un attentato di al-Shabaab contro un convoglio Onu ha causato 8 morti.

Solo lo scorso 25 ottobre 2021 – per la prima volta in più di mezzo secolo – tre distretti dello stato del Puntland hanno tenuto elezioni municipali, ma subito dopo il presidente del Puntland, Said Abdullahi Deni, ha esautorato il comandante delle Forze di sicurezza del Puntland (PSF), Mohamoud Osman Diyano.
Così, nei giorni scorsi, sono scoppiati i primi combattimenti nell’area di Bosaso tra le due fazioni con la morte di almeno 7 persone e una cinquantina di feriti: fonti ufficiali riferiscono di “migliaia di residenti sono fuggiti a causa dei combattimenti in corso in alcune zone della città, dopo che le due fazioni in guerra hanno iniziato ad usare mitragliatrici pesanti e mortai”.

Dal Puntland le tensioni si sono estese al resto della Somalia, dove le elezioni parlamentari già procedevano a rilento e – alla scadenza del 24 dicembre – solo il 10% dei deputati della Camera Bassa è stato eletto e dove proprio ieri il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo” ha annunciato la sospensione dall’incarico del primo ministro Mohamed Hussein Roble, accusato di corruzione e brogli elettorali, il quale ha rilanciato accusandolo di tentato golpe.

In questo quadro di mutato scenario regionale, che vede nell’area sia la presenza statunitense sia anche quella cinese, l’Unione Europea ha la presenza più massiva, con la Francia che ha appena rinnovato l’accordo decennale che le consente di stanziare truppe a Gibuti, la storica “Côte Française des Somalis”.
Nello specifico, l’Italia ha appena avvicendato il  2° reggimento alpini dell’Esercito di stanza a Gibuti con i fucilieri dell’aria del 16° stormo dell’Aeronautica Militare, nell’ambito della European Union Training Mission (EUTM), con lo specifico compito di contribuire all’addestramento e alla qualificazione delle forze militari e di sicurezza e la fregata Federico Martinengo ha fatto rientro ieri a Taranto dopo oltre 4 mesi di missione con la Eu Navfor Somalia (European Naval Force), operazione Atlanta, una missione europea di contrasto alla pirateria.

Demata

Donbass, l’Ucraina scalda i muscoli?

26 Dic

(tempo di lettura 4-6 minuti)

Secondo quanto riportato dal magazine di geopolitica Atlante – Treccani “mercoledì 22 dicembre l’Ucraina ha effettuato un’esercitazione militare nel Donbass, utilizzando i missili anticarro Javelin, di fabbricazione statunitense; si tratta di un’arma che potrebbe essere impiegata nel caso di un attacco terrestre su larga scala.”

Ricordiamo che nel Donbass l’Ucraina ha un ampio spiegamento di forze paramilitari, tra cui la ‘legione straniera’ del Battaglione Azov che raccoglie neonazisti di mezza Europa (fonte Newsweek) e che il 1 dicembre scorso il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito la NATO di non dispiegare truppe e armi in Ucraina, una linea rossa per Mosca che scatenerebbe una risposta forte.

Infatti, la NATO ha deciso di incrementare la disponibilità operativa della NATO Response Force (NRF), “allo scopo di garantire la protezione dei Paesi membri dell’alleanza in Europa orientale”, ma l’entrata Ucraina nel Patto Atlantico comprometterebbe ulteriormente la crisi internazionale, senza che questa abbia definito il suo conflitto territoriale con la Russia.
Inoltre, Italia, Francia e Germania tendono ad avere una relazione non ostile e sono per molte ragioni contrari a un confronto diretto con la Russia.
“Significative in questo senso le parole di Mario Draghi che ha sollecitato l’Unione Europea a «mantenere il suo ingaggio con il presidente Putin» di cui ha sottolineato «l’atteggiamento dialogante», mentre secondo Pascal Boniface, direttore dell’Institut des relations internationales et stratégiques, la Russia “non ha la minima intenzione di conquistare il Donbass”.

Quali siano le ragioni autonomistiche è presto detto da questa mappa antecedente al conflitto.

L’Ucraina è una repubblica semipresidenziale dove nel 2019 il presidente della Repubblica Volodymyr Zelens’kyj ha potuto sciogliere il Parlamento per ottenere, tramite elezioni, una maggioranza a lui favorevole, promettendo di raggiungere una crescita economica del 40% in 5 anni.
Infatti, a partire dagli anni ’90, il grande patrimonio ucraino di terreni agricoli è stato parcellizzato assegnando ai ceti medi e alle banche fondiarie governative per essere poi affittata agli agricoltori con divieto di vendita, per evitare “l’acquisto di terreni da parte di acquirenti stranieri”, come scrive il FT.

Il 17 gennaio 2020, neanche dopo sei mesi di governo, il primo ministro Oleksij Hončaruk ha affermato che Zelens’kyj “ha una comprensione molto primitiva dell’economia” ed ha presentato le proprie dimissioni: a parte le aree rurali in cui gli agricoltori diventerebbero braccianti, le privatizzazioni di Zelens’kyj prevedono la cessione a stranieri dei due principali beni statali del paese la compagnia elettrica Centerenergo, che ha due delle tre principali centrali in territorio separatista (Kharkiv e Donetsk), e l’impianto chimico Portside (Odessa).

Intanto, mentre proprio ieri più di 10.000 truppe russe sono tornate alle loro basi permanenti dopo un mese di esercitazioni vicino al confine, l’Ucraina in questi anni ha notevolmente incrementato il proprio potenziale bellico.
Infatti, l’esercito ucraino di terra vanta oltre 170.000 militari a cui vanno ad aggiungersi la Guardia Nazionale con i suoi 50.000 uomini, ed altri 10.000 miliziani stranieri del Battaglione Azov, che Denis Pushilin – leader politico della “Repubblica Popolare di Donetsk” – definisce come forze speciali, che possono anche essere coinvolte in vario modo e quindi preoccupano seriamente”.
Anche la forza aerea desta preoccupazione con le sue circa 300 unità, tra cui i droni turchi Bayraktar TB2 (inviati da Ankara per accordo bilaterale, non tramite la NATO), che sono già stati utilizzati contro postazioni separatiste.

Dunque, se i timori dei separatisti filo-russi (e della Russia) che l’Ucraina possa avviare un’offensiva confidando sull’implicito appoggio statunitense (militare e mediatico) non sono del tutto ingiustificati, si fa sempre più importante il ruolo dell’Unione Europea per estinguere questo focolaio bellico (e questa crisi energetica) ai propri confini prima possibile.

Demata

Trattato del Quirinale: che impegni comporta?

6 Dic

(tempo di lettura 3-4 minuti)

Dal 26 novembre 2021, con il “Trattato per la cooperazione bilaterale rafforzata” (link), sembrerebbe che noi italiani diventeremo tutti un po’ più francesi.

Innanzitutto, lo diventeremo nel Mediterraneo che Francia e Italia definiscono “ambiente comune”, prevedendo

  1. “iniziative comuni per promuovere la democrazia, lo sviluppo sostenibile, la stabilità e la sicurezza nel continente africano”, con il “potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea per “sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ogni qual volta i loro interessi strategici coincidano”
  2. il “coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, e sul contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare”;

Parole di pace, che – però – metteremo in atto fuori dai nostri confini con strategie per la difesa e per la sicurezza nazionale, oltre che con la cooperazione e gli aiuti internazionali, che vanno dalla “cooperazione transfrontaliera tra le loro forze dell’ordine” fino alla “collaborazione nel settore spaziale … ai fini di sicurezza e di difesa”.

La saldatura di reciproci interessi e lo sviluppo di un unico sistema italo-francese (o franco-italiano) è anche nell’economia e non solo nei rapporti con Russia e Cina, visto che Italia e Francia “sostengono il ruolo trainante dell’Unione Europea nel rafforzamento del multilateralismo commerciale, cosa che non è esattamente quel che vorrebbero i paesi anglosassoni.

Il coordinamento franco-italiano riguarda direttamente i vari ministeri coinvolti per “la strategia economica e di bilancio, l’industria, l’energia, i trasporti, la concorrenza e gli aiuti di Stato, il lavoro, il contrasto delle diseguaglianze, la transizione verde e digitale e la programmazione finanziaria“.

E si prevedono, “in un contesto di bilanciamento dei rispettivi interessi, progetti congiunti per lo sviluppo di startup, piccole e medie imprese (PMI) o grandi imprese dei due Paesi”, come anche che Italia e Francia “agiscono di concerto a livello europeo per favorire la resilienza, la sostenibilità e la transizione del sistema agricolo e agroalimentare e per la “realizzazione della doppia transizione digitale ed ecologica dell’economia europea”.

Naturalmente, il Trattato prevede anche la “cooperazione bilaterale tra le rispettive amministrazioni pubbliche … su temi d’interesse comune, in particolare la formazione, la digitalizzazione, l’attrattività della pubblica amministrazione, la parità di genere, l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro e la conciliazione tra vita personale e vita professionale”.

Oltre a quello di unificare i sistemi militari, amministrativi e produttivi, l’altro degli obiettivi essenziali è la diffusione e il reciproco apprendimento delle rispettive lingue.
Anzi, avremo una “cooperazione sempre più stretta tra i loro rispettivi sistemi di istruzione” e per “la mobilità giovanile, in particolare per l’istruzione e la formazione professionale, come anche si intensificherà “la collaborazione nell’ambito dell’industria culturale e creativa”.

Un’evoluzione che non dispiace affatto, vista la complessa situazione internazionale creatasi con il ritiro delle truppe USA dall’Afganistan e le opportunità che si stanno già dimostrando con l’assetto FCA-Peugeot e con il reattore a fusione di Enea in Francia.
Ma che ruolo avrà l’italiano medio in questo assemblaggio sovranazionale che doveva avvenire 200 anni fa?

E’ presto detto:

  • in Francia il 45% dei giovani (età 25-34 anni) ha una laurea, in Italia poco più del 20%
  • il Pil francese è di quasi 2.500 miliardi di euro, quello italiano raggiunge i 1.700 miliardi di euro
  • la spesa militare transalpina supera i 40 miliardi di euro annui, la nostra è di poco oltre i 22 miliardi
  • la Francia ha il Debito pubblico oltre il 110%, l’Italia (ben) oltre il 150%.

Demata

Covid: il 30-40 per cento della popolazione è a rischio?

9 Nov

fonti: Bild Live News Moody’s

Stanotte, in Germania, il ministro federale della Sanità Jens Spahn ha annunciato che se si va per definizione, il 30-40 per cento della popolazione è a rischio per il Covid.
Abbiamo 23 milioni di tedeschi sopra i 60 anni”, ha dichiarato il politico della CDU su “Bild live”. “Siamo un paese prospero che soffre delle malattie della civiltà: diabete, ipertensione, obesità. Tutti i fattori di rischio per questo virus, così come per molte malattie infettive.

Quando si dice ‘parlare chiaro’.
La Repubblica Federale tedesca è il paese più anziano del mondo dopo il Giappone e l’Italia.
Anche Portogallo, Francia, Grecia, Svezia, Finlandia, Olanda, Belgio rientrano tra i così detti paesi ‘super-aged’ (>20% della popolazione over65enne).

Una maggiore percentuale di persone anziane significa – in teoria, se la Società è sana – meno persone che lavorano per saziare consumi effimeri e più persone che spendono per consumi in cure sanitarie e assistenza di vario tipo. Questo è il ‘segreto’ che ha tenuto Germania e Giappone al riparo da una situazione endemica come – viceversa – in Italia.

Nel 2014, Moody’s pubblicava il rapporto demografico “Population Aging Will Dampen Economic Growth over the Next Two Decades”, preannunciando questi numeri di oggi, il 2020.
Moody’s, sei anni fa, avvertiva che le  nazioni che stavano invecchiando di più dovevano investire maggiori quantità di denaro nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie, utili per rendere più produttivi i lavoratori e per evitare il trasferimento all’estero delle attività industriali.
Non solo l’innalzamento dell’età per andare in pensione e l’immigrazione di giovani da paesi economicamente più svantaggiati.

Dunque, a differenza della Germania, l’Italia non solo offre molto meno in termini di sanità ed assistenza a chi si ammala o diventa anziano, mentre rinvia l’accesso pensionistico ma non l’invecchiamento e le malattie.
L’Italia, finora, non ha sviluppato politiche per i giovani investendo nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie, come non ha sviluppato politiche per la famiglia e per i risparmiatori, preferendo sostenere il sistema dell’intrattenimento e dei consumi effimeri.

Non è un caso che governo, governatori e sindaci siano in difficoltà: sussidiare ed agevolare chi li ha votati, illudendosi che ‘tutto ritornerà come prima’, oppure ordinare ed intervenire, per ‘evitare che domani sia peggio di oggi’?

Demata

Joe Biden: America is back

8 Nov

fonti: ISPI ECFR Milenio Reuters Adnkronos Huffpost

In politica estera “America First” di Trump sarà sostituito da “America is back” di Biden.

Joe Biden su Foreign Affairs ha ben chiarito che: “The triumph of democracy and liberalism over fascism and autocracy created the free world. But this contest does not just define our past. It will define our future, as well”.

Una delle priorità del Presidente Biden sarà un maggiore impegno con i “Gafistes” (GAFA = Google, Amazon, Facebook, Apple), per contrastare le minacce alla democrazia e la promozione di un “Summit delle Democrazie” per la tutela dei diritti umani  e della democrazia minacciati dall’ondata populista e sovranista.

Quindi, assieme ad una Netiquette adeguata a fronteggiare fake news e haters, alla nuova alleanza tecnologica fra Europa e Usa per lo sviluppo delle tecnologie 5G, agli investimenti per la bio-difesa e per il cambiamento climatico, ci sarà  un rafforzamento della  NATO e del complesso industrial-militare atlantico, come anche una ripresa delle Borse, ma avremo ancora più tensioni con la Russia, la Cina e non solo.

Infatti, riguardo la Russia, Joe Biden ha annunciato in più occasioni che la sua politica verso Mosca sarà basata sul pesante uso di sanzioni, l’espansione e il potenziamento della NATO e la creazione di un fronte democratico internazionale e si è già espresso  a favore dell’ingresso di Georgia e Ucraina nell’Alleanza Atlantica.


Contro la Cina non sarà proprio una Seconda Guerra Fredda, ma parliamo di tutela della proprietà intellettuale; contrasto all’esportazione del modello cinese a cominciare dal sostegno della Free and Open Pacific Initiative in alternativa alla nuova Via della Seta; denuncia sistemica delle massiccia violazioni dei diritti umani a cominciare da Xinkiang, Tibet e Hong Kong; denuncia del “dumping sociale” (produrre a costi bassissimi grazie all’assenza di diritti sindacali).
Per questo il presidente Biden cercherà di creare un sistema di alleanze con le democrazie dell’Indo-Pacifico (India, Giappone e Australia), accanto a Usa ed Europa, in grado di affrontare le nuove sfide militari (Quad-Quadrilateral Security Dialogue).

Quanto al primo scenario bellico mondiale, il Medio Oriente, Biden ripartirà da quanto fatto da Obama, anche se l’ambasciata statunitense rimarrà a Gerusalemme e gli Accordi di Abramo saranno ampliati e rafforzati: la sicurezza di Israele continuerà ad essere una priorità per l’amministrazione americana, mentre si cercherà di ricondurre il regime di Teheran ad un tavolo negoziale tentando di negoziare un nuovo “Nuclear Deal”.

Contro il Jihad poche basi militari permanenti e di ridotta dimensione, un uso sempre maggiore di forze speciali, intelligence e droni, accordi a tutto campo con le forze locali con un’ulteriore riduzione dei contingenti Usa in Iraq e Afghanistan.

E, come preannunciato da Biden, dovremmo attenderci la fine del sostegno americano alle operazioni militari a guida saudita nello Yemen ed una maggiore severità nei rapporti con la più grande monarchia del Golfo.

Allo stesso modo per la Turchia autoritaria di Recep Tayyp Erdogan, ‘colpevole’ di tante violazioni verso i Curdi e altre minoranze, ma anche per l’avvicinamento ai russi e per le tensioni nel Mediterraneo.

Andando allo scenario africano, gli Stati Uniti hanno come priorità il terrorismo e l’influenza cinese e russa. Probabimente, non investiranno nell’affrontare i problemi sociali, economici e di governance che contribuiscono all’instabilità in questi paesi, che più direttamente dovrebbe essere una preoccupazione europea.

In particolare, la Libia rimane una questione a bassa priorità e dall’omicidio dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens a Bengasi nel 2012 è stata considerata una bestia nera.

Dunque, anche per la Libia il team di Biden ha prospettato un disimpegno statunitense come verso le ingerenze egiziane, turche o arabe, ma anche verso le violazioni umanitarie e il deterioramento generale delle posizioni delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti nella regione.
Lo stesso avvenne in Somalia, ancora oggi nel caos.

Come per l’Arabia Saudita e la Turchia, ci si può aspettare che Biden sospenda alcuni dei grandi finanziamenti annuali degli Stati Uniti all’Egitto a causa delle violazioni dei diritti umani del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

E la Corea del Nord di Kim Jong Un?
Biden è stato molto chiaro paragonandolo ad “Hitler prima che invadesse l’Europa”, precisando che lui, da presidente, non vorrebbe mai dare “legittimità” – come invece ha fatto Trump – incontrando il leader, ma si concentrerebbe sullo smantellamento dell’arsenale nucleare nord-coreano.

Infine, c’è il fronte interno americano, a partire dal Messico e la lotta al narcotraffico.
Joe Biden ha già annunciato di voler riaprire la “collaborazione con il Messico. Dobbiamo restituire dignità e umanità al nostro sistema di immigrazione. Questo è quello che farò come presidente“, ma in cosa consisterà questo cambiamento dipenderà tutto dall’aggressività del narcotraffico messicano e dalla disponibilità statunitense ad una maggiore ispanizzazione.

America is back: si vis pacem, para bellum.

Demata

DL Sicurezza: cosa diceva il PD soltanto un anno fa?

10 Lug

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Emma Bonino Official

Un anno fa il Partito Democratico italiano lanciava strilla e strali contro il Decreto Sicurezza, che – ricordiamolo –  non fu del sol Salvini, ma del Governo Conte in toto, che lo fece politicamente proprio in Parlamento. 

E dell’amletico Governo Conte restano oggi, anche se ha cambiato alleati, visto che deve intervenire la Corte Costituzionale, prima per  il potere sostitutivo del prefetto nelle attività di comuni e province e poi per l’iscrizione anagrafica negata ai richiedenti asilo.

Un Governo Conte fermo nel girone dantesco degli ignavi, se non interviene in proprio su quell’articolo 1 del Decreto Sicurezza, che è un tale non sense persino da essere difficilmente ricorribile: avete visto mai un ministero degli interni che ha giurisdizione sui trattati esteri e/o può escludere di adempiervi autonomamente?

Il nostro Ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, …  quando si realizzano le condizioni dell’articolo 19, comma 2, lettera g) della Convenzione ONU sui diritti del mare”:
Soccorso in acque extraterritoriali e sbarco nel porto sicuro più vicino in acque territoriali … agli Esteri tocca di gestire il primo, all’Interno di garantire il secondo.

Ma cosa affermava Nicola Zingaretti, oggi leader della maggioranza, quando il PD era all’opposizione?

4 dicembre 2018 “Una misura che sembra pensata apposta per gettare il Paese in uno stato di emergenza permanente.”

7 gennaio 2019 “Due pilastri della questione sociale, sicurezza e civiltà, non devono essere messi in discussione come fa il Dl Sicurezza. Trovo che questo decreto sia un passo indietro dal punto di vista della civiltà e della sicurezza”.

11 aprile 2019 “Vogliamo aiutare i tanti invisibili creati dal decreto Sicurezza approvato dal governo”. 

11 maggio 2019 “Il DL Sicurezza bis è l’ultima pagliacciata. Stiamo parlando di salvare la vita di un essere umano per 5 mila euro.” 

21 maggio 2019 “Il decreto sicurezza vuole parlare alla paura delle persone che c’è , ma alla paura va risposto con la serietà”.

24 maggio 2019 “Multare chi salva vite umane ci riporta ad Auschwitz. Noi vogliamo l’Europa della democrazia, non quella di Auschwitz, che ripropone il disprezzo della vita”.

Anche Liberi e Uguali (LeU), un gruppo parlamentare italiano di sinistra della XVIII legislatura presente alla Camera dei deputati, fa oggi parte della maggioranza del Governo Conte, con un proprio ministro alla Salute.
Neanche Liberi e Uguali sembra oggi imbarazzato dalle norme del Governo Conte ancora vigenti nei mari italiani.

Demata

 

Covid-19 e contenimento: cosa ne pensano i Liberali?

30 Apr

Non solo Trump, ma anche i Liberali europei puntano il dito verso la Cina per la coercizione dei propri cittadini e la manipolazione delle informazioni all’estero.

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Hans van Baalen – presidente dell’Alleanza Liberaldemocratica, a cui aderiscono anche i Radicali e +Europa –  ha condannato il ‘misuse’ cinese del contenimento Covid-19 allo scopo di rafforzare il potere comunista.

E’ un fatto noto, ormai, che “l’European Union External Action Service (EEAS) ha prima ritardato e poi riscritto un rapporto sulla disinformazione e sui metodi che hanno alleggerito l’attenzione sulla Cina.

Altre organizzazioni mediatiche affidabili e apprezzate come Politico Europe e BBC News hanno riportato fatti simili“: la pressione diplomatica e la coercizione interna da parte della Cina avrebbero portato a sottovalutazioni che hanno ammorbidito la posizione dell’UE nei confronti delle campagne di disinformazione cinese nei paesi europei durante l’epidemia di COVID-19.

Il parlamentare europeo Bart Groothuis (Renew Europe) – anche lui olandese – ha lanciato un chiaro monito.

L’Unione Europea deve essere vigile e rispondere a queste ostilità.
La relazione del Servizio europeo per l’azione esterna si resoconti e la disinformazione di COVID-19 è un passo avanti. Tuttavia, le recenti accuse relative all’ammorbidimento dei contenuti su richiesta del governo cinese destano profonda preoccupazione. L’UE non può consentire a un paese esterno di influenzare le informazioni condivise.

L’UE deve trovare la sua posizione in questa nuova fase globale e ha tutto ciò che serve per combattere e dare l’esempio, ma sono necessarie unità e cooperazione di tutti gli Stati membri e poteri istituzionali liberali più forti.
L’UE può essere un leader sulla scena globale, ma deve ritrarsi come una vera Unione di stati democratici liberali che affrontano la crisi in modo collettivo, efficiente e trasparente.

Qualsiasi manipolazione o coercizione da parte di paesi terzi causerebbe un danno al processo democratico nell’UE. La nostra sovranità politica è in gioco se lo permettiamo.”

In altre parole dallo scoppio della pandemia di COVID-19, Cina e Russia stanno implementando una campagna di disinformazione globale volta a posizionarsi come leader globali e minare la fiducia nelle democrazie liberali e nelle loro istituzioni.

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La lotta contro COVID-19 è una lotta comune.
I regimi che nascondono e mascherano le informazioni non possono essere l’esempio principale, a differenza delle democrazie liberali che salvaguardano le libertà civili e condividono informazioni trasparenti ed efficienti.

Adesso, la parola passa ai vari partiti liberali d’Europa, tra cui i nostri Radicali, +Europa e PLI, anche se non è parte dell’alleanza europea dei liberali. 

La forza degli Europei sono le libertà civili e la condivisione di informazioni trasparenti ed efficienti.

Perderemo la guerra con il Covid-19 e non solo quella se anche in uno stato o una regione europei fossero ritardate e poi riscritte delle informazioni essenziali contro la pandemia.
Peggio ancora se in un qualche stato o regione europei si adottassero forme di coercizione della popolazione eccessive per nascondere le falle del sistema e cooptare il consenso.

Demata

Corona: die italienischen Regeln

12 Mar

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Die Menschen müssen das Haus nicht verlassen und müssen in ihrer eigenen Dauer bleiben, wenn nicht aus triftigen gehört.
Maximal zwei Personen im Auto, wenn nicht erledigt.

Keine Transportsperre.
Alle öffentlichen und privaten Verkehrsmittel vertreten werden.

Zivil- und religiöse Zeremonien ausgesetzt. Schulen und Universitäten geschlossen

Die Menschen können das Haus verlassen, um Lebensmittel zu kaufen und für das Nötigste.
Die Geschäfte werden immer wieder aufgefüllt. Der Warentransit ist nicht beschränkt.

Bei Symptomen einer Atemwegsinfektion oder Fieber über 37,5 ° C wird dringend empfohlen, zu Hause zu bleiben, einen Arzt aufzusuchen und den Kontakt mit anderen so weit wie möglich zu beschränken.
Es gibt ein absolutes Verbot, das Haus für diejenigen zu verlassen, die unter Quarantäne gestellt oder positiv auf das Virus getestet wurden.

Wer aus gesundheitlichen Gründen oder aus Gründen der Notwendigkeit das Haus verlässt, um zur Arbeit zu gehen, muss eine Selbsterklärung bei der Polizei ausfüllen.
Sie können mit dem Hund ausgehen, aber nur zur täglichen Behandlung seiner physiologischen Bedürfnisse und für tierärztliche Untersuchungen.

Geschäft, das offen bleiben kann:

Supermärkte, Minimärkte und Lebensmittelgeschäfte (Bäcker, Fischhändler, Metzger, Pizzastücke usw.)
Apotheken, Kräuterkundige, Parfümerien, Seifenläden, chemische Reinigungen, Zoohandlungen,
Computer-, Foto- und Optikgeschäfte
Tankstellen, Tabakhändler und Zeitungshändler
Baumarkt und alle Handwerker (Mechaniker, Tischler, Elektriker, Klempner usw.)
Büros und Fabriken

Verstöße gegen die Bestimmungen werden mit einer Verhaftung von bis zu drei Monaten oder einer Geldstrafe von bis zu 206 Euro geahndet.

Demata

Coronavirus: the Italian rules

12 Mar

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People have not to leave the house and, however, must remain in own neighborhood, if not for valid reasons.
Two people maximum in the car, if not familiar.

No transportation blocking.
All means of public and private transport operate regularly.

Civil and religious ceremonies suspended.

People can leave the house to buy food and for close necessities.
Stores will always be restocked. There is no limitation on the transit of goods.

In case of symptoms of respiratory infection or fever above 37.5 ° C it is strongly recommended to stay at home, to seek medical attention and to limit contact with others as much as possible.
There is an absolute ban on leaving home for those who are quarantined or tested positive for the virus.

Those who leave home to go to work, for health reasons or situations of necessity, must complete a self-declaration to the police force.
You can go out with the dog, but only for the daily management of its physiological needs and for veterinary checks.

Business that can remain open:

  1. supermarkets, mini markets and grocery stores (bakers, fishmongers, butchers, pizza slices etc.)
  2. pharmacies, herbalists, perfumeries, soap shops, dry cleaners, pet shops,
    computer, photo and optical stores
  3. petrol stations, tobacconists and newsagents
  4. hardware store, and all the craftsmen (mechanics, carpenters, electricians, plumbers etc.)
  5. offices and factories

Violation of the provisions is punished with an arrest of up to three months or a fine of up to 206 euros.

Demata

Irak, la mappa degli eserciti

5 Gen

In Iraq il Parlamento ha appena votato l’espulsione dal paese di tutte le forze armate straniere.
Il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi aveva dichiarato che “l’Iraq ha due opzioni“:  può porre immediatamente fine alla presenza di truppe straniere o riconsiderare la presenza delle truppe statunitensi, limitandola alla formazione delle forze di sicurezza irachene nella lotta contro ISIL.

Del resto, il generale iraniano Qasem Soleimani è rimasto ucciso per un attacco con drone statunitense sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, e con lui c’era il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene.

Ma quali sono “tutte le forze armate straniere” in Irak?

Come è facile notare, la presenza iraniana in Iraq è massiva con il Tigri a fare da spartiacque e con un campo base a ridosso del Kuwait e dell’Arabia Saudita.
La cosa non è gradita alla popolazione sunnita e – dopo giorni di proteste e dopo che manifestanti avevano dato alle fiamme il consolato iraniano – almeno 14 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza a Nassiriya, nel sud dell’Iraq.

Gli USA sono attestati sulle montagne delle provincie curde, con i turchi in retrovia, e due o tre avamposti necessari a garantire la protezione della direttrice verso la Siria e della diga di Mossul.
Nel complesso almeno 320 persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste ferite da quando sono iniziate le manifestazioni lo scorso primo ottobre contro la corruzione, la carenza di lavoro e le condizioni disastrate dei servizi di prima necessità – come l’erogazione della corrente elettrica – nonostante le grandi risorse petrolifere del Paese.

La diga di Mossul è in via di ricostruzione da parte dell’azienda italiana Trevi ed è protetta da un nostro contingente composto da 5-8 reggimenti e questo è il problema urgente.

Demata