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Solidarietà: un principio liberale

28 Gen

Il termine “liberale” viene dal latino “liberalis”, che si traduce “degno di un uomo di condizione libera o riguardante la libertà” ed anche “liberale, benevolo, magnanimo, generoso, prodigo, munifico; di aspetto nobile, onorevole, distinto, copioso, abbondante” (Dizionario Latino-Italiano Olivetti).

In termini etici, dunque, “un uomo di condizione libera” è attento sia alla propria autonomia di scelta sia all’esigenza di concordia e benessere generale, sia alla Libertà  “che porta la mente umana verso nuove conquiste” (Alexis de Tocqueville) sia alla Coesione Sociale, perchè “la società non è una semplice somma di individui” (Émile Durkheim).

In termini politici, “un uomo di condizione libera” opera le proprie scelte con metodo e lungimiranza, ergo secondo scienza e coscienza, scevro da pregiudizi ed adesioni o contrapposizioni preconcette, che ne possano limitare la Libertà.

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“Metti te stesso al posto dell’altro”. Labor: Chi si accontenta gode; Capital: Non è tutto oro quel che luce.

 

Durkheim (Della divisione del lavoro sociale – 1893) evidenzia che, nella società moderna, l’individuo – nel guadagnare sempre maggiore autonomia – si ritrova a dover maggiormente interagire (ergo, essere dipendente) dal resto della società.

La società industriale, sotto l’influenza del fattore demografico, si è trasformata, con una dinamica crescente di complessità strutturale, da un sistema a “solidarietà meccanica” (quella del clan, della tribù, del villaggio) in uno a “solidarietà organica” (quella di un Imperium, una società globale e transnazionale, in cui tutti dipendono da tutti).

Solidarietà che non è da intendersi come un vuoto “vincolo di assistenza reciproca nel bisogno che unisce tra loro persone diverse”, bensì come quel “rapporto di comunanza tra i membri di una collettività pronti a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda”.

Infatti, la Solidarietà, per “un uomo di condizione libera”, non è altro che la coscienza interiorizzata che gli individui hanno di convivere in un habitat produttivo e sociale comune, con le corrispettive esigenze di condivisione di valori atti a garantire la produzione e la circolazione dei beni, come di regolare le relazioni sociali e la sicurezza personale, pur nei limiti dati dalla massima tutela per la libertà – autonomia – degli individui.

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Dunque, andrebbe valutato quanto abbia inciso sulla stabilità finanziaria e sulla sicurezza degli Stati, il luogo comune, largamente diffusosi alla fine del Novecento, per cui la ‘solidarietà’ sia un atteggiamento derivante da ideologie e religioni, da capitalizzare al più possibile come “potere politico di spesa” e “consenso sociale”.

Altro sarebbe se compredessimo tutti che la Solidarietà è l’infrastruttura portante di qualunque aggregazione di ‘sodali’ e che solo quando si fa sentimento diffuso, identità e appartenenza condivisa’, rispetto della reciproca condizione possiamo immaginare una società ricca e coesa.
Se, viceversa, la Solidarietà viene ristretta a costrizione fiscale e morale, se la Solidarietà si fa ‘professionale’, pervenendo – addirittura – alla nascita di un Terzo Settore ‘produttivo e solidale’, non v’è altro che aspettarsi spesa pubblica ed imposte debordanti, insicurezza e malcontento diffusi.

Demata

La spesa pubblica spiegata facile

25 Gen

Molti di noi, specie i meno informati e i non-addetti ai lavori, potrebbero pensare che la dinamica tra Entrate dello Stato e Spesa Pubblica sia lineare, come un tubo in cui da un lato entra l’acqua e dall’alro capo esce.

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In realtà, il ‘tubo’ sarebbe  una rete complessa di tubi, rubinetti, serbatoi e contatori, ma – ragionando con semplicità – molti, non ottenendo  servizi pubblici adeguati a quanto versiamo al Fisco, si sono convinti che il tubo sia ‘marcio’, che faccia acqua da tutte le parti e, cioè, si parla di sprechi.

Il punto è che si sbagliano.

Infatti, solo il 17% degli sprechi deriva dalla corruzione, mentre l’83% degli sprechi va attribuito  a norme inadeguate od obsolete ed a personale poco ligio o non competente: il problema non è tanto il “marciume”del tubo, ma quanto sia ‘contorto’, ‘disaccoppiato’, ‘depotenziato’, obsoleto’, ‘esoso’, incompleto’, ‘fuori standard’ eccetera.

Provate ad immaginare ad un capannone di una fabbrica il cui impianto idraulico (ma potremmo parlare anche dell’elettricità o della rete dati) che ha nelle pareti tubi e tubi di materiali, dimensioni ed epoche diverse, di cui non per tutti è dato sapere se siano connessi, sconnessi o apribli e chiudibili secondo la volontà di chi sul posto, mentre qualcuno ruba anche un tot del prezioso liquido per se stesso  e per i suoi famigli.

Probabile che a fine anno ci si ritrovi con una spesa d’acqua ben superiore ad ogni previsone e che la produzione aziendale e la motivazione del personale siano stati indeboliti dalla più o meno costante erogazione.
Possibile anche che ‘un problema del tubo’ così apparentemente banale possa nell’arco degli anni inficiare l’eccellenza dei prodotti, la professionalità degli addetti, la credibilità dell’azienda.

Ma questo sarebbe il meno.

Il problema maggiore è che per far funzionare alla meno peggio questo intricato sistema di tubi, servono delle cassette di distribuzione e di compensazione.
Possiamo immaginarle come un enorme pallottoliere dove arrivano solo palline bianche o nere, da cui escono palline di tanti colori, ma … non è dato sapere quale colore prenderà la pallina bianca o nera che entra e neanche quale colore aveva ogni pallina colorata che esce.

Specialmente, se alcuni tubi pompano acqua al contrario, grazie alle  … erogazioni dilazionate anche di anni,  alle così dette anticipazioni di cassa, alle operatività per dodicesimi, i bilanci e i consuntivi che di norma sono approvati mesi e mesi dopo l’inizo o la fine dell’esercizio più tante altre ‘diavolerie’ dei Regi Decreti Contabili ideati ai tempi del Trasformismo e, poi, della Banca Romana.

O le ‘bolle d’aria’ che immettiamo nel sistema ogni volta che rinviamo, deroghiamo, modifichiamo a posteriori, integriamo. Già ci sono anche quelle …

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Infatti, la riprova è che l’unica cosa controllabile ‘all’istante’ nei conti pubblici dei singoli punti di erogazione dei servizi è se il peso delle palline in entrata è pari a quello in uscita (pareggio di bilancio).

Persino conoscere la situazione di cassa potrebbe rivelarsi alquanto complesso. Ed anche solo per acclarare la legittimità delle spese o la correttezza degli accantonamenti in dare o avere (residui attivi e passivi) è necessario analizzare l’intera operatività del servizio in questione, dato che ad ogni delibera e ad ogni trascrizione contabile (ad ogni raccordo tra più tubi) può verificarsi una deviazione.

E  – secondo l’idraulica – può anche accadere che una parte dell’acqua giri semplicemente a vuoto nei tubi senza uscire se non molto a rilento, come ad esempio accade se tra la decretazione di un finanziamento e la sua spesa rendicontata trascorrano in media dai 4 ai 6 anni.

Dunque, non è vero che stiamo parlando di tubi e neanche che ‘quello che entra deve essere pari a ciò che esce’.

Anzi, con una roba del genere potremmo persino dubitare di star applicando non la dinamica dei fluidi (idraulica volgarmente detta) e scoprire che siamo entrati nel mondo della ‘termodinamica’, in cui si deve tener conto anche delle interazioni tra le singole palline e dell’effetto domino dato dall’intrico di tubi.

Un esempio semplice? Le disgrazie di cui leggiamo sui giornali riguardo alunni disabili nelle scuole come negli ospedali … impossibili da evitare, se quel che gli serve ricade in una dozzina di capitoli di spesa “ministeriali” più una manciata di unità previsionali europee, gestita da 6-7 istituzioni o enti diveri, con corrispettivi contratti di lavoro e sistema di appalti.
Ancora più semplice – ad esempio – chiedersi se tagliando acqua da un lato non vada a finire che ne sprechiamo il doppio da un altro … come sembra che accada spesso e volentieri.

C’è solo da prendere atto che – quando parliamo di Entrate e di Spesa pubbliche – siamo dinanzi ad un sistema di per se complesso e stratificato in modo disomogeneo, che va affrontato nel suo insieme.

Senza un’infrastruttura di Spesa pubblica lineare e trasparente, che opera per ‘atti dovuti’ e per ‘standard’ sulla base di risorse certe e non derogabili, è del tutto impossibile governare le Entrate.

Dunque, non basta occuparsi solo di fisco o di imprese, come è insufficiente preoccuparsi dei diritti se poi si sa come garantirli: è necessario innanzitutto entrare nel merito di come funzionano le scuole, gli ospedali, i lavori pubblici, i servizi sociosanitari, la sicurezza, cioè sapere come funziona una nazione, come ‘funziona’ un sistema sociale, di cosa vive la gente.

P.S. Prossimamente parleremo della Coesione Sociale, quella cosa molto diversa dal Welfare, per cui tanto tempo fa abbiamo inventato lo Stato.

Demata

 

Reddito di base: una soluzione liberale

8 Gen

Arriva il gelo e chi più esposto muore.

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Subito decollano i confronti con i circa 1.000 euro al mese (30 € circa al giorno) erogati per i profughi stranieri, dimenticando le decine e decine di miliardi – prelevati dai nostri redditi e dai nostri consumi – che spendiamo per il settore socio-sanitario ‘privato’ (enti morali, aziende o società che siano) … quali sono Inps, onlus e policlinici universitari fino alla (certamente benerita) Caritas.

Eppure, dal mondo liberal sono emerse, da oltre cinquant’anni, non poche proposte di reddito di base, tra cui – ad esempio – quella di Friedrich von Hayek.

“Pochi metteranno in dubbio che soltanto questa organizzazione [dotata di poteri coercitivi: lo Stato] può occuparsi delle calamità naturali quali uragani, alluvioni, terremoti, epidemie e così via, e realizzare misure atte a prevenire o rimediare ad essi”.

Per questa ragione, appare del tutto evidente “che il governo controlli dei mezzi materiali e sia sostanzialmente libero di usarli a propria discrezione” … “vi è ancora – scrive Hayek – tutta un’altra classe di rischi rispetto ai quali è stata riconosciuta solo recentemente la necessità di azioni governative, dovuta al fatto che come risultato della dissoluzione dei legami della comunità locale e degli sviluppi di una società aperta e mobile, un numero crescente di persone non è più strettamente legato a gruppi particolari su cui contare in caso di disgrazia.
Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani – cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare”.

Successivamente, James Meade – nella sua nota analisi della compatibilità degli obiettivi di piena occupazione ed equilibrio della bilancia dei pagamenti, da tenere strettamente separate all’incontrario di come facciamo noi – elabora il concetto di “dividendo sociale”, ipotizzando che, in una società dal lavoro sempre più scarso, parte dei proventi del reddito personale non avrebbero più potuto essere coperti dal reddito da lavoro, proponendo pertanto un nuovo modello socioeconomico che include tra i suoi istituti anche un dividendo sociale, e cioè un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini.

Nel 1985 La Revue Nouvelle belga pubblica un numero monografico sul tema del reddito di base dal titolo “Une reflexion sur l’allocation universelle”, proponendo l’alleggerimento della legislazione sul lavoro, l’eliminazione del limite di età pensionabile e la sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito che fosse da solo sufficiente a coprire tutte le esigenze standard di una persona single.
Incredibile a dirsi, ma proprio questo modello è considerato incostituzionale dalla sinistra e dai sindacati nostrani …

Ma, se il settore sociosanitario ‘così com’è’ rappresenta un bacino di consenso primario per il PD ed i sindacati come per i Cinque Stelle, quel che non si comprende davvero è perchè il Centrodestra e – soprattutto la Destra – dimenticano del tutto la soluzione liberista del ‘reddito di base’, in un paese in piena deriva populista, con milioni di poveri e di sottoccupati, mentre l’economia stenta ad uscire dall’inviluppo della stagnazione e dell’overflow pubblico.

Stato Minimo: alleggerimento della legislazione sul lavoro, eliminazione del limite di età pensionabile, libera assicurazione dei lavoratori, sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito di base !
 
Demata

Coesione sociale agli sgoccioli

19 Dic

Il rapporto sulla coesione sociale Istat, Inps e Ministero del Lavoro racconta, anticipandone il futuro, la triste storia del declino italiano. Ormai, è il 13,6% degli italiani a vivere in povertà, oltre otto milioni di italiani e, tra loro, anziani, invalidi e bambini.

Come una carovana che, trovatasi impreparata in territori impervi, lascia dietro di se una scia di corpi ed anime, abbandonando a se stessi i più deboli e, aggiungendo il diabolico all’orrido, si lascia andare a vistose iniquità a carico di chi è più esposto alle bizzarrie di una Casta.

Ad esempio, prendiamo atto che il 10% dei nostri minorenni vive in povertà, un pensionato su due ha un reddito inferiore ai mille euro, nei primi sei mesi del 2012 le cessazioni di rapporti di lavoro sono state 4,49 milioni, mentre il numero dei lavoratori sotto i 30 anni è calato dell’8%, sono stabili solo il 19% dei contratti, di cui solo il 7% riguarda donne.
In poche parole, siamo fermi da 20 anni, in attesa che una ben precisa generazione decida di pensionarsi, non accrescendo i danni profondi già causati alla società italiana.

Oppure, riguardo i pensionati – di cui un terzo è rappresentato da ultraottantenni – che il 47,5 % ha un reddito inferiore ai mille euro, il 37,7% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solamente per il 14,5% si superano i duemila euro, di cui circa 700.000 oltre i 3.000 euro (dati INPS) con una spesa annua di 20 miliardi di euro, pari al 30% del volume pensionistico complessivo.
Chi – pochi, molto pochi – vive nel lusso e nel benessere e chi – tanti di meno – vive nell’indigenza assoluta.

Ed anche, una decadenza che, se vede il Nord ed il Centro Italia messi male, è ormai al disastro se parliamo di Sud. Infatti, nelle regioni meridionali, risulta «relativamente povero»  il 24,9% degli anziani ed un altro 7,4% è rappresentato da quelli «assolutamente poveri», «materialmente deprivato» il 25,8% delle famiglie residenti, con punte del il 30% in Sicilia e in Campania, il rischio di povertà o di esclusione sociale (39,5%) ed è più del doppio rispetto al valore del Nord (15,1%).
Naturalmente, dovremmo chiederci qualcosa se, secondo i dati INPS del 2009, i comuni italiani calabresi avevano da spendere per gli interventi e ai servizi sociali 25,5 euro pro capite, mentre la provincia autonoma di Trento si arrivava a ben 297 euro di ‘spesa sociale’ pro capite.

Ecco l’ennesimo segno di una politica italiana che ha saputo gestire il Meridione solo come fosse una colonia, prima sabauda e poi romana, da cui trarre alimenti, mano d’opera e know how a basso costo.

Ecco cosa accade ad una nazione in cui un terzo degli italiani è composto da meridionali di prima e seconda generazione che hanno dovuto trasferirsi – non nel Dopoguerra, ma a partire dagli Anni ’70, a Roma e nel Settentrione. Una nazione che ha finora spoliato una parte di se stessa e questa ‘cattiva coscienza’ sta iniziando a costituire un gravame insostenibile ed irrisolvibile.

Dei giovani, delle donne, degli anziani, dei meridionali dovrà occuparsi la prossima legislatura ed i prossimi governi: il rapporto sulla coesione sociale italiana è drastico e drammatico.
Purtroppo, al momento, non sembra essere stato particolarmente recepito dai nostri partiti e dagli spin doctors di turno.

originale postato su demata