Tag Archives: cassa integrazione

Pensioni, esodati? Solo parole al vento e lacrime da coccodrillo

16 Ott

Le ‘pensioni non si toccano’ fu uno degli slogan della campagna elettorale della sinistra di base italiana ai tempi di Fausto Bertinotti. Sembrava una bella cosa, ma poi abbiamo scoperto che era una fregatura: chi in pensione restava intatto, chi in procinto aveva da aspettare e per chi futuro nulla sarebbe rimasto.

La riprova arriva in questi giorni:

  1. niente agevolazioni per i lavoratori precoci;
  2. niente scivoli per gli invalidi gravi;
  3. quattro centesimi di ‘opzione donna’;
  4. esodati poi si vedrà;
  5. zero opzioni per anticipare.

Intanto, Tito Boeri – neo direttore dell’Inps – resta inascoltato e nè istituzioni nè sindacati hanno finora presentato un esposto uno per acclarare cosa ne sia stato dei miliardi e miliardi che mancano all’ex Inpdap e alle tante Casse assorbite dall’Inps.

E, se la CGIL piange lacrime da coccodrillo dopo aver affondato le proposte di Boeri e di Damiano, va da se che Poletti proprio non sembra interessato alla previdenza come all’assistenza: oggi è ministro, ma ieri era  Coop …

Renzi? Per ora ha dato lavoro nelle scuole a quasi centomila suoi coetanei, ha salvato i privilegi iniqui del catasto e di chi vive nei centri storici, ha lasciato in piedi la Cassa Integrazione, mentre per i (ne)fasti di Roma ha finora scucito almeno un miliardo di euro e mentre l’Europa presta quasi 2.000 miliardi di euro alla Grecia.

Aggiungiamo che i Cinque Stelle intervengono su tutto ma non riguardo le pensioni od il salario minimo ed anche il Centrodestra e persino l’estrema Destra non mostrano interesse alla questione.

Inutile ricordare che qualcuno aveva sbagliato metodo e conti per le pensioni – specie se apicali – come è comprovato dall’intervento corrrettivo di Maroni, come anche che i dati sul livello di istruzione dei maschi e sulla sottoccupazione femminile sono la riprova dei danni prodotti dall’assenza di un welfare organico e rigoroso e di percorsi professionalizzanti (Mafia Capitale docet) .

Eppure, basterebbero qualche dozzina di miliardi e dei sindacati ‘come quelli degli altri paesi avanzati’ per sbloccare la questione. I miliardi ci sarebbero pure, quel  che manca da noi sono dei sindacati ‘normali’, cioè in grado di gestire fondazioni ed enti benefici, Cda assicurativi, case per anziani eccetera.
L’organizzazione del dissenso, come sentivamo in tv tempo fa? Quella compete ai partiti, mica ai sindacati …

Demata

La grande bugia (che accomuna Berlinguer, Prodi e Renzi)

24 Mar

Quando avevo 20 anni, Enrico Berlinguer annunciò i ‘sacrifici’, che equivalsero a dire che noi giovani diplomati e laureati dovevamo aspettare per salvare il lavoro dei padri di famiglia con le medie e le scuole professionali.

Quando ne avevo 40, furono Romano Prodi a spiegarci che il lavoro era finito, ce lo dovevamo inventare creativamente, ma che il mondo restava solidale, così c’era pure da pagare welfare e pensioni dei nostri padri

Adesso che vado per i 60, Matteo Renzi mi spiega che va sacrificato il lavoro dei padri di famiglia diplomati e laureati, mettendoli per strada da anziani, per dar lavoro a giovani senza una professione, preavvisandomi che costoro non verseranno mai abbastanza contributi neanche per se stessi grazie alle leggi sul lavoro precario che Antonio Bassolino emanò.

Dico … ma – visto come è iniziata la ‘storia’ e la quantità di ‘balle’ che lo ‘stesso partito’ ha riservato ad un’intera generazione, almeno Renzi potrebbe rivolgersi ai padri di famiglia del 1977, che costituiscono quasi il 30% dei residenti e versarono tutto pre-inflazione e pre-contributivo, anzichè a quelli del 2007, che sono si e no il 10% e bene o male hanno versato il giusto?

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Il Jobs Act e i giovani

7 Mar

Facciamo finta di essere un giovane, uno qualunque purchè ‘vero’, non di quelli ultratrentenni con prole a carico che ci propinano i media, ma qualcuno tra i 17 ed i 25 anni che vorrebbe lavorare, farsi una strada ed una famiglia, conquistandosi la sua pensione a sessant’anni, forse anche un tot prima.

Facciamo solo finta, che lo sappiamo che per uno così proprio non c’è spazio qui da noi, ma facciamolo. E mettiamo che il giovanotto o la signorina di turno decidano di informarsi su come funzioni il sistema del lavoro in diversi paesi europei.

Senza troppi ghirigori vengono subito a galla molte differenze tra l’Italia e il resto dell’Europa, ad esempio:

  1. i Jobs Act si occupano prevalentemente di tutele per chi resta disoccupato o si ammala o viene discriminato o vuole reinserirsi o eccetera, il nostro no. Anzi, le tutele si applicano solo a chi permane con lo stesso datore di lavoro;
  2. di tutte queste tutele altrove se ne occupa il corrispettivo dell’Inps italiano, dato che altrove esiste ancora la ‘previdenza sociale’ mentre da noi è una Public Company del ramo assicurativo in condizioni di palese monopolio
  3. il datore di lavoro ed il dipendente come il disoccupato sono tutelati da norme semplici, praticamente dei regolamenti, e da una giustizia veloce, piuttosto che da lunghe enunciazioni di diritti e formule giuridiche.

I sondaggi raccontano che i ‘veri giovani’ sostengono Renzi per il Jobs Act. Vedremo …

Cosa ne sarà d questi ‘contratti tutelati’ se dopo Natale quale sentenza del lavoro o qualche quesito costituzionale oppure un atto di bilancio (c’è sempre il Fiscal Compact …) andranno a riaprire la questione?

Infatti con i 300 milioni del fondo specificamente costituito (Asdi) non ha trovato impiego a due anni dal licenziamento basta appena per 20.000 persone per un anno. Come una dozzina di mesi ancora potrà durare il blocco delle pensioni di Fornero e la mattanza fiscale di Monti. E poi, cosa accadrà?

E’ forse per questo che le banche non ci credono e tengono duro sui mutui casa ai ‘lavoratori a tutela crescente’? E l’Inps? Quando toccherà all’Inps di essere risanato e riportato agli scopi originari di ‘spesa’ e non di ‘cassa’?

Da oggi i nostri giovani, veri e meno veri, hanno un Jobs Act grazie al quale chiunque cambi ditta un paio di volte in cinque o sei anni – magari per migliorare – si ritrova ‘ancora precario’ a quaranta per finire esodato a cinquanta …

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Referendum pensioni respinto: in arrivo danni elettorali inestimabili per il PD e altri guasti per l’Italia

22 Gen

La Corte Costituzionale ha bocciato la proposta di referendum abrogativo delle norme introdotte sulle pensioni da Elsa Fornero come ministro del Welfare.

Molti attendono le motivazioni della sentenza della Corte che verranno depositate solo tra qualche settimana e tanti prevedono che ci sarà riferimento all’articolo 75 della Costituzione che non ammette il referendum per leggi tributarie e di bilancio, ma potrebbe non essere così.

Infatti, sarebbe davvero molto difficile spiegare ai cittadini  come sia possibile in termini costituzionali che i risparmi dei lavoratori possano entrare a far parte del bilancio dello Stato. E come sia possibile – se la Corte motivasse così – dovrannno spiegarlo i nostri politici affamati di voti ai 18enni pre crisi, oggi venticinquenni senza lavoro e con i genitori cinquantenni allo stremo.
Specialmente se dall’altro lato ci fosse la generazione pre-1952 con le pensioni d’oro e i loro figli pre-1980 che almeno la casa di proprietà ed una da affittare spesso e volentieri ce l’hanno.

lavoratori anziani senior

Probabile che i serbatoi elettorali di alcuni territori e strati sociali alzeranno, nel segreto dell’urna, l’asso di picche al Partito Democratico, fosse solo in ragione delle note posizioni di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale, ieri autore della riforma – poi ripresa da Dini e Maroni – che allungò oltre ogni aspettativa il sistema retributivo che ci dissangua, e delle poco note posizioni di Camusso e CGIL, che tacciono, invece di sostenere il referendum, come tacciono sul reddito di cittadinanza.
E, probabilmente, andranno altrove tanti elettori ‘moderati’ di un eventuale Partito del Nazareno, che – guarda caso – coinciderebbe più o meno con le forze poltiche che sostennero Monti, in quanto i ‘segati’ della Fornero, figli disoccupati inclusi, rappresentano almeno 4 milioni di voti, forse sette, già nell’immediato.

Intanto, annotiamo che anche mia suocera ottantenne e ‘de sinistra’ ormai afferma che ‘Salvini è razzista, ma ha ragione’ e che è facile immaginare cosa pensino in blocco gli statali il cui padrone si è appropriato dei loro sacrosanti risparmi per la vecchiaia.

Andrà a finire molto male questa storia delle pensioni procastinate ad libitum … anche perchè lasciare questa Inps al palo, senza riformarla e/o senza ri-finanziarla, è davvero contro tendenza: il sistema previdenziale pubblico, da un decennio, si è sostituito a Banca d’Italia nel ‘prestare’ soldi allo Stato. L’Inps per certi versi è (era) una banca, o meglio una ‘cassa’ – ma è l’unica che non ha beneficiato finora di ampie trasfusioni …

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Job Act, perchè è un falso problema?

28 Nov
Il Job Act risolve il blocco delle grandi ristrutturazioni industriali che sono de facto impedite dalla cassa integrazione inventata da Romano Prodi per la Maserati (statale) degli anni ’70.
Serve solo a questo e dovrebbe chiamarsi qualcosa tipo ‘Re-Industry Act’. Detto così sarebbe una favola … ovviamente accompagnato da un Job Act vero che introduce il salario minimo e da un Welfare Act che separa la previdenza contributiva da quella sociale.
Il Job Act risolve l’annosa quaestio delle ristrutturazioni industriali e settoriali: tutto qui.

Quanto allo Statuto dei Lavoratori ‘violato’, va anche ricordato – ma nessuno lo fa – che un lavoratore licenziato con due anni di indennità ottiene almeno 25.000 euro che costituiscono la somma minima necessaria per diventare dei piccoli imprenditori, ovvero liberarsi dal lavoro salariato. Ovviamente, a patto di vivere in uno Stato che facilita la libertà di impresa ….
Inoltre, in un paese normale quasi tutti iniziano a versare contributi a 18 anni circa, la previdenza è privatizzata e a 53 anni molti sono prossimi alla pensione anticipata con l’80%.
Dove sono gli ammortizzatori sociali? Dove il salario minimo? Dove lo sblocco del turn over?
Chi critica il Job Act dimentica che si parla di flessibilità occupazionale, ma non si riforma previdenza e welfare in modo corrispettivo (leggasi ministri Poletti e Padoan).
A proposito, a far due conti su tempi e procedure, è abbastanza probabile che andrà a finire che i decreti attuativi li redigerà il governo prossimo futuro …

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Lavoro, salari e istruzione in … un paese di licenze medie

22 Set

In Italia gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse (2011) di 6.732 ore, eppure le competenze da Firenze in giù sono anche fortemente inferiori alla media europea (circa 200/500), arrivati alle superiori il tasso di abbandono scolastico è al 17,6% (media UE  12,8%) , i diplomati 21,7% (media UE 35,8%)

Nell’Unione europea il 36% di giovani tra i 30 ed i 34 anni ha concluso con successo il percorso universitario (+8% rispetto al 2005 secondo Eurostat), l’Italia annovera un misero 21,7%, a fronte di un preciso obbiettivo UE di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020. Inutile dire che attualmente l’Irlanda laurea il 51,1% dei suoi giovani, Gran Bretagna è al 47,1%, la Francia al 43,6% e la Spagna al43,1%, mentre la Polonia arriva al 39,1% e la Germania segue al 31,9%, come anche che … spesso e volentieri si tratta di lauree tecniche e scientifiche.

Andando alle politiche del lavoro e del welfare, è evidente che la questione ‘scolarità degli italiani’ è ragguardevole: siamo un paese di licenze medie dove solo un cittadino su cinque consegue un diploma, per altro di bassa qualità, e solo uno su venti ha una laurea.

Giocoforza va che i primi non possano generare redditi lordi mediamente superiori ai 16.000 euro annui, i secondi forse potrebbero attestarsi – a fine carriera – sotto  i 30.000 annui, i terzi oltre i 40.000 ed entro i 70-80.000: un paese povero di risorse umane qualificate non potrebbe permettersi di più con i propri lavoratori dipendenti.

Se andiamo a vedere i redditi e le pensioni, però, in Italia non va affatto così: gli stipendi di chi lavora sono più alti e ancor di più, in proporzione, lo sono le pensioni.
Difficile prevedere che tutto questo possa durare ancora per molto, mentre – dopo accorati e ventennali appelli – sembra che si appresti un’Europa non solo delle banche ma anche del lavoro, della PA e della previdenza/sanità, attraverso la prassi dei costi standard.
Trecento milioni di abitanti e centinaia di migliaia di imprese e amministrazioni bastano e avanzano per stimare quale sia il valore in euro del lavoro, delle pensioni, delle casse, dei servizi sanitari, delle scuole eccetera.

Dicevamo dei bambini italiani tra i 7 e i 14 anni che passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse (2011) di 6.732 ore, mentre spendiamo solo il 4,2% del PIL nell’istruzione e obblighiamo il personale scolastico a lavorare a vita, con alunni e famiglie che progressivamente si ‘adeguano’ al clima ddi microillegalità diffusa.

Per far ripartire la scuola italiana basterebbe una sola annualità di quanto versiamo nel vaso di pandora della Sanità italiana.
Una spesa eccezionale inferiore ai 100 miliardi su cinque anni – molti meno di quanti abbiamo dissipato inutilmente finora – per creare scuole digitali (30 miliardi?), ripianare i buchi nell’ex Inpdap e ripristinare per i docenti un sistema di pensionamento anticipato (45 miliardi?), dotare le scuole di autonomia vera e dirigenti a pieno titolo, laureare tutti i docenti, informatizzarli per davvero e fargli imparare almeno una seconda lingua.

Abbiamo da raddoppiare il numero di laureati (e di diplomati) in sette anni …

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Lavoro, economia, dignità umana, le riforme e … i dettagli che mancano

22 Set

“In queste ultime settimane nelle case degli italiani ritorna un assillante messaggio trasmesso giorno e notte dai tg di ogni rete e di ogni tendenza : il lavoro e l’abolizione dell’art.18. … Già oggi si contano a migliaia le persone licenziate e cassintegrate: chi non ce la fa si toglie la vita, i giovani se possono vanno all’estero, altri entrano nella criminalità per sopravvivere.
… Parlassero pure di lavoro nelle ovattate e distaccate aule del potere, ma un’economia che non rispettasse più la dignità della persona sarebbe già morta nel suo nascere e già morte sono le sue prospettive future.”

Questo un recente e fotografico commento di un noto opinionista romano, Corrado Stillo, che ben delinea quale sia lo smarrimento di tanti italiani dinanzi alle notizie – piuttosto confuse a dire il vero – che arrivano dai media riguardo il lavoro in Italia.

Nessuno dei nostri media ha dato particolare enfasi a:

  1. la norma vigente in Italia è unica al mondo, a fronte di diritti dei lavoratori piuttosto scarsi a confronto degli altri paesi europei
  2. la cassaintegrazione (che garantisce il salario ma non il lavoro) non ottempera all’art 4 della nostra Costituzione, per il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro” e soprattutto “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, cosa ben diversa dal creare una massa di inoccupati salariati (cassaintegrati), una schiera di disoccupati periodici sussidiati (edilizia, agricoltura, manifatture) e un gulag di ‘senza diritti’ fatto di casalinghe e giovani, cui si sono aggiunti i precari odierni ormai di mezza età
  3. l’economia non si occupa della dignità della persona. Al massimo la mercifica, con il beneplacito di tutti, dato che nessuno oggi sa più come affilare una lametta, rammendare un abito, produrre sapone o cibo da se, costruirsi un tetto che non sia un gazebo da assemblare. In una società che produce in eccesso (è così da 100 anni circa) il ‘valore’ primario è lo scambio in se (di cui il denaro è codicillo e simulacro) e non l’Uomo e cosa possiede per le proprie necessità … dato che – come detto – oggi tutti viviamo nel lusso sfrenato se confrontati con coetanei di 30-40 anni fa
  4. non è il lavoro che rende una persona degna, anzi non sembra contribuirvi in alcun modo se non incrementando il ciclo frustrazione-desiderio. Il lavoro è uno scambio di prestazioni per denaro o altre utilità. Altro è l’essere operosi e contribuire al bene comune, di cui la nostra Costituzione fa menzione
  5. molti di noi credono che stiamo parlando del sistema ‘amerikano’, capitalista, materialista, liberista, che cancella identità, diritti e tradizioni, fatto sta che, al di fuori della previdenza sociale per le fasce a rischio, uno Stato dell’Unione Europea non gestisce direttamente il lavoro, la previdenza, la sanità e l’istruzione: è per questo che l’Inps, le ASL, le scuole, gli Enti, le Università, i Musei, le Aziende eccetera sono stati – almeno nominalmente – privatizzati o resi autonomi, nei primi anni 2000
  6. il problema del ‘lavoro’ non sta nel ‘capitale’, ma nella ‘fabbrica’ e nella sua gerarchia (Klein e Chomski definiscono il lavoro come uno spazio ‘a democrazia limitata’, figuriamoci dove bisogna adeguarsi alle ‘macchine’ e ai ‘mercati’, ben più esigenti dei ‘padroni’ del tempo che fu
  7. una società equa, ma anche economa, dovrebbe prevedere il turn over (non il pensionamento) degli operai dopo 15-20 anni di quella vita. Ed a ben vedere, nel resto dei paesi europei troviamo (tanta) gente che a 20 anni faceva l’operaio, a 30 il tassista o il franciser, a 40 imprenditore, a 50/55 è felicemente a riposo …

Morale della favola: cosa ci sarebbe di male se un dipendente licenziato ‘per esuberi /tagli’ del personale incassasse 20-30mila euro in contanti, con cui avviare un’attività e ‘liberarsi dalla fabbrica’?
E dove sarebbero gli svantaggi, se potesse contare COMUNQUE su un salario minimo, su un sistema previdenziale e sanitario a capitale pubblico ma erogato da privati e su quel minimo di contrasto dell’illegalità e del degrado che attrae investimenti (scambi) ovvero ‘lavoro’ e ‘piccola impresa’?

In Olanda come in Germania o Giappone e USA, e persino in Spagna o forse domani anche in Cina, funziona che in caso di licenziamento non c’è reintegro, eccetto la vessazione, ma in compenso c’è un indennizzo abbastanza congruo (una o due annualità) e non sono pochi quelli che si ‘mettono in proprio’. Chiaramente a condizione che nel loro paese la spesa pubblica non metta in ginocchio la nazione, portandola alla recessione e alla stagnazione …

Piuttosto, ritornando alle opportunità che lo Stato italiano dovrebbe promuovere … se in una regione smobilità un comparto perchè la globalizzazione sta progressivamente ripristinando le centralità europee e mondiali preottocentesche, cosa diciamo alla gente? Che li cassaintegriamo tutti per 40 anni e poi … amen, un paese di vecchi dove si vende la merce sotto costo?

E’ vero, “un’economia che non rispettasse più la dignità della persona sarebbe già morta nel suo nascere e già morte sono le sue prospettive future.”
E’ esattamente quello che ha fatto l’Italia dimenticandosi dei giovani, delle donne, delle famiglie, delle periferie, della meritocrazia, dell’innovazione e – tra i tanti esempi possibili – tutelando per anni l’occupazione di Alitalia con centinaia di milioni annui di costi a carico del MEF, devastando le città con enormi agglomerati di case popolari destinate – spesso – a persone che un lavoro vero non l’hanno mai trovato, almeno stanto ai ‘requisiti’, mantenendo in piedi un carrozzone RAI con decine e decine di canali , sedi e dipendenti, rivalutando le pensioni da lire ad euro in base al potere d’acquisto e non alla rivalutazione effettiva, destinando miliardi di euro alla cassaintegrazione a carico dell’Inps ma senza reintegrare le somme … eccetera eccetera.

Detto questo, c’è un’unica critica veramente fondata verso la riforma del lavoro di Matteo Renzi – sia per quanto riguarda l’economicità complessiva sia per quanto relativo alla dignità umana – per il fatto che non prevedere una contemporanea riforma del sistema previdenziale, ovvero salario minimo e condizioni per l’anticipazione del pensionamento.
Questa carenza incrementa le ansie degli italiani ed andrebbe chiarita prima possibile, ma è presumibile il governo stia aspettando perchè, da quello che si è letto sui giornali negli ultimi anni, i sindacati pensano di potersi ancora opporre strenuamente a difesa dello status quo pensionistico vigente.

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