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La quasi-bufala dei libri gratis nel Lazio

14 Set

La Regione Lazio annuncia sul proprio sito (link) di aver “presentato presso la sede della Giunta regionale il ‘FONDO RIMBORSO LIBRI SCOLASTICI’ una misura da 20 milioni di euro di sostegno economico alle famiglie del Lazio per contrastare l’aumento del costo dei libri di testo per l’anno accademico 2022/23”.

Iniziamo col dire che si tratta di ‘anno scolastico’, quello ‘accademico’ è dell’Università, giusto per fare un po’ di educazione civica, e che … l’anno scolastico è iniziato da 14 giorni e che – ad oggi – gli studenti dovrebbero aver già acquistato i libri che gli servono.
Intanto, la ‘misura da 20 milioni’ è ancora in Giunta, neanche in Gazzetta Ufficiale.

Ma il ‘FONDO RIMBORSO LIBRI SCOLASTICI’ è farina del sacco della Regione Lazio?
No, norme e soldi sono dello Stato.

Infatti, è lo Stato (ed il Governo) che garantiscono e provvedono alla “gratuità, totale o parziale, dei libri di testo in favore degli alunni che adempiono l’obbligo scolastico”, che attualmente è esteso fino alla seconda classe superiore.

Ed è dal 23 dicembre 1998 – mica ieri – le istituzioni scolastiche possono promuovere servizi di comodato d’uso gratuito per la fornitura di libri di testo e di dispositivi digitali per le studentesse e gli studenti, stipulando specifiche convenzioni in accordo con gli enti locali” e le biblioteche potrebbero provvedere “alla fornitura di libri di testo da dare anche in comodato agli studenti della scuola secondaria superiore”.

Va bene, la Regione Lazio ha dimenticato di ringraziare lo Stato per i soldi che spende, tutto qui?

No, c’è anche che l’accesso ai rimborsi per il diritto all’Istruzione è esteso agli studenti con un “indicatore ISEE in corso di validità del nucleo familiare non superiore a 30.000,00 euro”, cioè ben sopra la “soglia di povertà o “a probabile rischio”.
Viceversa, la Regione Lombardia  “mette a disposizione buoni per un valore da 200 a 500 euro per l’acquisto di libri di testo, dotazioni tecnologiche e strumenti per la didattica … a studenti residenti che non abbiano compiuto 21 anni con un ISEE non superiore a 15.748,78 euro”. Stesso tetto Isee in Toscana, un po’ più basso in Veneto e – addirittura – in Campania.

Ovviamente, non sappiamo perché la Regione Lazio voglia ampliare il tetto dei beneficiati al doppio o triplo delle altre regioni nè perché – facendo questo – vada a dimezzare la somma che toccherà a chi è in povertà o a rischio.

Ovviamente, le altre regioni – a differenza del Lazio – menzionano che i rimborsi hanno origine dal Decreto del Presidente della Repubblica  D.P.R. n. 445/2000, ma il dolce (amaro) viene alla fine.

Dicevamo delle scuole già iniziate e degli studenti che già dovrebbero avere corredo e libri.
Beh, mentre nel Lazio ad oggi la proposta è in Giunta, in Lombardia la delibera regionale per spendere le somme stanziate dallo Stato … risale al 22 maggio e in Campania al 7 luglio.

Insomma, la politica degli ‘annunci spot’ quante bufale si porta dietro, se un ritardo appare come una conquista e se un ampliamento in realtà è una riduzione?
La domanda è: pensate che la delibera laziale ancora in Giunta da approvare sia un esempio di buona amministrazione?

A.G.


Operazione ‘Trasparenza: non promettere l’impossibile

5 Ago

La trasparenza comunemente viene vista come una prassi, ma è errato: nella società industriale di massa (e oggi digitale) la trasparenza è un risultato.

Non un ‘comportamento’, ma uno ‘stile’ che viene da più ‘comportamenti’ coesi.

Perché?

Per via della ‘complessità’ e della ‘velocità’, che rendono opaca anche la luce del sole agli occhi dei ‘semplici’ o dei ‘semplificatori’ (che non intravedono prospettive, opportunità e rischi secondari) e dei ‘lenti’ o dei ‘pensatori’ (che non partecipano in tempo reale al ‘processo di cambiamento’, cioè qualsiasi attività finalizzata ad uno scopo).

Questa nozione ebbe una certa diffusione con il Governo Monti ed il suo tentativo di convincere i partiti ad avere una ‘spending review’: fu allora che scoprimmo che la ‘trasparenza’ non è creare una sala dove discutere dei ‘panni’ stesi al sole man mano che arrivano, tutti ed indifferenziatamente, bensì programmare modi e tempi con cui i ‘panni’ distinti per colore e taglia vengono esposti.

Dunque, quando si parla di ‘trasparenza’, si parla di amministrazioni che tutte ed entro i termini compilano i form on line richiesti dalle istituzioni finanziatrici o controllore e pubblicano quando dovuto all’utenza interessata.
Ma … possono farlo solo se sono al passo con la previsione /programmazione e con il rendiconto /risultato di spese, servizi, organigrammi, funzioni, risultati, economie eccetera.

Detto questo, è abbastanza chiaro dove siano le resistenze che hanno fatto cadere tutti gli economisti che in questi anni hanno tentato di intervenire: Amato, Dini, Prodi, Tremonti, Bassanini, Padoa Sforza, Monti e Draghi , ma c’è dell’altro.

Facciamo conto che il Parlamento approvi in soli 12 mesi le riforme profonde che servono ad amministrare nel III Millennio una comunità di 60 milioni di persone: parliamo della Funzione Pubblica, della formazione degli Atti digitali, del sistema di revisione dei Bilanci e … dell’interesse nazionale superiore anche nel caso dei servizi in competenza a Comuni e Regioni.

A seguire, vanno emanati i regolamenti attuativi di competenza di una 40ina tra ministeri e regioni, cioè mezzo migliaio di direzioni generali e relative contrattazioni sindacali.
Ed arrivati al tal punto, cioè dopo forse altri 12 mesi o forse di più, ha inizio il tutto, ma solo dopo l’acquisizione dei dati che servono per quantificare /distribuire le risorse … e sono trascorsi altri 6 mesi, forse dodici.

Arrivati al quarto anno di legislatura (ma potrebbe essere anche già trascorso il quinto …) la programmazione e la ‘trasparenza’ iniziano a procedere nella direzione voluta dal Parlamento 3-5-8 anni prima, ma a condizione … che sia rieletta la stessa identica coalizione che aveva legiferato e stanziato.
Altrimenti, si cambia tot o tutto, che intanto passano altri 3-5-8 anni, … sempre che non ci si fermi per qualche ripensamento.

Dunque, è già molto ambizioso sperare di riformare in 5 anni la formazione degli Atti digitali, il sistema di revisione dei Bilanci e soprattutto riportare all’interesse nazionale i servizi in competenza a Comuni e Regioni. La Funzione Pubblica e la Spending Review?
… toccherà ad un altro governo l’arduo compito di contrattare con i sindacati un radicale cambiamento nel settore pubblico, introducendo – ad esempio – dei tempi di lavorazione uniformi e delle premialità aderenti ai risultati, cioè bonificando le carenze.

A.G.

Roma Capitale, le priorità sociali centrali e le periferie che pagano le tasse

31 Gen

Roma è una città ricca, dove ogni residente gode di un PIL pro capite di 36 000 € all’anno, neonati inclusi. E Roma è una capitale culturale, ricchissima di musei, università, biblioteche, cinema, teatri e centri religiosi.

Come tutte grandi metropoli, Roma ha le sue periferie sconfinate con le sue ‘diseguaglianze’.
Ma è davvero singolare che a soli 5 chilometri dal Colosseo e da Piazza di Spagna ci sia addirittura la “esigenza di progettare accoglienza delle povertà estreme, delle fragilità esistenziali, delle disabilità più discriminate e della diversità etnica”.

Ancora più singolare che – trattandosi almeno in teoria di cittadini residenti – non sia il Comune di Roma a fornire i servizi sociali a quanto pare necessari, ma debbano intervenire tutti gli altri: parrocchia, regione, associazioni e persino il ministero.

In pratica, si “ipotizza un Centro Diurno, che non dia semplicemente sollievo … alla presunta ineluttabile impossibilità di impostare una vita diversa dalla strada o dalla precarietà abitativa e/o lavorativa” per “circa 60 persone italiane e straniere, a cui è stato proposto di condividere insieme l’opportunità di essere Comunità nel Territorio”.

Ma il rione conta oltre 20mila residenti, si trova in un Municipio che ne supera i 300mila, i dati Mef 2021 riportano un reddito medio pro-capite di oltre 28mila euro annui per il CAP di zona e MappaRoma riporta un Indice di Sviluppo Umano medio-alto (0,66-0,69), mentre l’Accesso alle risorse e l’Istruzione sono nella media.

Perché dotare proprio quel territorio – e non le periferie senza servizi – di un progetto che coinvolge solo lo 0,3% dei suoi residenti (“circa 60 persone”)?

Per individuare le persone bisognose di aiuto «ci siamo affidati alla parrocchia poiché molti vengono a prendere i pacchi alimentari; inoltre abbiamo avuto tante richieste dagli anziani che in questo periodo si sentono soli», spiega l’associazione.
Iniziativa benemerita, dunque, ma dove sono a Roma Capitale i servizi per i tanti che sono in semidetenzione a casa e si ritrovano per davvero con la “ineluttabile impossibilità di impostare una vita diversa dalla strada o dalla precarietà abitativa e/o lavorativa”?

«Vogliamo infatti dare un supporto psicologico e relazionale per far tornare queste persone a vivere credendo in loro stesse», auspica il parroco.

Cosa buona e giusta, ma cosa ne sarà di questo “ipotizzato Centro Diurno” che – per ora – funziona con “risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali”: il sindaco Gualtieri lo acquisirà tra gli interventi sociali del Comune di Roma, mettendo struttura, associazioni e servizi a carico di Roma come già avvenuto nel III Municipio?
E, se “ogni giorno” si tengono “laboratori di ceramica, disegno, pittura ma anche di teatro, videomaker,  webdesigner e scrittura creativa, così come momenti culturali”, oltre ad “percorsi video-fotografici e incontri conviviali”  , quante decine persone sono occupate nel Centro?

La Regione Lazio, che ha autorizzato questo “ipotizzato Centro Diurno” con Avviso Pubblico “Comunità Solidali 2019” ed ha la competenza sociosanitaria ‘esclusiva’, perché consente la “accoglienza delle fragilità esistenziali e delle disabilità più discriminate (quali il disagio psichiatrico)”, senza almeno preporre un medico?

Soprattutto, a voler essere equi, cosa intendono fare (e spendere) Regione, Comune e Municipi per le decine di migliaia di residenti del rione adiacente, dove l’accesso alle risorse è molto basso (0,90), l’istruzione pure (0,81), ma c’è la stessa spinta allo Sviluppo Umano?

Con questi parametri, a Roma l’unica Resilienza possibile, l’unica speranza di accrescere occupazione e redditi è la Formazione professionale tecnica, mentre l’Accoglienza a lungo andare fa agisce come un serpente che si morde la coda: la riprova è nei 100 anni di politiche assistenziali romane (dal 1922) e nei risultati pessimi che le mappe mostrano.

Vi chiederete in quale rione di Roma accade tutto questo? Non è importante.
Ma questa è la mappa dei territori dove è maggiormente avanzato il Centrosinistra e potrebbe essere facile indovinare dove si trova questo “ipotizzato Centro Diurno” con circa 60 persone.

A proposito, un Centro Diurno è un servizio intermedio, semi-residenziale, integrativo degli eventuali interventi di assistenza domiciliare, che assicura agli anziani non autosufficienti la realizzazione di attività diurne, con funzioni di natura psico-socio-assistenziale, di mantenimento delle potenzialità e delle autonomie socio-relazionali della persona.

Quanti pensate che siano a Roma i centri e poliambulatori per anziani e quanti altri per le persone fragili, che qui sono oltre il milione?
Dalle ultime elezioni, il malcontento verso le politiche ‘di sinistra’ c’è e si vede.

E qualcuno sa dirci cosa offrono Roma Capitale e la Regione Lazio alle centinaia di migliaia di romani che hanno versato congrue tasse per una vita e continuano a versarle da pensionati, tra cui quelle che vanno alla spesa socioassistenziale? Specialmente, quelli che non vivono in un rione di semiperiferia ben servito.

Demata

Omicron: l’allarme di Cittadinanzattiva Lazio

7 Gen

Alleggerire il lavoro del pronti soccorsi, in fortissima carenza di organico e sovraccaricati da due anni di Covid 19”, a scriverlo è il Segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio, Elio Rosati, (link) “per il personale del PS il concorso presso l’AO S. Giovanni è stato un bollettino di guerra, infatti, il bando prevedeva 153 posti e si sono presentati nemmeno 50 candidati.”

Si tratta del boarding, lo stazionamento in pronti soccorsi dei pazienti che devono essere ricoverati, con conseguente riduzione della qualità assistenziale. Infatti, il sovraffollamento in pronto soccorso (PS) provoca, oltre all’aumento dei tempi di attesa e dell’insoddisfazione dell’utenza, anche quello dei costi erariali, dei disguidi procedurali e del carico professionale.

Infatti, la Regione Lazio due anni fa ha istituito un proprio sistema di codici per i pronti soccorsi che non corrispondono a quelli standard internazionali e non sappiamo se questi codici innovativi aumentino o riducano il boarding (o comunque l’efficienza) nei pronti soccorsi.

Dai quattro chiari e semplici codici colorati (pericolo di vita e accesso immediato alle cure, potenziale pericolo di vita e prestazioni non differibili, poco critico e prestazioni differibili, non critico e non urgente), la Regione Lazio ha creato dei propri codici diversi, estendendo i criteri di differibilità (e di boarding): emergenza, urgenza, urgenza differibile, urgenza minore e non urgenza.

Questa situazione è aggravata dal fatto che, nel Lazio “oltre il 70% (circa 3.000) dei 4.400 medici di base erano over 60 anni” con un rilevante indirizzamento al pronto soccorso dei pazienti, con questi nuovi codici non sono tenuti al pagamento di un  ticket di € 25, come nelle altre regioni quando non sono urgenti.

Due disfunzioni che si alimentano l’un l’altra, combinandosi con la terza anomalia romana: la concentrazione dei siti di ricovero e la forte carenza nei rimanenti territori, spesso popolosi e mal collegati come il III Municipio, dove i tempi di raggiungimento dei pronti soccorsi vanno ben oltre i 15 minuti.
E senza denari non si cantano messe.

Cosa chiede Cittadinanzattiva Lazio?

Innanzitutto, l’utilizzo del personale specializzando per i codici 4-5 (quelli di minore entità) con affiancamento al triage infermieristico”, cosa che comporterebbe anche il benefico effetto di standardizzare codici e procedure differibili o non urgenti, ticket incluso.
Riguardo il boarding, l’appello di Cittadinanzattiva Lazio sollecita la fine di una storica disfunzione dei pronti soccorsi romani, chiedendo la tempestiva presa in carico dei pazienti in attesa di posto letto da parte del personale dei reparti di destinazione, attualmente surrogata dal personale del PS, alimentando il sovraffollamento.

Intanto, “la variante Omicron ha mandato in tilt tutto il sistema di tracciamento già da inizio dicembre 2021 delle ASL. … È evidente, che vi è bisogno di comportamenti responsabili da parte dei cittadini in primis aderendo al ciclo vaccinale e il rispetto in modo rigoroso di tutte le indicazioni relative all’isolamento e alla quarantena (in questo periodo secondo quanto segnalato dai cittadini, sono del tutto saltati), utilizzando il tampone in modo adeguato e non come “telepass” per fare quello che si vuole e l’accesso al PS solo in caso di urgenza.”


Secondo Elio Rosati (e secondo buon senso), servono “atti concreti e immediati: mandate personale sanitario nei PS, svuotate dalle stanze dei PS le persone che sono in boarding e che non devono stare in pronto soccorso. Queste sono le due priorità. Poi, va affrontato il nodo della medicina territoriale.”
Più chiaro di così.

Demata

Toti, Bernabei e gli anziani: tre domande

6 Nov

Il Governatore Toti non ha considerato che, solo come pensioni, gli italiani anziani o invalidi producono oltre 300 miliardi di euro di PIL annuale.


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La produttività degli anziani: siamo il paese dove quasi 20 milioni di anziani e invalidi non hanno nè percorsi nè servizi domiciliari, ma solo prestazioni regionali ‘universali’ e sottobanco allungano 50 euro per volta a chi gli fa la spesa o le punture o qualche commissione, sempre che non ci siano 3-500 euro da spendere per il consulto in intramoenia o diverse migliaia per i congiunti più giovani e meno produttivi
E senza parlare dei malati fragili over55 incastrati nel lavoro, mentre cercano di non aggravarsi troppo, grazie a leggi che hanno trasformato il pensionamento in una corsa ad ostacoli.

Proprio riguardo gli anziani e dei lavoratori con malattie croniche a contatto con mille persone arrivano le affermazioni del prof. Roberto Bernabei, primario di Geriatria del Policlinico Gemelli di Roma e membro del CTS, che a Piazza Pulita riguardo il Covid precisava: “Se questa malattia fucila i vecchi è una cosa molto grave, naturalmente. Però è, come dire, una malattia normale… Le malattie infettive purtroppo aggrediscono i più fragili”.

Una malattia infettiva tra le tante che normalmente uccidono tanti anziani e malati fragili, se la nostra società non è organizzata per tutelarli, insomma.

Una società – dunque – che potrebbe non bloccarsi per la pandemia da Coronavirus, se fosse effettivamente strutturata per tutelare alcuni diritti di tutti, quando diventiamo anziani o invalidi.
Un sistema dove partite iva e lavoro dipendente trovano un reddito stabile anche durante una crisi, se quei 300 miliardi di pensioni fossero spesi per gli anziani e dagli anziani.

Se in Italia gli anziani e gli invalidi ‘spendono’ oltre 300 miliardi di consumi – e tale è l’entità reale – resta davvero oscuro come mai non è possibile garantirgli sanità, previdenza e assistenza adeguate e come mai questa enorme somma non alimenta lavoro ed impresa per i servizi alla persona e l’artigianato?

Relegando in casa gli anziani e i malati fragili, come si pensa di adeguare i servizi regionali sanitari e assistenziali? E che consumi deriverebbero da quei 300 miliardi di euro che ‘producono’?

Senza le Casse, Mutue, Residenze eccetera che il sistema ‘universale, ma regionale’ ha fagocitato a partire dal 1974, quale infrastruttura di , Servizi alla persona può mai offrire l’Italia per tutti noi quando invecchiamo o ci ammaliamo cronicamente?

Demata

Servizio Sanitario: conoscere per capire

2 Mag
(tempo di lettura 4-5 minuti)

Se verifichiamo i passaggi normativi riguardo la Salute, troviamo in Costituzione DUE articoli e non uno.
Infatti, fino alla Crisi del Petrolio di quasi 50 anni fa, avevamo l’Istituto Nazionale Assistenza Medica per l’art. 32 e la Mutue dei vari ordini e comparti di lavoro per l’art. 38.

art 32

Poi, nel 1974, mentre esplodeva il costo del petrolio e crollavano la Lira, la Sovranità e il Bengodi italiani, molte Mutue fallirono e le Regioni vennero preposte temporaneamente al Servizio Sanitario.

Che le intenzioni non fossero delle migliori fu chiaro fin dall’inizio: l’idea era quella di assorbire anche le Mutue sane (leggasi ENPAS, con milioni di dipendenti pubblici), onde compensare l’incapienza finanziaria di quelle dei settori sociali incontribuenti.
Ma andò peggio, dato che la storia d’Italia degli Anni ’80 fu un continuo rinnovarsi di bilanci sanitari regionali finiti in tribunale (Corte dei Conti Regionale – CoReCo), fino al crollo della Lira (… un’altra volta) del 1994.

E fu in quegli anni che l’articolo 38 della Costituzione venne del tutto accantonato per passare alla “Sanità Universale”, estendendo ai non contribuenti quello che già il lavoratori si garantivano versando il 9,9% del reddito.

art 38

Letto cosa prevede l’art. 38 e che non c’è più da due generazioni, eccetto per le elite che hanno conservato le Mutue, è evidente che la Sanità Universale consisteva in una ‘spalmatura solidale’ delle risorse, una ‘redistribuzione’ in cui i “lavoratori ai sensi dell’art. 38” provvedevano anche ai “non lavoratori ai sensi dell’art. 32”.
Sarà per questo che sanità e pensioni sono un colabrodo?

Per i nostri ottimisti padri della II Repubblica, l’ipotesi era ‘anglosassone’ con lo Stato controllore, le Regioni amministratrici e le aziende erogatrici: così iniziammo.

Poi, la riforma del Titolo V della Costituzione in cui

  1. lo Stato abdicava ai propri poteri,
  2. le Regioni potevano proseguire con la burocrazia malasanitaria e sprecona condannata ai tempi dei CoReCo,
  3. i CoReCo nel frattempo erano stati depotenziati, 
  4. le ‘Aziende’ (ASL) restavano dei nani ambulatoriali e dei giganti burocratici
  5. le Facoltà Mediche assurgevano ad Enti Territoriali diventando conglomerati di servizi cheap, ricoveri ordinari, pronti soccorsi eccetera, cioè si trasformavano in ‘aziende’, ‘posti di lavoro’ e ‘appalti’.

Arrivati alla terza crisi finanziaria nazionale in cinquant’anni (non dimentichiamolo), l’Italia del III Millennio dovette tirare la cinghia e scegliere se cambiare o mantenere l’esistente.
Era iniziata già anni prima della batosta, con la ‘brillante’ soluzione di mantenere l’esistente (e gli sprechi) con i ‘nostri soldi’ e cambiare, usando i soldi dell’Europa (progetti) … peccato che questi denari erano per il sociale, per la formazione, per l’innovazione, per le reti sociali ma non per la Sanità, intanto divenuta ‘sociosanitaria’ … guarda caso.
Sanità obsoleta e Welfare a progetto: è anche questo il lascito di chi governava le Regioni venti anni fa.

Dicevamo della batosta: anno domini 2010.
Anche stavolta c’era da cambiare o mantenere: tagliare rami morti, innestando quelli nuovi. Furono tagliati i rami deboli, non quelli morti, e di nuovo si è visto poco, perchè le ASL restavano depotenziate e, con loro, i Livelli Essenziali di Assistenza per le malattie croniche e quelle rare.

Un diluvio di scelte regionali molto discutibili, tra cui quelle che ‘paghiamo’ oggi:

  1. derubricare a livello ambulatoriale non significa tagliare i ricoveri per i casi acuti
  2. garantire LEA e Centri a carico del SSN non significa far convergere tutti i malati cronici e rari sui Policlinici Universitari che ad altro servono
  3. risanare il bilancio non significa mettere in previsione solo le spese di personale regionale senza ampliare e ammodernare
  4. la specialità medica in igiene e medicina preventiva si è ritrovata ad essere l’unica con un piano di studi conforme ai requisiti della dirigenza sanitaria aziendale, che prima era aperta a tutte le specialità ‘di reparto’, senza un corrispettivo ‘consiglio d’amministrazione’ multispecialistico
  5. il sorgere di enti come gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e le Residenze SocioAssistenziali, il primo equiparato ad ‘ospedale’ ed il secondo a ‘lunga degenza’, ma senza le stesse regole degli ospedali, come abbiamo scoperto dalle ordinanze regionali per il Covid-19
  6. le priorità politiche disperse nei mille rivoli del consenso ed anteposte alle esigenze di salute effettive sul territorio.

Se questa è la Storia scritta negli Atti Parlamentari e nelle Emeroteche, sarebbe il caso che si ritorni all’ordine che c’era nel 1974 e ancora ai primi Anni ’90:

  1. libera scelta dei lavoratori convenzionati
  2. medicina del territorio con ambulatori, ospedali e medici di base
  3. posti letto sia per epidemie e i disastri sia comunque per fare gli accertamenti multispecialistici dei tanti che vagano tra un Recup e l’altro senza uscirne con una diagnosi completa
  4. eccellenza medica universitaria che sia da riferimento sia nelle situazioni difficili sia per guidare l’innovazione, formare nuovi medici ed anche fornire servizi sanitari
  5. riconoscimento della scelta dell’assistito in caso di malattia nel rivolgersi alla sanità pubblica diretta, convenzionata o assicurativa,  senza discriminazioni

L’Italia vorrà constatare che la Sanità compete ai medici e non ai politici, che – piuttosto – sono coloro che devono rispondere dei bilanci regionali che approvano?
E, a monte, lo Stato vorrà dotare il Ministero della Salute e quello del Welfare del sistema di monitoraggio che gli compete, visto che sono quasi 15 anni che doveva essere introdotto la valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA) e forse 10 che almeno andavano inviati gli organigrammi delle strutture ospedaliere all’Anac.

Intanto, il 1° giugno finisce il lockdown e riaprono i tribunali: inizieremo a capire cosa quanti studi legali invieranno istanze e denunce, a partire dagli accessi agli atti per quello che è accaduto in questi tre mesi e da che lato pende la bilancia?

Intanto, rinviando a casa un assistito dicendogli di attendere sintomi peggiori prima di accedere ai farmaci che solo gli ospedali hanno, la Sanità garantisce il Diritto alla Salute e diffonde un’adeguata percezione dei rischi da Covid?

Demata

Roma Capitale e i Servizi domiciliari durante il Covid-19

17 Mar

Il Governo d’intesa con le Regioni potrebbe prevedere con urgenza degli obblighi per i Comuni riguardo l’assistenza domiciliare, onde intervenire con la Protezione Civile ed in modo omogeneo.

unnamed (1)Facendo una ricerca su Google (“servizi domiciliari” + “comune”) si trovano diversi interventi dei Governatori regionali che invitano i Comuni a fare la loro parte, ma sono pochi gli avvisi di servizi attivi per anziani e disabili poco autosufficienti o ‘fragili’.

– Bolzano ha fermato i servizi diurni e le mense per anziani, ma ha avviato il servizio di pasti a domicilio
– Milano si attiva per potenziare l’assistenza domiciliare urgente per anziani e persone fragili
– a Firenze parte il nuovo servizio di consegna domiciliare gratuita di farmaci e spesa per over 65 e immunodepressi
– Rivoli alle porte di Torino ha attivato il servizio di assistenza domiciliare della Protezione civile, rivolto principalmente ad anziani, persone immunodepresse o con difficoltà di deambulazione che non abbiano la possibilità di ricevere l’assistenza da parte di parenti o conoscenti e che non siano seguiti da altri servizi pubblici
– a Rescaldina in piena zona rossa sono garantiti alle persone anziane over 65 e disabili servizi di assistenza domiciliare (SAD), consegna a domicilio di pasto caldo e di generi di prima necessità;
– Trieste ha organizzato almeno per chi è più anziano di 70 anni e persone con difficoltà di spostamenti un servizio per commissioni di prima necessità, trasporto farmaci e servizi alla persona.
– a Palermo è pronto un piano per assistenza domiciliare ad anziani e il censimento dei casi da assistere è già avviato
– in Puglia Anffas e Forum-famiglie chiedono di rafforzare e incentivare i percorsi di assistenza domiciliare per disabili
– in Veneto gli Ordini delle Professioni Infermieristiche della Regione hanno proposto di potenziare il servizio di assistenza domiciliare infermieristico e dell’infermiere di famiglia, anche attivando i liberi professionisti
– in Campania De Luca interviene duramente verso i Comuni e si attendono iniziative
– in Abruzzo Atri e altri comuni hanno attivato un servizio di assistenza domiciliare tra cui la consegna medicinali
– in Molise la Protezione civile attiva l’assistenza a domicilio, alimenti e farmaci per gli anziani. 

E Roma? E la Regione Lazio? Non sembra ci siano avvisi on line come nelle altre regioni. L’unica iniziativa pubblicizzata sembra essere quella della convenzione con il Columbus Gemelli per il  il Covid2 Hospital.

Del resto, Roma Capitale era riuscita, nel 2017, ad assicurare solo a 5.866 persone diversamente abili l’assistenza domiciliare SAISH (Servizio per l’autonomia e l’integrazione della persona disabile: +18,7% rispetto al 2016).

Eppure, la città di Roma oggi ha oltre 600.000 residenti over65 che per mesi dovranno avere contatti limitati, con esigenze di caregiving diffuse, dato che non sono stati introdotti per tempo i servizi telematici e tanti non sanno usare neanche uno smartphone.
Quanto ai disabili, in Italia sono il 7% della popolazione e, dunque, a Roma dovrebbero essere almeno 200.000 e spesso vivono da soli.

Intanto, solo stamane Nicola Zingaretti ha annunciato  che “nel Lazio stiamo costruendo la rete per garantire il massimo dell’assistenza” e speriamo che sia almeno pari al “minimo dell’assistenza” esistente altrove … quando l’avranno finito di costruire, sia chiaro.
Quanto al Comune, che dire … solo ieri sono partiti i blocchi stradali.

Intervenga il Governo con la Protezione Civile.

Demata

La responsabilità storica di Nicola Zingaretti

23 Ago

Sarebbe bastato sostenere un governo Conte bis, dando spazio a Matteo Renzi ed ai molti parlamentari che lo seguono e che hanno un dialogo con i Cinque Stelle, per riportare il Partito Democratico al governo in una fase determinante per il futuro dell’Italia.

zingaretti

Invece no, Zingaretti ha confermato che il PD che ‘decide’ è quello dei notabili ‘regionali’, cioè quello che ha scatenato il malcontento che da anni sostiene Cinque Stelle e Lega e che da sempre è diffidato dalle varie anime liberali.

Ed è spesso anche il PD di quelli che a fine mandato lasciano sempre più tasse, più tagli e più debiti: tutti ricordiamo il debito strutturale di Roma lasciato da Valter Veltroni ed oggi sulle spalle di Virginia Raggi. E, comunque, basta vedere la Regione Lazio di Nicola Zingaretti che ogni anno spende oltre metà del bilancio solo per coprire debiti e mutui, investimenti e innovazione poco e nulla, spese di personale elevate, qualità dei servizi tutta da capire, in alcuni casi addirittura a partire da quali prestazioni offrano …

Non è un caso che in questi giorni accanto a Nicola Zingaretti si sono visti Del Rio, Orlando e Gentiloni, ma non Matteo Renzi nè Serracchiani o Boschi, Giachetti o Martina, Calenda o Picierno o Pisapia.
Quale PD rappresenta Zingaretti nella trattativa con i Cinque Stelle: l’apparato o i parlamentari? I notabili o la base? 

La questione è di rilievo sia in un’alleanza con i Cinque Stelle sia per qualsiasi governo futuro: il PD di Zingaretti è per caso ancora quello del volontariato trasformato in business, della cultura ridotta a propaganda, dell’innovazione fine a se stessa, delle manutenzioni demandate ai posteri e della Sanità fai da te causa debiti ?

Se tale fosse il PD di Nicola Zingaretti – e sembra proprio che lo sia – è difficile che Di Maio e Casaleggio, seppur inesperti, vadano a replicare in segno opposto col  PD l’esperienza appena conclusa con la Lega.

Matteo Renzi ha raccolto molte antipatie e lo stesso vale per Elena Boschi, ma il percorso che avevano tentato andava nella stessa direzione dei Cinque Stelle: Zingaretti ed il suo PD sono proprio quello contro cui sono sorti i Cinque Stelle.

Non è la prima volta che i Democrats italiani arrivano al momento cruciale con il segretario sbagliato …

Già, perchè mentre tutti noi siamo preoccupati per i circa 28 miliardi di euro che vanno trovati per evitare l’ennesimo baratro, Nicola Zingaretti annuncia una ‘imposizione fiscale progressiva‘ … mica per risanare un tantinello il bilancio che fa acqua o per rilanciare l’occupazione eccetera … no, l’imposizione fiscale annunciata dal PD serve per “redistribuire il reddito e combattere le disuguaglianze”.

De Angelis per Huffington Post racconta che: “due ore per un segnale che non arriva, il volto scuro, le parole con cui certifica il doppio forno, il Capo dello Stato prende atto della crisi dentro i partiti. Entro mercoledì il nome di un premier o lo scioglimento“. 

Scioglimento del PD per salvare il Parlamento o scioglimento del Parlamento per salvare il PD in attesa che si divida secondo natura?
Questa è e sarà la responsabilità storica di Nicola Zingaretti.

Non è il solo: ci sono le responsabilità passate di Occhetto, Veltroni e D’Alema nelle fasi precedenti al PD e c’è ancora oggi il ruolo epocale di Berlusconi nel paralizzare tutto il Centrodestra.
Bisognerebbe ripartire dal 1946 e da De Gasperi, ma dove trovare i soldi del Piano Marshall per far ripartire l’Italia?

Demata

L’Italia senza riforme perchè è senza Politica?

3 Mag

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ISBN 978-3-7630-2731

Pochi vorrebbero sapere che quel BBB- di S&P per l’Italia  significa che nel 2018 abbiamo mantenuto una “adeguata capacità di rimborso”, come era con il Governo Gentiloni, ma anche che da adesso in poi “potrebbe peggiorare verso un debito prevalentemente speculativo“, calando a “BB+”.
Ricordiamo che era diventato BBB con Enrico Letta, era sceso a BBB+ dopo la ‘finanziaria’ del Governo Monti e che fino al 2006 era ancora in classe “AA”, cioè l’Italia aveva ancora una “alta capacità di pagare il debito”.

Ancora di meno devono essere quelli che desiderano ricordare che il rating “Ba2” di Moody’s alla Regione Lazio di Nicola Zingaretti, significa “debito con un certo rischio speculativo” e – dunque – c’è poco da esultare (“stiamo dimostrando che gli sforzi di serietà, credibilità ed equità sono riconosciuti in modo positivo anche dagli analisti dei mercati” …). Tra l’altro, avere un outlook stabile, mentre l’Ente prevede di destinare al rimborso di mutui, debiti e interessi oltre la metà della spesa annuale prevista, significa che non si prevedono miglioramenti a medio termine.

Il declino inizia nel 2003-4, quando Standard & Poor’s segnala le prospettive della “AA” da stabili a negative, più o meno mentre il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio accusava il Governo Berlusconi di non aver realizzato quelle riforme strutturali che sono le sole che potranno incidere a lungo termine sul deficit pubblico ed il ministro dell’Economia e Finanza, Giulio Tremonti, replica che “per le riforme occorre tempo” ..

E peggiora nel 2006 scendendo ad “A+” (cioè da “qualità più che buona a qualità media del debito), con l’allenza per “il governo e di lotta” tra ex democristiani e postcomunisti del presidente del Consiglio Romano Prodi, quando, mentre il ministro dell’economia Padoa Schioppa annunciava che il crollo della produzione industriale era “molto più di una frenata”, i media ed i sindacati insistevano … sulla bufala del ‘tesoretto’ per destinarne 2,5 miliardi a misure per lo stato sociale.

Colpo di grazia a settembre 2011, quando Standard & Poor’s taglia il rating dell’Italia da A+ ad A, cioè in procinto di ritrovarsi con un credito/debito di Qualità medio-bassa, dopo ad una  finanziaria 2010 di pochi miliardi voluta dal Governo Berlusconi … pochi mesi dopo si era dovuto aggiungere un “manovra correttiva” da oltre 25 miliardi.
Bene ricordare, però, che già ad ottobre 2009 l’ex ministro Mario Baldassarri aveva già lanciato l’allarme, chiedendo un emendamento per  35 miliardi di tagli da effettuare sugli acquisti dei beni e servizi della Pubblica Amministrazione, che negli ultimi 3-4 anni erano aumentati del 50%, soprattutto nella Sanità.

Era il 2009 e si iniziava a parlare anche della spesa sanitaria pubblica nella prospettiva del federalismo fiscale ed, avviatosi un enorme trasferimento di poteri sulle risorse, la Sanità finiva per essere gestita non più da economisti e giuristi, come fino ad allora era consuetudine, trattandosi di un settore assicurativo-assistenziale, bensì dai politici e dai medici, ambedue – almeno come categorie – in totale conflitto di interessi, visto che i primi raccolgono voti e i secondi compensi e carriere. Addio bilanci regionali, salvo quelli delle regioni dell’ex Lombardo-Veneto.

Sappiamo come è finita: con il segretario del Partito Democratico che esulta se la ‘sua’ Regione soffre per l’outlook stabile (cioè persistente) per un “debito con un certo rischio speculativo” secondo Moody’s, come la Lega e i Cinque Stelle che esultano per uno 0,1% in più sul PIL, che è come svuotare una vasca da bagno con una tazza.

Intanto, con BBB- di S&P l’Italia è alla pari di Ungheria e Marocco – in termini di capacità di ripagare i debiti – mentre con Ba2 di Moody’s la Regione Lazio sta messa più o meno come … Monte Paschi di Siena nel 2013.

In un mondo politico di gentry, pervenuti e cointeressati è difficile annunciare un disastro ed ancor meno tentare di introdurre correttivi: è dall’inizio del Nuovo Millennio che si tenta di farlo senza altro risultato che una fetta consistente di elettorato che si sposta verso chi gli promette ciò che piace e non ciò che serve.

Come vanno le cose glielo lo racconteranno solo due giorni prima del baratro. Oppure dopo …

Demata

Salvini lascia il governo e punta all’Europa?

8 Feb

379445_0_0Matteo Salvini si candiderà al Parlamento Europeo alle prossime elezioni. Anzi, sarà candidato come capolista per la Lega in tutta Italia alle elezioni europee del 26 maggio, questa la notizia scoop di Affaritaliani.it.

Dunque, la sua elezione sarebbe sicura e, nel caso, altrettanto certa sarà … la caduta del Governo: mica Matteo Salvini può candidarsi in tutta Italia, diventare il primo eletto e poi rifiutare il seggio a Bruxelles …

Vedremo come andrà a finire, tanto non è l’unico caso.
Ad esempio, c’è quello di Nicola Zingaretti che, eletto governatore della Regione Lazio un anno fa senza però una propria maggioranza, sono sei mesi che “corre” per la segreteria del PD, con sei milioni di laziali che attendono l’esito delle Primarie per sapere se ‘lui’ si dimetterà per diventare segretario oppure – vincendo Martina – dovrà farlo perchè i numeri in Regione non tornano.

Ritornando a Matteo Salvini, una sua candidatura in Europa per poi rinunciare certamente verrebbe percepita come una furbesca mossa per accaparrarsi il voto del popolino, che certi dettagli non immagina, oltre a focalizzare su un singolo “Uomo Nero” tutta l’attrattività a Centro-Destra, cosa che già oggi comporta enormi problemi con la base, abituata ad organizzarsi democraticamente per sezioni, circoli, convegni eccetera.

Intanto, delle promesse di Matteo Salvini della campagna elettorale italiana del 2018 ormai è Storia ‘passata’: la Flat Tax è dimenticata, la vigente Fornero  conviene più della Quota 100, le espulsioni degli immigrati illegali sono più o meno le stesse, i Centri per rifugiati vengono svuotati e ci ritroviamo per strada con più stranieri ‘irregolari’ di prima, litighiamo proprio con la Francia con cui abbiamo una bilancia commerciale positiva, le grandi opere stanno ancora aspettando, qualche problemuccio con Santa Sede e Magistratura … 

In meno di un anno questi sono i risultati politici: sarà anche per questo che Matteo Salvini punterà al seggio sicuro in Parlamento Europeo, presentandosi come capolista ovunque e diventando il leader della Destra Europea?

Demata