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Autonomia legislativa e amministrativa: lo scenario regione per regione

13 Feb

Arriva l’Autonomia legislativa e amministrativa e già la chiamano la secessione voluta da Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna. 

True Numbers fornisce molte informazioni, a partire da quella che il risanamento  ha imposto molti sacrifici a regioni e comuni, anzi, ne ha limitato occupazione, benessere e crescita che una parte di loro avrebbero potuto finanziare, avendo i bilanci a posto.
Viceversa, lo Stato Centrale non ha adottato la stessa misura verso se stesso. Infatti, mentre dal 2012 il debito nazionale è costantemente aumentato, quello degli Enti Pubblici è sceso dal 7% al 5% del Pil nazionale.

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Inoltre, lo Stato in Italia non è qualcosa di astratto, bensì è ben ‘geolocalizzato’, come ci spiegano gli studiosi dell’Unificazione italiana. 
E lo Stato è innanzitutto Roma, con il Lazio che – sarà un caso – è la regione che non vede una reale diminuzione in 3 anni del debito consolidato degli enti locali (tutti, non solo la regione). 
Ma lo Stato in Italia è anche Torino e, anche questa volta sarà un caso, il ‘ricco’ Piemonte (Pil pro capite = 30.300 € annui) dove il debito consolidato degli enti locali tutti è intorno al 9% proprio come la Campania, che certamente non naviga nell’oro (Pil pro capite = 18.200 € annui).

Sempre come ‘geolocalizzazione’, su un totale dei debiti delle amministrazioni locali di 86 miliardi e 877 milioni, al primo posto ci sono i debiti consolidati delle Città Metropolitane e dei Comuni del Centro e del Sud, al secondo le regioni … del Centro e del Sud, che hanno anche un allarmante primato: enormi debiti non consolidati, saldati nell’arco di un anno ma … anche con gli interessi e le more di un anno.

L’Autonomia legislativa e amministrativa – liberando risorse della Cassa Depositi e Prestiti a favore delle regioni ‘virtuose’ comporta un ulteriore problema: il debito contratto con le banche italiane e con la Cassa Depositi e Prestiti ammonta a qualcosa come 63 miliardi e 124 milioni, ma il 30% di questo debito spetta al Lazio (oltre 11 miliardi) e al Piemonte (circa 8 miliardi), che vanta anche quasi 2 miliardi emessi dall’estero.

Al rovescio della medaglia troviamo che l’avanzo primario delle regioni contribuisce ormai al 30% circa di quello nazionale (più che raddoppiato in dieci anni), ma anche che il residuo fiscale che lo alimenta proviene pressochè tutto da Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte.

Se questi sono i dati essenziali per comprendere “chi e quanto”, vediamo come andrà a finire, dato che è cosa certa che – inizialmente – avremo “due Italie”: quella delle tre regioni ‘più autonome’ più Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia e quella che dipende in tutto e per tutto da Roma.

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In altre parole, se Roma nei prossimi mesi non si dimostrerà pronta a legiferare, regolamentare e finanziare in modo tempestivo ed accurato, il debito incrementale che ricadrà sulle regioni ‘relativamente sane’ sarà insostenibile, perchè la farragine burocratica e le risorse a tal punto contingentate faranno risalire il debito non consolidato già nel 2019.

A tal punto, la Toscana e le Marche – avendo una situazione debitoria relativamente bassa (meno del 4% e circa il 5% rispettivamente) e un buon residuo attivo fiscale (oltre 6 miliardi annui ed oltre 1,5 miliardi ) dovranno scegliere da che parte stare. 

Anche il Piemonte potrebbe essere tentato dal rendersi autonomo, se il suo PIL avesse opportunità di risalita, visto che la sua esposizione consolidata equivale all’incirca al buon avanzo fiscale vantato verso Roma (oltre 6 miliardi). Un ragionamento simile potrebbe farlo la Liguria che ha sì un residuo passivo fiscale verso Roma (circa un miliardo annuo), ma inciderebbe poco (circa 3%) sul PIL regionale come è relativamente basso il debito consolidato (circa il 4%).
Naturalmente, è tutto da destinarsi a dopo che l’Italia avrà sistemato la questione dei passanti ferroviari ed autostradali che servono all’import-export, sempre che queste due regioni non siano indotte a rendersi rapidamente autonome a causa della farragine burocratica dello Stato centrale, cioè Roma.

La Toscana è anch’essa candidata all’autonomia, avendo quasi raggiunto i parametri finanziari “utili” con un debito consolidato al 5%, pagamenti relativamente buoni e un attivo fiscale di oltre sei miliardi annui.

Umbria, Puglia, Basilicata e Abruzzo, pur più o meno ‘risanate’ (debito consolidato intorno al 5%) hanno un importante dipendenza fiscale da Roma e di conseguenza lentezza nei pagamenti che cumula debito non consolidato ed interessi: anche in questo caso maggiore farragine e lentezza capitolina potrebbero spingere verso una scelta autonomistica.

Le restanti regioni hanno un elevato residuo passivo fiscale verso lo Stato oltre a debiti consolidati spesso proibitivi e spesa corrente in ‘ritardo di pagamento‘ con altrettanti debiti non consolidati proibitivi: senza un intervento dello Stato per decine di miliardi che cartolarizzi immobili e debiti, la situazione è troppo onerosa per ottenere dei rating minimamente accettabili.

Se parliamo del Lazio – ma vale anche per le altre regioni – il debito regionale è talmente elevato che rappresenta oltre il 50% della spesa prevista, cioè è come se una carta di credito avesse un massimale di 2.000 euro ma viene bloccata non appena spesi 860 euro. Inoltre, c’è l’emorragia di Roma ed il contraccolpo del trasferimento di risorse e uffici dalla capitale ai vari capoluoghi regionali.

Nel caso della Campania il problema ‘storico’ è che al suo PIL lordo a parità di prezzi di mercato ‘mancano’ almeno 50 miliardi annui per raggiungere il pareggio fiscale: pur essendo la regione molto ricca e possa vantare una tradizione produttiva millenaria, accade che – da che Napoli ha perso la sua dimensione originaria di città-stato estesa anche alla propria Terra di Lavoro , l’impresa è strozzata e l’occupazione affossata. Ben più florida Amburgo che nessuno ha privato dell’autonomia, delle banche, della flotta e dei distretti di Mitte e Harburg. 

Se parliamo del Molise, c’è solo da recepire che Termoli/Larino, Isernia e Campobasso sono separati dall’altipiano carsico del Matese, culminante nel Monte Miletto (2.267 metri), prima vetta dell’Appennino Lucano-Calabro. Discorso molto simile andrebbe fatto nello specifico de L’Aquila, che è separata dal resto dell’Abruzzo dal Gran Sasso d’Italia (2.914 m.), dal Massiccio della Maiella (2.795 m.) e da quello del Monte Velino (2.487 m.). Sarebbero forse più economiche ed efficienti una regione montana ed un altra costiera???

Della Calabria c’è poco da dire purtroppo: le Due Sicilie avevano iniziato lo sviluppo industriale ed attratto capitali stranieri, mentre l’Italia di oggi ha del tutto rinunciato all’industrializzazione e i capitali derivanti dalle attività locali sono reinvestiti altrove. Altrettanto per la Sicilia, che si trova anche a godere di un’autonomia politica  dall’Italia, la quale – fino all’inserimento del Fiscal Compact nella Costituzione – doveva provvedere a tutte le spese approvate dall’Assemblea Regionale Siciliana, anche fuori limiti di bilancio. 

Resta la Sardegna che – in comune con la Sicilia – avrebbe molto più da offrire che Ibiza, Corfù o Cipro, avendo ampi territori interni dove sviluppare le produzioni tipiche locali da esportazione: basta pensare a quanto PIL produce Cuba con i sigari e lo zucchero da canna, oltre al turismo. E la Sardegna è già una regione italiana a statuto speciale. 

Dunque, non è una secessione, ma qualcosa di molto diverso: decentramento.

Quel Decentramento che si invoca dagli Anni 70 e mai pervenuto, ‘grazie’ al quale non trascorrerebbero diversi anni dal momento in cui il Parlamento vota una legge fino a quando la spesa corrispondente ritorna per il riscontro consuntivo.

In altre parole, andando a quello che interessa alla Politica, la farragine burocratica e l’incertezza delle risorse causate dal sovrapporsi di decenni di micro-provvedimenti clientelari comporta che gran parte degli effetti di una norma annunciata da un parlamentare si vedranno dopo molti mesi e si rendiconteranno molto probabilmente a legislatura finita, demandando opportunità e/o correttivi ai posteri e lasciando i ‘demeriti’ a chi uscente …

E non è una questione di ‘ricchezza’, la differenza la fa l’innovazione tecnologica e la trasparenza (cioè efficienza) della Pubblica Amministrazione.
Ad averle, tempi, modi e costi diventano certi, ma senza di esse lo spreco di tempo, risorse e risultati è inevitabile, come il malcontento e la decrescita.

Demata

 

Debiti PA, interessi moratori e costi di recupero: serve chiarezza

9 Feb

Tante pubbliche amministrazioni, persino le scuole, stanno ricevendo ingiunzioni per crediti trasferiti dai fornitori a società finanziarie, cioè ‘ceduti’, che vengono pretesi con le penali derivanti dalla Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

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Stiamo parlando del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 Art. 6 (Risarcimento delle spese di recupero così sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 192 del 2012) che al  comma 2 prevede che “al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno” , salvo che il debitore (art. 3) “dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” .

Dunque, iniziamo col dire che:

  • la “penale” è dovuta, ma è forfettaria
  • se la P.A. ritarda il pagamento perchè – pur sollecitando – non ha ricevuto i fondi finalizzati allo scopo dovrebbe sussistere una evidente causa non imputabile
  • il debitore ceduto puo’ opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente, sia quelle attinenti alla validita’ del titolo costitutivo del credito e le eccezioni riguardanti l’esatto adempimento del negozio, sia quelle relative ai fatti modificativi ed estintivi del rapporto anteriori alla cessione od anche posteriori al trasferimento, come precisato dalla Cassazione (Sez. III 10.05.2005 n. 9761).

Inoltre, le norme “si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale“, cioè “i contratti, comunque denominati” e non alle fatture in se stesse.

Il titolo da esibire a pretesa del credito è solo la fattura, ma fa fede il contratto che la legittima e che – soprattutto – detta le ‘regole’ della consegna, della messa in opera, del collaudo e dei tempi e modi di pagamento, salvo nullità.

Ad ogni modo, il decreto (D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 art. 5 comma 4 e 5), nel caso degli ospedali, prevede un termine di pagamento ordinario a 60 giorni dalla fatturazione, che potrebbe raddoppiare (cioè estendesi fino a 120 giorni), quando ciò sia ciò sia espresso nel contratto ed oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche.

Nel caso delle scuole, la cosa si complica, dato che non è ben chiara la loro natura statuale. Stando al Centro Studi della Camera dei Deputati) le istituzioni scolastiche sono da considerarsi dei ‘terminali’ dell’amministrazione dello Stato (Miur) e ‘preposti’ al funzionamento dei punti di erogazione del servizio e – comunque – fungono anche da “stazioni appaltanti”, cioè soggette almeno ‘a cascata’ al decreto legislativo 11 novembre 2003, n. 333 .

Inoltre, le scuole hanno una struttura di pagamento complessa  che dovrebbe comunque giustificare la deroga ordinaria fino a 60 giorni, dove “oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche(obblighi sovrapposti di organi collegiali, dirigenza, direzione amministrativa e comitato tecnico di collaudo, oltre ad eventuale questionario di gradimento dell’utenza e/o presa in carico inventariale dopo la messa in opera da parte dell’ente locale).

Riepilogando, ai sensi del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 aggiornato dal d.lgs. n. 192 del 2012, nel caso delle scuole i termini di pagamento sono

  • trenta giorni dalla data di ricevimento da parte del debitore della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente
  • fino a sessanta giorni se espressamente previsto dal contratto ed oggettivamente giustificato
  • non è chiaro se questi termini possano essere raddoppiati, ove l’istituzione scolastica autonoma vada ad essere considerata una “impresa pubblica” (ad esempio già i convitti e le aziende agrarie et similia) preposta ad assicurare la prestazione di quei servizi di pubblica utilità e/o il controllo pubblico sulla produzione di servizi indispensabili (cioè attività didattiche e servizi educativi e/o formativi), “nei confronti della quale i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che la disciplina”.

Nel caso degli enti locali e gli altri enti pubblici la norma prevede che siano “poteri pubblici” e non “imprese pubbliche”, ma c’è la diffusa casistica in cui il credito originario (e il contratto) è stato sottoscritto da un’impresa.
Ad esempio, un asilo nido per il primo caso, e di residualità da progetti a finanziamento misto derivanti da mancati riconoscimenti UE a consuntivo, nel secondo caso.

Ad ogni modo, l’applicazione della Direttiva 2000/35/CE  è una misura che vuole garantire la puntualità dei pagamenti e la tutela dei  fornitori, dei creditori e degli investitori, che ha recepito con 12 anni di ritardo quella che è comune attività amministrativa e produttiva dal 2000 in Europa.
Una norma di civiltà e democrazia, oltre che indispensabile per l’economia, le aziende e l’occupazione

Il problema è che – senza Arbitrato o Common Law e cose simili come nel resto d’Europa  – ci ritroviamo dinanzi all’enorme problema di una norma che non può che demandare a contenzioso giudiziario tutti i rilievi o le opposizioni del debitore corredate da elementi contrattuali o di collaudo della fornitura di cui il fornitore era in possesso o comunque ne aveva notifica e nozione, ma non necessariamente sono nella nozione di chi ne abbia rilevato il credito.
Già a doverlo scrivere, si comprende che è un serpente che si morde la coda, specialmente se l’Art. 4 del del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, cioè i “termini di pagamento”, prevede persino che “non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifica formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento“.

Non è certo una norma che facilita alle parti la possibilità di acclarare quale sia l’effettiva situazione del credito, delle prestazioni che lo giustificano od eventualmente lo delegittimano in toto o parte.

Il rischio prevedibile – salvo chiarimenti normativi – è il progressivo sviluppo di un contenzioso stagnante fino alla Cassazione e poi in Corte dei Conti, con i cedenti ormai altrove affaccendati dopo aver incassato, i creditori che confideranno fino alla fine sugli interessi convinti della bontà dei titoli vantati e le pubbliche amministrazioni che resisteranno con i propri protocolli e registri a far fede, oltre ai log  telematici sia interni sia degli amministratori esterni di sistema.

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Non è qualcosa che può far piacere ai fornitori, dato che si ritroveranno con contratti, clausole, penali e sanzioni più accurati. Non dovrebbero esultare le banche che sostengono i fornitori rilevando questi ‘crediti aziendali’, se rischiano di ritrovarsi con una marea di contenziosi aperti ed impossibili da radiare, cioè zavorra nei bilanci. Non saranno felici la pubbliche amministrazioni nel dover funzionare con tagli su tagli e, magari, dover pure rispondere di qualche fornitura andata dispersa o mai pervenuta un decennio prima.

Dunque, di motivi per migliorare la norma italiana ce ne sarebbero e, giusto per curiosità, andiamo a vedere cosa prevede l’originale testo ‘europeo’ della Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, per scoprire se contiene dei dettagli diversi da come poi espressi nella normativa italiana del Governo Monti nel 2012 .

Innanzitutto, salta all’occhio che l’Europa prevede che “un titolo esecutivo possa essere ottenuto, indipendentemente dall’importo del debito, di norma entro 90 giorni di calendario dalla data in cui il creditore ha presentato un ricorso o ha proposto una domanda dinanzi al giudice o altra autorità competente, ove non siano contestati il debito o gli aspetti procedurali” ed “il periodo di 90 giorni di calendario non include i periodi necessari per le notificazioni e qualsiasi ritardo imputabile al creditore“.

Poi, la norma europea indica chiaramente che “a meno che il debitore non sia responsabile del ritardo (cioè escludendo il caso di ‘dolo’), il creditore ha il diritto di esigere dal debitore un risarcimento ragionevole per tutti i costi di recupero sostenuti a causa del ritardo di pagamento del debitore. Questi costi di recupero devono rispettare i principi della trasparenza e della proporzionalità per quanto riguarda il debito in questione“. 

In altre parole, in Europa il creditore deve prima dimostrare la legittimità della pretesa ed i costi di recupero e solo dopo può esigerli.
Inoltre, in Europa, “se la legge o il contratto prevedono una procedura di accettazione o di verifica, diretta ad accertare la conformità delle merci o dei servizi al contratto” (ndr. il così detto ‘collaudo’), la decorrenza è “trascorsi 30 giorni, da quest’ultima data“, cioè quella della verifica (collaudo).

Infine, nella versione europea della Direttiva 2000/35/CE il creditore ha diritto agli interessi di mora solo “se ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge. Ad esempio, potrebbero non essere dovuti ad un fornitore che ha ricevuto una diffida o una penale inerente il contratto dalla Pubblica Amministrazione committente, come anche se nell’espletare la fornitura il creditore cedente è stato sanzionato per obblighi di legge come la sicurezza sul lavoro ed i contratti dei lavoratori.

Questo potrebbe significare che, in base al testo europeo della direttiva, gli interessi vantati dal fornitore e ‘primo creditore’  potrebbero essere ‘decaduti’ ad insaputa del creditore eventualmente subentrato, che si ritroverebbe a poter contare solo sugli interessi successivi ad almeno 30 giorni dalla data di notifica della cessione del credito.

Sono tutte ipotesi, ma è evidente che la trasposizione italiana della Direttiva UE genera incertezza, farragine e contenziosi: esattamente ciò di cui imprese, banche e amministrazioni non hanno bisogno.

Demata

Solidarietà: un principio liberale

28 Gen

Il termine “liberale” viene dal latino “liberalis”, che si traduce “degno di un uomo di condizione libera o riguardante la libertà” ed anche “liberale, benevolo, magnanimo, generoso, prodigo, munifico; di aspetto nobile, onorevole, distinto, copioso, abbondante” (Dizionario Latino-Italiano Olivetti).

In termini etici, dunque, “un uomo di condizione libera” è attento sia alla propria autonomia di scelta sia all’esigenza di concordia e benessere generale, sia alla Libertà  “che porta la mente umana verso nuove conquiste” (Alexis de Tocqueville) sia alla Coesione Sociale, perchè “la società non è una semplice somma di individui” (Émile Durkheim).

In termini politici, “un uomo di condizione libera” opera le proprie scelte con metodo e lungimiranza, ergo secondo scienza e coscienza, scevro da pregiudizi ed adesioni o contrapposizioni preconcette, che ne possano limitare la Libertà.

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“Metti te stesso al posto dell’altro”. Labor: Chi si accontenta gode; Capital: Non è tutto oro quel che luce.

 

Durkheim (Della divisione del lavoro sociale – 1893) evidenzia che, nella società moderna, l’individuo – nel guadagnare sempre maggiore autonomia – si ritrova a dover maggiormente interagire (ergo, essere dipendente) dal resto della società.

La società industriale, sotto l’influenza del fattore demografico, si è trasformata, con una dinamica crescente di complessità strutturale, da un sistema a “solidarietà meccanica” (quella del clan, della tribù, del villaggio) in uno a “solidarietà organica” (quella di un Imperium, una società globale e transnazionale, in cui tutti dipendono da tutti).

Solidarietà che non è da intendersi come un vuoto “vincolo di assistenza reciproca nel bisogno che unisce tra loro persone diverse”, bensì come quel “rapporto di comunanza tra i membri di una collettività pronti a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda”.

Infatti, la Solidarietà, per “un uomo di condizione libera”, non è altro che la coscienza interiorizzata che gli individui hanno di convivere in un habitat produttivo e sociale comune, con le corrispettive esigenze di condivisione di valori atti a garantire la produzione e la circolazione dei beni, come di regolare le relazioni sociali e la sicurezza personale, pur nei limiti dati dalla massima tutela per la libertà – autonomia – degli individui.

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Dunque, andrebbe valutato quanto abbia inciso sulla stabilità finanziaria e sulla sicurezza degli Stati, il luogo comune, largamente diffusosi alla fine del Novecento, per cui la ‘solidarietà’ sia un atteggiamento derivante da ideologie e religioni, da capitalizzare al più possibile come “potere politico di spesa” e “consenso sociale”.

Altro sarebbe se compredessimo tutti che la Solidarietà è l’infrastruttura portante di qualunque aggregazione di ‘sodali’ e che solo quando si fa sentimento diffuso, identità e appartenenza condivisa’, rispetto della reciproca condizione possiamo immaginare una società ricca e coesa.
Se, viceversa, la Solidarietà viene ristretta a costrizione fiscale e morale, se la Solidarietà si fa ‘professionale’, pervenendo – addirittura – alla nascita di un Terzo Settore ‘produttivo e solidale’, non v’è altro che aspettarsi spesa pubblica ed imposte debordanti, insicurezza e malcontento diffusi.

Demata

Come ridurre le tasse e sanare il debito in mezza generazione

28 Nov

Sappiamo tutti che l’Italia ha una leva fiscale stimata tra il 60 ed il 70%, se parliamo di un piccolo imprenditore o di un professionista, intorno al 50% se parliamo di worker class.
Dunque, se vogliamo giustizia sociale, investimenti ed occupazione, dobbiamo ridurre le tasse e non di poco.

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Ridurre le tasse non è semplice, dato che vengono completamente assorbite dalle spese  della Pubblica Amministrazione, dalle pensioni ‘di Stato’ e dall’assistenza sanitaria ‘universale’.
E, come noto, spesso le entrate non coprono queste spese, da cui deficit e debito pubblico.

Una voragine di spesa che fa capo alle tre grandi anomalie italiane:

  1. una pubblica amministrazione gravata quasi esclusivamente per le spese di funzionamento e gli oneri stipendiali degli ancora milioni di addetti in un dedalo di iter decisionali discrezionali o contrattualizati nell’epoca dell’Amministrazione Digitale
  2. un sistema assicurativo previdenziale statale a base contributiva, ma senza Fondi Pensione – trasformati anch’essi in tasse – e con l’Inps che opera in condizioni di assoluto monopolio (95% del totale)
  3. un’assistenza sanitaria “universale” che attinge direttamente sulla capacità produttiva (sic!) del Paese, leggasi accise, Irap ed Iva etc.

Anomalie italiane non per qualche bieca ideologia antipopolare, bensì perchè così è scritto in Costituzione.

  1. Articolo 97: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO PUBBLICO.”
  2. Articolo 38 “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed ASSICURATI mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. L’assistenza privata è libera. Provvedono organi ed istituti predisposti o INTEGRATI dallo Stato.”

Oggi, in Italia è il contrario, la Costituzione parla chiaro e non servono misure tatcheriane per venirne a capo.

  1. Riportiamo la Sanità al mandato costituzionale dell’Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
  2. Prevediamo che i lavoratori siano liberi di assicurarsi dove meglio credono (e non per forza presso la ASL o l’INPS) “in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
  3. Pretendiamo che la PA garantisca innanzitutto i servizi minimi nei costi standard. Semplifichiamo e innoviamo procedure e tecnologie, sbloccando le pensioni per chi ha almeno 30 anni di servizio (Quota 95 o 100).
  4. Introduciamo anche in Italia i voucher alle famiglie per l’istruzione dei figli ed un salario /reddito minimo in vece degli alloggi popolari e sussidi vari o delle pensioni di invalidità.

Stiamo parlando di quasi 200 miliardi di euro annui che andrebbero ad essere sottratti al deficit: solo così possiamo prevedere di riportare il bilancio in attivo in meno di una generazione.
Solo così abbasseremo le tasse, renderemo i servizi sanitari ed assicurativi degni dell’Europa di cui facciamo parte e potremo rendere la nostra burocrazia più trasparente e snella.

E’ per i nostri figli (o nipoti) che serve farlo. Da che parte stiamo?

Demata

P.S. Certo, questo cambiamento toccherà equilibri e status quo, come per i policlinici universitari e le ASL che dovranno privatizzarsi per davvero a partire dal dover garantire standard certificati e servizi pianificati, non sale d’attesa e Recup tra sei mesi.
E dovrà cambiare tanto mondo del volontariato, se anche i poveri avessero uno stipendiuccio, ovvero la possibilità di scegliere. O l’agroalimentare, che tra sussidi ed esenzioni, oggi vale neanche il 5% del nostro PIL. Oppure le politiche locali, se le famiglie potessero scegliere tra scuole sgarrupate e altre linde e pinte.

Insomma, è difficile che il PD di Matteo Renzi o i Cinque Stelle di Di Maio riformino un qualche cosa che possa ridurre la spesa pubblica (e le tasse) … con Enrico Letta e con Di Battista sarebbe stata un’altra cosa …

Inefficienza pubblica e PIL italiano

6 Ott

“Le inefficienze del settore pubblico pesano sugli investimenti e produttività”, questo il titolo di un paragrafo del Report sull’Italia del Fondo Monetario internazionale emesso nel luglio scorso.

“Secondo gli indicatori della Banca mondiale per il 2016, ad esempio, ci vogliono 1.120 giorni per far rispettare un contratto, 227 giorni per ottenere un permesso di costruzione, e 124 giorni per ottenere una connessione elettrica: un tempo sostanzialmente più lungo rispetto alla media OCSE.

La debole prestazione del settore pubblico può essere attribuita a diversi fattori. In particolare, alle eccessivamente lunghe ed onerose procedure burocratiche, alla sovrapposizione di competenze ed ai conflitti intra-istituzionali, alla mancanza di capacità amministrativa, determinata dall’invecchiamento della forza lavoro e dall’incompetenza. Ad esempio, l’Agenzia per la contrattazione della pubblica amministrazione considera indeguate le competenze di un terzo delle posizioni studiate.

La durata media di una gara d’appalto è di 210 giorni, rispetto a una media europea di 77,4 giorni, mentre il numero di contratti con offerta che vengono assegnati è circa un terzo (ndr. i vincitori sono sempre gli stessi). Questo aumenta la percezione della corruzione come fenomeno diffuso.

Il numero di imprese pubbliche locali è proliferato ad oltre 8000 (ndr. senza contare le scuole), sullo sfondo di un quadro complesso di affidamento diretto dei contratti di servizio con nessuna gara aperta. In molte aree, la fornitura di servizi locale è dominato da monopoli assegnati ad aziende di proprietà o legati ai governi locali.”

Da La Repubblica di oggi: “Perché allora l’Italia non cresce come la Germania? La differenza è data dai consumi della Pubblica amministrazione. Al netto della Pa, la crescita cumulata del Pil italiano negli ultimi sei semestri sarebbe stata dell’1,3% e quello della Germania dell’1,4%.”

Demata

Quanto costano Coop ed Onlus?

17 Set

C’è una legge che attribuisce una quota di lavori da assegnare alle imprese collettive che hanno «lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini».

In poche parole fanno non meno di cinquanta milioni di euro per ogni miliardo di euro spesi.

Attualmente la spesa per beni e servizi della Pubblica Amministrazione ammonta a 87 miliardi di euro l’anno.
I maggiori costi arrivano dagli Enti territoriali (41,4% della spesa) e dal Servizio Sanitario Nazionale (33,3%), per cira 65 miliardi di euro annui.

Dunque, almeno tre miliardi vanno – per legge – appaltati ad Onlus e Coop, ma in realtà sono molto di più.

Infatti, secondo Istat, il no profit «fattura» più del sistema moda: il totale di bilancio è pari a 64 miliardi di euro, le uscite totali ammontano a 57 miliardi, con quasi 5 milioni di ‘volontari’.

Sette miliardi di ‘utili’ e … che il ‘piatto’ sia appetitoso, lo dimostra il fatto che per il 5 x Mille – su 49.967 enti in elenco presso l’Agenzia delle Entrate – il mondo del volontariato veda 41.343 iscritti e sono 8.094 le associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni ai fini sportivi.
Gli enti della ricerca scientifica e dell’Università sono 424 e 106 quelli della salute 106, ma ricevono dal 5 x Mille meno di 100 milioni di euro annui totali.

Il problema più grosso è, però, che qui non parliamo solo di soldi, di corruzione e di finanziamento occulto della politica o di degrado della PA, ma soprattutto ci riferiamo a larga parte dei servizi erogati da Comuni e Regioni.

Beni e servizi che son quelli che conosciamo. Sarebbe ora di vederci chiaro.

Demata

Perchè Renzi snobba il sindacato

8 Set

Ilvo Diamanti – statistico e politologo – oggi, su La Repubblica, rivela che il sindacato è “stimato da circa 2 italiani su 10. E, di conseguenza, guardato con diffidenza dagli altri 8. Anzitutto e soprattutto, dai lavoratori dipendenti. D’altronde, la componente più ampia degli iscritti è costituita dai pensionati.”

E proprio su questi iscritti pensionati la Confsal-Università (Confederazione Sindacati Autonomi Lavoratori, un sindacato dunque) ci racconta che quelli certificati dall’Inps al 1° gennaio 2012, erano 7.694.048, di cui 4.907.363 iscritti alle 5 confederazioni, e che i pensionati Inpdap, quelli del pubblico impiego, erano 2.785.800 di cui 427.517 iscritti.

Secondo la Confsal in totale i pensionati iscritti a qualche sindacato erano 5.682.075 nel 2012, ma il numero dichiarato dalle 5 confederazioni ammonterebbe a 6.957.126, con una differenza tra il dichiarato e il reale di 1.275.051 unità.

Lo stesso report della Confsal conferma un altro dato impressionante: con un tasso di sindacalizzazione in Italia del 33,8% (fonte “Corriere della Sera” articolo di Sergio Romano, maggio 2011, con dati Cnel) “il valore massimo di lavoratori del privato iscritti al sindacato” non può essere maggiore di 6.641.700, “ma gli iscritti del privato dichiarati dalle sole 5 confederazioni risultano essere 8.623.585”.

S.I.B. Sindacato Italiano Balneari che rappresenta migliaia di imprese balneari diffuse

S.I.B. Sindacato Italiano Balneari che rappresenta migliaia di imprese balneari

Praticamente, 1.965.000 lavoratori in più rispetto alle statistiche che comporterebbero – se fossero reali – che quasi la metà dei lavoratori del privato sia iscritta ad un sindacato, mentre con i pensionati si supererebbe ampiamente il 50% degli italiani, cosa che non è.

“Sono numeri che interrogano e chiedono una spiegazione logica, perché o c’è stato un aumento improvviso e assai consistente delle iscrizioni ai sindacati, e quindi il tasso di sindacalizzazione va decisamente aggiornato verso l’alto, o c’è qualche sindacato che arrotonda parecchio”, scrive Confasl.

E, tenuto conto della percentuale abissale (20%) della fiducia degli italiani nei sindacati, la questione dei veri numeri e del reale peso dei sindacati, come anche di chi e cosa rappresentino, diventa rilevante per il governo, per i cittadini e per i lavoratori.

renzi-supermanInfatti, oltre a chi si ‘regala’ un 20% di iscritti in più – per propaganda fidae e per gelosie tra confederazioni o altro – c’è la questione esiziale di quante tessere effettive ma non reali riescano a raccogliere i sindacati in alcune operatività che lo Stato ha loro molto benevolmente devoluto.

In due parole quanti lavoratori si sono iscritti per ottenere coperture assicurative sul rischio professionale o previdenza integrativa oppure fidelizzati grazie ai 740 dei CAF, le pratiche Inps, i corsi degli Enti Certificati, per non parlare del volontariato e degli immigrati, del così detto Terzo Settore? Spese esternalizzate a favore dell’associazionismo che la Pubblica Amministrazione – se ha gli esuberi che racconta – potrebbe riportare a casa in un battibaleno.

Per non parlare del Fondo Espero di cui quasi nessuno ha più memoria (… ma c’è) e dei sindacati nei CdA degli enti previdenziali di cui non sembra ce ne sia uno che non abbia sbancato. Niente di ‘grave’ e niente di ‘nuovo’ … ne sanno qualcosa i lavoratori francesi che affidarono ingenuamente risparmi e sacrifici ad enti di previdenza sociale, alla fine dell’1800, o quelli statunitensi che videro crollare le pensioni affidate ai propri sindacati prima che arrivasse Marchionne a salvare loro e … Chrysler in cui avevano incautamente investito.

Inoltre, dal punto di vista delle scelte politiche è sorprendente scoprire che solo un elettore su 4 è sindacalizzato (12 milioni su circa 40), ma che questo rapporto arriva ad 1 ogni due circa per i pensionati ed uno ogni 5-6 per gli under-40: se i numeri sono questi, portare un milione di persone in piazza non ha un peso effettivo alle spalle …

Arrivati a questo punto è chiaro a tutti perchè Matteo Renzi non sia andato a Cernobio e perchè non consideri i sindacati un interlocutore ‘politico’ e comunque utile al rinnovamento che intende portare avanti.

Conflitti di interessi per le attività esternalizzate che la P.A. in esubero potrebbe riprendersi, la presenza nei CdA degli enti previdenziali senza trasparenza sulle nomine sindacali, il rappresentare prevalentemente una generazione di troppi pensionati d’oro, l’essere stati i protagonisti di tanti errori disastrosi che dagli Anni ’70 ad oggi hanno messo in ginocchio il nostro Paese, l’ atavico ostracismo verso la separazione tra previdenza sociale e sistema pensionistico, l’aver preteso il mantenimento di aziende in disastrosa perdita (vedi Alitalia) per anni e decenni a carico delle casse pubbliche con buona pace di meritocrazia, crescita, innovazione e turn over.

Un sindacato di nicchia, se non si vuole crescere alla stregua dei tedeschi snellendo di gran lunga le fasi e le applicazioni contrattuali in sede nazionale. Un sindacato ingiusto, se non si fa paladino contro il lavoro nero e la sicurezza come fa quello statunitense che in questo ha un ruolo addirittura istituzionalizzato. Un sindacato inutile, se difende i diritti – acquisiti mica naturali – degli ultrasettantenni e le casse della previdenza pubblica e dell’associazionismo, ovvero datore  e volontariato, mica lavoro.

Dunque, se nei mesi venturi vedrete – come al solito – Roma in assedio e scuole okkupate, niente paura: quando votano salta fuori che sono molti di meno … poche noci nel sacco fanno tanto rumore.
E Renzi lo sa.

Originally posted on Demata