Sanità: le colpe delle associazioni e dei sindacati

13 Gen

Il caso dei malati curati in terra a Nola fa sorgere spontanee delle domande.
Ad esempio, come fa un dirigente medico a garantire efficienza per i malati e come fa a richiedere il necessario alla Regione, se non conosce a menadito la norma sui rimborsi SSN ed il “prezzario” allegato?

Bella domanda eh? Ce ne sono di peggiori …

Come si fa a gestire le ‘nuove’ malattie se – ad esempio – tutto quello che si è imparato è ‘il fegato’, quello dell’Empirismo ottocentesco, ma non il Citocromo CYP450 che ne è la ‘centralina’?
Peggio, come si fa a gestire le ‘nuove’ malattie, se sindacati e associazioni difendono a spada tratta ospedali obsoleti e unità operative antiquate?

E perchè nei monitoraggi non viene, innanzitutto, verificato che nei siti di cura vi sia affisso bene in vista il contratto di lavoro del personale sanitario, il corrispettivo disciplinare, l’elenco delle prestazioni offerte, i corrispettivi costi ripartiti tra regione, Stato e utenti, le modalità di reclamo e di verifica?

Andando all’origine del problema, come si fa a garantire la terzietà delle Università, se le Facoltà mediche la fanno da padrone, superfetando per personale, risorse, appalti ed entrature?

Dulcis in fundo, perchè mai chi viene eletto con l’appoggio delle lobby sanitarie (medici, sindacati e terzo settore)  dovrebbe, poi, ricordarsi delle altre categorie professionali e, soprattutto, dei cittadini malati ?

Come fidarci delle associazioni (o dei sindacati) se non rivendicano costantemente l’esigenza di informare i medici che ‘scienza e coscienza’ non hanno NULLA a che vedere con opinioni o religioni, bensì richiedono un’ETICA fondata sul metodo, ergo su protocolli certi e terapeuti in rete?

E, soprattutto, chi riuscirà mai a far capire ai nostri sindacati ed a certi partiti che il malati son tutti DIVERSI, mica tutti uguali … mica dei numeri.

Demata

Vincenza Sicari, olimpionica, vittima della Sanità

13 Gen

sicari_2005Vincenza Sicari, 37 anni di base a Roma, azzurra alle Olimpiadi di Pechino 2008, dal 2014 vaga tra i reparti ospedalieri di 15 città senza ottenere diagnosi e – soprattutto – cure adeguate.

Claudio Mariani, primario all’Ospedale Sacco e ordinario di Neurologia all’Università Statale di Milano, per tentare un percorso curativo, scrive al ministro della Salute suggerendo un consulto di specialisti indipendenti e di alto livello che «mettano fine al girovagare della paziente». Consulto mai effettuato.

Viceversa, a fronte di “un percorso tortuoso documentato da migliaia di pagine di cartelle cliniche” – riporta il Corriere della Sera –  “alcuni dei medici che hanno avuto in cura la Sicari puntano invece con decisione su una diagnosi psichiatrica, attribuendo a questa la paralisi.
Tre trattamenti sanitari obbligatori le sono costati la riforma dall’Esercito e la perdita del posto di lavoro.

«Darmi della malata psichiatrica — spiega Sicari — per molti è la soluzione più comoda. Una matta va internata. E mentre io mi consumo nel letto, nessuno prova invece a curarmi».
 
Ecco l’ennesima malata  per la quale, non essendo in grado neanche di organizzare un consulto, la sanità pubblica romana preferisce optare per l’insanità mentale e – salvo la Federazione italiana di atletica leggera che la affianca – non c’è un’associazione per i diritti di qualcosa che se ne faccia portabandiera. Come, del resto, accadde anche dinanzi ad un caso gravissimo come quello di Lamberto Sposini.

A quando le associazioni rivendicheranno l’esigenza di informare i medici che ‘scienza e coscienza’ non hanno NULLA a che vedere con opinioni o religioni, bensì richiedono un’ETICA fondata sul metodo, ergo su protocolli certi e terapeuti in rete?

E quando le associazioni vorranno prendere atto che salvaguardare reparti ed ospedali stutturati “per apparati” equivale a negare l’apertura degli indispensabili centri di cura per i milioni di pazienti ‘rari’ che soffrono di ‘nuove malattie’ a base metabolica e/o neurologica?

Agire come se i pazienti fossero numeri (che lo facciano enti o associazioni cambia poco) è molto peggio che curare i malati in terra come a Nola …

Demata

A proposito di Verhofstadt

10 Gen

Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt si laureò in giurisprudenza nel 1975 e, subito dopo, si dedicò alla carriera politica.
Consigliere comunale a 23 anni (1976), deputato a 25 anni, presidente del Partito della Libertà e del Progresso (PVV) a quasi 30 anni. Un giovane decisamente ambizioso, cresciuto – però – nelle Fiandre ed affermatosi in Belgio, molto lontano da quella che è la realtà quotidiana di tanti europei.

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Dopo quindici anni di nomine e poltrone varie, nel 1999, Verhofstadt diventa Primo ministro di una coalizione tra liberali, ecologisti e, soprattutto, socialisti.
La cosa durò fino al 2007, con la sconfitta alle elezioni legislative e con Verhofstadt dimissionario, con il Belgio travolto dagli scandali. Tra i più famosi, quello della rete pedofila di Dutroux, dei crolli bancari di Dexia e Fortis, dei fondi neri della Marina militare belga (sic!) …

Cosa ci si poteva mai aspettare, dopo un decennio di una così innaturale alleanza tra liberali e socialisti?

Così, come tanti altri prima di lui, Guy Verhofstadt comprende che il suo percorso politico in patria si è esaurito. Eletto parlamentare europeo, nel giro di pochi mesi lo ritroviamo presidente dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) e fondatore del Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea.

Un assertivo europeista e garantista, molto critico nei confronti di Vladimir Putin, nel 2014 viene candidato dall’ALDE a Presidente della Commissione europea nelle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

Così accadde che Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt fosse a Roma, il 4 marzo 2014, per la presentazione della Lista Alde, “Scelta Europea”, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica e frutto del rassemblement di 13 movimenti.

Riporta formiche.net che c’erano in tanti, tra cui “Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini. … Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti … c’era Andrea Romano, ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. … A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde … è stato Romano Prodi con un video messaggio.” (fonte formiche.net)

Cosa concludere dinanzi ad una tale eterogenità, se non che l’elettorato di Monti, Prodi, Zanetti, Fare, PLI, Federalisti, Centristi laici e Conservatori sociali sia sostanzialmente lo stesso, salvo trovare il modo di superare la diaspora dei salotti liberali italiani?

Del tutto, come sappiamo e come prevedibile, non se ne face nulla, salvo un bel flop elettorale, ma nessuno si sarebbe aspettato che – pur di avere una forte visibilità in Italia – si andasse a corteggiare i populisti antieuropei e giustizialisti, dopo aver aggregato socialisti e ‘cristiano sociali’ …

Incredibilmente, il 4 gennaio 2017 la Rete iniziava a diffondere voci di un accordo in corso: “Alde e M5S condividono i valori centrali della libertà, dell’uguaglianza, della trasparenza”.

Ma il 9 gennaio successivo Guy Verhofstadt era costretto a fare marcia indietro: “Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.

La domanda di oggi è questa: Guy Verhofstadt è ancora il capoguppo dell’ALDE, ma lo sarà ancora domani o dopodomani? Quanto l’immagine dei liberali in Italia è stata danneggiata dalle due iniziative di Verhofstadt? Dove va l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa?

Demata

Reddito di base: una soluzione liberale

8 Gen

Arriva il gelo e chi più esposto muore.

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Subito decollano i confronti con i circa 1.000 euro al mese (30 € circa al giorno) erogati per i profughi stranieri, dimenticando le decine e decine di miliardi – prelevati dai nostri redditi e dai nostri consumi – che spendiamo per il settore socio-sanitario ‘privato’ (enti morali, aziende o società che siano) … quali sono Inps, onlus e policlinici universitari fino alla (certamente benerita) Caritas.

Eppure, dal mondo liberal sono emerse, da oltre cinquant’anni, non poche proposte di reddito di base, tra cui – ad esempio – quella di Friedrich von Hayek.

“Pochi metteranno in dubbio che soltanto questa organizzazione [dotata di poteri coercitivi: lo Stato] può occuparsi delle calamità naturali quali uragani, alluvioni, terremoti, epidemie e così via, e realizzare misure atte a prevenire o rimediare ad essi”.

Per questa ragione, appare del tutto evidente “che il governo controlli dei mezzi materiali e sia sostanzialmente libero di usarli a propria discrezione” … “vi è ancora – scrive Hayek – tutta un’altra classe di rischi rispetto ai quali è stata riconosciuta solo recentemente la necessità di azioni governative, dovuta al fatto che come risultato della dissoluzione dei legami della comunità locale e degli sviluppi di una società aperta e mobile, un numero crescente di persone non è più strettamente legato a gruppi particolari su cui contare in caso di disgrazia.
Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani – cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare”.

Successivamente, James Meade – nella sua nota analisi della compatibilità degli obiettivi di piena occupazione ed equilibrio della bilancia dei pagamenti, da tenere strettamente separate all’incontrario di come facciamo noi – elabora il concetto di “dividendo sociale”, ipotizzando che, in una società dal lavoro sempre più scarso, parte dei proventi del reddito personale non avrebbero più potuto essere coperti dal reddito da lavoro, proponendo pertanto un nuovo modello socioeconomico che include tra i suoi istituti anche un dividendo sociale, e cioè un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini.

Nel 1985 La Revue Nouvelle belga pubblica un numero monografico sul tema del reddito di base dal titolo “Une reflexion sur l’allocation universelle”, proponendo l’alleggerimento della legislazione sul lavoro, l’eliminazione del limite di età pensionabile e la sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito che fosse da solo sufficiente a coprire tutte le esigenze standard di una persona single.
Incredibile a dirsi, ma proprio questo modello è considerato incostituzionale dalla sinistra e dai sindacati nostrani …

Ma, se il settore sociosanitario ‘così com’è’ rappresenta un bacino di consenso primario per il PD ed i sindacati come per i Cinque Stelle, quel che non si comprende davvero è perchè il Centrodestra e – soprattutto la Destra – dimenticano del tutto la soluzione liberista del ‘reddito di base’, in un paese in piena deriva populista, con milioni di poveri e di sottoccupati, mentre l’economia stenta ad uscire dall’inviluppo della stagnazione e dell’overflow pubblico.

Stato Minimo: alleggerimento della legislazione sul lavoro, eliminazione del limite di età pensionabile, libera assicurazione dei lavoratori, sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito di base !
 
Demata

Salviamo Roma: il Comune FUORI dalle società partecipate

6 Gen

Tutti sanno che il parere dei revisori è ‘prescrittivo’, come lo è il Piano di Rientro, ecco cosa Roma doveva, deve e dovrà rispettare ed attuare nel proprio programma di bilancio e … cosa avrebbero dovuto promettere ai propri elettori i vari candidati a sindaco …

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  • Riduzione del 10% delle spese per la dirigenza e contrazione di 2,6% della quota non fissa del monte salari nelle spese di personale
  • solo il 40% delle economie derivanti dal blocco del turn over può concorrere a nuove assunzioni; il restante 60% delle economie va acquisito come ‘risparmio’
  • revisione di tutti i contratti di affitto adeguandoli ai valori dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare
  • rimozione dei debiti fuori bilancio nell’ambito della razionalizzazione di beni e servizi
  • risparmio di spesa del 30-40% derivante dalla revisione dei contratti di acquisto di energia elettrica per l’illuminazione pubblica – attualmente eccedenti la tariffa unica nazionale (sic!) – e interventi sugli impianti per il risparmio energetico
  • contenimento del 7% sulle spese di gestione delle mense scolastiche perchè eccedenti i valori Consip e riduzione degli oneri di spesa correnti per 10 milioni di euro, onde garantire l’incremento dei servizi di asilo nido
  • obbligo di spesa più che raddoppiata (da 20 a 47 milioni) per la manutenzione stradale, a tutela della sicurezza dei cittadini
  • risparmio di almeno il 30% sulle spese di assistenza sistemistica (informatica) attualmente “circa 8 volte quella desumibile dagli indicatori standard”
  • sostanziali risparmi nell’assistenza anziani – causati dalla segmentazione e dal mancato ricorso a procedure competitive di acquisto – da destinarsi al potenziamento del servizio stesso
  • revisione di tutti i contratti di fornitura (riscaldamento, elettricità, acqua, telefonia), per i quali “il Comune di Roma Capitale fa rilevare scostamenti significativi dagli standard nazionali”
  • recupero di circa 20 milioni annui dalla Regione Lazio ripristinando il contributo regionale per le residenze sanitarie assistenziali, su cui la Regione “ha legiferato in maniera non ortodossa, disponendo autonomamente un maggiore onere per il Comune”
  • riduzione di almeno il 25% della spesa per le assicurazioni RCA dei propri automezzi e cessione delle Assicurazioni di Roma, che “costituisce un unicum nel panorama nazionale e internazionale” e che “vista la morosità dei clienti, versa in uno stato di difficoltà”
  • dismissione di tutte le società partecipate che non svolgono attività strumentale a quella del Comune, perchè “lesive della concorrenza”
  • mantenimento delle società partecipate solo in quei casi in cui “la presenza di privati non è in grado di garantire l’erogazione di beni pubblici”
  • cessione o liquidazione da parte di AMA delle quote di Roma Multiservizi, Fondazione Insieme per Roma, Cisterna Ambiente, Centro Sviluppo Materiali, Società per il Polo Teconologico Romano, Acea, Consel Scarl
  • cessione o liquidazione da parte di Atac delle quote di Trambus Open, Bravobus, SMS Sicurezza Mobilità Consel Scarl, Banca Etica, BCC Roma, Polo Tecnologico
  • fusione pe rincorporazione di AMA con “AMA Soluzioni Integrate” e di Atac con OGR e con “Atac Patrimonio”
  • cessione o liquidazione di Servizi Azionista Roma, Roma Patrimonio, Agenzia Turistica per il Lazio, Agenzia Comuale tossicodipendenza e delle quote in BCC Roma, Alta Roma, Centrale del Latte
  • salvataggio di Farmacap salvaguardando i profili di economicità e solo entro le finalità istituzionali
  • incorporazione di Cargest e del Centro Ingrosso Fiori nel Centro Agroalimentare Romano, per la gestione diretta e non dei mercati ortofrutticoli ed ittici all’ingrosso di Roma e dintorni.

Questo è quello che il comune di Roma deve fare da anni: non c’è riuscito Gianni Alemanno, idem per Ignazio Marino, adesso tocca a Virginia Raggi.

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Prima della ‘volontà popolare’ c’è sempre la legge di bilancio: senza denari non si cantano messe, per questo i Cinque Stelle litigano e non sanno a che santo rivolgersi.

Lo sanno bene Andrea Bernaudo, coordinatore PLI per l’Area Metropolitana di Roma, i liberali romani e quanti amano questa città.
Salviamo Roma.

Demata

MPS & co: il disastro annunciato dal 2005

3 Gen
Era il 6 marzo 2013 quando moriva, apparentemente suicida, David Rossi, 51enne capo dell’area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena e fedelissimo di Giuseppe Mussari, l’ex presidente della banca .
 
Rossi non era indagato nell’inchiesta della Procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta e sui contratti derivati siglati dalla banca.
Era solo una persona informata dei fatti, in particolare per la sua funzione di collegamento tra gli indagati Mussari e Vigni, ed evidentemente gli inquirenti erano a caccia di prove, e-mail, documenti e riscontri riguardo fatti rivelatisi a partire dal 2005.
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Riguardo Antonveneta, la storia è ben nota, come riporta Wikipedia:
 
– Il 2 maggio 2005 “la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata alla Antonveneta. Dalle indagini la procura ipotizza che a novembre 2004 sarebbero stati effettuati acquisti di titoli per circa 500 milioni di euro, in modo da spingere il prezzo delle azioni Antonveneta sopra a quello dell’Opa di 25 euro.
Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta (in totale un gruppo di 18 imprenditori tra cui Emilio Gnutti) avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30% di Antonveneta, oltre il quale la legge impone l’opa sul totale del capitale della società scalata. Quindi la Bpl viene costretta a effettuare l’offerta entro una settimana.”
– 18 maggio 2005 “avvengono le prime iscrizioni nel registro degli indagati per ipotesi di reato di insider trading, aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza. Si sospetta che 18 imprenditori siano stati finanziati dalla Bnl con 552 milioni di euro per rastrellare il 9,48% delle azioni Antonveneta tra il 14 dicembre 2004 e il 25 febbraio 2005.
Fra le 23 persone indagate spiccano i nomi di Fiorani ed Emilio Gnutti, importante finanziere proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa e coautore della clamorosa scalata a Telecom Italia, assieme alla Olivetti di Roberto Colaninno, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena, condannato in precedenza per insider trading.
A seguito delle indagini, l’8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione della Antonveneta.”
 
– 27 luglio 2005 nasce l’espressione “i furbetti del quartierino” che … “sono stati colpiti da varie inchieste giudiziarie per i metodi presuntamente poco leciti con cui si apprestavano a scalare la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), RCS e Antonveneta e per le modalità, presuntamente fraudolente, con cui avevano conseguito in modo improvviso una enorme fortuna economica di dubbia provenienza.”
 
– “il 26 settembre 2005, a seguito della vicenda Bancopoli, ABN AMRO sottoscrive con la Banca Popolare Italiana e con i partecipanti al patto di sindacato di Antonveneta (Emilio Gnutti, Fingruppo Holding S.p.A. G.P. Finanziaria S.p.A., Tiberio Lonati, Fausto Lonati, Ettore Lonati, Magiste International S.a. e Stefano Ricucci) un contratto per l’acquisto del 39,373% del capitale dell’istituto padovano a 26,5 euro per azione.”
 
– ad agosto 2005 “il gip Clementina Forleo sequestra tutte le azioni Antonveneta acquistate da Fiorani, Ricucci e dagli altri. L’intervento dei magistrati fa scendere il valore delle azioni e diminuisce la garanzia che Ricucci aveva offerto alle banche.”
Inoltre, ” Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D’Alema, Romano Comincioli, Nicola Latorre, Salvatore Cicu), non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti, ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni degli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, “appaiono […] consapevoli complici di un disegno criminoso”.
 
– “il 31 dicembre 2005 il Giornale ha pubblicato stralci di un’intercettazione telefonica tra Fassino e Giovanni Consorte, manager della Unipol e all’epoca coinvolto nello scandalo di Bancopoli; nell’intercettazione Fassino chiedeva a Consorte: «E allora siamo padroni di una banca?» “
 
– “nel 2007 ABN Amro viene acquisita dal consorzio Royal Bank of Scotland – Banco Santander – Fortis, e nello “spezzatino finanziario” Antonveneta finisce sotto il controllo spagnolo. L’8 novembre del 2007, il Monte dei Paschi di Siena annuncia con una nota di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro”
– il 28 maggio 2011 Antonio Fazio – governatore “a vita” della Banca d’Italia dal 1993 e dimessosi nel 2005 –  “è stato condannato dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Milano a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di euro di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi (c. d. Scandalo della Banca Antonveneta); nello stesso processo, è stato condannato anche Giovanni Consorte. Dopo una lieve riduzione della pena in appello (da 4 anni a 2 anni e mezzo di reclusione), la condanna è stata confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 28 novembre 2012”
 
– “il 31 ottobre 2011 il tribunale di Milano conferma a Ricucci la condanna in primo grado a 3 anni e sei mesi più 900.000 euro di multa per la scalata BNL-Unipol. Nel dicembre 2013 la Cassazione assolve Ricucci in quanto il fatto non sussiste.”
 
– a fine aprile 2013 (ndr. dopo la morte di David Rossi e nonostante numerose indagini in corso) la banca viene completamente assorbita dal Monte dei Paschi.
 

Oggi, paghiamo NOI (e non, viceversa, gli artefici di questa enorme bolla di sapone ‘consociativa’ e speculativa) …

Resta solo da chiedersi “perchè” i nostri media non abbiano rievocato oggi le stesse notizie che avevano diffuso tra il 2005 ed il 2013 o come mai non se ne sia neanche accennato in Parlamento.

Demata

Pensioni: oltre l’incostituzionalità

27 Dic

Ogni qualvolta si affronta la questione sanità o quella delle pensioni ci si ritrova dinanzi a pesanti silenzi o polemiche settoriali: tabù.

Eppure, sta tutto lì il nodo della questione ‘tasse’, ‘impresa’, ‘giovani’, ‘no al peggio’, ‘no al declino’: il problema è nella spesa pubblica e nella sua sostenibilità, non nel diritto alla salute di tutti e, soprattutto, nel diritto alla previdenza per i lavoratori invalidi.
Come sta tutta lì, la sentenza della Corte Costituzionale 275 del 2016: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.”

Dunque, non è per via del Fiscal Compact che il nostro Parlamento si rifiuta di esaminare le proposte (vedi “quota 95”) per le pensioni prodotte dall’apposita commissione dal 2010 ad oggi.
Come anche, dovremmo iniziare a chiederci – ad esempio – quante risorse effettive c’erano e ci sarebbero per intervenire, se i ‘regali’ alle banche ed agli obbligazionisti ammontano ormai a decine e decine di miliardi in un quinquennio.

Ma non solo:

– quanto costerebbe in meno la spesa sanitaria per gli invalidi gravi e malati cronici trattenuti in servizio?
– quanto sarebbe minore il costo del lavoro per le assenze degli invalidi gravi e malati cronici?
– quanti posti di lavoro si sarebbero liberati?
– quante economie per minori posizioni apicali?
– quanta automazione e trasparenza telematica avremmo potuto introdurre?
– quanta semplificazione e minore spesa avremmo realizzato?
– quanta minor recessione avremmo dovuto affrontare e quanto la ripresa sarebbe stata energica?
– quante tasse in meno e servizi migliori?

Per il futuro, prima di affrontare questioni come ‘tasse’, ‘diritti’, ‘lavoro’, ‘pubblica amministrazione’, ‘servizi pubblici’ e ‘sanità’, cerchiamo prima di dar  risposta al semplice quiz su elencato.

Demata