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Salvini lascia il governo e punta all’Europa?

8 Feb

379445_0_0Matteo Salvini si candiderà al Parlamento Europeo alle prossime elezioni. Anzi, sarà candidato come capolista per la Lega in tutta Italia alle elezioni europee del 26 maggio, questa la notizia scoop di Affaritaliani.it.

Dunque, la sua elezione sarebbe sicura e, nel caso, altrettanto certa sarà … la caduta del Governo: mica Matteo Salvini può candidarsi in tutta Italia, diventare il primo eletto e poi rifiutare il seggio a Bruxelles …

Vedremo come andrà a finire, tanto non è l’unico caso.
Ad esempio, c’è quello di Nicola Zingaretti che, eletto governatore della Regione Lazio un anno fa senza però una propria maggioranza, sono sei mesi che “corre” per la segreteria del PD, con sei milioni di laziali che attendono l’esito delle Primarie per sapere se ‘lui’ si dimetterà per diventare segretario oppure – vincendo Martina – dovrà farlo perchè i numeri in Regione non tornano.

Ritornando a Matteo Salvini, una sua candidatura in Europa per poi rinunciare certamente verrebbe percepita come una furbesca mossa per accaparrarsi il voto del popolino, che certi dettagli non immagina, oltre a focalizzare su un singolo “Uomo Nero” tutta l’attrattività a Centro-Destra, cosa che già oggi comporta enormi problemi con la base, abituata ad organizzarsi democraticamente per sezioni, circoli, convegni eccetera.

Intanto, delle promesse di Matteo Salvini della campagna elettorale italiana del 2018 ormai è Storia ‘passata’: la Flat Tax è dimenticata, la vigente Fornero  conviene più della Quota 100, le espulsioni degli immigrati illegali sono più o meno le stesse, i Centri per rifugiati vengono svuotati e ci ritroviamo per strada con più stranieri ‘irregolari’ di prima, litighiamo proprio con la Francia con cui abbiamo una bilancia commerciale positiva, le grandi opere stanno ancora aspettando, qualche problemuccio con Santa Sede e Magistratura … 

In meno di un anno questi sono i risultati politici: sarà anche per questo che Matteo Salvini punterà al seggio sicuro in Parlamento Europeo, presentandosi come capolista ovunque e diventando il leader della Destra Europea?

Demata

Salvini al bivio, quale strada prenderà?

15 Nov

Sembra che la Lega imperversi con il suo circa 30% dei consensi, poi – letti dei sondaggi sull’astensione risalita al 34,8% – prendiamo atto che di media solo due italiani su dieci lo voterebbero ed al Sud poco più di uno su dieci. Evidentemente, gli elettori meridionali attendono che Salvini al ministero degli Interni ripeta l’eccezionale azione di Antimafia condotta da un altro leghista, Maroni, quando era allo stesso ministero.

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Mappa del Pizzo – Confesercenti 2008

Poi, analizzando il dato per macroaree, ci ritroviamo che quasi la metà dei votanti settentrionali è per la Lega, ma in realtà sono il 30% circa, se consideriamo gli elettori in totale.
Nel Centrosud e nel Sud e Isole, il consenso dei votanti è del 22-25%, che diventa del 10-15% se consideriamo l’astensione.

Perchè?
Per il semplice motivo che in Lombardia il PIL pro capite è di 36.600 euro annui e in Emilia Romagna di 34.600 euro, più o meno come nel Veneto è di 31.700, in Piemonte di 29.600 euro, in Toscana di 30.000 euro e nel Lazio di 32.100 euro annui.
Praticamente come Germania (38.200 euro), il Regno Unito (36.500 euro), la Francia (33.300 euro) e, tra le varie, … l’Austria (36.500 euro).

L’Italia, invece, si attesta sui 26.000 euro pro capite annui, in compagnia della Spagna (23.800 €), di Cipro (22.000 €), ma è una media che è reale solo in Umbria (24.000 €) , Abruzzo (24.100 €) e Marche (26.600 €).

Infine (ma forse sarebbe la prima cosa), ci sono Sud e le Isole, con la Campania (18.600 €), la Puglia (17.800 €), la Sicilia (17.500 €), la Calabria (17.100 €), come Grecia (17.100 €), Portogallo (17.000 €) e Repubblica Ceca (16.500 €).

E aggiungiamo che il PIL pro capite – cioè la singola capacità produttiva di un italiano – è calato di ben 1.800 euro dal 2008.  Figuriamoci se, poi, la spesa aumenta pure, come sta accadendo dal Governo Renzi in poi.

Ovviamente, se la parte che gareggia con l’Europa produce macchinari, energia e commercio estero, mentre quella che resta al palo ha solo l’agroalimentare e il turismo interni per nutrirsi, il divario è bello che spiegato: arriveranno sempre e solo le briciole del banchetto apparecchiato al piano superiore.

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Valore della produzione industriale per aree

 

Dunque, Salvini è ad un bivio: ‘ampliare’ il suo partito oltre la “padania” ed accantonare il protezionismo con cui la Lega Nord ha difeso gli interessi settentrionali.
Oppure, fare retorica (ad esempio, l’Umbria non è mai stata ‘nazione’ e il Molise neanche, ma lo è stata per oltre mille anni Napoli) e ‘amministrare’ quel poco di consenso che gli arriva dal Meridione, grazie ai “condoni” (vedasi Ischia che è classificata “Zona con pericolosità sismica media dove possono verificarsi forti terremoti”) e “gli immigrati al posto loro”, cioè nei campi.

Tanto, l’agenda politica dei prossimi mesi è ormai segnata:
– da gennaio tagli pesantissimi ai servizi per incostituzionalità dell’attuale manovra di bilancio
– a febbraio (circa) arriveranno i dati internazionali e nazionali sui reati e i fatti di razzismo in Italia (+ 300% ? Di più ?), che sono una precisa competenza proprio del suo ministero
– poi c’è Sanremo e inizierà campagna elettorale con la grancassa ‘la colpa è dell’Europa’ ed il rullante “siete una massa di incompetenti”, tanto c’è il PD paralizzato dalla candidatura di Zingaretti, quello del debito della Regione Lazio certificato nel rendiconto 2016 a 27 miliardi di euro
– in primavera inoltrata, fatte le elezioni e con un’operatività della pubblica amministrazione inferiore ai dodicesimi dell’anno precedente, scopriremo di quanto cederà Di Maio e chi tra i big del PD ha recuperato qualcosa nelle proprie regioni;
– arrivati all’estate, infine, si invierà all’UE un ennesimo esercizio provvisorio e poi … tutti al mare, se ne riparla ad ottobre, chissà. Forse, con il gentile permesso della segreteria neonata del PD, si inizierà a parlare di un governo ‘tecnico di programma’ e/o elezioni anticipate (nel 2020 sotto i morsi di una crisi economica mondiale annunciata?) ed il Cdx potrà tirar fuori l’asso di Taiani, che per ora resta in stand by per non bruciarlo.

Immaginando che Di Maio continuerà a pasticciare tra ipotesi (congiuntivi), stato fattuale (condizionali) e decisioni da prendere (indicativi), siamo ancor più nelle mani di … Renzi e Zingaretti, a meno che Salvini non abbracci la causa del Sud, cioè quella della ripresa industriale e della sicurezza pubblica, di cui la Lega si fa vanto al Settentrione.

Mai dire mai … ma sarà dura da far capire all’elettorato tipico della Lega Nord.
E sarà ancora più complicato nel caso la Lega avesse successo a Napoli, dove le ambizioni ‘federaliste’ sono simili a quelle di Barcellona …

Demata

Sanità Lazio – Rapporto SIES 2017 (1 – Dati di Attività)

31 Ott

Il Rapporto SIES 2017 racconta nei numeri come funziona il Servizio Sanitario Regionale del Lazio, alla cui guida dal 2013 c’è il Governatore Nicola Zingaretti, che ne è il Commissario ad Acta, solo mesi fa ha nominato un assessore e da oltre 200 giorni non viene a capo dello spoils system post elettorale, indicando le dirigenze apicali e definendo l’organizzazione della Sanità pubblica laziale.

Il Rapporto SIES 2017 è composto da vari fogli excel, proviamo a ‘tradurre i numeri in lettere’ ed iniziamo con i ‘Dati di Attività’.

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Il numero di “Accessi in PS in emergenza” nel 2017 nel Lazio è stato di 1.928.687 persone, cioè in media nazionale (3,4 accessi in PS ogni 10 abitanti).

Ogni 750 accessi in pronto soccorso, però, accade che un paziente venga registrato con età/sesso errati. E i mezzi di emergenza del 118 (e di Polizia, Esercito, Vigili del Fuoco, eccetera) recano in pronto soccorso 367.556 pazienti, ma risultano solo 304.818 “trasporti urgenti”.
Qual’è la probabilità che vi siano altri ‘quasi errori’, ben più pericolosi, nella anamnesi in ingresso?

Solo 2,5 assistiti su mille passano dal medico di base in caso di malore (0,25%), anzi c’è che la maggior parte degli accessi in pronto soccorso (70% circa) lo fa per “decisione propria”, tanti quanti sono all’incirca i ‘codici verdi’ (66%) e i ‘codici bianchi’ (4%).
Quanti di questi assistiti potevano risolvere celermente il proprio problema presso un poliambulatorio di medicina territoriale? 

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Ben 387.600 assistiti (20%) pervengono in codice verde per “Sintomi, segni e stati morbosi mal definiti”. Gli accessi in “Codice 23” (Altri sintomi e disturbi) superano persino quelli per “trauma o ustione” con ben 710.742 casi (37%) contro ‘soli’ 503.525 (26%). Significativi i quasi 75.000 i casi di ‘febbre’ e gli oltre 130.00 di ‘dolore addominale’ che pervengono in maggior parte senza invio da parte del medico di base, pur non essendo di solito sintomi che si presentano all’improvviso e talmente acuti da indurre all’immediato ricorso ai servizi d’emergenza.
Quanti hanno rinviato o rinunciato alle cure a causa delle lungaggini del Recup e delle carenze dei Percorsi? Quanti – viceversa – hanno ‘accelerato’ i tempi di una visita specialistica o di una presa in carico rivolgendosi al Pronto Soccorso?

Gli accessi per incidente o infortuni (traumi) sono circa mezzo milione, quasi 1.400 al giorno. , a fronte di un numero analogo di accessi per eventi violenti. Gli accessi per autolesionismo (15.560) sembrano essere quasi pari a quelli per aggressione (21.613).
Quale sommerso esiste di aggressioni non registrate o per le quali la vittima non si è recata in pronto soccorso?

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Se è relativamente basso il numero di “incidenti scolastici”, risultati 13.814 nel 2017 su circa 700.000 alunni delle scuole laziali (2%), lo è anche il numero di accessi per cause di  lavoro con solo 36.510 casi.
Possibile che molti infortuni sul lavoro non siano censiti?

Riguardo le tempistiche del Pronto Soccorso, 108.170 pazienti “non rispondono a chiamata” ed altri 51.083 “si allontanano spontaneamente” dopo l’anamnesi iniziale.
Ben 113.863 “rifiutano il ricovero”, cioè preferiscono lasciare l’ospedale non appena stabilizzati.
Quanto incidono sull’efficienza diagnostica, terapeutica ed assistenziale i tempi di attesa troppo lunghi sia in accesso (vista la marea di codici verdi) sia in osservazione al pronto soccorso (viste le note carenze di posti letto per i ricoveri)?

segue

Demata  

Nicola Zingaretti e il fine corsa della Sanità laziale

30 Ott

A marzo 2018 è stato rieletto il Presidente della Regione Lazio, che ha anche l’incarico di Commissario ad Acta. Non se ne sente molto parlare, anche perchè il PD è in minoranza nel Consiglio, la regione e le aziende sanitarie sono sommerse dai debiti, le strutture sono degradate come tante altre e Nicola Zingaretti abbandonerebbe se diventasse Segretario del partito.

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Lo spoils system è regolato dalla legge 15 luglio 2002, n. 145 e dalla successiva legge 24 novembre 2006 n. 286, che prevedono la cessazione automatica degli incarichi di alta e media dirigenza nella pubblica amministrazione passati 90 giorni dalla fiducia al nuovo esecutivo.
In tutto questo, la Corte Costituzionale ha decretato l’illegittimità dello spoils system dei direttori generali delle ASL (Corte Cost. sentenza 34/2010), ma non per le direzioni apicali, quelle preposte a far funzionare il Servizio Sanitario Regionale.

Da marzo di giorni ne sono trascorsi circa duecento, ma sul sito della Regione Lazio leggiamo che “in seguito alla riorganizzazione ancora in corso, l’organigramma regionale è in fase di aggiornamento”.

Riorganizzazione ancora in corso che – tradotta in termini pratici – significa che da circa duecento giorni le direzioni apicali del Servizio Sanitario Regionale del Lazio sono in gestione provvisoria: non ne conosciamo i responsabili dei procedimenti, ammesso che ci siano e sempre che il Commissario ad acta (cioè Nicola Zingaretti) non abbia avocato a se i poteri, gestendo tramite ‘reggenti’.

Possibile che si arrivi ad una tale dilazione ed incertezza, anche dopo il decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33  che sancito che tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente e di utilizzarli e riutilizzarli alle condizioni previste dalla normativa vigente?

O forse il problema di questa Giunta come di altre è solo quello di dover pubblicare (cioè ‘giustificare’) le motivazioni delle proprie scelte?

Demata

Roma sommersa dai debiti e … niente aiuti dal governo?

14 Mag

Se non assisteremo al flop della corrente legislatura, è chiaro che governerà un partito ‘nordista’ con un altro numericamente ‘meridionale’, mentre è proprio il PD storicamente centroitalico ad essere nell’angolo.

In questo bailamme – o peggio se sarà stallo e nuovo voto – non è dato sapere cosa ne sarà di Roma Capitale e della sua Regione Lazio, dove – aiutino su aiutino, spreco su spreco – i debiti ormai non dovrebbero essere lontani dai 50 miliardi di euro e dove servono interventi manutentivi e strutturali ormai tutti urgenti per almeno il doppio, se solo la nuova metropolitana di Londra costa 30 miliardi di sterline.

Si poteva iniziare dalle Olimpiadi, sembrava fossero lì apposta per far arrivare denari, grandi opere,  innovazione ed occupazione, trasporti: crescita in cambio di interessi. Meglio che interessi senza crescita … ma il Sindaco Raggi disse di no.

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Da WhatsApp – Autore sconosciuto

Con un debito equivalente al 5-8% del Bilancio italiano, c’è da rendersi conto che non serve il Pronto Soccorso e che il paziente è grave, va ricoverato e rianimato.
A Roma serve un piano infrastrutturale di ampio raggio, servono finanziamenti e spalmatura degli attuali debiti, servono economie e caccia agli sprechi, serve un rinnovato impegno al decoro della cittadinanza tutta.

Già,  questo è uno dei problemi più urgenti nell’agenda di governo, lo era già con Matteo Renzi, e vedremo quanto si aggraverà con la Giunta Regionale di Nicola Zingaretti che non ha la maggioranza in Consiglio.
Non sarà, comunque, la manciata di spiccioli che si attendono non appena arriverà un governo a risolvere il problema: potranno solo acuirlo.

Prevedibilmente, stante la Legge di Murphy, l’accumulo di debiti si acuirà e, se oggi non ci sono soldi per il funzionamento ordinario dei servizi, tra un anno o due ce ne saranno ancor meno.
E questo non piace nè ai revisori di Roma Capitale, nè alle agenzie di rating se la Regione Lazio è stabilmente “BBB-” (debito con bassa probabilità di ripagamento), nè ai turisti (ormai  meta del turismo “mordi e fuggi”), e neanche ad una discreta fetta di romani (se se ne lagnano tutti i giorni sui social postando foto eloquenti).

Forse, il persistente debito  romano-laziale non piacerà neanche al futuro governo ed alle altre Regioni, se il 29 aprile 2017 Standard & Poors  già evidenziava il forte sostegno ricevuto dal governo centrale in termini di liquidità che ha consentito di abbassare l’alto livello del disavanzo regionale.

Demata

L’ingovernabilità italiana e le responsabilità del PD di Matteo Renzi

20 Apr

Dietro i roboanti titoli dei media, si intravede una Realtà politica senza ormai più veli e si inizia a comprendere che, se non fosse per l’ambizione dei vari leader,  gli elettori le basi per una governabilità le avrebbero pur date, almeno se parliamo di Partito Democratico.

Un governo e la sua sopravvivenza sono determinati da un solo elemento: rappresentare sia alla Camera sia al Senato qualcosina in più della metà dei voti necessari, in modo da andare avanti anche se qualcuno si dovesse dissociare, come accade.

Maggioranze di governo Legislatura XVIII

Di seguito, in ordine di rappresentatività, le varie maggioranze possibili.

  • Governo del Presidente:  FI + PD + Misto-Autonomie = 237 deputati e 126 senatori = 363 eletti non bastano. Servirebbe una maggioranza FI + PD + Misto-Autonomie + Lega (o M5S) = 362 (459) deputati e 184 (235) senatori = 546 (694) eletti
  • M5S + PD + Misto-Autonomie (o Leu) = 354 deputati (347) e 174 (165) senatori = 528 (512) eletti si poteva fare, se non fosse per lo stallo posto da Matteo Renzi 
  • M5S + Lega = 347 deputati e 167 senatori = 514 eletti si poteva fare, ma non si farà.
  • un governo FI + Lega + PD = 341 deputati e 171 senatori = 512 eletti è possibile, ma è difficile che Salvini ed i suoi vogliano far da puntello a due edifici pericolanti.

Ciò che rende inconciliabili i diversi fronti (ed in particolare l’avversione di Matteo Renzi e del PD laziale ed emiliano verso i Cinque Stelle) è certamente la differente percezione da parte dei diversi movimenti politici di quali sono gli esiti, quali le istanze e quale la percezione sociale di quanto promesso e legiferato con la riforma del Titolo V (il ‘regionalismo’ ed i nuovi Sindaci o le Città metropolitane) e della pubblica amministrazione (city manager, spoil system, conflitto di interessi etc).

Se gli ospedali funzionano, le tasse son ben spese, non si rischiano la vita o spese private e – dunque – il Governatore ci sa fare, ma se non funzionano … tutti a casa, prima di danni e sprechi maggiori.
Allo stesso modo per il Sindaco, se non sa badare a strade, pulizia, sicurezza e trasporti pubblici … vada a casa prima possibile.

Dunque, non ne verrà nulla di buono, finchè Renzi e Berlusconi resteranno convinti che c’è ancora speranza , senza nulla cambiare a partire da se stessi, di vincere le prossime amministrative, mantenendo i feudi da cui si diparte gran parte della spesa, degli appalti e del lavoro precario.

Lega e Cinque Stelle hanno ben capito cosa oggi la gente misura in una proposta politica che gli si offre. Arrivano dalla gente … il Partito Democratico di Renzi, Zingaretti, Orfini e De Luca no, al massimo capita che ci trascorrano qualche ora.

Demata

Il Pd del “dopo Renzi” e il labirinto irrisolto dal 1992

12 Mar

Image5Solo pochi giorni fa il Partito Democratico ha capito che se un proprio leader annuncia di lasciare, poi deve farlo per davvero, specie se nel 2017 l’annuncio arrivava dopo tre anni di governo sprecati e dopo una bizarra riforma strutturale.

Poteva accadere già nel 2000, ma non accadde e Massimo D’alema rimase al vertice del partito, dopo aver dato le dimissioni da premier, in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali ed al brutto pasticcio della riforma del Titolo V della Costituzione, che ancora oggi comporta l’innaturale trasferimento del comparto assicurativo sanitario alle ‘politiche’ regionali, mentre vengono dilapidate – in certi territori – l’IVA e le accise benzine che impennano la nostra fiscalità.

L’altro ieri, con le dimissioni di Matteo Renzi, il Partito Democratico ha iniziato un percorso e non è detto che lo porti a termine, se la questione rimarrà sul singolo Matteo Renzi o sull’entourage, invece che sul metodo.

Il primo candidato ad ereditare la segreteria Dem – dove nessuno è mai riuscito al completare il mandato di quattro anni previsto dallo statuto – è Graziano Delrio, ex Partito Popolare Italiano, ex sindaco di Reggio Emilia e ministro delle infrastrutture e dei trasporti dal 2015, prima nel Governo Renzi e poi nel Governo Gentiloni.
A parte l’episodio di Cutrò, proprio sotto il suo dicastero le cronache italiane sono diventate una quotidiana denuncia sullo stato delle strade, delle reti su ferro, dei mezzi di trasporto e non è detto che un ruolo più politico e meno esecutivo possa dirgli meglio.

C’è, poi, l’ipotesi di un ‘traghettatore’, con una ‘reggenza’ affidata a Maurizio Martina, in politica fin dal liceo e dal 2014 Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali dei Governi Renzi e Gentiloni, con delega ad Expo.
Sappiamo tutti come stiamo messi con le frane, gli incendi, i migranti irregolari ed il lavoro nero nei campi e quanto ci costa l’agroalimentare in termini di PIL, tasse, sussidi e spesa diretta delle famiglie. Alle regionali in Lombardia, dove nasce e vive il ministro, il Centrosinistra ha perso circa 600.000 voti dal 2013 al 2018.

E, come da tradizione, ci sarebbe un ‘capitan futuro’ pronto a subentrare – almeno negli umori della base – cioè Nicola Zingaretti, dal 2012 Presidente della Regione Lazio e, precedentemente, parlamentare europeo molto attivo nella difesa della manifattura italiana e nell’accesso a fondi strutturali e programmi comunitari.
Con buona pace dei ‘soldi europei’ e della triste fine che spesso hanno fatto in Italia, noi posteri sappiamo anche che il Lazio è sempre più indebitato (se consideriamo anche i derivati e le ‘controllate’), mentre antisismicità ed accesso alle cure hanno portato la regione alla ribalta internazionale, ma in negativo, con il risultato che oltre 300mila voti migrati dal 2013 ad oggi dal PD laziale verso il Movimento Cinque Stelle.

In parole povere – pur essendo Del Rio, Martina e Zingaretti dei politici senza pendenze, blasonati e competenti – sono anche i volti di un Partito Democratico che non riesce a chiarirsi definitivamente ‘a sinistra’, evitando puntualmente lo scontro con i sindacati, mentre si allontana dal ‘ceto medio’ dei consumatori e degli assistiti, soccombenti sotto il peso dei servizi inefficienti e della burocrazia obsoleta.

Non è solo Matteo Renzi che ha fallato, bensì un apparato di partito che ha ritenuto che si potesse amministrare senza governare, nella prodiana convinzione che l’Europa fosse il toccasana di tutti i mali italici.

L’Unione Europea è, viceversa, una locomotiva e non si può stare tutta la vita aggrappati al predellino nè è piacevole viaggiare sempre più spesso nel vagone di coda, sempre che il treno non passi lasciandoci alla stazione.

Che sarà Delrio o Martina o qualcun altro (magari Carlo Calenda, ex Scelta Civica) a far da segretario, speriamo tutti (amici, nemici ed indifferenti) che il PD faccia almeno durare il proprio segretario tutti e quattro gli anni previsti dallo statuto: l’Italia ne guadagnerebbe di sicuro in stabilità.

Quanto al resto, è nei fatti che in queste elezioni il PD ha convinto solo 15% dell’elettorato attivo (7,5 milioni di voti, 22% dei votanti), cioè più o meno come 26 anni fa con il PDS di Achille Occhetto alle elezioni del 1992 (6,3 milioni di voti pari al 16% dei votanti e al 14% dell’elettorato attivo).

Il nuovo segretario del PD avrà l’arduo compito di cambiare il partito in pochi mesi, ripensando il progetto iniziatosi nel 1992, dopo il trauma della spaccatura con la Sinistra di PRC (2,2 milioni di voti pari al 5,6% dei votanti e al 5% dell’elettorato attivo).
Una frattura che è stata ignorata per venti anni trasformandosi in una falla che ha alimentato il Berlusconismo ed in una frana a favore dei populisti come Lega e Cinque Stelle: il forte ancoraggio a settori sociali e finanziari ‘resistenti al cambiamento’ ha assicurato tanto una buona rendita per un ventennio quanto, poi,  trovarsi punto e a capo?

Demata