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Sanità: il disastro dei Commissari ad acta

13 Giu

La Costituzione italiana (art. 38) prevede che i lavoratori siano assicurati per malattia, invalidità e vecchiaia, non – viceversa, come normato ‘provvisoriamente’ nel 1974 – che le Regioni debbano sostituirsi al comparto assicurativo in condizioni di monopolio, vertendo su un enorme leva fiscale, producendo una notevole spesa pubblica, legiferando limiti alla libera scelta dei malati e/o la concorrenza delle aziende sanitarie.

Nel 2007, circa 30 anni dopo, dopo le Casse e le Mutue di allora, anche le Regioni (e specialmente alcune) si sono trovate non poter più sopportare costi e sprechi in uno scenario – successivamente emerso – di incoffessabili nepotismi politici e di abnormi regolamenti ed appalti sanitari.

La soluzione fu notoriamente anomala con il Commissariamento ad acta affidato allo stesso Governatore regionale la cui Giunta si era dimostrata incapace di intervenire adeguatamente.

Dieci anni dopo, nel Lazio, dove si è finora perpetuata questa modalità di gestione, assistiamo al profondo conflitto di interessi, oltre che alla sostanziale impotenza del cittadino / contribuente / paziente / elettore, e – soprattutto – alla superfetazione sistemica e la complessità di monitoraggio dei risultati, derivanti dall’essere la Regione praticamente tutto ed il contrario ditutto.

Infatti, nel settore sanitario, oggi la Regione Lazio è:

  1. luogo di rappresentanza civica e democratica,
  2. ente di governo politico,
  3. pubblica amministrazione erogatrice e autoritativa,
  4. assicuratore ai sensi dell’art. 38 della Costituzione,
  5. concessionario e datore del personale dei propri siti sanitari ceduti in gestione alle ASL,
  6. appaltatore di servizi e forniture,
  7. cofinanziatore dei servizi sociosanitari comunali,
  8. partner di enti universitari e fondazioni,
  9. commissaria di se stessa.

Un conflitto di interessi intrinseco alla soluzione ‘provvisoria’ del 1974, che pose nelle mani dei politici e delle lobby sanitarie il 9,9% del reddito di chi lavora e dovrebbe essere assicurato.

Un conflitto che la Riforma del Titolo V ha reso ‘istituzione’, determinando l’assicurazione sanitaria universale gestita dalle Regioni a carico di Iva, Irperf e Accise, ma anche che non vi fossero poteri sostitutivi verso quelle che – facenti funzione del comparto assicurativo – risultassero inadempienti, disorganizzate, corrotte, sprecone, anomale.

Un conflitto di interessi ancor pù accentuato dalla rinuncia della funzione politica, coincidente con l’affidamento della funzione commissariale al Governatore, da ormai dieci anni nel Lazio, senza delega dell’Assessorato alla Salute e senza il corrispettivo dibattito consiliare o mediatico.

Rinuncia alla funzione politica ed eclisse del confronto democratico, ma soprattutto ulteriore dissesto sanitario e finanziario: quel che decide il Commissario ad acta per il piano di rientro del Lazio di concerto con le direzioni sanitarie del Lazio, senza alcun confronto politico o mediatico, rappresenta il gettito degli aborriti Ticket e dell’Imposta regionale sul reddito, ma anche la metà del sovrapprezzo sulle merci causato dall’Imposta sul valore aggiunto e delle Accise sulle benzine … degli italiani.

Il tutto, magari, vantando per qualche anno bilanci regionali e monitoraggi di qualità ottimistici, mentre i debiti delle Aziende Sanitarie scorporate arrivano ad un miliardo e passa di euro, il rapporto medio medici-infermieri resta di 1 a 2 (invece di 1 a 3 come normale), il tempo medio dei Pronti Soccorsi è ampiamente superiore alle 12 ore, i tempi di prenotazioni da Recup avevano superato i sei mesi, quasi tutti gli interventi chirurgici non sono programmati, ma in urgenza.

Vogliamo sospendere il dibattito politico e consegnare la nostra Salute ad “un uomo solo al comando” anche a Napoli e in Campania? E vogliamo che i lavoratori, cioè i contribuenti – invece che da Casse e Mutue – debbano dipendere dalle decisioni del Governatore regionale di turno e delle lobby del personale sanitario?

Demata

Malattie rare: una nuova cattiva legge?

13 Feb

flyer4ggp-reco-3-2Dal 18 gennaio 2017, è in discussione alla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati una proposta di legge (Atto Camera: 136) recante “disposizioni in favore della ricerca sulle malattie rare e della loro cura”.
E’ anche previsto il parere delle Commissioni: Affari Costituzionali, III Affari Esteri, V Bilancio, VI Finanze (ex articolo 73, comma 1-bis, del regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria), VII Cultura, X Attività Produttive, XI Lavoro, XIV Politiche dell’Unione Europea e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

La proposta di legge è d’iniziativa del deputato RUSSO Paolo; Laurea in medicina e chirurgia, Specializzazione in oculistica, Oculista; Eletto nella circoscrizione Campania 1; Lista di elezione IL POPOLO DELLA LIBERTA’.

Si auspica che il Parlamento, le associazioni dei cittadini e/o dei malati, i media vorranno meglio e con maggior cautela approfondire la questione, onde dare efficienza e riferimenti chiari nella gestione dalla patologia rara, ergo primaria.

Ricordiamo che il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

La su descritta dimensione altamente dispersiva degli accessi alle terapie ed alle cure, a fronte di esigenze spesso sistemiche e non singolarmente specialistiche, derivanti dall’eziologia stessa delle malattie rare, nonché l’esiguo numero di malati (specie nelle regioni più piccole) suggerirebbero l’utilità di una rete che – come già fa la norma già vigente spesso disapplicata – individui dei Centri Nazionali (interregionali) con funzioni di studio, certificazione e coordinamento e dei Presidi locali presso strutture con dotazione adeguata per le esigenze terapeutiche e di monitoraggio, demandando i Servizi Socio-sanitari, ergo assistenziali, alle Regioni ed ai Comuni, come da mandato costituzionale.

(A seguire in corsivo il testo della proposta di legge)

La proposta di legge in corso di discussione alla XII Commissione Affari Sociali determina che:

  1. le Regioni (art. 6 c. 1 della proposta di legge) definiscono nei propri piani sanitari o socio-sanitari o in altri atti di programmazione l’organizzazione della rete di assistenza per le malattie rare”, mentre nell’attuale la tutela dei malati rari è ben maggiore, se “le Regioni, sulla base del fabbisogno della propria popolazione, provvedono all’individuazione dei presidi” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 1) e predispongono modalità di acquisizione e di distribuzione agli interessati dei farmaci specifici” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 6 c. 3) 
  2. gli attuali Centri interregionali di riferimento ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 3) NON dovranno più assicurare “il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati”, bensì – per quanto relativo a pazienti di altre regioni – vanno solo a “ partecipare alla stesura di protocolli e di linee guida sulle specifiche malattie rare trattate, in collaborazione con gli altri centri di riferimento delle reti regionali o interregionali e con i centri di coordinamento regionali o interregionali”, come enunciato al art. 8 c 1 punto h) della proposta di legge 
  3. saranno i nuovi centri di riferimento, individuati e accreditati dalle regioni (art. 8 c 1 punto c) a “predisporre il piano assistenziale personalizzato (nota bene non il piano terapeutico), a partire dal profilo dei bisogni assistenziali e il suo aggiornamento nel tempo, che costituisce la base per la presa in carico della persona affetta da una malattia rara” 
  4. saranno cancellati “i presidi della Rete individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 2); 
  5. la presa in carico della persona affetta da una malattia rara “in base a quanto predisposto dal centro di riferimento nel piano assistenziale personalizzato, che verte sui bisogni assistenziali sarà affidata alle “reti orizzontali ((art. 9 c 1 punto c), “composte dagli ospedali locali e dalle reti territoriali di cure primarie dei distretti sanitari, comprendenti i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, specialisti, professionisti sanitari e sociali nonché educatori”, che è proprio l’apparato burocratico-sanitario che nell’attuale – in non poche Regioni – non offre servizi accessibili – accettabili a gran parte dei malati rari. Nessuna menzione dei piani terapeutici; 
  6. sarà riservato ai nuovi Centri di riferimento regionali il compito di “attuare direttamente cure e interventi di particolare complessità, qualora essi si rendano necessari” (art. 8 c 1 punto e). Allo stato attuale l’assistito (D.M. 18 maggio 2001, n. 279 Art. 6 c 1) ha diritto alle prestazioni di assistenza sanitaria … efficaci ed appropriate per il trattamento ed il monitoraggio della malattia dalla quale è affetto e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti”; 
  7. alle reti orizzontali (art. 9 c 1 punto e) è anche assegnato il compito di “fornire assistenza legale alla persona affetta da una malattia rara per facilitare l’ottenimento di quanto previsto dai diritti ad essa riconosciuti”, da parte della … Regione (sic!); 
  8. l’art. 13. (Riadattamento, mantenimento, potenziamento e supplementazione di funzioni e di attività delle persone affette da malattie rare), l’art. 15. (Inserimento comunitario delle persone affette da malattie rare) ed altri articoli a seguire contengono norme che – oltre a determinare una spesa tutta da quantificarsi e soprattutto da attribuirsi o ripartirsi tra Stato e Regioni – andranno a sovrapporsi con il Titolo V della Costituzione, la legge 5 febbraio 1992, n. 104, il d.lgs. n. 81 del 2008, il D.P.R. n. 1092 del 1973, d.P.R. n. 3 del 1957, d.lgs n. 297 del 1994, il D.M. n. 171 del 2011 e non solo, da cui l’esigenza di approfondimento ed armonizzazione, onde evitare una vacatio legis con decadimento di diritti / interessi legittimi finora tutelati, seppur non sempre garantiti; 
  9. per quanto relativo l’accesso agli stanziamenti al Fondo nazionale per la ricerca, lo sviluppo e l’accesso ai medicinali orfani, l’art. 16. della proposta di legge antepone “prioritariamente” gli “a) studi preclinici e clinici … b) studi osservazionali e registri di usi compassionevoli di farmaci non ancora commercializzati in Italia”, ai “c) programmi di somministrazione controllata di farmaci non ancora compresi nelle fasce A e H dei prontuari terapeutici”; 
  10. il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, con proprio decreto, riconoscerà (art. 23 c. 2) “la Federazione italiana malattie rare – UNIAMO, in quanto membro del Consiglio delle alleanze nazionali dell’Organizzazione europea per le malattie rare (EURORDIS) come interlocutore primario per esprimere pareri nel corso dei processi decisionali strategici, di monitoraggio e di valutazione delle attività svolte nel settore delle malattie rare, sia a livello regionale che a livello nazionale; 
  11. la proposta di legge (art. 23 c. 2) determina anche ope legis che la onlus autodenominatasi Federazione italiana malattie rare – UNIAMO avrà il compito istituzionale di “a) rappresentare le persone affette da malattie rare e le associazioni d’utenza presso la Commissione europea; b) partecipare con tre propri delegati al Comitato nazionale per le malattie rare; c) incentivare l’aggregazione delle associazioni d’utenza attive nel settore delle malattie rare in Italia”.

Avete capito tutto … no?

Demata

Solidarietà: un principio liberale

28 Gen

Il termine “liberale” viene dal latino “liberalis”, che si traduce “degno di un uomo di condizione libera o riguardante la libertà” ed anche “liberale, benevolo, magnanimo, generoso, prodigo, munifico; di aspetto nobile, onorevole, distinto, copioso, abbondante” (Dizionario Latino-Italiano Olivetti).

In termini etici, dunque, “un uomo di condizione libera” è attento sia alla propria autonomia di scelta sia all’esigenza di concordia e benessere generale, sia alla Libertà  “che porta la mente umana verso nuove conquiste” (Alexis de Tocqueville) sia alla Coesione Sociale, perchè “la società non è una semplice somma di individui” (Émile Durkheim).

In termini politici, “un uomo di condizione libera” opera le proprie scelte con metodo e lungimiranza, ergo secondo scienza e coscienza, scevro da pregiudizi ed adesioni o contrapposizioni preconcette, che ne possano limitare la Libertà.

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“Metti te stesso al posto dell’altro”. Labor: Chi si accontenta gode; Capital: Non è tutto oro quel che luce.

 

Durkheim (Della divisione del lavoro sociale – 1893) evidenzia che, nella società moderna, l’individuo – nel guadagnare sempre maggiore autonomia – si ritrova a dover maggiormente interagire (ergo, essere dipendente) dal resto della società.

La società industriale, sotto l’influenza del fattore demografico, si è trasformata, con una dinamica crescente di complessità strutturale, da un sistema a “solidarietà meccanica” (quella del clan, della tribù, del villaggio) in uno a “solidarietà organica” (quella di un Imperium, una società globale e transnazionale, in cui tutti dipendono da tutti).

Solidarietà che non è da intendersi come un vuoto “vincolo di assistenza reciproca nel bisogno che unisce tra loro persone diverse”, bensì come quel “rapporto di comunanza tra i membri di una collettività pronti a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda”.

Infatti, la Solidarietà, per “un uomo di condizione libera”, non è altro che la coscienza interiorizzata che gli individui hanno di convivere in un habitat produttivo e sociale comune, con le corrispettive esigenze di condivisione di valori atti a garantire la produzione e la circolazione dei beni, come di regolare le relazioni sociali e la sicurezza personale, pur nei limiti dati dalla massima tutela per la libertà – autonomia – degli individui.

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Dunque, andrebbe valutato quanto abbia inciso sulla stabilità finanziaria e sulla sicurezza degli Stati, il luogo comune, largamente diffusosi alla fine del Novecento, per cui la ‘solidarietà’ sia un atteggiamento derivante da ideologie e religioni, da capitalizzare al più possibile come “potere politico di spesa” e “consenso sociale”.

Altro sarebbe se compredessimo tutti che la Solidarietà è l’infrastruttura portante di qualunque aggregazione di ‘sodali’ e che solo quando si fa sentimento diffuso, identità e appartenenza condivisa’, rispetto della reciproca condizione possiamo immaginare una società ricca e coesa.
Se, viceversa, la Solidarietà viene ristretta a costrizione fiscale e morale, se la Solidarietà si fa ‘professionale’, pervenendo – addirittura – alla nascita di un Terzo Settore ‘produttivo e solidale’, non v’è altro che aspettarsi spesa pubblica ed imposte debordanti, insicurezza e malcontento diffusi.

Demata

Sistemi sanitari a confronto: l’Italia arranca

27 Dic

L’Euro Health Consumer Index (EHCI) confronta i sistemi sanitari europei sulla base di tempi di attesa, i risultati e la generosità.
La classifica 2014 comprendeva 37 paesi misurati da 48 indicatori, con lo scopo di misurare la “facilità di uso” dei sistemi sanitari.

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Il British Medical Journal e, di recente, anche l’Osservatorio europeo sulle politiche e dei sistemi sanitari hanno evidenziato che gli indicatori inerenti gli effettivi risultati medici si basano sulla soddisfazione dei pazienti, a loro volta privi di termini di confronto con altre realtà (cut off arbirario).
Ad ogni modo, l’EHCI resta il maggiore indice dell’accessibilità e dell’efficienza dei sistemi sanitari.

E l’Italia?

  • Al 22° posto come qualità generale dei servizi sanitari, superata – tra l’altro – dalla Slovacchia, il Portogallo o l’Estonia.
  • Quanto ai diritti dei pazienti, siamo in 19° posizione, preceduti anche dalla Macedonia.
  • Riguardo i tempi di accesso (22°) anche in Albania si fa prima che da noi.
  • In 22° posizione anche per i risultati (efficacia delle cure), snobbati anche dall’Islanda o da Cipro.
  • Peggio ancora riguardo la gamma dei servizi forniti, con il Sistema Sanitario italiano pari (de)merito con Slovacchia, Ungheria e Polonia, surclassate persino dalla Scozia, Malta, eccetera.
  • Dulcis in fundo, l’accesso ai farmaci è molto più facile in Finlandia o in Norvegia.

In parole povere, fatta eccezione per nazioni molto piccole o quelle che da soli 20 anni si sono liberate da fascismi e comunismi, il nostro Sistema Sanitario – secondo la “rel. 31 January 2015″ – si colloca più o meno ultimo e ben distaccato … anche se spendiamo come e più di tanti.

D’altra parte, l’Indice della qualità della Pubblica amministrazione vede a fondo classifica – praticamente alla pari con la Turchia – il Lazio (-1,512) ed ancor peggio  Sicilia, Puglia, Molise, Calabria (da -1,588 a -1,687) o in Campania (-2,242). Meglio  che tendono alla media europea (indici pari a Veneto (-0,186) ed Emilia Romagna (-0,217) o Lombardia (-0,542).

Non c’è, dunque, alcuna ragione – almeno tra quelle confessabili – per cui l’attuale Parlamento e gli attuali Governatori regionali o i Sindaci, non siano andati ad occuparsi con la massima urgenza della Pubblica Amministrazione e del corrispettivo Servizio (socio)Sanitario.

Anzi, dopo tre anni, ci ritroviamo con il personale incrementato e gli stipendi pure, i contratti e le mansioni risalenti a chissà quando, gli invalidi affastellati in qualche ufficio nell’attesa di un’opzione bloccata,  i malati in coda perpetua al Recup tanto da noi s’opera solo d’urgenza …

E dire che il rating prefallimentare BBB- ce lo siamo ‘guadagnato’ per via della PA obsoleta e dei sui costi iperbolici, che comportano tante e tali tasse ed incertezze burocratiche da soffocare l’Italia che produce … e che fugge all’estero.

D’altra parte, fatta eccezione per il patriottico Draghi, come potremmo ispirare fiducia persino a noi stessi, se al Lavoro e Welfare mettiamo l’ex presidente delle coop, all’Istruzione, Università e Ricerca un ex segretario sindacale senza laurea, alla Pubblica Amministrazione un’altolocata quanto giovane ricercatrice ed alla Sanità una politica di professione diplomata al liceo classico?

Demata

Il ‘Sistema’ della Sanità regionale

5 Nov

Quel che racconta questo post è la storia di una prestazione sanitaria del costo effettivo di 90 euro da cui una Regione ricava praticamente il doppio dal rimborso statale e dal ticket dei non esenti.

Dunque, non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private.

Dollar money on and stethoscope

Un cittadino del Lazio (o di un’altra regione se vogliamo) con un reddito lordo superiore a 29mila euro e privo di esenzioni si ritrova con delle fastidiose vertigini e deve andare dall’otorino per dei controlli. Un problema relativamente diffuso.

Questi controlli – secondo le definizioni date dal Decreto del Ministero della salute ministeriale 18 ottobre 2012 – consistono in una visita specialistica, una valutazione audiologica, un test clinico della funzionalità vestibolare, altri test audiometrici o della funzionalità vestibolare, l’anamnesi e valutazione.

Se si reca presso una struttura privata, può cavarsela con ‘soli’ 90 euro e – magari – in giornata presso un medico di fiducia. Può sembrare un’enormità, ma vediamo cosa accade se preferisce il sistema sanitario regionale …

Ricordiamo che dovrà pagare il ticket per ogni prestazione specialistica ambulatoriale di 36,15 euro, il contributo fisso della Regione Lazio di 4 euro per ogni ricetta prescritta, la quota fissa pari a 10 euro. Il totale è pari a 50,15 euro, ma in realtà è molto di più.

Infatti, chiamando il Recup si sentirà dire che è necessaria una prima visita e, a seguire, scoprirà che per i test le ricette sono due o tre e non una sola. Inoltre, gli capiterà di attendere mesi per la prima visita e mesi per i test e l’anamnesi complessiva, trascorrendo ore in code allo sportello e sale d’attesa ‘ripiene’, senza ovviamente scegliere il medico … dato che addirittura gliene danno due o anche tre tra specializzandi e contrattisti delle prime visite e il ‘guru’ che emetterà diagnosi.

In poche parole, potrebbe ritrovarsi a spendere più del doppio di quanto costerebbe un privato, senza la qualità del privato. Ma non finisce qui.

Infatti, oltre al centinaio di euro che la Regione incassa dal paziente, ci sono i rimborsi statali: più ricette si gestiscono e più aumentano.

Così accade che il nostro erario si trova a rimborsare 22 euro per la “visita specialistica”,  14 euro per le “anamnesi e valutazione”, 25,30 euro per la “valutazione audiologica”, 16,30 per il “test clinico della funzionalità vestibolare” e 16,30 per “altri test”. Totale: circa 93 euro … che è proprio quanto costa dal privato.

Dicevamo che non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private, se una Regione incassa due volte il costo, sia dal rimborso statale e sia dal ticket dei non esenti. A maggior ragione se efficienza, coordinamento e tempistiche pubbliche sono vistosamente inferiori.

Anzi, potremmo aggiungere che con i ticket ci paghiamo i ‘sovracosti’ … cioè sprechi, negligenze e ruberie.

Demata

Sanità fuori bilancio: cosa fare?

15 Set

Il finanziamento del Servizio Sanitario è fondato sul D.Lgs. 56/2000 che ha previsto un sistema fondato su quattro fonti di risorse: l’IRAP, l’addizionale regionale all’IRPEF, la compartecipazione all’IVA e la compartecipazione all’accisa sulle benzine.

L’IRAP – ricordiamolo – è l’imposta regionale sulle attività produttive a carico delle imprese ed è proporzionale al fatturato e non all’effettivo utile di esercizio.
In pratica, equivale ad una sorta di ‘Danegeld’ (balzello) medievale sulla capacità produttiva, che – come da dottrina economica e prassi confermata – deprime la spinta all’innovazione e agli investimenti, mentre fomenta l’evasione fiscale, il contrabbando e il plagio.

L’addizionale Regionale all’Irpef è una quota tributaria aggiuntiva (0,9%) per sostenere la spesa sanitaria applicata su qualsiasi reddito delle persone fisiche. E’ incrementabile dalle singole regioni anche del doppio (es. Puglia 1,8%). Opportunamente ricalibrata, appare essere – con la compartecipazione dell’IVA – una buona forma di finanziamento del sistema sanitario pubblico di base (servizi essenziali e per gli indigenti), come la Costituzione prevede.

La compartecipazione all’IVA è una quota annuale che compete a ciascuna regione, determinata sulla base della media dei consumi finali delle famiglie e di parametri riferiti alla popolazione residente, alla capacità fiscale, ai fabbisogni sanitari ed alla dimensione geografica di ciascuna regione. Importante ricordare che, nel caso in cui la quota spettante ad una regione risulti inferiore a quanta necessaria, interviene la solidarietà interregionale che preleva dalle regioni con “surplus di IVA”, le quali, in tal modo, vedono frenata la propria capacità di migliorare i servizi o ridurre la pressione dei tributi locali, mentre quelle sussidiate restano sotto il giogo della sovratassazione dell’Irpef e del regressivo consociativismo localistico.
Allo stato attuale (settembre 2016), l’applicazione delle disposizioni, atte a definire ed assicurare il livello minimo assoluto sufficiente al finanziamento dei livelli minimi essenziali delle prestazioni (i così detti ‘costi standard’ per sanità, assistenza sociale, istruzione scolastica, spesa in c/ capitale) attende di entrare in vigore al 2013.

L’accisa sulle benzine che rappresenta un’importante entrata dello Stato Italiano e delle Regioni. Nel 2011, valeva oltre 20 miliardi di Euro, cioè il 5% di tutte le entrate a bilancio dello Stato, più una somma equivalente derivante dall’IVA.
L’accisa è un tributo indiretto perché il produttore, che paga il tributo sulla quantità, invece che sul prezzo, la gira al consumatore. Solitamente, rappresenta un’alta percentuale del prezzo al consumatore finale. Nel caso delle benzine, la ricaduta delle accise incide non solo sul costo dei mobilità su gomma, quanto sul quelli delle merci, specie le derrate alimentari, e ad esserne intaccati sono maggiormente i redditi più bassi.
Utile ricordare che finanziare un servizio essenziale come la sanità di base attingendo prevalentemente da accise equivale a voler garantire spese in conto capitale ricorrendo alla cassa corrente e lo stesso discorso potrebbe esser fatto per la compartecipazione dell’IVA.

A latere, ricordiamo che nell’accisa benzine, che destiniamo alla Sanità, ci sarebbero 0.0071 euro/litro per il finanziamento alla cultura e 0,04 euro/litro per l’emergenza migranti dal 2011, 0.02 euro /litro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri dal 2014, 0.005 euro/litro per l’acquisto di autobus ecologici dal 2005, 0.000981 euro/litro per il finanziamento della guerra d’Etiopia dal 1936 e tanto altro ancora.
Ad esempio, nell’accisa sulle benzine ci sono anche 0.0387 euro/litro per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia dal 1980, 0.0511 euro/litro dal 1976 per quello del Friuli, 0.00516 euro/litro dal 1963 per la ricostruzione post disastro del Vajont, che avremmo potuto (dovuto?) usare per mettere in sicurezza sismica almeno gli edifici pubblici.

La Sanità ed il corrispettivo Comparto Assicurativo vanno ricondotti nel mandato costituzionale, perchè “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” e non a tutti, perchè “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e non per ragioni di bilancio, perchè “l’iniziativa economica privata è libera” e non un monopolio di aziende a capitale e controllo pubblico.

Il finanziamento del Servizio Sanitario Regionale deve fondarsi esclusivamente sull’addizionale regionale all’IRPEF e sulla compartecipazione all’IVA in base a ‘costi standard’ e deve servire a fornire cure gratuite agli indigenti e, nel caso volessero servirsene, ai cittadini assicurati. A riguardo, il riferimento non è dato dal sistema vigente in USA, quanto da quello tedesco delle Versicherung o, anche, delle ‘Casse’ in auge fino agli Anni ’70 ed in alcuni casi (vedi i giornalisti) ancora esistenti.

Il Servizio Sanitario Nazionale deve fondarsi su specifiche voci di bilancio a vertere sull’Erario e – oltre ad avere poteri di subentro commissariale – deve servire a funzioni di monitoraggio, controllo e prevenzione, come alla gestione delle patologie epidemiologiche e delle malattie rare, in particolare nel garantire su tutto il territorio nazionale l’accesso universale e gratuito  ai farmaci sperimentali e/o ‘orfani’.

La spesa assicurativa e sanitaria dei cittadini va dedotta dalle tasse entro un tetto proporzionale al reddito ed un criterio analogo è utile anche per determinare quale pressione fiscale serva per garantire i servizi essenziali ed universali. In brevis ed a titolo esemplificativo, potrebbe riconsiderarsi il 9,9% del reddito, come previsto prima del D.Lgs. 56/2000.

Non farlo significherà solo andare avanti con tagli su tagli, mentre l’onere della spesa, grazie alle accise sui carburanti, graverà proporzionalmente di più tra chi ha un minor reddito e l’aggravio strutturale finirà sulle imprese, grazie soprattutto all’Irap non finalizzata alla ripresa e alla crescita produttiva della Nazione.

Demata

Sanità pubblica, prevenzione zero?

26 Apr

Istat: cala l’aspettativa in vita degli italiani (e la salute peggiora).

In Italia si muore ancora per patologie ampiamente prevenibili e gestibili, se tra ischemie, trombosi, ictus, infarto e cardiopatie varie muore il 30% della popolazione, che fanno quasi 200.000 persone l’anno.
Tra le cause di morte (dati 2012), quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore (ischemia, infarto, angina pectoris), responsabili di 75.098 morti (più del 12% del totale).
Seguono le malattie cerebrovascolari come trombosi o ictus (61.255 morti, quasi il 10% del totale) e le altre malattie del cuore non di origine ischemica (48.384 morti, circa l’8% del totale).

Con dati del genere è davvero difficile credere nell’efficienza e nell’efficacia della nostra medicina di base e del nostro sistema di accesso alle cure specialistiche ed accertmenti vari (Recup).

Inoltre, tenuto conto che si opera praticamente solo d’urgenza (95%) per carenze innanzitutto di infermieri, nel 2014 la dotazione di posti letto negli ospedali pubblici è risultata di 3,04 per 1.000 abitanti per gli episodi acuti e di 0,58 per 1.000 per la degenza post-acuti, lungodegenza e riabilitazione, tutti valori inferiori agli standard normativi.

Resta da chiedersi se sia legittimo che le Regioni – con una tale emergenza – non abbiano autorizzato e non autorizzino l’accesso strutture private tramite impegnativa, se entro 15 giorni non sono in grado di mandare a visita od a controllo il paziente.

Nel 2014, la spesa sanitaria pubblica pro capite è stata di 1.817 euro, in linea con il valore dell’anno precedente tra quelli che spendono meno). Nell’ultimo anno, per esempio, il Canada ha speso oltre il 100% in più per ogni cittadino rispetto all’Italia, la Germania il 68% in più …

Prendiamo atto che lì i servizi sanitari pubblici sono erogati tramite polizze assicurative e strutture sanitarie private … e non dal solito carrozzone di luminari, affaristi e politicanti.

Demata