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Immigrazione, sicurezza, lavoro e servizi pubblici: ecco i temi centrali delle Elezioni 2019

15 Mag

 

L’articolo dell’Huffington Post che vi invito a leggere racconta qualcosa di terribile ed arriva direttamente dal Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria.
Difficile parlare di Libertà e Democrazia, se un Garante deve narrare la vicenda sulla stampa nazionale, pur di essere ascoltato.
 
Prendere un albergo per una sola notte – da cittadino europeo con una moglie incinta diretta in Germania dove avrà diritto addirittura a chiedere la cittadinanza – in Italia è un reato anche se l’aereoporto di Fiumicino, come tutti gli altri, non offre aree di ristoro per le donne incinte in transito.
 

La ‘colpa’ non è della Magistratura, ma della legge italiana che è scritta male: lascia in circolazione persino gli stranieri condannati per reati come scopriamo dalle cronache, respinge in Libia persone che avrebbero diritto a rifugiarsi o transitare e blocca alle frontiere famiglie innocue e operose, riempie le carceri di criminali senza futuro, ma permette lo sviluppo di un enorme mercato del lavoro nero che in alcuni contesti scopriamo esser vicino allo schiavismo.
Ed il lavoro nero massivo si chiama speculazioni, evasione fiscale, sottosviluppo, mafie, lobbing, clientelismo.

 
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Il problema vero – direbbe qualcuno – è che la gestione dei migranti irregolari e quella degli immigrati che delinquono abitualmente è direttamente correlata al ‘garantismo’ procedurale e di diritto che – come leggiamo – consente a certi stalker di proseguire imperterriti, a noti delinquenti di ritornare ‘al lavoro’ poco dopo un arresto, a stupratori infami di trascorrere gran parte della pena ai domiciliari in attesa di processo e … ai colletti bianchi di finire in prescrizione elidendo così anche i danni civili ed erariali.
Non dimentichiamo che tra gli effetti di un ‘certo garantismo’ ci furono la depenalizzazione del falso in bilancio e l’elisione della responsabilità giuridica.

Il problema vero – direbbe qualcun altro – è nella normativa sul lavoro (nero) che oggi in Italia, che non riesce ad incidere neanche sul ritorno del caporalato estirpato negli Anni ’50, figuriamoci nelle fabbrichette e nei servizi. Sarà per questo che gli italiani certi lavori non vogliono farli? O che gli stranieri debbano sottostare ad espedienti pur di lavorare?
E se gli immigrati sono qui per dare una vita dignitosa ai figli, non basta di sicuro un welfare che lascia tanto spazio all’anti-Stato, se crede di risolvere tutto con enormi ammassi di case popolari per disoccupati, sottoccupati e invalidi o anziani indigenti, come a Quarto Oggiaro, allo Zen, a Secondigliano, a Tor Bella Monaca.

 
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Intanto, tra pareri discordi e senza affrontare la questione che è strutturale (dato che hanno buone ragioni e soluzioni incomplete ambedue i fronti), finisce che la Lega e i Cinque Stelle su queste falle del sistema (immigrazione, sicurezza e impunità dei colletti bianchi) hanno costruito una base di consenso enorme, offrendo delle non-soluzioni populiste, mentre quel che manca sono le riforme che attendiamo dagli Anni 70.

Gran parte degli italiani – da quando abbiamo iniziato a spiegare che i rifugiati non sono immigrati e che i meridionali non sono stranieri – ha tirato un sospiro di sollievo, lo stesso Salvini da allora ha iniziato ad evitare certe ‘goliardate’ come le chiama lui, è chiaro il mandato dato ai Cinque Stelle dal massivo voto meridionale.

Affrontare queste questioni in termini di metodo e di soluzioni strutturali comporta visibilità e voti, oltre a rassicurare Borse, Europa ed Nato.
Non affrontarle equivale a non scendere in campo su grandi questioni mediatiche e social, se parliamo di elettori: lascia ancora più spazio ai populisti e relega all’oblio.

Nel 2019 saranno in lizza tanti seggi locali, nazionali ed europei: i partiti ‘tradizionali’ avranno voglia di iniziare a far le riforme che non hanno fatto per vent’anni?
E se continueranno a non affrontare il ‘collegato’ immigrazione-sicurezza-lavoro-servizi-giustizia come pensano di governare una Nazione politicamente allo stremo?

Demata

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Armi: i dati europei e le ragioni della National Rifle Association

24 Feb

In Italia, secondo Wired.it, “una ricerca delle Nazioni Unite del 2008 aveva stabilito che il 12,9% dei cittadini possedeva un’arma in maniera legale” e che, nel mondo, “il tipico possessore di armi ne tiene in casa tre tra pistole e fucili”. Dunque, calcolando che all’epoca eravamo 60,5 milioni, questo potrebbe equivalere a circa 7 milioni di italiani ‘armati’ e a non meno di 10-15 milioni di armi semiautomatiche che potrebbero essere in legale possesso degli italiani.

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Le stime ufficiali (in Italia non esiste un registro delle armi) raccontano di ‘soli’ 7 milioni di armi circolanti, cioè la metà di quanto ragionevolmente possibile, se  Firearms in the European Union, un rapporto dell’ottobre 2013, riportava  25 milioni di armi regolarmente registrate da privati cittadini per la prima e  19 milioni per la seconda. Ad ogni modo, stando ai dati di Gunpolicy.org , non eravamo al 34% degli USA o al 37% della Finlandia e neanche al 6,1 di Inghilterra e Galles o al 4,8% dell’Olanda, ma più o meno in media con Germania, Svezia e Francia attestate intorno al 16%.

In Europa, le vittime per armi da fuoco sono circa 6.700 all’anno secondo uno studio del Flemish Peace Institute. Un numero molto più basso (nonostante l’Unione europea abbia 503 milioni di abitanti a fronte dei 302 milioni degli Stati Uniti) di quello che si registra negli Stati Uniti, dove nel 2014 pistole e fucili hanno provocato l’uccisione di 33.599 persone con un tasso di mortalità di 10,54 vittime su 100 mila abitanti..

I dati europei sono essenziali per capire perchè la National Firearms Association nega che la diffusione delle armi da fuoco abbia un nesso diretto con il numero di omicidi da arma da fuoco:

  • la Finlandia (37% cittadini armati) e la Svezia (16%) hanno la stessa quota di cittadini uccisi o suicidati con armi da fuoco (0,45 e 0,41 a testa ogni 100 mila residenti) 
  • la Francia (16% cittadini armati) e la Gran Bretagna (6%) che fanno segnare a testa (0,06 e 0,07) lo stessa media di cittadini uccisi o suicidati con armi da fuoco
  • l’Italia (12% cittadini armati) ha un tasso di omicidi da arma da fuoco (0,71) enorme rispetto a nazioni dove le armi sono diffuse in modo paragonabile come Francia, Germania e Svezia (16%).

In Europa, come confermato da un accurato studio pubblicato da Lettera43 , la Germania ha il numero di armi più alto e la Finlandia il numero maggiore di pistole e fucili per cittadino, ma proprio l’Italia, che è il principale produttore di armi da fuoco, ‘vanta’ anche il maggior numero di omicidi da armi da fuoco, la cui diffusione non è censita, ma solo stimata.

Inoltre, la NRA statunitense rivendica un nesso ‘positivo’ tra diffusione delle armi da fuoco e sicurezza dei cittadini ed anche in questo caso l’Italia ‘vanta’ numeri a favore degli armaioli.
Il nostro Bel Paese è primo al mondo nella classifica per il numero di agenti presenti sul territorio, se si vuole escludere Russia e Turchia, con 467 unità  ogni 100.000 abitanti, mentre negli Stati Uniti dove sono disponibili almeno 300 milioni di armi da fuoco ed il 34% ne possiede almeno una, di di ‘law enforcement’ ne bastano 230 ogni 100.000 persone, a parte il senso di sicurezza/insicurezza che appare essere ben diverso, almeno a leggere le cronache.

A monte dell’uso di armi da fuoco contro altri esseri umani inermi esistono solo scelte personali di chi si fa assassino, eventualmente facilitate da fattori socioculturali, come – ad esempio – quelli che connotano così particolarmente l’Italia (ad esempio il crimine organizzato e la lentezza della Giustizia) o che vedono la maggiore diffusione di armi negli USA proprio negli stati rurali che maggiormente soffersero la Guerra Civile e la Recessione oppure ne esige la ‘libera vendita’ come negli USA e non solo.

Ma questa è un’altra storia, quella dell’Homo Sapiens e non degli ‘attrezzi’ da lui creati.

A noi tutti interessa sapere che delle armi letali ed abbastanza semplici da usare non arrivino nelle mani sbagliate.
Censirle in un registro non sarebbe affatto male.

Demata

Giustizia, i dati ufficiali: cosa riformare?

23 Ago

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, i detenuti in Italia sono 52.144 alla data del 31 luglio 2015, più altri 32.586 ‘liberi’ per misure alternative come l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, il lavoro di pubblica utilità, la libertà vigilata o controllata.
Eppure, nel solo 2011 erano 1.319.929 i procedimenti penali per reati ordinari con autore noto definiti presso le Procure della Repubblica.

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Impressionante il numero esiguo di mafiosi detenuti (7.023) o degli ergastoli (1.603) e delle pene superiori ai 20 anni (2.155), mentre solo gli omicidi volontari in Italia sono di media più di 500 l’anno.

Balza anche all’occhio che i detenuti italiani sono equamente distribuiti per fasce d’età, cosa che dimostrerebbe che almeno una parte di chi incappa nella legge è un delinquente abituale che opera per l’intero arco della vita ‘lavorativa’. Sarebbe il caso di tenerne conto …

Che le cose non vadano una favola per i cittadini comuni è ben descritto dai  21.562 detenuti per reati contro la persona, altri 10.088 per violazione delle leggi sulle armi, per non parlare dei 1.110 incarcerati (pressoché tutti italiani) per reati contro il sentimento e la pietà dei defunti.
Gli stranieri rappresentano circa il 30% dei detenuti per reati contro la persona, traffico di droga e contro il patrimonio.

Riguardo il consumo di stupefacenti come per la povertà ci sarebbe da arrivare a nuove norme sulle droghe e sul reddito minimo, visto che 3.899 persone finiscono in carcere per mere contravvenzioni.
Inoltre, su 29.234 consultati, in gran parte italiani, 17.144 sono in possesso della licenza media, 6.023 hanno appena completato le elementari, 1.768 sono privi di titolo di studio o analfabeti.
Dunque, la prima causa della criminalità andrebbe ricercata nelle più o meno sfortunate famiglie d’origine come nel metodo delle politiche sociali adottate, che opta per lasciare i figli ai genitori anche quando questi sono autori di delitti orribili come a Cogne o Milano.
Compresa nella questione c’è anche la Buona Scuola, l’annosa questione della valutazione e l’incapacità a contenere la dispersione scolastica, se da noi c’è una delle più basse percentuali di diplomati/laureati dell’OCSE, ovvero terreno fertile per povertà e crimine.

La questione non è nei tribunali: essa compete a chi legifera.

Quando si parla di riforma della giustizia, tre sono le cose che davvero interessano il cittadino medio.
La prima è di essere in un’effettiva posizione paritetica rispetto all’accusa ‘in nome del popolo italiano’, ovvero la separazione delle carriere e degli organi inquirenti, ma soprattutto la questione della privacy e del limite temporale certo da porre agli iter processuali, che dovrebbero estinguersi o concludersi entro un termine ragionevole.
La seconda è essere sicuri di non ritrovarsi il delinquente che ha denunciato a piede libero sotto casa sua dopo due giorni o poco più. Dovrebbe essere evidente che i reati contro le persone sono ‘urgenti’ e ‘gravi’ fino a prova contraria, non il contrario, e che secondo buon senso un pluripregiudicato non dovrebbe fruire facilmente di arresti domiciliari, misure alternative e sconti di pena.
La terza è che scuola e servizi sociali intervengano adeguatamente nel caso di minori a rischio. Ignoranza e abusi in famiglia generano povertà e crimine. Ne verremo fuori senza potenziare i Tribunali dei minorenni e continuando ad esternalizzare servizi educativi e sociali, mentre le scuole restano ognuna una repubblica a se?

Demata

CSM, Giustizia e Welfare: tutto tace nel Partito Democratico

1 Ott

La Costituzione (art.104) prevede che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente e Procuratore generale della Corte di Cassazione.

Si aggiungono i componenti elettivi per i quali la Costituzione non indica il numero, ma prevede che per due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione (c.d. membri laici).

Nel caso di Teresa Bene, avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, gli anni di avvocatura sarebbero solo sette e non si  comprende perchè sia stata candidata e votata dal Parlamento e perchè anche dopo il voto – durante il quale la questione dei ‘requisiti’ era già emersa – si è voluto arrivare all’estrema ratio mettendo in imbarazzo CSM e Presidente Napolitano.

Il centro della questione è quella che appare essere sempre più una ‘faida’ nel Partito Democratico, con pretese veteropartitiche, agguati e imboscate, blocchi ed ostruzionismi, fughe di notizie e levate di scudi prive di base, ottimismi spegiudicati mentre le riforme languono.

A  sponsorizzare Teresa Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva come consulente quando era responsabile dell’Ambiente, ma alla sua candidatura si è arrivati dopo che le Camere (ed una buona parte del PD) hanno fatto blocco sul nome di Luciano Violante.
Intanto, l’onere del Welfare e del Lavoro è scaricato dai nostri Media su Matteo Renzi e la sua compagine di quarantenni, mentre c’è anche l’uomo delle Coop, l’attuale ministro Giuliano Poletti a spiegarci che “noi non vogliamo abolire l’articolo 18. Vogliamo riformare il mercato del lavoro ma io vorrei anche una cosa più importante: che noi aiutassimo l’Italia a cambiare quel residuo di opinione sbagliata che c’è sull’impresa. Perché c’è ancora chi pensa che l’impresa è dove si sfrutta il lavoratore”. 

“L’idea che il rapporto lavoro-impresa si risolve con il conflitto  e il contratto non ci arriva più, è troppo banale, è inadeguata. Dobbiamo uscire di qui. Perché l’impresa possa crescere bisogna che gli riduciamo il livello di rischiosistà, l’incertezza allontana le imprese. Dobbiamo fare un’operazione che sarà difficile, perché in questo paese abbiamo costruito più o meno consapevolmente un nesso tra lavoro e posto di lavoro che è diventato tossico. Se guardiamo bene dentro la delega ci troveremo cose splendide”.
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Ben detto, ma dato che l’unico timore verso la riforma del Lavoro è che non è accompagnata da una equivalente riforma del Welfare, il ministro Poletti potrebbe contribuire a far chiarezza ed a tranquillizzare gli italiani, speigandoci se per lui la riforma Fornero va bene, se le forche caudine per gli invalidi al lavoro sono costituzionali, se il salario minimo è da farsi, se l’Inps può andare avanti così o va riformata, eccetera eccetera …

Quanto ad Andrea Orlando – nato a La Spezia l’8 febbraio 1969,  diploma di liceo scientifico; dirigente di partito – non resta che valutare se presentare le proprie dimissioni da ministro della Giustizia o fare un cambio di passo, superare le logiche di partito e farci capire – alla stregua di quanto detto per il Welfare – dove ‘collocare’ e come ‘gestire’ l’incrementale quantità di delinquenti che ci troviamo e come concludere i processi in cinque anni cinque.

Altrimenti, davvero le chiacchiere stanno a zero e – senza chiarezza – il 2015 si prefigura difficilissimo.

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Giudizi tributari: decine di miliardi di euro pendenti che l’Erario non incassa

20 Mag

“In Campania ci sono oltre 68mila giudizi tributari pendenti per un controvalore di circa 4 miliardi di euro.” (Domenico Posca, presidente di UNICO – Unione commercialisti italiani)
In Italia, i contenziosi triutari rappresentano  la maggioranza delle controversie, ma quasi la metà, il 41,76% del totale, ha un valore massimo di 2.500 euro, pi un altro 26% che rientra nella fascia 2.500-20.000 euro. Meno del 3% quelli tra 250.000 euro e un milione,  1,39% quelli oltre il milione di euro. Il volume annuo del contenzioso complessivo (dati 2013) è di circa 37 miliardi di euro.

Una situazione venutasi a creare perchè “pochi e mal pagati, sostengono i giudici tributari. Lo ha illustrato con la sua relazione annuale il presidente del Consiglio della Giustizia Tributaria Mario Cavallaro, ex parlamentare del Partito Democratico, nel corso della Giornata della Giustizia Tributaria nell’Aula Magna della Cassazione.” (Il Giornale)

In realtà, solo in Campania ci sono oltre 1,3 milioni di procedimenti civili e penali pendenti (lo denunciavano sempre i commercialisti), e certamente non è possibile assumere un’armata di magistrati sia per smaltirli sia per evitare, in futuro, che si accumulino: quel che serve è semplificazione.

Ed, infatti, per sbloccare almeno 3-40.000 contenziosi tributari di minore entità in Campania (ed in Italia chissà quanti), UNICO annuncia che “chiederemo al Ministro della Giustizia Andrea Orlando di allargare ai commercialisti il novero di soggetti cui delegare la gestione e la definizione stragiudiziale delle controversie in corso e, quanto meno, di prevedere la partecipazione di un commercialista, quale consulente tecnico, in ausilio al soggetto cui sarà delegata la decisione del contenzioso tributario”.

Una proposta che sensata visto che già sono migliaia i commercialisti che hanno svolto incarichi di tribunale in Campania.

Parliamo di 4 miliardi di entrate tributarie – o anche solo la metà – che sarebbero una manna dal cielo per Napoli e la sua regione.
Parliamo di almeno un paio di annualità arretrate che potremmo smaltire da qui alla fine del 2015 in tutta Italia, con  diverse decine di miliardi di entrate extra per l’erario, ovvero per spalare almeno un po’ il debito pubblico.

Intanto, constatiamo che la ‘lotta all’evasione’ e a ‘furbetti ed abisivi di turno’ diventa iniqua, se poi i processi si arenano e a pagar le tasse sono sempre gli stessi.
E parliamo di uno Stato che emana leggi che non riesce a rendere norma, se solo in Campania abbiamo oltre un milione di processi pendenti. Qualcosa, tra procedure ed organizzazione del lavoro, proprio non va.

Matteo Renzi provveda: è impensabile – se vogliamo uscire dal declino – una tale stagnazione tributaria e finanziaria.

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Governo Renzi: le riforme promesse e i dettagli inconfessabili

25 Feb

Non ci si aspettava che il cambio della guardia tra Enrico Letta e Matteo Renzi fosse una rivoluzione, ma neanche che – alla fine – si dimostrasse un pranzo di gala, con qualche gaffe e poco più.

Le avvisaglie erano nei nomi di alcuni ministri, a partire dalla rimozione (inspiegabile e non dovuta) di Emma Bonino agli Esteri o dalla vistosa assenza di Pietro Ichino e di Mario Mauro.

Nomi come quello dell’evergreen Dario Franceschini al Turismo, di Giuliano Poletti, presidente delle Coop, al Lavoro e Welfare oppure di Stefania Giannini, glottologa e rettore dell’università di Perugia, all’Università ma anche all’Istruzione.
Gli auguriamo tanta buona fortuna, perchè è saranno loro a decidere se l’Italia riparte oggi e per davvero oppure se dopodomani si vedrà: dismissione della pachidermica macchina pubblica che costa un occhio, riorganizzazione del sistema di istruzione (scuola) dopo 20 anni di riforme alterne ed in-finite, raddoppio dei flussi turistici.

Nomi su cui già si animano polemiche, come Federica Guidi (Ducati Energia) allo Sviluppo Economico e del conflitto di interessi che ne viene, Gianluca Galletti (UDC) all’Ambiente, del quale è noto il favore alla localizzazione della produzione di energia nucleare in Emilia Romagna purché il sito sia considerato sicuro e conveniente [1], di Marianna Maida, ministro della Pubblica Amministrazione, membro del comitato direttivo dell’AREL fondata da Beniamino Andreatta e componente del comitato di redazione della rivista Italianieuropei, che vide Massimo D’Alema tra i promotori.

Tutti tosco-emiliani, come lo sono Maria Elena Boschi e Graziano Del Rio o lo stesso Matteo Renzi. In pratica, nove su sedici ministri, che – in termini di di Centroitalia – diventano 12, con i romani Padoan, Lorenzin e Lupi. Intanto, di campani e piemontesi o veneti non se ne vede neanche l’ombra.
Di meridionali se ne conta uno su otto: Angelino Alfano di Agrigento all’Interno e la calabrese civatiana Maria Carmela Lanzetta agli Affari Regionali, ministero notoriamente senza portafoglio. Pochi, pochissimi i ministri che provengano dalle aree fortemente urbanizzate del paese dove vive almeno 1/3 degli italiani e dove si produce buona parte del PIL.
Se si voleva dare un pungolo al Parlamento per approvare un Senato federale, forse Renzi – in negativo – c’è riuscito …

Per non parlare di alcune ‘perle’ di Matteo Renzi, ieri, al Senato, come riportate dal Corsera.

  • Europa: “non saremo credibili se noi non riusciremo ad arrivarci senza sistemare quello che dobbiamo sistemare noi” … in soli tre mesi o basteranno tre anni?
  • Scuola:  “restituire il valore sociale agli insegnanti, e questo non ha bisogno di riforme, denaro, commissioni di studio” … ma senza denari non si cantano messe e senza commissioni /riforme il quadro normativo resta incompleto e sfilacciato come è oggi.
  • L’economia: “rinnovato utilizzo della Cassa depositi e prestiti, per le piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito” … praticamente una nuova IRI.
  • Lavoro: “uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro attraverso regole normative anche profondamente innovative” ed “attrarre investimenti in questo Paese”. Come parlare di aspirine per malati che richiedono l’antibiotico …
  • Pubblica Amministrazione: “trasparenza assoluta sulle spese della Pa”. «Ogni centesimo deve essere visibile da parte di tutti» … in un paese dove i quotidiani sono tappezzati da anni e decenni delle descrrizioni particolareggiate di malversazioni e scandali pubblici.
  • Fisco: “inviare a tutti i dipendenti pubblici e ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia, la dichiarazione dei redditi precompilata” … dopo di che firmare e pagare?
  • Giustizia: “a giugno metteremo all’attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente”. Dalla giustizia amministrativa – che “negli appalti pubblici lavorano più agli avvocati che i muratori, i Tar possono discettare di tutto e un provvedimento di un sindaco è comunque costantemente rimesso in discussione” – ai “tempi lunghissimi della giustizia civile”, alla giustizia penale, che spesso rischia “di arrivare troppo tardi e colpire male”. Vedremo … il problema era denunciato già dal buon Collodi nel romanzo Pinocchio …
  • Cittadinanza e Unioni Civili: “il contrario di integrazione è disintegrazione, un paese che non si integra non ha futuro”, ma di diritto al voto amministrativo per gli immigrati non se ne parla. “Sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un compromesso anche quando questo non mi soddisfa del tutto” … tanto diversi ministri sono dichiaratamente contrari …
  • Cultura: “distretti tecnologici insieme a quelli culturali”, “un piano industriale specifico del lavoro che coinvolta proprio i settori culturali” … praticamente quello che serve alla Toscana (e all’Emilia) per rilanciare la propria macchina agroalimentare e manifatturiera e il proprio business turistico cultural-pop.

Di crash generazionale (e pensionistico) neanche a parlarne, di (mala)Sanità colabrodo idem, di rilancio industriale pure. Di infrastrutture (centrali, porti, aereoporti, ferrovie, reti, turismo e mobilità locale, rifiuti …) nessun cenno. Forse, in Emilia si son convinti che sia una questione  (business?) regionale tutta loro …

Intanto, il neoministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, avvisa: “intendo far incrociare il più possibile Expo e agroalimentare” … chissà se Padoan, Maroni, Pisapia e Camera di Commercio di Milano saranno d’accordo, visto che l’Expo 2015 viene finanziato dal MEF (48%), dagli Enti Locali (37%) e da Privati (15%) …

Non sembra un governo dalla gambe lunghe e non sarà una legislatura ‘tranquilla’, ma se Renzi dovesse riuscire a riformare davvero gli apparati e la giustizia prima del voto del 2015, salirebbero nettamente le sue chanches di vittoria in una contesa elettorale ‘vera’ e con ‘par conditio’.

Ma potrebbe davvero rivelarsi un disastro, se dovesse dimostrarsi l’ennesimo approdare al governo delle piccine liti e dei noti interessi di bottega della Sinistra italiana … abbandonando il Meridione ad una (si spera non incauta) riforma Stato-Regioni e – come con Prodi – martirizzando i ministeri ‘non amici’ come la Sanità, le Infrastrutture e gli Interni …

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Renzi e le riforme che farà

14 Feb

I dati delle elezioni del 1992 furono l’ultimo atto della Prima Repubblica ed in essi è sugellato alla Storia il quadro – ferale ma bellamente ignorato – di una egemonia di consensi tanto ‘riformista’ quanto poco  ‘di apparato’, visto che i consensi ‘a sinistra’ videro, alla Camera, Occhetto (PDS) fermo a 6,3 milioni di voti, il PSI di Craxi a 5,3 e il PRC a 2,2 milioni, i Verdi poco oltre il milione.

Da lì prese avvio la Seconda Repubblica, erano almeno 14 milioni di voti, dopo 20 anni – nel 2013 – erano poco più di 10 milioni …

L’odierna Sinistra Ecologia e Libertà è riuscita a dilapidare un patrimonio di oltre 3 milioni di voti (PRC + Verdi nel 1992), divenuti meno di un milione nel 2013, mentre alle ultime elezioni tedesche Linke e Grunen – nonostante la batosta – hanno assommato comunque il 20% delle preferenze. Praticamente quanto oggi raccolto dal Movimento Cinque Stelle …

Quanto al Partito Democratico, oggi raggiunge circa 10 milioni di preferenze, più dei sei del 1992, ma molto meno di quanto raccogliessero PDS e PSI. In Italia, come in Germania per l’odierna SPD, quella che risulta determinante è l’incapacità di attrarre il voto moderato e di formulare strategie di politica economica.

Jean Ziegler – allorchè cadde il Muro di Berlino ed ebbe inizio la Globalizzazione – preannunciò questa crisi della ‘sinistra’, sia in ragione dell’ampio spread di diritti, tutele e benefit di cui godono i lavoratori europei (ma non nel resto del mondo) sia perchè la fine dei ‘blocchi ideologici’ avrebbe affievolito il ‘legante’ che finora aveva accomunato ceti medi e ‘dananti della terra’.

Enrico Letta poteva essere il protagonista di questo cambiamento, traghettando le istituzioni (e la Sinistra che ne ha fortemente condizionato l’attuale status) verso un sistema di governance che permetta la cosiddetta ‘alternanza’ senza escludere le minoranze di una certa entità e verso un  Progetto Italia che non pensi solo a consolidare il denaro ma anche e soprattutto a farlo circolare.

C’era da far la voce grossa in Europa – con ottimi alleati in Gran Bretagna, Francia e Strasbourg – e c’era da por mano alla ridondante questione romana (INPS, Alitalia, debiti comunali, legge sui rifiuti, Bankitalia, vendite e concessioni demaniali, eccetera), c’era da dar respiro ad un’Italia che produce e arranca, senza che vi sia almeno un termine prefissato per misure (ndr. quelle di Monti e Fornero) che non possono essere ragionevolmente durevoli, e c’era da dar speranza a quanti – troppi – non hanno il lavoro, la cura o la pensione che gli spetterebbe con le tasse che ci fanno pagare.

Enrico Letta non l’ha fatto e, in mancanza di altri parlamentari proponibili, arriva Matteo Renzi.

Per fare cosa?
L’agenda è già scritta dagli errori e dalle esitazioni di chi l’ha preceduto, ovvero dall’urgenza:

  1. risolvere il brutto pasticcio delle pensioni e del conseguente blocco del turn over e dell’innovazione
  2. alleggerire l’impianto dei contratti nazionali e della filiera negoziale, per facilitare gli sgravi fiscali, il sistema di premialità, gli accordi locali, la flessibilità sull’export
  3. riformare la legge elettorale in modo che sia garantita l’alternanza, ma anche la democraticità, ovvero le minoranze politiche di rilievo ed il federalismo
  4. riformare -per riequilibrarlo con il nuovo parlamento – il livello apicale della governance (sindacati, CSM, INPS, Bankitalia, Regioni, Provincie e Comuni)

Il passaggio politico più difficile non è il primo – come qualcuno cerca ancora di convincerci – ma l’ultimo, visto che cambiare sistema elettorale per davvero e pervenire ad un parlamento diverso per accesso e poteri significa dover mutare tutto quello che a Roma è immutabile da un secolo e passa: la Pubblica Amministrazione.

Non sarà difficile sbloccare previdenza, lavoro e investimenti, incassando consensi prima e dopo le elezioni europee. E non dovrebbe essere difficilissimo concertare una legge elettorale.

Vedermo, però, se Matteo Renzi riuscirà a riportare nei limiti sostenibili quell’antico Male che si impossessò di Roma nell’arco di soli 10-15, già negli anni di poco precedenti la Breccia di Porta Pia … ma potrebbe farcela.

Serviranno l’azzeramento delle prebende, gli scivoli pensionistici, l’innovazione tecnologica, la meritocrazia e il controllo di gestione: tutte cose che i Sindacati confederali italiani avversano come fosse il fumo negli occhi …

Dunque, a prescindere da Renzi, riuscirà l’Italia a dotarsi di un partito riformista?

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