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CR7, l'(ex) Fiat e il Testo unico delle imposte sui redditi

14 Lug

Ben venga CR7 alla Juventus, divertirà tifosi e telespettatori con i suo colpi da funambolico atleta, delizierà il consumatore desideroso di gioventù, lusso e successo, innalzerà il tasso di polemiche al bar dello sport e lo share pubblicitario a casa di tutti, ma a guadagnarci davvero saranno solo lui, che non pagherà granchè di tasse all’Italia, e la FCA, che non è la Fiat.

A parte il fatto che il suo trasferimento non è affatto una sorpresa, non almeno per gli addetti del settore.

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GLI ANTEFATTI

Il 15 giugno 2018 i maggiori media sportivi annunciavano che Cristiano Ronaldo aveva patteggiato con il Fisco spagnolo un condanna di due anni, con la condizionale, e una multa di 18,8 milioni per frode fiscale. Poco dopo, arriva l’annuncio che Florentino Perez, presidente della squadra madrilena, ha abbassato la clausola rescissoria di CR7 a circa 100 milioni di euro.

Infatti, già dall’inizio del campionato spagnolo circolavano voci di mercato insistenti sull’addio di CR7 al Real Madrid, proprio il “disagio” legato a questo procedimento giudiziario. Anzi, il 14 novembre 2017 numerose testate giornalistiche diffondono la notizia di Cristiano Ronaldo che comunica l’addio al Real Madrid e il primo ribasso della clausola rescissoria risale a febbraio 2018.

Dopo l’annuncio di CR7 stranamente tutto tace, ma – appena arriva la sentenza e il Portogallo è fuori dal Mondiale – ‘sorprende’ la notizia del ribasso ‘ufficioso’ della clausola rescissoria a circa 100 milioni di euro, cioè il massimo sostenibile, nel mondo sportivo-finanziario del Fair Play di bilancio e dei tetti ingaggi, da parte di una società che ha intenzione di acquistare un atleta a fine carriera e dall’ingaggio iperbolico.
Fatto sta che circa 100 milioni di euro sono all’incirca quello che la Juventus ricaverebbe dalla cessione di Higuain e Rugani, se … già tre mesi prima qualche giornalista scriveva di Maurizio Sarri al Chelsea e l’annuncio della clausola di CR7 ribassata arriva proprio mentre il Napoli ‘sospende’ l’allenatore, liberandolo de facto, e ingaggia Ancelotti.

Sappiamo come è andata sulle cronache mediatiche: Cristiano Ronaldo che fa faville al Mondiale, lo ‘strappo’ presunto con Florentino Perez subito dopo l’eliminazione del Portogallo, la ‘sorprendente’ avance della Juventus, l’enorme opportunità per il marketing italiano eccetera … fino a quei guastafeste degli operai Fiat di Pomigliano d’Arco, ovviamente perchè anti-juventini, od il ‘malvagio’ De Laurentiis alfiere del calcio manageriale con i conti a posto e la saga dell’amletico Chelsea, mentre Abhramovic è sotto pressione per fatti suoi.

E sappiamo come è finita per davvero: CR7 ‘esentasse’ alla FC Juventus per quattro anni con ingaggio netto di 30 milioni annui (e altri circa 30 per le tasse in Italia), il Real Madrid ci ricava circa 120 milioni che arriveranno dalle cessioni di Higuain più Rugani al Chelsea e che potrebbero tornare in Italia con l’acquisto di Icardi, il profeta del Sarrismo che lascia Napoli, ma non l’hanno seguito nè il suo staff nè i suoi calciatori (salvo Jorginho dirottato in extremis dal Manchester City), preferendo Ancellotti, il Chelsea – spendendo, giocando bel calcio e vincendo magari in Europa – risolverà anche i problemi extra-calcistici.

Il Calcio Moderno, il così detto ‘movimento calcistico, è anche business e intrattenimento, ma anche questo è lo Sport dall’alba dei tempi: dove c’è ‘agone atletico’, c’è anche un pubblico che consuma e … scommette.

LE TASSE

In realtà, come la cessione di CR7 era un fatto annunciato a novembre 2017 e la clausola era stata ribassata a 400 milioni nel febbraio 2017  per poi scendere fino alla cifra definitiva di 120 milioni, c’è che il calciatore ha scelto – dopo una sentenza a due anni di carcere sospesi con la condizionale – di trasferirsi in una squadra italiana … nazione dove nel 2016 il Governo Renzi introdusse l’articolo 24bis del TUIR (Testo unico delle imposte sui redditi).

Cosa prevede questo articolo?
“Le persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia, possono optare per l’assoggettamento a imposta sostitutiva dei redditi prodotti all’estero… per effetto dell’esercizio di questa opzione, su tutti i redditi prodotti fuori dal Paese di residenza è dovuta un imposta sostitutiva IRPEF calcolata in via FORFETTARIA, cioè a prescindere dall’importo del reddito prodotto, nella misura di 100.000 (centomila) euro per ciascun periodo di imposta”.

Dunque, Cristiano Ronaldo, che trasferisce solo temporaneamente la sua residenza in Italia, dovrebbe pagare per tutti i redditi prodotti fuori dall’Italia (sponsorizzazioni, diritti d’immagine, pubblicità, social eccetera) SOLO 100.000,00 euro all’anno.

Intanto, dal 2014, la Fiat è diventata F.C.A. con sede legale in Olanda, sede fiscale in Gran Bretagna, a breve Sergio Marchionne ne lascerà il timone,  di big deal con Hyundai si è parlato più volte.

Dei redditi prodotti fuori dall’Italia per/da FCA (sponsorizzazioni, diritti d’immagine, pubblicità, social eccetera) beneficeranno i regni britannico ed olandese, all’Italia andranno i 30 milioni annui per le tasse sull’ingaggio e qualcos’altro, del marketing la ‘nostra’ Fiat e l’Italia se ne avvantaggeranno molto meno di quanto si pensi.

 

IL MARKETING

Secondo Forbes, CR7 ha guadagnato più di ogni altro sportivo nel 2017: 93 milioni di dollari e viene stimato che il patrimonio netto si aggiri tra i 230 e i 290 milioni di euro.

Grazie a un impero di oltre 120 milioni di  follower, CR7 ha investito nel mercato dei generi di lusso ed è testimonial di rilevanti ditte, tra cui l’accordo di sponsorizzazione ‘a vita’ con Nike da circa 24 milioni all’anno … salvo le clausole che scatteranno non appena Cristiano Ronaldo lascerà il calcio o, comunque, non giocasse in un campionato delle cinque nazioni europee che contano.

Restando al Real Madrid, Cristiano Ronaldo avrebbe prevedibilmente iniziato a dare addio a tutto questo da febbraio prossimo, compiendo 34 anni e con il contratto in scadenza. Andando alla Juventus, il ‘mito’ si prolunga per quattro anni e sbarca proprio in Italia, la capitale della moda e dei generi di lusso.

Intanto, Fiat Chrysler Automobiles annuncia un nuovo investimento da un miliardo di dollari in Michigan per produrre pick up, dove già si produce il motore Fiat FIRE , la Fiat Siena (simile alla Fiat Palio italiana, progettata dal Centro Stile Fiat di Torino ed in grado di funzionare a benzina, etanolo e Gpl) è prodotta in Venezuela e commercializzata come Dodge ‘Forza’, ma … in Italia l'(ex) Fabbrica Italiana Automobili Torino annuncia la fine di Alfa Romeo, se MiTo e Giulietta vanno fuori produzione e il Crossover compatto che le sostituirà ancora non si vede, se della Lancia resta solo l’attuale Ypsilon per cui non è previsto un successore, se alla Fiat di Pomigliano vivono di cassa integrazione da 10 anni, nonostante  la Panda anche nel 2017 sia stato il modello più venduto con 145.919 unità.

Visto lo ‘stile di vita’ che rappresenta CR7, non saranno le utilitarie o i furgoni a vendere (e soprattutto rendere) di più: l’occupazione caso mai crescerà in Polonia (Fiat 500), Detroit (pick up Chrysler e motori FIRE), il Venezuela e la Dodge, forse anche Torino con la Jeep.
La Ferrari? Non è FCA, si rivolge ad un altro pubblico e venderà comunque.

Dunque, un conto è esultare come tifosi juventini o come addetti del settore (dunque, qualunque cosa si muova o viva di pubblicità e marketing, media inclusi) o come semplici appassionati di calcio.

Un altro è farlo da italiani confondendo il Campionato di Serie A con l’Italia e/o la FCA con la ex Fiat.

Ad ogni modo complimenti allo staff della FC Juventus per l’operazione di oggi, ai posteri l’ardua sentenza.

Demata

 

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La FIAT non è a Detroit

15 Gen

Sergio Marchionne – al Salone dell’automobile di Detroit, promette una maggiore integrazione fra FIAT e Chrysler:  “devono diventare una cosa sola”.
Un’integrazione che procede, anche se con qualche difficoltà, dato che Veba, il fondo sanitario gestito dai sindacati che controlla il 41,5% di Chrysler, pretende per il solo 3,3% ben 342 milioni di dollari contro i 139 offerti dall’azionista di maggioranza.

Un problema che non agita i sonni del numero uno del Lingotto che assicura come “Veba non resterà a lungo nell’azionariato di Chrysler”, che “i colloqui con il gruppo Gac (ndr. per costruire modelli Jeep in Cina) vanno avanti, siamo a buon punto” e che il futuro Suv della Maserati, sarà costruito in Italia  “perché negli Usa l’impianto di Jefferson North è saturo ”.

Così, mentre l’Italia annaspa in relazioni sindacali antidiluviane ed in politiche industriali declinanti, Fiat-Chrysler si conferma il motore dell’America.

Non a caso, sempre da Detroit, Sergio Marchionne, interpellato sul rientro in fabbrica di alcune maestranze, ricorda che “il mercato non c’è, cosa li riprendiamo a fare. Non ne abbiamo bisogno, è questione di utilizzo delle persone nello stabilimento. E’ un problema del sistema italiano: manca la certezza di come portare avanti un’azienda”.

E di come portare avanti un sindacato, che in USA controlla, tra l’altro, il 41,5% di Chrysler, mentre in Italia i sindacati sono sostenuti dall’erario pubblico, dato che, solo considerando la Legge 902-1977, lo Stato italiano ha ceduto ai sindacati – a titolo gratuito ed esentasse – un’enorme quantità di beni ed immobili pubblici. Basti dire che la sola CGIL conta, oggi,  3.000 sedi sul territorio nazionale ed, in alcuni casi, si tratta di interi edifici con valori milionari, mentre, grazie alla legge 504 del 1992 i sindacati non pagavano l’ICI, dato che sono assimilati alle onlus.

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Automobili: la Cina supera l’Europa

2 Gen

Il Financial Times annuncia che la Cina, nel 2013, per la prima volta supererà l’Europa nella produzione di autovetture e veicoli leggeri. La previsione è di  19,6 milioni di veicoli rispetto ai 18,3 milioni europei.

Le proiezioni si basano sui dati della IHS, LMC Auto e consulenza PwC, gli investimenti banche UBS e Credit Suisse. Essi dipingono un quadro di lieve ripresa nel 2013 per l’industria automobilistica mondiale con un’Europa la cui produzione ha perso il 10% della fetta di mercato rispetto al 2001 ed il 30% rispetto al 1970, quando quasi una ogni due auto prodotte nel mondo nasceva in una fabbrica in Europa.

Non a caso, Norbert Reithofer, amministratore delegato della casa automobilistica tedesca BMW, ha detto di aspettarsi le condizioni per la vendita di autovetture in Europa rimangono “molto impegnative” nel 2013.

Una criticità che era stata prevista in Europa come conseguenza del un forte calo delle vendite di auto in tutto il continente dopo la crisi finanziaria, che non sembra essere cessata, con gravi difficoltà anche per i produttori di veicoli di grandi dimensioni, in particolare francese PSA Peugeot Citroën, che sta tagliando quasi 10.000 posti di lavoro ed è in attesa di un pacchetto di € 7 miliardi per il salvataggio del suo braccio finanziario da parte del governo francese.

Un’Europa che è generalmente riconosciuta come il luogo in cui l’industria automobilistica mondiale ha avuto inizio con un rudimentale  veicolo a tre ruote, prodotto nel 1885 dall’inventore tedesco Karl Benz.

Un’Europa dove oggi, Håkan Samuelsson, amministratore delegato di Volvo Cars,  dice che “per quanto riguarda l’industria automobilistica europea, si può solo pregare”. E c’è da credergli se teniamo in conto che la Volvo, solo due anni fa, è stata ceduta dalla Ford alla società cinese Zhejiang Geely Holding Group, che ha l’ha pagata 1,3 miliardi di euro.

Del resto, come competere se ‘lo stipendio medio mensile di un operaio cinese della Fiat a Shan Chat è di 250,00 euro’ (fonte Paolo Longo – RAI) ed ‘il costo salariale medio nell’industria automobilistica è di 1 euro all’ora’ (Les Echos , France , 25/03/2006)?
Operai che svolgono 12 ore di attività giornaliera, senza accantonamenti previdenziali, che mangiano, vivono e dormono in strutture messe a disposizione dalle fabbriche e da loro regolate. Per non parlare dei detenuti, inviati ai lavori forzati anche e spesso perchè ‘divergenti’, costretti ai lavori più rischiosi senza neanche un salario.

Condizioni di vita subumane che la nostra civilizzazione si vanta, rispetto a quelle orientali, di aver superato. Anzi, essendo la nostra europea una società di uomini liberi, una tale costrizione è degna del nome di schiavismo, come quello denunciato in una disperata richiesta di aiuto, arrivata dalla Cina nascosta in un gadget di Halloween, e trovata giorni fa una donna dell’Oregon all’interno di una confezione acquistata da Kmart.

Cattivi cinesi, allora? Non esattamente.
Le fabbriche dove si lavora in quel modo e/o con quei salari sono di proprietà di Haier Group Co, Benetton Group S.p.A., Hermès International, Vivarte ex-André Groupe, Liz Claiborne, Inc., Hi-Tec Sports plc, Giovanni Crespi Spa, Cone Denim, Cortefiel, S.A., Geox Spa., Dainese, Triumph International, H&M (Hennes & Mauritz), Rossignol SA, Samsonite Corp., Beaumanoir, FIAT, Citroen, Dell Computer, Acer Inc., Apple Inc., DC Leisure, DeCoro, Hewlett-Packard Co., Mattel Inc., Merton Company Ltd, New Balance Athletic Shoe Inc., Polo Ralph Lauren Corp., Nokia, Brown Shoe Company, Timberland Co.,Wolverine World Wide, Liz Claiborne, Phillips-Van Heusen Corp, Toys “R” Us Inc., Wal-Mart Stores, Nestlé SA, C&J Clark International Ltd, Fila Holding SpA, McDonald’s, Reebok International Ltd., Disney (Walt), Hasbro Inc., Polo Ralph Lauren Corp., Adidas, Nike Inc., Levi Strauss & Co., Volkswagen, eccetera eccetera.

E non v’è necessità di pensare in grande, dato che la presenza delle aziende italiane solo nell’area est della Cina e’ stimata in circa 900 unità, con un aumento del 291% rispetto al dato registrato nel 2006 (230 unità). La sola rilevazione dell’ufficio ICE di Shanghai, per il territorio di competenza, aggiornata a novembre 2011 (sulla base delle richieste volontarie delle imprese) comprende 443 società italiane.

Un’idea brillante – ma solo in termini di bolla speculativa generazionale – quella di far produrre cose agli operai cinesi pagandoli un quinto degli operai nostrani ai quali rivendere cose per il doppio od il triplo del costo di produzione.
Ma quanto potrà durare? O meglio, come non prender atto che è già finita?

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Cronache di un’Italia colonizzata

22 Ott

Mario Monti spera che «grazie a noi si dica che l’Italia non è stata colonizzata dall’Europa e ha mantenuto la sua sovranità».

Quasi in simultanea, però, TGcom24 ci informa che “non c’è stato nessun incontro a Palazzo Chigi sul futuro dei vertici di Finmeccanica“, dopo che la Uilm aveva annunciato “che Finmeccanica ha confermato di voler passare “da una quota di maggioranza a una di minoranza” in Ansaldo Energia, l’azienda genovese oggetto di trattative per una dismissione, e ha confermato anche trattative con un partner “estero” per la cessione di Ansaldo Breda.

Riguardo gli F35, “l’impianto Final Assembly and Check-Out (FACO) sulla base aerea novarese partirà a regime ridotto, con inevitabili aggravi di costo cui si aggiunge per il Governo – che li ha spesi – l’onere di recuperare i circa 800 milioni di euro investiti per realizzare la struttura. … Non mancheranno tuttavia di avere conseguenze almeno indirette sul nostro Paese i nuovi contrasti fra Pentagono e Lockheed sulla conduzione complessiva del programma, con una sovrapposizione di attività che porta a risultati negativi sul piano del costo-efficacia … Il Pentagono è preoccupato fra l’altro per le difficoltà di sviluppo del software dell’aereo, la non corretta pianificazione de collaudi, la vulnerabiltà ai “cyberattack” del sistema logistico integrati“. (fonte AnalisiDifesa.it)
Intanto, il futuro ‘civile’ di Alenia Aermacchi, il Superjet 100, è al 49% della Sukhoi, che ne gestisce anche la commercializzazione in Europa. Dulcis in fundo, i piani alti di Finmeccanica sono scossi da scandali che raccontano di tangenti, commesse sporche e leader di partito.

Restando all’aereonuatica, abbiamo di recente scoperto che il Commissario europeo alla Concorrenza ha aperto un numero impressionante di procedure contro aeroporti di piccole e medie dimensioni per finanziamenti illeciti alle compagnie aeree, che non pochi aeroporti italiani che non sono in grado di sostenersi senza aiuti pubblici, che si prospettano “tagli ben più drastici di quelli proposti dal piano elaborato dal ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, mettendo a repentaglio persino aeroporti centrali come Genova, Bologna, Firenze o secondari come Ciampino” (fonte Gazzettino.it).

Intanto, giorni prima, Alitalia annunciava 690 esuberi a fronte di diverse centinaia di milioni di perdite ed un magistrato la condannava per ‘monopolio sulla tratta Roma-Milano”, ordinando di “liberare entro il 28 ottobre gli slot necessari all’ingresso sul mercato di un altro competitor.”

Ricordiamo che l’INAIL racconti di “cantieri navali senza più ordini, di fatturato dimezzato sul pre-crisi dei posti barca, di porti deserti” o che Tassinari, presidente di Coop Italia annunci che “la grande distribuzione soffre per la caduta dei consumi provocata dalla crisi. Ci aspettiamo, per la prima volta dopo 20 anni, non solo la chiusura di punti di vendita, ma la cessione di rami d’azienda e purtroppo anche la chiusura di imprese distributive“. Mettiamo in conto anche che a Torino si fanno le Jeep ed a Pomigliano ‘solo la Panda’, che ILVA Taranto è affogata nell’inquinamento, che da alcuni mesi Parmalat fa parte del gruppo francese Lactalis, che ne ha acquisito l’83,3%, ed andiamo alla sostanza: le Banche.

Di Unicredit si legge, in questi giorni, di “voci che corrono sul taglio di 35mila bancari, ma secondo l’Abi di Mussari non sarebbero più di 25mila” (Dagospia), che “il consiglio ha anche cooptato Mohamed Ali Al Fahim quale consigliere. Mohamed Ali Al Fahim è attualmente responsabile della Divisione Finance dell’International Petroleum Investment Company, società di investimenti interamente detenuta dal governo di Abu Dhabi e controllante di Aabar, uno dei maggiori azionisti di Unicredit” (Milano Finanza), riguardo lo “scorporo della banca italiana dalla holding, l’ad Ghizzoni spiega che per ora e’ un tema che non e’ in agenda” (Borsaitaliana.it).

Una settimana fa,  Moody’s declassava la gloriosa Monte Paschi di Siena a livello ‘trash’, con un downgrade a «Ba2» da «Baa3», nonostante il ‘dono’  – è proprio il caso di dirlo – fatto dal governo Monti per 1 miliardo e mezzo di euro, tagliati a pensionati, scolari e malati.
Una situazione che richiedeva cautela, se parliamo di soldi pubblici, visto che, nonostante un ‘provvidenziale’ accordo tra MPS e CartaSì – siglato pochi giorni prima del report di Moody’s, “il primo in Italia di questo genere” – consentiva “all’istituto senese di diventare il quarto operatore per numero di carte emesse (circa 3,3 milioni) sul mercato nazionale” (fonte MPS), l’agenzia di rating ritiene «che ci siano probabilità reali che la banca abbia bisogno di ulteriore aiuto esterno nell’arco dell’orizzonte del rating. Come gli stress test dell’European Banking Authority (EBA) e della Banca d’Italia hanno mostrato, Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti».

A cosa si riferiva, allora Mario Monti con ‘abbiamo mantenuto la sovranità’? Quali informazioni lo inducono a promettere che «pochi mesi, spero pochi, che ci mancheranno all’emergere chiaro di segni di ripresa»?

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