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Consumo alcolici in pubblico: otto domande da conoscere

22 Giu

Negli Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Russia e Polonia, Spagna e Canada bere per strada è generalmente vietato.
Il resto dei paesi occidentali hanno norme che consentono che vietano o consentono di vietare il consumo di alcolici in determinati luoghi pubblici (centri storici, stazioni, sale da gioco, in prossimità di scuole o chiese).
Tutti sanzionano severamente chi vende alcolici ai minori dell’età fissata (da 14 a 21 anni a seconda dei casi).
Tutti autorizzano l’uso ‘moderato’ della forza (contenimento e fermo)  da parte di polizia e sanitari verso gli ubriachi, che – a tal punto – rischiano di esser perseguiti per resistenza a pubblico ufficiale.

Nessun ordinamento si sogna di considerare tutto questo un qualcosa di repressivo.

La Spagna (nonostante divieti appositi), l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e la Germania sono particolarmente tolleranti verso il consumo di alcolici in pubblico, perchè questo ‘vizio’ sostiene una bella parte dell’industria agroalimentare e del settore intrattenimento.

In buona parte della Scozia e a Belfast, come in alcune zone urbane dell’Inghilterra, si sente ancora oggi l’effetto di leggi tradizionali (under the Edinburgh by-law) e il consumo in pubblico è sottoposto a limitazioni notevoli. Negli Stati Uniti, è normale che i cassieri chiedano la carta d’identità ad ogni giovane acquirente. In alcuni Stati, non solo è vietato il consumo in pubblico, ma è anche vietato ai minori di stare seduti allo stesso tavolo di altre persone mentre bevono alcol, se non di entrare nei locali.

Gli oppositori del consumo in luoghi pubblici ritengono che permetterlo provocherebbe maggiore consumo, binge drinking, violenza, insicurezza. I favorevoli al consumo in luoghi pubblici ritengono che non è l’alcol a creare problemi, ma le condìdizioni sociali.

Le persone di buon senso si pongono domande svariate, alcune ‘di destra’, altre ‘di sinistra’, altre non si sa. Solo domande che attendono risposte.

  1. Sul tabacco esiste una campagna ossessiva e sulla cannabis sussistono preclusioni religiose, ma – allora – perchè l’alcol viene così tollerato, anzi talvolta ancora consigliato dopo i pasti’?
  2. Quali sono le terribili condizioni sociali che spingerebbero alla violenza e al binge drinking, persone che hanno la disponibilità finanziaria per acquistare frequentemente notevoli quantità di alcolici?
  3. Come è possibile che il nostro sia l’unico Paese al mondo dove nessun minorenne osa presentarsi alla cassa per comprare alcol, se nessuno di noi ha mai visto un cassiere chiedere un documento?
  4. Per quale motivo gli interessi di alcuni commercianti e di alcuni produttori di alcolici devono prevalere su quelli di tanti residenti,di tanti imprenditori e di tante famiglie del tutto ostili al consumo di alcolici per strada?
  5. Come far intervenire in una piazza piena di ubriachi una pattuglia o un’ambulanza o tutte e due, in caso di necessità per un malore, ad esempio, od una rissa?
  6. Come garantire la sicurezza degli ubriachi e di chi è con loro in caso di incendio, disastro, calamità, panico e atti criminali vari?
  7. Fa più male fumare dieci sigarette  o un paio di spinelli in un giorno oppure bere come minimo due litri di vodka ed una decina di birre ogni week end? E quale dei tre ‘vizi’ costa di più a chi lo ‘ama’ e al resto della società?
  8. Il consumo diffuso di alcol – specie se in pubblico, cioè social – è un deterrente o un facilitatore dell’uso di droghe che danno forte e rapida dipendenza? E quanti giovani under-30, tra quelli recidivi per reati violenti e/o determinati da futili motivi, sono anche forti bevitori?

Demata

La triste situazione delle malattie rare nel Lazio spiegata alle associazioni dei malati

20 Giu

Nella regione del Lazio ci sono il Ministero della Salute, la Commissione Sanità del Parlamento, fior di Facoltà Mediche, sedi nazionali delle principali istituzioni sanitarie e associazioni dei malati e dei consumatori.

Nel Lazio ci sono circa sei milioni di abitanti e, così, se anche una malattia fosse talmente rara da vedere un caso ogni 50.000 individui, staremmo parlando di 120 pazienti, cioè abbastanza per riempire un ospedale, se si ricoverassero tutti insieme, o far funzionare u ambulatorio a ciclo continuo, se parliamo di patologie che richiedono controlli e/o consulenze e/o aggiustamenti farmacologici ‘almeno una volta al mese di media’, cioè frequenti.

Le malattie rare sono tutte croniche: alcune stabili nel tempo o degenerative, come le ‘normali’ malattie croniche, alcune altre con esacerbazioni e remissioni nel tempo, perchè di origine metabolica, come, ad esempio, per il diabete (malattia cronica) e l’emocromatosi o la porfiria acuta (rare).
La differenza sta tutto nella loro rarità, cioè nel fatto che sono meno note ai medici, pochi ospedali e unità sono motivate ad occuparsene, c’è poco interesse a sviluppare i farmaci, i ‘pochi’ malati scompaiono nella folla di quelli con patologie più diffuse, anche se dovesse capitare che una patologia rara comporta rischio per la vita ed una più diffusa crea – magari – solo problemi cutanei, e … c’è scarsa attenzione della politica interessata al consenso e dei media alla ricerca di scalpore.

Così, nel Lazio (e forse non solo nel Lazio) è accaduto e sta accadendo qualcosa di incredibile, se consideriamo che siamo nella Capitale di uno degli Stati più avanzati del mondo, antica patria di medici e scienziati.

Nel Lazio non si sono accorti – politici, burocrati, associazioni – che le patologie rare non si possono gestire come fossero delle ‘normali’ patologie croniche e che, preso in carico il paziente per la diagnosi e per prescrivere le cure, si sia risolto il problema, come nel caso delle patologie croniche ‘normali’, per le quali ci sono ospedali e specialisti e bizeffe.

E finisce che, in Regione o alla Camera, si convincano che … serva solo un po’ di assistenza sociosanitaria, magari per erogare un farmaco o per un accompagno, cosa facile a farsi – anche con la coperta corta – se i malati sono migliaia, impossibile se si è l’ultimo della fila, perchè raro, cioè solo.

Ovviamente, essendo spesso rare e pure metaboliche, ai pazienti come ai medici di base o agli specialisti servirebbe sapere dove rivolgersi per le cure, cioè la gestione clinica, che … potrebbe non esserci, se anche a Roma e nel Lazio non vengono istituiti i Centri e/o i Presidi come previsti nei termini dati dal Decreto Bindi sulle Malattie Rare.
Anzi, addirittura nel decreto relativo agli Istituti presso i quali vengono dislocati i vari malati rari neanche si distingue quali siano centri di cura o quali meramente diagnostici, come non si sa quali operino in rete e per omogeneità clinica o dove sono allocate le sedi per i piani individualizzati di assistenza sociosanitaria.

In due parole, sembra che nessuno – nonostante i malati in difficoltà non scarseggino – si sia accorto che la ‘presa in carico’ presso un’unità diagnostica è cosa molto diversa dal sapere chi sia preposto alle ‘cure appropriate’ o dove recarsi per l’assistenza necessaria. Per questo i malati non sanno dove andare e non si trova un buco per collocarli …

Infatti, media ed associazioni, come politici e strutture mediche, continuano a gestire oltre 100mila malati rari come fossero casi singoli e come se bastasse un gettone o un progetto e non un riferimento stabile.
E, non a caso, la riforma per le malattie rare in fase di approvazione alla Commissione della Camera dei Deputati non contiene parole come ‘cure’ o ‘terapie’ …

Già … stiamo parlando di potere, poltrone e soldi, cioè di centinaia di posizioni apicali su indirizzo politico e di oltre 60 miliardi di euro che l’Erario spende per finanziare ospedali regionali, policlinici universitari e Terzo Settore, con buona pace di chiunque non rappresenti almeno qualche migliaio di voti potenziali.

Demata

Regione Lazio commissariata, malati rari costretti al pronto soccorso

17 Giu

Le porfirie acute sono un disordine del metabolismo noto fin dall’antichità, che comporta un difetto nella biosintesi di un componente del sangue (eme), con conseguente accumulo di sostenze neurotossiche che causano sia dolore e stasi addominale, sia sintomi cardio-neurologici. “Possono essere coinvolti tutti i componenti del sistema nervoso periferico e centrale. Nelle crisi gravi e prolungate, è frequente la neuropatia motoria, che può condurre a una vera e propria tetraplegia. L’interessamento bulbare può causare un’insufficienza respiratoria. L’eccesso di catecolamine generalmente causa irrequietezza e tachicardia. Un’ipertensione labile, con valori di pressione arteriosa transitoriamente elevate, può causare modificazioni vascolari progressive che, se non trattate, portano a un’ipertensione irreversibile. Raramente le aritmie indotte dalle catecolammine causano morte improvvisa. L’insufficienza renale nella Porfiria acuta è un processo multifattoriale; l’ipertensione acuta (che può sfociare nell’ipertensione cronica) è probabilmente uno dei principali fattori precipitanti” (Manuale Merck for Professionals – 2017)

La legge italiana, a riguardo è chiara (D.M. Sanità – 18 maggio 2001, n. 279): servono Centri interregionali, che “assicurano il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati” ed i Presidi della Rete “sono individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare”.

Centri interregionali sia per concentrare il riferimento dei malati rari presso specialisti appropriati e di provata esperienza sia per abbattere i costi di staff. Presidi adeguatamente dotati perchè v’è rischio per le funzioni vitali e perchè stiamo parlando di metabolismo e neurointossicazione endogena.

Nel caso delle porfirie acute non c’è dubbio: serve un internista (gastroenterologo, epatologo, ematologo), serve un ambulatorio per evitare che le esacerbazioni confluiscano in un attacco acuto, serve un pronto soccorso, servono consulenze per eventuali copatologie, un ricovero protetto in caso di necessità ed un tot di medicina del lavoro, visti la disfunzionalità intermittente e lo stress lavoro correlato.

Invece, Roma – cioè la Regione Lazio – ha optato fin da principio per individuare dei meri Centri di riferimento ‘per la diagnosi e la presa in carico’, senza specificare se trattasi di unità diagnostiche o ‘finalizzate alle cure’ e – non di rado – riconfermando realtà antecedenti al 1994.

Al di là delle spontanee riflessioni su quanto una tale rete potesse essere obsoleta (se non ancora esistente/efficiente) o di quali costi aggiuntivi derivino dall’operare con parametri diversi da quelli nazionali, nel caso delle porfirie acute si è continuato a seguire il desueto criterio di eziopatogenicità con le porfirie cutanee, cioè destinando pazienti affetti da gravi sindromi del metabolismo con neurointossicazione endogena e seri rischi per la salute presso … un ospedale specialistico (dermatologico – oncologico) privo di servizi per l’emergenza, cioè il Pronto Soccorso.

Dal 2010, con il pervenimento di un paziente con frequenti attacchi ricorrenti, diagnosticato dopo ben 30 anni dai primi sintomi, è emersa in tutte le sue carenze l’esigenza di “idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi servizi per l’emergenza”.

Cosa sia accaduto a seguire è presto detto,almeno per gli aspetti più eclatanti:

  • per un anno quel malato ha ricevuto infusioni di emoderivati nello stessa Unità dove venivano praticate salassoterapie per i pazienti di porfiria cutanea tarda, nonostante il Documento di Unità Operativa non prevedesse profilassi ambulatoriale per le Porfirie Acute;
  • ha dovuto attendere dal 2009 al 2012 – allorchè recatosi in un Centro interregionale fuori del Lazio – per ottenere la certificazione utile a tutelare lo stato di salute (grave invalidità > 74% e gravità, riconosciute per sentenza) e la situazione lavorativa (sorveglianza sanitaria della CMV), perdendo praticamente tutti i benefits garantiti fino al 2011 per effetto della Riforma Fornero;
  • dal 2014 ha ‘subito’ quasi 300 infusioni di emina, a fronte di prescrizioni – per tre anni consecutivi da 2014 al 2016 – del Centro interregionale cui fa capo, che ne indicava la riduzione da tre ad una sola prestazione quindicinale, nonostante un sempre maggiore accumulo marziale per emoinfusione, tre cateteri impiantati, ‘consumati’ e rimossi, un’infezione batterica perdurata per lungo tempo ed gestita solo dopo febbri continue e antibiogrammi privati.

Finalmente, nel 2015, una speranza: il Commissario ad Acta e Governatore della Regione Lazio emette il Decreto DCA 387-2015, ) allo scopo di attuare il “criterio di omegenità clinica, anzichè eziopatogenica”, per adempiere al “Piano Nazionale per le Malattie Rare” approvato dalla Conferenza Stato Regioni il 16 ottobre 2014.

Finalmente, essendo ormai nota questa situazione, emergerà la carenza e si perverrà a soluzione?
No. Incredibilmente, il decreto mantiene la presa in carico di persone affette da una seria sindrome del metabolismo con rischio cardiologico e neurologico … presso un ospedale dermatologico-oncologico privo di pronto soccorso, solo perchè ivi esiste una comprovata esperienza diagnostica e terapeutica riguardo le porfirie … cutanee … a ribadire il criterio di eziopatogenesi e con buona pace della clinica …

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Peggio ancora, sia nel 2015 sia nel 2017, in coincidenza della richiesta di chiarire chi fosse lo specialista di riferimento e che si adottassero le indicazioni del Centro interregionale a ridurre l’apporto infusionale in funzione della sintomaticità con corrispettiva gestione ambulatoriale, due note e qualificate strutture ospedaliere romane gli cessano le cure ambulatoriali con ridottissimo preavviso, indirizzandolo al Centro regionale di riferimento, che non era strutturato per la funzione di presidio già nel 2009 e – comunque – non rispondeva al ‘criterio di omogenità clinica’, cioè per l’appropriatezza delle terapie.

Da marzo e nell’attuale, questo paziente non ha altro che recarsi settimanalmente al Pronto soccorso per ricevere le infusioni di profilassi, privo persino di accesso venoso ed ormai con vistosi danni alle braccia e alle mani, dato che i farmaci sono aggressivi, senza possibilità di aggiornare il piano con riferimento locale al Centro interregionale cui fa capo, anche se  esposto a serio rischio per la salute visti i tre accessi in emergenza, di cui uno in codice rosso.

Eppure, il Centro – già da molti anni – avrebbe potuto/dovuto essere autorizzato ad operare in rete con una struttura dotata di riferimento internistico e di pronto soccorso. Come anche … la Regione Lazio avrebbe potuto chiedersi quali fossero gli standard minimi /essenziali per una malattia di tale portata e – soprattutto – il Commissario ad Acta, per i poteri esecutivi di cui è dotato, poteva/doveva intervenire almeno da marzo scorso.

Non resta che chiedersi – visto che a Roma ci sono tanti sanitari competenti e di Buona Volontà – se la Regione Lazio deciderà di attuare la norma nazionale anche per le porfirie acute. Anzi, che si deciderà a garantire i servizi essenziali e d’emergenza, visto che da ieri il Centro di riferimento è rimasto senza reagenti ed ha comunicato la sospensione della diagnostica, come anche – da un momento all’altro, se non già in fieri – si potrebbe concretizzare un serio danno alla salute del malato.

esaurimento kit diagnostici porfirie acute

Questi sono i risultati del mostruoso conflitto di interessi dato dal conferire alla Politica, alle Regioni, il ruolo di amministratore delle assicurazioni di malattia previste dall’articolo 38 della Costituzione, specie se – poi – si nomina lo stesso Governatore anche Commissario ad acta e senza istituire un assessorato per le ‘Politiche sanitarie’, così inficiando l’accesso, il dibattito, la trasparenza.

Demata

Sanità: il disastro dei Commissari ad acta

13 Giu

La Costituzione italiana (art. 38) prevede che i lavoratori siano assicurati per malattia, invalidità e vecchiaia, non – viceversa, come normato ‘provvisoriamente’ nel 1974 – che le Regioni debbano sostituirsi al comparto assicurativo in condizioni di monopolio, vertendo su un enorme leva fiscale, producendo una notevole spesa pubblica, legiferando limiti alla libera scelta dei malati e/o la concorrenza delle aziende sanitarie.

Nel 2007, circa 30 anni dopo, dopo le Casse e le Mutue di allora, anche le Regioni (e specialmente alcune) si sono trovate non poter più sopportare costi e sprechi in uno scenario – successivamente emerso – di incoffessabili nepotismi politici e di abnormi regolamenti ed appalti sanitari.

La soluzione fu notoriamente anomala con il Commissariamento ad acta affidato allo stesso Governatore regionale la cui Giunta si era dimostrata incapace di intervenire adeguatamente.

Dieci anni dopo, nel Lazio, dove si è finora perpetuata questa modalità di gestione, assistiamo al profondo conflitto di interessi, oltre che alla sostanziale impotenza del cittadino / contribuente / paziente / elettore, e – soprattutto – alla superfetazione sistemica e la complessità di monitoraggio dei risultati, derivanti dall’essere la Regione praticamente tutto ed il contrario ditutto.

Infatti, nel settore sanitario, oggi la Regione Lazio è:

  1. luogo di rappresentanza civica e democratica,
  2. ente di governo politico,
  3. pubblica amministrazione erogatrice e autoritativa,
  4. assicuratore ai sensi dell’art. 38 della Costituzione,
  5. concessionario e datore del personale dei propri siti sanitari ceduti in gestione alle ASL,
  6. appaltatore di servizi e forniture,
  7. cofinanziatore dei servizi sociosanitari comunali,
  8. partner di enti universitari e fondazioni,
  9. commissaria di se stessa.

Un conflitto di interessi intrinseco alla soluzione ‘provvisoria’ del 1974, che pose nelle mani dei politici e delle lobby sanitarie il 9,9% del reddito di chi lavora e dovrebbe essere assicurato.

Un conflitto che la Riforma del Titolo V ha reso ‘istituzione’, determinando l’assicurazione sanitaria universale gestita dalle Regioni a carico di Iva, Irperf e Accise, ma anche che non vi fossero poteri sostitutivi verso quelle che – facenti funzione del comparto assicurativo – risultassero inadempienti, disorganizzate, corrotte, sprecone, anomale.

Un conflitto di interessi ancor pù accentuato dalla rinuncia della funzione politica, coincidente con l’affidamento della funzione commissariale al Governatore, da ormai dieci anni nel Lazio, senza delega dell’Assessorato alla Salute e senza il corrispettivo dibattito consiliare o mediatico.

Rinuncia alla funzione politica ed eclisse del confronto democratico, ma soprattutto ulteriore dissesto sanitario e finanziario: quel che decide il Commissario ad acta per il piano di rientro del Lazio di concerto con le direzioni sanitarie del Lazio, senza alcun confronto politico o mediatico, rappresenta il gettito degli aborriti Ticket e dell’Imposta regionale sul reddito, ma anche la metà del sovrapprezzo sulle merci causato dall’Imposta sul valore aggiunto e delle Accise sulle benzine … degli italiani.

Il tutto, magari, vantando per qualche anno bilanci regionali e monitoraggi di qualità ottimistici, mentre i debiti delle Aziende Sanitarie scorporate arrivano ad un miliardo e passa di euro, il rapporto medio medici-infermieri resta di 1 a 2 (invece di 1 a 3 come normale), il tempo medio dei Pronti Soccorsi è ampiamente superiore alle 12 ore, i tempi di prenotazioni da Recup avevano superato i sei mesi, quasi tutti gli interventi chirurgici non sono programmati, ma in urgenza.

Vogliamo sospendere il dibattito politico e consegnare la nostra Salute ad “un uomo solo al comando” anche a Napoli e in Campania? E vogliamo che i lavoratori, cioè i contribuenti – invece che da Casse e Mutue – debbano dipendere dalle decisioni del Governatore regionale di turno e delle lobby del personale sanitario?

Demata

Eutanasia e medico-paziente: cosa dice l’Etica europea?

14 Apr

L’Etica Medica è una branca del Sapere, che sembra essere diventata un’esclusiva competenza dei medici e, in Italia, dei prelati.

Eppure, i “Principi di etica medica europea” del 1987 parlerebbero chiaro: “il medico non può imporre al paziente le proprie opinioni personali, filosofiche, morali e politiche nell’esercizio della sua professione” (Art. 3).

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Dunque, per prima cosa, vorremmo tanto sapere – non noi pazienti, bensì noi cittadini – il come e il perchè di questo accaparramento sulla nostra pelle e del corrispettivo potere sulle nostre vite.

Soprattutto, visto che comportano un rapporto medico-paziente-cure del tutto diverso, sarebbe opportuno che Ministero, Regioni e Università ci confermassero che i medici italiani abbiano sottoscritto anche i “Principi di etica medica europea” dell’Unione e non aderiscano solo alla “Carta degli Operatori Sanitari”, come recentemente aggiornata dal Vaticano,

Ad esempio, in caso di malattia incurabile e in fase terminale, il medico ‘europeo’ “può limitarsi a lenire le sofferenze fisiche e morali del paziente fornendogli i trattamenti appropriati e conservando per quanto possibile la qualità di una vita che si spegne.
È dovere imperativo assistere il morente sino alla fine ed agire in modo da consentirgli di conservare la sua dignità” (Art. 12).

eab06911eba0ae8dc98a2ded06753bcfViceversa, nello stesso caso, il medico ‘cattolico’ non è «un mero esecutore» delle richieste di un paziente e «nessun operatore sanitario» può farsi «tutore esecutivo di un diritto inesistente». Anzi, conserva «il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà diverse dalla propria coscienza».

Una contrapposizione profonda, se la “Carta degli Operatori Sanitari” del Vaticano – addirittura – invita i medici ad «un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante l’obiezione di coscienza» verso “l’autonomia morale e la libera scelta del paziente”, viceversa tutelate dall’Etica Medica europea, che ben precisa come “il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del suo paziente”.

Una concezione illiberale.

Non a caso, riguardo al diritto di rifiutare la nutrizione e l’idratazione, rivendicato anche da politici e manifestanti e non solo dai malati, la Carta vaticana impone ai medici cattolici che esse «vanno considerate tra le cure di base dovute al morente» e «la loro sospensione non giustificata può avere il significato di un vero e proprio atto eutanasico, ma è obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente».

Invece, per i “Principi di etica medica europea” sanciti dalla Conferenza internazionale degli ordini dei medici degli stati membri della CEE (Bruxelles – 6 gennaio 1987), abbiamo visto che “il medico non può imporre al paziente le proprie opinioni personali, filosofiche, morali e politiche nell’esercizio della sua professione”.
Addirittura, gli obiettori dovrebbero dimettersi dall’impiego pubblico e cercare lavoro presso strutture religiose o private a loro confacenti … ma la loro morale personale non può ricadere su un servizio con standard europei.

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Prima (o dopo) aver affrontato la questione ‘eutanasia’, c’è e ci sarà da capire se e come i medici cattolici intendano rispettare l’Etica Medica ‘liberale’ nel rapporto con il paziente e nel rispetto delle sue scelte informate.

L’alternativa? Più confusione, più disservizi, più malasanità, più sprechi, più contenziosi, più condanne, più sofferenza, più morti.

Senza parlare del fatto che di Etica medica – in Europa, come altrove – dovrebbero occuparsene i diretti interessati: i pazienti, gli Individui.

De Matha

Gobetti e la legislazione sociale liberale

15 Feb

Qualcuno potrà credere Piero Gobetti appartenga al passato, che il mondo è cambiato e che oggi o domani il modo di far politica, di scegliere le alleanze, di selezionare i candidati, “di cosa chiede la gente”, eccetera eccetera.
Forse.

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Quel che è certo è che oggi vige la nostra Costituzione, di cui riparleremo alla fine.

Vediamo, piuttosto cosa Piero Gobetti scriveva nel 1922: «Andreani crede che le assicurazioni sociali vadano riguardate come attuazione tecnica d’un programma democratico. … Se lo Stato deve pensare alle assicurazioni nessun dubbio che “sia da preferirsi (ad ogni altro sistema) un’imposta generale sulle assicurazioni sociali, che permetterebbe di estendere le assicurazioni ad ogni categoria di lavoratori e semplificherebbe enormemente la gestione delle assicurazioni sociali, poiché lo Stato non avrebbe che da servirsi della macchina burocratica già esistente per la riscossione delle imposte”.

Viceversa per noi si tratta di un bisogno individuale che devono soddisfare gli uomini o le categorie che lo sentono per mezzo di contratti, di convenzioni, di associazioni; e non c’è nessuna necessità di estenderlo a tutti.
Solo muovendo dalla nostra concezione è possibile moralizzare un poco l’istituto introducendo un concetto di responsabilità e una misura adeguata a ragioni specifiche. Una tassa sugli abbienti a favore dei non abbienti accrescerebbe la degenerazione utilitarista della legislazione vigente; confermerebbe una concezione dello Stato come schiavo di clientele turbolente e di audaci intriganti, desiderosi di coprire le loro rapine all’ombra di una consacrata legalità.

Infortuni, malattie, disoccupazione, vecchiaia entrano nel calcolo e nella previsione individuale: si accetta che la previdenza debba essere, magari per opera dello Stato, stimolata, ma sarebbe curioso davvero abolirla, o privarla di responsabilità per renderla universale.

Non si vede perché, una volta accettata un’imposta generale per le assicurazioni sociali  non si debba promuovere successivamente un’imposta per garantire a ogni cittadino mediatore anche qui lo Stato il vitto e gli abiti e il cinematografo, ecc. ecc., che son bisogni della stessa natura! (ndr. come propone Fausto Andreani, in “Saggi critici sulla legislazione sociale in Italia con prefazione di G. Salvemini, Roma, La Voce, 1920)

Questi sono residui della concezione patriarcale e autocratica dello Stato paterno, rimessa a nuovo da un riformismo che avverte la separazione tra governo e masse e corre al riparo cercando di corrompere le masse con lusinghe e benefici materiali: ma bisogna avere il coraggio di liquidare anche qui il pericolo utilitarista, combattendolo alla radice.

Il sistema tecnico ossia un’organizzazione dei servizi di assicurazione adeguata alle esigenze individuali si otterrà solo con la libera iniziativa privata. Questa, quando sia fondata su basi di serietà pubblicamente garantita, nel modo che lo Stato potrà fissare legislativamente, agirà secondo specifici interessi e responsabilità; non perseguendo un vano ideale di solidarietà umana, che concretandosi diventerebbe nuovo oggetto, nascosto, di speculazione ma regolando veri e proprii contratti, nei quali le due parti ritroveranno reciproci vantaggi.

Fuori di questa via prevarrà sempre l’antica tradizione per la quale “promettere e non mantenere, o mantenere a metà, dopo molto tempri, nominare commissioni su commissioni, avviare studi su studi, far stampare soffietti sui ministri che “audacemente” si avviano ad “ardite riforme”, è la saggia politica dei nostri uomini di governo .. “.

E anche pensare che “un monopolio ideale” non può attuarsi che in forme superiori e più perfette di solidarietà, quando si saranno inventati mezzi nuovi di intervento statale e la burocrazia, con i suoi fasti, o il parlamentarismo, con le sue inframmettenze, saranno passati alla storia o è pericolosa illusione perché i monopoli non sono mai ideali; essi operano e opereranno sempre necessariamente come ogni organismo umano, secondo individuali interessi e utilitarie aspirazioni, ossia saranno sempre asserviti ai politicanti ».

(Legislazione sociale / Antiguelfo, La Rivoluzione Liberale – A. 1, n. 8 (9-4-1922), p. 32 – 1922)

Ebbene, la nostra Costituzione, all’articolo 38, ordina che “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.”

Vi sembra sia stata applicata dai partiti ‘democratici’ (cristiani o di sinistra) che hanno governato dal 1948 ad oggi? Oppure siamo piombati proprio in quello che Piero Gobetti paventava?
E la concezione dello Stato (e della Politica) di Piero Gobetti vi sembra cosa passata o questione attuale e futura?

Piero Gobetti morì 91 anni fa, alla mezzanotte del 15 febbraio 1926, esule, in una clinica di Neuilly-sur-Seine, assistito da Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, da Prezzolini e da Luigi Emery. È sepolto nel cimitero parigino del Père Lachaise.
E morì per l’aggravamento dei problemi cardiaci causati dalle aggressioni squadriste, inviate da chi preferiva strillare e/o corrompere, piuttosto che governare ed amministrare.

Da che parte sono, in Italia, i Liberali?

Demata

Leggi anche Gobetti e Nitti: testi a confronto

Errore medico: un salto nel buio?

14 Feb

Dal 18 gennaio 2017, è in discussione alla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati una proposta di legge (Atto Camera: 135) per l’istituzione di un “indennizzo in favore dei soggetti che abbiano riportato menomazioni permanenti a causa di errori terapeutici durante il ricovero presso strutture sanitarie pubbliche”. E’ anche previsto parere delle Commissioni: I Affari Costituzionali, V Bilancio e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

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La proposta di legge è d’iniziativa del deputato RUSSO Paolo; Laurea in medicina e chirurgia, Specializzazione in oculistica, Oculista; Eletto nella circoscrizione Campania 1; Lista di elezione IL POPOLO DELLA LIBERTA’.

Si auspica che il Parlamento, le associazioni dei cittadini e/o dei malati, i media vorranno meglio approfondire la questione, onde dare tranquillità ai bravi medici e – soprattutto – adeguate tutele ai pazienti, in sede di ricorso giudiziario per responsabilità contrattuale.

(N.B. in corsivo il testo della proposta di legge)

PROPOSTA DI LEGGE: : “Modifica all’articolo 1 della legge 25 febbraio 1992, n. 210. Indennizzo in favore dei soggetti che abbiano riportato menomazioni permanenti a causa di errori terapeutici durante il ricovero presso strutture sanitarie pubbliche”
All’articolo 1 della legge 25 febbraio 1992, n. 210, dopo il comma 4 e` aggiunto il seguente: « 4-bis. I benefı`ci di cui alla presente legge spettano anche a chi, in seguito al ricovero in una struttura sanitaria pubblica, sia vittima di errori terapeutici o derivanti da cause imputabili all’organizzazione sanitaria della struttura stessa, indipendentemente da colpa, e abbia riportato i danni permanenti di cui al comma 1».

Cosa è scritto al comma 1 All’articolo 1 legge 25-02-1992, n. 210? Quali sono “i benefıci”?

1. Il comma 1 art. 1 L. 210-1992 prevede che chi abbia subito una “menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato”
2. Il comma 1 art. 2 L. 210-1992 prevede che l’indennizzo “consiste in un assegno non reversibile determinato nella misura di cui alla tabella B allegata alla legge 29 aprile 1976, n. 177, come modificata dall’art. 8 della legge 2 maggio 1984, n. 111″
3. La tabella B L. 177-1976 prevede – in base alla qualifica professionale del ricorrente e NON in relazione al danno / disfunzionalità riportati – delle “Pensioni privilegiate ordinarie”, che vanno da un minimo di 220.500 lire (113.88 €) ad un massimo di 829.500 lire (428.40 €).

Dunque, la proposta di legge in corso di discussione alla XII Commissione Affari Sociali:

  1. per “dare dignita` di norma di diritto positivo al principio del diritto all’indennizzo” propone che “la responsabilità contrattuale o extracontrattuale” venga assolta non dalla struttura sanitaria pubblica (ndr. e quelle in convenzione?) dove si è verificata la malpractice, nonostante la stessa proposta ammetta che le “più recenti sentenze della Corte di Cassazione sembrano aver configurato – anche per il medico dipendente di una struttura sanitaria, … una responsabilità contrattuale tout court alla stregua di quella che grava sull’ente ospedaliero” ;
  2. l’indennizzo sarebbe dovuto “da parte dello Stato”, per altro forfettariamente, in quanto si ritiene “opportuno che il rischio e il relativo onere dell’indennizzo siano posti in capo alla collettività”, come fossero servizi preposti in capo al Servizio Sanitario Nazionale;
  3. pur annunciando di conferire un equo “indennizzo in favore dei soggetti che abbiano riportato menomazioni permanenti a causa di errori terapeutici durante il ricovero presso strutture sanitarie pubbliche”, la proposta sembra poi ridurre il tutto ad un contributo forfettario di qualche centinaio di euro, anziché estendere la Legge, 29/10/2005 – n° 229, che garantisce un equo indennizzo, che comprenda tutte le voci del danno subito (esistenziale, patrimoniale, morale e biologico), oltre a quanto previsto dalla legge n. 210/1992.

Tutto chiaro … no?

Demata