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La spesa pubblica spiegata facile

25 Gen

Molti di noi, specie i meno informati e i non-addetti ai lavori, potrebbero pensare che la dinamica tra Entrate dello Stato e Spesa Pubblica sia lineare, come un tubo in cui da un lato entra l’acqua e dall’alro capo esce.

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In realtà, il ‘tubo’ sarebbe  una rete complessa di tubi, rubinetti, serbatoi e contatori, ma – ragionando con semplicità – molti, non ottenendo  servizi pubblici adeguati a quanto versiamo al Fisco, si sono convinti che il tubo sia ‘marcio’, che faccia acqua da tutte le parti e, cioè, si parla di sprechi.

Il punto è che si sbagliano.

Infatti, solo il 17% degli sprechi deriva dalla corruzione, mentre l’83% degli sprechi va attribuito  a norme inadeguate od obsolete ed a personale poco ligio o non competente: il problema non è tanto il “marciume”del tubo, ma quanto sia ‘contorto’, ‘disaccoppiato’, ‘depotenziato’, obsoleto’, ‘esoso’, incompleto’, ‘fuori standard’ eccetera.

Provate ad immaginare ad un capannone di una fabbrica il cui impianto idraulico (ma potremmo parlare anche dell’elettricità o della rete dati) che ha nelle pareti tubi e tubi di materiali, dimensioni ed epoche diverse, di cui non per tutti è dato sapere se siano connessi, sconnessi o apribli e chiudibili secondo la volontà di chi sul posto, mentre qualcuno ruba anche un tot del prezioso liquido per se stesso  e per i suoi famigli.

Probabile che a fine anno ci si ritrovi con una spesa d’acqua ben superiore ad ogni previsone e che la produzione aziendale e la motivazione del personale siano stati indeboliti dalla più o meno costante erogazione.
Possibile anche che ‘un problema del tubo’ così apparentemente banale possa nell’arco degli anni inficiare l’eccellenza dei prodotti, la professionalità degli addetti, la credibilità dell’azienda.

Ma questo sarebbe il meno.

Il problema maggiore è che per far funzionare alla meno peggio questo intricato sistema di tubi, servono delle cassette di distribuzione e di compensazione.
Possiamo immaginarle come un enorme pallottoliere dove arrivano solo palline bianche o nere, da cui escono palline di tanti colori, ma … non è dato sapere quale colore prenderà la pallina bianca o nera che entra e neanche quale colore aveva ogni pallina colorata che esce.

Specialmente, se alcuni tubi pompano acqua al contrario, grazie alle  … erogazioni dilazionate anche di anni,  alle così dette anticipazioni di cassa, alle operatività per dodicesimi, i bilanci e i consuntivi che di norma sono approvati mesi e mesi dopo l’inizo o la fine dell’esercizio più tante altre ‘diavolerie’ dei Regi Decreti Contabili ideati ai tempi del Trasformismo e, poi, della Banca Romana.

O le ‘bolle d’aria’ che immettiamo nel sistema ogni volta che rinviamo, deroghiamo, modifichiamo a posteriori, integriamo. Già ci sono anche quelle …

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Infatti, la riprova è che l’unica cosa controllabile ‘all’istante’ nei conti pubblici dei singoli punti di erogazione dei servizi è se il peso delle palline in entrata è pari a quello in uscita (pareggio di bilancio).

Persino conoscere la situazione di cassa potrebbe rivelarsi alquanto complesso. Ed anche solo per acclarare la legittimità delle spese o la correttezza degli accantonamenti in dare o avere (residui attivi e passivi) è necessario analizzare l’intera operatività del servizio in questione, dato che ad ogni delibera e ad ogni trascrizione contabile (ad ogni raccordo tra più tubi) può verificarsi una deviazione.

E  – secondo l’idraulica – può anche accadere che una parte dell’acqua giri semplicemente a vuoto nei tubi senza uscire se non molto a rilento, come ad esempio accade se tra la decretazione di un finanziamento e la sua spesa rendicontata trascorrano in media dai 4 ai 6 anni.

Dunque, non è vero che stiamo parlando di tubi e neanche che ‘quello che entra deve essere pari a ciò che esce’.

Anzi, con una roba del genere potremmo persino dubitare di star applicando non la dinamica dei fluidi (idraulica volgarmente detta) e scoprire che siamo entrati nel mondo della ‘termodinamica’, in cui si deve tener conto anche delle interazioni tra le singole palline e dell’effetto domino dato dall’intrico di tubi.

Un esempio semplice? Le disgrazie di cui leggiamo sui giornali riguardo alunni disabili nelle scuole come negli ospedali … impossibili da evitare, se quel che gli serve ricade in una dozzina di capitoli di spesa “ministeriali” più una manciata di unità previsionali europee, gestita da 6-7 istituzioni o enti diveri, con corrispettivi contratti di lavoro e sistema di appalti.
Ancora più semplice – ad esempio – chiedersi se tagliando acqua da un lato non vada a finire che ne sprechiamo il doppio da un altro … come sembra che accada spesso e volentieri.

C’è solo da prendere atto che – quando parliamo di Entrate e di Spesa pubbliche – siamo dinanzi ad un sistema di per se complesso e stratificato in modo disomogeneo, che va affrontato nel suo insieme.

Senza un’infrastruttura di Spesa pubblica lineare e trasparente, che opera per ‘atti dovuti’ e per ‘standard’ sulla base di risorse certe e non derogabili, è del tutto impossibile governare le Entrate.

Dunque, non basta occuparsi solo di fisco o di imprese, come è insufficiente preoccuparsi dei diritti se poi si sa come garantirli: è necessario innanzitutto entrare nel merito di come funzionano le scuole, gli ospedali, i lavori pubblici, i servizi sociosanitari, la sicurezza, cioè sapere come funziona una nazione, come ‘funziona’ un sistema sociale, di cosa vive la gente.

P.S. Prossimamente parleremo della Coesione Sociale, quella cosa molto diversa dal Welfare, per cui tanto tempo fa abbiamo inventato lo Stato.

Demata

 

Come ridurre le tasse e sanare il debito in mezza generazione

28 Nov

Sappiamo tutti che l’Italia ha una leva fiscale stimata tra il 60 ed il 70%, se parliamo di un piccolo imprenditore o di un professionista, intorno al 50% se parliamo di worker class.
Dunque, se vogliamo giustizia sociale, investimenti ed occupazione, dobbiamo ridurre le tasse e non di poco.

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Ridurre le tasse non è semplice, dato che vengono completamente assorbite dalle spese  della Pubblica Amministrazione, dalle pensioni ‘di Stato’ e dall’assistenza sanitaria ‘universale’.
E, come noto, spesso le entrate non coprono queste spese, da cui deficit e debito pubblico.

Una voragine di spesa che fa capo alle tre grandi anomalie italiane:

  1. una pubblica amministrazione gravata quasi esclusivamente per le spese di funzionamento e gli oneri stipendiali degli ancora milioni di addetti in un dedalo di iter decisionali discrezionali o contrattualizati nell’epoca dell’Amministrazione Digitale
  2. un sistema assicurativo previdenziale statale a base contributiva, ma senza Fondi Pensione – trasformati anch’essi in tasse – e con l’Inps che opera in condizioni di assoluto monopolio (95% del totale)
  3. un’assistenza sanitaria “universale” che attinge direttamente sulla capacità produttiva (sic!) del Paese, leggasi accise, Irap ed Iva etc.

Anomalie italiane non per qualche bieca ideologia antipopolare, bensì perchè così è scritto in Costituzione.

  1. Articolo 97: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO PUBBLICO.”
  2. Articolo 38 “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed ASSICURATI mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. L’assistenza privata è libera. Provvedono organi ed istituti predisposti o INTEGRATI dallo Stato.”

Oggi, in Italia è il contrario, la Costituzione parla chiaro e non servono misure tatcheriane per venirne a capo.

  1. Riportiamo la Sanità al mandato costituzionale dell’Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
  2. Prevediamo che i lavoratori siano liberi di assicurarsi dove meglio credono “in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
  3. Pretendiamo che la PA garantisca innanzitutto i servizi minimi nei costi standard.
    Semplifichiamo e innoviamo procedure e tecnologie, sbloccando le pensioni per chi ha almeno 30 anni di servizio (Quota 95 o 100).
  4. Introduciamo anche in Italia i voucher alle famiglie per l’istruzione dei figli ed un salario /reddito minimo in vece degli alloggi popolari e sussidi vari o delle pensioni di invalidità.

Stiamo parlando di quasi 200 miliardi di euro annui che andrebbero ad essere sottratti al deficit: solo così possiamo prevedere di riportare il bilancio in attivo in meno di una generazione.
Solo così abbasseremo le tasse, renderemo i servizi sanitari ed assicurativi degni dell’Europa di cui facciamo parte e potremo rendere la nostra burocrazia più trasparente e snella.

E’ per i nostri figli (o nipoti) che serve farlo. Da che parte stiamo?

Demata

P.S. Certo, questo cambiamento toccherà equilibri e status quo, come per i policlinici universitari e le ASL che dovranno privatizzarsi per davvero a partire dal dover garantire standard certificati e servizi pianificati, non sale d’attesa e Recup tra sei mesi.
E dovrà cambiare tanto mondo del volontariato, se anche i poveri avessero uno stipendiuccio, ovvero la possibilità di scegliere. O l’agroalimentare, che tra sussidi ed esenzioni, oggi vale neanche il 5% del nostro PIL. Oppure le politiche locali, se le famiglie potessero scegliere tra scuole sgarrupate e altre linde e pinte.

Insomma, è difficile che il PD di Matteo Renzi o i Cinque Stelle di Di Maio riformino un qualche cosa che possa ridurre la spesa pubblica (e le tasse) … con Enrico Letta e con Di Battista sarebbe stata un’altra cosa …

Droghe illegali? Niente pensioni …

6 Apr

Secondo il rapporto della Commissione europea, presentato da Europol e dal Centro europeo di monitoraggio su droghe e dipendenze, ogni anno gli europei spendono almeno 24 miliardi di euro per acquistare sostanze illegali.

 Il commissario agli Affari interni e all’immigrazione Dimitris Avramopoulos ritiene che il ‘big business’ della droga “rappresenta un quinto dell’intero giro di affari del crimine e i costi sociali sono anche piu’ elevati, in termini di danni alla salute, di crimini connessi, di distorsione dell’economia e di distruzione dell’ambiente”.
In effetti, il dato è molto più allarmante, se nel 2009 Unodc (l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella lotta alla droga e alla criminalità) riportava che in Italia,  60 miliardi di euro (oltre il 3% del PIL nazionale) sarebbero stati garantiti al crimine organizzato dal traffico di droga e una cifra equivalente proverrebbe da pizzo, armi e rifiuti, per un totale di proventi nell’ordine dell’8% del PIL italiano.
Viceversa, secondo i dati Onu, i proventi delle associazioni a delinquere negli Usa arrivano al 2,3% del Pil, all’1,2% nel Regno Unito, all’1,5% in Australia e all’1,3-1,7% in Germania e Olanda.
Sessanta miliardi di euro, che sarebbe davvero importante sottrarre al crimine (e al’evasione, riciclaggio, corruzione) di cui potremmo legalizzarne e fiscalizzarne almeno una parte (marijuana, morfine, tranquillanti etc), ‘regalando’ all’Italia l’immediata riduzione del debito (e la possibilità di intervenire sul biancio), ma anche molti meno introiti per le narcomafie e più denaro ‘legale’ in circolazione, come meno forze dell’ordine distolte da piccoli reati, e relativa ‘rifioritura’ di ampi territori.
Ma questo, mesi fa, non è avvenuto: Renzi ha ceduto al fronte cattolico e le cose son rimaste come prima. Non se ne riparlerà fino al 2018 come minimo, ma, intanto, salvate le banche, gli amici degli amici e … i principi religiosi … resta il fatto che qui non ci sono i soldi per le pensioni o per gli acquedotti.

A proposito, è di oggi che mancano 2-3 miliardi di euro per garantire almeno le pensioni minime … e che per un altro paio d’anni di flessibilità non se ne parlerà a causa del pareggio di bilancio.
Non era meglio fiscalizzare almeno i consumi di stupefacenti, i cui effetti (o danni) siamo assimilabili a quelli dell’alcool?

Demata

Giudizi tributari: decine di miliardi di euro pendenti che l’Erario non incassa

20 Mag

“In Campania ci sono oltre 68mila giudizi tributari pendenti per un controvalore di circa 4 miliardi di euro.” (Domenico Posca, presidente di UNICO – Unione commercialisti italiani)
In Italia, i contenziosi triutari rappresentano  la maggioranza delle controversie, ma quasi la metà, il 41,76% del totale, ha un valore massimo di 2.500 euro, pi un altro 26% che rientra nella fascia 2.500-20.000 euro. Meno del 3% quelli tra 250.000 euro e un milione,  1,39% quelli oltre il milione di euro. Il volume annuo del contenzioso complessivo (dati 2013) è di circa 37 miliardi di euro.

Una situazione venutasi a creare perchè “pochi e mal pagati, sostengono i giudici tributari. Lo ha illustrato con la sua relazione annuale il presidente del Consiglio della Giustizia Tributaria Mario Cavallaro, ex parlamentare del Partito Democratico, nel corso della Giornata della Giustizia Tributaria nell’Aula Magna della Cassazione.” (Il Giornale)

In realtà, solo in Campania ci sono oltre 1,3 milioni di procedimenti civili e penali pendenti (lo denunciavano sempre i commercialisti), e certamente non è possibile assumere un’armata di magistrati sia per smaltirli sia per evitare, in futuro, che si accumulino: quel che serve è semplificazione.

Ed, infatti, per sbloccare almeno 3-40.000 contenziosi tributari di minore entità in Campania (ed in Italia chissà quanti), UNICO annuncia che “chiederemo al Ministro della Giustizia Andrea Orlando di allargare ai commercialisti il novero di soggetti cui delegare la gestione e la definizione stragiudiziale delle controversie in corso e, quanto meno, di prevedere la partecipazione di un commercialista, quale consulente tecnico, in ausilio al soggetto cui sarà delegata la decisione del contenzioso tributario”.

Una proposta che sensata visto che già sono migliaia i commercialisti che hanno svolto incarichi di tribunale in Campania.

Parliamo di 4 miliardi di entrate tributarie – o anche solo la metà – che sarebbero una manna dal cielo per Napoli e la sua regione.
Parliamo di almeno un paio di annualità arretrate che potremmo smaltire da qui alla fine del 2015 in tutta Italia, con  diverse decine di miliardi di entrate extra per l’erario, ovvero per spalare almeno un po’ il debito pubblico.

Intanto, constatiamo che la ‘lotta all’evasione’ e a ‘furbetti ed abisivi di turno’ diventa iniqua, se poi i processi si arenano e a pagar le tasse sono sempre gli stessi.
E parliamo di uno Stato che emana leggi che non riesce a rendere norma, se solo in Campania abbiamo oltre un milione di processi pendenti. Qualcosa, tra procedure ed organizzazione del lavoro, proprio non va.

Matteo Renzi provveda: è impensabile – se vogliamo uscire dal declino – una tale stagnazione tributaria e finanziaria.

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IMU, service tax, catasto: la verità che non vogliono sentire

16 Set

I dati riportati da L’Espresso sui valori catastali nelle maggiori città italiane segnalano una situazione di mostruoso privilegio per i residenti dei quartieri centrali, in particolar modo a Roma.

Basti dire che un appartamento zona via Frattina a Roma (valore commerciale 10.000 euro per metro quadro) vale per il catasto appena 1.211 euro, meno del valore catastale di un immobile zona Cimitero Maggiore a Milano e meno del valore commerciale di una casa nella suburbia di Napoli o Palermo.

Una casa a ridosso di VIlla Pamphili (via Vitellia ad esempio) vale per il catasto poco meno di una abitazione di una casa nella suburbia di Napoli o Palermo ed un quinto dell’effettivo valore commerciale.

Un’abitazione in Via San Giovanni in Laterano ha un valore catastale quasi la metà di un’abitazione sulla Prenestina (Via Giuseppe Donati) a Roma e – incredibile – pari a due terzi di quello attribuito a Quarto Oggiaro (Via Carlo Amoretti) a Milano.

Una mostruosità capitolina che è la punta dell’iceberg di un dato consolidato: se la casa è centrale per il Fisco vale molto meno che in periferia. Incredibile ma vero.

A Torino una casa a Via Garibaldi varrebbe la metà che in via Sabaudia. A Palermo un immobile in via Colonna Rotta o in Via Scordia varrebbe più o meno quanto uno in Via Pietro Perricone. A Firenze, chi abita nella periferica Via di Fagna possederebbe un immobile dal valore più che doppio di quelli siti in via Giano della Bella e Via Giuseppe la Farina o in Via Aretina e Viale Europa.

Praticamente un’enorme evasione fiscale legalizzata per ‘inertia legis’, visto che il valore catastale degli immobili contribuisce alla parametrazione delle fasce ISEE che hanno diritto ad esenzioni, riduzioni e servizi sociali.

Un sistema di privilegi causato dallo Stato Sabaudo che costruì in centri amministrativi delle nostre città (come Prati a Roma o il Rettifilo a Napoli), destinando interi blocchi residenziali di pregio con affitti irrisori ai propri funzionari … e alle loro discendenze.

Un’enorme intrigo di interessi piccini ed enormi che vede strenui difensori del paesaggio italiano affiancarsi ai portabandiera delle cementificazioni palazzinare, se si tratta di difendere la ‘slow life’ e i ‘mitici Anni ’60’ con tutte le prebende necessarie a mantenerli in vita.

Un popolo di presunti arricchiti che non potrebbe permettersi le case in cui vive o da cui trae lauto reddito con affitti e subaffitti, se il Fisco italiano facesse il proprio dovere.
Una lunga fila di ‘ticket esenti’ che tali non sarebbero se il loro appartamentino al centro risultasse valere quanto vale per il mercato e/o se vendessero ciò che non possono permettersi, ricomprando casa altrove, al loro livello, e, magari, reinvestendo qualche centinaio di migliaia di euro in attività produttive.
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro … che i quartieri migliori vadano a chi effettivamente produce di più per la nazione. Un principio che non sarebbe male adottare anche per i redditi oltre i 60.000 euro annui, visto che di risultati nella pubblica amministrazione se ne vedono molto pochi da un ventennio e passa e dato che di ricchi scialaquatori sembrano essercene non pochi in giro, visti i raggiri e le cessioni fallimentari che raccontano le cronache.

Il gap catastale è ormai tale e così interlacciato con il sistema del Welfare da rendere inevitabile che la schiera di ‘poco o non abbienti’, di ‘pensionati minimi’ con appartamenti da un milione di euro debba scomparire e che la crisi del mercato immobiliare subirà non poche turbolenze. Ciò è scritto nella globalizzazione dei sistemi finanziari, inclusi quelli previdenziali (ndr. e noi stiamo ancora all’INPS …) e nelle riforme che vanno inevitabilmente fatte: nessuna service tax può funzionare e passare il vaglio costituzionale se non verte sul valore catastale degli immobili, come nessun welfare decente può essere finanziabile se esistono falle irreparabili nel sistema di computo del reddito.

Cambiare, ma come? Come hanno fatto i nostri coinquilini europei.

I siti per la ricerca/vendita/affitto di case forniscono di continuo dati aggiornati sul valore medio per metro quadro degli immobili e i dati tra le diverse agenzie sono sostanzialmente convergenti. Basterebbe che il Fisco attribuisse un valore catastale pari alla media dei valori commerciali nel triennio per risolvere il problema ed avremmo potuto farlo già 5-10 anni or sono.
Tra l’altro, in un paese dove si urla ‘dagli all’evasore’ da un ventennio, sarebbe ora di porre fine a quella che appare una forma legalizzata di elusione dei propri doveri verso la Comunità nazionale.

Comprensibile che i ‘vecchi partiti’ siano restii a mutare scenari e alleanze lobbistiche, molto meno se parliamo dei partiti come SEL, Lega, M5S, Scelta Civica per Mario Monti e, venendo alla loro credibilità, prendiamo atto che lo studio di L’Espresso, che denuncia lo scandalo del Catasto e anche quello delle fasce ISEE, risale al 1° agosto scorso. Son trascorsi quasi 50 giorni e tutto tace, se non il sibillino Enrico Letta che tiene appeso il suo governo all’abolizione dell’IMU.

Eppure Casaleggio, Renzi, Maroni, Boldrini dovrebbero rifuggire un’Italia con una sbilenca service tax e tutti i quattrini che restano a Roma che li redistribuisce a modo suo a Comuni, Regioni e Agenzie varie. Come anche tutti i partiti dovrebbero dar conto ai loro elettori, spiegando che si intende redistribuire la leva catastale e risanare il Welfare. Non aumentare come al solito le tasse ai soliti ceti medi.

Senza dimenticare che se il Governo Letta riuscirà a portare a casa almeno questa riforma entro la fine dell’anno, avremo dato all’Europa e ai Mercati uno dei segnali politici che si attendono.

Altrimenti, oltre alle conseguenze finanziarie e di consenso, sarà un po’ più difficile sfatare il mito che l’Italia è fondata sul lavoro di tanti ma non di tutti. Tra l’altro, se dovettero scriverlo in capo alla Costituzione, vuol dire che il problema è di vecchia data e che potremmo, ancora oggi, rifarci al Pinocchio di Collodi per conoscere i ‘colpevoli’ dell’eterno stallo italiano.

Tra l’altro, quella del Catasto sarà il banco di prova per capire se l’M5S di Casaleggio, la Lega di Maroni e Zaia e Sinistra renziana sono effettivi portatori di cambiamento oppure rappresentano il solito opportunismo provinciale di Bertoldo e Bertoldino.
Sempre troppo tardi se, poi, i nostri sindacati, che invadono la sfera politica con tradizione cinquantennale, volessero pronunciarsi dinanzi a tale scandalo e tale iniquità che colpisce vistosamente i ceti meno abbienti. O, forse, dovremmo constatare che tanti nostri leader abitano proprio nei quartieri privilegiati?
E non sarebbe male se anche il Clero – che è una nota presenza nei centri delle città – volesse prendere atto del danno sociale e umano causato da certe prebende.

Da un mese traballiamo perchè cade Letta, ritorna l’IMU o forse no?
Ma vogliamo scherzare? Meglio tenersi la service tax …

Resta un mistero del perchè M5S, SEL e Lega – che sono all’opposizione – facciano finta di nulla e della ‘questione catasto’ i guru della ‘democrazia dal basso’ non ne facciano un cavallo di battaglia, visto che basterebbe far muro sul volume compessivo del gettito catastale per poter promettere almeno a metà degli italiani che il sistema sarà più equo e, soprattutto, che chi vive in provincia o nelle periferie suburbane avrà qualche diritto e qualche risparmio in più.

A proposito, con un catasto che funziona anche il costo di acqua e energia diventa più equo … non solo l’accesso a servizi, cure e medicinali, studi universitari.

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Case occupate, iniquità pubblica

16 Set

Fa scalpore quella del Comune di Napoli che ha approvato, praticamente all’unanimità, la sanatoria degli occupanti abusivi delle case comunali: circa 4.500 le domande di condono saranno accolte dal Comune per altrettanti alloggi.

Un’inezia se si considera che solo a Roma sono 48.000 gli edifici pubblici senza custode o guardiania, spesso occupati dagli ex dipendenti, mentre nelle case popolari propriamente dette troviamo almeno 5.378 persone che le occupano abusivamente, ma gli è consentito restare in cambio di un’indennità di occupazione calcolata al modo del vecchio equo canone.

foto da Roma Today

Solo nel III Municipio “sono almeno 829 gli alloggi occupati abusivamente” – conferma consigliere Riccardo Corbucci – “c’è da anni chi ci racconta la favola che il problema dell’emergenza abitativa si contrasta con le occupazioni illegali, scopriamo invece che gli abusivi a Roma sono migliaia e sottraggono alloggi popolari ai cittadini onesti, che chiedono un’abitazione ed aspettano nella legalità ed in lista d’attesa. Bisogna procedere agli sgomberi e alla riassegnazione immediata degli alloggi a chi ne ha diritto con priorità assoluta”.

Il Messaggero, nel 2010, denunciava una situazione da Far West, se l’ATER Roma dovevai indire un  censimento degli inquilini e se, su 7.410 alloggi messi in vendita solo 434 erano stati effettivamente venduti e meno di tremila inquilini avevano chiesto di essere ammessi alla procedura di rogito.

E cosa dire dell’enorme quantità di alloggi occupati da dieci anni e passa, che sono siti in edifici pubblici, i quali restano privi di piani antincendio e vigilanza notturna e per i quali non sembra che qualcuno abbia mai pensato a provvedere agli sgomberi?

Quanti sono gli edifici a Roma – comunali e non – dove sono presenti alloggi di servizio occupati da persone che non ne avrebbero alcun diritto?
Perchè ci si scandalizza se a Napoli il Comune fa quello che a Roma si faceva da 20 anni?
Perchè a Roma e solo a Roma, parlando anche degli alloggi privati, si sono prorogati sfratti per 20 o 30 anni e forse ancora oggi?

Perchè, in Italia, chi riceve aiuti pubblici non viene controllato fiscalmente più degli altri? E perchè, con le PA indebitate come sono, non vengono monetarizzati immobili che ormai – almeno per collocazione – sono di lusso e non certamente popolari?

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Caro benzina, consumi in calo, il fisco perde oltre mezzo miliardo

30 Ago

Uno studio commissionato dal sito britannico Looking4Parking.com e pubblicato dal Daily Mail dimostra come i nostri automobilisti spendano mediamente ogni mese circa il 10,2% del proprio stipendio per rifornire di gasolio le proprie vetture.
Sulla base di un reddito medio degli italiani stimato in 19.655 euro annui, fanno circa 2.000 euro a testa in dodici mesi.

Il prezzo del diesel in Italia (1,71 euro al litro) è inferiore solo a quello della Norvegia (1,76 euro al litro), ma lì il reddito medio è di 37.920 euro annui e quella per il carburante rappresenta meno del 5% della spesa dei cittadini.

Tra crisi e lievitazione dei prezzi, calano sempre di più i consumi petroliferi italiani, con una diminuzione del 3,5% rispetto allo stesso mese del 2012, attestandosi a 2,8 milioni di tonnellate per quanto riguarda le benzine e il gasolio. (fonte Unione Petrolieri)

Una buona notizia, tenuto conto che l’Italia importa il 93,3% dei suoi consumi di petrolio e il 70% di quelli di gas naturale e che quei consumi dal 1973 al 2009 sono cresciuti del 359%. (dati 2009 – Sole24ore)
Un’ottima novità, risparmiare importazioni e consumi per 190.000 tonnellate di carburanti, mentre il saldo commerciale italiano ha registrato un surplus di 1,9 miliardi di euro, dopo un saldo negativo pari a 0,3 miliardi di euro lo scorso anno. Specialmente, tenendo conto che il surplus risulterebbe triplicato, se la nostra bilancia commerciale venisse calcolata al netto dell’energia.

E, invece, no. Non in Italia, affamata di risorse per sostenere una spesa pubblica eccessiva, disorganica e sprecona.

Tra gennaio e luglio, tenuto conto del calo registrato dai consumi, il gettito fiscale (accise + IVA) è risultato in diminuzione di circa 630 milioni.
E, così andando le cose, con redditi dimezzati rispetto al Nordeuropa, lo Stato continuerà a confidare nei nostri consumi d’importazione (sic!) e sulle tasse che può affibbiarci.

Intanto, le trombe di guerra che squillano in Siria stanno facendo lievitare il prezzo del greggio …

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