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Roma e l’Italia ignorano il Fascismo?

26 Ott

L’aspetto più grottesco delle reazioni agli adesivi con la foto di Anna Frank con la maglia della Roma è che la questione sia limitata agli ultras della Lazio ed, non a caso, i settori “perbene” di questa tifoseria  denunciano atti simili commessi da avverse tifoserie e non altrettanto pubblicizzati. Sta di fatto che ieri, in televisione, quando i calciatori hanno esibito la maglietta ‘No all’antisemitismo’, i fischi si sono sentiti in diversi stadi e, pochi giorni fa, i tifosi della A.S. Roma in trasferta a Londra sono assurti alle cronache mondiali- incluso il New York Times – per gli ‘uh uh’ rivolti ad un calciatore africano.

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Dunque, siamo un caso mondiale, specialmente se arrivano le elezioni e accade che per mero vantaggio elettorale una parte dei liberali e dei centristi intende allearsi con Salvini e Meloni in ascesa, come già fecero con Mussolini, consegnandogli il Parlamento.

Perchè? Per ignoranza, innanzitutto: c’era già una Storia scomoda da raccontare nelle scuole, fatta di eroi come Cavour, Garibaldi,  Bixio, Cialdini, i cui crimini di guerra sono ancora secretati nei nostri archivi (ma non in quelli esteri). Figuriamoci l’imbarazzo ‘patriottico e risorgimentale’ verso criminali contro l’umanità come  Graziani o Mussolini …

Ancora oggi pochissimi italiani sanno che il 4 settembre del 1940 Mussolini firmò un decreto con cui vennero istituiti i primi 43 campi di internamento – che poi diventeranno oltre 200 più centinaia di strutture di confino – per coloro appartenenti alla “razza ebraica” inclusi gli gli zingari, quelli “pericolosi nelle contingenze belliche” (cioè antifascisti), gli stranieri sudditi di “paesi nemici” tra cui gli apolidi che avevano già ottenuto la cittadinanza italiana, gli “allogeni” appartenenti alle minoranze etniche o/e linguistiche come albanesi, francesi, sloveni, catalani, ladini, cioè complessivamente circa il 2% della popolazione italiana.

Verso gli ebrei, in particolare, fu un atto di trasformismo e di manipolazione delle masse di rara perfidia, dato che 350 di loro avevano partecipato alla marcia su Roma e ben 746   alla fondazione del Partito Nazionale Fascista, mentre nel 1933 erano 4.920 gli ebrei iscritti al partito. Inoltre, Aldo Finzi era sottosegretario agli Interni del gabinetto diretto da Benito Mussolini e membro del Gran consiglio del fascismo, Dante Almansi vice capo della polizia, Guido Jung ministro delle Finanze, Maurizio Ravà vice-governatore della Libia e governatore della Somalia, nonché generale della Milizia fascista.
Infine, era ebrea Margherita Sarfatti, amante e biografa ufficiale del Duce, la cui opera “Dux” fu tradotta in molte lingue come propaganda del fascismo a livello mondiale.

E cosa dire di quando  – pochi giorni dopo Napoli insorta al primo tentativo di rastrellamento nazista – a Roma non  accadde nulla, dinanzi alla retata di 1.023 ebrei, prevalentemente donne, anziani e bambini, deportati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz, da cui soltanto 16 di loro sopravvissero?

Qualcuno sarebbe orgoglioso o nostalgico di tutto questo? Sicuramente no, se qualcun altro glielo avesse insegnato.

Allo stesso modo è evidente che non si conoscono i crimini di guerra del Fascismo, quelli che servivano ad alimentare le finanze italiane, le sue industrie ed il suo popolo basso. Ad esempio, il bombardamento con armi chimiche di Amba Aradam in Etiopia, alla quale ‘vittoria’ è intitolata ancora oggi una nota via di Roma, ed di Neghelli, ‘commemorata’ dalla toponomastica di comuni come Latina e Vercelli.

Del Fascismo gli italiani non hanno studiato l’ondata di terrore sulla popolazione indigena in Cirenaica, dove furono “giustiziate” circa 12.000 persone, mentre tutta la popolazione nomade veniva deportata per molte centinaia di chilometri in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene.

Peggio ancora, troppi tra coloro che parlano del Fascismo in termini revisionstici non sanno dell’occupazione di Cufra in Libia: tre giorni di violenze ed atrocità impressionanti a donne incinte e giovani indigene, decapitazioni ed evirazioni dei maschi, almeno tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, vecchi a cui vennero cavati gli occhi.

Nè, evidentemente, chi si sente nostalgico o possibilista del Regime prova vergogna per la Strage di Addis Abeba, che seguì l’attentato al generale Graziani, quando squadre composte da camicie nere, autisti, ascari libici e civili uscirono nelle strade mossi da autentico squadrismo fascista, armati di manganelli e sbarre di metallo, picchiando e uccidendo i civili etiopici che si trovavano in strada:  un vero e proprio massacro indiscriminato con saccheggi e rapine, incendi di interi quartieri e migliaia di morti.

Chi si pone in difesa di una Fede (cattolica) sa che il Fascismo assaltò la città religiosa cristino-copta di Debra Libanos, dove vennero massacrati 297 monaci, 129 diaconi e 23 laici ed fu chiuso definitivamente il convento, con l’esplicito avallo di Mussolini?

E quando si vantano ‘civiltà’ ed ‘imperium’, ci si ricorda anche che, durante la Seconda Guerra Mondiale, la repressione dei partigiani greci fu condotta con efferate violenze, deportazioni, devastazioni di interi paesi o villaggi, internamento di civili (in campi con elevatissimo tasso di mortalità), stupri di massa, non mendo di 200 villaggi distrutti, migliaia di  sommarie esecuzioni di civili inermi, al punto che il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze?

Oppure, dei 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana – ma cose simili accaddero anche in Croazia e Montenegro – dove vennero fucilati circa 5 000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7 000 persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, per un totale di circa 13 100 persone uccise su un totale di 339 751, cioè il 3,8% della popolazione totale?

Quando guardiamo dall’alto in basso un albanese, sappiamo che all’Albania toccò una sorte simile, se non peggiore, visto che si ribellò, al punto che solo a Mallakasha tutti gli 80 villaggi della zona vennero rasi al suolo con centinaia di morti, usando artiglieria pesante e aviazione, e che alla fine della guerra si contarono « 28.000 morti, 12.600 feriti, 43.000 deportati ed internati nei campi di concentramento, 61.000 abitazioni incendiate, 850 villaggi distrutti, 100.000 bestie razziate, centinaia di migliaia di alberi da frutto distrutti »?

Chi si sente superiore ad un africano o sorvola su certa propaganda di Salvini e Meloni oppure, ad esempio qualche Cinque Stelle, ritiene certe questioni come dei ‘distrattori di massa’ lo sa che, in Africa, i Fascisti italiani erano famosi perchè «in genere davano fuoco ai tucul con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di sfuggire ai roghi»?

Quanti, per ignoranza o malafede, non sanno che l’Italia si macchiò di disonore almeno tanto quanto la Germania, che c’è solo da vergognarsi dell’Impero Fascista, che dopo Berlino l’ultimo posto al mondo dove “scherzare” su queste cose è a Roma?

E chissà come ci vedono all’estero – dove la Storia la conoscono – a proposito di Fascismo, se abbiamo femminicidi da record, se rinviamo ed ostacoliamo leggi su tortura, ius soli e legalizzazioni varie, se negli stadi e nelle periferie lo squadrismo esiste, se il razzismo ha da anni superato il limite di guardia, se non si riesce a garantire servizi essenziali ai migranti che subito scoppia una protesta, se i nostri Cie sono oggetto di scandali e se respingiamo natanti verso un paese che commette sistematicamente crimini contro l’Umanità, se solo a Roma non viene considerato il ‘potere di intimidazione mafiosa’ dei colletti bianchi, se … il Comitato Olimpico internazionale – e non solo – avranno ben potuto notare l’obelisco dedicato ancora oggi a Mussolini, se a Roma la toponomastica mantiene ancora ‘gloriosi ricordi’ come ad esempio Adua, Cireanaica od Amba Aradam, se le diverse etnie cattoliche frequentano  a Roma chiese diverse quasi vi fosse uno spontaneo apartheid, eccetera, eccetera.

Il tutto senza parlare dei rapporti mai ben chiariti tra Fascismo e Vaticano, di cui l’unica cosa certa sono gli enormi movimenti di capitale ed investimenti infrastrutturali che arricchirono la Santa Sede, grazie al Concordato.

Quanto voglia abbiamo a Roma e in Italia di smentire l’affermazione che “l’italiano è antropologicamente fascista’? Quanto Roma e l’Italia – che ormai sono due cose molto diverse –  sono rimaste fasciste mutando tutto per non cambiare nulla?

Demata

 

Sovranismo: origini e significato

31 Gen

Il termine “Sovranismo” non sta ad indicare una dottrina economica, sociale o politica: è un neologismo. Ed è un neologismo piuttosto particolare.

Infatti, il ricorso ai neologismi deriva solitamente dall’esigenza di identificare ‘fatti’ tecnico-scientifici, come invenzioni, fenomeni e scoperte ed, in politica come in economia, i neologismi sono accompagnati da corposi ‘manifesti’ (es. Il Manifesto di Karl Marx).
In questo caso, NO: è un termine ‘generico’ affermatosi tramite i media.

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Inoltre, ‘Sovranismo’ – anche se non sembra – è un  un termine in “prestito” (forestierismo) da lingue straniere e, dunque, NON ha esattamente il significato che appare per similitudine con la lingua italiana.

Infatti, il termine è di origine canadese – souverainisme o sovereigntism – con rifermento ai movimenti sorti per l’indipendenza del Quebec, agli inizi degli Anni ’60.
E ritroviamo il ‘Sovranismo’ sempre con una nozione fortemente autonomista, se non indipendentista, in Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Fiandre, ‘Padania’, Sardegna, eccetera.

Il significato di ‘Sovranismo’ generalmente accettato sta ad indicare la rivendicazione dell’autonomia decisionale da parte di una comunità, rispetto ad un potere centrale, internazionale o transnazionale.

Dunque, in territori dove esiste una forte identità ‘nazionale’ pregressa (es. Scozia) il Sovranismo va a rivolgersi ‘contro’ poteri esterni allo Stato nazionale.
Altro è il Sovranismo declinato nei rapporti tra Stato e Regioni, dove il ‘modello’ sarebbe quello dell’autonomia regionale siciliana estesa a tutta la penisola.

Quanto il Sovranismo – quello leghista od a cinque stelle oppure ‘nostalgico’ – sia lontano dal Trumpismo è presto detto, se questo afferma un Governo Federale forte, un accordo diretto con la Russia e la Gran Bretagna da imporre all’Unione Europea, una rediviva visione Monroe delle Americhe.

Quali siano i rischi di un termine ambiguo e postveritiero come ‘Sovranismo” è ben rappresentato dal vagare di Grillo & Casaleggio alla ricerca di alleanze interpartitiche, inseguiti a fasi alterne dall’una o dall’altra ‘base’ o, molto peggio, dai terribili fatti accaduti ieri proprio nel Quebec, che – tra l’altro – nel rivendicare sovranità, ha anche accumulato una lunga storia di intolleranza nei confronti degli immigrati e di assistenzialismo pubblico.

Demata

Liberali: meno tasse, più diritti

30 Gen

Scriveva Sergio Patti (La notizia) – il 10 ottobre 2015, allorchè rinasceva il Partito Liberale Italiano – che “i grandi temi liberali, nonostante i proclami di ogni parte politica, restano infatti da anni in secondo piano.
I diritti civili … e l’abbattimento del debito pubblico attraverso una vendita del patrimonio dello Stato e delle attività economiche pubbliche, sono manifesti che restano lettera morta.”

Non lasciamoli lettera morta, specie se a star diventando lettera morta non sono i diritti civili, ma quelli fondamentali al decoro, alla legalità, alla sicurezza, al lavoro, all’impresa, alla copertura assicurativa, alla pubblica amministrazione.

Che i Liberali non restino lettera morta, lasciando che li si confonda con chi non condivide i principi e il metodo liberali, che si tratti di diritti civili (come dignità, legittimità, sessualità, privacy, opinione, scelta, trasparenza, eccetera) o di ‘statalismo’ (da cui burocrazia, monopolio, iperfiscalità, debito e disservizi endemici).

Demata

Come saranno tra dieci anni Renzi, Di Maio, Boschi, Raggi eccetera

29 Nov

Immaginare che il ‘nuovo’ sia preferibile al ‘vecchio’ è un po’ come dire che non mi piaccio oggi  sperando di essere ‘domani’ qualcosa di diverso da quel che ero ‘ieri’. Roba da matti.

Filosofia spicciola che persino nella Preistoria era di facile comprensione, ma oggi no.

E, passando dal serio al faceto, ecco – grazie ad un programmino online – le foto da ‘vecchi’ del Nuovo che avanza.

Non manca molto, al massimo una decina di anni.

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Demata

Cannabis: un capolinea per il Centodestra?

19 Ago

Sulla legalizzazione della marijuana ci saremmo aspettati un dibattito parlamentare di livello adeguato alla problematica da affrontare, che – ricordiamolo – è la tutela della salute dei cittadini che consumano sostanze “ricreative”, come tabacco, alcol, per l’appunto la cannabis, cocaina, eroina, pasticche eccetera.

Un dibattito che avrebbe dovuto vertere, innanzitutto, sugli aspetti ‘tecnici’ e cioè la gradualità e la gravità dei danni alla salute di chi consuma, gli effetti farmacologici e, dunque, psicotropi, ma, soprattutto, i dati statistici della diffusione dei fenomeni e dei profitti legali ed illegali.

Se si fosse proceduto secondo logiche e secondo buon senso, oggi avremmo probabilmente già più o meno unanimemente legiferato. Purtroppo, non è così e molti elettori italiani vorrebbero comprendere ‘da che parte sta’ il Centrodestra.

Un Centrodestra che sembra dimenticare che da noi lo Stato lucra sui tabacchi, che un’Italia di pubblici esercenti e coltivatori si arricchisce grazie all’alcol, per non parlare delle centinaia di migliaia di individui che nel nostro paese sono, in un modo o nell’altro, al soldo di qualche mafia.

Un Centrodestra che sembra dimenticare che  la morale cattolica, riguardo l’uso di sostanze ricreative, è alquanto ambigua e carente, se:

  1. la Bibbia ha sempre dimostrato un grande favore verso l’alcol (Ecclesiaste 9:7 “Bevi il tuo vino con cuore allegro”; Salmi 104:14-15 Dio dona “il vino che rallegra il cuore dell’uomo”)
  2. il solo San Paolo che ebbe a condannare l’ubriachezza, che si diffuse endemicamente in Europa dalla caduta dll’Impero Germanico fino all’avvento del Puritanesimo e dello Stato moderno (sic!),
  3. per cannabis ed oppio non v’è menzione nè divieto nei testi sacri, pur essendo ampiamente noti ed usati nel Medio Oriente antico, e le fonti dottrinali (San Paolo) utilizzate per il Catechismo (2290-2291) sono le medesime applicabili per l’alcol, da cui non si comprende perchè si vietino le prime ma non il secondo
  4. il divieto di coltivazione della cannabis è moderno, risale al 1937 e venne introdotto per proteggere le attività industriali della petrolchimica Du Pont, dato che all’epoca la canapa era competitiva sia per la produzione di carta, sia come alternativa alla nascente plastica sia come base per carburanti
  5. il Vaticano fu storicamente promotore e, talvolta, gestore del gioco d’azzardo (lotterie) e dei collegati banchi dei pegni a Roma.

Dunque, visto che viviamo ormai in un mondo globale dove tutti sono più o meno informati degli usi e costumi altrui, ci piacerebbe che i politici di Centrodestra, nell’esprimere le proprie opinioni, dimostrassero almeno di conoscere la religione che professano e, al possibile, che non ci trattino puntualmente come degli ignoranti senza speranza.

Infatti, sarebbe anche bello che – riguardo alcol, eroina e promiscuità sessuale – il ministro Lorenzin parlasse di salute ai suoi elettori, spiegando che l’ostinata mancanza di informazione e prevenzione sulle epatiti e sulle malattie epatiche, ha fatto in modo che l’Italia detenga il primato europeo per il numero di casi di malattie epatiche, mentre cirrosi e tumori al fegato causano circa 20mila decessi all’anno, nonostante siamo secondi in Europa per numero di trapianti di fegato effettuati, ma il 15% dei pazienti il lista di attesa muore prima di ricevere il trapianto, quasi sempre per mancanza di organi disponibili.

Il ministro Alfano, vista la questione ‘sicurezza’ che preoccupa praticamente tutto il corpo elettorale, potrebbe farci sapere quali limitazioni alla vendita e al consumo intende introdurre, se l’eccesso di alcol riguarda oltre 8 milioni di italiani (con il 39,9% che consuma prevalentemente alcolici ad alta gradazione) e, soprattutto, i giovani di 18-24 anni (22% maschi e 8,7% donne) e tra gli adolescenti di 11-17 anni (21,5% e 17,3%).

Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, dovrebbe ragguagliarci sulla posizione del partito, se la proposta di legalizzazione è stata firmata persino da Antonio Martino, ex Ministro degli affari esteri e Ministro della difesa, anche lui eletto con Forza Italia, ma – soprattutto – i suoi elettori sarebbero felici di conoscere le ragioni per cui afferma che il magistrato e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone “dimostra incompetenza e irresponsabilità”.

Sono domande che ogni elettore di centrodestra si pone, se Matteo Salvini resta proibizionista, ma “se ci fosse la legalizzazione almeno eviteremmo l’ipocrisia democristiana di fare una legge che manda in galera il grande spacciatore e non il piccolo, tra l’altro a prescindere dal tipo di sostanza che viene venduta”, e se Giorgia Meloni ironizza sul provvedimento di legge definendolo una “operazione di distrazioni di massa”, ma sa altrettanto bene che i magistrati dell’anticorruzione e dell’antimafia, che si sono espressi pro-legalizzazione, sono persone esperte, caute e preparate.

Alfano, Lorenzin e Gasparri sperano forse di raggranellare consensi con slogan buoni forse vent’anni fa, vedremo se ci riusciranno, ma il mondo va da un’altra parte.
Peccato che il post Berlusconismo si stia dimostrando del tutto incapace di cogliere il cambiamento.

Demata

Amministrative 2016 – Breve analisi del voto

20 Giu

L’esito dei ballottaggi nelle grandi città ha fornito diverse indicazioni utili su come si stia evolvendo la dinamica del consenso politico-elettorale:

  • a Roma, i Cinque Stelle di Virginia Raggi vincono raccogliendo anche i consensi destinati durante il I turno a Fratelli d’Italia (circa 300mila voti) ed alla Coalizione per Fassina sindaco, vista la perdita di oltre 30mila voti del ‘conglomerato’ post-Ulivo rispetto al precedente turno
  • a Torino, si riscontra una dinamica simile, con Appendino dei Cinque Stelle su cui vanno a convergere i voti di pressochè tutti gli elettori delle coalizioni escluse dal ballottaggio
  • a Milano, assistiamo ad un processo inverso con Sala (in misura maggiore) e Parisi (di meno) che ‘cannibalizzano’ il voto precedentemente andato ai Cinque Stelle
  • a Bologna, il popolo delle Cinque Stelle ha seguito lo stesso andamento di Milano nel redistribuirsi verso i due candidati PD e Centrodestra in ballottaggio.

Inoltre, dai dati del I turno elettorale, va ricordato che la somma dei voti raccolti da PD e 5S si approssimava – a Roma, a Torino come altrove – al record di voti conseguito dal Centrosinistra dei ‘fasti’ veltroniani, mentre il ‘Berlusconismo’ è sotto il 10% e la percentuale degli astenuti è cresciuta ancora.

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L’esito elettorale delle Amministrative ha fornito diverse indicazioni utili per la rinascita liberale del Paese.

Semplificando,

1. la frana dell’elettorato storicamente ‘rosso’ è stata raccolta da un movimento ‘giallo’ creato con nuovi strumenti telematici e con un futuro tutto da capire, tra la fine di Casaleggio, l’exploit di Raggi e Appendino, il dirigismo di Di Maio e Di Battista o il ruolo di Grillo. Inoltre, i ballottaggi dimostrano una forte propensione verso i Cinque Stelle (in chiave frontista anti-Renzi), ma, dove i grillini non sono pervenuti al II turno, non si è verificato l’inverso (a buona riprova di quale sia la ‘provenienza’ del loro elettorato)
2. i diversi gruppi di interesse (locali e/o di censo) tipicamente centristi restano in quota Renzi – Alfano – Verdini, ma sono guardati con diffidenza dalla grande massa dell’elettorato che ormai li percepiscono con i vertici delle aziende ex-municipalizzate e sanitarie, le lobbies bancarie e finanziarie, il sistema consortile-consociativo, il popolo degli evasori fiscali abituali, gli apparati che tutto cambia per mutare nulla
3. l’elettorato di Centrodestra – anche se ha tenuto e vinto in tanti comuni della ‘provincia profonda’ – appare essere quello maggiormente coinvolto dal fenomeno dell’astensionismo e del voto disperso, ma la buona prova elettorale di Parisi a Milano e Meloni a Roma offrono un’idea di quale sia il ‘candidato tipo’ e la ‘visione attesa’ dell’elettorato di centrodestra e, se le proposte fossero adeguate, di tanti astenuti.
4. i partiti federalisti e/o autonomisti dimostrano di avere uno scarso appeal nelle aree metropolitane o, comunque, fortemente urbanizzate. Inoltre, anche nelle realtà provinciali dove la Lega era ben attestata assistiamo ad un progressivo declino del consenso, mentre appare improbabile una sua espansione nel Centrosud
5. per la prima volta, la campagna elettorale si è svolta in gran parte fuori dalle piazze e dagli schermi televisivi, che hanno più che altro svolto la funzione (decisamente più appropriata) di ‘contenitori’ di un annuncio programmatico o di un dibattito / confronto. Determinante il ruolo di internet
6. la Campania ‘anomala’ di Mastella con il Centrodestra e De Magistris con i centri sociali, più l’imbarazzante De Luca in Regione e l’inquietante successo del PD nella Terra dei Fuochi casertana, e la Sicilia di Crocetta e dei ‘soliti ignoti’ – mentre la situazione ambientale ed idrogeologica è fuori controllo ed i venti di guerra soffiano dal Golfo della Sirte – saranno determinanti serbatoi di voti per chi vorrà vincere le prossime elezioni politiche
7. l’ampliarsi della portata e della diffusione dei (per ora presunti) brogli, rende inderogabile l’esigenza di coalizioni compatte atte a garantire la presenza di rappresentanti di lista (coalizione) in ogni seggio

Il ‘candidato tipo’

Diversi dati accomunano Parisi e Meloni (ndr. ma anche Raggi, almeno nell’immagine che ha tentato di costruirsi) e ci permettono di individuare una serie di fattori di preferenzialità riguardo i candidati futuri:

1. sono ‘professionals’ dell’apparato politico, segno che larga parte dell’elettorato rifugge dagli avventurismi, ma anche dai personaggi ‘meramente politici’ e non anche ‘esecutivi’
2. sono ambedue romani , a riprova che l’arte del dialogo e dell’arrangiarsi mediterranea (ndr. il neosindaco bolognese Merola è nato in Campania) ha un peso specifico come lo ha il modernismo efficientista mitteleuropeo
3. ambedue hanno un curriculum da ‘enfant prodige’ e da ‘self made man’, ovvero emersi per talento naturale e per merito proprio
4. nelle dichiarazioni si sono dimostrati sì assertivi, ma anche aperti al confronto, cosa indispensabile dinanzi alla stanchezza generale di un parlamento bipolarizzato nell’immobilismo delle rendite di posizione.

Inoltre, l’avvento di due sindaci donna a Roma e Torino (ndr. con Borgonzoni a Bologna sono tre) richiede più di una riflessione:

1. l’estremizzazione (nei toni e nei termini) determinatasi per la sovraesposizione mediatica di Salvini non ha colto gli esiti sperati, specie in luce del dato di Varese e Bologna
2. i/le candidati/e ‘macho’ – tipizzati negli anni come gli attrattori primari del consenso ‘di destra’ – appaiono relegati al voto di protesta e/o ‘celodurista’
3. i candidati ‘cum grano salis’ a loro complementari – tipizzati negli anni come gli attrattori primari del consenso lobbista e campanilista – sono concentrati ormai nel sempre più ridotto spazio del ‘Partito della Nazione’
4. in un contesto di ‘crisi dei riferimenti politici’, un candidato donna (ndr. vedi anche Le Pen o Merkel) può risultare ‘personaggio affidabile e premuroso’, ergo rassicurante, cui affidare “d’istinto” il nostro voto.

Ad ogni modo, il Berlusconismo (e di riflesso il Prodismo) ha cambiato l’approccio al consenso degli elettori ‘moderati’, dato che gli elementi su detti (professionale, mediterraneo, individualista, fuori dagli schemi) coincidono con l’immagine che il leader di Forza Italia (ed il suo alter ego ulivista) ha voluto dare di se: le ‘filiere’ del consenso clientelare – come abbiamo constatato a Roma – non sono più l’unico elemento di attrattività (do ut des), visti i disastri urbanistici, sociali e finanziari che dovremo fronteggiare per molti anni: il candidato ‘nuovo’ deve essere in primis competente ed in secundis in grado di resistere alle pressioni, ergo capace di decidere in autonomia.

E, come sempre, i candidati ‘vincenti’ sono sempre coloro che generano ‘identificazione’ e ‘affinità’.
Nel contesto attuale sono coloro che si richiamano all’orgoglio ‘nazionale’ (ndr. il ‘fai da te’ grillino ne è anch’esso una primordiale forma) e che sono assertivi ma costruttivi nel loro confronto con le posizioni o le istanze altrui.

Il ‘pensiero unico europeo’ dato dalla convergenza ‘centro-populista’ delle due polarità destra-sinistra (Grosse Koalition; governi PD-NCD) ed il prevalere della finanza globale sulle esigenze individuali e locali stanno pervenendo al capolinea, dopo aver assolto (con esiti discutibili) ad esigenze strutturali globali e mentre iniziano a profilarsi altre e ben diverse esigenze collettive e delle persone.

La ‘visione attesa’

Se intervistassimo gli italiani (ma anche i francesi o gli spagnoli) sulle riforme demo-liberali di Lloyd George – anziché su quelle italiane di poco precedenti e del tutto analoghe – nel campo del lavoro, dei sindacati e delle assicurazioni, è probabile che il dato ‘nostalgico’ risulterebbe prevalente: l’Inps ed il SSN hanno progressivamente fagocitato il restante (ad eccezione di alcuni settori privilegiati), diventando nell’attuale il pozzo senza fondo del debito e del deficit pubblici, l’alveare impenetrabile dei ceti privilegiati e del consenso consociativo, la sede consacrata di tutte le iniquità percepite, la fabbrica del voto di scambio e il fomento dei conflitti intergenerazionali.

Che l’Inps ritorni ad essere l’istituto per gli ‘indigenti’ come da mandato costituzionale e che si ripristino le ‘casse’ e le ‘mutue’, le ‘cliniche’ e le ‘convenzioni’, specialmente se, senza la spesa per Inps e SSN /SSR, il bilancio italiano andrebbe ipso facto in attivo ed il deficit sarebbe cancellato, non v’è ragione per credere che una riforma seria e ben congegnata dovrebbe turbare mercati o fallare trattati.

Allo stesso modo, la popolazione è preoccupata per
1. la tutela idrogeologica e ambientale (o alimentare) come la manutenzione delle opere pubbliche è andata in declino con la Riforma del Titolo V e con la conseguente marginalizzazione del Genio Civile e dei Vigili del Fuoco, per non parlare di acqua e rifiuti con relativi arresti per mafia
2. gli iter di giustizia e la semplificazione amministrativa come l’accesso alle cure, che vedono diversa applicazione da circondario a circondario, dopo vent’anni di Milleproroghe e ‘leggine’, con ripercussioni profonde nel tessuto imprenditoriale e per la sicurezza dei cittadini (ndr. attualmente è improbabile che addirittura un omicida volontario trascorra in carcere più di 10-15 anni), oltre che per i servizi assistenziali, insufficienti per i destinatari ma fuori controllo nei costi per l’erogatore.

Chi troverà il coraggio e la quadra avrà in mano le chiavi del futuro.

Demata

Segnali di vita politica nella Capitale

7 Giu

Il dato che emerge dalle Amministrative è quello di una Sinistra e di un PD in grande crisi, mentre la Destra – dopo la notte più buia – da segnali di vita nuovi. Esattamente il contrario di quanto sentiamo o leggiamo, ma, nei numeri, Roma è così e la casistica, come vedremo, appare generalizzabile.

Tanto per citare uno dei ‘numeri’, partiamo dal 2006 quando Veltroni prevalse su Alemanno con il PD (ndr. all’epoca si chiamava Ulivo + liste del ‘sindaco) che incassava circa 580mila voti, come avvenuto nel 2008 con Rutelli. Nel 2013, il PD (e la lista Marino) raccoglieva circa 340.000 voti (e la coalizione quasi 500mila), il PD di Giachetti forse ne ha raggiunti 260mila e tutta la coalizione più Fassina arriva a forse 400mila voti a fronte degli oltre 900mila di Veltroni nel 2006 o di Rutelli nel 1997.

Viceversa, Meloni a Roma raccoglie quasi tanti voti quanti ne raccolse Alleanza Nazionale nel 1997, ma la fascia generazionale è molto più bassa, e con Marchini (che l’ha solo indebolita) raccolgono oltre 360mila voti, cioè quanti ne ottenne Alemanno nel 2013, e due terzi di quelli del 2006 in cui vinse le elezioni.
Visto il successo personale di Parisi a Milano, possiamo prevedere che la ‘nuova destra’ potrà affermarsi a condizione di mostrare ‘volti diversi’ (rispetto ai vari Storace, La Russa, Alemanno) attestandosi su posizioni liberal-sociali piuttosto che post fasciste o neoliberiste.

Quello che viene meno nel Centrodestra è il ‘centro’ (che salvo la ‘pattuglia liberale’) è ormai territorio incontrastato dei ceti medio-alti post cattocomunisti, specie quanti pervenuti nelle città da ‘fuori sede’ ce li ritroviamo oggi nelle posizioni apicali, vuoi per l’esodo massivo di cervelli vuoi perchè in grado di essere ‘sostenuti’ e ‘foraggiati’ dalle famiglie di provenienza. I Democratici (PD ed NCD) sono solo una diversa affermazione locale degli stessi ceti: in alcune provincie i primi, in altre i secondi. Ovvio che – finchè non perverranno a fusione – perderanno voti e terranno in stallo le principali riforme …

Ci sono anche Fassina (e Salvini), oltre ai Cinque Stelle, ed è presto detto.

Il risultato di Raggi (410mila voti) dei Cinque Stelle è probabilmente il livello di massima espansione possibile del movimento: un partito che non dialoga con gli altri e che superasse il 40% sarebbe inderogabilmente ‘fascista’, dato che andrebbe a riprodursi esattamente la problematica ‘aventiniana’ dell’ascesa di Mussolini.
Ma da dove arrivano quei voti?

Certamente non sono gli ex elettori di Forza Italia e, dunque, non arrivano da destra (forse al settentrione, ma non nel centrosud). Guarda caso i voti conquistati dei Cinque Stelle a Roma sono più o meno quanti s’è persa la Sinistra con il PD in testa … e sono proprio quelli di coloro che – dal 1948 ad oggi – son sempre stati diffidenti verso le ‘regole’ pur di ricorrere al ‘fai da te’.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, tanti auguri a chi – di volta in volta – raccoglie questo genere di consensi. E lo stesso vale per Fassina e compagni vari: non esiste l’opzione “di lotta e di governo”, stop.

Finiamo con Salvini che s’è fatto il giro delle sette chiese come dicono a Roma, ma tanto poco ha concluso. Tra l’altro, farsi fotografare con Trump o farsi benedire da Le Pen serve a poco se, poi, al leader e alla base manca una ‘visione nazionale’. Probabilmente la Lega terrà ancora nelle sue enclavi, ma – fuori da esse – è probabilmente più un danno che un beneficio per gli alleati. Sarà da vedere cosa accadrà tra gli elettori settentrionali (e ancor più tra gli altri) se e quando la Meloni ed il suo staff porteranno proposte meno romanocentriche e più attente all’innovazione e all’efficienza della P.A.

In conclusione, analizzando i fatti come fossero una ‘grande architettura’, lo spostamento dell’elettorato di sinistra su un partito-movimento ‘nuovo’ sembra essere a buon punto ma chissà dove porterà, la riaggregazione dei ceti medio-alti al ‘centro’ vede in Renzi e Alfano due campioni esemplari degli interessi di campanile e di casta, la destra ha trovato una leader ed una ‘visione’ (liberal-sociale) per avviare un percorso diverso dall’autoritarismo fascista e dal populismo  berlusconiano.

Demata

Roma: come sarà il nuovo Consiglio comunale

6 Giu

L’esito delle elezioni romane – andasse come andrà il ballottaggio – non risolverà i problemi di Roma (e con lei, capitale, il resto d’Italia) e, prevedibilmente, sarà necessaria almeno un’altra legislatura per convincere i romani a cambiare mentalità e ad abbandonare il ‘volemose bene’ ed il ‘panem et circenses”.

Il fotogramma finale del voto offre un quadro desolante: chiunque vincesse al ballottaggio avrà una maggioranza risicata e tutta da verificare, se da un lato vediamo i Cinque Stelle alla prima esperienza di ‘governo’ e  vedremo se faranno accordi sottobanco con PD e Sinistre varie.
Dall’altro non potrà esser altro che un’ammucchiata.

Non opinioni, ma numeri … come i 17 miliardi di debito o la Metro C bloccata, che sono solo alcuni dei tanti problemi ai quali il nuovo sindaco dovrà far fronte.

Demata

Proiezioni Consiglio comunale Roma

 

consiglieri sindaco raggi

 

consiglieri sindaco giachetti

Errore ~10%

Roma Capitale: la struttura del debito

13 Mag

I romani ed il loro futuro sindaco sono avvisati:la città ha contratto dal 2003 al 2008 un debito mostruoso, le cui somme (più i finanziamenti e contributi ordinari) sarebbero meritevoli di una puntata di Chi l’ha visto, per come sta ridotta la Capitale.

Il commissario straordinario per il piano di rientro del debito di Roma Capitale, Silvia Scozzese, ha reso nota l’effettiva situazione di bilancio del Comune di Roma:

  1. ad una valutazione al 30 settembre 2015 il passivo è salito a 32.369.019 euro
  2. il debito (anteriore al 2008) di Roma Capitale è di 13,6 miliardi di euro, due volte il bilancio del Campidoglio, ed oltre i tre quarti è riferito a mutui contratti dal Comune prima del 2008.
  3. di questi contratti solo due risultano ancora aperti, alla data del 30 settembre 2015, con la Banca Opere Pubbliche e alle Infrastrutture S.p.A. (OPI), nata quanto “Corrado Passera è stato scelto da Giovanni Bazoli come ad di Banca Intesa, nominando a sua volta Mario Ciaccia responsabile della Direzione Stato e Infrastrutture dell’istituto e poi numero uno di Biis (Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo), per finanziare opere pubbliche” (fonte Huffington Post)
  4. entrambi scadono il 31 dicembre 2030, con un valore mark-to-market negativo di circa 19 milioni di euro nel 2011 e furono stipulati il 24 luglio 2007, quando già un anno prima il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco aveva lanciato l’allarme (inascoltato), auspicando  “la possibilità, anche per l’Italia, di poter aprire la procedura fallimentare per gli enti locali in dissesto finanziario. Una prospettiva che indurrebbe gli istituti di credito a una maggiore cautela nel ricorso ai sofisticati strumenti dei derivati finanziari per offrire risorse agli enti locali sulla base della garanzia delle delegazioni di pagamento” (fonte Sole24Ore)
  5. i crediti accumulati dal 2008 al 2014 consistono in 7,1 miliardi, tra tributi non pagati dagli evasori (Imu e Ici in testa), tariffe mai saldate (rette scolastiche, tariffe dei servizi sociali, affitti degli immobili di proprietà del Comune) e multe dei vigili non riscosse
  6. il valore attuale del debito finanziario fino al 2048  è di circa 9 miliardi di euro, cioè quanto previsto per i contributi futuri a Roma Capitale. La carenza di liquidità potrebbe determinare l’impossibilità di utilizzare i fondi stanziati per la copertura delle spese già programmate nonché obbligatorie
  7. riguardo i ‘derivati’ ed il debito che s’è creato sono state diverse le inchieste e le indagini per truffa ai danni del Comune.

Dunque, sarebbe bello che i candidati sindaco ci dicessero come vogliamo metterla, visto che neanche vendendo il Colosseo si copre un buco simile e visto che di sicuro non possiamo tenere la città in ginocchio a pagar debiti per i prossimi trent’anni come abbiamo arretrati ultradecennali nelle infrastrutture e nella manutenzione.

Demata

 

 

 

 

Roma, i trasporti pubblici ed il sindaco che verrà

14 Mar

Dato un cerchio di 40 km di diametro, come lo è Roma, quante dovrebbero essere le fermate del sistema integrato di trasporto pubblico?

Partiamo dal fatto che ne dovremmo avere una entro 250 metri da casa, se vogliamo che i mezzi pubblici siano utizzati anche dagli invalidi e dai chi ha bimbi piccoli, e – fatte due divisioni due – salta fuori che le fermate dovrebbero essere 6.000 circa.

Ma “la città di Roma, nonostante una planimetria piuttosto disordinata, ricca di siti archeologici intorno ai quali lo sviluppo della superficie edificata è avvenuto a macchia di leopardo, vanta una dotazione di verde elevata e che diventa più consistente nelle zone periferiche. Il sistema ambientale di Roma Capitale è costituito da circa 86.000 ettari di territorio salvaguardato e protetto (pari a circa i 2/3 dell’intero territorio comunale)”, secondo l’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale.

Dunque, i trasporti dovranno coprire un’area di soli 400 milioni di metri quadri e, così, servirebbero solo 2.000 fermate per realizzare un sistema integrato di trasporto pubblico.

Ma …

In realtà, solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno densità abitative nell’ordine di 10.000 abitanti per Kmq, cioè paragonabili a quelle di Milano e tali da rendere efficiente ed efficace un capillare sistema integrato di trasporto pubblico.
A contraltare, il municipio più popoloso (il III), oltre ad essere separato dal resto di Roma dal Tevere e dall’Aniene, dovrebbe strutturare il livello di trasporti per oltre un milione di abitanti con una densità abitativa (2040 ab/kmq) praticamente pari a quella di piccoli centri come Albano Laziale o Marino (~1800 ab/kmq).

Infine, dobbiamo ricordare che, per fare in modo che gli umani – se abitano in municipi a bassa densità abitativa – utilizzino un sistema di trasporto pubblico, è necessario che in 15-20 minuti al massimo possano raggiungere l’hub di riferimento o la zona d’interesse nel proprio municipio e che – eventuamente – in ulteriori 20-40 minuti possano pervenire alla destinazione finale, anche se dall’altro capo di Roma.

Non sono numeri a caso: 500 metri sono la percorrenza minima per l’autista del bus per ingranare fino alla 4a e rifermarsi, 15 minuti equivale alla percorrenza a piedi che eravamo avezzi a fare fino a 20 anni fa, 60 minuti è all’incirca il tempo (sola andata) che consumano ogni giorno i pendolari d’ogni dove ed è, infatti, quello che serve oggi al trenino per andare da Settebagni a Fiumicino od alla Tav per Firenze o Napoli.

Ritornando alle ‘fermate’dei bus, delle metro e dei tram, cosa abbiamo imparato?

1- solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno le caratteristiche ‘minime’ per realizzare e beneficiare di una rete di trasporto come quella di Milano e Napoli
2- i restanti municipi – con densità abitative da hinterland rurale – necessitano di hub, con grandi parcheggi, per gli spostamenti verso i municipi più densamente abitati e frequentati unitamente ad un trasporto ‘circolari’ interno ai municipi
3- se vogliamo spostamenti veloci e mezzi pubblici frequenti, le fermate dei bus, almeno quelle, non vanno collocate a meno di 4-500 metri l’una dall’altra, i divieti di sosta vanno garantiti nelle vie di percorrenza dei mezzi pubblici, negli hub ed alle metro vanno garantiti parcheggi a tempo e carsharing, oltre ai posti per le auto dei disabili e per le biciclette.

A breve, a Roma, si andrà a votare ed avremo un nuovo sindaco.
Nel caso ci riparlassero dell’Atac, ma non dovessimo sentire di ‘fermate’, ‘parcheggi’, ‘divieti’ eccetera … beh … allora saranno tutte chiacchiere.
A proposito, sarebbe un bel passo avanti in termini di trasparenza, sapere almeno quante fermate (e quante pensiline) abbiamo in giro per Roma. Vuoi vedere che sono molte di più delle circa 2000 che dovrebbero bastarci? O, comunque, che sono concetrate in alcune zone mentre altre – a parità di bacino – sono molto più diradate?

Demata