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Sanzioni UE: il crash Lega – M5S era annunciato

22 Nov

L’UE constata il mancato rispetto degli obiettivi di riduzione del debito pubblico e si prepara a sanzionare l’Italia. Nulla di nuovo, lo sapevamo dall’estate: l’incremento del debito pubblico è uno degli obiettivi del Patto Salvini-Di Maio, una sorta di scrittura privata tra separati in casa con il Premier a far da avvocato di famiglia, come se il fatto non fosse innanzitutto il suo.

Lega Cinque Stelle Deficit Crash
Dirà qualcuno che il Contratto Lega-M5S riporta che “l’azione di Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico“, ma forse non ha letto il seguito“riduzione del debito pubblico non già per mezzo di ricette basate su tasse e austerità, politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo, bensì per il tramite della crescita del PIL, attraverso la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie”.

Come possano crescere il PIL e ripartire la domanda interna è ben chiaro nel Contratto:  investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno, cioè spesa pubblica, che – non crescendo il PIL – diventa automaticamente Debito pubblico. 

Per inciso, gli investimenti ad alto moltiplicatore sono quelli nella ricerca, nell’istruzione  e nella formazione tecnica, nell’eccellenza universitaria, nell’innovazione, nella semplificazione (ndr. chi li ha visti?) ed il potere d’acquisto delle famiglie si sostiene innanzitutto riducendo le tasse, a partire dall’IVA che incide direttamente sul costo delle merci per il cittadino. Ed aggiungiamo che nel Contratto non c’erano i 300 miliardi che servono per sistemare ponti e autostrade e neanche i 20 miliardi che servono per gli edifici scolastici. Tutti urgenti.

Ricordiamo anche che nel Contratto Salvini – Di Maio si promettevano tante, tante spese: per la ristrutturazione della rete idrica e la gestione pubblica dell’acqua, l’agricoltura e lo sviluppo rurale, le Regioni (ndr. inadempienti) e i rifiuti, la rigenerazione urbana e il retrofit (riqualificazione energetica) degli edifici, i piani specifici per la Pianura Padana, eccetera.

Tutta roba che costa e non genera ricavi o profitti nè minori costi per almeno un decennio: tante spese, da aggiungersi a quelle promesse per “concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud”. 
Intanto, a Taranto interviene l’Unicef, tanto che sono esposti i bambini, a Novi Ligure scompare la Pernigotti che si rimaterializzerà in Turchia mentre Caffè Splendid, Hag e ex Pirelli non ci sono più, a Termini Imerese si tira avanti da anni con i finanziamenti dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa ; ad Acerra (praticamente sotto casa di Di Maio) le attività de La Doria saranno trasferite nell’impianto di Parma …

A proposito, come non abbiamo letto bene quel Contratto, noi italiani abbiamo dimenticato che tutto è iniziato il 19 settembre a Strasburgo con il Premier Conte che annunciava all’Europa che “la linea del governo non è superare il 2% ma di fare una manovra seria, credibile e coraggiosa che offra risposte ai cittadini che allo stesso tempo consenta la ripresa economica“.
Poi, il giorno dopo, il 20 settembre 2018,  Di Maio annunciava che possiamo sforare il deficit per mantenere le promesse” e pochi giorni dopo, il 27 settembre, Salvini confermava “Sforare? Vale la pena. Meglio felicità degli italiani” …

Dunque, lo sapevamo già che la Lega e i Cinque Stelle ci avrebbero portato alle sanzioni europee per “il mancato rispetto degli obiettivi di riduzione del debito pubblico”.
Tutti, a partire dai parlamentari e dai giornalisti.

Speriamo che – da oggi – i nostri media e i nostri politici decidano di non inseguire il consenso dei “like” lunghi un attimo e poi dimenticati, continuando  la ‘campagna elettorale infinita’ di Salvini e di Di Maio … con una crisi di governo dando ‘la colpa a qualcun altro’.

E’ l’ora dei fatti e delle responsabilità, a partire da Palazzo Chigi, che avrebbe il ruolo non notarile di governo del Paese e di evitare il Peggio: cosa sia questo peggio e come fare, ce lo spiegava ieri il Sole24Ore.

“Si è molto parlato in queste settimane della possibilità che il Consiglio europeo chieda il deposito di una sanzione dallo 0,2% allo 0,5% del Pil (da poco meno di 4 a poco più di 9 miliardi) in un deposito infruttifero.
Ma il Trattato prevede anche la possibilità che i capi di Stato e di governo invitino la Bei (ndr. Banca europea per gli investimenti) a «riconsiderare» la propria politica di investimenti nei confronti del Paese sanzionato: ipotesi non proprio irrilevante visto che l’Italia oscilla tra il primo e il secondo posto a seconda degli anni nella classifica dei destinatari delle operazioni Bei.
Per evitare questa seconda fase c’è ancora molto margine, come mostra il caso di Spagna e Portogallo che non arrivarono mai alle multe dopo l’avvio della procedura. Ma per sfruttarlo bisogna cominciare una trattativa vera.”

Poche ore dopo, Salvini scherniva ben 18 partner europei con un “Lettera Ue? Aspettiamo quella di Babbo Natale“, Di Maio già pensava alle elezioni con “la nostra strada per ridurre il debito è aiutare famiglie e imprese“, Tria non la manda a dire se “la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggia l’economia italiana” e Conte se la prende con il governo precedente se “l’Ue parla del debito del 2017, quindi quello del precedente governo” e – dopo due mesi di scarsissima visibilità dal quel 19 settembre – adesso confida “di poter convincere tutti sulla validità di queste riforme“.

Se fossimo di uno dei 18 paesi europei che hanno votato le sanzioni, potremmo dubitare che gli italiani – fatto il condono, salvata Roma per altri sei mesi e garantito con lo spoil system le carriere predestinate – la ributtano in cavalleria, che se cade il governo guadagniamo un altro anno nel ritardo delle riforme e dell’innovazione?

E non sono i media europei, ma quelli italiani, che riportano di “Matteo Salvini, la scenata di Luigi Di Maio nell’ufficio del leghista: ormai parlano via segretarie”.

Come non sono i partiti europei, ma il Partito Democratico che – in una situazione del genere iniziata con il mancato rispetto del criterio del debito nel 2017, quando c’erano Renzi e Padoan che lasciarono un debito/pil del 131,2% – dimostra disunione e ‘tanta voglia di spesa pubblica’, se una parte dei suoi sostenitori sente l’esigenza di alternative a Minniti (ndr. una vita dedicata alla sicurezza nazionale), candidando alla Segreteria nazionale il governatore della Regione con 27 miliardi di debito a rendiconto nel 2016 o un giovane cresciuto nel partito che come ministro delle  politiche agricole alimentari e forestali ha dispensato mutui, sgravi, deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta …

Se non fossimo italiani, come la vedremmo questa storia delle sanzioni UE?

Demata

 

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I titoli di Stato italiani, la sottile leggerezza del populismo e la stretta dell’anaconda

24 Ott

Solo il 32% del debito pubblico italiano è in mano a istituzioni finanziarie straniere. L’Italia è anche il Paese in cui le istituzioni finanziarie residenti, cioè le banche e le assicurazioni italiane, sono più attive nell’acquisto del debito pubblico dello Stato.

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Gli acquirenti del debito pubblico italiano, infatti, sono al 62% da soggetti italiani tra cui il sistema assicurativo italiano detiene da solo poco più di un sesto del nostro debito sovrano.
A questi va aggiunta anche la quota di debito pubblico in mano alle famiglie che è intorno al 5-6% e questo significa che oltre due terzi dell’intero debito è in mano ad italiani, siano essi società, banche, assicurazioni o famiglie.

Ecco chi ci guadagna quando lo spread sale e con esso l’interesse dovuto agli investitori.

Tra gli stranieri troviamo la BCE tramite Bankitalia, con una quota che si aggira oggi intorno al 13-14%, cioè intorno ai 350 miliardi di BTP. In altre parole, gli investitori stranieri non pubblici posseggono meno del 30% del nostro debito pubblico.

Il problema, però, è che questi investitori ci stanno abbandonando da maggio scorso al ritmo di 35-40 miliardi euro al mese, cioè in cinque mesi gli stranieri hanno venduto circa 4-5% del Debito Pubblico italiano che ‘possedevano’ in titoli di Stato.

Complotto? E quale investitore cederebbe i propri titoli sapendo che così  l’interesse aumenterà di valore? 

Cosa sta accadendo? A parte la fragilità di un governo formato da due partiti populisti di opposta impostazione, c’è il ‘successo’ delle politiche finanziarie di quel Donald Trump che Salvini e il Centrodestra come il Premier Conte tanto ammirano.

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“Il Treasury bond americano è soprannominato l’anaconda perché non attira l’attenzione, dormendo per la maggior parte del tempo, ma quando si sveglia è micidiale e provoca un vero e proprio terremoto. Il rendimento è in risalita, ormai al 3,354% e questo fa paura persino a Wall Street, perchè ad esso “sono agganciati i tassi di milioni di mutui e il prezzo che i governi e le società devono pagare per il proprio debito.” (Milano Finanza)

Il prezzo che i governi e le società devono pagare per il proprio debito …

Piuttosto, con lo spread che sale ed il Populismo che grida al complotto finanziario, ma il Presidente Mattarella che ribadisce il mettere “i conti a posto”,  perchè il nostro Ministero dell’Economia e Finanze continua a bandire aste per Bot , come quella annunciata il 24 ottobre 2018 per sei miliardi di euro?

E come lagnarsi che il rating nazionale si abbassa, se il recente riacquisto del BTP Italia in scadenza il 23 aprile 2020 è stato solo “pari a 3,8 miliardi di euro, a fronte di una offerta complessiva pari a circa 7,1 miliardi” e il MEF ha annunciato la “contestuale emissione di ulteriori tranche di titoli” BTP in scadenza nel 2025, 2026, 2028, 2029 e 2046 …

Demata

Destinazione delle imposte versate da horror: l’Italia ha da crescere

8 Giu

Su 10.000 € di imposte ben 1.100 € sono destinate a saldare gli interessi sul debito, altre 1.900  € vanno alla copertura sanitaria, ben 2.100  € sono prelevati per pensioni e welfare. Difesa e sicurezza assorbono meno di 900 € annui. Trasporti, ambiente, territorio, abitazioni, cultura, sport si dividono altri 1.200 €.

L’Agenzia delle Entrate fornisce un Quadro riassuntivo della destinazione delle imposte versate. Per scaricarla basta andare alla sezione “dichiarazione precompilata” del Modello 730, alla quale si accede anche tramite dal sito Inps dove lavoratori e pensionati sono registrati.

Vediamo cosa succede delle tasse versate da una persona con 10.000 euro annui di imposte, cioè che abbia un reddito dichiarato intorno ai 25.000 euro annui lordi.

Destinazione imposte 10000

In parole povere, su circa 1.200 euro netti al mese si pagano circa 1.100 euro l’anno di interessi sul debito pubblico.
Incredibile, vero?

E cosa dire allora dei circa 180 euro mensili che versa alla Previdenza ed Assistenza o gli oltre 150 euro al mese per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e dover anche pagare di tasca propria i servizi?

Vogliamo parlare dei trasporti, dell’ambiente, della cultura e del territorio che sono tanto diversi di Comune in Comune come di Regione in Regione … eppure la somma detratta dallo stipendio non varia granchè da un posto all’altro.

E non parliamo di benestanti o ricchi, 10.000 euro l’anno li versa il Popolo che lavora e produce per poco più di mille euro al mese …

Chiarito perchè i “partiti tradizionali” non seducono più gli italiani, mi chiedo se con quei numeri in tabella … il problema maggiore sono proprio i 20 euro al mese di Contributo al Bilancio UE?

Demata

N.B. La proiezione su 10.000 euro è fatta su una base di calcolo ‘media’ di 50.000 imponibili.

La fallimentare Sinistra francese alla disperata ricerca di una guerra

10 Mar

In Francia, la Sinistra è mobilitata contro la riforma del mercato del lavoro e, solo nel mese di marzo, si prevedono centinaia di manifestazioni, treni e trasporti pubblici fermi, città paralizzate e, a fine mese, lo sciopero generale.

Intanto, nel paese si contano almeno 3,5 milioni di disoccupati, le casse previdenziali in deficit da almeno 40 anni e il comparto industriale non brilla certo per flessibilità alla domanda di mercato.

I fatti sono evidenti:

  1. un sistema di welfare che, nel 2010, incideva sulla spesa pubblica per il 57% del PIL, paralizzando qualsiasi forma di investimento o ripresa
  2. i contributi elevati e la regolamentazione del mercato del lavoro che, secondo dati dell’OCSE del 2010, portavano la tax wedge della Francia a superare di almeno 13 punti percentuali alla media dell’OCSE su tutti i livelli di reddito familiare
  3. il conseguente alto livello di disoccupazione, che dal 1980 non cala al di sotto del 10%, salvo rare eccezioni
  4. il deficit di budget cronico (l’ultimo surplus è stato registrato nel 1974) e la combinazione di una crescita debole e di un sistema di welfare sempre più pesante.

Il programma elettorale di Hollande aveva promesso la rinegoziazione del Fiscal compact e degli statuti della Banca Centrale Europea, senza spiegare agli elettori che – nel caso – si sarebbe pervenuti ad un costo più basso del welfare, ma a discapito del tenore di vita a livello nazionale nel medio termine.

Un tipico stratagemma del Partito Socialista francese di Mitterand, ma all’epoca la Francia batteva ancora moneta, aveva ancora le ‘colonie’ e – soprattutto – Cina, India e Brasile non erano ancora sufficientemente industrializzati.

Finito l’Imperialismo coloniale figlio della Rivoluzione, finito il modello di Welfare redistributivo francese e sinistrorso … i paesi del Terzo Mondo ringraziano ..

Dunque, ad Hollande ed ai socialisti francesi (cioè alla Sinistra europea) non resta altra soluzione che ‘ritirarsi in buon ordine’ come fecero i comunisti sovietici e come suggerì Foucault già nel 1976 o continuare a disinformare la base elettorale promettendo un Welfare diffuso che senza l’Imperialismo coloniale qui in Europa non sarebbe mai esistito.

Hollande e la Sinistra (europea) di fare abiura e pentimento per un modello economico che fa acqua proprio non ne hanno voglia (lo sappiamo bene anche noi italiani). Anzi, sono proprio loro ad aver ‘sostenuto’ la folle politica della Grecia, sperando che si aprisse una crepa nel contenimento del debito pubblico imposto dall’UE a tutti gli stati membri.

Dunque, così andando il mondo, alla Sinistra francese non resta che la seconda via: promettere il Bengodi perchè il ‘mondo può essere migliore’ e poi annunciarne la fine del Bengodi ‘perchè i peggiori hanno vinto’ … cercando intanto di pervenire alla più classica delle soluzioni: la guerra.

Prima Hollande ci ha provato in Siria, subito dopo gli attentati di Parigi, attaccando Isis senza coordinamento NATO e così dando la possibilità a russi e turchi di incrementare notevolmente il teatro bellico.
Adesso Hollande ci prova in Libia, interferendo con il percorso diplomatico  ‘italiano’ che punta a pervenire ad una sorta di ‘protettorato’ alla stregua di quello instauratosi tra Italia ed Albania, ad esempio.

Essendo italiani, confidiamo negli scioperi francesi e nello stallo politico della Francia che potrebbero favorire l’export ed il ‘peso’ italiano all’estero … ma sorgono spontanee alcune domande.
I nostri sindacati (a partire dalla CGIL) e la nostra Sinistra italiana (a partire da La Repubblica) conoscono le obiezioni di Foucault del 1976 al modello economico ‘socialista’ avanzate ben prima che sul mondo incombessero il Tatcherismo, il Reaganismo e il Neoliberismo?

Ma, soprattutto, senza scomodare la cultura quella vera, la Sinistra (non solo italiana) conosce semplici proverbi come “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, “Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”, “Non tutte le ciambelle escono con il buco”, “Non tutto il male vien per nuocere”, “Ogni lasciata è persa”, “Ogni promessa è debito”, “Ognuno tira l’acqua al suo mulino”, “Chi dice ciò che vuole può sentire ciò che non vorrebbe” …

Demata

Cosa si aspetta davvero da noi l’Europa?

5 Feb

Se l’Europa «festeggia» il suo quarto anno fuori dalla crisi, per l’Italia è il sesto anno che la Crisi incombe su tanti.

La nostra crescita è tornata con il segno più solo nel 2015 (+0,8%), l’ inflazione ancora sull’orlo della recessione con un +0,1% del 2015, Intanto, il PIL medio della UE vede un +1,9% quest’anno e +2,1% l’anno prossimo, mentre il nostro raggiungerà un misero +1,4% tra quest’anno (+1,4%) e il prossimo anno.

Una ripresa ‘annunciata, ma non pervenuta’ che ha dato qualche segno positivo solo grazie alla disponibilità delle famiglie ad incrementare i consumi dopo il calo dei tassi d’interesse e del prezzo del petrolio, oltre ad un punticino di minore pressione fiscale.
Se lo o,5 a molti può sembrare poco, ricordiamo che in 4 anni – parlando di soldi e di imprese – lo stacco progressivo dagli altri paesi UE in crescita potrebbe risultare anche al 10% …

Non potrebbe essere altrimenti, se la spesa pubblica è aumentata dell’1% nel 2015 – nonostante i pesanti tagli e oneri che subiamo – e aumenterà di tanto anche nel 2016.
Risultato? Il deficit è stimato in crescita all’1,5% così come il debito pubblico al 132,4%.

E le cose non andranno meglio se il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, sull’economia dell’Eurozona avvisa che «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate, in particolare in Russia, Brasile e Cina, dove vediamo un rallentamento progressivo e controllato» e Marco Buti, direttore generale della Direzione Affari economici della Commissione Ue sottolinea che «l’arrivo di un numero senza precedenti di migranti» nel territorio dell’Ue ha prodotto un «sorprendente rialzo» della spesa pubblica.

Dunque, abbiamo perso il treno della ripresa. E’ un fatto.
Ma perchè?

Certamente una classe politica, burocratica e mediatica di ‘letterati’ anzichè di ‘tecnici’ non è di grande aiuto per uscire da una crisi rapidamente, come non ci aiuta che gran parte della popolazione non abbia conseguito gli studi superiori e peggio ne viene la nostra mentalità che ci impone di ‘sempre tollerare e mai esigere’ da queste persone.
Sarà per questo che i cervelli solitamente scappano all’estero o comunque non vengono non vincono i concorsi nè vengono candidati o eletti.

Ma il vero guaio sta altrove: pensioni (37,85%), sanità (13,39%), pubblico impiego (13,66%) che superano il 55% della spesa totale equivalente ad oltre il 70% del PIL annuo.

Spese che rappresentano una seria anomalia in un bilancio statale:

  1. le spese di Amministrazione Generale (pubblico impiego) sono del tutto eccessive, se consideriamo che costa più dell’Istruzione (7,61%) e la Difesa (2,42%) messe insieme. O si taglia l’amministrazione oppure è evidente che sottofinanziamo scuole e sicurezza, come le cronache confermerebbero;
  2. le pensioni che vertono direttamente sul bilancio statale – per norma internazionale e generale – dovrebbero essere solo quelle ‘sociali’ o ‘per salute‘, mentre quelle che derivano da contribuzione da lavoro sono da affidarsi a public companies o privati in regime di concorrenza, come l’Europa avrebbe sentenziato per l’Italia e l’Inps da molto tempo ormai. A parte c’è un sottostima dell’effettivo invecchiamento dei lavoratori – cioè flessibilità – nella previsione delle riforme Amato-Dini e l’errore di rivalutazione in euro per le pensioni più alte,ma … un istituto privato non avrebbe mai potuto arrivare ad una tale distorsione
  3. anche per la sanità vige la stessa norma internazionale … fu per questo che Romano Prodi cercò di ‘trasformare’ i nostri policlinici e le nostre USL in aziende ‘private’. Sappiamo anche come è finita … ma pochi sanno che il prelievo del 9,9% dal reddito costa ad ognuno molto di più (ben 220 euro mensili per chi guadagna la miseria di 25mila lordi)  di quanto spenderebbe in USA per una assicurazione salute-vita.

In parole povere, se collocassimo le pensioni e la sanità nelle ‘caselle giuste’, come per miracolo il nostro debito scenderebbe dal 132% in incremeno a circa il 95% in decremento, i nostri Titoli di Stato andrebbero a ruba, tutte le banche ritornerebbero in salute, la Giustizia troverebbe il metodo per rendere i processi brevi e la legge certa e prevedibile, ci sarebbero i soldi per creare lavoro e consumi finanziando istruzione, sicurezza, difesa, ambiente e welfare …

Ah già, dimenticavo, allo stato attuale spendiamo l’1,34% per la Cultura e i servizi ricreativi, lo lo 0,9% all’Ambiente, 0,65% per lo Smaltimento rifiuti e 0,15% per le Telecomunicazioni (nel 1996 la spesa era dello 0,55%) … per questo intere cittadine sono senz’acqua, abbiamo munnezz e degrado ovunque, ogni tanto frana qualcosa, i giovani hanno solo le movide per incontrarsi e su internet la presenza istituzionale è risibile.

Come salvare l’Italia, visto che dopo quattro anni di ripresa altrui, «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate» e tra poco arriva qualche de-rating disastroso?

Rifomando le pensioni e la sanità in modo da poter, poi, riformare il comparto assicurativo e liberare il bilancio pubblico da spese improprie.

Mettere i conti a posto – iniziando almeno ad iscrivere le somme nelle ‘caselle giuste’ – questo è quello che l’Unione Europea si attende da noi dal 2010, mica il salvataggio delle banche e delle caste che Mario Monti e parte del PD stanno attuando in nome dell’Europa.

Ed era il 1999 quando Marco Pannella con i Radicali propose i referendum su sanità, sostituto d’imposta e pensioni”, dato che la misura era già colma allora.
Ovviamente i referendum furono boicottati dalla partitocrazia mediatica e non raggiunsero i quorum.

Quella fu la prima occasione di cambiare l’Italia con un voto per gli attuali quarantenni. Chissà se se lo ricordano oppure dovranno ricordaglielo i mercati tra qualche mese?

Demata

 

Piazza Affari crolla: gli errori della BCE e i segnali dei mercati

2 Ott

A Milano Piazza Affari perde il 3,9% e l’Europa trema a Francoforte (-1,7%) , Londra (-1,49%) e Parigi (-2,5%). Il credito di fiducia concesso all’Italia è ormai palese che non sarà mantenuto e lo spread risale a 142.

Intanto, a giustificare i peggiori timori dei mercati, arriva la prudenza di Mario Draghi, che il Bel Paese lo conosce bene, con la BCE che mantenendo basso e bassissimo il costo del denaro – per rilanciare un Francia e Italia che non ripartono – di sicuro non favorisce la ripresa dell’inflazione.

Un Mario Draghi che ancora non ha attivato il «Quantitative Easing», il programma di acquisto massiccio di bond da parte della banca centrale a sostegno della crescita, dopo averlo proposto con insistenza  – cosa sacrosanta – come toccasana della ripresa, ma senza evidenziare che per arrivarci sarebbe stato propedeutico che Italia e Francia riformassero pubblica amministrazione e sistema di bilancio.

E così è andata che in Italia tanti – ma non Carlo Cottarelli o Daniela Morgante – si sono illusi che potessimo scaricare il 60% del debito, senza prima smantellare l’enorme e inefficiente macchina burocratica delle proroghe, delle deroghe e degli sprechi.

Infatti, è accaduto che per due anni – dopo il rullo compressore di Monti, Fornero e Passera – nessuno tra Letta e Renzi abbia ben pensato di mettere all’ordine del giorno la riforma della giustizia nè quella della sanità e neanche quella dell’istruzione, dell’università e della ricerca, per non parlare del blocco del Patto di Stabilità per gli enti locali che durerà, si spera, fin quando non cambieranno sistemi di reclutamento, contratti di lavoro a ‘posto fisso’ e regole per gli appalti.

Dunque, Mario Draghi qualche colpa ce l’ha.
Poteva, ad esempio, non illudersi che Roma – la sua città natale – cambiasse metodo e registro dopo oltre duemila anni durante i quali ha perfezionato quel ‘sistema’ di tributi prima, oboli dopo ed infine imposte e accise, che le permette di vivere nello spreco.
Non si offendano i romani o gli italiani: è nei fatti che in Europa ci sono almeno 200 milioni di cittadini i cui antenati – proprio per quei motivi – si opposero strenuamente a Roma fino a distruggerla e che altrettanto – secoli dopo nei loro territori – con la Chiesa Cattolica, salvo dove la spada (Francia, Baviera e Polonia) riuscì a far deserto chiamandolo pace.

In parole povere, specialmente dopo lo stallo che la Sinistra italiana e francese impongono in casa loro da anni, è evidente che l’Eurozona ‘che conta’ andrà a recriminare sulla promessa della BCE di un «Quantitative Easing», senza chiarire i requisiti minimi di accesso per i diversi stati dell’Unione, come chiederà la marcia indietro a Draghi sul recente abbassamento del costo del denaro, per salvare due nazioni decotte come Italia e Francia, ma frenando la crescita proprio della Germania e mettendo ancor più in difficoltà la Gran Bretagna.

Una BCE che – a vederla in altri termini – non può avviare un «Quantitative Easing» a cuor leggero, perchè ci si sta rendendo conto che comporterà anche un certo indebolimento contestuale dell’Euro, dato che farebbe ‘emergere’ che il valore infrastrutturale italiano è molto inferiore al dichiarato /ritenuto (ndr. addio spread …), visto che in metà del Paese strade, scuole, edifici pubblici e ospedali sono stati costruiti spesso male e manutentati certamente peggio: per almeno un ventennio rappresenteranno un costo e non esattamente un patrimonio …

A noi italiani non piace sapere tutto questo e, infatti, i media non ne fanno cenno, ma facile intuire cosa possano pensare di noi gli stranieri, se – da quando è iniziata la Crisi – abbiamo una Politica che ha cetamente il reccord mondiale di propri esponenti finiti in tribunale per scandali e ruberie, una Finanza pubblica che promette di tutto e non mantiene niente, un Sindacato che non propone mai ma diffida sempre, una Giustizia che non vede mai le Corti supreme costituite al completo, troppi cittadini che sanno sbraitare ma non rimboccarsi le maniche, tanti media che ‘non la raccontano giusta’ come la pessima posizione in classifica Reuter dimostra, troppe piccole imprese e cooperative che non sono altro che delle famiglie affatto allargate.

Che ci piaccia o meno, questa è la ‘figura’ che stiamo facendo da tanti anni ormai e gli unici che ancora non ci trattano da insolventi che campano sugli allori sono Mario Draghi e la BCE: il ‘segnale’ di oggi non era per l’Italia, ma per l’Eurozona e, quel che è peggio, a Napoli come a Roma non l’hanno capito …

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Debiti PA: quello che proprio non vogliono cambiare

19 Giu

La Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione contro l’Italia inviando al governo una lettera di messa in mora per violazione della direttiva europea sui ritardi di pagamento entrati in vigore il 16 marzo 2013 per «il fatto che in Italia le autorità pubbliche impiegano in media 170 giorni per effettuare pagamenti per servizi o merci fornite e 210 giorni per i lavori pubblici».

La polemica infuria e a sentire politici ed esperti in consesso mediatico, la colpa è di tutto e di nulla, persino dell’Europa, che giustamente reclama.

In realtà, le cose starebbero in un altro modo e dovremmo saperlo tutti.

Innanzitutto le tempistiche, dato che il ritardo dei pagamenti è solo la punta dell’iceberg.
Per fare un esempio, parliamo di ‘scuola’ – un settore molto più semplice delal Sanità o degli EE.LL, dove tra l’altro circolano davvero pochi soldi – e facciamo conto che nell’anno X venga finanziata una formazione interna da parte del competente ministero. Il percorso contrattuale integrativo, per ben che vada, comporta che l’operatività a livello regionale si avvi nell’anno X+1, che nelle scuole l’iniziativa arrivi nell’anno X+2, che venga completata nell’anno X+3 (se va bene), che venga rendicontata nell’anno X+4 e  messa a consutivo con revisione dei conti nell’anno X+5, per arrivare in Corte dei Conti nell’anno X+6.
Qualunque commento è superfluo, specialmente se si tiene conto che per Sanità ed Enti Locali il percorso è ancora più tortuoso. O no?

C’è poi il sistema delle assegnazioni e dei residui contabili, che dovrebbe impedire l’accumulo di somme inevase e che in realtà è la causa di molti mali.
In pratica, un’amministrazione può spendere solo se ha avuto un’assegnazione da un ‘ufficio centrale’, che, però, può essere anche meramente ‘nominale’, cioè arriva una lettera che assegna i fondi, ma non il bonifico, che comunque deve arrivare entro l’anno solare. Nel caso non arrivi, la somma viene iscritta a residuo, ma soprattutto deve essere messa a riscossione, prima con un sollecito per arrivare alla denuncia per omissione, a seconda del caso.
Possiamo tutti immaginare che sia piuttosto difficile per un ufficio periferico denunciare il dirigente superiore o per il sindaco di un piccolo comune il potente ministro competente. Specialmente se questo ‘superiore’ non si premura di monitorare le altre somme che il ‘sottoposto’ tiene ferme per inerzia o incapacità.
E possiamo capire tutti che sia risibile che la revisione dei conti pubblici consista spesso nella mera verifica del pareggio tra residui attivi (somme esistenti non spese) e residui passivi (somme inesistenti già spese).

Arrivati a questo punto, è facile notare che i così detti ‘debiti della Pubblica Amministrazione’ siano la rilevanza esterna dei ‘residui passivi della Pubblica Amministrazione’, che rappresentano una patologia antica del sistema italiano, ereditata dallo Stato Sabaudo e dal Vaticano.

Dunque, non si tratta solo di sbloccare somme o di semplificare procedure: misure inderogabili, ma pannicelli caldi per un problema che è strutturale.

Va, innazitutto, riqualificato il sistema di Revisione dei conti della P.A.. Anzi, è davvero singolare che non si sia già provveduto, mentre da anni si parla di sprechi, di debito e deficit incrementali, di crisi e sostenibilità e … mentre ogni sei mesi assistiamo a rettifiche dei conti precedenti.
Tenuto conto che il compito potrebbe già oggi essere affidato alla Guardia di Finanza, proprio non si comprende cosa stiano aspettando.

Inoltre, non è possibile che – con la situazione economica e occupazionale che ci troviamo – non si intervenga sui dirigenti degli uffici che non intervengono fattivamente per riassorbire i residui attivi e passivi, ovvero richiedere il dovuto e spendere il ricevuto: in caso di residui passivi protratti va determinata una procedura che tuteli le piccole amministrazioni, nel caso di residui attivi persistenti, gli uffici superiori devono intervenire.

Se, poi, visto che esiste la fatturazione elettronica, non sarebbe una cattiva idea legiferare che vengano automaticamente trasmesse al MEF, in modo da avere il polso della situazione in tempo reale.
Magari, riusciremmo anche a capire perchè il debito italiano cresce pari passo con i tagli che applichiamo da anni …

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