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Quota 100 e Quota 41: il lato oscuro

19 Set

Si potrà andare in pensione a sessant’anni con 40 anni di contributi od anche prima se la contribuzione supera i quarantuno.

Bene, benissimo, ma vediamo quali sono le incognite:

  • queste pensioni equivarranno al 70% dell’ultimo reddito come oggi o – probabilmente – anche di meno?
  • nei ‘contributi’ rientreranno anche gli anni riscattabili e ricongiungibili, che l’ Inps non si ritrova già oggi?
  • le pensioni per invalidità <80% saranno ancora penalizzate se l’invalido grave ha meno di 62 anni?
  • per le malattie congenite verrà ripristinata la maggiorazione contributiva di cinque anni secchi come era nel 2010?
  • il vigente art. 42 DPR 1092-1973 – quello che riguarda pubblici impiegati e militari ‘gravi infermi’ – ritornerà ad essere attuato?

A latere, resta da capire come gestire la previdenza nazionale per invalidi e lavoratori malati cronici se ogni regione fornisce (o non fornisce) prestazioni e parametri a modo proprio nella Sanità come nell’Assistenza .

La montagna partorirà un topolino?

Demata

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Reddito, occupazione, pensioni: l’oro che rilancerà l’Italia?

25 Giu

Il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità. 

La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta, ma non ha le risorse.
Circa 200.000 pensioni oltre i 5.000 euro mensili netti sono davvero tante, specie se non contribuite e rivalutate con i parametri del 2002, mentre il PIL è regredito a quello del 1994.

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Pensioni al netto

 

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5mila euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità. 

C’è da superare le mancate riforme della Seconda Repubblica, non intervenire con misure temporanee, e di concerto con il Mef e la Cdp: le economie non sono dell’Inps ma dello Stato e saranno diversi i miliardi risparmiati che non affluiranno alle Poste Italiane.

Non è regredito al 1994 solo il PIL.

Demata

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Approfondimento:

Partendo dalla durata di vita lavorativa media, scopriamo che in Europa è salita a 35,4 anni nel 2015, secondo Eurostat. In Germania, si lavora di media 38 anni (+2,4 anni sul 2005), che varia dai 40,1 anni tra gli uomini ai 35,8 anni tra le donne. Il “gender gap” tedesco è di 4,3 anni, meno della metà di quello italiano (9,7 anni), con le donne italiane che lavorano di media 25,7 anni.

Per i lavoratori italiani maschi, invece, si prevede che – di media – trascorreranno al lavoro appena 30,7 anni, ben cinque in meno rispetto alla media dei paesi UE.
In Italia la ‘carriera lavorativa attesa’ è salita di 1,1 anni nel corso dell’ultimo decennio, molto meno della media europea, e c’è chi lavora oltre 40 anni per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni.

La Francia e la Spagna non sono certamente “l’operosa Germania”, ma di media la carriera lavorativa è di 34,9 anni in ambedue le nazioni, e le francesi lavorano 30,6 anni mentre le spagnole 32,5 anni, cioè tanto quanto un maschio italiano se non di più.

Inoltre, secondo uno studio di Harvard e Dartmouth, se in Italia un adulto non disabile lavora 18,4 ore a settimana di media, c’è che in Francia le ore trascorse al lavoro sono 19,3 , Germania 20,2 , Spagna (21,2), Grecia 22,2 , Portogallo 22,7.
Vale a dire che, in Italia, chi lavora oltre 40 anni – per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni – è spesso anche quello che ‘compensa’ con le proprie 36 ore settimanali chi di ore ne fa molte di meno, disoccupato o privilegiato che sia.

Intanto, da almeno un decennio, in Italia si inizia a lavorare più tardi, spesso in settori ‘effimeri’ come produttività e si hanno carriere contributive più discontinue rispetto agli anni Sessanta e Settanta, quando il boom demografico e dei consumi garantiva ben altra crescita e richiesta occupazionale.
La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Dunque, il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità.

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Quegli Anni ’90 durante i quali si creavano le premesse dell’attuale carenza occupazionale e produttiva, cioè fiscale, contributiva e previdenziale, con lo smantellamento dell’industria manifatturiera meridionale come la scarsa innovazione del settore agro-alimentare-turistico extra-sussidiato da Stato ed Europa, o la speculazione edilizia ‘da sempre’ che ha trasformato le maestranze in padroncini con partita Iva e l’altrettanta speculazione ‘new economy’ che ha fatto altrettanto degli impiegati italiani, oggi call center esteri.

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, a partire dalle Pensioni d’Oro, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta.

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Infatti, nel nostro paese tra 2009 e 2014, l’età effettiva di pensionamento è stata di 62,5 anni (la cifra indicata da Boeri nella sua audizione del 2015) contro una media OCSE di 64 anni: basta che riparta l’occupazione giovanile (o che tuteliamo un po’ meglio i lavoratori malati cronici) e ci siamo.

Il vero problema è che “fino agli anni Settanta, l’età media di pensionamento effettiva è stata intorno ai 65 anni. Soltanto negli anni successivi ha iniziato ad abbassarsi, fino al record del 1994, quando l’età media effettiva scese a 57 anni. In sostanza, le generazioni nate prima della Seconda guerra mondiale, sono andate in pensione molto tardi anche per i nostri standard. I “baby boomers”, cioè coloro che sono nati subito dopo la guerra, e quelli nati immediatamente prima, hanno invece goduto di regimi pensionistici tra i più generosi d’Europa, le cui conseguenze vediamo ancora oggi.” (Il Post)

Questo enorme buco radicatosi proprio mentre si legiferava per correggere un sistema anacronistico, ricade in primis sugli indigenti e sugli invalidi per i quali l’Inps e lo Stato non possono destinare sufficienti risorse.
A seguire, c’è tutta la generazione nata negli Anni ’50 e ’60 che ha già pagato e sta pagando un prezzo molto alto, solo per ricordare gli esodati o le pensioni pari al 40% dell’ultimo stipendio, che a loro volta causeranno per un ventennio una capacità di acquisto e di consumi di gran lunga inferiore rispetto a quella dei pensionati che hanno alimentato il PIL italiano in questo ventennio.

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Le pensioni “correnti” dei prossimi 10 anni sono quelle afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, che risucchiano le risorse necessarie per un intervento perequativo statale e che hanno ritardato ad oggi l’avvento di strumenti integrativi e di adeguate norme assicurative per i lavoratori, invalidi e indigenti.

Il Ministro per il Lavoro ed il Welfare, Luigi Di Maio , afferma che “è una questione di giustizia sociale, dobbiamo ricominciare a mettere al centro alcuni segnali istituzionali, passeremo anche alle pensioni d’oro, che sopra i 5mila euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi”.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5.000 euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità.
Un reddito di cittadinanza, che va accompagnato da adeguate misure per il turn over, l’innovazione e la salute sul lavoro, se non vogliamo ritrovarci – tra qualche anno come 20 anni fa – con la sorpresa  di lavori comunali ‘socialmente utili’ mal fatti, di un precariato ancor più diffuso e di mancata innovazione.

Demata

Pensioni, addio diritti per gli invalidi?

21 Giu

Lega e Cinque Stelle vogliono l’età minima pensionabile a 64 anni per tutti, anche gli invalidi gravi: lo ‘scivolo’ pensionistico per invalidità > 74% che hanno gli invalidi gravi va a levare sull’età contributiva, non su quella anagrafica.

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Non possiamo pensare che Conte, Di Maio e Salvini ignorino gli elementi basilari di un sistema previdenziale, figuriamoci quello italiano, di cui Lega e Cinque Stelle parlano fin dal 2011, opponendosi alla Legge Fornero, che tra l’altro era ‘scaduta’ quando loro, mesi fa, ne chiedevano l’abolizione.

Non è un’iperbole: alcuni Sindacati stanno già allertando i propri iscritti per la delirante idea dei 64 anni anagrafici come requisito minimo per la pensione:

  • “a) Si parla di quota 100 i cui paletti minimi imposti dovrebbero essere 64 anni di età e 36 di anzianità contributiva. Quindi non sarà possibile accedere alla pensione con 67 anni di età e 33 anni di contributi o con 60 anni di età e 40 di contributi.
    È necessario raggiungere ambedue i paletti imposti, 64 anni di età e 36 di contributi.
  • b) In alternativa a quota 100 sarà possibile andare in pensione con 41 anni di servizio “effettivo”. Effettivo dovrebbe escludere i periodi di maggiorazioni, riscatti ecc. ecc.” Per un laureato magistrale o un medico sarebbe, ad esempio, un requisito impossibile da raggiungere prima dei 64 anni, come per chiunque iniziasse a lavorare dopo i 25 anni.

Dunque, non potendo credere che chi si accinge a governare ignori ‘dettagli’ così importanti per milioni di italiani (gli invalidi), c’è da chiedersi se Lega e Cinque Stelle non intendano vessare lavoratori anziani e malati con il plauso del loro elettorato, che in buona parte aveva già lasciato correre sugli esodati in mezzo ad una strada,  votando PD e Forza Italia.

Meglio colpire i deboli che scontrarsi con i Poteri Forti e riformare il Comparto Previdenza e Salute o no?

Se siete d’accordo anche voi sull’idea di mandare in pensione gli invalidi alla stessa età di chi in salute … vale la pena di ricordare ai più giovani che – dopo i 55 anni – un lavoratore su tre si trova con almeno due patologie croniche da sopportare (dati Inps-Istat).
Uno su tre, il rischio vale la scommessa?

Demata

Pensioni e Stato Minimo: la soluzione di Piero Gobetti nel 1922

8 Giu

Lo Stato Minimo non consiste affatto nell’eludere la questione dello Stato Sociale, bensì di ricomprenderlo con metodo e criterio, non a caso alla Politica compete innanzitutto di far funzionare la Pubblica Amministrazione con metodo e criterio, facendo fronte alle esigenze dei cittadini.

Scriveva Piero Gobetti nel 1922: «Se lo Stato deve pensare alle assicurazioni (sociali) nessun dubbio che “sia da preferirsi (ad ogni altro sistema) un’imposta generale sulle assicurazioni sociali, che permetterebbe di estendere le assicurazioni ad ogni categoria di lavoratori e semplificherebbe enormemente la gestione delle assicurazioni sociali, poiché lo Stato non avrebbe che da servirsi della macchina burocratica già esistente per la riscossione delle imposte.

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Nel caso di chi non sia invalido od indigente, “viceversa per noi si tratta di un bisogno individuale che devono soddisfare gli uomini o le categorie che lo sentono per mezzo di contratti, di convenzioni, di associazioni; e non c’è nessuna necessità di estenderlo a tutti.
Solo muovendo dalla nostra concezione è possibile moralizzare un poco l’istituto introducendo un concetto di responsabilità e una misura adeguata a ragioni specifiche. Una tassa sugli abbienti a favore dei non abbienti accrescerebbe la degenerazione utilitarista della legislazione vigente; confermerebbe una concezione dello Stato come schiavo di clientele turbolente e di audaci intriganti, desiderosi di coprire le loro rapine all’ombra di una consacrata legalità.

Infortuni, malattie, disoccupazione, vecchiaia entrano nel calcolo e nella previsione individuale: si accetta che la previdenza debba essere, magari per opera dello Stato, stimolata, ma sarebbe curioso davvero abolirla, o privarla di responsabilità per renderla universale.

Non si vede perché, una volta accettata un’imposta generale per le assicurazioni sociali  non si debba promuovere successivamente un’imposta per garantire a ogni cittadino mediatore anche qui lo Stato il vitto e gli abiti e il cinematografo, ecc. ecc., che son bisogni della stessa natura!  (ndr. il salario minimo?)

 

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Questi sono residui della concezione patriarcale e autocratica dello Stato paterno, rimessa a nuovo da un riformismo che avverte la separazione tra governo e masse e corre al riparo cercando di corrompere le masse con lusinghe e benefici materiali: ma bisogna avere il coraggio di liquidare anche qui il pericolo utilitarista, combattendolo alla radice.

Il sistema tecnico ossia un’organizzazione dei servizi di assicurazione adeguata alle esigenze individuali si otterrà solo con la libera iniziativa privata. Questa, quando sia fondata su basi di serietà pubblicamente garantita, nel modo che lo Stato potrà fissare legislativamente, agirà secondo specifici interessi e responsabilità; non perseguendo un vano ideale di solidarietà umana, che concretandosi diventerebbe nuovo oggetto, nascosto, di speculazione ma regolando veri e proprii contratti, nei quali le due parti ritroveranno reciproci vantaggi.

Fuori di questa via prevarrà sempre l’antica tradizione per la quale “promettere e non mantenere, o mantenere a metà, dopo molto tempri, nominare commissioni su commissioni, avviare studi su studi, far stampare soffietti sui ministri che “audacemente” si avviano ad “ardite riforme”, è la saggia politica dei nostri uomini di governo .. “.
(Legislazione sociale / Antiguelfo, La Rivoluzione Liberale – A. 1, n. 8 (9-4-1922), p. 32 – 1922)

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Infatti, il problema dato dallo Stato Sociale non è certo nei Diritti che concede, bensì nei Doveri ‘collettivi’ che esige e che sono il collante della Coesione Sociale in una Nazione composta da diversi ceti.  Il gap dello Stato Sociale – come fece notare Foucault nel 1975 – è nella carenza di metodo e senza porsi un limite di sostenibilità sia finanziaria sia coesiva si finisce per essere altrettanto iniqui quanto per la sua carenza.

Dicevamo del Liberismo e del problema contingente che – tra corsi di Economia Politica, seminari sul Marketing e ricerche Euro-finanziate che da 20 anni vanno a senso unico – la Politica ha dimenticato che ‘divenuti lo Stato’ c’è da sapere come far funzionare lo Stato, non solo come smontarlo … mentre Sindacati e Banche delegano ad apparati pubblici elefantiaci quel che sarebbe lo scopo originario per cui nacquero.

Tra l’altro, avremmo già oggi il diritto di apprendere dall’Inps e dallo Stato quanto dei nostri contributi e delle nostre tasse va per la copertura pensionistica e sanitaria personale e quanto per il sociale.

In questi giorni gli analisti stanno comprendendo che in un Paese dove le persone iniziano a contribuire spesso dopo i 30 anni, la Quota 100 non risolve assolutamente nulla: avranno il requisito anagrafico, ma mancherà quello contributivo ed andranno comunque in pensione dopo i 65 anni.

L’unica è quella di ripristinare il dettame costituzionale che i partiti aggirarono nel 1974, piuttosto che intervenire sulla mostruosa corruttela e gli errori contabili che causarono il crollo di Mutue e Casse, oltre ad Inps ed Inam, alla base del Debito italiano.

Questo nel III Millennio significa:

– una sorta di ‘bad bank’ per smaltire il retributivo e le pensioni d’annata
– un sistema di Enti assicurativi (sanità, previdenza, assistenza, vita) per tutti i lavoratori, con investimenti di capitale privato e vigilato (ergo garantito) dallo Stato
– un Inps che torna alle origini e bada alla previdenza pubblica sociale, in base a parametri internazionali, ma anche per scelte politiche sociali temporanee può far leva sulla tassazione (apposita).

Non piacerà a chi è nostalgico del Bengodi, ma se si vuole qualcosa che funzioni e non si vuole promettere parole al vento, non c’è altro da fare. Quota 100 e Ape Sociale sono dei palliativi a breve termine, che spostano solo di qualche anno in avanti il vero problema: una società di anziani poveri e malati, con pochi consumi per alimentare l’occupazione e la crescita per le generazioni future.

Demata

 

 

Pensioni? Non cambia nulla, forse va peggio

6 Giu

Sulle Pensioni sono poche le cose da sapere, ma pochi le ricordano. Facciamo dei casi concreti della “Quota 100”.

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Nell’ipotesi di pensionarsi con 36 anni di contribuzione e 64 anni di lavoro, ricordando che non si prevedono grandi incrementi stipendiali per il prossimo decennio:

  1. una persona nata nel 1959, ha iniziato a lavorare nel 1982 e oggi percepisce uno stipendio (al netto di tasse, ma anche dei premi) di 2.000 euro. Nel 2018 compie 36 anni contributivi, ma ha solo 59 anni anagrafici: dovrà comunque attendere il 2024 per andarsene con 64 anni d’età e oltre 42 anni di contributi, che saranno circa il 40% dell’ultimo stipendio. Tale e quale ad oggi.
  2. una persona nata nel 1955, optò per il lavoro autonomo o artigiano ed ha pochi contributi ed oggi  percepisce uno reddito dichiarato (al netto di tasse) di 1.500 euro. Nel 2019 compie 31 anni contributivi ed avrà 64 anni anagrafici: può andare in pensione, ma dovrà campare con poco più di una pensione minima e molto meno di un reddito di cittadinanza. Finirà per mettersi a lavorare in nero, togliendo lavoro ai giovani ed evadendo le tasse,  tale e quale ad oggi.
  3. una persona nata nel 1963, ha iniziato a lavorare nel 1993 e oggi percepisce uno stipendio (al netto di tasse, ma anche dei premi) di 2.000 euro. Nel 2019 compie 26 anni contributivi ed avrà 57 anni anagrafici: dovrà attendere il 2029 per i 36 anni contributivi, quando però avrà 66 anni minimi, e la rendita sarà circa il 40% dell’ultimo stipendio. Tale e quale ad oggi.

Come siamo arrivati a questo? Complicato se non si conosce tutta la storia, semplice, se si è abbastanza vecchi da ricordarselo:

  1. in base alla Costituzione ogni italiano con reddito dovrebbe versare una quota allo Stato per la previdenza pubblica di indigenti od invalidi e una rata assicurativa ad un Ente o Assicurazione per la propria pensione
  2. fino alla metà degli Anni ’70, esistevano l’Inps e le Casse previdenziali, come esistevano l’Inam e le Mutue sanitarie. Poi, l’Inps e l’Inam fallirono a causa dell’assistenzialismo populista e la soluzione fu quella di “risanarli” come fosse una bad bank pubblica ed assorbendo progressivamente nella ‘good company’ Casse e Mutue sane
  3. la voragine creata da chi a Bankitalia doveva dare l’allarme fin dalla metà degli Anni ’60 non era finita, però, e negli Anni ’90 arrivò la riforma delle pensioni Amato-Dini, quella che garantiva l’ultimo stipendio per intero ai pensionati con sistema retributivo, ma prospettava una pensione al 40% dello stipendio base per i contributivi
  4. la norma era ‘pesante’, colpiva chiunque non avesse contribuzione almeno di quindici anni: c’era un esercito di pensionandi con pochi contributi (la generazione del ’68) e una massa di giovani disoccupati (la generazione degli ’80) a causa della voragine nei bilanci e la svalutazione della Lira rispetto al petrolio.
  5. dunque, venne previsto un quinquennio di transizione, durante il quale le pensioni contributive sarebbero state adeguate a quelle retributive, e venne introdotta la possibilità di integrare la pensione consentendo – tra l’altro – ai Sindacati di ricostituire come Fondi assicurativi quel che prima erano le Casse e le Mutue
  6. invece accadde che le perequazioni sulle pensioni contributive continuarono fin al 2011, i Sindacati si batterono non per le Mutue, ma per una ‘salute uguale per tutti’ e quando si parla di ‘abolire Fornero’ è di questo che si tratta, non solo l’età e l’aspettativa in vita: il primo problema è quanto si è contribuito, quale è il capitale a monte accumulato e se c’è da compensare una pensione infima
  7. nel 2011 Elsa Fornero pose un tetto sull’età contributiva, pervenuto a 42 anni e 10 mesi, e sull’età anagrafica a 67 anni, ma – lo scrive uno che è stato pesantemente danneggiato da quelle scelte – sono  restava da chiarire cosa succede ai pensionandi contributivi, specie se vogliono anticipare. ed avrebbero dovuto farlo il parlamento ed i sindacati nel 2011
  8. arrivati al 2017, ci ritroviamo che la norma Fornero diventa una norma di diritto (nessuno può farmi lavorare più di 42 anni e 10 mesi od oltre i 67 anni. Chi ha iniziato giovanissimo e chi è troppo anziano per lavorare sono tutelati) ed un meccanismo trappola, dato che da quest’anno chi non avesse ambedue i requisiti rischia di finire in un meccanismo-trappola.  Il Partito Democratico non fa nulla
  9. forse lo farà questo governo Lega-Cinque Stelle. Ma per ricreare la previdenza sociale, che è spesa pubblica da tasse versate, e ripristinare gli Enti Assicurativi, che restituiscono come rendite i contributi versati, serve che per alcuni anni l’Italia sfori il proprio debito di tantissimi miliardi, per rimediare a pasticci fiscali, assistenziali e previdenziali dell’epoca di Prodi, Carli e Savona
  10. per farlo è necessario attingere alla Cassa Depositi e Prestiti, dovevamo farlo con  Renzi, non badando solo alle banche ed agli investitori/risparmiatori, con Gentiloni era troppo tardi. Il problema è che CDP non è Pantalone, bensì raccoglie anche i depositi postali degli italiani e ‘garantisce’ la liquidità di Bankitalia. Da qui l’interesse diretto e legittimo dell’Eurozona: non a caso per ora esultano sterlina e rublo, mentre il dollaro ci da embargo …

Meglio girare intorno al problema, mentre i lavoratori invecchiano comunque ed i giovani pure, e promettere una Quota 100 che è tale e quale alla situazione lasciata da Elsa Fornero ?

E, per lo meno, è possibile (Di Maio, Conte, Salvini eccetera) rassicurare gli italiani che la Quota 100 non danneggi chi ha lavorato fin da ragazzo e che anche in futuro sarà possibile pensionarsi con 42 anni e 10 mesi a prescindere dall’età oppure gli eletti dal Popolo vorranno penalizzare proprio chi appena maggiorenne si cercò un’occupazione?

Demata

Addendum:
Focalizzandosi su “in base alla Costituzione ogni italiano con reddito dovrebbe versare una quota allo Stato per la previdenza pubblica di indigenti od invalidi e una rata assicurativa ad un Ente o Assicurazione per la propria pensione”, c’è la soluzione e se na parlava già 15 anni fa.

Il dettame costituzionale nel III Millennio può significare diverse cose:
– una ‘bad bank’ per smaltire il retributivo e le pensioni d’annata
– un sistema di Enti assicurativi (sanità, previdenza, assistenza, vita) per tutti i lavoratori, vigilato (ergo garantito) dallo Stato
– un Inps che torna alle origini e bada alla previdenza pubblica sociale, in base a parametri internazionali, ma anche per scelte politiche sociali temporanee può far leva sulla tassazione (apposita)

A parte che questo è il sistema nel resto d’Europa e pure in USA (+ o -), è anche l’unica via per risolvere il problema più immediato è che i più giovani si troveranno a vivere in un paese senza consumi, se tra 5-10 anni la maggior parte dei residenti saranno pensionati sotto i 1.000 euro al mese o disoccupati?
Come sostenere con la previdenza sociale pubblica questi futuri indigenti ex lavoratori per 40 anni, se non almeno con esenzioni ed accessi? … e cioè facendo leva fiscale sociale (c’è sempre l’articolo delle pari opportunità …) su alcune tipologie di redditi, tra cui le pensioni apicali – ad esempio – ed il cerchio si chiude.

P.S. ci si lamenta dei populismi, ma sono stati i partiti a mettere un eletto dal popolo (governatore regionale) a capo di un ente assicurativo come il Servizio Sanitario Regionale, sorto dalle ceneri delle Mutue.

 

Le gambe corte del contratto Salvini-Di Maio

14 Mag

Proprio mentre Matteo Salvini tentava di formulare con i Cinque Stelle il suo governo leghista, allo Stadio Marassi di Genova riecheggiavano quei cori razzisti antipartenopei, che lo stesso Salvini cantava anni fa ad un convegno della Lega.

Intanto, prendiamo atto che  nei Cinque Stelle sono napoletani Luigi Di Maio, Roberto Fico e Carla Ruocco , mentre sono meridionali Barbara Lezzi, Nicola Morra, Carlo Sibilia, Manlio Di Stefano, Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Giulia Grillo, Riccardo Fracarro e Mario Michele Giarrusso.

Salvini definì quei cori una ‘goliardata’, ma sta di fatto che nel Meridione la Lega continua a non essere particolarmente gradita agli elettori, più o meno quanto l’elettorato settentrionale non ha votato i Cinque Stelle.

E proprio nelle ore in cui Salvini si appresta a governare tramite un ‘premier terzo’ e con i Cinque Stelle al seguito, al Marassi la questione Nord-Sud si ripresenta, non come momentaneo coro da curva, bensì come litania razzista urlata per decine di minuti da decine di migliaia di persone a reti unificate.

Cosa accadrà quando Salvini (e Di Maio) dovranno metterci la faccia per le norme  potenzialmente inique o sprecone se non dannose che si profilano all’orizzonte, alcune più gradite a Nord ed altre più volute a Sud ?

Inique, se la flat tax fosse ‘uguale per tutti’, sapendo che il reddito disponibile al Sud è di un quarto sotto la media, se  si attesta a 20.800 euro per abitante sia nel Nord-ovest che nel Nord-est, è pari a 19.300 euro nel Centro, mentre scende a 13.400 nel Mezzogiorno.

Sprecone, se il reddito di cittadinanza sarà superiore all’assegno con cui ‘campa’ un invalido o di un pensionato minimo e se è concesso per due anni anche a chi il lavoro non lo cerca, finanziandolo con il divieto di cumulo pensionistico dei redditi autonomi e dipendenti, altri tagli alla spesa della P.A., eliminazione del Fondo per il sostegno alla povertà, eliminazione di ogni contributo pubblico all’editoria.

Dannose, se il combinato flat tax / reddito di cittadinanza finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, e/o povertà e criminalità, andando non solo ad incrementare spesa e debito, ma anche a contrarre il PIL e la produttività nominale.

Muhammad Yunus, l’economista inventore del microcredito, ricorda che: «I salari sganciati dal lavoro rendono l’uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo».

Se si finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, povertà e criminalità, in un paese dove già esistono sostanziosi sussidi agli agricoltori, enormi facilitazioni per le cooperative e persino la ‘cassa integrazione’, cosa ne sarà del divario Nord-Sud nel 2020, non appena l’effetto delle riforme leghiste a cinque stelle si sarà fatto sentire?

I cori di Marassi annuncio di una Nemesi? Speriamo davvero di no, ma Salvini e la Lega dovrebbero opporsi apertamente al razzismo, se vogliono (loro e i Cinque Stelle) credibilità e consenso il giorno che ci sarà il popolo scontento. Specialmente al Sud.

Intanto, tra i problemi più urgenti ci sono le pensioni e non sarà una grande svolta pensionarsi a quota 100 dal 2020, se la rendita si aggira intorno ai mille euro dopo una vita di lavoro, e ci sono l’istruzione e la formazione, con una Buona Scuola incompiuta e le Università da riformare (insieme alla Sanità), mentre nel 2020 sarà ufficiale che l’Italia ha meno laureati e diplomati d’Europa, senza parlare dei voti e della quantità di anni serviti per conseguire i titoli e di quanti tecnici ci ritroviamo.

Cosa pensano, di arrivare giusto giusto al 2019, dopo aver speso e spaso con la flat tax, il reddito di cittadinanza più tot norme a pioggia per mille casi particolari e poi si vede? E – senza parlare della miriade di cose in cui Lega e Cinque Stelle sono in disaccordo – quale Italia vogliono realizzare?

“L’ozio avvilisce ed il lavoro nobilita: perché l’ozio conduce uomini e nazioni alla servitù; mentre il lavoro li rende forti ed indipendenti: questi buoni effetti non sono già i soli. L’abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell’ordine; dall’ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell’educazione.” (Massimo d’Azeglio)

Demata

Pensioni: il dopo Fornero

15 Feb

Per le pensioni, arrivati al 2018, l’Era Fornero volge alla fine: è inevitabile che sia così, dato che la stessa norma era parte di un piano pluriennale di rientro finanziario.
Ed era invevitabile che così fosse, dato che – dovendosi contenere e dilazionare la problematica di liquidità di Cassa Depositi e Prestiti – lo scopo essenziale era quello di ‘rinviare’ di un lustro tutte o quasi le pensioni correnti, cioè i quasi Quota95 che oggi sono Quota ‘ultra100’ …

giannelli

Ciò che è singolare è che solo Salvini si è ‘speso’ per raccogliere il voto di tanti elettori senior, preoccupati per il loro futuro, ma non i raggruppamenti di Berlusconi e Renzi, che già con Mario Monti avevano avuto l’occasione di far qualcosa in più.

Salvate le banche, c’è il settore assicurativo, cioè le pensioni (e la Sanità): cosa porta il futuro ai quasi anziani di ceto medio-basso? 

Riguardo alle pensioni, accadrà che per qualche anno (2-4) saranno in uscita gli ultimi del sistema retributivo, cioè i pre1960, che prima dei vent’anni avevano iniziato a versare contributi e che intorno ai 62 anni raggiungeranno una pensione più o meno pari all’ultimo stipendio. Non sono pochi, dato che parliamo dei tanti arrivati a circa Quota95 e ‘bloccati’ anche da 6-7 anni, con l’avvento delle norme Fornero.

Dunque, la Politica potrebbe essere tentata dal prendere tempo, se non fosse che – intanto – tante donne che potevano pensionarsi a sessant’anni non potranno più farlo e tanti sessantenni decideranno di attendere i 67 anni comunque, dato che in pensione si troveranno una rendita del 5-60% dell’ultimo stipendio.
Un diluvio annunciatosi fin dalle Riforme Amato-Dini del 1992-95: in poche parole, per un impiegato che oggi guadagna 1.600 euro netti, era già noto che si sarebbe trovato a dover vivere con meno di 1.000 euro.

All’epoca si confidava nella ‘crescita e nell’Europa, ma c’è poco da fare se alla base c’è il tardivo ingresso nel mondo del lavoro che affligge i nostri giovani da sempre. Tra l’altro, Amato e Dini avevano ben chiarito che quelle misure andavano accompagnate da stipendi iniziali più robusti, in modo da innanzare il valore contributivo e la pensione stessa, e da pensioni integrative, che – salvo qualche iniziativa aziendale – non hanno mai attecchito proprio tra i lavoratori più esposti.

Purtroppo, i vari governi – invece di intervenire su stipendi iniziali, progressioni di carriera e assicurazioni integrative – misero la cenere sotto il tappeto estendendo fino all’avvento di Elsa Fornero il sistema retributivo limitato, all’origine, a chi aveva 18 anni contributivi nel 1995.

‘Abolire la Fornero’ per ritornare al sistema retributivo o alla Quota95 ‘secca’ significherebbe solo peggiorare ulteriormente la situazione di chi ha oggi meno di 50 anni. Allo stesso modo, è impensabile che un’intera generazione di lavoratori ormai quasi sessantenni sia alle soglie di una vecchiaia ai limiti della povertà e nessuno se ne faccia carico.

E’ vero che viviamo in una nazione tanto produttiva quanto iperfiscale che avrebbe già potuto permettersi qualcosa di più per la pochezza delle pensioni sociali degli invalidi inabili al lavoro o per farsi carico degli lavoratori esodati o invalidi gravi rimasti nel limbo dal 2011 al 2018.
Ma è anche vero che se nessun parlamento vorrà farsi carico di rifinanziare l’Inps – fosse solo perchè ha assorbito non poche situazioni in perdita – l’Italia è destinata ad essere un paese di anziani impoveriti e di giovani senza futuro.

Sta ai nostri legislatori scegliere, poi, se i rifinanziamenti saranno dello Stato (primo debitore di tanti istituti cessati perchè in perdita) o se l’Inps diventerà una società per azioni con una quota  privata.
La questione delle pensioni da fame per chi ha lavorato una vita è ormai in drittura d’arrivo: difficilmente potrà essere rinviata di un’altra legislatura senza serie ripercussioni sulla coesione sociale.

Demata