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Prima dell’Europa, l’Italia? Perchè è difficile a farsi

15 Set

Per il budget dell’Unione Europea,  nel 2006 ogni tedesco contribuiva al netto per 124 €, un italiano o un francese per 58 euro, meno della metà, un inglese circa 90 euro. Il problema più vistoso che al lordo tedeschi (276 €), francesi (266 €), italiani (244), inglesi (226) contribuivano quasi alla pari.

Ecco perchè la Germania ‘detta legge’, se al netto versa più del doppio, ed ecco quale domanda porsi: dove finivano i 244 euro lordi contribuiti pro capite da ogni italiano, se  se , poi, se ne contavano solo 58 al netto? Mistero.

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Fatto sta che il “Financing of the general budget by member state” (2007-2013) conferma che se l’Italia contribuisce – come tutti – per l’1% del proprio Reddito Nazionale Lordo, i finanziamenti UE spesi sono solo lo 0,8% del RNL e va ancor peggio la Francia con lo 0,7% o la Germania con lo 0,5%.

A questi dati, nota bene, corrisponde la diffusa percezione italiana che la burocrazia fagociti e dissipi i fondi UE, o quella francese, che – burocrazia a parte – dimentica puntualmente banlieues in degrado e tanta provincia arretrata, oppure quella tedesca per cui la Germania  è colei che si fa operosamente carico dei ‘vizi’ latini.

Demagogia e populismi? Forse, ma cosa dire dei Media che non approfondendo quel che accade lasciano campo libero alle chiacchiere da bar, quando – dopo anni di promesse – si scopre che c’è chi non ha utilizzato i fondi e, peggio, chi ha sforato.

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Nel 2006, inoltre, il budget UE constava di 105 miliardi di euro (oggi 145, ) e nella sostanza veniva e viene distribuito (dati del 2015) con queste percentuali:

  • 41% – produrre alimenti sicuri, favorire una produzione agricola innovativa ed efficiente e l’uso sostenibile del territorio e delle foreste.
  • 34% – aiutare le regioni sottosviluppate dell’UE e le fasce svantaggiate della società
  • 12% – migliorare la competitività delle imprese europee

In parole povere, questo si traduce in:

  • molto ma molto di più in costi, tasse e tributi – specie quelli meno abbienti – in termini di spesa alimentare  con un effetto domino che impatta direttamente sull’uso sostenibile del territorio (strade, trasporti, manutenzione) e delle foreste (gestione rifiuti incrementale).
  • molto ma molto meno del 34% per le fasce svantaggiate della società che vivono in aree relativamente sviluppate, cioè tutte le aree metropolitane, dove si addensa la maggior parte dei poveri e dei sottoccupati

Demagogia e populismi? Se non in una situazione del genere, quando?

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E’ evidente che ‘worker class’ e ‘middle class’ non ottengono da almeno un decennio nè benefici nè rassicurazioni da un simile approccio:

  • in Germania la densità demografica inizia ad essere pesante, ci sono tagli addirittura per i diritti alla casa e alla maternità, intanto si destinano ‘aiuti’ a paesi stranieri … ai lavoratori (Gott sei Dank!) ci pensano i sindacati, le Versicherung e i Lander
  • i francesi hanno un reddito medio simile a quello italiano, ma … non sono ‘sottosviluppati’, anzi spendono alla grande in ricerca e università. Ovviamente i francesi ‘normali’ attendono sempre che si trovi il modo di risollevare i loro stipendi asfittici dai tempi di Mitterand
  • gli italiani sanno bene che fu la Lira a capottarsi nel 1974 come nel 1994, ma fanno finta di niente e mica è colpa loro se i conti per entrare nell’Euro erano a dir poco ottimistici. Ma è facile dare la colpa all’Europa, come è difficile avviare delle riforme, se l’Italia è senza classe dirigente, dato che in dieci anni oltre un milione di eccellenti laureati è andato via insieme a diversi milioni di giovani operosi diplomati.

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Dunque, è essenziale che l’Europa prenda atto che la spesa in coesione sociale deve divenire primaria e l’onda di populismi e nazismi emergenti dovrà pur riaprire la questione del ‘welfare state’.
Purtroppo, come andranno le cose, c’è che l’Italia ancora non prende atto di essere ‘anomala’ in fatto di Sanità, Assistenza e Previdenza, cioè di essere lei stessa ad impedire un processo di unificazione ‘sociale’ europeo, che richiede, e che si fonda generalmente su istituti pubblici e su casse/mutue di comparto … proprio come recita la nostra Costituzione e proprio come diffidano coloro che vorrebbero nazionalizzare tutto … se non fosse che lo è già e funziona davvero male.

Una anomalia italiana che – tra l’altro – prevede un notevole sbilanciamento dei Conti Pubblici – se qualcuno se ne fosse accorto – a causa dell’enorme prelievo fiscale, tributario e d’imposta da parte dello Stato per conto dell’Inps, come delle Regioni e dei Comuni, cioè a catena di ASL, Università, Onlus, Patronati ed appaltatori o concessionari vari, che costituiscono l’effettiva ossatura dei servizi nei territori e per i cittadini, che se possono si rivolgono altrove.

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Se l’Europa resiste alle pressioni italiane ed esita sul ‘welfare state’ è perchè – viste le riforme costituzionali che attendiamo da decenni – teme che in tal modo vada a peggiorare la situazione debitoria, dell’efficienza della pubblica amministrazione e dei servizi. Cioè il consenso …

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E non sembra che maggioranza, opposizione e media vogliano farsi parte di questo ‘altro lato della medaglia’, che sta lì dagli esordi della Seconda Repubblica: non è possibile restaurare la Prima Repubblica, che – per altro – finì per corruttela sentenziata, come – pezzo per pezzo – lo è stata la Seconda.

Tutti i dati confermano che la ‘sicurezza’ – sia come legalità sia come sanità / previdenza /assistenza – è un aspetto critico, che non riguarda solo l’autodifesa come afferma Salvini nè riguardava solo la trasparenza come auspicava Bassanini.
Marciapiedi e strade sicure, scuole decorose, ospedali efficienti, operatori gentili e preparati, mobilità accettabile, turn over e concorsi: a parte i Populisti, c’è qualcuno disposto a promettere tutto questo e come?

Demata

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Scuola, servizi pubblici, pensioni: dove sono il Governo e le Opposizioni?

1 Set

E’ il 1° settembre, riaprono le scuole e – dalle notizie del Fatto Quotidiano – dovrebbero ancora esserci migliaia di dipendenti che hanno richiesto la pensione anticipata e sono con la pratica ancora in lavorazione o soggetta a chiaro ricorso.
Intanto, CGIL Scuola annuncia che  “manca un preside su 4, servono segretari e bidelli. In cattedra ottantamila precari. Avvio delle lezioni a rischio caos nonostante i 57mila contratti a tempo indeterminato. E resta il rebus delle maestre diplomate“.

Parallelamente, a dimostrazione che il meccanismo del turn over della Pubblica Amministrazione si sia inceppato (e che le problematiche ex Inpdap non erano limitate a ‘soli’ 10 miliardi di deficit), basta andare su un sito o un forum dei lavoratori della Difesa o della Sicurezza per rendersi conto che decine di migliaia di loro attendono una pensione e spesso sono invalidi. E gli organigrammi degli Uffici pubblici consultabili su internet sono pieni di posizioni in reggenza o utilizzazioni, ergo privi di personale.
Anche nella Sanità, se la Legge 161-2017 modifica la turnazione ospedaliera, questo non corrisponde la possibilità di nuove assunzioni per garantire il servizio.

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Nel privato, il fenomeno ricomprende i lavoratori divenuti invalidi con 400 euro di pensione al mese anche se hanno 30 anni di contributi, gli esodati e le ricongiunzioni negate, i ricomputi retroattivi dopo aver dilazionato per anni, cioè … i 60enni in cerca di lavoro dopo 30 anni di attività disastrosamente sotto gli occhi di tutti da un decennio.

Una diffusa flessione nei diritti dei lavoratori (cioè degli assicurati), che diventa sempre più debordante grazie alle facili e fuorvianti promesse di Salvini di ‘abolizione della Legge #Fornero “, fondate a loro volta su una serie di luoghi comuni.

E’ una bufala che alla pensione di pervenga non prima dei 65/67 anni: il requisito ‘minimo’ della Fornero è l’età contributiva e non anagrafica, potrebbe trattarsi di un lavoratore precoce oppure mansioni usuranti o semplicemente un grave invalido.

E’ una bufala che le generazioni ‘anziane’ non abbiano contribuito a sufficienza: può essere vero per le contribuzioni fino alla fine degli Anni ’70, ma  chi ha iniziato a lavorare negli Anni ’80 rientra più o meno nel sistema contributivo odierno, perchè era cessata la spinta inflazionistica degli Anni ’70 ed avviata l’unificazione finanziaria europea.

E’ una bufala che l’Italia sia afflitta dalla piaga delle frodi assicurative: quello dei falsi invalidi è un fenomeno specifico locale, ma non sono chissà quanti rispetto alle medie europee o statunitensi, specie se parliamo di infortuni sul lavoro. Viceversa, le sentenze del Tribunale del Lavoro favorevoli agli assicurati/assistiti sono tantissime ed anche i morti sul lavoro o i riconoscimenti postumi di danno alla salute rappresentano in Italia un dato rilevante, se parliamo di Vigilanza Sanitaria, prevenzione e sicurezza.

E’ una bufala che dare una rendita agli invalidi sia un costo pubblico non prioritario: era una spesa ben definita fino al 1976 e da decenni inglobata nella massa delle pensioni complessive, senza un bilancio di quanto il Sistema Italia spenda di più, lesinando e rinviando, per minore produttività al lavoro, come per sicurezza sociale (assistenza) e per maggiore accesso alle cure (sanità). Persino negli USA, dove sono attenti al ricavo, gli invalidi hanno chiari diritti, assistenza e sussidi.

E’ una bufala che la Sanità – indispensabile se si vogliono tenere al lavoro degli over55 – sia in Italia “universale”: in realtà è un sistema neanche nazionale, bensì regionale o, peggio, ‘locale’ a seconda della ASL. Infatti, in molte Regioni i Livelli Essenziali Assistenziali e i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non sono di fatto attuati , gran parte delle strutture non ha la cartella elettronica, le prenotazioni sono mesi di distanza, le prescrizioni di altre regioni non vengono attuate.

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Queste cose dovrebbero far riflettere, perchè stiamo parlando dei risultati di una ‘nazionalizzazione’, quella avvenuta dal 1974 delle Casse e delle Mutue, già concessionarie ai sensi dell’art. 38 della Costituzione.

A proposito, è una bufala che non vi siano i soldi per le pensioni:  chi versa contributi per oltre 38-43 anni, a seconda degli Stati e degli istituti, è nel dovuto e dovrebbe essere solo una questione di aspettativa in vita individuale e di rendita.
Il problema reale è che il declino italiano, smantellando il settore industriale e manifatturiero, ha già prodotto milioni di sottoccupati con scarsa contribuzione.

Inoltre, sappiamo che c’è un certo numero di rendite ‘eccezionali’ rispetto all’effettiva contribuzione che fa a contraltare con la pochezza dei sussidi ai lavoratori invalidi. Ma non dovremmo fare altro che separare le spese sociali di uno Stato o una Regione (100-150 mld annui) da quelle contributive tra lavoratore ed assicuratore pubblico o privato che sia (3-400 mld annui).
Quanto all’istruzione, un conto è finanziare solo scuole statali, un altro è garantire gli studi gratuiti (entro dei parametri) a chi sceglie le scuole private.

Doveva essere così fin dal 1948. Noi italiani l’avevamo promesso nel 1994. Lo ribadimmo nel 2011 … evidentemente l’Italia può aspettare.

Demata

Immigrazione, sicurezza, lavoro e servizi pubblici: ecco i temi centrali delle Elezioni 2019

15 Mag

 

L’articolo dell’Huffington Post che vi invito a leggere racconta qualcosa di terribile ed arriva direttamente dal Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria.
Difficile parlare di Libertà e Democrazia, se un Garante deve narrare la vicenda sulla stampa nazionale, pur di essere ascoltato.
 
Prendere un albergo per una sola notte – da cittadino europeo con una moglie incinta diretta in Germania dove avrà diritto addirittura a chiedere la cittadinanza – in Italia è un reato anche se l’aereoporto di Fiumicino, come tutti gli altri, non offre aree di ristoro per le donne incinte in transito.
 

La ‘colpa’ non è della Magistratura, ma della legge italiana che è scritta male: lascia in circolazione persino gli stranieri condannati per reati come scopriamo dalle cronache, respinge in Libia persone che avrebbero diritto a rifugiarsi o transitare e blocca alle frontiere famiglie innocue e operose, riempie le carceri di criminali senza futuro, ma permette lo sviluppo di un enorme mercato del lavoro nero che in alcuni contesti scopriamo esser vicino allo schiavismo.
Ed il lavoro nero massivo si chiama speculazioni, evasione fiscale, sottosviluppo, mafie, lobbing, clientelismo.

 
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Il problema vero – direbbe qualcuno – è che la gestione dei migranti irregolari e quella degli immigrati che delinquono abitualmente è direttamente correlata al ‘garantismo’ procedurale e di diritto che – come leggiamo – consente a certi stalker di proseguire imperterriti, a noti delinquenti di ritornare ‘al lavoro’ poco dopo un arresto, a stupratori infami di trascorrere gran parte della pena ai domiciliari in attesa di processo e … ai colletti bianchi di finire in prescrizione elidendo così anche i danni civili ed erariali.
Non dimentichiamo che tra gli effetti di un ‘certo garantismo’ ci furono la depenalizzazione del falso in bilancio e l’elisione della responsabilità giuridica.

Il problema vero – direbbe qualcun altro – è nella normativa sul lavoro (nero) che oggi in Italia, che non riesce ad incidere neanche sul ritorno del caporalato estirpato negli Anni ’50, figuriamoci nelle fabbrichette e nei servizi. Sarà per questo che gli italiani certi lavori non vogliono farli? O che gli stranieri debbano sottostare ad espedienti pur di lavorare?
E se gli immigrati sono qui per dare una vita dignitosa ai figli, non basta di sicuro un welfare che lascia tanto spazio all’anti-Stato, se crede di risolvere tutto con enormi ammassi di case popolari per disoccupati, sottoccupati e invalidi o anziani indigenti, come a Quarto Oggiaro, allo Zen, a Secondigliano, a Tor Bella Monaca.

 
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Intanto, tra pareri discordi e senza affrontare la questione che è strutturale (dato che hanno buone ragioni e soluzioni incomplete ambedue i fronti), finisce che la Lega e i Cinque Stelle su queste falle del sistema (immigrazione, sicurezza e impunità dei colletti bianchi) hanno costruito una base di consenso enorme, offrendo delle non-soluzioni populiste, mentre quel che manca sono le riforme che attendiamo dagli Anni 70.

Gran parte degli italiani – da quando abbiamo iniziato a spiegare che i rifugiati non sono immigrati e che i meridionali non sono stranieri – ha tirato un sospiro di sollievo, lo stesso Salvini da allora ha iniziato ad evitare certe ‘goliardate’ come le chiama lui, è chiaro il mandato dato ai Cinque Stelle dal massivo voto meridionale.

Affrontare queste questioni in termini di metodo e di soluzioni strutturali comporta visibilità e voti, oltre a rassicurare Borse, Europa ed Nato.
Non affrontarle equivale a non scendere in campo su grandi questioni mediatiche e social, se parliamo di elettori: lascia ancora più spazio ai populisti e relega all’oblio.

Nel 2019 saranno in lizza tanti seggi locali, nazionali ed europei: i partiti ‘tradizionali’ avranno voglia di iniziare a far le riforme che non hanno fatto per vent’anni?
E se continueranno a non affrontare il ‘collegato’ immigrazione-sicurezza-lavoro-servizi-giustizia come pensano di governare una Nazione politicamente allo stremo?

Demata

Roma, un degrado ormai di portata internazionale?

18 Apr

Tutti possono fare un piccolo esperimento, digitando su Google ‘degrado Roma‘ e selezionando solo le notizie delle ultime 24 ore.

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Ecco cosa è apparso tra i primi venti link:

  1. L’agonia di Atac e il colpo di grazia della Giunta Raggi spiegati alla perfezione – Romafaschifo
  2. Fotogrammi di degrado: non si salvano neanche gli asili nidoVigna Clara Blog
  3. Garbatella: degrado nei parchi che vennero inaugurati due volte – Urloweb
  4. Roma, sfregio a Trastevere: la fontana della Botte ricoperta dai writer – Il Messaggero 
  5. Meningite: a Roma l’addio a Susanna Rufi – Il Messaggero
  6. Crolla soffitto in un asilo nido – Jobsnews
  7. L’ultimo spettacolo del cinema Apollo: si sta sgretolandoDiarioromano
  8. Le favelas sotterranee: il volto nascosto di Roma – Il Giornale
  9. Degrado capitale: quanto sei sporca Roma (video) – Repubblica
  10. Chiusi 36 siti archeologici. Lo spreco di Roma Antica – Il Tempo
  11. Campidoglio e Soprintendenza lasciano i tesori nel degrado – Esquilino’s Weblog
  12. Telecamere, anni di reati e degrado sotto gli occhi elettronici – Corriere.it
  13. Borseggi nella metropolitana di Roma – Jimmy Ghione / Striscia la notizia

Si potrebbe pensare “eh ma anche a Milano, anche a Napoli” … ma andando a digitare ‘degrado Milano‘, tanti articoli generalisti, ma la notizia di una villa dimenticata, mentre per ‘degrado Napoli’ troviamo i soliti articoli su rifiuti accumulati da qualche parte e i vandalismi nella Stazione Centrale.

La ‘differenza’ la fanno un sistema di mobilità agonizzante, un degrado architettonico capillare e la notoria autoreferenzialità organizzativa della Capitale, mentre nelle altre due metropoli sono un fiore all’occhiello i trasporti urbani e le infrastrutture stradali come il restauro e il recupero urbano o la disponibilità ad adottare modelli altrui.

Non è bella Roma in rovina, caso mai son belle le sue rovine.
Rovine lasciate ‘intatte’ dalla Storia per ricordare a Roma di un Impero che cadde quando – vittima delle chiacchiere del Foro e delle rivalità dei Senatori – Roma cessò di essere utile all’Impero che da lei dipendeva.

Una Roma che oggi non ha un governo effettivo per l’Italia e neanche per la Regione Lazio, mentre al Comune non è molto diverso, se il Sindaco è ancora allo stallo post-elettorale della miriade di assessori e del bilancio bloccato con l’Atac fuori mercato, tante regole da cambiare con i dipendenti comunali, la raccolta rifiuti e l’approvvigionamento idrico tutti ancora da ‘ristrutturare’, un territorio da mettere in sicurezza sotto tutti i punti di vista … da cui il ‘degrado’ che constatiamo e leggiamo ovunque.

Quanto ancora l’Italia e l’Europa (ma anche il Mediterraneo) potranno permettersi lo stallo ormai ultraventennale del processo di innovazione organizzativa che, a partire da una trentina di anni fa, la capitale doveva avviare e concludere al passo con francesi e tedeschi?

E quanto ancora il Vaticano potrà sopportare una così degradante immagine di Roma, che fa il giro del mondo ogni 24 ore, mentre proprio di immobilismo, corruzione e lassimo è accusato il Cattolicesimo fin dal primo scisma, passando poi per Lutero e tanti altri.

Demata

Mattarella, Di Maio e la nemesi di un’Italia senza governo

14 Apr

La legge Mattarella fu una riforma elettorale del 1993, che prevedeva sia un sistema maggioritario a turno unico sia il proporzionale con liste bloccate e pure il recupero proporzionale dei non eletti per il Senato ed lo sbarramento del 4% alla Camera.
Il suo relatore, Sergio Mattarella, riteneva che la legge incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale.
Il politologo Giovanni Sartori, viceversa, riteneva illusorio il tentativo di creare un sistema prevalentemente maggioritario all’italiana e che l’effetto della legge sarebbe stato quello di aumentare i partiti.

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Dopo dieci anni circa, nel 2001, la XIV legislatura vedeva in Parlamento circa una dozzina di partiti con tutti i difetti di una campagna elettorale (e del futuro Parlamento) incentrata sulle riforme, cioè ‘maggioritaria’, quando a livello mediatico nazionale, ed in balia dei collettori di voti locali, cioè ‘uninominale’.
Oggi, son trascorsi venticinque anni, i partiti che ‘pesano’ son diventati quattro – tutti più o meno pari merito – mentre tra i seggi del Parlamento non siedono meno di una dozzina di sigle, come al solito.

Ed oggi c’è ‘quel’ Sergio Mattarella a dover dirimere gli effetti della scelta – in quegli anni lontani – di non aprire una fase costituente, riformando in modo organico non solo le elezioni, ma anche il Lavoro, la Sanità, la Scuola, le Regioni, la Previdenza.

Intanto, l’Agenzia delle Entrate si prepara ad informare gli italiani di come vengono usati i loro redditi, allorchè ceduti alle decisioni degli amministratori politici, sotto forma di tasse e tributi.
Analoghe iniziative sono in corso da parte dell’Inps per quanto riguarda le pensioni di ognuno in prospettiva e, poi, dovranno farlo anche scuole e servizi sociali locali.
Così ogni italiano si appresta a scoprire quanto gli costa la Sanità pubblica o quanto si rivaluta il suo contributo previdenziale oppure di quanto finanzia le cooperative sociali eccetera.
Poi, entrati nel 2019, qualcuno darà l’allarme che arrivano gli Obiettivi UE 2020 e siamo il fanalino di coda dell’Europa sia per quanto riguarda i laureati sia per i diplomati, mentre qualcun altro scoprirà che è impossibile fare innovazione senza affrontare i nodi delle pensioni e della riqualificazione, cioè del Sindacato.

Eh già, staremmo parlando di Politica … mica di poltrone.

Con i nostri militari attestati in mezzo ai pericolosi conflitti e con gli embarghi che incalzano le nostre aziende, specie se di nicchia, non solo il Presidente della Repubblica, ma anche e soprattutto i Media, dovrebbero incalzare la riluttante Politica.

Certamene, non va detto che servono un Parlamento ed un Governo per riformare tutto quello che dal 1992 attende di essere riformato, dopo che s’è cambiato tutto per non mutare nulla: la popolazione è confusa e i mercati fibrillerebbero.
Ma, allo stesso tempo, non è possibile andare avanti con un’opinione pubblica in balia dei corridoi e dei vicoletti della politica.

Senza rimpianti per il decisionismo di Giorgio Napolitano, ma più giorni passano e più il Popolo non capisce quel che sta accadendo, salvo concludere che ci sono una classe politica e dei ceti sociali che da 200 anni sopravvivono bloccando tutto e tutti.

Non è stato con le alchimie del Mattarellum che l’Italia ha superato la Prima Repubblica di Tangentopoli e Cosa Nostra, non è stato con le riforme Amato, Dini, D’Alema, Prodi eccetera che il Paese è andato in qualche direzione nè è stato con le ‘mille deroghe’ del duo Berlusconi-Tremonti che abbiamo abbassato le tasse nè è stato con il Federalismo della Lega che si è risolto il problema di Roma, che – se non ‘ladrona’ – di sicuro non funziona con ricadute per tutti gli italiani.

Quel che è lasciato è perso: più o meno come alla fine dell’Ottocento, quando si crearono gli ostacoli all’innovazione, alla crescita industriale-economica e alla formazione tecnica ed alle pari opportunità che solo con l’avvento dei Totalitarismi vennero parzialmente superati. L’Italia pagherà per quanti altri decenni il non aver scelto nel 1993 la Costituente, la Common Law e l’Antimafia?

O, molto più semplicemente, come farà Di Maio a spiegare ai suoi elettori che i Cinque Stelle entreranno in un governo proprio con i partiti (PD, Lega e Forza Italia) che hanno portato il nostro popolo e la nostra nazione fino a questo punto?

Demata

Salvini vince, Di Maio è arbitro: Italia in stallo?

5 Mar
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Cartoon di Paolo Lombardi – toonpool.com

La sconfitta di Renzi e Grasso era annunciata, allo stesso modo lo era il sorpasso di Salvini a danno di Berlusconi.

Fin dall’estate scorsa era noto che nei collegi uninominali il Centrosinistra era soccombente ed era una pia illusione pensare che le percentuali si sarebbero ribaltate nel proporzionale.
Quanto a Matteo Salvini, qualunque direttore editoriale sa bene dove si conduce un Paese, se i media amplificano a dismisura certe affermazioni senza stigmatizzarle a sufficienza.

Evidentemente, si sperava che tra il “pressappochismo” dei Cinque Stelle e il “fascismo” della Lega, l’elettorato si rifugiasse ‘as usual’ nel rassicurante centrismo consociativo della coppia Matteo & Silvio.

Un elettorato che – viceversa – aveva buone ragioni per sentirsi tradito dal salvataggio delle Banche e dei piccoli investitori a discapito della Previdenza e di una miriade di lavoratori. (Passa la linea Salvini sulle pensioni: cancellare la legge Fornero – Sole24ore)

Un Meridione che stava scoprendo come – con un uso onesto ed efficiente uso dei Fondi Europei a partire dal 2000 – Repubblica Ceca, Slovenia e Slovacchia hanno oggi un Pil pro capite superiore a tutto il nostro Sud ed, in misura minore, lo stesso è accaduto in Romania e Bulgaria. (Elezioni 2018, la ribellione del Sud e le radici della protesta – Corsera)

Una popolazione (ed una Buona Scuola) che ha evidenti limiti nel recepire l’innovazione e la globalizzazione, cioè nell’accesso al lavoro, al reddito ed a pensioni dignitose, se – nella UE a 27 nazioni – è quella con il più basso tasso di laureati e che li paga peggio di tutti. (Entro il 2020 servono 2,5 milioni di lavoratori qualificati – Repubblica)

A fronte di quanto, Renzi e Berlusconi hanno preferito riempire le liste con noti nomi della Seconda Repubblica, dopo aver salvato banche ed investitori fino all’ultima cassa di risparmio, ma non una prece per esodati, invalidi eccetera, demandando ad un’Agenzia la lotta alla corruzione, alla malamminstrazione e alle mafie.

Il risultato è evidente:

  • il Centrodestra della Lega ha vinto le elezioni, ma non da Roma a scendere, dove Salvini  è al lumicino con PD + M5S che superano largamente il 60%
  • PD e Forza Italia non solo non governerebbero neanche alleandosi, ma sarebbero minoritari in una qualsiasi alleanza di governo
  • Lega e M5S alleati superano il 50% al Senato, ma non di quanto basti per garantirsi, oltre al potere di vero, anche la maggioranza stabile per governare.

Uno stallo alla messicana, ma – niente paura – siamo in Italia.

Infatti, sia agli italiani sia ai partiti conviene un governo ‘di programma’, con i Cinque Stelle che già in campagna elettorale si sono detti disponibili.

In parole povere, Di Maio dovrà scegliere se

  • sostenere Salvini nel tentativo di dimostrare a livello mondiale che il ‘populismo’ è in grado di governare una grande potenza industriale. Prevedibilmente, potrebbe essere un passo più lungo della gamba ed … i “sostenitori internazionali” non sarebbero pochi, ma non in Europa
  • allearsi con il PD, assumendosi la responsabilità di un governo che potrebbe essere tanto breve e distruttivo, quanto longevo e costruttivo, ma a condizione di voltare la spalle ad una parte dell’elettorato storico e di affidarsi ad esperti di settore conclamati
  • appoggiare un governo del Presidente su un programma prefissato ed a termine, onde pervenire a nuove elezioni.

Nel primo caso, a parte la reazione dell’elettorato meridionale che è la maggior forza nei Cinque Stelle, dovrebbe fare i conti con l’incombente appoggio-ombra di Berlusconi e/o della Destra.
Nel secondo, c’è prima da capire quale sarà il futuro ruolo di Matteo Renzi e quali i rapporti del PD con Sinistra, Sindacati e Cooperazione o Volontariato, se parliamo di pensioni o di sprechi.
Nel terzo caso, c’è il rischio che, tra un anno, il voto di protesta che sostiene i Cinque Stelle possa rivolgersi altrove.

L’unica cosa certa è che l’esperienza di Roma Capitale – dove si è alla paralisi diffusa, ma i Cinque Stelle restano il primo partito – non è replicabile a livello nazionale: le agenzie di rating ed i controllori dell’Unione esprimono i loro ‘verdetti’ non devono attendere anni prima di poter intevenire se il bilancio finanziario è fallimentare. (Tensione su euro e spread dopo il voto – Repubblica)

Intanto, se Salvini già rivendica l’incarico di governo, Beppe Grillo ritorna a sbraitare a nome della ‘base’ …

 Demata

L’Italia al voto tra soliti noti, balle spaziali e qualche prospettiva

11 Gen

Tra meno di sessanta giorni l’Italia andrà a votare e sembra che i vari contendenti facciano a gara ad alimentare l’astensionismo, pur di garantire equilibri e filiere interne.

La situazione è chiara, ormai.

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Come da tradizione, Partito Democratico e Forza Italia ricandideranno in ogni modo possibile proprio coloro che negli ultimi vent’anni ci hanno messo nell’attuale situazione, mentre la Sinistra del pubblico impiego e del parastato si erge a difesa dei ‘diritti’, cioè della fonte del proprio reddito.
Intanto, la Lega ventila riforme fiscali e previdenziali pari ad almeno la metà delle attuali Entrate, cioè il disastro finanziario, e i Cinque Stelle annunciano 400 riforme in un anno, cioè il Caos amministrativo.
I Demoliberali restano al momento divisi tra +Europa, con Emma Bonino ed Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI), con Oscar Giannino.

Altrettanto chiaro è cosa accadrà dopo.

Infatti, tra i primi problemi che il nuovo Parlamento dovrà affrontare, c’è quello che solo dalla Regione Lazio si prevede un debito sanitario stratosferico, mentre il Comune di Roma non ci sta ad onorare quanto che ancora deve alle banche a partire dalla gestione Veltroni, come non intende cedere, liquidare o ristrutturare Atac, Acea e Ama, mentre già si annuncia per la prossima estate un’emergenza delle forniture idriche, della rimozione rifiuti e dei trasporti. Il tutto condito da un senso di insicurezza generale, anche nella Capitale, causata dall’incertezza e dalla pochezza delle sanzioni a cui va incontro chi delinque.

Già nell’esercizio provvisorio, il nuovo Parlamento potrebbe trovarsi a fronteggiare – dinanzi ai media di tutto il mondo – l’emergenza “Roma Capitale”. Dunque, ci si aspetterebbe che all’ordine del giorno di chi ci governa ci sia:

  1.  la riforma del sistema assicurativo, ripristinando pienamente l’art. 38 della Costituzione, garantendo ai lavoratori la sanità, l’assistenza e la previdenza come era fino al 1974, mettendo fine al colabrodo iniziatosi con la gestione ‘politica’ di questi servizi, mantenendo a tutti gli assistiti i diritti ‘universali’ vigenti in capo alle Regioni e all’Inps
  2. la riforma del sistema di giustizia, introducendo la separazione delle carriere, intervenendo sui tempi e modi procedurali rendendo i processi più brevi, riformando il farraginoso iter delle perizie e delle liquidazioni, introducendo aggravanti adeguate per chi reitera reati, specie se violenti, irrigidendo le pene per le azioni fraudolente, eccetera
  3. la riforma del sistema fiscale o, meglio, la fine delle riforme fiscali, dato che un impreditore serio dovrebbe avere la possibilità di pianificare su un arco quinquennale senza troppe ‘sorprese’ e che un amministratore serio non dovrebbe presentarsi dopo cinque anni agli elettori con le casse vuote e le mani bucate.

E’ la stabilità che crea lavoro, impresa, opportunità. Lo Stato non deve farsi datore, finanziatore, erogatore. Lo Stato deve essere (solo) il Garante.
E’ la concorrenza che garantisce occupazione a chi merita e crescita per chi è al passo con i tempi.

Speriamo che le formazioni demoliberali si ricordino delle proprie tradizioni e delle proprie battaglie di tanti anni fa, quando furono le uniche a contrapporsi a questo sfacelo iniziatosi negli Anni ’90, e sappiano attrarre almeno una parte dell’elettorato cristiano-sociale che, ormai, ha ben inteso come – in nome di una non meglio precisata idea di ‘diritti’ o di ‘semplificazione’ ed accampando come paravento la scusa dell’Europa – in venti anni abbiamo perso almeno un milione di eccellenze andate all’estero, mentre scandali e cronache ci presentano una genia che sembra uscita dai film di Alberto Sordi.

Demata