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Liberali: meno tasse, più diritti

30 Gen

Scriveva Sergio Patti (La notizia) – il 10 ottobre 2015, allorchè rinasceva il Partito Liberale Italiano – che “i grandi temi liberali, nonostante i proclami di ogni parte politica, restano infatti da anni in secondo piano.
I diritti civili … e l’abbattimento del debito pubblico attraverso una vendita del patrimonio dello Stato e delle attività economiche pubbliche, sono manifesti che restano lettera morta.”

Non lasciamoli lettera morta, specie se a star diventando lettera morta non sono i diritti civili, ma quelli fondamentali al decoro, alla legalità, alla sicurezza, al lavoro, all’impresa, alla copertura assicurativa, alla pubblica amministrazione.

Che i Liberali non restino lettera morta, lasciando che li si confonda con chi non condivide i principi e il metodo liberali, che si tratti di diritti civili (come dignità, legittimità, sessualità, privacy, opinione, scelta, trasparenza, eccetera) o di ‘statalismo’ (da cui burocrazia, monopolio, iperfiscalità, debito e disservizi endemici).

Demata

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Analisi del voto referendario

6 Dic

fullCosa possiamo imparare dal trionfo dei NO al referendum costituzionale?

  1. C’è un 10-15% dell’elettorato che solitamente si astiene, ma che va a votare ben sapendo di fare la differenza, allorchè ritiene che vi possa essere un pericolo grave per la nostra democrazia, specie se si tratta di un ‘voto secco’ come un ballottaggio od un referendum.
  2. I municipi centrali delle grandi città come Roma hanno preferito il SI, mentre gli altri prevalentemente NO. Ecco il segno di una divisione profonda tra gli italiani: da un lato l’alta borghesia, l’accademia, i media, lo zoccolo duro della PA e il sottobosco sussidiato, dall’altro gli italiani.
  3. I giovani hanno prevalentemente votato NO e lo hanno fatto per un semplice motivo: non c’è posto per loro in questo ‘mondo’ senza turn over e senza riduzione di burocrazia e tasse, valorizzare i beni pubblici (ergo senza defalcare la spesa pubblica, liberalizzare il comparto assicurativo, sviluppare gli affidamenti pubblici a fondazioni)
  4. Napoli, anche questa volta, non ha votato. Eppure si trattava della Costituzione, non dei partiti. Evidentemente, la percezione di essere ostacolati e abbandonati dall’Italia è molto consolidata. Considerato che i partenopei che vivono in altre regioni sono, ormai, più di quanti affacciano sul Golfo, il dato va esteso proporzionalmente a tutto il Paese.
  5. Matteo Renzi ha preferito perdere ‘da solo’, ma dimostrando di attrarre il 30% degli elettori ed il 40% dei voti: questo fa di lui un sicuro candidato alle prossime elezioni. Ma a capo di quale coalizione? I Socialdemocratici o i Popolari?
  6. A proposito di Centrodestra e Centrosinistra – finiti con D’Alema e Berlusconi – questo referendum ha dimostrato che gli elettori (la base, il popolo) non solo si ridislocano con facilità – eccetto gli anziani ‘fedeli alla linea o allo scudo crociato’ – ma, a differenza del passato e della faziosità dei partiti – socializzano, si confrontano, scambiano materiali.
  7. Il NO ha vinto – come ha riconosciuto lo stesso Renzi – per la campagna ‘porta a porta’ dei social e dei condomini. Un fattore che già con i Cinque Stelle si era rivelato determinante: un solo attivista porta (o leva) più voti di 100 iscritti. Renzi e Grillo l’hanno capito, gli altri no.
  8. Il NO ha già perso, se a gestire il ‘dopo’ non saranno le tante anime che l’hanno reclamato e sostenuto e, viceversa, l’informazione mainstream delle TV e dei giornali riprenderanno a riproporci i Brunetta e i D’Alema, anzichè i Zagrebelsky e i Landini, quasi volessero scientemente allontanare la gente dalla politica dei partiti.

La soluzione più ‘compatibile’ con le diverse incognite potrebbe essere quella di un nuovo ‘commissariamento’ dell’Italia sotto l’egida di un ‘esperto in finanza o economia’  (Amato, Dini, Ciampi, Prodi, Monti), fino ad agosto, ergo finchè ci saranno aste di Bot e Btp in giro.

Intanto, il PD sembra essere presestinato alla scissione, con Matteo Renzi e la sua neoformazione a veleggiare felicemente verso il PPE, cioè i Popolari, lasciando Socialdemocrazia e ‘rapporti con la base di sinistra’ ai discendenti del vecchio PCI.

Il resto dell’elettorato (cioè almeno il 20%) resterà a bocca asciutta, salvo votare Cinque Stelle, per il semplice motivo che – in Italia – la terza forza, quella Liberale, non c’è, pur essendoci non pochi elettori dispersi tra le varie formazioni o astenuti.

Dunque, in barba al NO referendario, ci avviamo a ritornare alla Prima Repubblica e, salvo urgenti riforme, a quel sistema elettorale, che consentiva – tramite le combinazioni di preferenze – di controllare capillarmente il voto dei singoli elettori.

Demata

San Valentino di sangue per Matteo Renzi

14 Feb

san valentinoUna Camera dei Deputati semivuota ha ultimato questa notte il voto degli emendamenti al disegno di legge di Riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione.
La notte di San Valentino sono stati introdotti o modificati ben quaranta articoli che riscrivono la Costituzione dopo una vera e propria zuffa – con ben due parlamentari in infermeria e diversi deputati espulsi – conclusasi con oltre 200 rappresentanti delle opposizioni (Forza Italia, M5S, Fratelli d’italia, Lega e Sel) fuori dall’Aula di Montecitorio, mentre a votare c’erano solo gli eletti del Partito Demoratico ed i micro-partiti collegati.
Il voto finale sarà a metà marzo, ma vediamo replicarsi la deriva autoritaria che ha portato all’elezione del Presidente della Repubblica in modo assolutamente non condiviso con le altre forze politiche che pur rappresentano il popolo italiano e l’interesse nazionale.

‘Deriva’ e ‘autoritaria’ possono sembrare parole grosse, ma è difficile trovare altri termini: deriva perchè non si sa dove stiamo andando, autoritaria perchè – bullismo o meno – c’è qualcuno che dice ‘qui comando io’.

Non è con un blitz notturno del Governo che si crea un Senato composto da 100 membri non eletti direttamente dai cittadini (selezionati tra sindaci e consiglieri regionali), che si eliminano le province e – soprattutto – cambiano le competenze di Stato e Regioni, come cambiano le regole per i referendum e il raggiungimento del quorum, come anche per l’elezione del presidente della Repubblica.
Sono modi che ricordano eventi simili accaduti in Georgia, Serbia, Macedonia ed altri paesi dell’Europa dell’Est, quando si trattò di riconvertire le oligarchie comuniste in ceto dominante di una società mercantile.
Un conto era superare ‘certi mal di pancia della sinistra italiana’, un altro è estromettere tutte le opposizioni.

Antonio Polito, autorevole voce ‘democratica’, scrive sul Corriere della Sera, che “si è prodotto il sonno della ragione … un tempo si sarebbe detto da Parlamento balcanico … la Costituzione andrebbe riscritta alla luce del sole … l’incursione notturna del premier è stata così tenebrosa che ora rischia di produrre effetti devastanti sul processo delle riforme.

Rosy Bindi, fondatrice del partito e presidente della Commissione Antimafia, con riferimento alla Camera dei deputati, che da sola e con la mera la maggioranza assoluta dei voti potrà riformare qualunque cosa, ricorda che «con una legge elettorale maggioritaria – che darà il 54-55% a chi vince – questo emendamento non è sufficiente a garantire che in futuro vi sia il rispetto della Costituzione».

Quel che ne viene è un gioco al massacro – Bloody Valentine – in cui Matteo Renzi, dopo aver tradito ogni patto ed alleanza, potrebbe cercare di restare in carica fino a fine mandato, con la sola Camera dei Deputati e rinnovando (ndr azzerando) il Senato non appena votata la Riforma … nella convinzione che i risultati politici gli daranno anche il consenso che non ha più.
Un gioco al massacro come tanti altri, ad esempio nel Lazio, dove le ‘liste civiche’ stanno traslocando in massa nel partito, svuotando direttivi accademici ed associativi di rappresentanza ed autorevolezza, nella mera speranza di convogliare nuove filiere di consenso ad un partito che a Roma sembra contare su meno di 7.000 iscritti e centomila votanti alle primarie …
Oppure, in Campania, con Raffaele Cantone –  magistrato e presidente dell’Autority nazionale anti-corruzione – che avrebbe rifiutato la candidatura renziana, perchè “non sarebbe serio mollare tutto adesso e cominciare un lavoro da governatore”. Promoveatur ut amoveatur?

Massacro come la stramba idea di isolare Alfano e i neopopolari o cannibalizzare Scelta Civica e le forze libdem.

Un San Valentino di sangue per la democrazia italiana, specialmente se le prossime elezioni – Renzi o altri che siano – dovessero consegnarci un Parlamento blindato con una maggioranza insormontabile, che legifera ‘dai corridoi della politica’ asservendo il voto parlamentare a mera ratifica.

E, comunque, non si può pensare di dare un futuro ad una nazione votando frettolosamente delle ‘toppe’ (tali sono gli emendamenti) per riformare una Costituzione con l’80% degli italiani che non fa riferimento a quel 60% di parlamentari eletti – come tutti gli altri – in base ad una legge elettorale incostituzionale, ma che sono oggi la maggioranza della Camera.

Non ne verrà nulla di buono, il vento genera tempesta.

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Dove andrà mai la Destra, se Berlusconi non lascia?

29 Set

L’operazione « Torna a casa, Lassie» attuata da Berlusconi per ricompattare intorno a se il Nuvo Centro Democratico  non ha sortito effetti. E visto che non riusciva a superare l’ostacolo.
Alfano ha ancora ben saldo il controllo della maggioranza in Senato e Schifani parla di «malevoli rumors sono finalizzati a ostacolare l’unificazione di Ncd con l’Udc e i Popolari di Mauro». Forza Italia non è riuscita a far nascere un gruppo parlamentare ‘parallelo’, con fuoriusciti centristi e delle autonomie.

Intanto, si avvicina l’inverno, durante il quale avrà avvio la campagna elettorale per le elezzioni amministrative (regionali e comunali) del 2015 e, di sicuro, andrebbe colta l’opportunità di un centrodestra unitario e vincente, visto che la Sinistra è arrivata all’ultima sfida.

Ma anche a Destra le anime son troppe e troppo diverse, ormai.

Da un lato i decotti Berlusconi, Verdini, Brunetta e Santanchè, simboli di un’Italia che fu, come lo sono D’Alema, Veltroni, Prodi e Camusso a sinistra: nulla che abbia a che vedere con il futuro.
Dall’altra c’è il ‘vero futuro’, ci sono Salvini e Meloni, come ci sono Renzi e Serracchiani a sinistra e come avviene nel resto d’Europa a guardare a destra.
Al ‘centro’, infine, troviamo Alfano, Gelmini, Lupi, Mauro dei Popolari e un sottobosco di notabili e sottosegretari, mentre ‘fuori’ c’è Grillo, che più o meno inconsapevolmente, ha raccolto quei cinque milioni di voti che in Europa stanno facendo la fortuna della nuova Destra.

Dunque, al momento atttuale, la Destra italiana non va da nessuna parte: l’unica ipotesi – suggestiva, ma possibile – è quella di un’alleanza tra Salvini e Meloni, dato che fanno capo alla stessa ‘corrente politica’ in Europa. Alleanza che potrebbe validamente contrastare – in tanto profondo Nord e tanto estremo Sud – la bolla di consenso che ha sostenuto i Cinque Stelle alle recenti politiche.
Una nuova Destra europea – se coesa – non dovrebbe conquistare meno del 15% su scala nazionale anche qui in Italia.

Le Pen Marine

Quanto a Berlusconi è evidente che sia ormai  ‘il problema politico’ del Centrodestra, in quanto impedisce il ricompattarsi del fronte cristiano-sociale, ovvero ‘popolare’, che in Europa ha sempre espresso delle auree mediocritas (ad eccezione dei tedeschi Kohl e Merkel), ma raccoglie di norma il 20% dei voti.
Fronte cristiano-sociale che sembra sostenere Matteo Renzi e non affatto Silvio  … dopo la sequel di scandali sessuali che ha coinvolto Berlusconi, finanziari per quel che riguarda il suo fido Verdini e la filiera di partito, per non parlare della debacle finanziaria del meno fido Tremonti.

Il Centrodestra va, dunque, ‘liberato’ dal Berlusconismo e dei ‘circoli’, come il Centrosinistra deve liberarsi del Comunismo e delle lobby sindacali: sono obsoleti e sono la causa sia dell’incapacità parlamentare a reagire alla Crisi – che portò al quadrumvirato Monti, Fornero, Mastrapasqua e Passera – sia della deriva elettorale delle astensioni al 40% e dell’affermazione di una compagine caotica quanto inconsistente come i Cinque Stelle.

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Le intenzioni di voto degli italiani: un nuovo Centrodestra e/o Centrosinistra

18 Nov

Secondo i dati diffusi da RAI 3, le intenzioni di voto degli italiani al 15 novembre 2013 prefiguravano ancora una risicata vittoria del Centrosinistra, in caso di elezioni.

intenzioni voto 15 novembre

In termini di coalizioni ‘classiche’, l’esito sarebbe il seguente:

  • PD+SEL+Scelta Civica = 34,0% (22,1%)
  • PDL+Forza Italia+Lega+UDC = 30,6% (19,9%)
  • M5S = 25,3% (16,6%)

Oppure:

  • PDL+Forza Italia+UDC+Scelta Civica = 33,1%  (21,5%)
  • PD+SEL = 31,5% (20,4%)
  • M5S = 25,3% (16,6%)

I numeri tra parentesi rappresentano il consenso ‘effettivo’, tenendo conto di un astensionismo (intorno) al 35%, come stimato da tutti i sondaggi recenti, e che potrebbero essere anche molto ottimistici, visto come sono andate le ultime elezioni dei principali sindaci italiani.

A Roma – dovendo scegliere tra Ignazio Marino e Gianni Alemanno – il 55% degli elettori – pochi mesi fa – ha preferito non recarsi alle urne per il ballottaggio. Solo il 28,7% effettivo degli elettori ha dato il proprio consenso a Marino, ma i giornali parlavano di vittoria con il 63% …
A Napoli Giggino De Magistris rischia ogni giorno la defenestrazione per inerzia e pressappochismo e … venne eletto nel 2011 con un astensionismo al 50% secco. Il 73% dei napoletani non gli diede il proprio voto.
A Milano – dove tutto (per ora) tace in attesa di un (si spera) lauto Expo 2015, cui faranno seguito, come d’ordinario, i soliti scandali e qualche arresto – Pisapia non ebbe il consenso di oltre il 65% degli elettori.
A Firenze, Matteo Renzi fu eletto con il 42% di astenuti, mentre al primo turno aveva votato il 76% … Solo il 35% effettivo degli elettori l’ha votato e di ‘mal di pancia’ tra i fiorentini se ne sentono tanti e tanti.
Stesso discorso a Torino per Piero Fassino (astenuti 34%, solo il 44% dei consensi effettivi al ballottaggio). A Palermo, Orlando amministra il Comune con il 61% dei cittadini che si sono astenuti, ovvero con una maggioranza bulgara di 30 seggi su 35 totali (86%) a fronte di un modesto 28,5% di consensi effettivi.

Chi, dunque, propone una legge elettorale simile a quella in uso per i Comuni è evidentemente disattento verso le abnormità palesi che emergono dai dati elettorali e dalla composizione dei consigli.
Come anche è evidente che nessun sondaggio elettorale può fornire previsioni di medio periodo, finchè l’elettorato è ben diviso in quattro spezzoni, che – incredibile, ma vero – si attestano in quest’ordine:

  • 35%, Astenuti
  • 26%, Partiti/movimenti di protesta e/o locali (Lega, Autonomie, M5S, SEL, IdV, ultraDestra)
  • 22%, Centrodestra
  • 17%, Partito Democratico

Ecco perchè il Governo Letta non riesce a fare nè un passo avanti nè due indietro ed ecco perchè la contesa nel Partito Democratico è acerrima: la crisi di consensi e di idee è profonda, almeno quanto lo sono state l’assenza di rinnovamento e l’azione di lobbing del mondo cooperativo e consociativo, che – non dimetichiamolo – per PIL ed accesso a sussidi e benefit rappresenta una sorta di Confindustria ‘a parte’.

Da questo punto di vista, la disattenzione può diventare miopia, se si continuasse a parlare di ‘crollo del Centrodestra’ e di ‘ecumenismo renziano’.
Infatti, mentre lo strappo di/da Forza Italia offre nuove possibilità di riaggregazione dell’elettorato del Centrodestra e delle formazioni politiche esistenti, il congresso del Partito Democratico sta prendendo una piega ‘scissionista’ se accadrà, come possibile, che la marcia trionfale di Matteo Renzi si trasformi in una sfida all’OK Corral.

E se ciò accadesse, aumenta la possibilità che il Centrodestra – affrancato dal Berlusconismo – decida di andare alle elezioni nel corso del 2014, sfiduciando un governo inerte, indeciso e già vessato da scandali, che vede calare la fiducia degli italiani sempre più in basso (circa il 30% di coloro che hanno voluto rispondere ai sondaggi, all’incirca il 10% effettivo dei contatti).
Oppure, se la nascita del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano dovesse imporre una svolta in positivo al nostro letargico governo, dovremmo solo rinviare il distacco all’anno successivo, il 2015,  se si volesse ragionare in prospettiva, ovvero tenendo conto delle amministrative che, nel 2016, coinvolgeranno Napoli, Milano, Firenze e, soprattutto, dell’Anno Horribilis, il 2017, quando – al rimborso e rinnovo dei titoli di Stato quinquennali, mentre l’ultima onda del Baby Boom dovrà pur andare in pensione – verranno a galla tutti i danni causati da questi (per ora) quattro anni di stasi governativa e politica e di salvataggi finanziari a senso unico.

L’aver protratto il confronto interno così a lungo – mentre si attende una sentenza costituzionale che renderà il Porcellum inservibile – ha danneggiato il Partito Democratico e maggiori danni ne verranno, se dal Congresso non ne uscirà un segretario ed una linea politica che ricordino la lezione di Enrico Berlinguer (sostanzialmene affine a quella di Giulio Andreotti o, meglio, di Charles De Gaulle e di Juan Domingo Peron): in una democrazia la maggioranza dei voti tende sempre a collocarsi nell’area moderata e non agli estremi.

Chi vuole governare per la pace e per la prosperità mal si accompagna con chi semina vento per generare tempesta, come anche chi si accontenta sempre di un uovo oggi, finisce per non avere galline domani.

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Iva e Imu: le bugie con le gambe corte

14 Giu

Il fronte dell’Iva potrebbe essere la caporetto del Governo Letta, se si avvererà l’aumento, a partire dal primo luglio, riguardo il quale il ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, è perentorio: “fra 16 giorni, senza che il governo faccia nulla, visto che è stato un provvedimento già deciso dal precedente esecutivo, noi avremo l’Iva aumentata di un punto dal 21 al 22%.”

Una situazione confermata anche dal ministro per l’Economia, Fabrizio Saccomanni: “Siamo consapevoli degli effetti negativi che un aumento può provocare, anche se il reperimento delle coperture alternative potrebbe essere non meno gravoso.”

Una situazione analoga anche sull’Imu. “Si tratta di un’imposta che se dovesse essere eliminata comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi l’anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l’Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità che al momento attuale non sono rinvenibili”.

Cosa accadrà alle famiglie ed alle piccole imprese, prese tra Scilla e Cariddi, Iva e Imu, è presto detto: meno consumi, più debiti.
E cosa resterà da fare, se non andare al voto dopo un brevissimo governo tecnico, per modificare il Porcellum seguendo le “prescrizioni” della Corte Costituzionale, che ha espresso ampi dubbi di costituzionalità sulla legge con cui abbiamo votato per otto anni e tre elezioni?
Perchè il Partito Democratico ha demandato ‘a diciotto mesi’ la riforma della legge elettorale, invece di adempiere subito, come chiedeva, viceversa,  il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta? E perchè il Centrodestra rifugge dal ritorno alle preferenze in scheda elettorale, mentre si rifugia in un obsoleto ‘progetto Forza Italia’?

Intanto, le bugie hanno le gambe corte e, dopo i fatti turchi, mancano solo l’Italia e la Spagna alla conta dei paesi del Mediterraneo precipitati nel caos.

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Linea Amica? Il solito Brunetta …

7 Nov

Il Ministro Brunetta ci informa del grande successo di “Linea Amica”, il “più grande network europeo di relazioni con il pubblico” (parole del ministro), presentato il 29 gennaio 2009.

I servizi svolti specificamente da Linea Amica sono: informazioni sui concorsi Ripam, un numero verde e una casella di posta dedicata per chiarimenti e assistenza sul CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale) e la PEC (Posta Elettronica Certificata), oltre ad un servizio di informazione e supporto multilingue ai cittadini stranieri e italiani sui temi dell’immigrazione.

Il successo sarebbe dovuto al record, raggiunto nella settimana dal 22 al 28 ottobre, durante il quale il network ha raggiunto 1.290.500 contatti, conteggiando, però, anche quelli dei risponditori automatici, che ci dicono di richiamare.
I contatti “assistiti da operatore” sono 1.153.000 e gli uffici coinvolti sono 1.149 URP, spesso preesistenti, o centri di risposta “al cliente” … mica “utenti” o “cittadini”.

Non si comprende, però, se questo milione di contatti sia su base annua, mensile o settimanale. Se fossero annuali, parliamo di una ventina di contatti al giorno di media per ufficio che non è certamente un goal, specialmente se ad “idearlo” è stato un ministro.

Probabilmente, sono contatti settimanali, il che implica una spesa notevole, alla quale deve essere corrisposto un rendimento effettivo.

Infatti, l’effettiva “resa” del costoso servizio ideato da Brunetta, è tutta in un numero: le richieste arrivate a “Linea Amica” hanno riguardato per l’84% informazioni generiche sulla Pubblica Amministrazione. Nulla di specifico o di particolarmente nuovo.

Come non lo è il fatto che il contact center di Linea Amica abbia raccolto circa il 5% dei contatti, che in buona parte è andato proprio agli uffici dove ordinariamente sarebbe andato: ad Enti previdenziali (26,2%), Regioni e strutture sanitarie (29,7%), Comuni, Province e strutture locali (22,8%).

Inutile, forse, aggiungere che, riguardo le istanze emergenti e/o sommerse, cui un network dovrebbe dar soluzione, solo il 12% dei contatti riguardavano problemi da risolvere (10,7%), assistenza in materia di disabilità (un misero 0,9%), segnalazioni di inefficienze della Pubblica Amministrazione (0,4%).

Ed il resto?

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