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Gli sgomberi e la soglia di povertà in breve

15 Mag

La Costituzione prevede rapporti etico-sociali intrinsechi (diritti-doveri) riguardo famiglia, salute e istruzione (artt. 29-34), ma non la casa.

La ‘casa’ (e il presuntivo diritto alla stessa) rientra tra i rapporti economici (artt. 35-47) che prevedono che:
– la proprietà privata assolve ad una “funzione sociale”, va tutelata da concentrazioni o monopoli (accessibile a tutti) e può essere “salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale” e … non per “diritto soggettivo” o “interesse legittimo”
– infatti la Repubblica italiana “favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”.

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Le note e ripetute sentenze ‘anti-sfratto’ della Consulta risalgono a 20 anni fa e con sentenze 310/03 e 155/04 la Corte ha dichiarato giustificato il blocco degli sfratti solo se di carattere transitorio e per “esigenze di approntamento delle misure atte ad incrementare la disponibilità di edilizia abitativa per i meno abbienti in situazioni di particolari difficoltà”.

Dunque, secondo l’Alta Corte deve esserci una disponibilità di edilizia abitativa assistenziale solo per i meno abbienti che siano anche in situazioni di particolari difficoltà.
Questa è la Costituzione italiana, quella che all’articolo 7 concede alla Chiesa indipendenza e sovranità, ma solo ‘nel proprio ordine’.

Come si applica?
Uno dei parametri è lo stato di povertà.

In Italia, lo stato di povertà relativa per una famiglia composta da

  • due persone = reddito medio mensile inferiore alla soglia di circa 1.100 euro mensili (circa 12mila annui)
  • una persona = reddito medio inferiore a circa 600 euro al mese
  • coppia con un figlio a carico ) reddito limite inferiore a circa 1.400 euro mensili (circa 16mila euro annui).

Quando il ‘reddito’ è notevolmente inferiore a quelle soglie, c’è da tenere conto che le famiglie sono del tutto esenti da ticket o tributi per prestazioni scolastiche, sanitarie, talvolta i mezzi di trasporto e, soprattutto, hanno diritto ad un punteggio maggiore nelle graduatorie finali per l’assegnazione delle case popolari, specie se vivono in “ricoveri provvisori” o in “abitazioni prive di servizi igienici” … cioè proprio quelle da loro occupate a cui viene negato l’allacciamento.

Ma quanti sono?

Nel 2017 Istat stimava circa 1 milione e 800mila famiglie residenti, cioè 5 milioni di individui sotto il “livello di vita minimo accettabile”, cioè in povertà assoluta, ma i dati di tutti coloro in povertà relativa (che di norma include quella assoluta) consistevano in un totale di circa 3 milioni di famiglie residenti, cioè 9 milioni di individui che sono in “difficoltà nel reperire i beni e servizi”.

I dati confermano anche che la povertà è molto più diffusa (>10%) se l’istruzione del genitore è al massimo la licenza elementare e/o se sono stranieri (minore retribuzione e maggiore sottosoccupazione), come anche cresce se la famiglia è include anche tre o più figli minori e se vive in un’area metropolitana.

Dunque, se c’è da amministrare una città come Roma, con 2,9 milioni di residenti e circa 1,3 milioni di famiglie, di cui una certa percentuale è con un basso livello di istruzione del ‘capofamiglia’, c’è poco da fare: servono non meno  di 100mila alloggi popolari, forse anche 150mila … naturalmente a carico non della città, già povera di suo, ma della nazione.  Soluzione, però, impossibile perchè nessuna città sopravvive se ha un residente  povero ogni tre cittadini … 

L’unica alternativa è aumentare rapidamente il livello di formazione tecnica-professionale generale della popolazione e aggiornare la pubblica amministrazione in modo da renderla efficiente e da attrarre investimenti tecnologici e turistici.

Ci si poteva pensare già 10-15 anni fa.

Demata

L’accoglienza è un diritto dei Sindaci?

3 Gen

Insomma, il 2019 si apre con i Sindaci “sulle barricate”, con Orlando contro la norma del ‘pacchetto di sicurezza’ che vieta il conferimento della residenza a chi ha permesso il soggiorno e che vuole appellarsi alla Magistratura. Segue a ruota De Magistris che apre il porto alla Sea Watch ed a Salvini che ribadisce “porti chiusi” risponde che … «se manda l’esercito, avrà risposta adeguata» … a Napoli.

freddo-senzatetto-2Come se non bastasse, l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha ben chiarito che sarà almeno desistenza verso il DL Sicurezza, se non esclude di “togliere l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo che l’hanno già fatta” e precisa che “stiamo accogliendo nei centri per senzatetto italiani e stranieri. E per gli stranieri non ci poniamo certo il problema se siano regolari o meno”.

Intanto, Di Maio sentenzia che la “protesta è solo uno spot elettorale”, ma sa bene che anche ad una parte del suo elettorato non piace il DL Sicurezza di Salvini.

Ma la legge che dice? 

Facile … l’Art. 117 della Costituzione prevede che lo Stato ha legislazione esclusiva su immigrazione, cittadinanza, stato civile e anagrafi, come  sulla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
Il Parlamento o il Governo possono decidere chi e come si entra in Italia, come quali sono i servizi dovuti a tutti, residenti od ‘ospiti’ che sia.

L’Assistenza è una cosa diversa dalla Previdenza sociale e non rientra nelle competenze dello Stato, ma delle Regioni e dei Comuni, che – sempre ai sensi dell’art. 117 – non possono  adottare “provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone” e che – ai sensi dell’art. 32 – sono tenuti a “garantire cure gratuite agli indigenti”, senza distinzioni di nazionalità, perchè “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

In parole povere, un Governo in nome dello Stato può anche vietare la residenza agli stranieri dopo avergli rilasciato il permesso di soggiorno, ma ciò non toglie che le singole comunità (Regioni e Comuni) possano decidere di “assistere” e prendersi “cura” di queste persone … specialmente se le temperature di notte vanno sotto zero.

Demata

Giunta De Magistris: cosa ne sarà dello stadio San Paolo?

6 Ago

Lo Stadio San Paolo non sarà pronto per la partita di campionato con il Milan. Ci siamo abituati, ma la misura delle promesse non mantenute è colma: i tifosi del Napoli e i partenopei nel mondo non lo meritano.
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Mettiamo da parte la strampalata idea di porre uno stadio nella gestione di un avvocato civilista, l’assessore Maria D’Ambrosio, come se quel che conta fossero i contratti e le concessioni, ma non la manutenzione e l’ampliamento: forse serviva un ingegnere … o un amministratore.
Ma c’è di più nella singolare giunta del sindaco De Magistris, che non sembra aver compreso quanto il San Paolo rappresenti l’immagine non solo della città, ma di tutti i partenopei, per milioni e milioni di appassionati di calcio nel mondo.

A gennaio 2018, i consiglieri comunali di Napoli, Ciro Langella, Carmine Sgambati e Nino Simeone decisero di costituire in Consiglio comunale di Napoli il gruppo Agorà, scelta condivisa con il sindaco De Magistris, per affrontare –  a loro dire – con più incisività e con maggior attenzione l’ attività politica di questa Amministrazione.

Carmine Sgambati, Presidente della commissione Sport, arriva in politica dalla UIL-Trasporti ed a partire dal 2005 ricopre incarichi politici con La Margherita e in Regione. Ciro Langella già nel 1996 era stato eletto Presidente del consorzio di cooperative Consortaxi, fino al 2013 componente della commissione regionale di esame per l’accertamento dei requisiti di idoneità all’esercizio dei servizi di trasporto pubblico non di linea. Nino Simeone, Presidente della commissione Trasporti, arriva anche lui da una Azienda di trasporto pubblico, socialista dal 1989.

La loro proposta per lo Stadio San Paolo? Concedere “gli spazi attigui al campo di calcio, anche a titolo gratuito, a tutte quelle società e associazioni sportive che per anni hanno utilizzato lo stadio Collana e le altre strutture che dalla sera alla mattina sono state sfrattate senza alcun preavviso” … dalla Regione o dal Comune stesso.
Mica sollecitare affinchè lo stadio sia uno stadio in tempo utile per il campionato …

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In parole povere: lo Stadio San Paolo è destinato al calcio professionistico  e deve funzionare a piena ricettività con adeguata manutenzione oppure qualcuno crede che i circa 60mila posti a sedere siano lì per decorare il campo di calcio quasi fossero le rovine del Colosseo?

Se l’assessore D’Ambrosio – da buon civilista e dovendosi occupare del “verde e qualità della vita” – dovrebbe considerare anche i danni d’immagine alla SSC Napoli ed alla città tutta causati dalle condizioni pietose dello stadio, … Agorà, che sembra avere come competenza ‘storica’ solo il settore Trasporti, perchè non si occupa di quel che sa fare meglio?
Ad esempio, quella dei ‘supplementi da aggiungere al tassametro’ che vedono un sovrapprezzo per le corse da e per l’aeroporto … per le quali c’è ‘anche’ una più economica tariffa predeterminata … ma solo se si arriva a leggere i caratteri piccolissimi sulla tabella regolamentare. La competenza è del Comune di Napoli … forse la cosa va risolta.

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A proposito, quelli che dicono di ‘restituire ai cittadini lo stadio’ … prima o poi ci spiegano cosa vanno a fare i cittadini allo stadio se non perchè c’è una buona squadra di serie A e perchè mai i cittadini dovrebbero dotarsi non solo di attrezzature sportive e campi, ma anche di uno stadio, se … poi lo usano i dilettanti.

Visto che la squadra è stabilmente ai vertici del campionato da anni e, dunque De Laurentiis ha fatto il suo, De Magistris vuole davvero rilanciare lo stadio come promette da anni o pensa di venderlo alla SSC Napoli oppure … attende solo che il ‘rudere’ e la patata bollente passino alla prossima giunta?

Demata

 

Spending Review: basterà tagliare sprechi e malagestione per avere servizi sanitari migliori?

9 Set

Il commissario alla revisione della spesa pubblica e parlamentare PD Yoram Gutgeld, un paio di mesi fa, annunciava che l’obiettivo della spending review era quello di tagliare 10 miliardi alla strabordante spesa sanitaria, di cui 3,3 miliarrdi in meno già a partire da gennaio. (Repubblica).

Tagli alla spesa non ai servizi ai cittadini, visto che “abbiamo ospedali gestisti bene ed altri meno bene con squilibri nella gestione economica di decine di milioni” ed esistono “differenze importanti tra Regioni e all’interno di singole regioni nelle prescrizioni di esami clinici”.

La soluzione? Sanzioni per le strutture sprecone, centrali appaltanti per le forniture, parametri e protocolli per evitare diagnostica inutile e garantire quanta necessaria.

“L’idea è quella di dare servizi di maggiore qualità non di fare macelleria sociale”, “questo nuovo approccio per rendere le strutture più efficienti porterà nel tempo non solo un risparmio ma un miglior livello di servizio”.

Il discorso non fa una piega: se la Regione Lombardia eroga ai cittadini dell’area metropolitana di Milano servizi sanitari di buon livello a tot costo ed i corrispettivi comuni supportano con servizi sociosanitari a tot altro costo, ed andrebbe meglio compreso se o perchè altre regioni non possano fare altrettanto, specialmente se da anni prelevano dalle nostre tasche imposte maggiorate.

Questiti importanti se vogliamo evitare la macelleria sociale ed un ulteriore degrado dei servizi con i noti danni collaterali per cittadini e aziende.

In primis – se alcune regioni brillano ed altre sprecano – andrebbe verificato se esistano le adeguate competenze manageriali, informatiche, logistiche, amministrative.

In secondo luogo, la spending review dovrebbe tenere conto che nei territori spreconi le indagini hanno, in questi anni, rivelato come il settore sociosanitario affidato ai Comuni sia stato preda di cartelli politico-criminali e che si siano coagulate situazioni diffuse di lumpen proletariat o di white trash.

Infine, la questione delle associazioni dei malati che da anni sono pressochè invisibili, mentre altrove pretendono bilanci trasparenti e si fanno promotrici di riforme, e quella dell’Inps che non da seguito neanche alle sentenze passate in giudicato, garantendo così iniquità per i malati e caos per i propri database. O quell’altra che prima del Servizio Sanitario Regionale, la Corte dei Conti (CoReCo) si ritrovava puntualmente a non poter approvare  bilanci e dover perseguire politici e manager.
Per molti di noi vedere le cartelle cliniche ancora oggi redatte a penna è davvero un balzo nel passato, come è indecente che i software dei medici di base non siano uguali per tutti ed interfacciati con Inps ed SSR … magari prenotando i medicinali in farmacia con una Apps come anche per … le visite specialistiche o la diagnostica. Magari … qui stiamo che certi database regionali non sanno neanche quanti malati cronici hanno in carico o quanto spende per tipo di patologie croniche (almeno quelle).

Ergo, se vogliamo sanare la spesa pubblica, ridurre imposte inique e fornire servizi decenti ovunque, non è facile: in certe zone la medicina è innanzitutto status sociale e la sanità è ancora concessione feudale.

Ma non è solo la cattiva Sanità a dover cambiare, c’è anche la questione dello stato, dell’aggiornamento e dell’interfacciabilità dei sistemi informativi di Inps, ASL, ospedali e medici di base, senza i quali addio a trasparenza e controllo di gestione, come a Recup e ad ambulanze efficienti od a tutta la logistica su cui ruota una rete di ospedali e cliniche.

Quanto alla macelleria sociale, sarà inevitabile se il Governo non interverrà anche sui parametri minimi di qualità dei servizi sociosanitari in capo ai Comuni e se non vigilerà affinchè i tagli decisi dalle Regioni non incidano sulla manutenzione e l’ammodernamento di attrezzature e macchinari.
Meglio ancora se la politica locale (ed i salotti buoni) di certi territori vorranno comprendere che eccellenza e welfare vanno coltivati e non, viceversa, sprecati in nepotismi e prebende, come avvenuto dall’Unità d’Italia ad oggi: astensionismo, Cinque Stelle e destre varie sono un segnale preciso.

Demata

I sogni di Benitez, i soldi di DeLa, lo stadio di De Magistris e … gli acquisti di Bigon

22 Set

Era maggio, poco prima del Mondiale brasiliano, che Benitez, Bigon e De Laurentiis precisavano che bastavano pochi ritocchi per portare al ‘next level’ la Società Sportiva Calcio Napoli: un difensore di esperienza internazionale, un leader per il centrocampo, un paio di ricambi per l’attacco.

In realtà, la situazione era ben altra.

Innanzitutto, la questione dello stadio, degli impianti sportivi e dell’inerzia del Comune di Napoli, per altro provvido di idee esose quanto irrealizzabili, visto che esclude qualsiasi forma di concessione ultraventennale. Chi mai spenderebbe 100 milioni ‘a perdere’?

Poi, la questione dello spogliatoio, con ben tre ‘ribelli’ (Behrami, Dzemaili e Pandev), un potenziale quarto (Insigne) e un ‘desaparecido’ (Zuniga). Pochi ritocchi, con un centrocampo da rifare a nuovo?

Infine, l’urgenza di dismettere la ventina di esuberi (e di milioni di euro in ingaggi) che il ‘buon’ Bigon aveva accumulato in due o tre anni. Con una campagna acquisti a ‘costo zero’, perchè straparlare di scudetto?

I risultati (sul campo) si sono visti.

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Un’esclusione di coppa contro un avversario che aveva come unica dote il coltello tra i denti. Due sconfitte in campionato, dopo aver dominato la partita. I nuovi acquisti che (eccetto Koulibaly) non sembrano essere dei top player.

Fino a ieri, contro l’Udinese, con Don Rafele che per sessanta minuti ha accontentato tutti, schierando un 4-4-2 con Insigne e Zuniga esterni, Miguel  e Gargano interni di centrocampo ed Higuain e Michu punte centrali.
Una provocazione? Forse.
Fatto sta che Insigne è scomparso dalle telecronache dopo una decina di minuti, Zuniga si è disperso in leziosismi senza dare penetrazione sulla ‘sua’ fascia, Michu dovrebbe seguire un corso intensivo di kung fu o rugby, Gargano lo conoscevamo già ed ha i noti limiti, Miguel e De Guzman inguardabili per ora.
Ci credo che Higuain fosse arrabbiatissimo, avendo rifiutato il Barcellona, o che Callejon sia allibito, dopo che l’hanno bloccato con l’Atletico Madrid che lo cercava …

Così andando le cose, in qualunque città già sarebbe un problema, figuriamoci poi cosa possa essere 0′ Napule, in una capitale millenaria che non ha avuto il suo riscatto, il cui popolo oggi non comprende le cause di una tale crisi societaria.

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Per capire i ‘parametri’ dell’operazione finanziaria alla quale De Laurentiis sta lavorando, bisogna partire da un articolo del Corriere del Mezzogiorno che spiegava, in aprile scorso, che la SSC Napoli ha pagato – ad aprile scorso – ben 6,2 milioni per otto anni di fitti arretrati per l’uso del San Paolo,  che viceversa è il Comune ad essere debitore per 4 milioni di euro verso la società, che il valore della ristrutturazione è di circa 80 milioni,  che – per ora – si è arrivati già a 4,24 milioni di euro spesi dalla società calcistica per i progetti cui dovrà seguire una procedura urbanistica. “I lavori di ristrutturazione potranno essere finanziati anche da un soggetto privato diverso da De Laurentiis. La settimana prossima un delegato di un fondo di investimento internazionale sarà in città. Secondo voci, potrebbe essere interessato anche a finanziare l’operazione-San Paolo.”
Aggiugiamo che Benitez richiede (giustamente) un centro sportivo e residenziale per lo staff e la squadra, che diventa un altro problema se il Comune di Napoli non intende (con)cedere almeno una parte dell’ex base Nato, già dotata di campi sportivi ed aree residenziali o funzionali.
Ecco perchè serve liquidità, ecco perchè gli esuberi sono stati ricollocati alla meno peggio, ecco la campagna acquisti a costo zero. Ecco perchè -forse – arriveranno dei soci.

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Se questa è la situazione finanziaria della SSC Napoli (altro che De Laurentiis ‘tirchio’), qualcuno potrebbe opporre che l’Inter o la Roma o il Milan non sono in una situazione particolarmente diversa, fatta eccezione per le strutture sportive e societarie di cui si sono dotate da anni ed anni.
Ed, infatti, la statistica dimostra che qualche ‘limite’ c’è e ormai è impossibile non vedere.

Domizzi, De Sanctis, Lavezzi, Hamsik, Gargano, Paolo Cannavaro, Maggio, Zuniga arrivarono grazie a Marino. Cavani fu un accordo diretto tra De Laurentiis e Zamparini. Higuain, Callejon, Maertens, Goulham, Henrique, Koulibaly, Reina e Luis Miguel fanno capo a Benitez.
La gestione diretta dei transfer da parte di Bigon annovera, viceversa, alcuni noti flop come Fernandez, Donadel, Britos, Edu Vargas, Armero, Fidelef e gli strapagati Behrami, Dzemaili, Pandev, per non parlare del folle rinnovo di Zuniga o della possibilità di acquistare Verratti comunque, fino alla incapacità di mercato di quest’anno.
E sempre al direttore sportivo, non all’allenatore, tocca di far da tramite con il presidente per esporre opportunità e indirizzare al meglio le spese.

Juventus - NapoliDunque, i destini della SSC Napoli sono legati a due variabili: il costoso progetto per il San Paolo, di cui arriverà il benestare solo in primavera prossima –  in attesa dei finanziamenti Coni-Fgic di cui si vocifera – e un  direttore sportivo che non sembra essere stato capace di ‘concludere’, specialmente se tiene conto che a vendere a prezzi stracciati (vedi i casi estivi di Armero, Behrami, Dzemaili, Pandev) son bravi tutti.

Intanto, se non si risolverà la questione del centro sportivo-residenziale, è ovvio che Benitez e i top player voleranno altrove e, almeno in questo, il Comune di Napoli  potrebbe darsi una mossa concedendo e autorizzando (mica gratis) quanto serve per riportare gli impianti nella zona flegrea, come era da sempre.

Dunque, non prendiamocela con De Laurentiis e Benitez, che alla fin fine inseguono il nostro stesso sogno mettendoci il proprio: c’è anche la giunta De Magistris che ha portato alle lunghe la questione stadio just in time per le elezioni comunali – ed è Bigon che non porta a casa gli acquisti che dovrebbe e che non tiene ‘a bada’ media, staff e spogliatoio.

Il calcio moderno non è fatto solo dai presidenti e dagli allenatori: dipende anche dalla caratura internazionale dello staff e da quanto la città intenda investire (o liberalizzare) per infrastrutture e turismo …

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Napoli, Salvini e … i posti di blocco con il colpo in canna

7 Set

Anche quest’anno, a Napoli, ad un posto di blocco c’è scappato il morto. E ‘come al solito’ si tratta di un ragazzo e come al solito fuggiva su un motorino non in regola, che inevitabilmente sarebbe stato sequestrato e che era l’unico e prezioso bene suo o di qualcun altro.

Davide Bifolco, infatti, guidava uno scooter non suo, senza assicurazione e privo di patente, con ben due altri passeggeri. Ma era un ragazzo tranquillo e – forse – stava semplicemente dando un ‘passaggio’ a conoscenti in un quartiere dove sono pattugliabili solo le vie principali, dato che il resto sono pertinenze di case popolari.

Fermarsi all’ALT è un obbligo, ricorda – giustamente – Matteo Salvini, leader della Lega (nord).
Ma è anche un obbligo NON sparare su persone disarmate che scappano … soprattutto se si erano poi fermate e si stavano controllando i documenti.

Specialmente perchè servirebbero inteventi sociali e produttivi, se, come scrive Il Fatto Quotidiano, “ci sono almeno due nuove generazioni cresciute all’ombra di faide, guerre e con gli spacciatori sotto casa. Davanti a loro non c’è nulla, il vuoto. Insomma, fare un giro di notte con chi capita è “normale”. Le vite sono a perdere.”

Ragazzi che crescono in quartieri dove lo Stato si fa vivo solo per garantire la scuola dell’obbligo e il prelievo fiscale, collocando quà e là altri ragazzi del Sud a far da sparute pattuglie di frontiera, che tale è il rapporto tra forze dell’ordine e crimine organizzato.

Ragazzi, a Napoli, che imparano in tenera età che nessuna istituzione e nessun parlamento si prenderà cura dell’aborrita capitale delle Due Sicilie, che il loro talento non ha altra opportunità se non l’emigrazione ‘perchè i marchi stanno a Nord, gli Enti a Roma e le fabbrichette a Sud.

Imparano che  ‘sono soli contro il mondo’, che equità e diritti non si applicano a loro, che il lavoro NON esiste e che caso mai è bieco e misero sfruttamento. 

Gian Luigi Gargiulo Fotografo Rione Traiano Napoli

Il Rione Traiano Napoli negli Anni ’70 – Gian Luigi Gargiulo Fotografo

E’ la stessa medesima lezione che si impartisce a Tijuana, a Falluja, a Gaza … ed è inevitabile che per persone molto giovani l’avversione verso le forze dell’ordine si sviluppi per ‘analogia mediatica’ e non per una qualche particolare propensione all’illegalità, come sostiene il quotidiano Libero acccusando l’intera città di Napoli per la morte di Davide.

Napoli e il Meridione sono ancora gestiti come un territorio occupato? A vedere la politiche che attuiamo da 150 anni, non v’è dubbio che ciò sia vero o comunque verosimile ancora oggi.

Del resto, ci dovrà pur essere una qualche responsabilità nazionale, se circa 8 milioni di partenopei vivono altrove, mantenendo e tramandando abitudini e tradizioni per generazioni, invece di ritornare e realizzare il proprio stile di vita nella propria terra, per altro abbastanza ricca quanto saccheggiata e deturpata da gente estranea a noi (ndr. i Casalesi discendono da galeotti settentrionali deportati da Mussolini).

Sarà un caso, poi, che nei piani regolatori del Comune di Roma, ancora 10 anni fa, si confidava in un continuo afflusso da altre regioni e che – si dice – i partenopei nella Capitale sono ormai quasi mezzo milione e svolgono quasi sempre lavori tecnici o esecutivi? Caserta e Napoli come serbatoi demografici per l’Urbe eterna che  continua a servirsi di liberti per tutti quei lavori che i romani non imparano a fare?
Fantapolitica …

Fantapolitica, però, come quella che deve albergare in tante redazioni, se nessuno si chiede MAI quale sia l’effettivo potenziale imprenditoriale e occupazionale di Napoli e della sua Terra di Lavoro, mentre le organizzazioni criminali ‘campane’ arrivano a gestire diversi punti di PIL nazionale.

L’unico dato storico concreto dimostra l’amara verità, ovvero che l’Unificazione italiana abbia drasticamente interrotto duemila e passa anni di ordine (Napoli si è sempre auto-governata) e prosperità, mentre la Seconda Repubblica ha quasi azzerato la presenza di  politici nazionali di origine partenopea.

Così accade che – in una terra dove il dio laico, lo Stato, si fece oppressore e speculatore – si metta la propria vita in gioco per evitare il sequestro di un motorino, perchè è l’unica cosa che hai e avrai dalla vita: un po’ di vento in faccia e lo specchio azzurro del Golfo nel cuore.

Spero che Davide Bifolco sia morto sentendo il vento e il mare, che sono l’unica cosa non ci hanno tolto.
Spero anche che non sia il solito carabiniere a pagare per tutti, se a Napoli – ma non altrove – gli fosse stato ordinato di fermare dei cittadini puntando  contro di loro un’arma con la sicura sbloccata e il colpo in canna.

A proposito, se qualcuno volesse fare qualcosa di concreto per Napoli, perchè non ridarle l’autonomia (almeno fiscale) su cui ha fondato un proprio ordine interno e due millenni di prosperità? I Cinesi nel riunificare Hong Kong mica l’hanno saccheggiata e obbligata a leggi scellerate … Matteo Salvini farebbe bene a parlare di questo, se è ancora federalista.

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Giudizi tributari: decine di miliardi di euro pendenti che l’Erario non incassa

20 Mag

“In Campania ci sono oltre 68mila giudizi tributari pendenti per un controvalore di circa 4 miliardi di euro.” (Domenico Posca, presidente di UNICO – Unione commercialisti italiani)
In Italia, i contenziosi triutari rappresentano  la maggioranza delle controversie, ma quasi la metà, il 41,76% del totale, ha un valore massimo di 2.500 euro, pi un altro 26% che rientra nella fascia 2.500-20.000 euro. Meno del 3% quelli tra 250.000 euro e un milione,  1,39% quelli oltre il milione di euro. Il volume annuo del contenzioso complessivo (dati 2013) è di circa 37 miliardi di euro.

Una situazione venutasi a creare perchè “pochi e mal pagati, sostengono i giudici tributari. Lo ha illustrato con la sua relazione annuale il presidente del Consiglio della Giustizia Tributaria Mario Cavallaro, ex parlamentare del Partito Democratico, nel corso della Giornata della Giustizia Tributaria nell’Aula Magna della Cassazione.” (Il Giornale)

In realtà, solo in Campania ci sono oltre 1,3 milioni di procedimenti civili e penali pendenti (lo denunciavano sempre i commercialisti), e certamente non è possibile assumere un’armata di magistrati sia per smaltirli sia per evitare, in futuro, che si accumulino: quel che serve è semplificazione.

Ed, infatti, per sbloccare almeno 3-40.000 contenziosi tributari di minore entità in Campania (ed in Italia chissà quanti), UNICO annuncia che “chiederemo al Ministro della Giustizia Andrea Orlando di allargare ai commercialisti il novero di soggetti cui delegare la gestione e la definizione stragiudiziale delle controversie in corso e, quanto meno, di prevedere la partecipazione di un commercialista, quale consulente tecnico, in ausilio al soggetto cui sarà delegata la decisione del contenzioso tributario”.

Una proposta che sensata visto che già sono migliaia i commercialisti che hanno svolto incarichi di tribunale in Campania.

Parliamo di 4 miliardi di entrate tributarie – o anche solo la metà – che sarebbero una manna dal cielo per Napoli e la sua regione.
Parliamo di almeno un paio di annualità arretrate che potremmo smaltire da qui alla fine del 2015 in tutta Italia, con  diverse decine di miliardi di entrate extra per l’erario, ovvero per spalare almeno un po’ il debito pubblico.

Intanto, constatiamo che la ‘lotta all’evasione’ e a ‘furbetti ed abisivi di turno’ diventa iniqua, se poi i processi si arenano e a pagar le tasse sono sempre gli stessi.
E parliamo di uno Stato che emana leggi che non riesce a rendere norma, se solo in Campania abbiamo oltre un milione di processi pendenti. Qualcosa, tra procedure ed organizzazione del lavoro, proprio non va.

Matteo Renzi provveda: è impensabile – se vogliamo uscire dal declino – una tale stagnazione tributaria e finanziaria.

originale postato su demata