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Posti letto e Omicron endemico: i numeri

5 Lug

Due giorni fa i ricoverati per Covid erano quasi 6.100 senza contare le terapie intensive: nello stesso giorno nel 2021 i ricoverati erano 2066, cioè erano un terzo, e nel 2020 erano 1305, quasi un quinto rispetto ad oggi. Dunque, è evidente un certo rischio che con l’autunno vadano a saturarsi di nuovo gli ospedali e che i servizi pubblici e privati risentiranno della diffusione dei contagi.

E per capire se e come questi posti letto ci sono / saranno, c’è da partire dal 1991, quando erano ancora sul nascere le RSA, istituite con la legge 67/88 e il DPCM 22.12.89, che poi andranno ad assorbire una discreta quantità di posti letto, precedentemente di ‘lungo degenza’ o di ‘medicina sociale’.

Nel 1991, (fonte Orizzonte Sanità) la Germania riunificata garantiva oltre 10 posti letto ogni 1.000 abitanti, la Francia meno di 6 e l’Italia circa 7, cioè c’erano quasi 400.000 posti letto.

TrueNumbers

Arrivati al 2012 (fonte Istat – Sanità e Salute 2015), i posti letto nelle strutture per l’assistenza residenziale erano 224.000, mentre negli istituti di cura del Ssn ci sono 199 mila posti letto. Cioè in lieve aumento complessivo.

Dal 2017 sono “circa 193 mila i posti letto in regime ordinario, con un trend in diminuzione rispetto agli anni precedenti”, ma nelle RSA i posti letto erano diventati 295.473, di cui la maggior parte (233.874) per anziani non autosufficienti (fonte Istat). In totale, nel 2017 il PL erano complessivamente quasi 500mila: rispetto al 1991 era il 20% in più, anche se differenziati in base alle differenti cure necessarie alle diverse età della vita.

Ma non bastano.

Non i posti letto ospedalieri ‘ordinari, forse, ma di sicuro quelli residenziali che vanno a sovraccaricare quelli ordinari se non sono sufficienti nel numero e nelle risorse.

Infatti, in Italia i posti letto nelle strutture residenziali ogni 100 anziani over 65 sono 1,9 contro i 5,4 in Germania, 5 in Francia, 4,6 in Austria e 4,4 nel Regno Unito. In Olanda e Svezia addirittura il 7,6 e il 7,1; la media europea è del 4,72 posti letto in RSA ogni 100 anziani over65. (fonte OECD, Health at Glance 2019)

Se l’Italia avviasse immediatamente un adeguamento alla media europea, passando da meno di 2 posti letto per anziano a quasi 5, nel 2025 serviranno ben 651.275 posti letto e quasi il triplo degli operatori. (fonte Osservatorio Settoriale sulle RSA)

Una carenza abissale inevitabile dopo la soppressione delle Mutue dei lavoratori (art. 38 Costituzione) avvenuta alla fine degli Anni ’70, che – viceversa – sono sopravvissute nelle altre nazioni proseguendo la tutela ‘sindacale’ della salute, che sia residenziale o domiciliare. Inutile dire che anche nell’assistenza domiciliare (incluso il medico di base) l’Italia non brilla con un mero 12% dei residenti che ne fruisce, mentre in Europa la media è al 20% con la Germania al 30% e la Francia al 50%.

Naturalmente, se almeno il doppio degli anziani potrebbe essere assistito in una RSA ed forse il triplo potrebbe avere il geriatra a domicilio, è conseguente che – a parte i costi e il disagio causati dalla dispersione – in caso di necessità anche differibili tutte queste persone vadano a gravare sugli accessi e poi sui posti letto ‘ordinari’ degli ospedali.

E – a proposito di posti letto, di residenze e di cure domiciliari – è arrivato il Covid con l’intenzione di … rimanere. Un Covid che il 7 aprile 2020 aveva fagocitato il 17% dei posti letto ‘ordinari’ (oltre alle RSA in stallo e le intensive al limite) e il 26 novembre 2020 aveva superato il 20%.

Poi, il lockdown, i comportamenti responsabili e – infine – il vaccino hanno riportato la situazione ai limiti della normalità, ma per oltre un anno i ‘soliti’ malati cronici o rari o acuti si sono trovati in serie difficoltà per accedere alle ‘solite’ unità, centri e pronti soccorsi. Arrivati ad oggi, il lockdown è finalmente finito, ma i comportamenti ritornano disattenti, mentre scopriamo che i vaccini faticano a controllare le varianti Omicron che a loro volta possono reinfettare la stessa persona.

Oggi, anche se le terapie intensive non sono sovraffollate, accade che il 30 giugno scorso avevamo tre volte i ricoveri per Covid del 2021 e cinque volte quelli del 2020.

E se – nonostante i lockdown – il 30 gennaio del 2021 e del 2022 i posti letto occupati da ammalati di Covid erano circa 22.000, quanti saranno alla stessa data del 2023 senza almeno ritornare a comportamenti più attenti e responsabili, in attesa del rinnovo vaccinale?

Come fare – comunque anche senza calamità naturali – a garantire i posti letto che servono ma anche le cure ambulatoriali che mancano, se devono rivolgersi al Sistema Sanitario ‘ordinario’ anche quei milioni di anziani italiani che in Europa avrebbero un’assistenza residenziale o geriatrica domiciliare, con più efficacia e maggiore efficienza cioè più soddisfazione e una certa economia?

E quali prospettive non solo per gli ‘anziani’ ma per oltre la metà della popolazione ormai over50enne, cioè con discrete probabilità di essere già affetta da una o due patologie croniche (fonte Istat-Inps)?

A.G.

Cannabis: un referendum finito in … fumo

17 Feb

La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum per la Cannabis, come c’era da aspettarsi.

Il quesito – infatti – chiedeva che sia abrogato il DPR 309 del 9 ottobre 1990 all’Articolo 73, comma 1, limitatamente al termine “coltiva”, ma il comma 1 è riferito alle “sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III”, cioè vieta di coltivare oppio, coca, allucinogeni e varie sostanze chimiche tra cui i tetraidrocannabinoli.
Ma la coltivazione della cannabis (indica) è nella tabella II …

La cannabis indica per uso personale, poi, entra in ballo al comma 5: “per i mezzi, per la modalita’ o le circostanze dell’azione ovvero per la qualita’ e quantita’ delle sostanze, i fatti previsti dal presente articolo sono di lieve entità, si applicano le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da lire due milioni a lire venti milioni se si tratta di sostanze di cui alle tabelle II e IV”.

Non sappiamo quale fosse il motivo per cui si volesse legalizzare la coltivazione di oppio, coca e allucinogeni: confidiamo che si tratti di pressappochismo e non che fosse qualcosa di voluto.

Piuttosto, è abbastanza evidente che a voler legalizzare la cannabis indica per uso personale bastava chiedere di abrogare il comma 5 agli incisi “della reclusione da sei mesi a quattro anni” e “ a lire venti milioni“, lasciando la multa “da lire due milioni” (1.000 euro circa), visto che abrogando del tutto il comma 5 si abroga anche il concetto di lieve entità.

E la cannabis sativa?
Beh, resta il fatto che il DPR fu una norma scritta davvero male, sulla base di credenze e pregiudizi: in botanica la differenza tra cannabis indica e sativa è a livello esteriore. La distinzione fu introdotta dal biologo e botanico americano Richard Evans Schultes, padre della moderna etnobotanica, alla prima metà del secolo scorso: sativa, se la pianta è alta, con rami allungati e foglie strette, indica, se è più bassa, dalla forma conica e con foglie larghe.

Ma come insegna la Scienza odierna (e come sanno bene i narcos messicani che la producono) è impossibile distinguere geneticamente se una pianta di cannabis è Indica o Sativa: l’effetto dipende “oltre che dal tipo di coltura, anche dalle condizioni del suolo, dalla presenza di contaminanti e da molti altri fattori ambientali” (fonte Istituto Superiore Sanità) e dalle condizioni ambientali di raccolto, essiccazione e conservazione.

Dunque, ‘coltivare cannabis’ resta qualcosa di arbitrario secondo la legge italiana, dato che produttore e ispettore sanno se la piantina sia in tabella I o II solo a prodotto testato (o fumato).

Non sarebbe tutto più semplice, se il Parlamento ammettesse che i tetraidrocannabinoli – per effetti e soprattutto per eventuale dipendenza – sono molto molto diversi e lontani da eroina, cocaina, metanfetamina, fentanyl eccetera e che le sanzioni per il consumo di una canna sono veramente sproporzionate rispetto a quelle per abuso di alcolici.

E, sempre riguardo ai compiti del Parlamento, “in Italia ogni giorno in media sono 48 le persone che muoiono a causa dell’alcol, oltre 17.000 ogni anno” (fonte Istituto Superiore Sanità) e basta guardare cosa c’è sugli scaffali dei supermercati per saperlo.

Demata

Eutanasia : un quesito destinato al … suicidio

17 Feb

La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum per l’eutanasia, come c’era da aspettarsi.

Infatti, il quesito riguardava effettivamente l’art. 579 del Codice Penale (omicidio del consenziente) e chiedeva di abrogare la norma per cui “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni”.


Eppure, di eutanasia, di cure palliative di fine vita e di scelta del paziente non se ne è fatta parola sui Media durante la campagna referendaria, dato che … avevamo le rianimazioni piene di Novax e non era proprio il caso.

Il punto – però – è che l’eutanasia è riguarda le persone agonizzanti o incoscienti che – ricoverate – hanno lasciato scritta la loro scelta o hanno un tutore che decide per loto.

Viceversa, il pensiero di tanti era per coloro – come DJ Fabio – che si ritrovano a vivere in condizioni inumane, dopo essere stati dimessi dai sanitari, e non possono o non vogliono uccidersi da soli.

Ma l’art. 580 del C.P. non può abrogarsi, dato che l’agevolazione del suicidio può avvenire anche per omissione da parte di un familiare, di un sanitario, di un pubblico ufficiale, un religioso eccetera.

Così, in altre parole, gli italiani – ‘grazie’ al Mainstream e ai corrispettivi No-Vax – avrebbero votato per l’art. 579 del Codice Penale (omicidio del consenziente), “ma anche” per l’art. 580 del Codice Penale (Istigazione o aiuto al suicidio).

A tal punto, la Suprema Corte ha ben pensato di mettere uno stop, perché, “a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili“.


Non perché questa tutela manchi nell’art. 579 del Codice Penale, che già include il riferimento a minori, infermi, sprovveduti, ricattati, minacciati e ingannati, ma perchè tra “chiunque cagiona la morte di un uomo col suo consenso” c’è anche chi agevola un ‘presunto’ suicidio per omissione …

Insomma, serviva una campagna mediatica ‘a chiare lettere’, che affrontasse il tema della Morte.

Adesso, la parola passa al Parlamento: la questione di chi muore ‘attaccato a una macchina per mesi e anni’ tocca da vicino tutti gli anziani e i malati gravi. E passa alle Regioni: la questione di sopravvive nel dolore e senza assistenza domiciliare diventa cogente la mezza età, con i postumi di infortuni e le malattie ‘congenite’ prima latenti.

I nostri eletti se ne disinteresseranno come finora fatto?

Demata

Roma Capitale, le priorità sociali centrali e le periferie che pagano le tasse

31 Gen

Roma è una città ricca, dove ogni residente gode di un PIL pro capite di 36 000 € all’anno, neonati inclusi. E Roma è una capitale culturale, ricchissima di musei, università, biblioteche, cinema, teatri e centri religiosi.

Come tutte grandi metropoli, Roma ha le sue periferie sconfinate con le sue ‘diseguaglianze’.
Ma è davvero singolare che a soli 5 chilometri dal Colosseo e da Piazza di Spagna ci sia addirittura la “esigenza di progettare accoglienza delle povertà estreme, delle fragilità esistenziali, delle disabilità più discriminate e della diversità etnica”.

Ancora più singolare che – trattandosi almeno in teoria di cittadini residenti – non sia il Comune di Roma a fornire i servizi sociali a quanto pare necessari, ma debbano intervenire tutti gli altri: parrocchia, regione, associazioni e persino il ministero.

In pratica, si “ipotizza un Centro Diurno, che non dia semplicemente sollievo … alla presunta ineluttabile impossibilità di impostare una vita diversa dalla strada o dalla precarietà abitativa e/o lavorativa” per “circa 60 persone italiane e straniere, a cui è stato proposto di condividere insieme l’opportunità di essere Comunità nel Territorio”.

Ma il rione conta oltre 20mila residenti, si trova in un Municipio che ne supera i 300mila, i dati Mef 2021 riportano un reddito medio pro-capite di oltre 28mila euro annui per il CAP di zona e MappaRoma riporta un Indice di Sviluppo Umano medio-alto (0,66-0,69), mentre l’Accesso alle risorse e l’Istruzione sono nella media.

Perché dotare proprio quel territorio – e non le periferie senza servizi – di un progetto che coinvolge solo lo 0,3% dei suoi residenti (“circa 60 persone”)?

Per individuare le persone bisognose di aiuto «ci siamo affidati alla parrocchia poiché molti vengono a prendere i pacchi alimentari; inoltre abbiamo avuto tante richieste dagli anziani che in questo periodo si sentono soli», spiega l’associazione.
Iniziativa benemerita, dunque, ma dove sono a Roma Capitale i servizi per i tanti che sono in semidetenzione a casa e si ritrovano per davvero con la “ineluttabile impossibilità di impostare una vita diversa dalla strada o dalla precarietà abitativa e/o lavorativa”?

«Vogliamo infatti dare un supporto psicologico e relazionale per far tornare queste persone a vivere credendo in loro stesse», auspica il parroco.

Cosa buona e giusta, ma cosa ne sarà di questo “ipotizzato Centro Diurno” che – per ora – funziona con “risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali”: il sindaco Gualtieri lo acquisirà tra gli interventi sociali del Comune di Roma, mettendo struttura, associazioni e servizi a carico di Roma come già avvenuto nel III Municipio?
E, se “ogni giorno” si tengono “laboratori di ceramica, disegno, pittura ma anche di teatro, videomaker,  webdesigner e scrittura creativa, così come momenti culturali”, oltre ad “percorsi video-fotografici e incontri conviviali”  , quante decine persone sono occupate nel Centro?

La Regione Lazio, che ha autorizzato questo “ipotizzato Centro Diurno” con Avviso Pubblico “Comunità Solidali 2019” ed ha la competenza sociosanitaria ‘esclusiva’, perché consente la “accoglienza delle fragilità esistenziali e delle disabilità più discriminate (quali il disagio psichiatrico)”, senza almeno preporre un medico?

Soprattutto, a voler essere equi, cosa intendono fare (e spendere) Regione, Comune e Municipi per le decine di migliaia di residenti del rione adiacente, dove l’accesso alle risorse è molto basso (0,90), l’istruzione pure (0,81), ma c’è la stessa spinta allo Sviluppo Umano?

Con questi parametri, a Roma l’unica Resilienza possibile, l’unica speranza di accrescere occupazione e redditi è la Formazione professionale tecnica, mentre l’Accoglienza a lungo andare fa agisce come un serpente che si morde la coda: la riprova è nei 100 anni di politiche assistenziali romane (dal 1922) e nei risultati pessimi che le mappe mostrano.

Vi chiederete in quale rione di Roma accade tutto questo? Non è importante.
Ma questa è la mappa dei territori dove è maggiormente avanzato il Centrosinistra e potrebbe essere facile indovinare dove si trova questo “ipotizzato Centro Diurno” con circa 60 persone.

A proposito, un Centro Diurno è un servizio intermedio, semi-residenziale, integrativo degli eventuali interventi di assistenza domiciliare, che assicura agli anziani non autosufficienti la realizzazione di attività diurne, con funzioni di natura psico-socio-assistenziale, di mantenimento delle potenzialità e delle autonomie socio-relazionali della persona.

Quanti pensate che siano a Roma i centri e poliambulatori per anziani e quanti altri per le persone fragili, che qui sono oltre il milione?
Dalle ultime elezioni, il malcontento verso le politiche ‘di sinistra’ c’è e si vede.

E qualcuno sa dirci cosa offrono Roma Capitale e la Regione Lazio alle centinaia di migliaia di romani che hanno versato congrue tasse per una vita e continuano a versarle da pensionati, tra cui quelle che vanno alla spesa socioassistenziale? Specialmente, quelli che non vivono in un rione di semiperiferia ben servito.

Demata

La peste suina africana, l’embargo internazionale e … il dibattito politico romano

24 Gen

Non sorprende il blocco dell’export della carne dei maiali e derivati italiani alle frontiere di Svizzera, Kuwait, Cina, Giappone e Taiwan, dopo che nel dicembre 2021 sono state ritrovate diverse carcasse di cinghiali fra Liguria e Piemonte, risultate positive al virus della peste suina africana (ASF) una malattia infettiva veterinaria altamente contagiosa letale già pochi giorni dalla comparsa delle petecchie emorragiche.

I maggiori vettori di espansione del virus sono

  • la proliferazione di cinghiali e maiali inselvatichiti, ormai stanziali persino in alcune periferie metropolitane
  • la caccia al cinghiale, che immette nel mercato e sulle tavole carni suine potenzialmente infette
  • la distribuzione dei ‘prodotti dei suini infetti’ fuori dalle aree colpite (in quarantena e con blocchi commerciali), attraversando grandi distanze (migliaia di chilometri).

Dunque, dopo i danni dell’influenza aviaria che negli ultimi mesi ha già portato all’abbattimento di oltre 14 milioni di polli, tacchini e altri volatili in Italia, ci ritroviamo sull’orlo del medesimo disastro per quanto riguarda suini ed insaccati.

«Siamo costretti ad affrontare questa emergenza perché è mancata l’azione di prevenzione e contenimento come abbiamo ripetutamente denunciato in piazza e nelle sedi istituzionali di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne da nord a sud dell’Italia dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari». (Coldiretti)

Nel ricercare le cause di questa inerzia, è emblematica la grottesca vicenda tutta capitolina (degna del miglior Alberto Sordi) per l’abbattimento di sette cinghiali a due passi dal Vaticano [link] e delle azioni politiche che ne seguirono:

  • la senatrice di Leu Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, presentò una interrogazione parlamentare per il gesto “gravissimo, di una vigliaccheria inaudita”;
  • la sindaca M5S Virginia Raggi denunciò che “il Protocollo sui Cinghiali, da noi sottoscritto insieme alla Regione, non è stato attuato dall’Ente competente, Regione Lazio”;
  • la Giunta comunale di Roma Capitale annunciò “la costituzione immediata di una commissione d’inchiesta amministrativa per fare luce sui fatti e valutare eventuali profili di responsabilità”;
  • l’ assessora regionale all’Ambiente Enrica Onorati (PD) precisava che “la decisione della telenarcosi e della eutanasia … spetta, è bene ricordarlo, al Sindaco della città” con “un protocollo di intesa voluto dal prefetto di Roma per sopperire alle inefficienze dell’amministrazione competente”.
  • l’opposizione di Centrodestra tacque, evitando di rimarcare “cinghiali, topi grandi come labrador, gabbiani assassini, abbiamo visto di tutto“, come poi fece Giorgia Meloni (FdI), ma … era in campagna elettorale.

Secondo un rapporto del 2013 dalla FAO, “prevenire la diffusione [della peste suina africana] è particolarmente necessario per l’intero settore produttivo dei suini in Europa. … gli Stati europei devono mantenere un alto livello di allerta. Devono essere pronti per prevenire e reagire effettivamente all’introduzione [della peste suina Africana] nei loro territori per molti anni a venire“.

Allerta, prevenzione e reazione che in base alla nostra Costituzione competono agli Enti Locali, non allo Stato.

Demata

Plastica monouso al bando? Quasi …

19 Gen

Da oggi in Italia mette al bando la plastica monouso e i molti prodotti progettati per essere utilizzati una sola volta.

E’ vietata non solo la produzione ma anche la vendita di piatti e posate in plastica, cannucce, cotton fioc, aste a sostegno dei palloncini, contenitori per alimenti e per bevande in polistirene espanso.


Esercenti e produttori potranno continuare a vendere le scorte presenti in magazzino fino al loro esaurimento. Sono previste delle agevolazioni per le aziende che utilizzavano plastica monouso, con un credito di imposta, nel limite massimo complessivo di 3 milioni di euro per gli anni 2022, 2023 e 2024. Stabilito infine l’avvio di campagne di sensibilizzazione. 

Saranno vietati anche i prodotti in plastica che si riduce in micro frammenti (oxo-degradabile), ma non le bottiglie in plastica PET, per le quali non solo l’Italia, ma la normativa europea è molto tollerante e concede dilazioni: entro il 2026 le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di Pet riciclato e il 77% dovrà essere raccolto e riciclato.

Ogni anno 570mila tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo: come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto. (fonte WWF)
E solo in Italia più del 60% delle bottiglie immesse sul mercato ogni anno non viene riciclato. (fonte Greenpeace)

L’inquinamento causato dalla plastica consiste nella dispersione e nell’accumulo di materie plastiche nell’ambiente, il che causa problemi all’habitat di fauna e flora selvatica, oltre che a quello umano. Tale tipo di inquinamento può interessare l’aria, il suolo, i fiumi, i laghi e gli oceani.

Un recente studio del Biodesign Center for Environmental Health Engineering dell’Arizona State University (ASU) ha confermato che “frammenti microscopici di plastica si sono stabiliti in tutti i principali organi di filtraggio del nostro corpo”: iI ricercatori hanno trovato prove di contaminazione da plastica in campioni di tessuto prelevati da polmoni, fegato, milza e reni di cadaveri umani donati.
“Abbiamo rilevato queste sostanze chimiche della plastica in ogni singolo organo su cui abbiamo studiato“, ha affermato il ricercatore senior Rolf Halden, direttore del centro accademico. Da tempo si teme che le sostanze chimiche nella plastica possano avere una vasta gamma di effetti sulla salute che vanno dal diabete e obesità alla disfunzione sessuale e all’infertilità.

Demata

Covid e contagiati: addio ospedali Covid-Free?

15 Gen

Le Regioni vorrebbero che i pazienti positivi ai test ma asintomatici, qualora assegnati in isolamento al reparto di afferenza della patologia, vengano conteggiati come “caso” Covid nel bollettino ma non tra i ricoveri dell’area medica, se ricoverati in ospedale per cause diverse dal Covid.
Le Regioni assicurano che salvaguarderanno il principio di separazione dei percorsi e di sicurezza degli altri pazienti, ma non si sa bene come e – comunque – sarebbe la fine degli ospedali Covid-free.

Intanto, i sanitari si sentono presi in giro, le statistiche e la valutazione della situazione ne risentirebbe, mentre il Ministero della Salute per ora resiste.

Secondo Anaao-Assomed e l’Ordine dei medici si tratta di ‘un “un “mero espediente di equilibrismo contabile”, un “gioco delle tre carte con i cittadini italiani nel ruolo del passante sprovveduto””, cioè di una “operazione di maquillage” che “occulta la gravità della pandemia” e serve solo a “risolvere il problema di non assumere altre misure restrittive”.

“Non si esce dalla crisi sulla pelle dei medici ospedalieri né rimanendo uguali a come si è entrati. Il gioco dei vasi comunicanti, prodotto dalla riconversione di interi reparti e dalla chiusura di attività ambulatoriali e chirurgiche non urgenti, porta acqua alla pandemia parallela delle prestazioni rinviate, negazione di un diritto costituzionale e causa di future malattie”.

Già, il ‘gioco dei vasi comunicanti‘ che i malati rari conoscono purtroppo molto bene, dato che ha affossato le norme nazionali del settore, lasciando intatti i reparti ospedalieri preesistenti e abortendo la crescita dei Centri e dei servizi territoriali per milioni di persone.
O quello dei malati cronici che si ritengono ben felici di un farmaco di classe A da ritirare in un ambulatorio, perchè è già tanto con una terza media (o anche meno) ed una vita di contribuzione al minimo (se non sussidiata).

Ma la legge, il buon senso, il diritto, l’istruzione e anche le Regioni nelle loro pretese al Governo garantiscono “il principio di separazione dei percorsi“.
Quali percorsi?

Quelli che già ora non esistono per malattie croniche e rare, cioè praticamente tutte?
E con quali organigrammi? Quelli che da anni i vari istituti e aziende sanitarie non inviano ad Anac?

Ma soprattutto – dalla parte dei malati cronici e rari – la questione di fondo è un’altra, se passasse la richiesta delle Regioni: addio ospedali e ambulatorio Covid-Free?

Infatti, tutti questi malati ritengono il proprio ospedale o ambulatorio un luogo sicuro, perchè richiedono a tutti una dichiarazione se “negli ultimi 14 giorni hanno avuto contatti con qualcuno affetto da sintomi respiratori o in isolamento fiduciario o popolazione a rischio”.

Ma cosa succede se i pazienti ricoverati in ospedale per cause diverse dal Covid positivi ai test e asintomatici vengono conteggiati solo nel bollettino, ma non tra i ricoveri dell’area medica?

Se i percorsi di cura non esistevano già prima della pandemia grazie al “gioco dei vasi comunicanti” e se il caso di Covid non è registrato tra i ricoveri dell’area medica, come si garantisce a questi tanti malati fragili che il medico o l’infermiere con cui vengono a strettissimo contatto non abbia avuto poco prima contatti anche con un paziente portatore di Covid?

Viene quasi il dubbio che cancellare gli ospedali Covid-Free è un elegante modo per rinviare ‘spontaneamente’ tutti a giugno.

Demata

Australia: Djokovic fa notizia, ma agli arresti c’è l’ex primo ministro

14 Gen

Novak Djokovic anche oggi si era allenato, dopo che il Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke gli ha di nuovo revocato il visto di ingresso in Australia per “motivi di salute e ordine pubblico”, dopo l’annullamento del precedente provvedimento da parte della magistratura.
Dunque, i suoi avvocati hanno chiesto alla giustizia australiana di bloccare la sua espulsione dal Paese ed è prevista per oggi un’udienza d’urgenza.

Ma, se parliamo di immigrazione irregolare in Australia, è uno scandalo ‘minore’ quello che sta avvenendo nel caso Djokovic con il governo e la magistratura australiani che finora sono stati di diverso avviso: il fatto eclatante è l’arresto – avvenuto il 17 novembre 2021 – di Craig Thomson ex primo ministro laburista e leader sindacale, che avrebbe “facilitato più di 130 domande di visto fraudolente in quattro anni, con conseguenti guadagni finanziari per oltre 2 milioni di dollari”, oltre a “cinque violazioni del divieto di chiedere o ricevere una tangente”, due per “aver ottenuto un vantaggio finanziario con l’inganno” e una “per aver gestito proventi di reato”.

Una storia non nuova quella di Craig Thomson, aveva iniziato la sua carriera come funzionario nell’Health and Research Employee Association (HREA), il sindacato dei lavoratori ospedalieri nel New South Wales, e – pur non essendo un sanitario – nel 2002 arrivò ad essere eletto segretario nazionale dell’Health Services Union (HSU).
Infatti, come accaduto tante altre volte nel mondo, la successiva segretaria generale della HSU, nel gennaio 2008, si ritrovò con importanti irregolarità finanziarie nei conti del sindacato e – a differenza di tanti – avviò immediatamente un’indagine interna.

.Craig Thomson non è nuovo a questo genere di scandali.
Tra il 2007 e il 2011, per quattro anni, Thomson fu indagato da Fair Work Australia con serie “preoccupazioni per le prove dell’uso improprio dei fondi sindacali da parte del signor Thomson” e, infatti, la sua successiva condanna per furto e fronde riguarda solo l’aver utilizzato la sua carta di credito sindacale dell’Health Services Union per pagare prestazioni sessuali e spese personali.

Il recupero delle ingenti somme provenienti dai contributi assicurativi dei lavoratori iscritti al sindacato -più di 458.000 dollari australiani, secondo sentenza – si è dimostrato particolarmente difficile, anche per le competenze legali di Thompson, al quale, nell’ottobre 2016, la Law Society del New South Wales ha revocato l’abilitazione come avvocato, ritenendo che “non sia una persona di buona fama e carattere”.

Riguardo il processo in corso, Chelsea Brain, procuratrice del pubblico ministero del Commonwealth, ha sottolineato che che Thomson era “un facilitatore” del regime dei visti e, sebbene non avesse presentato lui stesso le domande fraudolente, era il “filo comune” tra le oltre 130 domande oggetto del caso.

Una vicenda come tante, quella di frodare il sistema sanitario per appropriarsi dei contributi dei lavoratori, … mica fa notizia come Djokovic.

Demata

Omicron: l’allarme di Cittadinanzattiva Lazio

7 Gen

Alleggerire il lavoro del pronti soccorsi, in fortissima carenza di organico e sovraccaricati da due anni di Covid 19”, a scriverlo è il Segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio, Elio Rosati, (link) “per il personale del PS il concorso presso l’AO S. Giovanni è stato un bollettino di guerra, infatti, il bando prevedeva 153 posti e si sono presentati nemmeno 50 candidati.”

Si tratta del boarding, lo stazionamento in pronti soccorsi dei pazienti che devono essere ricoverati, con conseguente riduzione della qualità assistenziale. Infatti, il sovraffollamento in pronto soccorso (PS) provoca, oltre all’aumento dei tempi di attesa e dell’insoddisfazione dell’utenza, anche quello dei costi erariali, dei disguidi procedurali e del carico professionale.

Infatti, la Regione Lazio due anni fa ha istituito un proprio sistema di codici per i pronti soccorsi che non corrispondono a quelli standard internazionali e non sappiamo se questi codici innovativi aumentino o riducano il boarding (o comunque l’efficienza) nei pronti soccorsi.

Dai quattro chiari e semplici codici colorati (pericolo di vita e accesso immediato alle cure, potenziale pericolo di vita e prestazioni non differibili, poco critico e prestazioni differibili, non critico e non urgente), la Regione Lazio ha creato dei propri codici diversi, estendendo i criteri di differibilità (e di boarding): emergenza, urgenza, urgenza differibile, urgenza minore e non urgenza.

Questa situazione è aggravata dal fatto che, nel Lazio “oltre il 70% (circa 3.000) dei 4.400 medici di base erano over 60 anni” con un rilevante indirizzamento al pronto soccorso dei pazienti, con questi nuovi codici non sono tenuti al pagamento di un  ticket di € 25, come nelle altre regioni quando non sono urgenti.

Due disfunzioni che si alimentano l’un l’altra, combinandosi con la terza anomalia romana: la concentrazione dei siti di ricovero e la forte carenza nei rimanenti territori, spesso popolosi e mal collegati come il III Municipio, dove i tempi di raggiungimento dei pronti soccorsi vanno ben oltre i 15 minuti.
E senza denari non si cantano messe.

Cosa chiede Cittadinanzattiva Lazio?

Innanzitutto, l’utilizzo del personale specializzando per i codici 4-5 (quelli di minore entità) con affiancamento al triage infermieristico”, cosa che comporterebbe anche il benefico effetto di standardizzare codici e procedure differibili o non urgenti, ticket incluso.
Riguardo il boarding, l’appello di Cittadinanzattiva Lazio sollecita la fine di una storica disfunzione dei pronti soccorsi romani, chiedendo la tempestiva presa in carico dei pazienti in attesa di posto letto da parte del personale dei reparti di destinazione, attualmente surrogata dal personale del PS, alimentando il sovraffollamento.

Intanto, “la variante Omicron ha mandato in tilt tutto il sistema di tracciamento già da inizio dicembre 2021 delle ASL. … È evidente, che vi è bisogno di comportamenti responsabili da parte dei cittadini in primis aderendo al ciclo vaccinale e il rispetto in modo rigoroso di tutte le indicazioni relative all’isolamento e alla quarantena (in questo periodo secondo quanto segnalato dai cittadini, sono del tutto saltati), utilizzando il tampone in modo adeguato e non come “telepass” per fare quello che si vuole e l’accesso al PS solo in caso di urgenza.”


Secondo Elio Rosati (e secondo buon senso), servono “atti concreti e immediati: mandate personale sanitario nei PS, svuotate dalle stanze dei PS le persone che sono in boarding e che non devono stare in pronto soccorso. Queste sono le due priorità. Poi, va affrontato il nodo della medicina territoriale.”
Più chiaro di così.

Demata

Mauro da Mantova, la morte di un no-vax in un paese illiberale

6 Gen

Una settimana fa, moriva a Verona Maurizio B. , un ex carrozziere di 61 anni che il programma radiofonico «La zanzara» aveva portato alla notorietà come ‘Mauro da Mantova’.

Il motivo per cui Maurizio B. è morto è l’aver contratto il Covid, senza essere vaccinato e ricorrendo alle cure solo ad infezione in fase avanzata, quando ormai la saturazione polmonare era molto critica.

Nel suo ultimo intervento a “La Zanzara”, ‘Mauro da Mantova’ si era vantato di essere andato al supermercato con la mascherina abbassata – “a fare l’untore”, come aveva precisato – e “la spocchia che mostrava in radio è appena il dieci per cento di quella che ha fatto vedere di persona quando è arrivato in Pronto soccorso”, raccontano le infermiere al Corriere del Veneto.

Eppure, Maurizio B. non aveva speso cinque anni della sua vita per conseguire un diploma liceale a pieni voti, nè aveva speso altri sei anni per arrivare alla laurea in medicina, come non aveva consumato sui libri e in ospedale quegli altri 2-4 anni necessari per specializzarsi.

In base a cosa Maurizio B. ha intrapreso una scelta così estrema e radicale che l’ha portato ad una brutta morte, visto che non aveva trascorso almeno una 15ina di anni a studiare per 10-14 ore al giorno allo scopo di curare gli altri nel miglior modo possibile, cioè era del tutto profano?

E’ presto detto: Maurizio B. non sarebbe diventato ‘Mauro da Mantova’ se La Zanzara non gli avesse dato voce, credibilità e notorietà. Come lui ce ne sono tanti altri, che troppe redazioni non hanno aiutato a distinguere le opinioni dai pareri tecnici e dai commenti:

  • le opinioni sono dei profani e restano in salotto e al ‘bar dello sport’,
  • i pareri tecnici sono forniti solo dagli esperti e servono a dettare protocolli e regole,
  • i commenti arrivano dai settori coinvolti, nell’applicare protocolli e regole.

Possibile mai che con tanti laureati in comunicazione, marketing e giurisprudenza che spingono per far carriera, ci sia confusione tra cosa sia un’opinione (ed il tempo che lascia) e cosa è un parere tecnico (e quanto sia cogente), trasformando i commenti in un elenco di premesse e dubbi affatto applicativi?

Eppure, dovrebbero sapere che nel 1993, Levy e Nail hanno definito il “contagio sociale” come la diffusione di affetti, atteggiamenti o comportamenti “in cui il destinatario non percepisce un tentativo di influenza intenzionale da parte dell’iniziatore”, cioè ritiene che le idee siano proprie ed originali, mentre non sta facendo altro che imitare qualcuno che viene proposto come riferimento (testimonial) dai media.

Sapendo che in questi ultimi anni i maggiori leader politici non avevano una laurea nè una professione, sappiamo anche perchè in Italia conta più cosa suppone un carrozziere e non quel che affermano un medico o un farmacologo.
Del resto – mancando una forza politica liberale – tutto qui da noi si trasforma in sociale e/o popolare a differenza di Francia, Germania, Spagna e Olanda, dove i liberali raccolgono voti a meni basse tra chi crede nel merito conquistato col sudore della propria fronte.

Uno Stato (liberale) non avrebbe spacchettato l’Ordine dei Medici in 101 provincie, cassato la pubblica sicurezza sanitaria insieme alle Prefetture, derubricato la Sanità ad affare esclusivamente regionale, abbandonato scuola e trasporti alle bizzarrie comunali, anteposto il consenso alle riforme.
Se non si vuol essere divisivi (come il centrosinistra socialista) o lo si è a senso unico (come il centrodestra conservatore), non si fanno mai scelte, cioè riforme.

Demata