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Il nesso tra Matteo Renzi e Consip

21 Giu

Carlo Cottarelli – il commissario alla spending review voluto da Enrico Letta – aveva come obiettivo l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi, raccontava il Fatto Quotidiano.

Enrico Letta aveva adempiuto per quanto possibile, durante i 10 mesi di governo, avviando l’aggiornamento della banca dati dei Fabbisogni Standard presso le varie amministrazioni coinvolte.

Dopo di che è arrivato Matteo Renzi e Consip ritornò in auge, anzichè spingere per completare i descrittori e i parametri dei ‘costi standard‘.

Finito il Governo Renzi, scoppiano a catena gli scandali Consip. Intanto, stiamo ancora a far statistiche, per qualcosa – il giusto prezzo – che qualunque mercante sa definire senza troppe storie.

Il bello di questa storia è che, se i costi standard non sono ‘esattamente’ applicati, quel che è vigente è il fabbisogno standard.

E il fabbisogno standard è il criterio a cui ancorare il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali (art. 11, comma 1, lettera b) della legge delega).

In poche parole, chi spende o spande per mantenere lo status quo finisce comunque in un mare di debiti e chi gli succederà non potrà rinnovare ed ottimizzare, perchè avrà i bilanci bloccati per molto tempo.

Infatti, Roberto Maroni, il Governatore della Lombardia, durante l’inaugurazione della struttura d’eccellenza Villa San Mauro nel giugno 2013, incalzava Berlusconi: “affinché il Governo applichi i costi standard in sanità. Abbiamo fatto un calcolo, dal quale emerge che, se tutte le Regioni italiane applicassero il rapporto costi/prestazioni che c’è in Lombardia, risparmieremmo 30 miliardi di euro, 1/3 degli interessi del debito pubblico. Perché noi riusciamo a farlo e gli altri no?”

Bella domanda, da girare ai Governatori Zingaretti, De Luca e Crocetta del PD.
Grazie Governo Renzi.

Demata

MPS & co: il disastro annunciato dal 2005

3 Gen
Era il 6 marzo 2013 quando moriva, apparentemente suicida, David Rossi, 51enne capo dell’area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena e fedelissimo di Giuseppe Mussari, l’ex presidente della banca .
 
Rossi non era indagato nell’inchiesta della Procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta e sui contratti derivati siglati dalla banca.
Era solo una persona informata dei fatti, in particolare per la sua funzione di collegamento tra gli indagati Mussari e Vigni, ed evidentemente gli inquirenti erano a caccia di prove, e-mail, documenti e riscontri riguardo fatti rivelatisi a partire dal 2005.
bancopoli
 
Riguardo Antonveneta, la storia è ben nota, come riporta Wikipedia:
 
– Il 2 maggio 2005 “la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata alla Antonveneta. Dalle indagini la procura ipotizza che a novembre 2004 sarebbero stati effettuati acquisti di titoli per circa 500 milioni di euro, in modo da spingere il prezzo delle azioni Antonveneta sopra a quello dell’Opa di 25 euro.
Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta (in totale un gruppo di 18 imprenditori tra cui Emilio Gnutti) avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30% di Antonveneta, oltre il quale la legge impone l’opa sul totale del capitale della società scalata. Quindi la Bpl viene costretta a effettuare l’offerta entro una settimana.”
– 18 maggio 2005 “avvengono le prime iscrizioni nel registro degli indagati per ipotesi di reato di insider trading, aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza. Si sospetta che 18 imprenditori siano stati finanziati dalla Bnl con 552 milioni di euro per rastrellare il 9,48% delle azioni Antonveneta tra il 14 dicembre 2004 e il 25 febbraio 2005.
Fra le 23 persone indagate spiccano i nomi di Fiorani ed Emilio Gnutti, importante finanziere proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa e coautore della clamorosa scalata a Telecom Italia, assieme alla Olivetti di Roberto Colaninno, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena, condannato in precedenza per insider trading.
A seguito delle indagini, l’8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione della Antonveneta.”
 
– 27 luglio 2005 nasce l’espressione “i furbetti del quartierino” che … “sono stati colpiti da varie inchieste giudiziarie per i metodi presuntamente poco leciti con cui si apprestavano a scalare la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), RCS e Antonveneta e per le modalità, presuntamente fraudolente, con cui avevano conseguito in modo improvviso una enorme fortuna economica di dubbia provenienza.”
 
– “il 26 settembre 2005, a seguito della vicenda Bancopoli, ABN AMRO sottoscrive con la Banca Popolare Italiana e con i partecipanti al patto di sindacato di Antonveneta (Emilio Gnutti, Fingruppo Holding S.p.A. G.P. Finanziaria S.p.A., Tiberio Lonati, Fausto Lonati, Ettore Lonati, Magiste International S.a. e Stefano Ricucci) un contratto per l’acquisto del 39,373% del capitale dell’istituto padovano a 26,5 euro per azione.”
 
– ad agosto 2005 “il gip Clementina Forleo sequestra tutte le azioni Antonveneta acquistate da Fiorani, Ricucci e dagli altri. L’intervento dei magistrati fa scendere il valore delle azioni e diminuisce la garanzia che Ricucci aveva offerto alle banche.”
Inoltre, ” Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D’Alema, Romano Comincioli, Nicola Latorre, Salvatore Cicu), non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti, ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni degli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, “appaiono […] consapevoli complici di un disegno criminoso”.
 
– “il 31 dicembre 2005 il Giornale ha pubblicato stralci di un’intercettazione telefonica tra Fassino e Giovanni Consorte, manager della Unipol e all’epoca coinvolto nello scandalo di Bancopoli; nell’intercettazione Fassino chiedeva a Consorte: «E allora siamo padroni di una banca?» “
 
– “nel 2007 ABN Amro viene acquisita dal consorzio Royal Bank of Scotland – Banco Santander – Fortis, e nello “spezzatino finanziario” Antonveneta finisce sotto il controllo spagnolo. L’8 novembre del 2007, il Monte dei Paschi di Siena annuncia con una nota di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro”
– il 28 maggio 2011 Antonio Fazio – governatore “a vita” della Banca d’Italia dal 1993 e dimessosi nel 2005 –  “è stato condannato dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Milano a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di euro di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi (c. d. Scandalo della Banca Antonveneta); nello stesso processo, è stato condannato anche Giovanni Consorte. Dopo una lieve riduzione della pena in appello (da 4 anni a 2 anni e mezzo di reclusione), la condanna è stata confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 28 novembre 2012”
 
– “il 31 ottobre 2011 il tribunale di Milano conferma a Ricucci la condanna in primo grado a 3 anni e sei mesi più 900.000 euro di multa per la scalata BNL-Unipol. Nel dicembre 2013 la Cassazione assolve Ricucci in quanto il fatto non sussiste.”
 
– a fine aprile 2013 (ndr. dopo la morte di David Rossi e nonostante numerose indagini in corso) la banca viene completamente assorbita dal Monte dei Paschi.
 

Oggi, paghiamo NOI (e non, viceversa, gli artefici di questa enorme bolla di sapone ‘consociativa’ e speculativa) …

Resta solo da chiedersi “perchè” i nostri media non abbiano rievocato oggi le stesse notizie che avevano diffuso tra il 2005 ed il 2013 o come mai non se ne sia neanche accennato in Parlamento.

Demata

Analisi del voto referendario

6 Dic

fullCosa possiamo imparare dal trionfo dei NO al referendum costituzionale?

  1. C’è un 10-15% dell’elettorato che solitamente si astiene, ma che va a votare ben sapendo di fare la differenza, allorchè ritiene che vi possa essere un pericolo grave per la nostra democrazia, specie se si tratta di un ‘voto secco’ come un ballottaggio od un referendum.
  2. I municipi centrali delle grandi città come Roma hanno preferito il SI, mentre gli altri prevalentemente NO. Ecco il segno di una divisione profonda tra gli italiani: da un lato l’alta borghesia, l’accademia, i media, lo zoccolo duro della PA e il sottobosco sussidiato, dall’altro gli italiani.
  3. I giovani hanno prevalentemente votato NO e lo hanno fatto per un semplice motivo: non c’è posto per loro in questo ‘mondo’ senza turn over e senza riduzione di burocrazia e tasse, valorizzare i beni pubblici (ergo senza defalcare la spesa pubblica, liberalizzare il comparto assicurativo, sviluppare gli affidamenti pubblici a fondazioni)
  4. Napoli, anche questa volta, non ha votato. Eppure si trattava della Costituzione, non dei partiti. Evidentemente, la percezione di essere ostacolati e abbandonati dall’Italia è molto consolidata. Considerato che i partenopei che vivono in altre regioni sono, ormai, più di quanti affacciano sul Golfo, il dato va esteso proporzionalmente a tutto il Paese.
  5. Matteo Renzi ha preferito perdere ‘da solo’, ma dimostrando di attrarre il 30% degli elettori ed il 40% dei voti: questo fa di lui un sicuro candidato alle prossime elezioni. Ma a capo di quale coalizione? I Socialdemocratici o i Popolari?
  6. A proposito di Centrodestra e Centrosinistra – finiti con D’Alema e Berlusconi – questo referendum ha dimostrato che gli elettori (la base, il popolo) non solo si ridislocano con facilità – eccetto gli anziani ‘fedeli alla linea o allo scudo crociato’ – ma, a differenza del passato e della faziosità dei partiti – socializzano, si confrontano, scambiano materiali.
  7. Il NO ha vinto – come ha riconosciuto lo stesso Renzi – per la campagna ‘porta a porta’ dei social e dei condomini. Un fattore che già con i Cinque Stelle si era rivelato determinante: un solo attivista porta (o leva) più voti di 100 iscritti. Renzi e Grillo l’hanno capito, gli altri no.
  8. Il NO ha già perso, se a gestire il ‘dopo’ non saranno le tante anime che l’hanno reclamato e sostenuto e, viceversa, l’informazione mainstream delle TV e dei giornali riprenderanno a riproporci i Brunetta e i D’Alema, anzichè i Zagrebelsky e i Landini, quasi volessero scientemente allontanare la gente dalla politica dei partiti.

La soluzione più ‘compatibile’ con le diverse incognite potrebbe essere quella di un nuovo ‘commissariamento’ dell’Italia sotto l’egida di un ‘esperto in finanza o economia’  (Amato, Dini, Ciampi, Prodi, Monti), fino ad agosto, ergo finchè ci saranno aste di Bot e Btp in giro.

Intanto, il PD sembra essere presestinato alla scissione, con Matteo Renzi e la sua neoformazione a veleggiare felicemente verso il PPE, cioè i Popolari, lasciando Socialdemocrazia e ‘rapporti con la base di sinistra’ ai discendenti del vecchio PCI.

Il resto dell’elettorato (cioè almeno il 20%) resterà a bocca asciutta, salvo votare Cinque Stelle, per il semplice motivo che – in Italia – la terza forza, quella Liberale, non c’è, pur essendoci non pochi elettori dispersi tra le varie formazioni o astenuti.

Dunque, in barba al NO referendario, ci avviamo a ritornare alla Prima Repubblica e, salvo urgenti riforme, a quel sistema elettorale, che consentiva – tramite le combinazioni di preferenze – di controllare capillarmente il voto dei singoli elettori.

Demata

Vince il No, vincono i Liberali

5 Dic

Vince il No al pasticcio costituzionale del duo Renzi-Boschi, ma il ‘vero’ No è stato  quello deposto nelle urne contro il Partito Democratico, renziani o rottamati che siano.

Un No al PD nato innanzitutto nel sottobosco del partito stesso, sempre coeso se c’è da prender voti, mai unito in come governare od opporsi: piccolo cabotaggio, il fomento di tutti i populismi.

Dunque, un No alla politica finanziaria a zig zag e tanto tirchia verso alcune categorie quanto spendacciona verso altre: clientelare e di breve periodo. Un No all’Europa delle banche, invece che delle imprese e del lavoro.

E, probabilmente, un No al risorgere della Democrazia Cristiana che questo asse Renzi-Alfano-Verdini-Padoan ha riportato in auge: non è un caso che con la fine del Governo Renzi non ci ritroviamo altro che le leggi elettorali della Prima Repubblica.

Ma anche un No a Forza Italia, alla Lega Nord o a Fratelli d’Italia, come alla Sinistra, se son stati i Liberali delle varie sponde a farsi anima della propaganda referendaria.

Ed un No all’informazione mainstream delle tv e dei giornali, visto che gran parte del No ha viaggiato sui Social ed era ‘fatto in casa’.

Adesso resta da vedere se, tra i tanti partiti e movimenti che si attribuiranno la vittoria del No, ne verrà fuori qualcuno che – oltre alla protesta – metta in campo un metodo ed un programma.

Demata

 

Why America should be wary of Matteo Renzi?

18 Ott

Matteo Renzi goes America to have dinner with Mr. President Barack Obama. An important event for Italian and American Democrats. But what United States have to earn?

At first, it should be remembered that Matteo Renzi became premier thanks to a reinforced majority in the House done by a unconstitutional law, and thanks to his appointment by the President of the Republic, a former communist who cheered for the Soviet invasion of Hungary in 1956 .
The mayor of a little  as famous town (Florence) appointed by the first offical of the republic to manage Italian politics, because without a legitimate parliament and without a law to vote for him.
He should have to be a receiver, not more.

renzi-zagrebelsky-mentana

About the reforms that Obama appreciates, Americans need to know that:

  • debt and public deficits have increased despite the Austerithy
  • the European Union and national Istitute of statistics (ISTAT) recently showed that the initial successes of Renzi derived from interventions introduced by Mario Monti and Enrico Letta
  • the aids to companies for the crisis and the resumption as the ‘bailouts’ are in fact went to local banks and investors in Dem’s constituencies
  • the government does not reimburse more than 30 billion dollars of which it is liable to the institute pensions, of which at least half confirmed by the Accounting Court
    the State administers the pension funds of the workers, so by six years the Italian Democrats are delaying retirement of 1952-1963 borns
  • the same national institute (INPS) which manages the pension annuity for workers on behalf of the State, is also in charge of the investigation and control of the requirements of the disabled, as it must also provide for the welfare and care of the indigents (over six million)
  • those who have worked 41 years and earn more than $ 2,000 each month must give up almost half of the annuity or wait up to the age of 67 y.o.
    millions of rare disease carriers renounce therapies because the bureaucracy of the mandatory public (called ‘universal’) system
  • millions of chronically ill people have to struggle for years to get drugs and disability or subsidies
  • physicians require more resources to emergency rooms and hospitalizations
  • in Italy costs for state.towards families who choose a not-statal school are prohibited
  • statal schools do not have enough teachers and in the last three years standards have not improved
  • Rome was delivered to the brink of bankruptcy by the Democrats to the new Mayor
  • the recent earthquake in Amatrice (over 200 deaths) proved tragically as laws and funding for anti-seismic buildings remain wastepaper
  • Matteo Renzi’s constitutional reform envisages that the majority ‘disciplines /schools’ the opposition
  • Matteo Renzi’s electoral reform envisages a ballotage with the winner that doubles the deputies and the opposition will have the sits behalved.

Furthermore,

  • not few Democrats are involved in corruption and embezzlement scandals and arrests
  • in Rome, the Democrats have collected less than 10% of the votes of members voting
  • in Italy the Democrats collect less than 25% of the votes of members voting.

Remebered the former communist president who appointed Matteo Renzi as Prime Minister, do not forget that the Italian Democrats are the heirs of the Italian Communist Party and of the populist Christian Democracy Party in turn heirs of the core of former fascist popular consensus.

Is there anything better than Matteo Renzi in Italy? Maybe yes maybe not.
It just depends on whether or not you want to try to search and support him/her or not.

Demata

Pensioni, al peggio non c’è mai fine: dopo Fornero, arriva Poletti

14 Ott

Le pensioni di Elsa Fornero potrebbero rivelarsi una ‘passeggiata di salute’ a confronto con quelle di Giuliano Poletti.

Riepilogando in breve, sembra che le cose andranno così:

  • l’età pensionabile è fissata per tutti a 66 anni e 7 mesi
  • chi vuole andare via si troverà con un debito ventennale (APE) di non poche centinaia di euro
  • non è chiaro per quanto tempo il TFR /TFS sarà trattenibile o rinviabile
  • lo Stato interverrà per le pensioni “anticipate” medio-basse, colpendo duramente quelle medio-alte
  • questo avverrà anche per i lavoratori gravemente disabili che abbiano 41 anni di contributi.

Una vergogna: malati gravi con una minore aspettativa in vita che, dopo 40 e passa anni di duro lavoro quotidiano,  pur di tutelare la propria salute devono indebitarsi per 20 anni, con la triste prospettiva che tale debito verrà trasferito ai figli, in caso di prematura dipartita.

giuliano_polettiE, visto che l’agenda politica tratta di Costituzione, di Referendum e di Matteo Renzi ‘uomo solo al comando’, proviamo a capire se Poletti, dopo Fornero, possa avere il diritto di colpire così duramente anziani e meno anziani con una vita di lavoro (quello vero) e di sacrifici sulle spalle, illudendo le nuove generazioni e proteggendo chi gode  già da 10 o 20 anni di una  pensione tanto lauta quanto poco contribuita.

L’art. 38 della Costituzione è ben chiaro:

  • I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
  • Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
  • L’assistenza privata è libera. Stop.

Dunque,

  • lo Stato emana leggi che prevedano casistiche e soluzioni.
  • Il cittadino può scegliere liberamente l’assistenza privata, onde assicurarsi mezzi adeguati.
  • Lo Stato provvede o integra con propri organi ed istituti, nei casi in cui non siano assicurati mezzi adeguati.

Non il contrario, come avviene dal 1992.

Ed aggiungiamo che la ‘vecchiaia’ è un dato individuale, essendo definibile solo come la “fase più avanzata del ciclo biologico, nella quale si manifestano vistosi fenomeni di decadimento fisico e un generale indebolimento dell’organismo”.

Un invalido grave, un lavoratore usurato o precoce possono essere già vecchi a 55 anni ed avere un’aspettativa in vita ben inferiore, specialmente se hanno lavorato ogni giorno per 35-40 anni. A prescindere se fossero minatori o autonomi, dirigenti o liberi professionisti.

Infatti, chi si occupa sul serio di previdenza – le Compagnie Assicuratrici private – ne tiene ben conto, specie perchè poi tocca a loro (come da noi allo Stato) sprecare somme assurde in cure, farmaci e giornate lavorative perse pur di tenere in attività over55 con più di una patologia cronica ed in condizioni di salute non buone.

Sembra proprio che abbiamo smarrito la nostra Costituzione e che – inseguendo il punto percentuale di aliquota fiscale o congiunturale – abbiamo dimenticato come si amministra la Cosa Pubblica.

Invocando il Fiscal Compact, le norme pensionistiche di Elsa Fornero non furono referendabili.
Ma nel Fiscal Compact non c’è mica scritto che ogni qual volta il Governo falla le proprie promesse e rinnova le solite prebende, si debba andare a colpire i prossimi pensionandi, specialmente se qui c’è sempre la stessa gente che si è vista allontanare l’età pensionabile già 3-4 volte negli ultimi vent’anni.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: se la previdenza è una competenza esclusiva dello Stato, perchè chi ha lavorato più anni (i pensionandi di oggi) deve attendere, finendo per lavorare anche per 49 anni, dai 17 e mezzo ai 66 e sette mesi) pur di non vedersi decurtato quanto faticosamente accumulato?
E quale equa norma implica che debba farlo per sostenere i pensionati attuali, che raramente sono arrivati ad oltre i 35 anni contributivi, ed i tanti giovani e meno giovani che iniziano a contribuire molto tardivamente, se alla ricerca del lavoro che piace e che sia vicino casa?

La riforma pensionistica di Poletti e Renzi è contraria allo spirito della Costituzione Italiana ed è un ennesimo esempio dell’opportunismo politico di Renzi ed i suoi nel continuare ad illudere le nuove generazioni.

Demata

Inefficienza pubblica e PIL italiano

6 Ott

“Le inefficienze del settore pubblico pesano sugli investimenti e produttività”, questo il titolo di un paragrafo del Report sull’Italia del Fondo Monetario internazionale emesso nel luglio scorso.

“Secondo gli indicatori della Banca mondiale per il 2016, ad esempio, ci vogliono 1.120 giorni per far rispettare un contratto, 227 giorni per ottenere un permesso di costruzione, e 124 giorni per ottenere una connessione elettrica: un tempo sostanzialmente più lungo rispetto alla media OCSE.

La debole prestazione del settore pubblico può essere attribuita a diversi fattori. In particolare, alle eccessivamente lunghe ed onerose procedure burocratiche, alla sovrapposizione di competenze ed ai conflitti intra-istituzionali, alla mancanza di capacità amministrativa, determinata dall’invecchiamento della forza lavoro e dall’incompetenza. Ad esempio, l’Agenzia per la contrattazione della pubblica amministrazione considera indeguate le competenze di un terzo delle posizioni studiate.

La durata media di una gara d’appalto è di 210 giorni, rispetto a una media europea di 77,4 giorni, mentre il numero di contratti con offerta che vengono assegnati è circa un terzo (ndr. i vincitori sono sempre gli stessi). Questo aumenta la percezione della corruzione come fenomeno diffuso.

Il numero di imprese pubbliche locali è proliferato ad oltre 8000 (ndr. senza contare le scuole), sullo sfondo di un quadro complesso di affidamento diretto dei contratti di servizio con nessuna gara aperta. In molte aree, la fornitura di servizi locale è dominato da monopoli assegnati ad aziende di proprietà o legati ai governi locali.”

Da La Repubblica di oggi: “Perché allora l’Italia non cresce come la Germania? La differenza è data dai consumi della Pubblica amministrazione. Al netto della Pa, la crescita cumulata del Pil italiano negli ultimi sei semestri sarebbe stata dell’1,3% e quello della Germania dell’1,4%.”

Demata