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Perchè la Mafia a Roma?

4 Dic

Quanto è probabile che la Mafia – il ‘sistema’ – si impossessi di una città, anzi di una capitale ‘mondiale’, se la politica locale continua a fondare il proprio consenso sul clientelismo dei servizi esternalizzati, sulla concussione degli appalti e  dei servizi, sulla corruzione eletta a formula meritoratica, mentre quella nazionale bada solo agli orticelli delle provincie loro?

Quanto è facile per la Mafia – il ‘sistema’ –  inserirsi in una città, anzi in una capitale ‘mondiale’, se la sua pubblica amministrazione è riuscita ad esternalizzare qualsiasi servizio o buona pratica introdotte dalle riforme e dall’innovazione tecnologica dell’ultimo decennio ed ha operato del tutto out of control fino a ieri, stando a scandali ed arresti?

Quanto è appetibile per la Mafia – il ‘sistema’ – una città, anzi di una capitale ‘mondiale’, dove opera un’importante banca, lo IOR, definita nel 2005 ‘torbida’ dalla Ninth U.S. Circuit Court of Appeals in occasione del processo per l’oro sottratto dai Nazifascisti in Croazia, dove vi è uno Stato che, più di un decennio dopo che l’OCSE ha iniziato la sua indagine dei paradisi fiscali nel 1998, non è ancora sulla “lista bianca” dei paesi con un buon record in materia di trasparenza?

Quanto è simile al ‘sistema’ una città dove i ‘ricchi’ si sono arricchiti non creando industria o commercio, ma spesso lucrando sull’enorme flusso di denaro che dal 1864 ad oggi si è riversato sulla città ed usando quei denari per investire su tutte le principali infrastrutture italiane e sullo sviluppo immobiliare manco fosse Gotham City?

Quanto è vulnerabile alla Mafia una città di anziani, che prima ha sottovalutato lo sviluppo tecnico e industriale e poi quello informatico e digitale, dovee la meritocrazia è una leggenda, al punto che non ha (ancora) un sistema di “informatizzazione e dematerializzazione dei SUAP e degli uffici entrate, per censire le autorizzazioni presenti sul territorio di Roma e consentirne un sistematico controllo”, ma è ben attenta a mantenere tutte le sue radiotelevisioni, le sue agenzie e i suoi giornali il controllo di quell’opinione pubblica che viene costantemente disinformata, almeno a stare alle classifiche che Reuter e altre agenzie specializzate pubblicano ogni anno?

E quanto può cambiare davvero una città dove il Sindaco, su La7 da Lilli Gruber, parla di ‘mele marce’ a fronte di un racket dei servizi pubblici con centinaia di persone coinvolte, di ‘patina’ mentre la scena politica cittadina è stravolta da arresti, indagini e sospetti, di non dimettersi quando proprio il partito che gli ha dato la maggioranza vede il vertice cittadino sotto inchiesta e si ritrova con il sistema delle Coop sulla graticola?

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Roma Capitale: solo i debiti costano 2 euro al mese per contribuente

28 Nov

Per legge ogni comune in dissesto è tenuto a tagliare la spesa fra il 10% e il 25% e, secondo le stime della Ragioneria, Roma Capitale avrebbe potuto /dovuto risparmiare più di 400 milioni di euro l’anno, evitando di riccorrere puntualmente a sempre maggiori aiuti da parte dello Stato.

Invece, a Roma, tutto questo non è accaduto e  il 4 ottobre del 2013 – trascorsi i cinque anni di rito -,due ispettori della Ragioneria Generale dello Stato avviavano una “verifica amministrativo-contabile” sul Comune di Roma, consegnata mesi fa e trapelata in questi giorni.

In soli quattro anni – dal 2009 al 2012 – i contribuenti italiani si sono accollati oneri  per 580 milioni annui, come scrive La Repubblica, derivanti dal dissesto finanziario in cui versava il Comune di Roma.
In tutto fanno 2,3 miliardi di euro in quattro anni pressi dalle casse dello Stato per le ‘cambiali’ romane della gestione di Walter Veltroni, mentre le stesse somme venivano sottratte alla sanità, al welfare e alle infrastrutture di tutto il Paese con una crisi finanziaria mondiale in corso.

Poi, c’è la gestione di Gianni Alemanno e fanno altri 885 milioni per evitare il blocco dei servizi, dato che “per il proprio risanamento Roma Capitale ha fatto totale affidamento sull’intervento statale, senza realizzare in proprio alcuno sforzo per riportare in equilibrio i conti, nemmeno quando si trattava di far cessare comportamenti palesemente illegittimi”, come si legge nella relazione degli ispettori della Ragioneria.

Infine – dal 2013, con Ignazio Marino – i contribuenti di tutto il Paese si sono trovati a donare alla città di Roma altri 485 milioni di euro poichè “l’ente, nonostante le difficoltà finanziarie che hanno indotto lo Stato nel 2008 ad accollarsi il debito pregresso del Comune di Roma, aveva continuato ad aumentare progressivamente la spesa corrente”. Sempre gli italiani in toto si sono accollati oneri per ulteriori 115 milioni derivanti dai debiti delle precendenti amministrazioni.

Siamo arrivati a 3,7 miliardi in cinque anni di risorse sottratte al Paese e date alla Capitale per sopperire ai danni provocati dalla corruzione, dalla superficialità e dall’incomptenza.

Malgrado la mole dei sussidi dal resto d’Italia, non si è mai cercato di cambiare i comportamenti che hanno già schiacciato Roma sotto una montagna di debiti. (Federico Fubini – L’Espresso)

Secondo gli ispettori della Ragioneria, “è stata evitata ogni decisione volta ad adeguare il livello e il costo dei servizi forniti dall’ente alle reali disponibilità di bilancio, riproducendo quei comportamenti che avevano portato a uno stato di sostanziale default nel 2008” ed “a seguito del cambio di amministrazione, la situazione non sembra aver fatto registrare particolari miglioramenti. L’attuale gestione, in linea con i comportamenti precedenti, ha dimostrato una notevole celerità nell’avanzare richieste di supporto allo Stato, mentre ben poco ha fatto per attivare le entrate proprie”.

Tra le cause dei 3,7 miliardi di euro di deficit accumulati e sanati dallo Stato in soli cinque anni risaltano alcuni grandi appalti e le perdite delle aziende controllate dal Comune di Roma.
La Capitale – solo per i debiti che accumula – costa ben ad ogni italiano ed immigrato, neonato incluso.

In partiolare, c’è l’Atac, l’azienda dei bus e del metrò, che dal 2004 (Walter Veltroni) al 2013 ( Ignazio Marino) ha registrato una perdita complessiva per 1,3 miliardi di euro, contribuendo per un buon 20% al disastro degli ultimi cinque anni.
Intanto, la spesa corrente è cresciuta dai 4,1 miliardi del 2009 ai 5,1 miliardi del 2012 e, secondo gli ispettori di via XX Settembre,  si era realizzato un “disavanzo di amministrazione di circa 485 milioni di euro” e non degli utili come iscritto a bilancio.

Guai che non coinvolgono solo la ‘regina’ delle ex-municipalizzate romane, ma anche le ‘piccole’ come  Zetema Progetto Cultura (reportistica) che iscrive a bilancio bel 3,5 milioni annui di passivi per ‘trattamenti di fine rapporto’, Farmacap (farmacie comunali) il cui ultimo bilancio approvato risale al 2009.

La situazione degli organismi partecipati da Roma Capitale evidenzia diverse criticità” come il cui riscontro della coincidenza dei saldi debitori e creditori reciproci che non è stato effettuato in sede di approvazione del rendiconto dal 20012 ad oggi. Oppure, addirittura, le rinunce ai crediti vantati dal Comune di Roma nei confronti delle società ed equivalenti a ricapitalizzazioni.
Il tutto mentre molte delle società incrementavano la spesa per il personale, grazie ad assunsioni illegittime e compensi che “sembrerebbero aver superato, in molti casi, i limiti normativamente previsti”.

E così andando le cose gli italiani si ritrovano a bruciare 700 milioni l’anno per una capitale che non riesce neanche a badare a se stessa, se – a fronte di un tale spreco – per “interventi urgenti di manutenzione stradale in caso di eventi meteorologici eccezionali” i fondi sono stati tagliati da 16 a 1,3 milioni di euro e per i 79 edifici scolastici del III Municipio sembra verranno destinati solo 80.000 euro, salvo aggiustamenti di fine bilancio.

Intanto, ogni anno i contribuenti residenti in Italia, immigrati inclusi, versano circa due euro al mese di media per coprire i debiti di Roma Capitale, che non riesce neanche a trovare le risorse – da quanto percepisce dallo Stato in via ordinaria – per garantire i servizi essenziali …

La relazione degli ispettori è ormai di dominio pubblico, pubblicata dal SIULP e da altri siti, ed è davvero difficile comprendere perchè Roma non venga commissariata. Ancor più difficile spiegarlo ad esodati, invalidi, disoccupati e precari.

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Mario Monti, finalmente Supermario?

24 Lug

Domenica scorsa, Eugenio Scalfari, che per mesi aveva difeso a spada tratta il Governo Monti e la legislatura corrente contro pressappochismi e qualunquisti vari, in nome dello Spread e della Mitteleuropa, annunciava la necessità di terminare questo parlamento ed andare ad elezioni anticipate con una coalizione ‘montiana’ tra ‘Sinistra Democratica’ ed UDC, PdL e FLì … … …

Oggi, da Mosca, le agenzie battono la risposta di Mario Monti e, finalmente, assistiamo ad un ‘atto politico’ da parte del nostro Premier, che ci permette di capire – leggendo tra le righe – sia quali siano i suoi effettivi punti di vista, rispetto la crisi dell’Eurozona, sia quanti ‘piedi in due scarpe’ sia costretto a tenere dai partiti della ‘sua’ maggioranza e dai veti incrociati.

E così scopriamo che Mario Monti è tutt’altro che d’accordo con Angela Merkel e con la Deutsche Bank di Ackermann, che l’Italia non sta messa così male come sbraitano i media, che il suo è un governo tecnico, che a lui tocca salvare la ‘cassa’ e che la riforma della Casta e della PA compete al Parlamento, cioè ai partiti.

Era ora.

Mi hanno chiesto di assicurare la gestione del Paese fino alla primavera del 2013. A fine del mio mandato di premier io rimarrò, come lo sono adesso, un senatore a vita“.

Oggi ho il potere diretto dello Stato, rafforzato dalle leve predisposte dalla Costituzione.
Tenendo conto che non avevo mai desiderato tale potere, lo valuto come una possibilità unica di provare a cambiare la realtà politica, economica, sociale, spirituale, avendo a disposizione per questo delle leve potenti. Questo è al contempo il potere, ma anche un’enorme responsabilità“.

Il nostro paese si basa su fondamenta solide. E’ vero che abbiamo il debito estero più alto, è vero, altresì, che il livello dei debiti privati dei cittadini è uno dei più bassi in Europa, grazie ai risparmi accumulati nei decenni dalle famiglie italiane“.

La colpa non è dell’Italia, ma delle incertezze sullo scudo dell’Ue. E’ ovvio che c’è grande nervosismo sui mercati ma per motivi che hanno poco a che vedere con problemi specifici dell’Italia ma piuttosto con notizie, dichiarazioni o indiscrezioni sull’applicazione delle decisioni del Consiglio Ue“.

Ho avuto l’occasione di lavorare nella Commissione europea e in questo senso ho dei vantaggi.
Conosco abbastanza bene gli affari europei, ma il mio difetto è quello di essere un principiante in qualità del capo di un governo nazionale e non sono così esperto nelle questioni che riguardano la gestione politica“.

Pongo molta speranza e  auspico che in quel momento i partiti politici sappiano assumersi tutta la responsabilità.
Speriamo che una buona legislazione elettorale possa facilitare la vita politica“.

Prendiamo atto, dunque, che da oggi abbiamo un capo di governo a tutto tondo, capace anche di esprimere dissenso e disappunto verso le azioni politiche altrui.

Capace anche di prendere il toro per le corna come si chiedeva da tempo?  Che sia finalmente arrivata l’ora di Supermario, il tecnico ‘ammazzacattivi’ del videogame della Nintendo?

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Scalfari, il PD ed il v(u)oto anticipato

23 Lug

Son trascorsi pochi giorni o settimane da quando Eugenio Scalfari, nei suoi domenicali, difendeva a spada tratta il Governo Monti e la legislatura corrente contro pressappochismi e qualunquisti vari, in nome dello Spread e della Mitteleuropa, e da quando Antonio Polito, in un editoriale, annunciava vittoria su un’adombrata lobby che mirava alle elezioni anticipate ed al ritorno al passato.

In effetti, a leggere giornali e ad ascoltare le dichairazioni di ‘leader’ di partito, nulla in quai giorni lasciava adombrare tutto questo, ovvero la necessità di un Monti bis o delle elezioni, se non qualche tentennamento di Pier Ferdinando Casini e le critiche di questo (e pochi altri) blog.

Al di la di quanto NON sono riusciti a raccontare i nostri media, andiamo a constatare che le crepe in questa maggioranza ed i dubbi sulla ‘cura che amamzza il cavallo’ erano esistenti e consistenti: fatto sta che Eugenio Scalfari, nel suo domenicale, se ne venga fuori con frasi eloquenti, quanto sorprendenti.

Il colloquio con il Quirinale (ndr. dell’altro ieri) aveva tutt’altro tema; un tema che Monti sta rimuginando da tempo e che al punto in cui siamo riteneva indispensabile sottoporre al capo dello Stato: l’eventuale anticipo delle elezioni entro il prossimo ottobre anziché attendere l’aprile del 2013 come finora si pensava e come i tre partiti della “strana maggioranza” si erano impegnati a garantire. Non crisi pilotata, dunque, ma scioglimento delle Camere e nuove elezioni.


Perchè mai questo parlamento dovrebbe voler approvare una legge elettorale per poi essere sciolto è un mistero, visto che sono sette anni – dai tempi del Prodi bis – che sussite il problema, che non riguarda solo il numero degli eletti e come sceglierli, ma anche l’ammissibilità dei pregiudicati, la formazione delle liste, l’effetto delle alleanze, i premi ed gli sbarramenti.

A partire dalla ripresa settembrina i partiti entreranno di fatto in campagna elettorale; le distanze e le crepe all’interno della strana maggioranza aumenteranno per ovvie ragioni elettorali e le forze d’opposizione a loro volta accresceranno i toni per convogliare i voti dei ceti che sopportano i maggiori sacrifici della politica di rigore. Insomma, l’atmosfera peggiorerà e l’azione di governo rischierà di risultare paralizzata, come in parte sta già avvenendo. I mercati ne approfitteranno spargendo sul fuoco politico il loro olio ribassista.”

Ma questo lo sapevamo già, egregio dottor Scalfari, dall’anno scorso, da prima o durante l’insediamento di Mario Monti. Forse è per questa incombenza che l’azione del governo ha sorpreso (deluso) tanti: tutto preso dai salvataggi della Cassa Depositi e Prestiti, di Finmeccanica, di Unicredit e degli altri orticelli della finanza italiana, Supermario s’è dimenticato (o ha tralasciato) la ‘politica’, ovvero la sua funzione di Presidente del Consiglio di una strana, provvisoria e grosse koalition da ristrutturare al più presto.

Che cosa pensi Napolitano su quest’argomento è impossibile dirlo, ma un punto è chiaro: il calendario è strettissimo. Se si decidesse di votare entro la fine di ottobre bisognerebbe sciogliere le Camere nella seconda metà di settembre. Prima di allora occorre che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale perché andare a votare con questa è escluso“.

Eh già, il calendario è strettissimo … ma guarda un po’ …

La decisione naturalmente spetta al presidente della Repubblica al quale la Costituzione conferisce il potere di scioglimento anticipato della legislatura. Dice esattamente così la Costituzione e non mette alcun paletto a questa prerogativa presidenziale. Naturalmente non sarebbe certo uno scioglimento determinato dal cattivo esito della politica di Monti. Al contrario: proverrebbe da una valutazione positiva dell’operato del governo e dai suoi dieci mesi di attività.

Per l’amor di Dio, “non sarebbe certo uno scioglimento determinato dal cattivo esito della politica di Monti” e cosa mai allora, visto che Supermario poteva assumere un incarico puramente tecnico e temporizzato, con ben altri scopi, metodi ed esiti?

È possibile che un partito come il Pd proponga ai suoi elettori un’alleanza politica che attui il programma economico montiano ed abbia come alleato il partito di Berlusconi? La risposta è sicuramente no.Il tema di oggi è un altro e si risolve con un’alleanza della sinistra democratica con un centro liberale per proseguire il montismo dando spazio allo sviluppo e all’equità, naturalmente nel quadro europeo”, che “ha come obiettivo finale la nascita di uno Stato federale al quale gli Stati nazionali cedano una parte della loro sovranità, soprattutto per quanto riguarda la politica di bilancio e quindi il fisco, la spesa, la politica dell’immigrazione, le grandi opere infrastrutturali europee, i diritti e i doveri di cittadinanza. In questo quadro, la Germania ha un ruolo di grande rilievo.”

L’Europa del partito unico e della cleptocrazia, come tanti tedeschi (almeno il 30% tra Grunen, Linke e Piraten) lamentano riguardo la ‘Grosse Koalition” (si traduce Ammucchiata) che sostiene Angela Merkel?

Una parte notevole dei votanti per il Pd e del bacino potenziale ha la fisionomia di quella che un tempo si chiamava sinistra democratica. La sinistra democratica può essere disponibile ad allearsi con partiti d’ispirazione liberale, non certo con il partito proprietario berlusconiano. In esso i veri liberali non mancano. Si facciano avanti“.

Un Partito Democratico alleato dell’UDC di Cesa e Casini, del PdL di Alfano, Giovannardi e Pisanu, di FLi di Gianfranco Fini? Ma questo è un partito, un’alleanza di centrodestra, mica di ‘sinistra democratica’.

L’attacco in corso contro il presidente della Repubblica persegue un fine di destabilizzazione al tempo stesso istituzionale e politico. Vuole colpire Napolitano e indebolire Monti. … Qual è dunque l’accusa? Non c’è, è inventata, è una manipolazione di marca eversiva. Il tema è di capire se il ricorso – necessario – di Napolitano alla Corte impedisca l’accertamento della verità sulla morte di Borsellino. Un accertamento che non ha e non può avere come obiettivo la cosiddetta verità storica, ma la verità che riguarda i reati, quali reati e commessi da chi. Finora e da vent’anni questa verità non è stata accertata o lo è stata in modo drammaticamente sbagliato.

Finalmente, ci si pone il dubbio “se il ricorso – necessario – di Napolitano alla Corte impedisca l’accertamento della verità sulla morte di Borsellino”, ovvero se la trattativa con la Mafia – che non sarebbe di per se reato, incredibile ma vero – non abbia comportato, nella volontà di alcuni o come mera conseguenza, l’occultamento della verità.
Eppure, contestualmente, si rinuncia a lanciare il ‘sasso nello stagno’, paventando “un fine di destabilizzazione al tempo stesso istituzionale e politico“.

Se qualcuno si stava chiedendo quale abisso della politica ci dovesse attendere andando alle elezioni anticipate, eccone un preciso esempio.  Tra l’altro, i tempi non sono ‘strettissimi’, come solo adesso si sta accorgendo la vetusta intellighentzia italiana.

Anzi, a dire il vero i tempi sono ‘over’, la riforma della politica andava conclusa in primavera, lo si scrive da tempo. Adesso è troppo tardi per ripristinare un minimo di consenso diffuso e ricompattare ‘ideologie ed alleanze’ in vista di ottobre, mentre le prevedibilissime turbolenze finanziarie sconsigliano vivamente di votare tra novembre e gennaio.

La frittata, egregio dottor Scalfari, è fatta, anzi l’avete fatta.

Adesso, abbiate almeno il senso di responsabilità di prendere il toro per le corna e riformare Casta ed Amministrazioni locali nei due o tre mesi che ci restano, magari scopiazzando da Hollande una patrimoniale ‘patriottica’ sui redditi e collegandola a provvedimenti di riduzione della pressione fiscale a partire dal 2013, mentre la BCE di Draghi e la Deutsche Bank – finalmente libearatasi di Ackermann – si decidono a creare un’unione bancaria europea e por fine a questa mattanza.

Il voto? A febbraio o marzo, si spera. Non è con PD-UDC-PdL ‘contro tutti’ che si esce da questa situazione, la Grecia ed i suoi governi evanescenti dovrebbero  – almeno questo – avercelo insegnato.

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I furbetti del Settentrione

20 Lug

Uno dei tormentoni della settimana è consistito nel ‘default siciliano’ e nella stigmatizzazione dell’obsoleto modo di far politica di una certa classe di ‘notabili’, con il Presidente Lombardo in prima fila. Questa, almeno, la ‘linea del Governo’ e, conseguentemente, la ‘linea editoriale’ dei nostri media.

Una classe politica puntualemente descritta come inerte, populista e sprecona, circondata dai faccendieri, sostenuta da un esercito di sussidiati, eventualmente collusa con la mafia. Probabilmente, le cose stanno più o meno così, anche se sarebbe preferibile parlare di responsabilità individuali – e non di fare di tutta un’erba un fascio – visto che di siciliani onesti ed intraprendenti ce ne sono a bizeffe e visto in che stato Giulio Tremonti ha lasciato la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il cash delle nostre pensioni.

Daje addosso al meridionale, daje daje? Ancora una vota, sembra davvero così.

Il punto è che le cose non stanno solo così in Sicilia, ma anche in tutto il Meridione, nel Lazio e nel Molise, dove è solo la scarsa autonomia data alle Regioni che ha finora evitato l’implosione delle finanze e dei servizi: non dimentichiamo la crisi della Sanità o l’enorme situazione di precariato che affligge l’Italia a sud di Orte.

Un quadro del tutto analogo si presenta guardando al Settentrione, un quadro per certi versi ancor più fosco.

Iniziamo con il Piemonte, ricordando che oggi la FIAT, da quelle parti, si marchia JEEP, un salvataggio spericolato del mastodonte di Mirafiori che non è stato neanche tentato per Termini Imerese. Ma non solo.

A Novara, con il denaro pubblico, si edifica la fabbrica dei cacciabombardieri F-35, che diventerà il ‘core’ di Alenia, l’azienda nata dalla fusione e dal traasferimento di Aeritalia e Selenia, che 30 anni fa erano dislocate a Napoli e costituivano i gioielli di famiglia delle aziende di Stato italiane.  Un caso eclatante di de-sviluppo di Napoli e della Campania, che ripete quanto avviatosi col ricollocamento delle Cartiere Abete nelle Marche, intorno al 1880, e conclusosi con il recente trasferimento del Centro Ricerche della Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco a Detroit.

Dulcis in fundo, la Compagnia di San Paolo – e conseguentemente Intesa Sanpaolo – che deve la sua fortuna alle capitalizzazioni ed alle acquisizioni dei ‘beni dei vinti’ di 150 anni fa. Un caso per certi versi analogo a quello sollevato dagli Ebrei contro certe banche svizzere, per i capitali a loro sottratti durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Dell’Emilia Romagna, che dire?
Bologna ed Imola sarebbero già fallite se non lucrassero ampiamente sul trattamento dell’immondizia napoletana? E della miriade di capannoni, non sempre ben messi e spesso finanziati con denaro pubblico, che abbiamo scoperto esistere, più o meno utilmente, con i recenti terremoti? O ancora del trasporto su gomma, la cui fine, oltre a migliorare l’ambiente e rilanciare Napoli, Civitavecchia, Bari e Palermo, renderebbe inutile la Via Salaria e l’apparato logistico padano, come è stato per più di un millennio? Per non parlare del noto settore agroalimentare (Coop, Barilla e Parmalat tanto per fare qualche esempio), che, in trent’anni, si è avvantaggiato dal puntuale affossamento della Cirio, dalla poca autonomia del Banco di Napoli, dei contributi UE al Sud per distruggere le produzioni (sic!).

Andando al Veneto come non notare l’enorme quantità di vini DOC e DOCG, praticamente uno per ogni colle, oppure la frammentazione del tessuto produttivo, che lascerebbe credere che chi è nato da quelle parti – salvo casi di grave sfortuna – stia lì a far l’imprenditore e che il lavoro ‘vero’ lo facciano tutto gli immigrati, meridionali, africani o slavi fa lo stesso.
E dell’evasione fiscale cosa ne possiamo dire, considerando che – per prossimità alle frontiere, parcellizzazione delle infrastrutture, forte presenza migratoria, vicinioreità culturale con il bacino germanico e slavo – stiamo parlando di un territorio ‘statisticamente’ a rischio?

Resta la Lombardia, quella del San Raffaele e delle filiali della ndrangheta, di Lele Mora, della Minetti e di Dell’Utri, di Formigoni, di Penati e della famiglia Bossi e del quella della Bocconi di Mario Monti e della Cattolica del Policlinico Gemelli.
Non più quella di Montanelli, Craxi ed Epaminonda, tre mondi che seppero restare contigui, ma l’un l’altro impermeabili.
Una regione dove sarebbe bello capire come produca le proprie risorse, visto che, a consultare l’ISTAT, ci ritroviamo con una miriade di piccoli centri che ‘dichiarano’ un PIL spropositato rispetto al numero di abitanti ed alle risorse in loco. Lavoro nero? Speculazioni finanziarie? Attività ‘sommerse’? Cos’altro?

Dunque, prendiamo atto che siamo un paese di ‘furbetti’ o, meglio, un paese dove i ‘furbetti’ hanno l’opportunità di fare i comodi propri. Un esercito di ‘notabili’, a quanto si vede, che altro non hanno fatto, in vita loro, che stare in politica, ovvero governarci, e che, con questi risultati, restano lì indefessi

Quello del ‘default della Sicilia’ appare, dunque, come un atto per certi versi dovuto che, però, fornisce un esito essenzialmente politico, che – attenzione – non viene esteso a tutti gli altri apparati pubblici ‘fuori bilancio’.
Un intervento molto ‘ambizioso’ e piuttosto spericolato, considerato che anche altre regioni sono in condizioni meno drastiche, ma tendenzialmente simili, e che è un ‘tecnico’ ed un senatore a vita, Mario Monti, a porre la questione.

Altro sarebbe (stato) se si fosse affrontata per tempo la riforma del sistema politico e delle competenze condivise, il cui fulcro è (era) nella legge elettorale e nell’abrogazione delle Province.

Il Partito Democratico e l’UDC auspicano un proseguimento della ‘linea Monti’ anche dopo il 2012, mentre Berlusconi ha ormai chiarito che ‘quando si candida intende scherzare’: non dovrebbero esserci intralci, dunque, per un uomo competente e determinato nel prendere il toro per le corna e riformare Casta ed Amministrazioni locali nei due mesi che ci restano, magari scopiazzando da Hollande una patrimoniale ‘patriottica’ sui redditi, collegandola a provvedimenti di riduzione della pressione fiscale a partire dal 2013.

In caso contrario, non resterà che constatare che di furbetti, nel Settentrione liberale, socialista e giansenista, ce ne sono davvero tanti. Forse troppi.

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La Sicilia, Lombardo, il crack e la marijuana

17 Lug

Posso capire il parossimo di chi pensava di ‘salvare l’Italia’ e si ritrova con amici e colleghi – Fondo Monetario Internazionale, Agenzie di Rating e Jet Set – che di giorno in giorno diventano sempre più dubbiosi, talvolta caustici, puntualmente drastici.

Ma leggere le news e scoprire che la Sicilia è a rischio crack, che Monti è in pressing e che ‘pretenda’ che «Lombardo confermi le dimissioni» è davvero un qualcosa di inaspettato.

Il buco è da 5 miliardi di euro, come certificato dalla Corte dei Conti.

La soluzione del Governo Monti? Gestire tramite un Commissario Governativo la Sicilia, quella insorta con i Forconi ed i blocchi stradali tempo fa, quella super-astensionista alle ultime amministrative, quella con decine di migliaia di precari semisussidiati dalla regione.

Praticamente gettare benzina sul fuoco. Specialmente, se questo accade mentre tra il Presidente della Repubblica e la Procura Antimafia di Palermo sussiste un conflitto costituzionale.

Anche perchè il bilancio della Regione Sicilia è “reso non trasparente da poste dubbie e residui inesigibili”, ovvero da contributi statali ed europei. Mai pervenuti o mai esistiti resta ancora da chiarire e farebbe una certa differenza.

“Tanti crediti inesigibili, i famosi residui attivi, sui quali si regge il bilancio. Penso ai famigerati cantieri di lavoro che hanno dato una mancia a 20 mila persone per un mese o due. La Regione anticipava i soldi iscrivendo a bilancio un credito verso i fondi Fas, fondi che non ci sono più e che non avrà mai”.

A denunciarlo è il numero due di Confindustria, Ivan Lo Bello, una vita nella lotta al racket e alla corruzione, che tiene a ricordare come “il problema non è solo Lombardo. C’è un pezzo della società siciliana che non ha colto i segnali. Il paradosso riguarda direttamente i ventimila dipendenti regionali. Nessuno di loro si rende conto del rischio che corrono. Come i pensionati della Regione pagati qui direttamente”.

“La Sicilia rischia di diventare la Grecia del Paese e il Paese deve intervenire anche superando gli ostacoli di una Autonomia concessa nel dopoguerra”.

Più chiaro di così non si poteva, ma  nessuno dice se la Sicilia riceverà comunque gli aiuti finanziari che le sono indispensabili, se ci saranno come atteso licenziamenti e mobilità, se la Mafia starà a guardare …

Intanto, dalla Sicilia arrivano le prime reazioni.

Francesco Cascio, presidente dell’Assemblea della Regione Sicilia, parla di “forma inusuale e anomala” e precisa che “faremo in modo di acquisire le motivazioni quanto prima possibile”.
Per Carmelo Briguglio, vice presidente dei deputati e coordinatore siciliano di Fli, la lettera del presidente del Consiglio è “una gaffe istituzionale” ed è “irrituale”, oltre a violare “le regole fondamentali dell’autonomia regionale e della democrazia politica”.
L’assessore regionale all’Economia della Sicilia, Gaetano Armao, replica seccamente che “in Sicilia non c’è alcun rischio default”.

Se son rose fioriranno, ma chi semina vento raccoglie tempesta …

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