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Senato e Titolo V: senza riforme l’Italia in stallo

3 Giu

In Gran Bretagna, i parlamentari  (Camera dei comuni) sono 650 – Members of Parliament – eletti dal popolo a suffragio universale e con il sistema maggioritario.
Esiste anche la House of Lords (Camera dei Lord) con 826 membri totali di cui 92 sono ereditari e 709  a vita, che ha compiti di revisione della legislazione emessa dall’Esecutivo, controllo sulla legislazione europea, funzioni costituzionali e dibattimentali su questioni politiche e giudiziaria. Una sorta di corte/camera costituzionale allargata e trasparente, di cui fa parte anche l’alto clero anglicano.

L’Assemblea Nazionale francese è formata da 577 deputati, eletti in un collegio elettorale uninominale a doppio turno, 346 senatori sono eletti a suffragio indiretto da circa 150.000 grandi elettori: sindaci, consiglieri comunali, delegati dei consigli comunali, consiglieri regionali e deputati.
Il Senato ha praticamente gli stessi poteri dell’Assemblea Nazionale, ma a causa della lunghezza del mandato, della relativa minore importanza rispetto all’Assemblea, alla possibilità di cumulare cariche elettive locali con il mandato di senatore, è considerato come un buon ripiego per politici a fine carriera o come mezzo di rientrare nella politica attiva per i candidati all’Assemblea Nazionale che non sono stati eletti.

Il Bundestag (trad. Dieta federale) è il parlamento federale tedesco composto da 630 deputati, eletti con un sistema misto: per metà in collegi uninominali con il sistema maggioritario plurality e per l’altra metà con il sistema proporzionale del quoziente.
C’è anche il Bundesrat (trad. Consiglio federale), un organo costituzionale legislativo, composto dai 69 delegati dei governi dei vari Länder. Ha funzioni di revisione costituzionale e di iniziativa legislativa in materia federale.

In Spagna, il Congresso dei Deputati è composto da 350 membri, eletti in ogni circoscrizione elettorale, a cui viene attribuita una rappresentanza minima iniziale ed un numero addizionale di seggi in base alla popolazione. Sono, poi, 208 senatori sono eletti direttamente dal corpo elettorale con suffragio universale nel Senato delle Autonomie.
La Costituzione attribuisce al Congresso una notevole autonomia rispetto al Senato, tra cui il poter conferire e ritirare la fiducia alle Corti Generali nel Governo e dirimere i conflitti che sorgono tra le Camere durante l’elaborazione e l’approvazione delle leggi.

In breve:

  • Spagna, un eletto dal popolo ogni 80.000 abitanti. 588 politici nelle ‘Camere’. Senato  a suffragio universale di limitata importanza
  • Germania, un eletto dal popolo ogni 117.000 abitanti. Un parlamentare – di cui l’11% non eletto direttamente – ogni 99.000 abitanti. 699 politici nelle ‘Camere’. Senato di ‘delegati’ con funzioni di revisione costituzionale e iniziativa federale
  • Italia, un eletto dal popolo ogni 63.000 abitanti. 944 politici nelle ‘Camere’. Senato  a suffragio universale equiparato alla Camera
  • Francia, un eletto dal popolo ogni 113.000 abitanti. Un parlamentare – di cui un terzo non eletto direttamente – ogni 63.000 abitanti. 916 politici nelle ‘Camere’. Senato  di ‘delegati’ equiparato alla Camera, ma di limitata importanza
  • Gran Bretagna, un eletto dal popolo ogni 97.000 abitanti. Un parlamentare – di cui tre quinti non eletti direttamente – ogni 37.000 abitanti. 1476 politici nelle ‘Camere’. Senato di ‘delegati’ con funzioni di revisione costituzionale e legislativa.

Detto in altri termini, solo l’Italia con la Francia ha un Senato eletto effettivamente equiparato alla Camera dei Deputati, ma in Oltralpe al posto degli elettori troviamo dei Grandi Elettori con un ricambio triennale.
Anche in Spagna è eletto dal popolo come in Italia, ma ha una rilevanza minore per legge.
In Germania, è una ‘commissione di lavoro allargata’ dei Lander, in Inghilterra un’ampia rappresentanza di Lord, in ambedue i casi i compiti sono principalmente revisori.

In parole povere – al vaglio delle carte costituzionali dei vari stati europei da parte di di noi posteri –  se il Senato ha gli stessi compiti e i medesimi poteri della Camera dei Deputati, invece di dedicarsi alla revisione di leggi e trattati, lo Stato non funziona bene: decide con lentezza, spende con dissolutezza.
Stop.

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Europee 2014: PD fagocita, 5S crolla, Centrodestra delude

26 Mag

Il PD di Matteo Renzi – a vocazione maggioritaria come per Veltroni – fagocita gli alleati moderati. La Sinistra resta inderogabilmente intorno al milione di voti, cioè  ai limiti soglia dello sbarramento del 4%.

Le Cinque Stelle perdono quasi 3.000.000 di voti, un buon 20% ha già voltato le spalle. Stessa batosta per il Centrodestra, che il Berlusconismo è finito. La Lega cresce, con oltre 200.000 voti in Italia Centrale.

Confronto voto UE 2014 - Italia 2013Quale morale trarne?

Il PD a vocazione maggioritaria ‘vince’ perchè mantiene la fiducia dei propri elettori e di quelli di ‘area’, ma, come da sempre, non riesce ad agganciare elettori non già ben predisposti.

Le 5S paga l’inesperienza e l’arroganza di tanti suoi parlamentari, l’ostinazione a focalizzarsi su microproblemi, invece partecipare positivameente al dibattito generale sulle riforme strutturali. Inoltre, il ‘disastro’ è stato accentuato dalla centralizzazione della campagna  del movimento sulle intemperanze di Beppe Grillo e sulle teorie sociali di Casaleggio.

Il Centrodestra deve affrontare e superare rapidamente la fine del Berlusconismo e del Clientelismo. La prima annunciata dalla veneranda età di Silvio Berlusconi e dai noti fatti di cronaca giudiziaria. Il secondo è precisato – dopo Alba Dorata in Grecia e 5S in Italia – dagli exploit di destra in tutta Europa, ma, soprattutto, dal buon risultato elettorale di Alleanza Nazionale e della Lega.

Intanto – se qualcuno volesse correre alle elezioni o pensare ad un Centrosinistra oppure ideare un governo PD-5S – sarebbe meglio non lasciarsi offuscare dal dato percentuale del PD (41%), se oltre 20 milioni di italiani sono rimasti a casa e i voti che mancano nelle urne sono in gran parte di destra.

Piuttosto, riguardo l’Europa, in Italia hanno vinto gli Eurocritici – meglio degli Euroscettici altrui – e questo potrebbe essere un gran punto a favore di Renzi e Draghi.

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Senato incostituzionale e deriva democratica … in pillole

28 Apr

Da circa un mese, a sinistra, ha iniziato a levarsi un brusio di presunta incostituzionalità della riforma elettorale che Matteo Renzi sta promuovendo. Brusio che nella ‘pausa pasquale’ sembra essersi trasformato in clamore.
Ma di cosa si tratta?

Vannino Chiti, il promotore del disegno di legge ‘alternativo’ – che piace agli tanti senatori attuali tra cui i Cinque Stelle, precisava, giorcni fa, che “noi proponiamo che i senatori siano eletti dai cittadini con una legge di tipo proporzionale e le preferenze, in concomitanza con le elezioni per i Consigli regionali. In democrazia se chiamati dal consenso dei cittadini a svolgere una funzione, è virtù non sovrapporre incarichi. La modalità di elezione è legata alle competenze del nuovo Senato. Secondo la proposta del governo parteciperà alle modifiche della Costituzione, alle nomine dei giudici costituzionali, del Csm, all’elezione del Presidente della Repubblica. Per il resto darà pareri. Avremo così un Senato senza funzioni di garanzia reale, tanto più necessarie dal momento che la Camera sarà eletta con una legge fortemente maggioritaria.”

“C’è stata – afferma Stefano Rodotà – una regressione culturale profonda. Si cancella il Senato, si compone la Camera con un sistema iper maggioritario, il sistema di garanzie salta. Il risultato – conclude – sarebbe un’alterazione in senso autoritario della logica della Repubblica parlamentare che sta in Costituzione. E dovremmo stare zitti?”

«Per ciò, si dovrebbe andare oltre il bicameralismo perfetto, non per umiliare ma per valorizzare: eliminare il voto di fiducia, ma prevedere un ruolo importante sugli argomenti “etici”, di politica estera e militare, di politica finanziaria che gravano sul futuro. Altro potrebbe essere il controllo preventivo sulle nomine nei grandi enti dello Stato, sul modello statunitense. Sarebbe uno strumento di lotta alla corruzione e di bonifica nel campo dove alligna il clientelismo. Insomma, ci sarebbe molto di serio da fare», questo il pensiero di Gustavo Zagrebelsky.

Le maggiori divergenze, tra la proposta del governo e quella dell’on Chiti e altri, stanno nella composizione e nei compiti del nuovo senato, nei compensi dei senatori, nel rapporto con le Regioni. Tutto, insomma.

 Infatti, nella proposta del governo, si prevedono in totale 127 (più 25 senatori ‘a vita’) senatori, che saranno i Presidenti delle Giunte regionali e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, i sindaci dei Capoluogo di Regione e di Provincia autonoma saranno anche senatori, più, per ciascuna Regione, due consiglieri regionali e due sindaci scelti dai rispettivi consigli.
I difetti della proposta di Renzi & co. stanno nel fatto che il ‘nuovo senato’ potrebbe riunirsi con relativa continuità e che si creerebbe un forte cumulo di cariche pubbliche (visti i compiti già attribuiti ai suoi componenti). Una sorta di ‘dopolavoro comunale’ come sottolineava, con una delle sue solite battute ad effetto, Silvio Berlusconi.

Per Chiti e gli altri senatori che hanno sottoscritto la proposta il Senato rimarrà elettivo, con rappresentanti scelti direttamente dai cittadini in contemporanea con le elezioni regionali.
«La riforma del governo è pasticciata. E forse lo è perché si sarebbe dovuti partire da una riflessione circa i nuovi compiti che il Senato deve svolgere e da lì intervenire sulla sua composizione, come effetto conseguente, e non viceversa. Si è scelta però la strada più facile da comunicare», questo il pensiero di Andrea Pertici, senatore PD di ‘area civatiana’.
C’è però, da rilevare che – votando su base regionale come oggi, ma con soli 100 senatori eletti sul territorio italiano (uno ogni circa 300.000 elettori) – sussiste la difficoltà a realizzare la proporzionalità che la Costituzione prevede, come già si verifica per le elezioni europee, nonostante l’accorgimento dei ‘macrodistretti regionali’, per il caso delle firme minime da raccogliere in Val d’Aosta.

Votare alle regionali dei consiglieri appositamente demandati a svolgere il compito senatoriale, potrebbe essere un passaggio utile a comporre il mosaico. Qualcuno ne aveva scritto tempo addietro, tra l’altro.

 Andando ai ‘poteri’, il nuovo Senato di Matteo Renzi rappresenta le istituzioni territoriali di cui si compone (Autonomie), può proporre delle modifiche alle leggi approvate dalla Camera, vota le leggi costituzionali, mentre lo Stato ritorna ad avere la competenza esclusiva per le norme generali per: governo del territorio, protezione civile, produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale.
Secondo la proposta minoritaria del PD appoggiata dai Cinque Stelle, il Senato dovrà esaminare e votare anche le leggi elettorali, i trattati europei e i provvedimenti che investano diritti fondamentali della persona, ma non vi sarà nessun cambiamento rispetto alla normativa vigente e la Conferenza Stato-Regioni allargata resterà invariata.

In questo caso i ‘difetti’ pendono quasi tutti dal lato della proposta Chiti, visto il permanere di una ‘terza Camera’ – la Conferenza Stato-Regioni – che continuerebbe ad occuparsi della bassa macelleria con inefficacia ormai proverbiale, mantenendo un Senato di ‘eletti’, impegnato in compiti che potrebbero essere, saggiamente e celermente, demandati al parere preventivo della Corte Costituzionale, per provvedimenti che comunque vengono vagliati nella loro costituzionalità dal Capo dello Stato.

Il Senato di Renzi, viceversa, potrebbe essere tenuto regolare le materie di competenza regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale”, e può anche devolvere ad una o più Regioni la funzione legislativa, “anche su richiesta delle Regioni e per un tempo limitato”.
Fermo restante che il nuovo senato avrebbe comunque il potere di richiedere alla Camera di modificare sia le norme generali sia le leggi elettorali, i trattati europei e i provvedimenti che investano diritti fondamentali della persona, come anche quello di richiedere comunque l’intervento della Corte Costituzionale.

Dunque, come al solito, restano alcune domande aperte.

Perchè gli eminenti professori del PD insorgono contro la deriva autoritaria, se il problema vero è solo nella ‘formula elettorale’?
E perchè il Movimento Cinque Stelle appoggia la proposta Chiti, ovvero il mantenimento dello status quo, con il rischio che, cadendo il governo, si vada ad elezioni con la solita ‘carica dei 300’, indennità comprese?

Ma, soprattutto, perchè  le due o tre anime del Partito Democratico non riescono a trovare una soluzione decente al banale quesito di ‘come individuare circa 100 senatori su circa 40 milioni di elettori’?
Forse perchè la rapida evoluzione delle bozze e la disponibilità al dialogo – tipica di un metodo moderno e in real time – viene confusa con altro, come ben chiarisce l’ultraottantenne Stefano Rodotà all’Huffington Post: “Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale“.

Peccato che questo possa anche suonare, con una mentalità od un’età diverse, come ‘ci siamo tenuti in contatto e le abbiamo proposte tutte, ma sono pervenute solo critiche e silenzi’

Leggi ancheSenato SI, Conferenza Stato Regioni NO. Perchè?

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M5S game over, Renzi missione compiuta?

27 Feb

In Italia, i tre maggiori partiti sono guidati da personaggi (Renzi, Grillo e Berlusconi) che non fanno parte del Parlamento. A dire il vero, forse non dovremmo parlare dei ‘maggiori’ partiti, ma dei ‘partiti’, visto che uno sbarramento all’8% potrebbe cancellare  UDC / Scelta Civica, Fratelli d’Italia e SEL, come anche la Lega non esiste in 2/3 dell’Italia.

Partiti (PD, M5S e PdL) che neanche s’è ben capito come funzionino in termini di democrazia interna, visto che tra i Democratici non c’è segretario o premier che resista un anno uno, che senza Beppe Grillo e il suo portale Cinque Stelle dovrebbero riorganizzarsi da zero, che l’esodo di NCD è dovuto anche al peso dei Berluscones nel partito.

Intanto, Obama  benedice Matteo Renzi, lo spread si mantiene ai minimi, la Germania non è più mordace. Perchè?

Perchè ‘questa sinistra’ piace. All’estero piace.
E non parliamo solo della benedizione del Time, del 2009, quando Mattteo Renzi venne definito da Jeff Israely come l’Obama italiano, “un praticante cattolico  che rappresenta la speranza di cambiamento dei Democratici”.

Mette spalle a muro Roma con suoi debiti e il suo degrado … mentre c’è da privatizzare sul serio l’AMA e mentre la lungimirante Gaz de France – Suez che ha acquistato e occupato il suo bel palazzone (già dei sindacati …) sul Lungotevere ggià da una decina d’anni …

Rinuncia a realizzare opere pubbliche (in toto, in parte o delegando) come per la TAV in Val di Susa, per i No Canal a Milano, per la gestione mediatica della Terra dei Fuochi e del pentito Carmine Schiavone, per i gasodotti in Puglia: meno tensioni sociali e lauti affari per i territori adiacenti (Francia, Milano est, ciclo dei rifiuti emilromagnolo, Molise) …

Parla di scuola strizzando l’occhio agli edili, di università guardando al turismo degli scambi culturali, di lavoro pensando alle Coop, di Sanità con nostalgia per le mutue, di ‘rottamazione’ ma non di pensionamenti.

Ma, soprattutto, quel che piace (all’estero) di Matteo Renzi e del nuovo corso populista (ndr. visitare una scuola alla settimana rievoca i fasti totalitari di Benito e Josip) è la possibilità di frantumare il ‘polo’ Cinque Stelle ed incassarne parte dei cocci alle prossime elezioni.

Missione sostanzialmente compiuta: se 18.000 voti on line possono defenestrare quattro senatori eletti, la democrazia non è tra noi.
Se, poi, Beppe Grillo riesce a commentare «così si terranno i 20 mila euro al mese», siamo ben oltre. Non a caso i Cinque Stelle espulsi ed i ‘dissidenti’ parlano di «fascisti» e «cannibali», mentre i media annunciano il ‘rischio scissione’.

Forse non ‘fascisti’ – anche se giubilare un parlamentare è da Neolitico – ma se non ‘cannibali’, probabilmente ‘dilettanti’, visto che una giubilazione /scissione è la cosa politicamente meno opportuna, se sul tavolo di Renzi c’è il piano nomine di 350 nuovi manager, dalle Poste a Eni, in cui, per la prima volta da 12 anni, un governo di centrosinistra deve decidere i vertici delle aziende di Stato. Ecco la fretta di ‘avvicendare’ Enrico Letta …

Figuriamoci, poi, a regalare alla maggioranza di Renzi al Senato quei 20-30 senatori che servono per formare un governo di ‘sinistra’ anzichè di ‘larghe intese’ e che – se restassero nel M5S – dovrebbero dire addio alla politica in un anno o due, vista la riforma che si prevede per il Senato e la debolezza dimostrata dal Cinque Stelle a livello regionale e di radicamento dei parlamentari al territorio.
Secondo La Repubblica, “Pippo Civati, per dire, già si lecca i baffi: l’area del nuovo centrosinistra è a quota 23 senatori” … e, secondo buon senso, nel giro di un anno buona parte dell’anima ‘di sinistra’ dei M5S sarà in un modo o nell’altro ritornata all’ovile. Cosa ne sarà del resto dei Grillini, è difficile dirlo, ma non è improbabile che Lega e Fratelli d’Italia non possano recuperare qualche punto in percentuale …

Ormai la frittata è fatta, i Cinque Stelle hanno scelto tra l’essere forza ‘parlamentare’ – in cui le decisioni escono dal gruppo degli eletti – ed il rimanere un esperimento di net-democracy – dove il consenso si coagula in questioni ridotte ai minimi e mutevoli termini di un click.
D’altra parte, è dato di fatto che i Cinque Stelle non siano riusciti ad aggregare – in quest’anno di legislatura – una think tank di esperti (blogger o accademici che siano) per sostenere il lavoro dei parlamentari.

Game over, caro Beppe. Chi troppo vuole, nulla stringe.

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Renzi e le riforme che farà

14 Feb

I dati delle elezioni del 1992 furono l’ultimo atto della Prima Repubblica ed in essi è sugellato alla Storia il quadro – ferale ma bellamente ignorato – di una egemonia di consensi tanto ‘riformista’ quanto poco  ‘di apparato’, visto che i consensi ‘a sinistra’ videro, alla Camera, Occhetto (PDS) fermo a 6,3 milioni di voti, il PSI di Craxi a 5,3 e il PRC a 2,2 milioni, i Verdi poco oltre il milione.

Da lì prese avvio la Seconda Repubblica, erano almeno 14 milioni di voti, dopo 20 anni – nel 2013 – erano poco più di 10 milioni …

L’odierna Sinistra Ecologia e Libertà è riuscita a dilapidare un patrimonio di oltre 3 milioni di voti (PRC + Verdi nel 1992), divenuti meno di un milione nel 2013, mentre alle ultime elezioni tedesche Linke e Grunen – nonostante la batosta – hanno assommato comunque il 20% delle preferenze. Praticamente quanto oggi raccolto dal Movimento Cinque Stelle …

Quanto al Partito Democratico, oggi raggiunge circa 10 milioni di preferenze, più dei sei del 1992, ma molto meno di quanto raccogliessero PDS e PSI. In Italia, come in Germania per l’odierna SPD, quella che risulta determinante è l’incapacità di attrarre il voto moderato e di formulare strategie di politica economica.

Jean Ziegler – allorchè cadde il Muro di Berlino ed ebbe inizio la Globalizzazione – preannunciò questa crisi della ‘sinistra’, sia in ragione dell’ampio spread di diritti, tutele e benefit di cui godono i lavoratori europei (ma non nel resto del mondo) sia perchè la fine dei ‘blocchi ideologici’ avrebbe affievolito il ‘legante’ che finora aveva accomunato ceti medi e ‘dananti della terra’.

Enrico Letta poteva essere il protagonista di questo cambiamento, traghettando le istituzioni (e la Sinistra che ne ha fortemente condizionato l’attuale status) verso un sistema di governance che permetta la cosiddetta ‘alternanza’ senza escludere le minoranze di una certa entità e verso un  Progetto Italia che non pensi solo a consolidare il denaro ma anche e soprattutto a farlo circolare.

C’era da far la voce grossa in Europa – con ottimi alleati in Gran Bretagna, Francia e Strasbourg – e c’era da por mano alla ridondante questione romana (INPS, Alitalia, debiti comunali, legge sui rifiuti, Bankitalia, vendite e concessioni demaniali, eccetera), c’era da dar respiro ad un’Italia che produce e arranca, senza che vi sia almeno un termine prefissato per misure (ndr. quelle di Monti e Fornero) che non possono essere ragionevolmente durevoli, e c’era da dar speranza a quanti – troppi – non hanno il lavoro, la cura o la pensione che gli spetterebbe con le tasse che ci fanno pagare.

Enrico Letta non l’ha fatto e, in mancanza di altri parlamentari proponibili, arriva Matteo Renzi.

Per fare cosa?
L’agenda è già scritta dagli errori e dalle esitazioni di chi l’ha preceduto, ovvero dall’urgenza:

  1. risolvere il brutto pasticcio delle pensioni e del conseguente blocco del turn over e dell’innovazione
  2. alleggerire l’impianto dei contratti nazionali e della filiera negoziale, per facilitare gli sgravi fiscali, il sistema di premialità, gli accordi locali, la flessibilità sull’export
  3. riformare la legge elettorale in modo che sia garantita l’alternanza, ma anche la democraticità, ovvero le minoranze politiche di rilievo ed il federalismo
  4. riformare -per riequilibrarlo con il nuovo parlamento – il livello apicale della governance (sindacati, CSM, INPS, Bankitalia, Regioni, Provincie e Comuni)

Il passaggio politico più difficile non è il primo – come qualcuno cerca ancora di convincerci – ma l’ultimo, visto che cambiare sistema elettorale per davvero e pervenire ad un parlamento diverso per accesso e poteri significa dover mutare tutto quello che a Roma è immutabile da un secolo e passa: la Pubblica Amministrazione.

Non sarà difficile sbloccare previdenza, lavoro e investimenti, incassando consensi prima e dopo le elezioni europee. E non dovrebbe essere difficilissimo concertare una legge elettorale.

Vedermo, però, se Matteo Renzi riuscirà a riportare nei limiti sostenibili quell’antico Male che si impossessò di Roma nell’arco di soli 10-15, già negli anni di poco precedenti la Breccia di Porta Pia … ma potrebbe farcela.

Serviranno l’azzeramento delle prebende, gli scivoli pensionistici, l’innovazione tecnologica, la meritocrazia e il controllo di gestione: tutte cose che i Sindacati confederali italiani avversano come fosse il fumo negli occhi …

Dunque, a prescindere da Renzi, riuscirà l’Italia a dotarsi di un partito riformista?

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La fine del governo Letta (pre)annunciata dai media

13 Feb

Lucia Annunziata, dall’Huffington Post, scrive di ‘crisi drammatica, gestione ridicola’.

Come non darle torto, dinanzi ad un Partito Democratico che si presenta alle elezioni con SEL e candidando Pierluigi Bersani, per poi governare con Enrico Letta e il Nuovo Centrodestra – un partito che ancora non c’è – e adesso, in soli 12 mesi, proponendo l’avvicendamento con Matteo Renzi – che non è un parlamentare – e con una porta aperta al Movimento Cinque Stelle ed un’altra per Forza Italia.

Come non darle ragione, se l’immobilismo di Enrico Letta – rispetto al tracciato montiano e cencelliano che ha adottato – non lascia altre alternative all’Italia che Matteo Renzi e le sue promesse di attivismo riformatore, visto che proprio le opposizioni (Berlusconi, Salvini, Casaleggio) non disdegnerebbero la soluzione.

Sarà per questo che  “il Presidente Napolitano da parte sua aggiunge a questo percorso, insieme privatistico e confuso, il paletto di un nonchalant “parlare di elezioni è una sciocchezza“, se come sembra esistono le premesse per una legislatura riformatrice.

Per Matteo Renzi, come fu per Mario Monti, esiste il problema del “distacco totale da qualunque mandato elettorale” ed, infatti, Lucia Annunziata ha gioco facile per ricordare a tutti che “non c’è bisogno di essere costituzionalisti per dire che è arrivato il momento di dichiarare che siamo di fronte a una crisi del governo, che c’è un presidente del consiglio sfiduciato sia pur non in aula ma via media e streaming del suo partito ed altri, e che è in corso una sorta di auto-mandato esplorativo.”

Ben memori di come avvenne il subentro di Mario Monti, “è necessario, obbligatorio direi, dunque che questa successione torni nell’unico luogo autorizzato a gestirla: il Parlamento. Che la crisi venga ufficializzata e affrontata con mozioni, discussione pubblica, e voto. Ritornando poi sul tavolo di Napolitano per consultazioni ufficiali ed eventuale nuovo incarico.”

Ma per Enrico Letta andare in Parlamento ed ufficializzare una crisi di governo – ovvero seguire l’invito di Lucia Annunziata – già sarebbe uno smacco e l’anticamera delle dimissioni …

Intanto, in questi minuti, il Corriere della Sera titola “Governo, l’ultima mediazione del Pd , la La Repubblica “Delegazione dem offre a Letta l’Economia” , La Stampa “Renzi tenta un’ultima mediazione” , Sole24Ore “Da Letta buona analisi ma non le risposte attese“.

Proprio oggi, Toni Servillo, alla Scuola Normale di Pisa, ha dichiarato: «A me sembra che siamo vittime di un secondo dopoguerra morale: credo che il problema del Paese sia sostanzialmente morale. Nonostante Tangentopoli, le stragi di mafia, vere e proprie tragedie nazionali, la questione morale continua a essere una questione irrilevante».

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Roma come Berlino, novanta anni dopo

1 Ott

“Una crisi che appare irresponsabile”, con “ripercussioni economiche” e “ricadute sulla credibilità dell’intera classe politica italiana”. “Italia costretta a una nuova crisi politica” e “timore che il tessuto condiviso di regole sul quale si basa ogni convivenza civile, lacerato nel corso di questi anni da un confronto politico esasaperato, rischi di uscire definitivamente compromesso da una chiamata permanente allo scontro”.

Questo il punto di vista della Santa Sede, tramite L’Osservatore Romano, e come non correre – oggi come già scritto ieri – con la memoria agli Anni Venti tedeschi, agli indulti ed amnistie che misero in libertà e riabilitarono Hitler e tanti altri, alla debolezza congenita del governo di Gustav Stresemann?

I problemi sono gli stessi della Germania degli Anni ’20:

  1. una crisi che intacca seriamente il potere d’acquisto del cittadino medio e, soprattutto, inficia il futuro dei propri figli;
  2. un uomo con accesso a capitali illimitati che incatena il proprio destino a quello della propria nazione,
  3. una Sinistra riluttante a tagliare ogni legame con i sindacati e con i partiti antagonisti o comunisti
  4. un elettorato di Centrodestra – ‘moderati’ o ‘duri e puri’ che siano – privo di un’effettiva rappresentanza in Parlamento.

Una vera e propria polveriera in cui l’uomo della strada può solo sfiduciare tutta la classe dirigente del Paese, il popolo della Sinistra che – inevitabilmente – andrà a rifugiarsi nel Giacobinismo e nei provincialismi velleitari, i giovani di Destra non possono che trarre la conclusione che l’interesse patrio è leso da incapaci e imbelli, per non parlare dei ‘traditori’.

E, giusto per non farsi mancar nulla, se ai tempi di Weimar c’era una stampa scandalistica degna del peggiore tabloid e un’editoria vagheggiante a non si sa quale Arcadia perduta, oggi c’è l’untore Beppe Grillo con il suo ‘blog’ (per l’esattezza ‘portale WEB’), su cui passa di tutto di più.
Dai NO-TAV ai ciclisti, andando ai autotrasportatori ‘ngazzati e ufologi di varia fazione, ai problemi della Val Brembana e alle macchinose teorie su denaro e valute, con un programma di ‘governo’ che – per l’istruzione – sembra ricalcato dal sito dei Cobas e che – per i regionalismi – sembra la fotocopia di un volantino di qualche gruppuscolo di estremisti autonomisti (di destra).

Per non parlare del fatto che, dopo aver fatto una campagna contro ‘i privilegi’, il M5S non spinge per riformare il catasto, non pretende una legge elettorale, non urla e neanche si lamenta per la gravissima infiltrazione delle Eco-mafie nel settore energia, ‘lascia perdere’ sull’improduttività della pubblica amministrazione, neanche si ricorda della questione meridionale. Di economia, programmazione finanziaria, relazioni UE neanche a parlarne, almeno in termini realistici.

Dunque, non manca nulla: l’uomo nero, l’untore, i difensori della patria, gli (ex)giovani ribelli, la gente che vede calare il potere d’acquisto dei propri redditi lordi ed il valore del suo bene primario, la prima casa.

Figuriamoci se, con Berlusconi o senza di lui, qualcuno si facesse venir voglia di aumentare l’IVA, dopo non aver aggiornato/riformato il catasto – come chiedeva Mario Monti un anno e mezzo fa – e dopo aver ‘abolito’ l’IMU anche per chi vive in una casa signorile o di lusso.

Intanto, fatti i conti della serva, una coalizione PdL + Forza Italia + Lega + Autonomie ha, sulla carta, una certa probabilità di uscire a testa alta dalle elezioni anticipate …
Un azzardo, come tutti gli altri, che non fa bene all’Italia.

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