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Vaccini: tutto quel poco che c’è da sapere

18 Set

A furia di focalizzare i nuovi adulti sui ‘serissimi’ rischi derivanti dal morbillo, si sono dimenticati della poliomenite, della difterite, del tetano e … del vaiolo.
Il vaiolo è stato estinto nel 1978 solo grazie alle vaccinazioni, per la poliomenite ci siamo quasi.
La difterite è ancora ben presente nelle repubbliche ex sovietiche come in India. Anche il tetano lo conosciamo e lo temiamo (si spera) tutti.

italia-non-vaccinata

% di vaccinazioni esavalenti in Italia

Poi, ci sono l’epatite b ed il meningococco b-c che dipendono dagli stili di vita, cioè dall’esposizione a fattori patogeni.  Infatti, le statistiche delle nazioni avanzate dove non vi è una vaccinazione di massa non sono tanto diverse da quelle italiane.

Riguardo influenza, pertosse, morbillo e varicella, possiamo solo ricordare che le generazioni precedenti ai nuovi adulti se ne ammalavano ‘normalmente’ come ne guarivano generalmente bene.

Ad esempio, nel 2002, prima che si avviasse il piano di vaccinazioni generalizzate, si è verificata in Italia l’ultima “epidemia” di morbillo.
Su circa 4.000.000 di bambini tra i 6 e i 10 anni la stima ufficiale fu di circa 40.000 malati (1 caso ogni 100 bambini), di cui 600 (1:700) furono ricoverati in ospedale, e si registrarono 15 casi di encefalite (1:25.000).

Quanti ai costi dei vaccini ecco – in sintesi – cosa riportano le Edizioni Salus in “Farmaeconomia Dei Vaccini Pediatrici“.

Vaccino pediatrico esavalente (singola fiala)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antidifterite-tetano-epatite-
polio-emofilo-pertossico

87,80

4

351,20

189,65

Totale

4

351,20

189,65

Vaccini pediatrici (morbillo, parotite, rosolia, meningococco B-C, varicella)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antimorbillo-antiparotite-antirosolia (MPR)

29,90

2

59,80

32,29

– Antimeningococcico
coniugato C (< 2 anni)

58,50

3

175,50

94,77

– Antimeningococcico
polisaccaridico A+C+W+Y
(> 2 anni)

18,00

2

27,00

14,58

– Antivaricella

82,50

1

82,50

44,55

Totale

8

344,8

186,19

Non a caso l’Intesa Stato-Regioni sui fondi per l’acquisto dei nuovi vaccini ricompresi nel Piano nazionale 2017-19 prevede «100 milioni per il 2017, che diventeranno 127 nel 2018 e 186 nel 2019», come annunciato dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (PD).

Ovviamente, se i 189 milioni che servono per l’esavalente  erano già finanziati dallo Stato alle Regioni e se leggiamo che nel Lazio circa il 25% non è vaccinato e che più a sud va ancora peggio, potremmo anche chiederci cosa hanno fatto in questi ultimi 15 anni sia per le vaccinazioni sia per i soldi …

Specialmente se lo Stato è andato a cautelarsi verso le Regioni, ottenendo che il raggiungimento e del mantenimento degli obiettivi di copertura vaccinale costituirà adempimento ai fini dell’accesso al finanziamento integrativo a carico dello Stato a partire dalla verifica relativa al 2017.

Demata

 

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Il nesso tra Matteo Renzi e Consip

21 Giu

Carlo Cottarelli – il commissario alla spending review voluto da Enrico Letta – aveva come obiettivo l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi, raccontava il Fatto Quotidiano.

Enrico Letta aveva adempiuto per quanto possibile, durante i 10 mesi di governo, avviando l’aggiornamento della banca dati dei Fabbisogni Standard presso le varie amministrazioni coinvolte.

Dopo di che è arrivato Matteo Renzi e Consip ritornò in auge, anzichè spingere per completare i descrittori e i parametri dei ‘costi standard‘.

Finito il Governo Renzi, scoppiano a catena gli scandali Consip. Intanto, stiamo ancora a far statistiche, per qualcosa – il giusto prezzo – che qualunque mercante sa definire senza troppe storie.

Il bello di questa storia è che, se i costi standard non sono ‘esattamente’ applicati, quel che è vigente è il fabbisogno standard.

E il fabbisogno standard è il criterio a cui ancorare il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali (art. 11, comma 1, lettera b) della legge delega).

In poche parole, chi spende o spande per mantenere lo status quo finisce comunque in un mare di debiti e chi gli succederà non potrà rinnovare ed ottimizzare, perchè avrà i bilanci bloccati per molto tempo.

Infatti, Roberto Maroni, il Governatore della Lombardia, durante l’inaugurazione della struttura d’eccellenza Villa San Mauro nel giugno 2013, incalzava Berlusconi: “affinché il Governo applichi i costi standard in sanità. Abbiamo fatto un calcolo, dal quale emerge che, se tutte le Regioni italiane applicassero il rapporto costi/prestazioni che c’è in Lombardia, risparmieremmo 30 miliardi di euro, 1/3 degli interessi del debito pubblico. Perché noi riusciamo a farlo e gli altri no?”

Bella domanda, da girare ai Governatori Zingaretti, De Luca e Crocetta del PD.
Grazie Governo Renzi.

Demata

La triste situazione delle malattie rare nel Lazio spiegata alle associazioni dei malati

20 Giu

Nella regione del Lazio ci sono il Ministero della Salute, la Commissione Sanità del Parlamento, fior di Facoltà Mediche, sedi nazionali delle principali istituzioni sanitarie e associazioni dei malati e dei consumatori.

Nel Lazio ci sono circa sei milioni di abitanti e, così, se anche una malattia fosse talmente rara da vedere un caso ogni 50.000 individui, staremmo parlando di 120 pazienti, cioè abbastanza per riempire un ospedale, se si ricoverassero tutti insieme, o far funzionare u ambulatorio a ciclo continuo, se parliamo di patologie che richiedono controlli e/o consulenze e/o aggiustamenti farmacologici ‘almeno una volta al mese di media’, cioè frequenti.

Le malattie rare sono tutte croniche: alcune stabili nel tempo o degenerative, come le ‘normali’ malattie croniche, alcune altre con esacerbazioni e remissioni nel tempo, perchè di origine metabolica, come, ad esempio, per il diabete (malattia cronica) e l’emocromatosi o la porfiria acuta (rare).
La differenza sta tutto nella loro rarità, cioè nel fatto che sono meno note ai medici, pochi ospedali e unità sono motivate ad occuparsene, c’è poco interesse a sviluppare i farmaci, i ‘pochi’ malati scompaiono nella folla di quelli con patologie più diffuse, anche se dovesse capitare che una patologia rara comporta rischio per la vita ed una più diffusa crea – magari – solo problemi cutanei, e … c’è scarsa attenzione della politica interessata al consenso e dei media alla ricerca di scalpore.

Così, nel Lazio (e forse non solo nel Lazio) è accaduto e sta accadendo qualcosa di incredibile, se consideriamo che siamo nella Capitale di uno degli Stati più avanzati del mondo, antica patria di medici e scienziati.

Nel Lazio non si sono accorti – politici, burocrati, associazioni – che le patologie rare non si possono gestire come fossero delle ‘normali’ patologie croniche e che, preso in carico il paziente per la diagnosi e per prescrivere le cure, si sia risolto il problema, come nel caso delle patologie croniche ‘normali’, per le quali ci sono ospedali e specialisti e bizeffe.

E finisce che, in Regione o alla Camera, si convincano che … serva solo un po’ di assistenza sociosanitaria, magari per erogare un farmaco o per un accompagno, cosa facile a farsi – anche con la coperta corta – se i malati sono migliaia, impossibile se si è l’ultimo della fila, perchè raro, cioè solo.

Ovviamente, essendo spesso rare e pure metaboliche, ai pazienti come ai medici di base o agli specialisti servirebbe sapere dove rivolgersi per le cure, cioè la gestione clinica, che … potrebbe non esserci, se anche a Roma e nel Lazio non vengono istituiti i Centri e/o i Presidi come previsti nei termini dati dal Decreto Bindi sulle Malattie Rare.
Anzi, addirittura nel decreto relativo agli Istituti presso i quali vengono dislocati i vari malati rari neanche si distingue quali siano centri di cura o quali meramente diagnostici, come non si sa quali operino in rete e per omogeneità clinica o dove sono allocate le sedi per i piani individualizzati di assistenza sociosanitaria.

In due parole, sembra che nessuno – nonostante i malati in difficoltà non scarseggino – si sia accorto che la ‘presa in carico’ presso un’unità diagnostica è cosa molto diversa dal sapere chi sia preposto alle ‘cure appropriate’ o dove recarsi per l’assistenza necessaria. Per questo i malati non sanno dove andare e non si trova un buco per collocarli …

Infatti, media ed associazioni, come politici e strutture mediche, continuano a gestire oltre 100mila malati rari come fossero casi singoli e come se bastasse un gettone o un progetto e non un riferimento stabile.
E, non a caso, la riforma per le malattie rare in fase di approvazione alla Commissione della Camera dei Deputati non contiene parole come ‘cure’ o ‘terapie’ …

Già … stiamo parlando di potere, poltrone e soldi, cioè di centinaia di posizioni apicali su indirizzo politico e di oltre 60 miliardi di euro che l’Erario spende per finanziare ospedali regionali, policlinici universitari e Terzo Settore, con buona pace di chiunque non rappresenti almeno qualche migliaio di voti potenziali.

Demata

Regione Lazio commissariata, malati rari costretti al pronto soccorso

17 Giu

Le porfirie acute sono un disordine del metabolismo noto fin dall’antichità, che comporta un difetto nella biosintesi di un componente del sangue (eme), con conseguente accumulo di sostenze neurotossiche che causano sia dolore e stasi addominale, sia sintomi cardio-neurologici. “Possono essere coinvolti tutti i componenti del sistema nervoso periferico e centrale. Nelle crisi gravi e prolungate, è frequente la neuropatia motoria, che può condurre a una vera e propria tetraplegia. L’interessamento bulbare può causare un’insufficienza respiratoria. L’eccesso di catecolamine generalmente causa irrequietezza e tachicardia. Un’ipertensione labile, con valori di pressione arteriosa transitoriamente elevate, può causare modificazioni vascolari progressive che, se non trattate, portano a un’ipertensione irreversibile. Raramente le aritmie indotte dalle catecolammine causano morte improvvisa. L’insufficienza renale nella Porfiria acuta è un processo multifattoriale; l’ipertensione acuta (che può sfociare nell’ipertensione cronica) è probabilmente uno dei principali fattori precipitanti” (Manuale Merck for Professionals – 2017)

La legge italiana, a riguardo è chiara (D.M. Sanità – 18 maggio 2001, n. 279): servono Centri interregionali, che “assicurano il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati” ed i Presidi della Rete “sono individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare”.

Centri interregionali sia per concentrare il riferimento dei malati rari presso specialisti appropriati e di provata esperienza sia per abbattere i costi di staff. Presidi adeguatamente dotati perchè v’è rischio per le funzioni vitali e perchè stiamo parlando di metabolismo e neurointossicazione endogena.

Nel caso delle porfirie acute non c’è dubbio: serve un internista (gastroenterologo, epatologo, ematologo), serve un ambulatorio per evitare che le esacerbazioni confluiscano in un attacco acuto, serve un pronto soccorso, servono consulenze per eventuali copatologie, un ricovero protetto in caso di necessità ed un tot di medicina del lavoro, visti la disfunzionalità intermittente e lo stress lavoro correlato.

Invece, Roma – cioè la Regione Lazio – ha optato fin da principio per individuare dei meri Centri di riferimento ‘per la diagnosi e la presa in carico’, senza specificare se trattasi di unità diagnostiche o ‘finalizzate alle cure’ e – non di rado – riconfermando realtà antecedenti al 1994.

Al di là delle spontanee riflessioni su quanto una tale rete potesse essere obsoleta (se non ancora esistente/efficiente) o di quali costi aggiuntivi derivino dall’operare con parametri diversi da quelli nazionali, nel caso delle porfirie acute si è continuato a seguire il desueto criterio di eziopatogenicità con le porfirie cutanee, cioè destinando pazienti affetti da gravi sindromi del metabolismo con neurointossicazione endogena e seri rischi per la salute presso … un ospedale specialistico (dermatologico – oncologico) privo di servizi per l’emergenza, cioè il Pronto Soccorso.

Dal 2010, con il pervenimento di un paziente con frequenti attacchi ricorrenti, diagnosticato dopo ben 30 anni dai primi sintomi, è emersa in tutte le sue carenze l’esigenza di “idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi servizi per l’emergenza”.

Cosa sia accaduto a seguire è presto detto,almeno per gli aspetti più eclatanti:

  • per un anno quel malato ha ricevuto infusioni di emoderivati nello stessa Unità dove venivano praticate salassoterapie per i pazienti di porfiria cutanea tarda, nonostante il Documento di Unità Operativa non prevedesse profilassi ambulatoriale per le Porfirie Acute;
  • ha dovuto attendere dal 2009 al 2012 – allorchè recatosi in un Centro interregionale fuori del Lazio – per ottenere la certificazione utile a tutelare lo stato di salute (grave invalidità > 74% e gravità, riconosciute per sentenza) e la situazione lavorativa (sorveglianza sanitaria della CMV), perdendo praticamente tutti i benefits garantiti fino al 2011 per effetto della Riforma Fornero;
  • dal 2014 ha ‘subito’ quasi 300 infusioni di emina, a fronte di prescrizioni – per tre anni consecutivi da 2014 al 2016 – del Centro interregionale cui fa capo, che ne indicava la riduzione da tre ad una sola prestazione quindicinale, nonostante un sempre maggiore accumulo marziale per emoinfusione, tre cateteri impiantati, ‘consumati’ e rimossi, un’infezione batterica perdurata per lungo tempo ed gestita solo dopo febbri continue e antibiogrammi privati.

Finalmente, nel 2015, una speranza: il Commissario ad Acta e Governatore della Regione Lazio emette il Decreto DCA 387-2015, ) allo scopo di attuare il “criterio di omegenità clinica, anzichè eziopatogenica”, per adempiere al “Piano Nazionale per le Malattie Rare” approvato dalla Conferenza Stato Regioni il 16 ottobre 2014.

Finalmente, essendo ormai nota questa situazione, emergerà la carenza e si perverrà a soluzione?
No. Incredibilmente, il decreto mantiene la presa in carico di persone affette da una seria sindrome del metabolismo con rischio cardiologico e neurologico … presso un ospedale dermatologico-oncologico privo di pronto soccorso, solo perchè ivi esiste una comprovata esperienza diagnostica e terapeutica riguardo le porfirie … cutanee … a ribadire il criterio di eziopatogenesi e con buona pace della clinica …

valori iper PBG

Peggio ancora, sia nel 2015 sia nel 2017, in coincidenza della richiesta di chiarire chi fosse lo specialista di riferimento e che si adottassero le indicazioni del Centro interregionale a ridurre l’apporto infusionale in funzione della sintomaticità con corrispettiva gestione ambulatoriale, due note e qualificate strutture ospedaliere romane gli cessano le cure ambulatoriali con ridottissimo preavviso, indirizzandolo al Centro regionale di riferimento, che non era strutturato per la funzione di presidio già nel 2009 e – comunque – non rispondeva al ‘criterio di omogenità clinica’, cioè per l’appropriatezza delle terapie.

Da marzo e nell’attuale, questo paziente non ha altro che recarsi settimanalmente al Pronto soccorso per ricevere le infusioni di profilassi, privo persino di accesso venoso ed ormai con vistosi danni alle braccia e alle mani, dato che i farmaci sono aggressivi, senza possibilità di aggiornare il piano con riferimento locale al Centro interregionale cui fa capo, anche se  esposto a serio rischio per la salute visti i tre accessi in emergenza, di cui uno in codice rosso.

Eppure, il Centro – già da molti anni – avrebbe potuto/dovuto essere autorizzato ad operare in rete con una struttura dotata di riferimento internistico e di pronto soccorso. Come anche … la Regione Lazio avrebbe potuto chiedersi quali fossero gli standard minimi /essenziali per una malattia di tale portata e – soprattutto – il Commissario ad Acta, per i poteri esecutivi di cui è dotato, poteva/doveva intervenire almeno da marzo scorso.

Non resta che chiedersi – visto che a Roma ci sono tanti sanitari competenti e di Buona Volontà – se la Regione Lazio deciderà di attuare la norma nazionale anche per le porfirie acute. Anzi, che si deciderà a garantire i servizi essenziali e d’emergenza, visto che da ieri il Centro di riferimento è rimasto senza reagenti ed ha comunicato la sospensione della diagnostica, come anche – da un momento all’altro, se non già in fieri – si potrebbe concretizzare un serio danno alla salute del malato.

esaurimento kit diagnostici porfirie acute

Questi sono i risultati del mostruoso conflitto di interessi dato dal conferire alla Politica, alle Regioni, il ruolo di amministratore delle assicurazioni di malattia previste dall’articolo 38 della Costituzione, specie se – poi – si nomina lo stesso Governatore anche Commissario ad acta e senza istituire un assessorato per le ‘Politiche sanitarie’, così inficiando l’accesso, il dibattito, la trasparenza.

Demata

Sanità: il disastro dei Commissari ad acta

13 Giu

La Costituzione italiana (art. 38) prevede che i lavoratori siano assicurati per malattia, invalidità e vecchiaia, non – viceversa, come normato ‘provvisoriamente’ nel 1974 – che le Regioni debbano sostituirsi al comparto assicurativo in condizioni di monopolio, vertendo su un enorme leva fiscale, producendo una notevole spesa pubblica, legiferando limiti alla libera scelta dei malati e/o la concorrenza delle aziende sanitarie.

Nel 2007, circa 30 anni dopo, dopo le Casse e le Mutue di allora, anche le Regioni (e specialmente alcune) si sono trovate non poter più sopportare costi e sprechi in uno scenario – successivamente emerso – di incoffessabili nepotismi politici e di abnormi regolamenti ed appalti sanitari.

La soluzione fu notoriamente anomala con il Commissariamento ad acta affidato allo stesso Governatore regionale la cui Giunta si era dimostrata incapace di intervenire adeguatamente.

Dieci anni dopo, nel Lazio, dove si è finora perpetuata questa modalità di gestione, assistiamo al profondo conflitto di interessi, oltre che alla sostanziale impotenza del cittadino / contribuente / paziente / elettore, e – soprattutto – alla superfetazione sistemica e la complessità di monitoraggio dei risultati, derivanti dall’essere la Regione praticamente tutto ed il contrario ditutto.

Infatti, nel settore sanitario, oggi la Regione Lazio è:

  1. luogo di rappresentanza civica e democratica,
  2. ente di governo politico,
  3. pubblica amministrazione erogatrice e autoritativa,
  4. assicuratore ai sensi dell’art. 38 della Costituzione,
  5. concessionario e datore del personale dei propri siti sanitari ceduti in gestione alle ASL,
  6. appaltatore di servizi e forniture,
  7. cofinanziatore dei servizi sociosanitari comunali,
  8. partner di enti universitari e fondazioni,
  9. commissaria di se stessa.

Un conflitto di interessi intrinseco alla soluzione ‘provvisoria’ del 1974, che pose nelle mani dei politici e delle lobby sanitarie il 9,9% del reddito di chi lavora e dovrebbe essere assicurato.

Un conflitto che la Riforma del Titolo V ha reso ‘istituzione’, determinando l’assicurazione sanitaria universale gestita dalle Regioni a carico di Iva, Irperf e Accise, ma anche che non vi fossero poteri sostitutivi verso quelle che – facenti funzione del comparto assicurativo – risultassero inadempienti, disorganizzate, corrotte, sprecone, anomale.

Un conflitto di interessi ancor pù accentuato dalla rinuncia della funzione politica, coincidente con l’affidamento della funzione commissariale al Governatore, da ormai dieci anni nel Lazio, senza delega dell’Assessorato alla Salute e senza il corrispettivo dibattito consiliare o mediatico.

Rinuncia alla funzione politica ed eclisse del confronto democratico, ma soprattutto ulteriore dissesto sanitario e finanziario: quel che decide il Commissario ad acta per il piano di rientro del Lazio di concerto con le direzioni sanitarie del Lazio, senza alcun confronto politico o mediatico, rappresenta il gettito degli aborriti Ticket e dell’Imposta regionale sul reddito, ma anche la metà del sovrapprezzo sulle merci causato dall’Imposta sul valore aggiunto e delle Accise sulle benzine … degli italiani.

Il tutto, magari, vantando per qualche anno bilanci regionali e monitoraggi di qualità ottimistici, mentre i debiti delle Aziende Sanitarie scorporate arrivano ad un miliardo e passa di euro, il rapporto medio medici-infermieri resta di 1 a 2 (invece di 1 a 3 come normale), il tempo medio dei Pronti Soccorsi è ampiamente superiore alle 12 ore, i tempi di prenotazioni da Recup avevano superato i sei mesi, quasi tutti gli interventi chirurgici non sono programmati, ma in urgenza.

Vogliamo sospendere il dibattito politico e consegnare la nostra Salute ad “un uomo solo al comando” anche a Napoli e in Campania? E vogliamo che i lavoratori, cioè i contribuenti – invece che da Casse e Mutue – debbano dipendere dalle decisioni del Governatore regionale di turno e delle lobby del personale sanitario?

Demata

Sistemi sanitari a confronto: l’Italia arranca

27 Dic

L’Euro Health Consumer Index (EHCI) confronta i sistemi sanitari europei sulla base di tempi di attesa, i risultati e la generosità.
La classifica 2014 comprendeva 37 paesi misurati da 48 indicatori, con lo scopo di misurare la “facilità di uso” dei sistemi sanitari.

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Il British Medical Journal e, di recente, anche l’Osservatorio europeo sulle politiche e dei sistemi sanitari hanno evidenziato che gli indicatori inerenti gli effettivi risultati medici si basano sulla soddisfazione dei pazienti, a loro volta privi di termini di confronto con altre realtà (cut off arbirario).
Ad ogni modo, l’EHCI resta il maggiore indice dell’accessibilità e dell’efficienza dei sistemi sanitari.

E l’Italia?

  • Al 22° posto come qualità generale dei servizi sanitari, superata – tra l’altro – dalla Slovacchia, il Portogallo o l’Estonia.
  • Quanto ai diritti dei pazienti, siamo in 19° posizione, preceduti anche dalla Macedonia.
  • Riguardo i tempi di accesso (22°) anche in Albania si fa prima che da noi.
  • In 22° posizione anche per i risultati (efficacia delle cure), snobbati anche dall’Islanda o da Cipro.
  • Peggio ancora riguardo la gamma dei servizi forniti, con il Sistema Sanitario italiano pari (de)merito con Slovacchia, Ungheria e Polonia, surclassate persino dalla Scozia, Malta, eccetera.
  • Dulcis in fundo, l’accesso ai farmaci è molto più facile in Finlandia o in Norvegia.

In parole povere, fatta eccezione per nazioni molto piccole o quelle che da soli 20 anni si sono liberate da fascismi e comunismi, il nostro Sistema Sanitario – secondo la “rel. 31 January 2015″ – si colloca più o meno ultimo e ben distaccato … anche se spendiamo come e più di tanti.

D’altra parte, l’Indice della qualità della Pubblica amministrazione vede a fondo classifica – praticamente alla pari con la Turchia – il Lazio (-1,512) ed ancor peggio  Sicilia, Puglia, Molise, Calabria (da -1,588 a -1,687) o in Campania (-2,242). Meglio  che tendono alla media europea (indici pari a Veneto (-0,186) ed Emilia Romagna (-0,217) o Lombardia (-0,542).

Non c’è, dunque, alcuna ragione – almeno tra quelle confessabili – per cui l’attuale Parlamento e gli attuali Governatori regionali o i Sindaci, non siano andati ad occuparsi con la massima urgenza della Pubblica Amministrazione e del corrispettivo Servizio (socio)Sanitario.

Anzi, dopo tre anni, ci ritroviamo con il personale incrementato e gli stipendi pure, i contratti e le mansioni risalenti a chissà quando, gli invalidi affastellati in qualche ufficio nell’attesa di un’opzione bloccata,  i malati in coda perpetua al Recup tanto da noi s’opera solo d’urgenza …

E dire che il rating prefallimentare BBB- ce lo siamo ‘guadagnato’ per via della PA obsoleta e dei sui costi iperbolici, che comportano tante e tali tasse ed incertezze burocratiche da soffocare l’Italia che produce … e che fugge all’estero.

D’altra parte, fatta eccezione per il patriottico Draghi, come potremmo ispirare fiducia persino a noi stessi, se al Lavoro e Welfare mettiamo l’ex presidente delle coop, all’Istruzione, Università e Ricerca un ex segretario sindacale senza laurea, alla Pubblica Amministrazione un’altolocata quanto giovane ricercatrice ed alla Sanità una politica di professione diplomata al liceo classico?

Demata

Senza Fascicoli di Fabbricato, Roma crolla (e la Regione tace)

24 Set

Ennesimo crollo a Roma ed è il quinto crollo in soli due anni.

Riepilogando, stanotte è crollata una palazzina di quattro piani a Ponte Milvio a causa delle infiltrazioni d’acqua, secondo i Vigili del Fuoco, cioè una causa che poteva prevenirsi.

A gennaio 2016 era parzialmente crollato un edificio limitrofo al  Teatro Olimpico, a causa di un cedimento strutturale derivante da lavori di ristrutturazione, cioè anche – forse – soprattutto a causa della vigilanza sui lavori negli appartamenti del condominio.

Era il marzo del 2015 quando a Monteverde lo smottamento della collina Ugo Bassi travolgeva una palazzina. Da anni il Municipio aveva chiesto interventi per gli smottamenti e il disastro poteva essere evitato.

Un mese prima, a febbraio 2015, un pannello di circa quattro metri quadrati, staccatosi per il vento dal Fungo all’Eur, è crollato da un’altezza di 60 metri. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per mettere in sicurezza la struttura dall’alto e sarebbero state diverse le parti pericolanti.

Gennaio 2015: crolla il soffitto in una sala giochi a Trastevere. Presenti 60 persone, sei feriti. Secondo i gestori, era stata da poco ristrutturata e sottoposta a tutti i controlli previsti per garantire la sicurezza dei clienti e dei dipendenti.

E, poi, in soli due anni c’è la lunga sfilza di muretti ed alberi crollati senza – per fortuna – feriti gravi.

Come ci sono i dati del Miur, quelli dell’anagrafe dell’edilizia scolastica, che raccontano che in Italia solo il 39% delle scuole è in possesso del certificato di agibilità/abitabilità, della restante parte il 50% è stato costruito prima del 1971, per cui non è obbligatorio il certificato di collaudo statico ed un buon 11% – a quanto pare – funziona senza. Secondo il report di Cittadinanza Attiva di pochi giorni fa, per circa un terzo dei 690 interventi del programma #Scuolesicure gli interventi statali di riparazione sono stati inadeguati.

A questo punto della storia scopriamo che Roma (anzi tutto il Lazio, Amatrice inclusa) non ha i Fascicoli di Fabbricato e non li ha per il semplice motivo che la Regione emanò un decreto illegittimo nel 2005 (D.R. Lazio n. 6/2005) e da allora non l’ha più reiterato.

Bene a sapersi che – secondo il TAR del Lazio come confermato dal Consiglio di Stato – l’illegittimità del D.R. Lazio n. 6/2005 consisteva nel pretendere:

  1. la fornitura di dati urbanistico-tecnici in gran parte in possesso del medesimo Comune e non nella diretta disponibilità dei proprietari a meno di irragionevoli e irrazionali sforzi
  2. una “probatio diabolica” o “prova quasi impossibile” d’ogni tipo di modifica verificatasi anche in tempi assai lontani o in fabbricati d’antica costruzione
  3. la possibilità data ai comuni di poter integrare il contenuto del fascicolo con ulteriori verifiche, aggravando gli oneri in capo ai proprietari senza limiti e senza prevedere un reale contraddittorio con i tecnici chiamati a collaborare con il redattore del fascicolo.

La domanda di oggi – ahimè – è multipla:

  • il Comune di Roma è in possesso dei documenti di cui dovrebbe essere in possesso?
  • quante modifiche incondonabili (perchè pericolose) verrebbero a galla, se si prevede di imporre ulteriori controlli ai fabbricati?
  • perchè dal 2005 ad oggi nè la Giunta regionale Marrazzo, nè Polverini, nè Zingaretti si sono premurate di produrre un decreto legittimo ed applicabile? E perchè Alemanno, Marino e – oggi – Raggi non si premurano di sollecitarlo?

Eppure, i giudici del TAR del Lazio – mica i marziani a Roma di Ennio Flaiano – avevano tenuto a ben consigliare i nostri amministratori, scrivendo nella stessa sentenza: «s’appalesa più razionale, più che un obbligo generalizzato, altre formule connesse fin da subito a provvidenze o ad agevolazioni, atte a sveltire la redazione dei fascicoli per quegli edifici a più alto rischio ed ad incentivare formule collaborative da parte dei tecnici dei Comuni o scelti dagli enti. Infine, la legge non ammette interventi ed opere generalizzate sugli edifici di qualunque genere, età e condizione, sicché gli accertamenti, al fine d’evitare oneri eccessivi e senza riguardo al loro peso sulle condizioni economiche dei proprietari, devono esser suggeriti solo in caso d’evidente, indifferibile ed inevitabile necessità, se del caso con graduazione dei rimedi da realizzare». (TAR, Lazio, sez. II, sentenza 13/11/2006 n° 12320 confermata dalla Sentenza n. 1305 del 28.3.2008 del Consiglio di Stato)

Da quelle sentenze son trascorsi una decina d’anni ed è rimasto tutto fermo.

Demata