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Poletti e il vergogna del reddito di esclusione

9 Giu

Il Consiglio dei Ministri ha dato il primo via libera al reddito di inclusione, prevedendo risorse pari a circa «due miliardi di euro l’anno nei prossimi anni» e nella prima fase si rivolgerà a 660mila famiglie, di cui 560mila con figli minori.

Il ministro Poletti, ex presidente delle Coop, ha annunciato sorridente che a queste famiglie che hanno un reddito Isee inferiore ai 6.000 euro – o, peggio, 3.000 euro di reddito equivalente – verranno corrisposti … «da 190 euro a un massimo di 485 euro» mensili.

VERGOGNA !

Due miliardi annui equivalgono a meno di quanto incassa in un anno lo Stato dall’accisa benzine per il Terremoto nel Friuli, che la Finanziaria 2013 del governo Monti ha reso permanente.

Gli almeno 560mila figli di famiglie indigenti con minori, non avranno maggiori opportunità di inclusione e, comunque, una vita granchè migliore, se il reddito mensile dei genitori passerà da 6.000 ad 8.000 euro.

Si tratta di un sussidio per sopravvivere alla meno peggio (esclusione) e non di un reddito che fornisce effettivo potere di spesa (inclusione), come non è un lavoro socialmente utile (partecipazione). Insomma, se vogliamo creare un ghetto, stiamo operando secondo manuale.

Piacerebbe sapere se queste famiglie che beneficieranno dei soliti quattro spiccioli sono – per caso – i noti dipendenti sottopagati e semischiavizzati dei settori distributivi, agroalimentare, pulizie e ristorazione, cioè se sono proprio delle Coop e di certe Multinazionali europee …

Tanto s’è capita: questi stanno lì solo per salvaguardare l’apparato e gli affarucci delle ex “regioni rosse”, oltre a quelli sacrosanti del Vaticano. Sarò per questo che ormai tutti diffidano del Welfare e di dove finiscono le risorse?

A proposito di Poletti, ma se ne sarà accorto che il PIL/debito/deficit nel primo trimestre è migliorato e – oltre a spedire Padoan a chiedere sconti in Europa – lui, proprio lui, dovrebbe scalarci 2-3 mesi dal limite di 42 e 10 mesi per il pensionamento?

Demata

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Pensioni, precari e movida, Jovanotti: il nesso c’è

21 Mar

Jovanotti HLorenzo Jovanotti è nato nel 1966, ha iniziato a lavorare a 17 anni e, secondo le leggi italiane, non andrà in pensione prima dell’aprile del 2026 dopo 44 anni ed 1 mese di contribuzione con un assegno pari all’80% dell’ultimo stipendio, se fosse un lavoratore dipendente. Un suo coetaneo che avesse iniziato a lavorare a 30 anni, potrà andare a riposo cinque anni dopo, nel 2032, ma con una pensione inferiore al 60% dell’ultimo stipendio, cioè di poco superiore ai mille euro al mese.

Strano, vero? Infatti, Lorenzo sembra stia cambiando.

Forse, invecchiando, ha scoperto che, spulciando i dati di La Repubblica, c’è davvero qualcosa che non va, se:

  1. i nati del 1983 che hanno iniziato a lavorare a 19 anni andranno in pensione non prima di 46 anni e due mesi di lavoro, i loro coetanei che avessero iniziato a 24 anni potranno farlo con soli 42 e 11 mesi ed una pensione leggermente superiore. Inoltre, tra chi avesse iniziato a lavorare a 24 anni o chi a 32, l’uscita dal lavoro è sempre la stessa (2050) e la rendita (meno di 200 euro mensili di differenza)
  2. i nati nel 1972, a pensione più o meno pari (meno di 200 euro mensili di differenza), si trovano che, se l’avvio al lavoro fu a 19 anni, si va in pensione con 45 anni e due mesi di contributi, mentre, se si iniziò a 24 anni, si può lasciare con soli 40 anni ed 11 mesi. Inoltre, tra chi avesse iniziato a lavorare a 19 anni o chi a 30, l’uscita dal lavoro è praticamente la stessa (2036-2038).

Dunque, se questo è il ‘giusto’ effetto del sistema previdenziale contributivo, certamente non può dirsi equo, se finisce che chi ha iniziato a lavorare prima si ritrova a pensionarsi dopo e se chi – disoccupato o precarizzato da giovane – vivrà al limite anche da anziano.

Addirittura, per i nati nel 1988 che avessero in Italia la malaugurata idea di “lavorare subito” la pensione è prevista nel 2053 dopo 46 anni ed 8 mesi di lavoro quotidiano, mentre per i loro coetanei disoccupati, precarizzati, studenti o ‘semplicemente’ mamme casalinghe che dovessero iniziare a lavorare domani – cioè quasi 10 anni dopo di loro – andranno a riposo solo 18 mesi dopo con praticamente la stessa pensione.

La riforma Monti-Fornero fu un intervento d’emergenza con effetti micidiali e ben lo sanno i lavoratori over50 penalizzati, se precoci, ad attendere all’infinito, e, se tardivi, a vivere in miseria quando saranno ‘dismessi’ … ma dovrebbe preoccuparci ancora di più quello che le norme pensionistiche hanno già causato e che poi provocheranno tra i giovani attuali.

Infatti, il Governo Renzi sta mettendo da parte, pur promettendo ogni sei mesi che si sarebbe legiferato, diverse questioni aperte da prima che Monti-Fornero intervenissero con il placet dell’intero PD in Parlamento:

  1. cosa aspetta lo Stato a saldare l’enorme debito (almeno 14 miliardi di euro) accumulato dalle P.A. verso l’ex Inpdap a causa dei contributi non versati e mai recuperati dall’Inps pur essendo state le somme accertate dalla Corte dei Conti e il direttore dell’Inps indagato
  2. quale è il diritto acquisito che ha impedito l’adeguamento delle pensioni all’Euro evitando che le minime divenissero infime e che quelle d’annata, viceversa, restassero nei limiti formulati da Amato e Dini perchè – già con la Lira – non erano coperte da una contribuzione adeguata
  3. quale vantaggio hanno i giovani ad iniziare a lavorare prime dei 25-30 anni se alla fine si va in pensione con gli stessi anni e gli stessi soldi.

In una situazione del genere, la politica italiana si è spesso dimostrata attenta solo al contingente e mai ai danni collaterali, puntando ad arrivare alla alla prossima legislatura / segreteria di partito o sindacato e demandando ai posteri (ndr. gli occupati e sottoccupati di oggi) l’onere di risolvere il garbuglio … si tira avanti così dal Dopoguerra, quando l’Inps invece di rientrare nelle proprie funzioni ‘sociali’ progressivamente fagocitò Casse ed Istituti a gestione privatistica.

Dunque, buona Pasqua con l’augurio che i quarantenni di oggi inizino davvero ad occuparsi del loro futuro …

Demata

 

Pensioni: persino l’Inps ne denuncia l’iniquità

15 Mar

Tito Boeri, presidente dell’Inps, è intervenuto ad un convegno organizzato a Torino dai sindacati dei dirigenti pubblici, denunciando che

  • “c’è stato inizialmente, da parte del governo, un impegno a fare questa riforma nel 2015. Doveva essere inizialmente della legge di Stabilità per il 2016, poi si è detto ‘la si fa nel 2016’ e ora si parla di farla con la legge di Stabilità del 2017”
  • “il 70% degli italiani prende una pensione inferiore agli 800 euro. Bisogna inoltre intervenire sulla ricongiunzione dei diversi sistemi pensionistici”
  • certe pensioni sono “ancora troppo alte e ingiustificate rispetto ai contributi. Molti obiettano che non si possono toccare i diritti acquisiti, ma ogni volta che si fanno riforme si toccano i diritti, l’equità non può prescindere dalla contribuzione pur se occorre muoversi su questa delicata materia con grande attenzione”.

L’Inps, per voce del suo presidente, ha anche esortato il governo affinchè “vari al più presto norme che prevedano flessibilità nell’uscita dal mondo del lavoro, con conseguenti riduzioni della pensione. Così si sbloccherebbe il sistema pensionistico irrigidito dalla legge Fornero e si promuoverebbero le assunzioni di giovani”.

A margine di un convegno sulla contrattazione alla Camera, organizzato da Forza Italia, i segretari generali di Cgil e Uil Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo – dopo l’ulteriore ribadire di Boeri – hanno finalmente preso atto che  da ben cinque anni i lavoratori italiani sono trattati in modo particolarmente iniquo ed hanno promesso, rispettivamente, “abbiamo deciso di prevedere iniziative” e “a breve faremo una mobilitazione” …

Non sappiamo se i Sindacati abbiano anche recepito che esistono pensioni sopravvalutate e pensioni da miseria … inferiori persino ad un reddito di cittadinanza.

Ci saremmo aspettati qualcosa di più (dai sindacati, dai media, dai politici) se ormai è persino il presidente dell’Inps a dare l’allarme sull’iniquità sociale e sull’insostenibilità finanziaria delle norme pensionistiche varate dal Parlamento tra il 1994 e il 2002, prima, e, poi, nel 2011 … ma essendo stato, sempre e comunque, l’attuale Partito Democratico a promuoverle con l’appoggio della stampa pressochè tutta … non poteva essere altrimenti: attendere il 2017 … magari coprendo i TFR con titoli di Stato …

Speriamo solo che almeno un parlamentare, europeo o nazionale che sia, si prenda la briga di interpellare a riguardo ministri e commissioni – come sarebbe suo dovere visti i milioni di italiani che attendono –  riguardo al fatto che la Corte di Conti ha certificato un “buco” di 23 miliardi di euro, che l’Inps ha ereditato dall’Inpdap, per il mancato pagamento mensile dei contributi dei dipendenti pubblici da parte delle pubbliche amministrazioni …

Demata

Istituto per il commercio estero: dare ai ricchi levando ai poveri

7 Feb

L’Istituto per il commercio estero (ICE) era stato soppresso dal governo Berlusconi e pochi mesi dopo resuscitato da Mario Monti, in quota al ministero dello Sviluppo Economico guidato da Corrado Passera, con (in teoria) 300 dipendenti ed un consiglio di amministrazione di 5 membri.

Dopo meno di due anni, il redivivo ICE finiva sulle pagine di Linkiesta (2012/06/14): “anche a non voler prestare ascolto alle accuse di assunzioni pilotate, personale gonfiato a dismisura e preparazione inesistente, i numeri parlano chiaro. Le cifre del “Piano Performance 2011-2013” evidenziano che nel 2010 sono stati spesi «54 milioni di euro per il 2010 di risorse per il finanziamento del piano di attività promozionale» e «79 milioni di euro per il 2010 di risorse per il funzionamento dell’ICE», con 679 dipendenti sparsi in 115 uffici in 86 Paesi, con una retribuzione media annua di 43mila euro.

Oggi, ad anni di distanza l’ICE esiste ancora e continua ad assumere, con nuovi scandali che si aggiungono ai precedenti.

C’è la strana storia dei 19 dipendenti di Buonitalia per chiamata diretta e poi assunti da ICE senza concorso e con una retribuzione superiore a quella dei propri dipendenti, grazie alla legge di stabilità 2014 che autorizza le assunzioni in sovrannumero, mentre c’erno 107 vincitori di concorso in attesa di posti disponibili.

E dato che ICE resisteva, dopo qualche tempo, un giudice del lavoro ha condannato l’Ice a pagargli anche gli arretrati, perchè «le norme hanno sì previsto una procedura selettiva di idoneità», ma «temporalmente e logicamente successiva al trasferimento».
Prima si assumono e poi si verifica che siano adeguati.

L’incredibile accade dopo, quando nessuno degli ex dipendenti di Buonitalia ha superato il concorso.
Giustizia fatta? Non ancora … perchè i dipendenti ex Buonitalia ricorrono al TAR del Lazio.

Oggi, ci troviamo a leggere sul Corriere della Sera che “si stenta a credere che un giudice possa cancellare una «procedura selettiva» per l’assunzione in un ente pubblico a causa delle prove troppo dure. Eppure al Tar del Lazio è accadutoche la selezione sia stata particolarmente rigorosa è attestato dal mancato superamento da parte di alcuno degli ex dipendenti di Buonitalia spa della selezione ivi contestata, il che appare un esito alquanto anomalo”.

E prendiamo atto che dal 2010 ad oggi l’ (ex soppresso) Istituto per il commercio estero è costato al Bilancio dello Stato quasi mezzo miliardo di euro se non di più, mentre solo dopo cinque anni dalla crisi il nostro ministero del Lavoro inizia a cercare ‘spiccioli per i poveri’ … che tanto sono – a confronto dell’ICE e di altri enti simili – i 320 milioni di euro promessi di recente dal Governo Renzi. Per non parlare dei salvataggi miliardari di banche, casse ed istituti …

Quanta miseria e quanta tragedia avremmo alleviato in questi cinque anni, solo mantenendo la soppressione dell’ICE decisa nel 2010?

Demata

Pensioni: anche per l’Ocse siamo tra i peggiori

15 Dic

Il recente rapporto “Pensions at a glance 2015” dell’Ocse chiarisce bene quale sia la vergognosa e preoccupante situazione italiana in fatto di Previdenza, sia per la tenuta finanziaria sia per quel poco che resta del patto intergenerazionale che dovrebbe sostenerla.

Siamo primi al mondo per spesa pensioni e  primi per aliquota contributiva anche senza considerare la sentenza della Consulta sulla perequazione delle prestazioni previdenziali delle “pensioni d’oro”.

Infatti, checché se ne dica, la spesa pubblica per la previdenza in Italia nel 2013 era al 15,7% del Pil – quasi il doppio rispetto alla media Ocse (8,4% del Pil) e la più alta dopo la Grecia – ed gli over 65 godono di un reddito “relativamente elevato” (95% della media nazionale), come accade negli altri paesi che hanno una rilevante disoccupazione giovanile (Grecia, Spagna e Portogallo).

Inoltre, continuiamo ad ignorare le regole basilari del denaro, cioè che “contributi obbligatori elevati, avverte l’Ocse, “possono abbassare l’occupazione complessiva e aumentare il sommerso”, mentre “molti pensionati oggi ricevono prestazioni pensionistiche relativamente generose nonostante un basso livello di contributi versati”…

Infine, a conferma dell’iniquità ed incongruità delle norme nel loro complesso, il tasso di occupazione per i lavoratori di età tra i 60 e i 64 anni  da noi è pari a circa il 26%, contro il 45% in media dell’Ocse, anche se la legge fissa l’età minima per godere di un trattamento pensionistico di base in Italia a 66,3 anni per gli uomini (media Ocse di 64,7 anni) e 62,3 anni per le donne (63,5 anni la media Ocse).

A proposito – sempre in termini di numeri strillati che poi significano tutt’altro – secondo le proiezioni Inps, dei nati nel 1980 ben il 38,67% raggiungerà la pensione prima dell’età di vecchiaia, con un importo complessivo di circa il 25% inferiore a quella dei nati intorno al 1945.
Praticamente non molto peggio di quello che già oggi va a toccare ai nati negli Anni ’60 per i quali nessuno spende una prece …

Piuttosto, il vero problema è che quando si è disoccupati, esodati, in maternità o ultraprecari … il sistema assicurativo nazionale (leggasi Inps) non prevede adeguati corrispettivi (leggasi reddito minimo) e … si finisce per lavorare fino a 70 anni … in un paese dove il reddito e il potere d’acquisto sono erosi da degrado, tasse e malaffare.

Speriamo che dati (e vergogne) alla mano gli oppositori del reddito minimo e del pensionamento anticipato  aprano gli occhi e si rendano conto che finiranno per ledere del tutto il poco di patto intergenerazionale che ancora c’è, se continueranno a difendere antiche scelte di campo oggi davvero discutibili  (le pensioni d’oro, le cassaintegrazioni, le ‘quote donna’ eccetera).

Demata

Lo stato dell’arte del Partito Democratico

5 Ott

Antonio Bassolino sarà il prossimo candidato sindaco al Comune di Napoli, sembra ormai esser cosa certa. Eppure c’era lui come Governatore regionale e Commissario ad acta mentre si verificava un traffico di rifiuti tale da provocare un enorme disastro ambientale e sanitario. E, tra le tante, per vent’anni – con lui al Comune e poi alla Regione – il sito di Bagnoli è rimasto fermo pur essendo un’area postindustriale con problematiche residue di inquinamento ma con prospettive di sviluppo turistico ed occcupazionale notevoli.

A quale bacino di voti attingerà il Partito Democratico, con Bassolino candidato sindaco, sarà tutto da capire, specie tenuto conto che alle ultime amministrative i partenopei che hanno votato ‘a sinistra’ erano forse il 10% della base elettorale.

Sempre in Campania, c’è il recente mandato a Governatore regionale per Vincenzo De Luca – sostenuto da Matteo Renzi con tanto di volo presidenziale a Salerno – il quale ha una sfilza di procedimenti giudiziari, di cui alcuni prescritti ed altri con condanne di primo grado.

A Roma, c’è il sindaco Ignazio Marino di cui spesso i media devono occuparsi non per denunce e interventi anticorruzione quanto, piuttosto, per le sue assenze, l’estemporaneità di certe sue dichiarazioni e talvolta ancche delle smentite, eccetera eccetera. In Regione c’è Nicola Zingaretti e non sappiamo cosa stia facendo, vista la pressochè totale assenza di notizie sui media di come vadano le cose nel Lazio, quanto meno per sapere se qualcuno sta facendo qualcosa.

Altrettanto silenzio mediatico c’è su Torino (Fassino) e Milano (Pisapia). Eppure tra i successi della Jeep e l’Expo che sta finendo qualche info su come vadano le cose da quelle parti e cosa facciano i nostri politici ce la saremmo meritata. Peggio ancora in Puglia dove la Giunta regionale di Michele Emiliano si è costituita a fatica, dove c’è l’impellente problema di Taranto e della sanità in generale e dove almeno un assessore già si affida alla … Vergine Maria. O dalla Sicilia, dove Rosario Crocetta si contrappone a Lucia Borsellino, che è tutto dire.

A livello nazionale Matteo Renzi sembra aver esaurito le munizioni:

  • la Buona scuola ha dato lavoro alla sua base elettorale primaria (i quarantenni acculturati ed i loro genitori)
  • riguardo gli over50 ed il ricambio generazionale che attendono i ventenni, l’approdo di Tito Boeri all’Inps si sta dimostrando un flop, mentre le proposte di Poletti somigliano fin troppo a quelle della CGIL, scoprendo un fronte interno nel PD tra Coop e Sindacato
  • l’universo delle rendite da mattone e da proprietà rurali ha ottenuto il rinvio della riforma del catasto e aridaglie con l’abrogazione delle tributi sugli immobili
  • a parlare di rilancio industriale, servono sgravi e commesse per la grande industria se vogliamo ripartire ed innovare davvero, ovvero interventi sul lavoro e sulle infrastrutture (rischio idrogeologico, porti, strade, sistema sanitario, eccetera), ma le chiacchiere stanno davvero a zero.

Lo stallo in cui è andato ad infilarsi Matteo Renzi è un gran problema. Non solo c’è la questione posta da Tito Boeri sul lavoro e quella delle misure populiste sulla casa.

L’NCD di Alfano e parte del Centrodestra possono e potranno rivendicare a proprio merito praticamente tutta l’azione di governo finora sviluppatasi: giorno dopo giorno i Cinque Stelle restano incollati al PD, in termini di sondaggi e consenso, e sarà tutta da scoprire l’alleanza democratica-popolare che sarà necessaria per garantire la riconferma di Matteo Renzi.

La trappola micidiale è nella dicotomia tra il riformatore Renzi, quando deve fare il Premier, ed il segretario di partito Matteo, quando c’è da garantire un successo elettorale costi quel che costi.
Peggio ancora, se poi il Partito non gli garantisce i voti in Parlamento, chi è eletto alle amministrative va in direzione opposta e chi si professa di sinistra lo attacca di continuo con manifestazioni di piazza.

Anni fa era uso generale che il segretario di partito non potesse essere anche capo del governo, sia per evitare che la sua immagine fosse coinvolta nei fatti e misfatti di onorevoli e amministratori sia per responsabilizzare il suo partito a sostenerlo. Poi, dalla presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, questo limes venne superato e con il Berlusconismo cancellato.
Ecco i risultati.

Demata

Pensioni: ritornano le Quote, ma il dettaglio è nelle contribuzioni figurative e nei riscatti

8 Giu

Saranno due i modelli di riferimento della riforma pensionistica che Tito Boeri potrebbe proporre a Matteo Renzi, avallando i lavori della Commissione presieduta da Damiano:

  • Quota 97, ad almeno 62 anni di età e 35 anni di versamenti all’Inps, con una penalizzazione massima del 12%
  • Quota 41, per i lavoratori precoci ad almeno 57 anni di età con almeno 41 anni di versamenti all’Inps (in pratica Quota 98)

Nell’ambito di questi modelli saranno da capire alcuni ‘dettagli’.

Innanzitutto, la Quota 41 che sembra davvero una ‘mission impossible’ da raggiungere per un lavoratore.

Infatti, per essere ‘precoci’ ed andar via prima dei 62 anni con una Quota 41 ‘secca’, bisognerebbe avere iniziato a lavorare almeno a 17 anni e mezzo di età, versando i contributi fin dal primo giorno e senza interruzioni per 41 anni consecutivi …

Dunque, a meno che non vengano considerati anche i contributi figurativi o di riscatto, stiamo parlando di poco o nulla.

C’è poi la questione degli over55 al lavoro in condizioni di salute non buone (circca il 30% del totale, dati Inps – Istat). E potrebbero restarci per molti anni ancora, se i malati gravi e/o con invalidità superiore al 74% non verrà trovato il modo per pensionarli da 57 anni in poi, come per i precoci.

Tra l’altro, basterebbe che Tito Boeri, motu propriu, modificasse la contestatissima circolare Inps del 2002 con cui venne de facto tagliato lo scivolo di cinque anni per gli invalidi gravi.

Dulcis in fundo, la Quota 97. Perchè 62 anni e 35 di contributi si e – ad esempio – 59 anni e 41 di contributi no?

Vedremo se di fatto si resterà ad una formuletta utile a mandare a casa un po’ di donne e di pubblici dipendenti (Quota 97), su cui c’è già l’accordo generale. Se, viceversa, si vuole risanare l’Inps e ringiovanire il Lavoro per davvero, sarà dai ‘dettagli’ che potremo capirlo.

La flessibilità è tutta nei dettagli, senza di loro ‘o mangi la minestra oppure salti la finestra’ …

Demata