Tremiti: capitali stranieri in fuga

10 Feb

La società anglosassone di diritto irlandese Petroceltic ha deciso abbandonare il progetto di esplorazione (e trivellazione) di fronte alle coste di Vasto (Abruzzo) e Termoli (Molise) ed Emiliano, il governatore della Puglia esulta per la “grande vittoria” …

I motivi? Sono “trascorsi 9 anni dalla presentazione dell’istanza” ed è necessaria “un’ottimizzazione strategica, tecnica ed economica dell’intero portafoglio italiano, a seguito dei ripetuti cambiamenti della normativa italiana di settore”.

Intanto, è bene sapere che l’Italia ha oltre 200.000 chilometri quadrati potenzialmente destinabili ad attività di ricerca ed estrazione di gas e greggio, ma che, a fine aprile 2013, solo 22.452 chilometri quadrati di mare erano sfruttati con 22 permessi di ricerca di idrocarburi, 104 piattaforme di produzione (di cui 80 produttive), da cui nel 2012 erano stati estratti oltre 3 milioni di barili di greggio e poco più di 6 miliardi di metri cubi di gas.

Come è importante sapere che l’Italia ha già trivellazioni, pozzi e coltivazioni nell’Adriatico, dalla Romagna all’Abruzzo, e che ancor più prevede di impiantarne la Croazia, proprio di fronte alle Tremiti, e la Grecia (a ridosso del nostro Mar Jonio).

Dunque, il petrolio che può arrivare sulle nostre coste o isole è già tanto e lo estraiamo già da tanto tempo.
Resta da chiedersi se il govrnatore pugliese – prima di annunciare la propria ‘grande vittoria’ ai colleghi molisani ed abruzzesi – sia stato informato delle concessioni già in corso.

Adriatico Petrolio Trivelle Esplorazioni

Demata

Borse giù: gli errori e le prospettive

9 Feb

Ormai è chiaro a tutti: il parlamento dei quarantenni – dal 2013 ad oggi – non è riuscito a portarci fuori dalla Crisi. Anzi, potrebbe averla aggravata.

Padoan, ministro dell’Economia e, soprattutto, delle Finanze, cerca di rassicurare mercati, famiglie ed investiri con il solito “quest’anno il debito calerà” … peccato che lo sentiamo dire dal giorno stesso dell’Unificazione italiana.

E se il debito cresce ogni anno, ormai sappiamo tutti che il problema sono quel 37% di spesa pubblica per rendite pensionistiche dei lavoratori che di norma non fanno bilancio pubblico e che anche questa legislatura non ha cessato decine di migliaia di aziende ed enti pubblici del tutto inutili od in folle perdita da decenni.

Dunque, i mercati e gli stati esteri sono vivamente preoccupati dall’estate scorsa nel constatare che è il 2016 e nulla si è fatto in Italia per riequilibrare il bilancio pubblico, mentre ripresa e crescita mondiale ritornano in stato comatoso.
Allo stesso modo, sono seri i dubbi che il già iniquo, sprecone e costoso Welfare italiano possa sostenere l’impatto (e la spesa) di milioni di nuovi arrivi.

Ma, per ridurci in queste condizioni, sono stati necessari alcuni gravi errori governativi nel settore finanziario:

  1. il crack di Banca delle Marche, Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti è stato scaricato sul sistema bancario per quasi 4 miliardi di euro, di cui due erogati dal Fondo di risoluzione  e altri 2 miliardi arrivano da una linea di credito attivata da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi, nella speranza di riuscire a recuperare negli anni successivi almeno una parte dei fondi erogati attraverso la vendita delle aziende risanate o di parte dei loro asset.
    E, con un salasso del genere, tutto questo si traduce in minore disponibilità finanziaria per le aziende produttive che avranno bisogno di un fido e … per le politiche sociali e di crescita dal governo.
  2. negli stessi giorni, il Fondo strategico italiano (Cassa depositi e prestiti) rileva da ENI  il 12,5% del capitale di Saipem e sottoscrive l’aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro, nell’ambito del nuovo piano strategico della società. Poi, salta fuori che Saipem attingerà dal sistema bancario finanziamenti per 4,7 miliardi di euro, di cui 3,2 miliardi serviranno a rimborsare i crediti residui verso Eni e che l’interruzione del progetto South Stream  ha comportato per Saipem un ‘danno’ corrispettivo di oltre 750 milioni.
    Intanto, con l’entrata di FSI (Cassa depositi e prestiti) e l’annuncio di aumento di capitale le azioni erano state collocate a 7 euro ed oggi valgono la decima parte se non meno.
  3. e più o meno contemporaneamente, Consob poneva paletti alla privatizzazione di Poste Italiane, che – con Enav e tant’altre ‘imprese pubbliche’ tra cui Inps e FS – attende la quotazione in borsa da anni ed anni.
  4. un paio di mesi dopo, Renzi annunciava che la diga di Mosul «è seriamente danneggiata e se crollasse Baghdad sarebbe distrutta. L’appalto è stato vinto da un’azienda italiana».
    Anche in questo caso il popolo dei risparmiatori /azionisti investiva sul titolo e le azioni di Trevi Group schizzavano da 1,075 € del 15 dicembre a 1,82 € del 30 dicembre; oggi sono intorno a 1,2 € pur avendo vinto la maxi commessa da 2 miliardi dollari.
  5. sempre sul finire del 2015, ENI presentava al Senato il piano di ENI riguardo lo sfruttamento dell’enorme  giacimento di gas scoperto alla fine di agosto di fronte alle coste egiziane. Grande entusiasmo finanziario e politico, siamo contenti per ENI, ma è ancora da capire quanto di quel gas arriverà davvero in Italia e in Europa visto che l’Egitto è un paese assetato di energia, senza parlare di contese territoriali (il giacimento è ‘quasi’ off shore) e di scombussolamenti politici in Egitto o (come nel presente) di crisi diplomatiche con l’Italia.

Intanto, quali siano i risultati di questa legislatura sono tutti in un grafico.

1_livelloPIL

L’Italia è ritornata ai livelli del 2000 ed è dal 2012 che non si vede ripresa del PIL, solo una frenata nella caduta. Intanto, rispetto al 2000 c’è l’euro anzichè la liretta ‘fai da te’, l’11 settembre neanche ptevamo immaginarcelo, c’è il 15% in più di pensionati e l’età media degli occupati in alcuni settori supera ormai i 50 anni.

Intanto, l’agenda politica è focalizzata sulla riforma del Senato, sulle nozze gay e sulle improponibili candidature di tanti aspiranti sindaco, mentre abbiamo bruciato non si sa quante risorse, che potevano andare a risanare bilanci pubblici anzichè privati.

E, se sei mesi fa l’agenzia internazionale Fitch confermava il rating dell’Italia a BBB+, avvertiva anche che “l’Italia altamente esposta a potenziali shock avversi” per il debito, per il rapporto deficit /Pil, per la “meno ambiziosa” riforma della spesa pubblica, per la solvibilità garantita solo grazie ai risparmi delle famiglie e ad “un sistema delle pensioni sostenibile” (sic !).

Come anche son quasi 3 anni che il secondo partito, i Cinque Stelle, non spinge per le riforme che servono e che languono nelle Commissioni, mentre Renzi riconferma l’antica regola (violata dal PSI di Bettino Craxi) che non si governa bene o affatto, se si è nella doppia veste di premier e segretario di partito.

Dunque, non sono le amministrative o il referendum costituzionale nè l’esigente Europa quello che deve preoccupare Renzi, il suo partito e la sua generazione: i prossimi bollettini di rating arriveranno prima delle elezioni.

Servirebbe che il governo mettesse in calendario le norme su pensioni e privatizzazioni che attendono nelle varie commissioni e che – emendate al meglio – fossero sostenute anche dalle opposizioni. La Grecia con i suoi quarantenni ‘soli al governo’ è finita con un indebitamento maggiore e condizioni peggiori: questo dovrebbe insegnarci qualcosa.

Demata

Istituto per il commercio estero: dare ai ricchi levando ai poveri

7 Feb

L’Istituto per il commercio estero (ICE) era stato soppresso dal governo Berlusconi e pochi mesi dopo resuscitato da Mario Monti, in quota al ministero dello Sviluppo Economico guidato da Corrado Passera, con (in teoria) 300 dipendenti ed un consiglio di amministrazione di 5 membri.

Dopo meno di due anni, il redivivo ICE finiva sulle pagine di Linkiesta (2012/06/14): “anche a non voler prestare ascolto alle accuse di assunzioni pilotate, personale gonfiato a dismisura e preparazione inesistente, i numeri parlano chiaro. Le cifre del “Piano Performance 2011-2013” evidenziano che nel 2010 sono stati spesi «54 milioni di euro per il 2010 di risorse per il finanziamento del piano di attività promozionale» e «79 milioni di euro per il 2010 di risorse per il funzionamento dell’ICE», con 679 dipendenti sparsi in 115 uffici in 86 Paesi, con una retribuzione media annua di 43mila euro.

Oggi, ad anni di distanza l’ICE esiste ancora e continua ad assumere, con nuovi scandali che si aggiungono ai precedenti.

C’è la strana storia dei 19 dipendenti di Buonitalia per chiamata diretta e poi assunti da ICE senza concorso e con una retribuzione superiore a quella dei propri dipendenti, grazie alla legge di stabilità 2014 che autorizza le assunzioni in sovrannumero, mentre c’erno 107 vincitori di concorso in attesa di posti disponibili.

E dato che ICE resisteva, dopo qualche tempo, un giudice del lavoro ha condannato l’Ice a pagargli anche gli arretrati, perchè «le norme hanno sì previsto una procedura selettiva di idoneità», ma «temporalmente e logicamente successiva al trasferimento».
Prima si assumono e poi si verifica che siano adeguati.

L’incredibile accade dopo, quando nessuno degli ex dipendenti di Buonitalia ha superato il concorso.
Giustizia fatta? Non ancora … perchè i dipendenti ex Buonitalia ricorrono al TAR del Lazio.

Oggi, ci troviamo a leggere sul Corriere della Sera che “si stenta a credere che un giudice possa cancellare una «procedura selettiva» per l’assunzione in un ente pubblico a causa delle prove troppo dure. Eppure al Tar del Lazio è accadutoche la selezione sia stata particolarmente rigorosa è attestato dal mancato superamento da parte di alcuno degli ex dipendenti di Buonitalia spa della selezione ivi contestata, il che appare un esito alquanto anomalo”.

E prendiamo atto che dal 2010 ad oggi l’ (ex soppresso) Istituto per il commercio estero è costato al Bilancio dello Stato quasi mezzo miliardo di euro se non di più, mentre solo dopo cinque anni dalla crisi il nostro ministero del Lavoro inizia a cercare ‘spiccioli per i poveri’ … che tanto sono – a confronto dell’ICE e di altri enti simili – i 320 milioni di euro promessi di recente dal Governo Renzi. Per non parlare dei salvataggi miliardari di banche, casse ed istituti …

Quanta miseria e quanta tragedia avremmo alleviato in questi cinque anni, solo mantenendo la soppressione dell’ICE decisa nel 2010?

Demata

Pensioni possibili se … Cinque Stelle le vota

6 Feb

Cinque Stelle sta dimostrando di essere un movimento ‘dal basso’ e non solo ‘telematico’ e se sceglierà candidati sindaci di alto profilo e un gruppo di tecnici che li assista come assessori, il movimento fondato da Grillo e Casaleggio potrebbe affermarsi non solo nella provincia, ma anche nelle realtà urbane complesse.

Allo stesso modo, tra pochi mesi – o per la crisi in cui annaspiamo o perchè Renzi dovrà agire pressato dal de-rating e dal dissenso –  i Cinque Stelle dovranno iniziare a spiegarci anche loro a menadito cosa intendono fare per pensioni, diritto allo studio e alla salute più la giustizia, ergo se vogliamo stare in Europa per davvero oppure ritornare ad essere ‘appendice geografica’.

Infatti, l’Italia continua ad aumentare il proprio debito, nonostante i tagli e le tasse di Tremonti, Prodi, Monti e Renzi. Dunque, anche con tutti gli sprechi del mondo, il problema non è solo nelle falle del sistema, ma soprattutto nella stessa struttura di bilancio dello Stato, che è regolata da norme risalenti alla seconda metà dell’Ottocento.

Riguardo le pensioni, in questi anni i Cinque Stelle non hanno mai affrontato la questione, limitandosi agli esodati (della scuola), ai lavoratori precoci (di Ntv e Trenitalia), al ripristino del Fondo per i lavori usuranti. Stop.

Dunque,  i Cinque Stelle hanno operato finora come se la riforma Fornero avesse danneggiato poche decine di migliaia di anziani e non, come è nei fatti, milioni di malati invalidi e lavoratori senior con almeno trent’anni di contribuzione, più le loro famiglie …

E’ come se i Cinque Stelle dimenticassero che all’ordine del giorno (in Parlamento come sui posti di lavoro) abbiamo:

  1. (dal 1992) la ‘flessibilità’ in uscita e il superamento del sistema ‘a ripartizione’ che scarica sul futuro gli errori del passato , tra cui il dibattito sindacale sullo ‘scalone’ (2009)
  2. (dal 1994) le normative e tutele inappropriate  per quanto riguarda gli ‘invalidi’, cioè quel 30% di lavoratori over55 con almeno due malattie croniche e salute ‘non buona’, secondo Istat e persino l’Inps,
  3. (1999) i referendum radicali di Marco Pannella per l’abolizione del prelievo forzoso del 9,9% del reddito per l’assicurazione sanitaria
  4. (dal 2001) la libera concorrenza nel comparto assicurativo e superamento del “monopolio di Stato” rappresentato da Inps e SSN
  5. (dal 2004) l’esclusione di migliaia di malattie rare dall’elenco dei punteggi invalidanti, con la conseguenza che molti pervengono al requisito di invalidità solo a seguito di effetti lesionali causati da queste patologie
  6. (dal 2011) l’esclusione dei periodi salatamente riscttati dal computo della precocità lavorativa e l’esclusione del riconoscimento previdenziale ‘a partire dalla nascita’ per le malattie congenite (escluse sordità e cecità) .

Soprattutto, come il PD di Renzi, i Cinque Stelle non vedono che proprio le pensioni costituiscono il ‘buco’ nei conti pubblici e la ‘palla al piede’ dei vincoli  di cui il furbo Matteo incolpa l’Europa:

  1. le pensioni dei lavoratori rappresentano più di un terzo della spesa in bilancio dello Stato, praticamente metà del PIL annuo,
  2. in qualunque nazione, contributi e rendite dei lavoratori non hanno niente a che vedere con i bilanci pubblici
  3. secondo leggi italiane e sentenze europee, queste somme (oltre 200 miliardi di euro) sono versate ed erogate dall’Inps che non è lo Stato bensì un ente assicurativo come Generali o Lloyds.

Se delle pensioni se ne occupasse per davvero e solamente il sistema previdenziale in libera concorrenza, il nostro debito scenderebbe dal 132% in incremento a circa il 95% in decremento, i nostri Titoli di Stato andrebbero a ruba, tutte le banche ritornerebbero in salute, la Giustizia troverebbe il metodo per rendere i processi brevi e la legge certa e prevedibile, ci sarebbero i soldi per creare lavoro e consumi finanziando istruzione, sicurezza, difesa, ambiente e welfare, giovani, donne, malati …

In Parlamento c’è una legge onesta proposta da un uomo onesto, Cesare Damiano, l’hanno firmata fior di parlamentari e attende di essere votata dal lontano 2013. Non è il toccasana, ma almeno avvierebbe la transizione e, soprattutto, l’attendono tutti i lavoratori over50 e le loro famiglie.

Va bene che Damiano è del PD, ma è anche antirenziano e sono vent’anni che batte questo tasto.
Cosa aspettano i Cinque Stelle ad appoggiarla?

leggi anche Pensioni flessibili: perchè il PD non vuole?      Cosa si aspetta davvero da noi l’Europa?

Demata

Cosa si aspetta davvero da noi l’Europa?

5 Feb

Se l’Europa «festeggia» il suo quarto anno fuori dalla crisi, per l’Italia è il sesto anno che la Crisi incombe su tanti.

La nostra crescita è tornata con il segno più solo nel 2015 (+0,8%), l’ inflazione ancora sull’orlo della recessione con un +0,1% del 2015, Intanto, il PIL medio della UE vede un +1,9% quest’anno e +2,1% l’anno prossimo, mentre il nostro raggiungerà un misero +1,4% tra quest’anno (+1,4%) e il prossimo anno.

Una ripresa ‘annunciata, ma non pervenuta’ che ha dato qualche segno positivo solo grazie alla disponibilità delle famiglie ad incrementare i consumi dopo il calo dei tassi d’interesse e del prezzo del petrolio, oltre ad un punticino di minore pressione fiscale.
Se lo o,5 a molti può sembrare poco, ricordiamo che in 4 anni – parlando di soldi e di imprese – lo stacco progressivo dagli altri paesi UE in crescita potrebbe risultare anche al 10% …

Non potrebbe essere altrimenti, se la spesa pubblica è aumentata dell’1% nel 2015 – nonostante i pesanti tagli e oneri che subiamo – e aumenterà di tanto anche nel 2016.
Risultato? Il deficit è stimato in crescita all’1,5% così come il debito pubblico al 132,4%.

E le cose non andranno meglio se il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, sull’economia dell’Eurozona avvisa che «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate, in particolare in Russia, Brasile e Cina, dove vediamo un rallentamento progressivo e controllato» e Marco Buti, direttore generale della Direzione Affari economici della Commissione Ue sottolinea che «l’arrivo di un numero senza precedenti di migranti» nel territorio dell’Ue ha prodotto un «sorprendente rialzo» della spesa pubblica.

Dunque, abbiamo perso il treno della ripresa. E’ un fatto.
Ma perchè?

Certamente una classe politica, burocratica e mediatica di ‘letterati’ anzichè di ‘tecnici’ non è di grande aiuto per uscire da una crisi rapidamente, come non ci aiuta che gran parte della popolazione non abbia conseguito gli studi superiori e peggio ne viene la nostra mentalità che ci impone di ‘sempre tollerare e mai esigere’ da queste persone.
Sarà per questo che i cervelli solitamente scappano all’estero o comunque non vengono non vincono i concorsi nè vengono candidati o eletti.

Ma il vero guaio sta altrove: pensioni (37,85%), sanità (13,39%), pubblico impiego (13,66%) che superano il 55% della spesa totale equivalente ad oltre il 70% del PIL annuo.

Spese che rappresentano una seria anomalia in un bilancio statale:

  1. le spese di Amministrazione Generale (pubblico impiego) sono del tutto eccessive, se consideriamo che costa più dell’Istruzione (7,61%) e la Difesa (2,42%) messe insieme. O si taglia l’amministrazione oppure è evidente che sottofinanziamo scuole e sicurezza, come le cronache confermerebbero;
  2. le pensioni che vertono direttamente sul bilancio statale – per norma internazionale e generale – dovrebbero essere solo quelle ‘sociali’ o ‘per salute‘, mentre quelle che derivano da contribuzione da lavoro sono da affidarsi a public companies o privati in regime di concorrenza, come l’Europa avrebbe sentenziato per l’Italia e l’Inps da molto tempo ormai. A parte c’è un sottostima dell’effettivo invecchiamento dei lavoratori – cioè flessibilità – nella previsione delle riforme Amato-Dini e l’errore di rivalutazione in euro per le pensioni più alte,ma … un istituto privato non avrebbe mai potuto arrivare ad una tale distorsione
  3. anche per la sanità vige la stessa norma internazionale … fu per questo che Romano Prodi cercò di ‘trasformare’ i nostri policlinici e le nostre USL in aziende ‘private’. Sappiamo anche come è finita … ma pochi sanno che il prelievo del 9,9% dal reddito costa ad ognuno molto di più (ben 220 euro mensili per chi guadagna la miseria di 25mila lordi)  di quanto spenderebbe in USA per una assicurazione salute-vita.

In parole povere, se collocassimo le pensioni e la sanità nelle ‘caselle giuste’, come per miracolo il nostro debito scenderebbe dal 132% in incremeno a circa il 95% in decremento, i nostri Titoli di Stato andrebbero a ruba, tutte le banche ritornerebbero in salute, la Giustizia troverebbe il metodo per rendere i processi brevi e la legge certa e prevedibile, ci sarebbero i soldi per creare lavoro e consumi finanziando istruzione, sicurezza, difesa, ambiente e welfare …

Ah già, dimenticavo, allo stato attuale spendiamo l’1,34% per la Cultura e i servizi ricreativi, lo lo 0,9% all’Ambiente, 0,65% per lo Smaltimento rifiuti e 0,15% per le Telecomunicazioni (nel 1996 la spesa era dello 0,55%) … per questo intere cittadine sono senz’acqua, abbiamo munnezz e degrado ovunque, ogni tanto frana qualcosa, i giovani hanno solo le movide per incontrarsi e su internet la presenza istituzionale è risibile.

Come salvare l’Italia, visto che dopo quattro anni di ripresa altrui, «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate» e tra poco arriva qualche de-rating disastroso?

Rifomando le pensioni e la sanità in modo da poter, poi, riformare il comparto assicurativo e liberare il bilancio pubblico da spese improprie.

Mettere i conti a posto – iniziando almeno ad iscrivere le somme nelle ‘caselle giuste’ – questo è quello che l’Unione Europea si attende da noi dal 2010, mica il salvataggio delle banche e delle caste che Mario Monti e parte del PD stanno attuando in nome dell’Europa.

Ed era il 1999 quando Marco Pannella con i Radicali propose i referendum su sanità, sostituto d’imposta e pensioni”, dato che la misura era già colma allora.
Ovviamente i referendum furono boicottati dalla partitocrazia mediatica e non raggiunsero i quorum.

Quella fu la prima occasione di cambiare l’Italia con un voto per gli attuali quarantenni. Chissà se se lo ricordano oppure dovranno ricordaglielo i mercati tra qualche mese?

Demata

 

Pensioni anticipate e precoci: tutti in pressing per la Riforma Damiano

1 Feb

Oggi, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, intervistato da Roberto Mania – La Repubblica, continua a rifiutarsi di legiferare: “il tema delle pensioni è molto delicato e sensibile. Il governo ha assunto l’impegno di verificare e ragionare sul capitolo delle flessibilità in uscita. Manteniamo questo impegno. Ma nel merito parleremo solo quando avremo proposte precise”.

Eppure, è dal 30 aprile 2013 che all’esame delle Camere c’è il ddl 857 (Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico) – elaborato dal sen. Cesare Damiano ed altri esponenti dei diversi partiti in Parlamento – che propone i prepensionamenti a 62 anni per tutti ma con 35 anni di anzianitàà contributiva e l’8% di decurtazione sul trattamento previdenziale nonché la pensione con la formula Quota 41 per i lavoratori precoci, che nonostante 40 anni di anzianità contributiva non hanno oggi diritto al trattamento previdenziale.

Infatti, l’art. 38 della Costituzione italiana ordina che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”

Con il termine ‘invalidità’ si intende la “riduzione, congenita e/o acquisita, delle capacità fisiche o mentali”, mentre la vecchiaia è una “età della vita, caratterizzata da progressivo decadimento organico”. In Italia – secondo i dati Inps-Istat i lavoratori over 55 anni affetti da almeno due patologie croniche è oltre il 30%.

Attualmente per questi lavoratori – obbligati a permanere al lavoro per un’altra decina di anni od a licenziarsi – non sono previsti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita, come non lo sono per gli esodati ed i disoccupati.

Una spoliazione gravissima dei diritti costituzionali … e non è vero che “non si può fare perché l’Europa non vuole”: il Fiscal Compact ci obbliga solo alla quadratura di bilancio, sta al Governo presentare una legge finanziaria, sta  al Parlamento esaminarla e votarla, come al Presidente sottoscriverla per vidimarla, se compatibile con ‘tutti’ gli obblighi costituzionali – vedi art. 38 – e non solo con quelli dell’art. 75 sul bilancio pubblico.

“Il 2016 – ha ribadito oggi sul social network Cesare Damiano – deve essere l’anno della flessibilità delle pensioni. Anche Renzi lo ha promesso”. A dire il vero, anche l’anno scorso, durante l’esame della legge di Stabilità 2015, il premier aveva rassicurato i lavoratori …

Facciamo presto che iniziando oggi non li manderemo in pensione prima del 2018.

Demata

Pensioni flessibili: perchè il PD non vuole?

1 Feb

L’art. 38 della Costituzione italiana ordina che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”

Con il termine ‘invalidità’ si intende la “riduzione, congenita e/o acquisita, delle capacità fisiche o mentali, mentre la vecchiaia è una “età della vita, caratterizzata da progressivo decadimento organico”. In Italia – secondo i dati Inps /Istat – i lavoratori over 55 anni affetti da almeno due patologie croniche sono oltre il 30%.

Attualmente per questi lavoratori – obbligati a permanere al lavoro per un’altra decina di anni od a licenziarsi – non sono previsti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita, come non lo sono per gli esodati ed i disoccupati.

Una spoliazione gravissima dei diritti costituzionali e, dunque, appare davvero incomprensibile la dichiarazione pubblicata oggi – 1 febbraio 2016 – in cui il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, intervistato da Roberto Mania – La Repubblica, continua a rifiutarsi di legiferare: “il tema delle pensioni è molto delicato e sensibile. Il governo ha assunto l’impegno di verificare e ragionare sul capitolo delle flessibilità in uscita. Manteniamo questo impegno. Ma nel merito parleremo solo quando avremo proposte precise”.

Eppure, la Consulta Costituzionale ha rigettato i referendum sulla riforma Fornero delle pensioni non perchè insussistenti, ma solo perchè qualche furbastro era riuscito ad inserirla nella legge di bilancio, che, secondo l’art. 75 della Costituzione, non può essere abrogata con referendum.

Dunque, prima dei muscoli (di cartone) alla Merkel, il Governo (e soprattutto il partito) di Matteo Renzi dovrebbe almeno spiegarci perchè non vuole porre rimedio al disastro delle pensioni italiane.

Infatti, Mario Monti potrebbe non entrarci un bel nulla, se l’11 novembre 2011, nel Discorso di insediamento al Senato, tranquillizzava tutti: “negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso l’età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi.

La ‘doccia fredda’ arrivò a reti unificate per voce di Elsa Fornero – ex consigliere comunale di centrosinistra a Torino – il 4 dicembre 2012: “La riforma previdenziale che presentiamo segna la fine di un periodo in cui le pensioni erano viste come un trasferimento dello Stato in maniera un po’ arbitraria. Ora tutti devono capire che il meccanismo con cui si fanno le pensioni è il lavoro. Vogliamo reintrodurre una flessibilità e incentivi per proseguire l’attività lavorativa. Il pensionamento sarà consentito da un’età minima, che è stata alzata a 62 anni per le donne con una fascia di flessibilità che va fino ai 70 anni. Non ci sono più le finestre: l’età minima degli uomini è di 66 anni”.

La ‘flessibilità’ aveva cambiato verso e il nuovo significato era ‘posticipo’ … ma quali partiti e quali ideologie avevano prodotto una così scandalosa inversione di rotta del governo?

L’attacco – prima ideologico e poi ‘generazionale’ – all’accesso alla pensione di tanti italiani da parte di quel che è oggi il Partito Democratico  ebbe inizio molto tempo fa, quando  con la ‘sua’ Riforma pensionistica Giuliano Amato introduceva il sistema contributivo (a ‘capitalizzazione’), ma mantenendo il pregresso sistema retributivo a ‘ripartizione intergenerazionale’, insostenibile con il calo gemografico e l’invecchiamento della popolazione.

Inoltre, alle pensioni di vecchiaia si aggiungeva una specie ‘atipica’, cioè la pensione di ‘anzianità con 35 anni di contributi, che già nel 1995 richiedeva correttivi con la Riforma Dini apposita, che fissava il giusto riposo del lavoratore a 57 anni con 40 anni di versamenti.
Purtroppo, nessuno ebbe il coraggio di includere in quelle norme delle tutele apposite per i lavoratori con tanti anni di contribuzione ed in condizioni di salute ‘non buone’, ovvero la ‘flessibilità’, che rimase senza regole come abbiamo scoperto con la Riforma Fornero.

E che l’attacco alle pensioni sia stato un progetto di governo ben preciso, lo dimostrano – oggi – i quotidiani del 29 giugno 2009, quando si accese il dibattito tra Enrico Letta e i sindacati, da un lato, e Massimo D’Alema e Walter Veltroni dall’altro:

  • Enrico Letta al Festival dell’Unità: “Il rapporto Ocse sulle pensioni chiama l’Italia a scelte che non si possono più procrastinare: l’innalzamento dell’età pensionabile legato alla libertà dell’individuo di scegliere quando andare in pensione. La logica deve essere più a lungo lavori e più guadagni, prima vai in pensione meno guadagni”
  • Massimo D’Alema alla platea della festa CGIL di Serravalle Pistoiese:  “Paghiamo 3 milioni di pensioni a persone che hanno meno di 60 anni e il livello medio di tali pensioni è considerevolmente più alto rispetto a quello che paghiamo a chi ha oltre 65 anni. Dare una pensione sotto i 60 anni, mediamente di 1.200 euro al mese, a persone che continuano a lavorare, rappresenta una concorrenza sleale alle nuove generazioni sul mercato del lavoro”.
  • Guglielmo Epifani, segretario CGIL, su La Repubblica: “E’ vero che i giovani e le pensioni basse sono due priorità, ma io non le contrappongo alle pensioni di anzianità e non parlerei di privilegio per un operaio che lavora 35 anni e va in pensione con 1000 euro al mese. Avrei un’ altra idea di privilegio: cioè che vadano colpite le caste anche del sistema politico”.
  • Walter Veltroni, intervistato a Tv7 da Gianni Riotta: “C’è uno squilibrio molto forte del sistema pensionistico e questo squilibrio deve essere fronteggiato con una ingente quantità di risorse. C’è una trattativa in corso con i sindacati, ma l’aumento dell’età pensionabile è assolutamente obiettivo”.

Riepilogando,

  • l’aspetto ideologico fu quello di tutta una generazione di presunti evergreen, cioè “reintrodurre incentivi per proseguire l’attività lavorativa” (Fornero),
  • il problema finanziario fu scegliere se salvare le banche (Cassa Depositi e Prestiti) o le pensioni (Inps) o tutt’e due … dato che lo squilibrio finanziario del sistema pensionistico esistente nel 2009 doveva essere “fronteggiato con una ingente quantità di risorse” (Veltroni). Sappiamo tutti com’è andata …
  • la questione politica nel PD di governo è – oggi – laconica, se non del tutto silente: “nel merito parleremo solo quando avremo proposte precise” (Poletti).

Eppure, è dall’aprile del 2013 che il ddl 857 all’esame della commissione Lavoro della Camera – elaborato da Cesare Damiano (anche lui del PD) ed in rappresentanza, a differenza del governo, di tutto il Parlamento – propone i prepensionamenti a 62 anni per tutti ma con 35 anni di anzianità contributiva e l’8% di decurtazione sul trattamento previdenziale nonché la pensione con la formula Quota 41 per i lavoratori precoci.
Inoltre, non è vero che “non si può fare perché l’Europa non vuole”: il Fiscal Compact ci obbliga solo alla quadratura di bilancio, sta al Parlamento votare una legge finanziaria compatibile con ‘tutti’ gli obblighi costituzionali.

Perchè il Parlamento e – soprattutto – il Governo non si affrettano a vararla?

E, quando si andrà a votare, a quale Pd credere?

Demata

 

 

 

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