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Ospedale San Giacomo di Roma: un triplo scandalo con soluzione?

7 Lug

Da dieci anni è abbandonato l’Ospedale San Giacomo in Augusta di Roma, nonostante la Regione Lazio paghi un affitto di due milioni annui, in attesa di ridiventare effettiva proprietaria nel 2033, e che poco prima di abbandonarlo fossero stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati della struttura.

 

ospedale san giacomo roma
La storia

L’ospedale (noto anche come Arcispedale di San Giacomo degli Incurabili), venne riedificato nel 1339 e donato alla città di Roma dal Cardinale Antonio Maria Salviati nel suo testamento del 1562 , con la clausola della restituzione agli eredi se la struttura cessasse di essere luogo di cura, confermata nel 1610 da Papa Paolo V Borghese, che ratificava “il divieto assoluto di cambiarne la finalità, vendere, affittare, permutare, dare in enfiteusi, sotto alcun diritto o alcun Stato”.

Nel 2002, la Regione Lazio sull’orlo del collasso finanziario decretava la cessione di 56 complessi, tra cui il San Giacomo, ad un prezzo pari all’incirca a due miliardi, riaffittati alle aziende venditrici (ASL e AO regionali) con contratti trentennali, con opzione di riacquisto e rispettandone la destinazione d’uso.
Un gran pasticcio, anche perchè alcune strutture erano inservibili ed altre non vennero effettivamente cedute, che alla fine si risolse con l’intervento della Corte dei Conti e la conversione della cessione in titolo di garanzia del credito, da cui non più “affitti”, bensì rate a scomputo fino al 2033 mentre la Regione Lazio continuava a far funzionare le strutture.

Nel nostro caso, sul San Giacomo vertevano due milioni annui e la Regione avviava il percorso di “trasformazione in una residenza per anziani, come in tante città del nord Italia e del nord Europa, sempre nell’ambito pubblico. Non ci saranno alberghi” (ex assessore al Bilancio Alessandra Sartore).

Bene a sapersi che le residenze sanitarie assistenziali si distinguono per legge dagli ospedali e dalle case di cura e che gli eredi del Cardinal Salviati, che donò l’edificio alla città di Roma con testamento vincolato, avessero “mandato una diffida al presidente della Regione, al ministro degli Interni, al presidente del Senato Grasso e alla Corte dei Conti” e nel 2008 anche un appello a papa Benedetto XVI “per far rispettare il testamento e i vincoli della cartolarizzazione degli ospedali laziali. Non è possibile trasformare il San Giacomo in residenze per anziani pubbliche, perché, proprio in virtù del testamento e anche delle clausole di vendita alla San. Im, deve tornare ad assere un ospedale pubblico”. (Repubblica)

Essendo una struttura enorme nel bel mezzo di Roma (Via del Corso), in un municipio poco abitato dai residenti e sede di noti complessi ospedalieri, come il San Giovanni e l’Umberto I, nonostante fossero già stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati, alla Regione Lazio non restò che deliberare la sua chiusura, avvenuta il 31 ottobre 2008.

Il San Giacomo oggi
Da allora, la situazione è in stallo.

Da un lato la Regione Lazio non può di certo spendere risorse per il San Giacomo, se i residenti degli altri municipi – cioè il 90% dei romani – più quelli delle varie provincie invocano ben altre esigenze ed urgenze.

Dall’altro gli eredi del Cardinal Salviati non procedono alla restituzione dell’immobile, compensando però quanto dovuto per le messe in opera fatte nel tempo dalla Regione Lazio e dalla città di Roma.

Dunque, gli scandali sono già due.
Il primo è quello della cessione con affitti onerosi del 2002 e “risoltasi” dopo l’intervento della Corte dei Conti, con la conversione in canoni di leasing.
Il secondo è che c’è una bella e dignitosa residenza sanitaria assistenziale per anziani che resta ferma per effetto di una bolla pontificia e … del Concordato.

Il pressing ‘popolare’ per sbloccare le residenze a cantieri già avanzati non vi fu, ma – comunque – “a nulla sono poi serviti gli appelli del comitato «Salviamo il San Giacomo», né le oltre 60mila firme raccolte dalla petizione per la sua riapertura” come ospedale. (Il Tempo)

Tra le varie «criticità», c’è anche quella denunciata dai Cinque Stelle dei  due cantieri nel 2013 per il rifacimento del tetto di copertura, ormai sede operativa di gabbiani e piccioni, e quella della Corte dei Conti che chiedeva di “riflettere sulla opportunità di continuare a destinare risorse finanziarie aggiuntive, rispetto a quelle già necessariamente spese a suo tempo per mettere a norma l’edificio, senza che vi sia, neppure in prospettiva, un beneficio effettivo per l’utenza”.

Riepilogando,
  • la Bolla Papale del 1610 prevede “il divieto assoluto di cambiarne la finalità … , sotto alcun diritto o alcun Stato”
  • la Regione Lazio non ha le risorse per aprire i cantieri necessari a ripristinare ed ammodernate l’ospedale preesistente, nè quelle per le assunzioni di personale, le ulteriori posizioni apicali e le forniture varie
  • gli eredi del Cardinal Salviati che per riprendere possesso della struttura e ridestinarla dovrebbero affrontare spese enormi, praticamente cederlo ad un Fondo
  • il Vaticano cautamente non si esprime sul cambio di destinazione e su quali servizi assistenziali (fisioterapici, ad esempio) siano compatibili con la ‘denominazione’ data nel 1610
  • ogni tanto la Politica locale, da Fassina (2017) a Pirozzi (2018),  si attiva per la ‘mission impossible’ della riapertura del San Giacomo, ma non per la residenza sanitaria
  • Roma Capitale nicchia sull’argomento, nonostante i Cinque Stelle in Regione Lazio siano anni che si fanno sentire e nonostante sia l’effettiva destinataria della donazione
  • intanto ci sono spese vive e tutto resta fermo.

 

La soluzione

Non molti, forse, ricordano la storia del Pio Albergo Trivulzio di Milano, per oltre due secoli casa di cura per gli anziani meno abbienti della città e la recente sentenza in Cassazione per abuso d’ufficio e turbativa d’asta nella vendita del patrimonio immobiliare da parte della ASL.
Visti i precedenti, sono comprensibili esitazioni, dubbi e … stallo, visto che il Vaticano non può consentire a cuor leggero una ‘derubricazione’ della destinazione, se poi c’è il rischio di squallide speculazioni e costi imprecisati.

Però, iniziamo col dire che un Presidio di Cure Intermedie, come a Prato, non ci starebbe affatto male e sarebbe compatibile sia con le ristrutturazioni sia con i finanziamenti accessibili per gli anziani indigenti e i malati cronici e sia con la Bolla papale.
Inoltre, perchè non l’ Attività di Presidio Integrato nel bel mezzo del Turismo e della Movida romana, come alla Stazione Centrale di Milano,  con mediatori culturali (interpreti), fornendo un poliambulatorio di cure primarie, dispensazione od erogazione assistita di farmaci, ambulatorio infermieristico, centro prevenzione dell’abuso di sostanze e/o delle malattie sessualmente trasmissibili?
Quale posto migliore di via del Corso 233 per una Guardia medica turistica a Roma, come ad Ischia d’estate ?

Andando a soluzioni più ‘romane’, una soluzione per riaprire il San Giacomo rapidamente ed a bassi costi potrebbe essere quella di portare servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici ampiamente compatibili con la principale attività originaria dell’ospedale (cura del “malfrancioso, la sifilide) e con le ristrutturazioni già effettuate?
Questo permetterebbe di riportare in centro una parte dei servizi del San Gallicano, che offre per l’appunto servizi servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici, ma fu trasferito nella periferia estrema, perchè l’edificio settecentesco non si prestava ad adeguati ammodernamenti.
Di conseguenza, il polo oncologico Regina Elena di Mostacciano avrebbe più spazio e risorse per espandersi con le sue varie eccellenze.

In ambedue i modi, che non si escludono a vicenda, ne verrebbe che malati cronici e anziani residenti avrebbero un riferimento per le cure ordinarie, magari con qualche posto letto, mentre i turisti avrebbero un funzionale riferimento per cure di livello ambulatoriale nel bel mezzo di Roma.

Dunque, non c’è da riaprire l’Ospedale San Giacomo, bensì da ripensarlo ed in fretta.

Le risorse per ristrutturare? Non sono troppe a confronto del bagno di sangue e della mancata crescita finora avvenuti. Relativamente poche rispetto a quanto possa generare l’afflusso di rimborsi delle prestazioni ‘assicurative’ offerte a turisti stranieri, l’espansione di un centro oncologico ed il ripristino al centro della città di una tradizione fisioterapica-dermatologica risalente al Medioevo.

A proposito, che peccato per le Olimpiadi rifiutate e le infrastrutture che Roma dovrà comunque trovare il modo di finanziare: il vero scandalo di questa storia è che – a parte l’intervento inevitabile di Marrazzo come governatore – la Politica romana si guarda bene dall’occuparsi dei guai che combina, mentre spese e ruderi restano a noi.

Demata
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Stadio di Roma: il peggio delle intercettazioni

16 Giu

Luca Parnasi, il costruttore dello Stadio di Roma arrestato per corruzione, da tempo finanziava in modo più o meno lecito e trasparente la politica locale capitolina e laziale.

Dalle intercettazioni emerge il quadro inquietante di un singolo e non particolarmente noto imprenditore che ‘controlla’ Roma con estremo cinismo, finendo inevitabilmente per infiltrarsi negli affari e nei destini nazionali, fosse solo vantando una presunta vicinanza alle stanze del potere.

“Lanzalone mi chiede i biglietti per Roma-Genoa, gli ho detto va bene, tranquillo… Mi ha detto: mi servono tre biglietti in più perché vengono degli esponenti nazionali dei Cinque Stelle. Tra l’altro uno di questi è funzionale a favorire una specie di photo opportunity accordo”.

“Lanzalone è stato messo a Roma da Grillo per il problema stadio, insieme al professor Fraccaro e Bonafede. L’ho conosciuto in una riunione, in cui io ero praticamente spacciato perché avevano messo assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, che era un pazzo totale, assoluto, matto.”.

“Questi sono Cinque stelle, irresponsabili e se ne fregano. Ora come andiamo alle elezioni? Incontrerò anche la Lombardi”. “Mi hanno chiesto di aiutare la Lombardi, non lei direttamente perché neanche la conosco, ma con tutti i miei contatti sono a disposizione di tutti, sono un professionista”.

“Domani c’ho un altro meeting dei Cinque Stelle, perché pure a loro gliel’ho dovuti dare eh, mica che… ci sta l’amico tuo adesso, gliel’ho detto di quell’operazione”.

“Volete che faccia qualche altro passaggio politico? Visto che sto sostenendo tutti quanti. Poi vediamo Marcello De Vito, vediamo Ferrara, serve che faccio qualcosa? Avviso Lanzalone”.

“Noi in questo momento con i 5 Stelle abbiamo una forte credibilità.  Vuoi la previsione di Luca Parnasi? C’è un rischio altissimo che questi facciano il governo, magari con Matteo Salvini insieme, e quindi noi potremmo pure avere… incrociamo le dita, silenziosamente, senza sbandierarlo, un grande rapporto”.

“Noi fatto lo stadio dobbiamo decidere cosa fare a Roma, no? Dobbiamo capitalizzare il super rapporto che c’abbiamo co’ questo qua”.

“Oggi decidiamo una cosa… dobbiamo fare di tutto perché ci sia un governo“.

“Ti devo mandare il bonifico che abbiamo fatto a Piva … era quello che è venuto…braccio destro di Di Maio, tanto per essere chiari, purtroppo è stato trombato…lui ha detto che ci rimborsa il finanziamento perché non li può spendere”.

“Io questo gli ho detto a Giancarlo, comunque si sono fidati di me in tempi non sospetti. … Se hai bisogno sì, tieni conto che io parlo anche con Matteo”. “Io con Matteo sono amico fraterno. Si fa campagna con me, siamo fuori, siamo proprio amici“.

“Adesso non c’abbiamo un tema … cioè facciamo … che ha vinto Lega”.
“Se hai bisogno tieni conto che io parlo direttamente con Matteo ma in questo momento con Giancarlo ”. “Il governo lo sto a fare io“.

In un’altra intercettazione, Luca Parnasi chiedeva al suo commercialista se “hai parlato con Forza Italia e Fratelli d’Italia“, mentre per quanto riguarda il Pd dice che ci penserà lui il giorno successivo. E dalle intercettazioni spuntano anche i nomi del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e del faccendiere Luigi Bisignani.

Amicalità e relazioni personali con personaggi nazionali vantate da Luca Parnasi, ma tutte da verificare fino a prova contraria. E c’è anche che non sempre le ciambelle escono col buco: “Siamo andati a parlare con l’assessore Maran, quello di Milano, no? … e Simone che gli prova a vendere alla Tecnocasa un appartamento… e quello dice, amico mio no! Cioè qua funziona così… qua se tu mi dici che la cosa la riesci a fare è perché la puoi fare, a me non mi prendi per culo perché io non mi faccio prendere… io… io non voglio essere… non voglio prendere per il culo chi mi ha votato. Siamo andati dall’assessore a fare una figura … cioè proprio, sembravamo i romani… quelli sai… dei centomila film che hai visto? I romani a Milano. … Qua funziona perché ancora comunque la Roma, rometta, Baldissoni… Lì si mettono a ridere, cioé nel senso lì, lì è proprio un altro mondo“.

Intanto, a Roma e nel Lazio si vive di bilanci martoriati, appalti che procedono a rilento, forniture a singhiozzo, opacità amministrativa, degrado e downgrade diffusi, debito consolidato per due generazioni, overflow finanziario nella spesa corrente, servizi e prestazioni non determinati.

Ed, parte lo stadio che ancora deve nascere per davvero e l’ennesima occasione di rilancio e crescita perduta – c’è da prendere atto che il Comune a Cinque Stelle e la Regione del PD senza maggioranza propria hanno perso ‘pezzi’ e credibilità, come continueranno a perderli nel corso delle indagini, ed allo stesso modo chi è all’opposizione, salvo qualche forza minore. 

Altrove “si mettono a ridere, cioé nel senso lì, lì è proprio un altro mondo” …

Demata

Elezioni, i dati di Roma dimostrano un forte nesso tra PD ed M5S

6 Mar
Finito lo spoglio, assegnati i seggi, inizia la conta dei numeri da parte degli analisti e sono diversi i primi dati che balzano all’occhio.
Ad esempio, un raggruppamento demoliberale autonomo da coalizioni avrebbe potuto attestarsi come quinta forza parlamentare e che potrebbe raggiungere un risultato simile anche alle prossime elezioni amministrative.
Oppure la conferma che la Lega non otterrà mai la leadership del Paese perchè non riesce ad accreditarsi da Roma in giù, dove i residenti sono ben memori dei vari ‘Roma ladrona’ o ‘Vesuvio lavali col fuoco’.

Tra le varie forme che prendono i dati, spicca la particolarità e la significatività del voto a Roma.

Ad esempio, nel III Municipio, quasi 200mila residenti,  il M5S aveva prevalso alle amministrative , ma già dopo pochi mesi la giunta municipale era implosa e alle politiche dell’altro ieri si è registrato un solido ritorno degli elettori al Partito Democratico.
Questo dato contestualizza l’ipotesi che la transizione di elettori dal PD al M5S sia in senso inverso, dai M5S al PD: un fatto rilevante in termini di coalizioni di governo e lettura del processo storico-sociale.

Un dato pesante in termini di resa dei conti interna ai Dem, che connota ulteriormente l’errore di contrapporre un assertivo Matteo Renzi – anzichè l’operoso Enrico Letta – ad un movimento di cittadini che chiedevano ‘fatti’ ed erano stanchi di votare per forza d’abitudine.
Altro numero eclatante, quel 10% di elettori che alle politiche ha preferito il M5S, ‘que todo va a cambiar’, mentre alle regionali ha optato per il PD di Nicola Zingaretti, che in questi cinque anni ha brillato per l’immobilismo.
In una città di dipendenti e pensionati pubblici se c’è da rinviare le privatizzazioni comunali o ripristinare in parlamento le pensioni pre-Fornero, si vota M5S, se invece c’è da mantenere la Sanità e l’Assistenza ‘senza toccare nulla’ e solo incrementando la spesa, si vota PD.
Eppure, appena insediata la Giunta regionale PD, il Governatore Zingaretti dovrà pur annunciare l’ennesimo disavanzo sanitario record ad una opposizione ben agguerrita di Parisi, Lorenzin e Lombardi, che almeno nelle promesse elettorali sarebbero lì per questo: gli sprechi, l’immobilismo e il deficit.
Intanto, il futuro Presidente del Consiglio, che stavolta non sarà figlio del Nazareno, dovrà trovare il coraggio o di riconfermagli il commissariamento ad acta nonostante il dissesto oppure … di decretare lo stato fallimentare del Lazio ed affidarsi a diverse forme di risanamento.
Due dati – l’esigenza di segnali forti di cambiamento verso l’immobilismo e gli sprechi, a fronte di un’osmosi tra M5S e PD di voti che esigono quel cambiamento – che condizioneranno non poco sia i risvolti interni del PD e del M5S, sia i compromessi impronuciabili che saranno necessari per una eventuale collaborazione dei Democratici con i Cinque Stelle.
Demata

L’Italia al voto tra soliti noti, balle spaziali e qualche prospettiva

11 Gen

Tra meno di sessanta giorni l’Italia andrà a votare e sembra che i vari contendenti facciano a gara ad alimentare l’astensionismo, pur di garantire equilibri e filiere interne.

La situazione è chiara, ormai.

kenyareferendum

Come da tradizione, Partito Democratico e Forza Italia ricandideranno in ogni modo possibile proprio coloro che negli ultimi vent’anni ci hanno messo nell’attuale situazione, mentre la Sinistra del pubblico impiego e del parastato si erge a difesa dei ‘diritti’, cioè della fonte del proprio reddito.
Intanto, la Lega ventila riforme fiscali e previdenziali pari ad almeno la metà delle attuali Entrate, cioè il disastro finanziario, e i Cinque Stelle annunciano 400 riforme in un anno, cioè il Caos amministrativo.
I Demoliberali restano al momento divisi tra +Europa, con Emma Bonino ed Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI), con Oscar Giannino.

Altrettanto chiaro è cosa accadrà dopo.

Infatti, tra i primi problemi che il nuovo Parlamento dovrà affrontare, c’è quello che solo dalla Regione Lazio si prevede un debito sanitario stratosferico, mentre il Comune di Roma non ci sta ad onorare quanto che ancora deve alle banche a partire dalla gestione Veltroni, come non intende cedere, liquidare o ristrutturare Atac, Acea e Ama, mentre già si annuncia per la prossima estate un’emergenza delle forniture idriche, della rimozione rifiuti e dei trasporti. Il tutto condito da un senso di insicurezza generale, anche nella Capitale, causata dall’incertezza e dalla pochezza delle sanzioni a cui va incontro chi delinque.

Già nell’esercizio provvisorio, il nuovo Parlamento potrebbe trovarsi a fronteggiare – dinanzi ai media di tutto il mondo – l’emergenza “Roma Capitale”. Dunque, ci si aspetterebbe che all’ordine del giorno di chi ci governa ci sia:

  1.  la riforma del sistema assicurativo, ripristinando pienamente l’art. 38 della Costituzione, garantendo ai lavoratori la sanità, l’assistenza e la previdenza come era fino al 1974, mettendo fine al colabrodo iniziatosi con la gestione ‘politica’ di questi servizi, mantenendo a tutti gli assistiti i diritti ‘universali’ vigenti in capo alle Regioni e all’Inps
  2. la riforma del sistema di giustizia, introducendo la separazione delle carriere, intervenendo sui tempi e modi procedurali rendendo i processi più brevi, riformando il farraginoso iter delle perizie e delle liquidazioni, introducendo aggravanti adeguate per chi reitera reati, specie se violenti, irrigidendo le pene per le azioni fraudolente, eccetera
  3. la riforma del sistema fiscale o, meglio, la fine delle riforme fiscali, dato che un impreditore serio dovrebbe avere la possibilità di pianificare su un arco quinquennale senza troppe ‘sorprese’ e che un amministratore serio non dovrebbe presentarsi dopo cinque anni agli elettori con le casse vuote e le mani bucate.

E’ la stabilità che crea lavoro, impresa, opportunità. Lo Stato non deve farsi datore, finanziatore, erogatore. Lo Stato deve essere (solo) il Garante.
E’ la concorrenza che garantisce occupazione a chi merita e crescita per chi è al passo con i tempi.

Speriamo che le formazioni demoliberali si ricordino delle proprie tradizioni e delle proprie battaglie di tanti anni fa, quando furono le uniche a contrapporsi a questo sfacelo iniziatosi negli Anni ’90, e sappiano attrarre almeno una parte dell’elettorato cristiano-sociale che, ormai, ha ben inteso come – in nome di una non meglio precisata idea di ‘diritti’ o di ‘semplificazione’ ed accampando come paravento la scusa dell’Europa – in venti anni abbiamo perso almeno un milione di eccellenze andate all’estero, mentre scandali e cronache ci presentano una genia che sembra uscita dai film di Alberto Sordi.

Demata

Vaccini: tutto quel poco che c’è da sapere

18 Set

A furia di focalizzare i nuovi adulti sui ‘serissimi’ rischi derivanti dal morbillo, si sono dimenticati della poliomenite, della difterite, del tetano e … del vaiolo.
Il vaiolo è stato estinto nel 1978 solo grazie alle vaccinazioni, per la poliomenite ci siamo quasi.
La difterite è ancora ben presente nelle repubbliche ex sovietiche come in India. Anche il tetano lo conosciamo e lo temiamo (si spera) tutti.

italia-non-vaccinata

% di vaccinazioni esavalenti in Italia

Poi, ci sono l’epatite b ed il meningococco b-c che dipendono dagli stili di vita, cioè dall’esposizione a fattori patogeni.  Infatti, le statistiche delle nazioni avanzate dove non vi è una vaccinazione di massa non sono tanto diverse da quelle italiane.

Riguardo influenza, pertosse, morbillo e varicella, possiamo solo ricordare che le generazioni precedenti ai nuovi adulti se ne ammalavano ‘normalmente’ come ne guarivano generalmente bene.

Ad esempio, nel 2002, prima che si avviasse il piano di vaccinazioni generalizzate, si è verificata in Italia l’ultima “epidemia” di morbillo.
Su circa 4.000.000 di bambini tra i 6 e i 10 anni la stima ufficiale fu di circa 40.000 malati (1 caso ogni 100 bambini), di cui 600 (1:700) furono ricoverati in ospedale, e si registrarono 15 casi di encefalite (1:25.000).

Quanti ai costi dei vaccini ecco – in sintesi – cosa riportano le Edizioni Salus in “Farmaeconomia Dei Vaccini Pediatrici“.

Vaccino pediatrico esavalente (singola fiala)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antidifterite-tetano-epatite-
polio-emofilo-pertossico

87,80

4

351,20

189,65

Totale

4

351,20

189,65

Vaccini pediatrici (morbillo, parotite, rosolia, meningococco B-C, varicella)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antimorbillo-antiparotite-antirosolia (MPR)

29,90

2

59,80

32,29

– Antimeningococcico
coniugato C (< 2 anni)

58,50

3

175,50

94,77

– Antimeningococcico
polisaccaridico A+C+W+Y
(> 2 anni)

18,00

2

27,00

14,58

– Antivaricella

82,50

1

82,50

44,55

Totale

8

344,8

186,19

Non a caso l’Intesa Stato-Regioni sui fondi per l’acquisto dei nuovi vaccini ricompresi nel Piano nazionale 2017-19 prevede «100 milioni per il 2017, che diventeranno 127 nel 2018 e 186 nel 2019», come annunciato dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (PD).

Ovviamente, se i 189 milioni che servono per l’esavalente  erano già finanziati dallo Stato alle Regioni e se leggiamo che nel Lazio circa il 25% non è vaccinato e che più a sud va ancora peggio, potremmo anche chiederci cosa hanno fatto in questi ultimi 15 anni sia per le vaccinazioni sia per i soldi …

Specialmente se lo Stato è andato a cautelarsi verso le Regioni, ottenendo che il raggiungimento e del mantenimento degli obiettivi di copertura vaccinale costituirà adempimento ai fini dell’accesso al finanziamento integrativo a carico dello Stato a partire dalla verifica relativa al 2017.

Demata

 

Il nesso tra Matteo Renzi e Consip

21 Giu

Carlo Cottarelli – il commissario alla spending review voluto da Enrico Letta – aveva come obiettivo l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi, raccontava il Fatto Quotidiano.

Enrico Letta aveva adempiuto per quanto possibile, durante i 10 mesi di governo, avviando l’aggiornamento della banca dati dei Fabbisogni Standard presso le varie amministrazioni coinvolte.

Dopo di che è arrivato Matteo Renzi e Consip ritornò in auge, anzichè spingere per completare i descrittori e i parametri dei ‘costi standard‘.

Finito il Governo Renzi, scoppiano a catena gli scandali Consip. Intanto, stiamo ancora a far statistiche, per qualcosa – il giusto prezzo – che qualunque mercante sa definire senza troppe storie.

Il bello di questa storia è che, se i costi standard non sono ‘esattamente’ applicati, quel che è vigente è il fabbisogno standard.

E il fabbisogno standard è il criterio a cui ancorare il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali (art. 11, comma 1, lettera b) della legge delega).

In poche parole, chi spende o spande per mantenere lo status quo finisce comunque in un mare di debiti e chi gli succederà non potrà rinnovare ed ottimizzare, perchè avrà i bilanci bloccati per molto tempo.

Infatti, Roberto Maroni, il Governatore della Lombardia, durante l’inaugurazione della struttura d’eccellenza Villa San Mauro nel giugno 2013, incalzava Berlusconi: “affinché il Governo applichi i costi standard in sanità. Abbiamo fatto un calcolo, dal quale emerge che, se tutte le Regioni italiane applicassero il rapporto costi/prestazioni che c’è in Lombardia, risparmieremmo 30 miliardi di euro, 1/3 degli interessi del debito pubblico. Perché noi riusciamo a farlo e gli altri no?”

Bella domanda, da girare ai Governatori Zingaretti, De Luca e Crocetta del PD.
Grazie Governo Renzi.

Demata

La triste situazione delle malattie rare nel Lazio spiegata alle associazioni dei malati

20 Giu

Nella regione del Lazio ci sono il Ministero della Salute, la Commissione Sanità del Parlamento, fior di Facoltà Mediche, sedi nazionali delle principali istituzioni sanitarie e associazioni dei malati e dei consumatori.

Nel Lazio ci sono circa sei milioni di abitanti e, così, se anche una malattia fosse talmente rara da vedere un caso ogni 50.000 individui, staremmo parlando di 120 pazienti, cioè abbastanza per riempire un ospedale, se si ricoverassero tutti insieme, o far funzionare u ambulatorio a ciclo continuo, se parliamo di patologie che richiedono controlli e/o consulenze e/o aggiustamenti farmacologici ‘almeno una volta al mese di media’, cioè frequenti.

Le malattie rare sono tutte croniche: alcune stabili nel tempo o degenerative, come le ‘normali’ malattie croniche, alcune altre con esacerbazioni e remissioni nel tempo, perchè di origine metabolica, come, ad esempio, per il diabete (malattia cronica) e l’emocromatosi o la porfiria acuta (rare).
La differenza sta tutto nella loro rarità, cioè nel fatto che sono meno note ai medici, pochi ospedali e unità sono motivate ad occuparsene, c’è poco interesse a sviluppare i farmaci, i ‘pochi’ malati scompaiono nella folla di quelli con patologie più diffuse, anche se dovesse capitare che una patologia rara comporta rischio per la vita ed una più diffusa crea – magari – solo problemi cutanei, e … c’è scarsa attenzione della politica interessata al consenso e dei media alla ricerca di scalpore.

Così, nel Lazio (e forse non solo nel Lazio) è accaduto e sta accadendo qualcosa di incredibile, se consideriamo che siamo nella Capitale di uno degli Stati più avanzati del mondo, antica patria di medici e scienziati.

Nel Lazio non si sono accorti – politici, burocrati, associazioni – che le patologie rare non si possono gestire come fossero delle ‘normali’ patologie croniche e che, preso in carico il paziente per la diagnosi e per prescrivere le cure, si sia risolto il problema, come nel caso delle patologie croniche ‘normali’, per le quali ci sono ospedali e specialisti e bizeffe.

E finisce che, in Regione o alla Camera, si convincano che … serva solo un po’ di assistenza sociosanitaria, magari per erogare un farmaco o per un accompagno, cosa facile a farsi – anche con la coperta corta – se i malati sono migliaia, impossibile se si è l’ultimo della fila, perchè raro, cioè solo.

Ovviamente, essendo spesso rare e pure metaboliche, ai pazienti come ai medici di base o agli specialisti servirebbe sapere dove rivolgersi per le cure, cioè la gestione clinica, che … potrebbe non esserci, se anche a Roma e nel Lazio non vengono istituiti i Centri e/o i Presidi come previsti nei termini dati dal Decreto Bindi sulle Malattie Rare.
Anzi, addirittura nel decreto relativo agli Istituti presso i quali vengono dislocati i vari malati rari neanche si distingue quali siano centri di cura o quali meramente diagnostici, come non si sa quali operino in rete e per omogeneità clinica o dove sono allocate le sedi per i piani individualizzati di assistenza sociosanitaria.

In due parole, sembra che nessuno – nonostante i malati in difficoltà non scarseggino – si sia accorto che la ‘presa in carico’ presso un’unità diagnostica è cosa molto diversa dal sapere chi sia preposto alle ‘cure appropriate’ o dove recarsi per l’assistenza necessaria. Per questo i malati non sanno dove andare e non si trova un buco per collocarli …

Infatti, media ed associazioni, come politici e strutture mediche, continuano a gestire oltre 100mila malati rari come fossero casi singoli e come se bastasse un gettone o un progetto e non un riferimento stabile.
E, non a caso, la riforma per le malattie rare in fase di approvazione alla Commissione della Camera dei Deputati non contiene parole come ‘cure’ o ‘terapie’ …

Già … stiamo parlando di potere, poltrone e soldi, cioè di centinaia di posizioni apicali su indirizzo politico e di oltre 60 miliardi di euro che l’Erario spende per finanziare ospedali regionali, policlinici universitari e Terzo Settore, con buona pace di chiunque non rappresenti almeno qualche migliaio di voti potenziali.

Demata