Più Sanità per tutti, meno tasse e meno sprechi

23 Ago

Iniziamo col dirci che la Sanità pubblica italiana è tutta una questione di benzina, nel senso letterale della parola.

Percorrendo 15.000 km l’anno al consumo di 10 km per litro, un automobilista consuma 1.500 litri di carburante e versa € 1.092,60 di accise benzina (0,7284 € x litro).
Inoltre, lo stesso automobilista versa circa 400 euro l’anno per l’Iva al 22% (~ 27 cent. x litro).

In totale, sono circa 1.500 Euro l’anno che vanno dritti dritti per pagare il Servizio Sanitario Regionale, la così detta Sanità Pubblica.
In totale stiamo parlando di quasi 45 miliardi di euro annui che gli altri stati usano per la sicurezza delle strade e del territorio e per i servizi sociosanitari locali.

E non bastano. Infatti, ogni anno dalla quota Iva che va a Regioni e Comuni vengono impegnati un’altra quindicina di miliardi di euro, che altrove diventano – invece – sostegno alle imprese, allo sviluppo e alla cultura.

Un sistema di finanziamento inaccettabile, se ricordiamo che parliamo anche delle aborrite accise, balzelli medioevali giustificati solo dal carattere d’urgenza e temporaneità.
Una previsione di bilancio puntualmente improbabile, dato che si fonda sui consumi di carburanti che da Kyoto in poi vanno a limitarsi (-5% in un anno).
Iniqua, dato che un servizio ‘universale’ a ben vedere lo pagano i soliti noti (gli ‘utenti’), che … più sono tenuti in colonna a passo d’uomo e più versano all’erario per la Sanità Pubblica.

Ma non finisce qui, perchè i paradossi vanno ben oltre.

Il primo è che la Costituzione prevede che i lavoratori siano assicurati per la malattia (art. 38) e che è dal 1974 che dette ‘assicurazioni’ sono affidate provvisoriamente alle Regioni. Essendo trascorsi quasi 50 anni, vorremmo capire, fosse solo perchè ormai è materia storica.
Il secondo è che un automobilista con molto meno di 1.500 euro l’anno può permettersi una buona copertura assicurativa per malattia, infortuni, chirurgia e assistenza domiciliare per se e, con tot euro extra, per tutta la propria famiglia.
Il terzo è che gran parte di questi soldi finiscono alle Facoltà Mediche, mentre altrove sono Fondazioni a gestire i servizi ospedalieri. La principale differenza è che le prime investono in nuovi posti di lavoro, le seconde in infrastrutture e attrezzature.

Tanto per far un esempio, i sessantamila residenti fissi di Ischia contribuiscono al Servizio Sanitario Regionale molto di più di chi abita al centro di Napoli, sia perchè il costo (e l’iva) dei beni s’impenna per via del trasporto in mare sia perchè vi è un maggior consumo di carburanti rispetto a chi ha 3 metro e 5 bus sotto casa. Eppure gli ischitani non hanno i servizi sanitari di Napoli e neanche quelli di Campobasso, senza parlare del fatto che non pochi sono assicurati privatamente, visto che per curarsi spesso devono viaggiare.

Andando dalle entrate alla spesa, cioè alla Politica, le accise carburanti – nella maggior parte – servono coprire la spesa data dagli stipendi medio-alti del personale sanitario pubblico. Ed almeno un terzo dell’Iva che versiamo finisce nel calderone dell’Assistenza sociosanitaria regionale, che spesso deve attendere le donazioni per dotarsi di attrezzature più moderne.

Wikispesa offre un quadro abbastanza dettagliato della bizzarria con cui vengono spesi i nostri soldi.

“I costi per la pulizia dell’ospedale Cardarelli di Napoli erano più del doppio rispetto a quelli emiliani del Sant’Orsola e rappresentano il record a livello nazionale. Al De Lellis di Catanzaro la sola spesa per le utenze telefoniche è il triplo di altri ospedali italiani (2.782 euro contro 910 a posto letto). Tra il Careggi di Firenze e il Niguarda di Milano – a parità di dimensioni – vi è una differenza di dieci volte per quanto riguarda il costo dell’elettricità (6.737 euro contro 604 a posto letto). All’Umberto I di Roma sono necessari più di 500 mila euro per ogni letto utilizzato, mentre al San Matteo di Pavia ne bastano 380 mila.

Per medici e infermieri al San Giovanni/Addolorata di Roma la spesa per posto letto è di 172 mila euro contro i 140 mila di Padova, ma lo stipendio del personale pubblico è uguale in tutt’Italia.”

Dunque, quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità, ci penserei attentamente se fossi un lavoratore o anche semplicemente un automobilista. Anzi, ci penserei comunque.

E se fossi ‘giovane’ non mi sorprenderei a scoprire che fino a qualche anno fa i lavoratori italiani versavano il 9,9% del reddito per l’assicurazione sanitaria e che proprio qualche anno fa, entrando in Europa, ci fu fatto presente che lo Stato (e la Regione) non possono fare gli assicuratori.
Così nacque il dedalo delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, il trasferimento del prelievo dai redditi alle imposte e accise, un intero comparto assicurativo finito nelle mani delle giunte regionali, un intero settore professionale ridotto a pubblico impiego.

Quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità pubblica, pensiamoci davvero bene … e diamo un’occhiata a quanto costa e cosa offre una buona assicurazione privata. Magari, scopriamo che ci garantisce anche più democrazia e meno corruzione.

E chi non può permetterselo?
La Costituzione garantisce l’assistenza agli indigenti e agli invalidi. Non sono questi i servizi in discussione, nel caso andassimo a liberalizzare il comparto assicurativo, e non è quel poco che va ai ‘bisognosi’ il carico maggiore tra tutte le tasse che paghiamo.

Demata

Consumo alcolici in pubblico: otto domande da conoscere

22 Giu

Negli Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Russia e Polonia, Spagna e Canada bere per strada è generalmente vietato.
Il resto dei paesi occidentali hanno norme che consentono che vietano o consentono di vietare il consumo di alcolici in determinati luoghi pubblici (centri storici, stazioni, sale da gioco, in prossimità di scuole o chiese).
Tutti sanzionano severamente chi vende alcolici ai minori dell’età fissata (da 14 a 21 anni a seconda dei casi).
Tutti autorizzano l’uso ‘moderato’ della forza (contenimento e fermo)  da parte di polizia e sanitari verso gli ubriachi, che – a tal punto – rischiano di esser perseguiti per resistenza a pubblico ufficiale.

Nessun ordinamento si sogna di considerare tutto questo un qualcosa di repressivo.

La Spagna (nonostante divieti appositi), l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e la Germania sono particolarmente tolleranti verso il consumo di alcolici in pubblico, perchè questo ‘vizio’ sostiene una bella parte dell’industria agroalimentare e del settore intrattenimento.

In buona parte della Scozia e a Belfast, come in alcune zone urbane dell’Inghilterra, si sente ancora oggi l’effetto di leggi tradizionali (under the Edinburgh by-law) e il consumo in pubblico è sottoposto a limitazioni notevoli. Negli Stati Uniti, è normale che i cassieri chiedano la carta d’identità ad ogni giovane acquirente. In alcuni Stati, non solo è vietato il consumo in pubblico, ma è anche vietato ai minori di stare seduti allo stesso tavolo di altre persone mentre bevono alcol, se non di entrare nei locali.

Gli oppositori del consumo in luoghi pubblici ritengono che permetterlo provocherebbe maggiore consumo, binge drinking, violenza, insicurezza. I favorevoli al consumo in luoghi pubblici ritengono che non è l’alcol a creare problemi, ma le condìdizioni sociali.

Le persone di buon senso si pongono domande svariate, alcune ‘di destra’, altre ‘di sinistra’, altre non si sa. Solo domande che attendono risposte.

  1. Sul tabacco esiste una campagna ossessiva e sulla cannabis sussistono preclusioni religiose, ma – allora – perchè l’alcol viene così tollerato, anzi talvolta ancora consigliato dopo i pasti’?
  2. Quali sono le terribili condizioni sociali che spingerebbero alla violenza e al binge drinking, persone che hanno la disponibilità finanziaria per acquistare frequentemente notevoli quantità di alcolici?
  3. Come è possibile che il nostro sia l’unico Paese al mondo dove nessun minorenne osa presentarsi alla cassa per comprare alcol, se nessuno di noi ha mai visto un cassiere chiedere un documento?
  4. Per quale motivo gli interessi di alcuni commercianti e di alcuni produttori di alcolici devono prevalere su quelli di tanti residenti,di tanti imprenditori e di tante famiglie del tutto ostili al consumo di alcolici per strada?
  5. Come far intervenire in una piazza piena di ubriachi una pattuglia o un’ambulanza o tutte e due, in caso di necessità per un malore, ad esempio, od una rissa?
  6. Come garantire la sicurezza degli ubriachi e di chi è con loro in caso di incendio, disastro, calamità, panico e atti criminali vari?
  7. Fa più male fumare dieci sigarette  o un paio di spinelli in un giorno oppure bere come minimo due litri di vodka ed una decina di birre ogni week end? E quale dei tre ‘vizi’ costa di più a chi lo ‘ama’ e al resto della società?
  8. Il consumo diffuso di alcol – specie se in pubblico, cioè social – è un deterrente o un facilitatore dell’uso di droghe che danno forte e rapida dipendenza? E quanti giovani under-30, tra quelli recidivi per reati violenti e/o determinati da futili motivi, sono anche forti bevitori?

Demata

Il nesso tra Matteo Renzi e Consip

21 Giu

Carlo Cottarelli – il commissario alla spending review voluto da Enrico Letta – aveva come obiettivo l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi, raccontava il Fatto Quotidiano.

Enrico Letta aveva adempiuto per quanto possibile, durante i 10 mesi di governo, avviando l’aggiornamento della banca dati dei Fabbisogni Standard presso le varie amministrazioni coinvolte.

Dopo di che è arrivato Matteo Renzi e Consip ritornò in auge, anzichè spingere per completare i descrittori e i parametri dei ‘costi standard‘.

Finito il Governo Renzi, scoppiano a catena gli scandali Consip. Intanto, stiamo ancora a far statistiche, per qualcosa – il giusto prezzo – che qualunque mercante sa definire senza troppe storie.

Il bello di questa storia è che, se i costi standard non sono ‘esattamente’ applicati, quel che è vigente è il fabbisogno standard.

E il fabbisogno standard è il criterio a cui ancorare il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali (art. 11, comma 1, lettera b) della legge delega).

In poche parole, chi spende o spande per mantenere lo status quo finisce comunque in un mare di debiti e chi gli succederà non potrà rinnovare ed ottimizzare, perchè avrà i bilanci bloccati per molto tempo.

Infatti, Roberto Maroni, il Governatore della Lombardia, durante l’inaugurazione della struttura d’eccellenza Villa San Mauro nel giugno 2013, incalzava Berlusconi: “affinché il Governo applichi i costi standard in sanità. Abbiamo fatto un calcolo, dal quale emerge che, se tutte le Regioni italiane applicassero il rapporto costi/prestazioni che c’è in Lombardia, risparmieremmo 30 miliardi di euro, 1/3 degli interessi del debito pubblico. Perché noi riusciamo a farlo e gli altri no?”

Bella domanda, da girare ai Governatori Zingaretti, De Luca e Crocetta del PD.
Grazie Governo Renzi.

Demata

La triste situazione delle malattie rare nel Lazio spiegata alle associazioni dei malati

20 Giu

Nella regione del Lazio ci sono il Ministero della Salute, la Commissione Sanità del Parlamento, fior di Facoltà Mediche, sedi nazionali delle principali istituzioni sanitarie e associazioni dei malati e dei consumatori.

Nel Lazio ci sono circa sei milioni di abitanti e, così, se anche una malattia fosse talmente rara da vedere un caso ogni 50.000 individui, staremmo parlando di 120 pazienti, cioè abbastanza per riempire un ospedale, se si ricoverassero tutti insieme, o far funzionare u ambulatorio a ciclo continuo, se parliamo di patologie che richiedono controlli e/o consulenze e/o aggiustamenti farmacologici ‘almeno una volta al mese di media’, cioè frequenti.

Le malattie rare sono tutte croniche: alcune stabili nel tempo o degenerative, come le ‘normali’ malattie croniche, alcune altre con esacerbazioni e remissioni nel tempo, perchè di origine metabolica, come, ad esempio, per il diabete (malattia cronica) e l’emocromatosi o la porfiria acuta (rare).
La differenza sta tutto nella loro rarità, cioè nel fatto che sono meno note ai medici, pochi ospedali e unità sono motivate ad occuparsene, c’è poco interesse a sviluppare i farmaci, i ‘pochi’ malati scompaiono nella folla di quelli con patologie più diffuse, anche se dovesse capitare che una patologia rara comporta rischio per la vita ed una più diffusa crea – magari – solo problemi cutanei, e … c’è scarsa attenzione della politica interessata al consenso e dei media alla ricerca di scalpore.

Così, nel Lazio (e forse non solo nel Lazio) è accaduto e sta accadendo qualcosa di incredibile, se consideriamo che siamo nella Capitale di uno degli Stati più avanzati del mondo, antica patria di medici e scienziati.

Nel Lazio non si sono accorti – politici, burocrati, associazioni – che le patologie rare non si possono gestire come fossero delle ‘normali’ patologie croniche e che, preso in carico il paziente per la diagnosi e per prescrivere le cure, si sia risolto il problema, come nel caso delle patologie croniche ‘normali’, per le quali ci sono ospedali e specialisti e bizeffe.

E finisce che, in Regione o alla Camera, si convincano che … serva solo un po’ di assistenza sociosanitaria, magari per erogare un farmaco o per un accompagno, cosa facile a farsi – anche con la coperta corta – se i malati sono migliaia, impossibile se si è l’ultimo della fila, perchè raro, cioè solo.

Ovviamente, essendo spesso rare e pure metaboliche, ai pazienti come ai medici di base o agli specialisti servirebbe sapere dove rivolgersi per le cure, cioè la gestione clinica, che … potrebbe non esserci, se anche a Roma e nel Lazio non vengono istituiti i Centri e/o i Presidi come previsti nei termini dati dal Decreto Bindi sulle Malattie Rare.
Anzi, addirittura nel decreto relativo agli Istituti presso i quali vengono dislocati i vari malati rari neanche si distingue quali siano centri di cura o quali meramente diagnostici, come non si sa quali operino in rete e per omogeneità clinica o dove sono allocate le sedi per i piani individualizzati di assistenza sociosanitaria.

In due parole, sembra che nessuno – nonostante i malati in difficoltà non scarseggino – si sia accorto che la ‘presa in carico’ presso un’unità diagnostica è cosa molto diversa dal sapere chi sia preposto alle ‘cure appropriate’ o dove recarsi per l’assistenza necessaria. Per questo i malati non sanno dove andare e non si trova un buco per collocarli …

Infatti, media ed associazioni, come politici e strutture mediche, continuano a gestire oltre 100mila malati rari come fossero casi singoli e come se bastasse un gettone o un progetto e non un riferimento stabile.
E, non a caso, la riforma per le malattie rare in fase di approvazione alla Commissione della Camera dei Deputati non contiene parole come ‘cure’ o ‘terapie’ …

Già … stiamo parlando di potere, poltrone e soldi, cioè di centinaia di posizioni apicali su indirizzo politico e di oltre 60 miliardi di euro che l’Erario spende per finanziare ospedali regionali, policlinici universitari e Terzo Settore, con buona pace di chiunque non rappresenti almeno qualche migliaio di voti potenziali.

Demata

Regione Lazio commissariata, malati rari costretti al pronto soccorso

17 Giu

Le porfirie acute sono un disordine del metabolismo noto fin dall’antichità, che comporta un difetto nella biosintesi di un componente del sangue (eme), con conseguente accumulo di sostenze neurotossiche che causano sia dolore e stasi addominale, sia sintomi cardio-neurologici. “Possono essere coinvolti tutti i componenti del sistema nervoso periferico e centrale. Nelle crisi gravi e prolungate, è frequente la neuropatia motoria, che può condurre a una vera e propria tetraplegia. L’interessamento bulbare può causare un’insufficienza respiratoria. L’eccesso di catecolamine generalmente causa irrequietezza e tachicardia. Un’ipertensione labile, con valori di pressione arteriosa transitoriamente elevate, può causare modificazioni vascolari progressive che, se non trattate, portano a un’ipertensione irreversibile. Raramente le aritmie indotte dalle catecolammine causano morte improvvisa. L’insufficienza renale nella Porfiria acuta è un processo multifattoriale; l’ipertensione acuta (che può sfociare nell’ipertensione cronica) è probabilmente uno dei principali fattori precipitanti” (Manuale Merck for Professionals – 2017)

La legge italiana, a riguardo è chiara (D.M. Sanità – 18 maggio 2001, n. 279): servono Centri interregionali, che “assicurano il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati” ed i Presidi della Rete “sono individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare”.

Centri interregionali sia per concentrare il riferimento dei malati rari presso specialisti appropriati e di provata esperienza sia per abbattere i costi di staff. Presidi adeguatamente dotati perchè v’è rischio per le funzioni vitali e perchè stiamo parlando di metabolismo e neurointossicazione endogena.

Nel caso delle porfirie acute non c’è dubbio: serve un internista (gastroenterologo, epatologo, ematologo), serve un ambulatorio per evitare che le esacerbazioni confluiscano in un attacco acuto, serve un pronto soccorso, servono consulenze per eventuali copatologie, un ricovero protetto in caso di necessità ed un tot di medicina del lavoro, visti la disfunzionalità intermittente e lo stress lavoro correlato.

Invece, Roma – cioè la Regione Lazio – ha optato fin da principio per individuare dei meri Centri di riferimento ‘per la diagnosi e la presa in carico’, senza specificare se trattasi di unità diagnostiche o ‘finalizzate alle cure’ e – non di rado – riconfermando realtà antecedenti al 1994.

Al di là delle spontanee riflessioni su quanto una tale rete potesse essere obsoleta (se non ancora esistente/efficiente) o di quali costi aggiuntivi derivino dall’operare con parametri diversi da quelli nazionali, nel caso delle porfirie acute si è continuato a seguire il desueto criterio di eziopatogenicità con le porfirie cutanee, cioè destinando pazienti affetti da gravi sindromi del metabolismo con neurointossicazione endogena e seri rischi per la salute presso … un ospedale specialistico (dermatologico – oncologico) privo di servizi per l’emergenza, cioè il Pronto Soccorso.

Dal 2010, con il pervenimento di un paziente con frequenti attacchi ricorrenti, diagnosticato dopo ben 30 anni dai primi sintomi, è emersa in tutte le sue carenze l’esigenza di “idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi servizi per l’emergenza”.

Cosa sia accaduto a seguire è presto detto,almeno per gli aspetti più eclatanti:

  • per un anno quel malato ha ricevuto infusioni di emoderivati nello stessa Unità dove venivano praticate salassoterapie per i pazienti di porfiria cutanea tarda, nonostante il Documento di Unità Operativa non prevedesse profilassi ambulatoriale per le Porfirie Acute;
  • ha dovuto attendere dal 2009 al 2012 – allorchè recatosi in un Centro interregionale fuori del Lazio – per ottenere la certificazione utile a tutelare lo stato di salute (grave invalidità > 74% e gravità, riconosciute per sentenza) e la situazione lavorativa (sorveglianza sanitaria della CMV), perdendo praticamente tutti i benefits garantiti fino al 2011 per effetto della Riforma Fornero;
  • dal 2014 ha ‘subito’ quasi 300 infusioni di emina, a fronte di prescrizioni – per tre anni consecutivi da 2014 al 2016 – del Centro interregionale cui fa capo, che ne indicava la riduzione da tre ad una sola prestazione quindicinale, nonostante un sempre maggiore accumulo marziale per emoinfusione, tre cateteri impiantati, ‘consumati’ e rimossi, un’infezione batterica perdurata per lungo tempo ed gestita solo dopo febbri continue e antibiogrammi privati.

Finalmente, nel 2015, una speranza: il Commissario ad Acta e Governatore della Regione Lazio emette il Decreto DCA 387-2015, ) allo scopo di attuare il “criterio di omegenità clinica, anzichè eziopatogenica”, per adempiere al “Piano Nazionale per le Malattie Rare” approvato dalla Conferenza Stato Regioni il 16 ottobre 2014.

Finalmente, essendo ormai nota questa situazione, emergerà la carenza e si perverrà a soluzione?
No. Incredibilmente, il decreto mantiene la presa in carico di persone affette da una seria sindrome del metabolismo con rischio cardiologico e neurologico … presso un ospedale dermatologico-oncologico privo di pronto soccorso, solo perchè ivi esiste una comprovata esperienza diagnostica e terapeutica riguardo le porfirie … cutanee … a ribadire il criterio di eziopatogenesi e con buona pace della clinica …

valori iper PBG

Peggio ancora, sia nel 2015 sia nel 2017, in coincidenza della richiesta di chiarire chi fosse lo specialista di riferimento e che si adottassero le indicazioni del Centro interregionale a ridurre l’apporto infusionale in funzione della sintomaticità con corrispettiva gestione ambulatoriale, due note e qualificate strutture ospedaliere romane gli cessano le cure ambulatoriali con ridottissimo preavviso, indirizzandolo al Centro regionale di riferimento, che non era strutturato per la funzione di presidio già nel 2009 e – comunque – non rispondeva al ‘criterio di omogenità clinica’, cioè per l’appropriatezza delle terapie.

Da marzo e nell’attuale, questo paziente non ha altro che recarsi settimanalmente al Pronto soccorso per ricevere le infusioni di profilassi, privo persino di accesso venoso ed ormai con vistosi danni alle braccia e alle mani, dato che i farmaci sono aggressivi, senza possibilità di aggiornare il piano con riferimento locale al Centro interregionale cui fa capo, anche se  esposto a serio rischio per la salute visti i tre accessi in emergenza, di cui uno in codice rosso.

Eppure, il Centro – già da molti anni – avrebbe potuto/dovuto essere autorizzato ad operare in rete con una struttura dotata di riferimento internistico e di pronto soccorso. Come anche … la Regione Lazio avrebbe potuto chiedersi quali fossero gli standard minimi /essenziali per una malattia di tale portata e – soprattutto – il Commissario ad Acta, per i poteri esecutivi di cui è dotato, poteva/doveva intervenire almeno da marzo scorso.

Non resta che chiedersi – visto che a Roma ci sono tanti sanitari competenti e di Buona Volontà – se la Regione Lazio deciderà di attuare la norma nazionale anche per le porfirie acute. Anzi, che si deciderà a garantire i servizi essenziali e d’emergenza, visto che da ieri il Centro di riferimento è rimasto senza reagenti ed ha comunicato la sospensione della diagnostica, come anche – da un momento all’altro, se non già in fieri – si potrebbe concretizzare un serio danno alla salute del malato.

esaurimento kit diagnostici porfirie acute

Questi sono i risultati del mostruoso conflitto di interessi dato dal conferire alla Politica, alle Regioni, il ruolo di amministratore delle assicurazioni di malattia previste dall’articolo 38 della Costituzione, specie se – poi – si nomina lo stesso Governatore anche Commissario ad acta e senza istituire un assessorato per le ‘Politiche sanitarie’, così inficiando l’accesso, il dibattito, la trasparenza.

Demata

Come riconoscere un ‘politico’ incompetente o corruttibile

15 Giu

Un consigliere comunale è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire innanzitutto sicurezza, diritto allo studio, servizi sociali, mobilità e infrastrutture a piccoli centri e – soprattutto – a territori popolati da milioni di persone che lavorano.

Un consigliere regionale è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire assicurazione sanitaria ai lavoratori e agli indigenti, formazione professionale, infrastrutture per rifiuti, acqua, energia e mobilità, supporto alle imprese.

Un deputato o un senatore è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire leggi eque, competenti, applicabili e comprensibili a chiunque, finalizzandole innanzitutto alla sicurezza e alla coesioe sociali, specie quelle relative alla Spesa e al Bilancio dello Stato, ai Trattati o Concordati che l’Italia si assume l’onere di rispettare, alle procedure ed ai tempi della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Dunque, riconoscere un ‘politico’ incompetente o corruttibile è facile.

Infatti, il modello anglosassone / mitteleuropeo implica che in campagna elettorale, come nei periodi di ‘pace’, partiti, politici e settori collegati (media, welfare e PA) non facciano altro che parlare dei bisogni dei cittadini e delle proprie proposte a riguardo.

Un politico che non ci espone proposte per Lavoro, Sanità, Servizi, Spesa e Regole, NON si sta occupando di Politica, bensì solo di Carriera e/o di Potere.

Senza proposte concrete e conti alla mano per Lavoro, Sanità, Servizi, Spesa e Regole, è evidente che il ‘politico’ – allorchè sarà in poltrona – non andrà ad occuparsene, se non per questioni di Carriera e/o di Potere.

Quanto denaro buttato al vento produce un ‘politico’ che non ha idea di come funzioni la Pubblica Amministrazione e/o quali sono gli standard tecnici e procedurali, che dovremmo avere alla pari delle nazioni con cui ci interfacciamo maggiormente, come Germania e/o Francia?

A cosa serve un ‘politico’ che non sa quanto costano e come funzionano Lavoro, Sanità, Servizi e Spesa? Se non si occupano del tuo Lavoro, della tua Salute, del tuo Ambiente, dei Servizi che ti servono, della tua Spesa, EVITALI.

Demata

P.S. Se i Partiti e le Elezioni non pongono al primo posto gli interessi sostanziali degli elettori (Lavoro, Salute, Servizi, Ambiente, Mobilità, Sociale), vanno a votare solo i cointeressati pezzi di apparato e di lumpenproletariat.

La Classe Media fa paura: studia, socializza, propone …

Sanità: il disastro dei Commissari ad acta

13 Giu

La Costituzione italiana (art. 38) prevede che i lavoratori siano assicurati per malattia, invalidità e vecchiaia, non – viceversa, come normato ‘provvisoriamente’ nel 1974 – che le Regioni debbano sostituirsi al comparto assicurativo in condizioni di monopolio, vertendo su un enorme leva fiscale, producendo una notevole spesa pubblica, legiferando limiti alla libera scelta dei malati e/o la concorrenza delle aziende sanitarie.

Nel 2007, circa 30 anni dopo, dopo le Casse e le Mutue di allora, anche le Regioni (e specialmente alcune) si sono trovate non poter più sopportare costi e sprechi in uno scenario – successivamente emerso – di incoffessabili nepotismi politici e di abnormi regolamenti ed appalti sanitari.

La soluzione fu notoriamente anomala con il Commissariamento ad acta affidato allo stesso Governatore regionale la cui Giunta si era dimostrata incapace di intervenire adeguatamente.

Dieci anni dopo, nel Lazio, dove si è finora perpetuata questa modalità di gestione, assistiamo al profondo conflitto di interessi, oltre che alla sostanziale impotenza del cittadino / contribuente / paziente / elettore, e – soprattutto – alla superfetazione sistemica e la complessità di monitoraggio dei risultati, derivanti dall’essere la Regione praticamente tutto ed il contrario ditutto.

Infatti, nel settore sanitario, oggi la Regione Lazio è:

  1. luogo di rappresentanza civica e democratica,
  2. ente di governo politico,
  3. pubblica amministrazione erogatrice e autoritativa,
  4. assicuratore ai sensi dell’art. 38 della Costituzione,
  5. concessionario e datore del personale dei propri siti sanitari ceduti in gestione alle ASL,
  6. appaltatore di servizi e forniture,
  7. cofinanziatore dei servizi sociosanitari comunali,
  8. partner di enti universitari e fondazioni,
  9. commissaria di se stessa.

Un conflitto di interessi intrinseco alla soluzione ‘provvisoria’ del 1974, che pose nelle mani dei politici e delle lobby sanitarie il 9,9% del reddito di chi lavora e dovrebbe essere assicurato.

Un conflitto che la Riforma del Titolo V ha reso ‘istituzione’, determinando l’assicurazione sanitaria universale gestita dalle Regioni a carico di Iva, Irperf e Accise, ma anche che non vi fossero poteri sostitutivi verso quelle che – facenti funzione del comparto assicurativo – risultassero inadempienti, disorganizzate, corrotte, sprecone, anomale.

Un conflitto di interessi ancor pù accentuato dalla rinuncia della funzione politica, coincidente con l’affidamento della funzione commissariale al Governatore, da ormai dieci anni nel Lazio, senza delega dell’Assessorato alla Salute e senza il corrispettivo dibattito consiliare o mediatico.

Rinuncia alla funzione politica ed eclisse del confronto democratico, ma soprattutto ulteriore dissesto sanitario e finanziario: quel che decide il Commissario ad acta per il piano di rientro del Lazio di concerto con le direzioni sanitarie del Lazio, senza alcun confronto politico o mediatico, rappresenta il gettito degli aborriti Ticket e dell’Imposta regionale sul reddito, ma anche la metà del sovrapprezzo sulle merci causato dall’Imposta sul valore aggiunto e delle Accise sulle benzine … degli italiani.

Il tutto, magari, vantando per qualche anno bilanci regionali e monitoraggi di qualità ottimistici, mentre i debiti delle Aziende Sanitarie scorporate arrivano ad un miliardo e passa di euro, il rapporto medio medici-infermieri resta di 1 a 2 (invece di 1 a 3 come normale), il tempo medio dei Pronti Soccorsi è ampiamente superiore alle 12 ore, i tempi di prenotazioni da Recup avevano superato i sei mesi, quasi tutti gli interventi chirurgici non sono programmati, ma in urgenza.

Vogliamo sospendere il dibattito politico e consegnare la nostra Salute ad “un uomo solo al comando” anche a Napoli e in Campania? E vogliamo che i lavoratori, cioè i contribuenti – invece che da Casse e Mutue – debbano dipendere dalle decisioni del Governatore regionale di turno e delle lobby del personale sanitario?

Demata