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PD, Coop e scandali: come una catena di Sant’Antonio?

31 mar

Già da una decina di anni, si contavano gli scandali che coinvolgevano l’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono, gli ex governatori della Calabria, Agazio Loiero, e della Campania, Antonio Bassolino, l’exx sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, l’ex governatore dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, l’ex responsabile dei trasporti aerei Enaz, Franco Pronzato, l’ex coordinatore della segreteria di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati.

Come da vent’anni, ci sono polemiche, poi contestazioni ed infine denunce per le ‘Primarie’ truccate, ed, infatti, nel 2013, è stato Gianni Principe, membro della commissione garanzia del congresso PD, a denunciare anomalie nei tesseramenti precongressuali come a Reggio Calabria (più 315,9%), Matera (304,3%), Napoli (303,0%), Campobasso (293,3%) e Termoli (264,2%).

Per non parlare delle casse Pd, afflitte da un patrimonio immobiliare insostenibile e dai sempre più eletti che continuano a non versare i contributi dovuti al partito, con tanti dipendenti delle varie sezioni locali a rischio licenziamento.
Più recentemente, arrivano gli scandali Mose a Venezia, Expo a Milano, Mafia Capitale a Roma e … poi il diluvio.

Farmacie e formazione in Sicilia, tangenti e infrastrutture a Ischia, corruzione e ‘sprechi’ in Toscana, le spese pazze dell’Emilia, il capo di Gabinetto del Governatore del Lazio … lo scandalo ‘Incalza’ con indagini a Roma, Milano, Firenze, Bologna, Genova, Torino, Padova, Brescia, Perugia, Bari, Modena, Ravenna, Crotone e Olbia … e chi più ne ha più ne metta.

marketing piramidale

Esempio di marketing piramidale

E, con il Partito Democratico, spesso ci sono le Coop ad essere invischiate in scandali.
Ad esempio, il tesoretto di 36 milioni ‘collocato’ in Lussemburgo dall’emiliana Coopservice oppure il Consorzio cooperative costruttori di Bologna e le consulenze fittizie per milioni e milioni o lo scandalo tutto da esplorare della Manutencoop.

O le sanzioni per 4,6 milioni di euro che Esselunga alla fine è riuscita ad ottenere dal Consiglio di Stato per la Coop Estense ed anche il naufragio della Coopcostruttori, dopo essere finita sotto inchiesta per collegamenti con il clan dei Casalesi, o lo «scandalo Terre Emerse», una coop con a presidente Giovanni Errani, fratello del Governatore emiliano oppure quelli del nodo TAV di Firenze che vedono coinvolta la Coopsette.

Il tutto solo a parlare dei casi più noti …
Il ministro Giuliano Poletti continua a tacere (e nessuno si prende la briga di intervistarlo) pur essendo iscritto al partito fin da giovanissimo e pur essendo stato Presidente nazionale delle Coop proprio dal 2002 al 2013, dopo aver diretto quelle emiliane.

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Stefano Cucchi la punta di un iceberg: quali tutele per i malati italiani?

7 nov

La Stampa una frase particolarmente significativa del dottor Paolo Arbarello – il perito verso il quale la famiglia del povero Stefano Cucchi oggi reclama: «Non è stato semplice muovere rilievi a dei colleghi».

Prendiamo atto: in Italia non è affatto semplice per dei medici «muovere rilievi a dei colleghi» – figurarsi accusare – neanche se c’è da fare giustizia per un morto ammazzato. A dirlo è l’ex direttore di medicina legale della Sapienza.
Sarebbe, dunque, bello che l’Ordine dei Medici e il Ministero della Salute rassicurassero noi comuni mortali quanto meno monitorando affinchè i medici non diventino ancor più – nell’immaginario collettivo – un’ avida, sprecona e omertosa casta di cui sani e malati devono diffidare.

E sarebbe anche cosa urgente, se Stefano Cucchi, dopo ben due passaggi in ospedale, «è morto per il dolore tremendo alla colonna vertebrale ed all’addome per un globo vescicale di urina di ben un litro e mezzo che gli ha prodotto lacerazioni interne». Non basta che i medici coinvolti nel caso Cucchi furono giustamente condannati in prima udienza per omicidio colposo: se accade una cosa del genere ad un epilettico significa che nei due Pronti Soccorsi erano saltati tutti i protocolli …

Come anche un pestaggio in carcere non dovrebbe – ma può – accadere, visto che si accomunano uomini privi di libertà con altri dotati di potere assoluto: la sociologia ha ampiamente dimostrato la problematica. Ma non deve assolutamente accadere che vada impunito che si infierisca – senza intenzione di uccidere ma con brutalità – su un tossicodipendente, epilettico e denutrito: non fu un caso il ministro La Russa espresse “sollievo per i militari mai coinvolti”, riferendosi ai carabinieri che avevano arrestato Stefano Cucchi.
Non si comprende davvero come gli autori del pestaggio siano andati assolti anche dal semplice reato di percosse.

Una questione che non riguarda solo i detenuti o i malati di epilessia – e altre malattie ‘convulsive’ – come Stefano Cucchi.
Avere difficoltà a «muovere rilievi a dei colleghi» riguarda tutti – malati, pubblici impiegati, cittadini e giovani in cerca di lavoro – se poi va a finire che si da la caccia ai falsi invalidi ma poi scopriamo che l’Istat dichiarava per il 2012 che una buona fetta dei lavoratori over55  soffriva di almeno due patologie di rilievo e un terzo era in ‘condizioni di salute non buone’.

I medici e le strutture sanitarie di questi malati provvedono di norma ad informarli dei loro diritti e delle opportunità previste, consegnandogli certificazioni dettagliate e prescrivendo tutele adeguate? E questi malati – se voglio agire a tutela dei propri interessi – riescono a trovare dei medici che non abbiano serie difficoltà a «muovere rilievi a dei colleghi»?
Se sono ancora al lavoro, invece che in pensione liberando posti, e se l’Inps conta 6 milioni di invalidi – mentre la media dovrebbe essere di 8,5 se applicassimo gli standard europei – è evidente che almeno una parte dei malati non ha pieno accesso ai propri diritti per errore o negligenza medica nell’informazione e nella canalizzazione del paziente all’interno del sistema sanitaario , ovvero nella gestione ‘burocratica’ (che burocratica NON è) del malato.

Come sarebbe la crisi italiana se i nostri medici avessero operato almeno da dieci anni nel rispetto delle norme europee, in modo da garantire il dovuto accesso per i malati – anziani o meno – con serie situazioni invalidanti ai propri diritti ? Quanti posti di lavoro in più avremmo, quanta liquidità circolante ci sarebbe, quanta automazione e semplificazione avremmo guadagnato nel turn over?
Quanto ci costa non riconoscere i nostri malati e/o non tutelarli adeguatamente dall’errore e dalla negligenza medica in sede di informazione e di indirizzamento, come di prescrizione e di tutele?

E perchè lo Stato non interviene se uno dei migliori medici legali d’Italia precisa che non è «semplice muovere rilievi a dei colleghi», ma lo stesso non accade se si tratta di categorie come ingegneri, chimici, biologi, magistrati, avvocati eccetera?
Perchè su Stefano Cucchi – epilettico e tosssicodipendente – le associazioni dei malati taccciono?

leggi anche Stefano Cucchi, le colpe di tutti

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CSM, Giustizia e Welfare: tutto tace nel Partito Democratico

1 ott

La Costituzione (art.104) prevede che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente e Procuratore generale della Corte di Cassazione.

Si aggiungono i componenti elettivi per i quali la Costituzione non indica il numero, ma prevede che per due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione (c.d. membri laici).

Nel caso di Teresa Bene, avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, gli anni di avvocatura sarebbero solo sette e non si  comprende perchè sia stata candidata e votata dal Parlamento e perchè anche dopo il voto – durante il quale la questione dei ‘requisiti’ era già emersa – si è voluto arrivare all’estrema ratio mettendo in imbarazzo CSM e Presidente Napolitano.

Il centro della questione è quella che appare essere sempre più una ‘faida’ nel Partito Democratico, con pretese veteropartitiche, agguati e imboscate, blocchi ed ostruzionismi, fughe di notizie e levate di scudi prive di base, ottimismi spegiudicati mentre le riforme languono.

A  sponsorizzare Teresa Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva come consulente quando era responsabile dell’Ambiente, ma alla sua candidatura si è arrivati dopo che le Camere (ed una buona parte del PD) hanno fatto blocco sul nome di Luciano Violante.
Intanto, l’onere del Welfare e del Lavoro è scaricato dai nostri Media su Matteo Renzi e la sua compagine di quarantenni, mentre c’è anche l’uomo delle Coop, l’attuale ministro Giuliano Poletti a spiegarci che “noi non vogliamo abolire l’articolo 18. Vogliamo riformare il mercato del lavoro ma io vorrei anche una cosa più importante: che noi aiutassimo l’Italia a cambiare quel residuo di opinione sbagliata che c’è sull’impresa. Perché c’è ancora chi pensa che l’impresa è dove si sfrutta il lavoratore”. 

“L’idea che il rapporto lavoro-impresa si risolve con il conflitto  e il contratto non ci arriva più, è troppo banale, è inadeguata. Dobbiamo uscire di qui. Perché l’impresa possa crescere bisogna che gli riduciamo il livello di rischiosistà, l’incertezza allontana le imprese. Dobbiamo fare un’operazione che sarà difficile, perché in questo paese abbiamo costruito più o meno consapevolmente un nesso tra lavoro e posto di lavoro che è diventato tossico. Se guardiamo bene dentro la delega ci troveremo cose splendide”.
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Ben detto, ma dato che l’unico timore verso la riforma del Lavoro è che non è accompagnata da una equivalente riforma del Welfare, il ministro Poletti potrebbe contribuire a far chiarezza ed a tranquillizzare gli italiani, speigandoci se per lui la riforma Fornero va bene, se le forche caudine per gli invalidi al lavoro sono costituzionali, se il salario minimo è da farsi, se l’Inps può andare avanti così o va riformata, eccetera eccetera …

Quanto ad Andrea Orlando – nato a La Spezia l’8 febbraio 1969,  diploma di liceo scientifico; dirigente di partito – non resta che valutare se presentare le proprie dimissioni da ministro della Giustizia o fare un cambio di passo, superare le logiche di partito e farci capire – alla stregua di quanto detto per il Welfare – dove ‘collocare’ e come ‘gestire’ l’incrementale quantità di delinquenti che ci troviamo e come concludere i processi in cinque anni cinque.

Altrimenti, davvero le chiacchiere stanno a zero e – senza chiarezza – il 2015 si prefigura difficilissimo.

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Debiti PA: quello che proprio non vogliono cambiare

19 giu

La Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione contro l’Italia inviando al governo una lettera di messa in mora per violazione della direttiva europea sui ritardi di pagamento entrati in vigore il 16 marzo 2013 per «il fatto che in Italia le autorità pubbliche impiegano in media 170 giorni per effettuare pagamenti per servizi o merci fornite e 210 giorni per i lavori pubblici».

La polemica infuria e a sentire politici ed esperti in consesso mediatico, la colpa è di tutto e di nulla, persino dell’Europa, che giustamente reclama.

In realtà, le cose starebbero in un altro modo e dovremmo saperlo tutti.

Innanzitutto le tempistiche, dato che il ritardo dei pagamenti è solo la punta dell’iceberg.
Per fare un esempio, parliamo di ‘scuola’ – un settore molto più semplice delal Sanità o degli EE.LL, dove tra l’altro circolano davvero pochi soldi – e facciamo conto che nell’anno X venga finanziata una formazione interna da parte del competente ministero. Il percorso contrattuale integrativo, per ben che vada, comporta che l’operatività a livello regionale si avvi nell’anno X+1, che nelle scuole l’iniziativa arrivi nell’anno X+2, che venga completata nell’anno X+3 (se va bene), che venga rendicontata nell’anno X+4 e  messa a consutivo con revisione dei conti nell’anno X+5, per arrivare in Corte dei Conti nell’anno X+6.
Qualunque commento è superfluo, specialmente se si tiene conto che per Sanità ed Enti Locali il percorso è ancora più tortuoso. O no?

C’è poi il sistema delle assegnazioni e dei residui contabili, che dovrebbe impedire l’accumulo di somme inevase e che in realtà è la causa di molti mali.
In pratica, un’amministrazione può spendere solo se ha avuto un’assegnazione da un ‘ufficio centrale’, che, però, può essere anche meramente ‘nominale’, cioè arriva una lettera che assegna i fondi, ma non il bonifico, che comunque deve arrivare entro l’anno solare. Nel caso non arrivi, la somma viene iscritta a residuo, ma soprattutto deve essere messa a riscossione, prima con un sollecito per arrivare alla denuncia per omissione, a seconda del caso.
Possiamo tutti immaginare che sia piuttosto difficile per un ufficio periferico denunciare il dirigente superiore o per il sindaco di un piccolo comune il potente ministro competente. Specialmente se questo ‘superiore’ non si premura di monitorare le altre somme che il ‘sottoposto’ tiene ferme per inerzia o incapacità.
E possiamo capire tutti che sia risibile che la revisione dei conti pubblici consista spesso nella mera verifica del pareggio tra residui attivi (somme esistenti non spese) e residui passivi (somme inesistenti già spese).

Arrivati a questo punto, è facile notare che i così detti ‘debiti della Pubblica Amministrazione’ siano la rilevanza esterna dei ‘residui passivi della Pubblica Amministrazione’, che rappresentano una patologia antica del sistema italiano, ereditata dallo Stato Sabaudo e dal Vaticano.

Dunque, non si tratta solo di sbloccare somme o di semplificare procedure: misure inderogabili, ma pannicelli caldi per un problema che è strutturale.

Va, innazitutto, riqualificato il sistema di Revisione dei conti della P.A.. Anzi, è davvero singolare che non si sia già provveduto, mentre da anni si parla di sprechi, di debito e deficit incrementali, di crisi e sostenibilità e … mentre ogni sei mesi assistiamo a rettifiche dei conti precedenti.
Tenuto conto che il compito potrebbe già oggi essere affidato alla Guardia di Finanza, proprio non si comprende cosa stiano aspettando.

Inoltre, non è possibile che – con la situazione economica e occupazionale che ci troviamo – non si intervenga sui dirigenti degli uffici che non intervengono fattivamente per riassorbire i residui attivi e passivi, ovvero richiedere il dovuto e spendere il ricevuto: in caso di residui passivi protratti va determinata una procedura che tuteli le piccole amministrazioni, nel caso di residui attivi persistenti, gli uffici superiori devono intervenire.

Se, poi, visto che esiste la fatturazione elettronica, non sarebbe una cattiva idea legiferare che vengano automaticamente trasmesse al MEF, in modo da avere il polso della situazione in tempo reale.
Magari, riusciremmo anche a capire perchè il debito italiano cresce pari passo con i tagli che applichiamo da anni …

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Cosa dovremmo imparare dalla Germania

17 giu

In questi quattro lunghi anni di crisi finanziaria, etica e produttiva, l’Italia ha sempre evitato di chiedersi quali siano le doti della Germania che l’hanno portata ad una tale egemonia nell’Eurozona.

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Per prima cosa, la gran parte di noi rivolgerebbe lo sguardo alla proverbiale efficienza e operosità germanica, ma chi consosce i tedeschi sa che l’operosità non è solo oro che luce, come chi studia storia sa che dal disfacimento dell’Impero federiciano a fino all’epoca gugliemina – circa il 1880 – i tedeschi erano noti per l’ozio e la birra, non per le loro armate o una qualche capacità industriale.
Il tutto con buona pace di coloro che – pro domo italiaca o germanica che sia – sostengono una profonda e atavica diversità culturale ed etnica, che rende taluni più onesti ed attivi, mentre altri sono maggiormente furbi e pigri.

Se è vero che sono gli uomini a scrivere le leggi, dalla Germania impariamo che sono – poi – le leggi a fare gli uomini.

Leggi che in Italia, come in Francia, sono prolisse, aggettivanti, interpretabili, dibattibili eccetera, mentre in Germania sono concise, avverbiali, esecutive, semplificative, come del resto lo sono presso tutti i popoli occidentali non cattolici.
Le leggi sono ‘decisioni’ e ‘indicazioni’. Non rappresentano un arrovellarsi continuo su diritti e doveri, a loro volta ben chiariti nelle così dette ‘leggi fondamentali’, che a loro volta non vengono modificate di continuo da interpretazioni e sentenze.

Se una norma non garantisce la ‘certezza della legge’, ovvero se viene modificata, derogata o integrata di continuo, non può nè essere opportuna nè, soprattutto, adeguatamente conosciuta e, di conseguenza, rispettata.

E quanto al rispetto degli altri paesi e verso la propria nazione, dovremmo prendere atto che dal ‘Me ne frego, il sangue, il lavoro, la Civiltà cantiamo la Tradizion”, di fascista memoria, siamo passati al ‘Ma che ce frega, ma che ce mporta, fatece largo che passamo noi, li giovanotti de’ ‘sta Roma bella”.
In Germania, viceversa, a sentire l’inno nazionale, siamo passati da “Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto nel mondo” delle armate naziste ad un ben più promettente “Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità, fiorisci patria tedesca”.
Praticamente, ci siamo scambiati i ruoli, con i ‘vitelloni’ e i ‘coatti’ che rivendicano una superiorità da predestinati e i tedeschi che rievocano la ‘florida Friede’ delle antiche Civiltà …

Utile annotare che persino nell’inno vengono ricordati i principi basilari della costituzione tedesca: unità e collaboratività, giustizia ed equità, libertà e diritto alla privacy. In Italia, menzioniamo una nazione che ‘serva di Roma, Iddio la creò': è mera conseguenza che – poi – spesa pubblica e capitale siano fuori controllo.

E, poi, ci sono i leader, che da loro sono in numero sufficiente, mentre in Italia sovrabbondano.
I nostri sono spesso eternamente anziani ed ingiaccati, particolarmente presenti sulle veline di agenzia e nelle televisioni, ma mai a parlare della quantità ‘strutturale’ di scandali e di reati nel finanziamento dei partiti, del ruolo dei sindacati, della inesistente lungimiranza degli industriali, della poco severa selezione dei dirigenti, del costo e del rischio assicurativo che la casta medica comporta dati alla mano, eccetera.
I loro evitano una sovraesposizione mediatica, non cercano contese e conflitti bensì intese e soluzioni. Certo sono spesso dei provinciali, ma non così come da noi o, peggio, dai francesi. Le intelligenze e le realtà metropolitane sono ben rappresentate. Le imprese preferiscono investire capitali propri anzichè start up a finanziamento pubblico, perchè non si accontentano dell’uovo oggi, ma pensano al pollaio di domani. I sindacati pretendono regole e parametri su e per il lavoro. La qualità dei medici e della Sanità è ben monitorata dalle Versicherungen (ndr. Casse), tramite le quali si gestisce l’assistenza pubblica. Le capacità dei docenti sono ben chiarite dagli esami che gli alunni sostengono esami due volte all’anno e si fa un piano industriale, se i treni, ma anche gli autobus, sono in ritardo.

La causa? Si iniziò nel 1880, all’incirca, con l’istituzione di 217 Politecnici ed il conseguente fiorire di decine di migliaia di brevetti industriali, creando le basi della potente industria manifatturiera che oggi ci schiaccia.
Si prosegue tutt’oggi dando grande importanza alle competenze tecnico-scientifiche, sia a livello di diplomi sia di lauree sia, soprattutto, di assorbimento nei ruoli chiave dell’amministrazione.
Da noi si pretende che un esercito di laureati in legge con un diploma da ragioniere faccia quadrare i conti pubblici e che una platea di letterati decreti in Parlamento leggi semplici e comprensibili ai più.
Basti dire che Angela Merkel ha una laurea in chimica-fisica, ovvero è una modellista-sistemista di prim’ordine, mentre la nostra Casta a volte s’arrabatta persino con la lingua italiana.

Il perchè è semplice, i tedeschi non sono migliori degli italiani: hanno solo ben chiaro che “Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità”.

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La responsabilità civile dei magistrati e la Costituzione

12 giu

In Italia, oggi come oggi, “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia” NON può agire contro lo Stato e contro il magistrato per ottenere il risarcimento dei danni.

Un concetto lapalissiano, se in uno stato di diritto. Un abisso della democrazia, se non attuato.

Ad oltre 60 anni dalla stesura della Costituzione italiana, ieri, finalmente, alla Camera s’è fatto un primo passo in questa direzione con un emendamento approvato con i voti del Centrodestra più un’ottantina di Demoratici, M5S astenuti.

Annotiamo alcuni singolari commenti di sponda democratica e governativa:  “al Senato modificheremo la norma”,  “un vero e proprio colpo di mano del centrodestra con la complicità del M5S”.
Eppure, è alla Camera – e non al Senato – che il PD ha praticamente la maggioranza assoluta …

Una questione controversa, quella della responsabilità civile dei magistrati, se per Giorgio Napolitano, presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,  “la tutela dell’indipendenza assicurata al giudice dagli ordinamenti non rappresenta un mero privilegio”, ma secondo il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti, “è in gioco non un privilegio, ma l’indipendenza di giudizio del magistrato”. 

Per l’Associazione nazionale magistrati questo voto è “un fatto grave”, “questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione”. Per l’Associazione magistrati della Corte dei conti l’emendamento “costituisce un gravissimo vulnus all’autonomia e all’indipendenza dei giudici”. Per Anna Canepa, segretario di Magistratura democratica, “il voto arriva a indebolire la magistratura proprio nel delicato momento delle inchieste sulla corruzione”.

Eppure, per noi comuni mortali, quello che resta incomprensibile è che – se sottoposti ad eccesso, dolo o inerzia in un processo di giustizia – non ci sia qualcuno che paghi i danni.

Specialmente, se leggiamo sulla Costituzione (art. 24) che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi“, precisando che (art. 113) contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.
Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti. La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.”

L’art. 104 sancisce solo che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

 

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Bilanci di previsione pubblici: le proroghe sono incostituzionali?

7 giu

Il 29 aprile scorso, un decreto a firma del ministro Alfano differiva ulteriormente io termine di deliberazione del bilancio di previsione 2014 per gli Enti Locali, prorogandolo fino al 31 luglio.
Di norma la delibera va posta entro il 31 dicembre dell’anno precedente (in questo caso il 2013), ma era stata già prorogata due volte, prima al 28 febbraio e poi al 30 aprile.
Nel 2012, le proroghe per la delibera del bilancio di previsione del 2013 erano arrivate fino al 30 novembre, ovvero fino al giorno in cui Bankitalia conclude le assegnazioni di fondi e avvia la revisione di fine anno. Niente paura, nel 2011 s’era arrivati praticamente a Natale del 2012 …

Scrive Lio Sambucci su Contabilitàpubblica.it:da sempre, e in modo sistematico da una ventina d’anni, è invalsa la prassi di spostare in avanti il momento approvativo dei documenti di programmazione finanziaria degli enti locali: in origine, il differimento era di un paio di mesi (a febbraio, qualche volta a marzo); poi, negli ultimi dieci anni, la proroga si è spinta anche fino a giugno; ed ora addirittura a fine novembre, e, cioè, praticamente a fine esercizio.
Con ciò determinandosi una situazione surreale: con un bilancio che contiene previsioni finanziarie, che definisce la programmazione per l’anno successivo, che costituisce il documento sulla base del quale solo può avvenire la gestione nel periodo considerato, e che viene approvato praticamente alla fine dell’esercizio cui si riferisce.”

In effetti, l’idea di programmare PRIMA di iniziare un anno di lavoro, non è una norma di buon senso insita nell’indole dei nostri amministratori. Infatti, il nostro Stato – dopo un tentativo di obbligare (legge n. 142/1990) gli enti locali ad approvare il bilancio di previsione entro un termine ragionevole, il 31 ottobre dell’anno precedente, dovette abdicare portando il termine (Legge 3 agosto 1999, n. 265) al 31 dicembre dell’anno precedente, prorogabile ulteriomente, tramite la gestione commissariata, fino al 31 marzo dell’anno in questione.

Ovviamente, se il pesce puzza, inizia dalla testa ed, a corrispettivo di troppe amministrazioni locali palesemente approssimative e strafalcione, dobbiamo prendere atto che non è affatto normale che lo Stato non abbia messo a bilancio nel 2013 quello che (per esempio) doveva assegnare ai comuni nel 2011 per consentirgli di deliberare il bilancio di previsone 2012 in anticipo e non postumo.

E qui si pone un’altra questione, tanto semplice ed evidente quanto dimenticata e tralasciata: quale lavoro svolgono gli strapagati dirigenti (ministeriali e locali) se tutta una serie di conti e previsioni di spesa, derivanti da leggi o unità previsionali europee e indispensabili al funzionamento del Paese, non ce le ritroviamo nei conti pubblici quando c’è da deliberare i bilanci dei ‘terminali di spesa': comuni, scuole, caserme, ospedali.

Nel caso dell’istruzione, ricordiamo che per anni non sono state poste in bilancio le somme, ampiamente prevedibili dal pregresso, per le supplenze nelle scuole, come anche che il bilancio di previsione – normato al 31 ottobre, è stato de facto prorogato fino alla primavara, cioè a scuola finita, a partire dal 2007 con il ministro Fioroni.
Per le forze dell’ordine, c’è l’emblematico caso delle divise e della benzina insufficienti anno per anno; andando alla Sanità – tra le tante – sembra sia inutile immaginare un bilancio di previsione per il Servizio Sanitario Nazionale /Regionale, che sembra essere un vaso di Pandora con pozzo di San Patrizio annesso, mentre non spende abbastanza e dove serve, stando alle univoche statistiche di settore.

Un sistema di bilancio, quello dello Stato, che evidentemente è disallineato, nella milgiore delle ipotesi, da quello degli enti locali, pur avendo il legislatore costituzionale individuato (art. 119 Cost. ) TUTTE le diverse tipologie di entrate di cui  le regioni e gli enti locali possono disporre /riportare nei loro bilanci, eliminando ogni possibilità di fraintendimento nella programmazione economico-finanziaria dello Stato, che esercita la leva fiscale e assegna finanziamenti.
Anche per scuole, caserme ed ospedali – a voler cercare una riprova – è lo stesso: da un lato le unità previsionali UE e le voci di bilancio dei punti di erogazione del servizio, dall’altro i parametri tabellari che costituiscono la struttura di bilancio dello Stato e che, come metodo, risalgono al lontano 1886, al Trasformismo e ai primi scandali di lobbing mafiosa nella politica e nella finanza.

Acclarato che queste proroghe sono l’espressione di un sistema ‘fuori di testa’ – oltre che concausa di inerzie, defaillances, sprechi, ruberie eccetera – c’è da chiedersi se siano ammissibili dalla nostra Costituzione e se lo siano non in ‘casi eccezionali’, bensì come dato sistemico.

Lio Sambucci – ricercatore confermato presso il Dipartimento di Economia e diritto (Sezione di Diritto dell’economia)  della Sapienza di Roma – pone l’accento su un principio costituzionale prevalente quale la «buona opportunità dei pubblici uffici» rispetto alla «armonizzazione dei bilanci pubblici» e al «coordinamento della finanza pubblica», che riguardano un aspetto specifico e, in teoria, occasionale ed emergenziale

Inoltre, se “si ritenesse quello della coincidenza di anno finanziario e anno solare a tutti i livelli istituzionali un principio assolutamente insostituibile dell’ordinamento contabile pubblico, deve essere segnalato come il costante, sistematico differimento del termine approvativo del bilancio di previsione degli enti locali, oltre a presentare, come si dirà, dubbi di costituzionalità, sia in netto contrasto proprio con il suddetto principio. In proposito, è sufficiente evidenziare che, in disparte di ogni altra considerazione, per effetto della ripetuta proroga, negli enti locali la coincidenza tra anno finanziario e anno solare e lo stesso carattere annuale del bilancio di previsione sono divenuti solo una finzione contabile: le amministrazioni locali, infatti, sanno bene di poter contare sul differimento del termine approvativo e predispongono le proprie attività (funzionali alla programmazione economico-finanziaria) e i propri adempimenti tecnico-contabili in funzione dell’approvazione del bilancio entro i primi mesi dell’anno finanziario considerato”.

“Negli ultimi dieci anni, moltissimi enti locali hanno gestito in esercizio provvisorio praticamente fino a metà anno finanziario (e , in molti casi, anche oltre), con totale svuotamento delle prerogative funzionali (a carattere programmatorio e gestionale) del bilancio di previsione, ridotto a mero adempimento formale”.
Non solo enti locali e servizi essenziali come polizia municipale e sanità, ma anche tante amministrazioni e istituzioni statali, in primis scuole e università, più pressochè tutte le ex aziende municipalizzate …

Dunque, i primi dubbi di costituzionalità riguardano il contrasto tra la possibilità di differimento  dell’approvazione del bilancio da parte di pubblicche amministrazioni ed uffici con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione che trova definizione all’art. 97 della Costituzione.

Ammessa la possibilità di differire, resta comunque un altro profilo di dubbia costituzionalità – come afferma molto condivisibilmente il prof. Sambucci – che “può essere rilevato in relazione alle prescrizioni di cui all’art. 81, comma quinto, Cost. (come sostituito dall’art. 1 legge cost. 20 aprile 2012, n. 1: in precedenza, il principio era stabilito al secondo comma del citato art. 81), ove è stabilito, tra l’altro, che l’esercizio provvisorio del bilancio non può avere una durata superiore, complessivamente, a quattro mesi”.

Inoltre, “il costante, ripetuto, differimento del termine di approvazione del bilancio di previsione degli enti locali appare, inoltre, difficilmente compatibile, da un lato, con le disposizioni di cui all’art. 81, comma quarto, Cost., ove si stabilisce, tra l’altro, il principio di annualità del bilancio: si stabilisce, cioè, in Costituzione, quale principio generale della contabilità pubblica – peraltro, ribadito dalle disposizioni ordinamentali con riguardo a tutti i livelli istituzionali, e, come visto, dai principi di armonizzazione dei bilanci pubblici – che il bilancio di previsione deve essere approvato ogni anno e (quindi) deve avere una durata annuale“.

Ma non solo, dato che è evidente a chiunque che “il sistematico differimento del termine approvativo del bilancio degli enti locali risulta difficilmente compatibile con il principio di armonizzazione dei bilanci pubblici, il quale, come detto, ha trovato riconoscimento costituzionale” e regolativo nel d.lgs. n. 118/2011, che – infatti – stabilisce esattamente il contrario di quanto facciamo da quell’anno, ovvero che le amministrazioni pubbliche devono approvare il rispettivo bilancio di previsione entro il 31 dicembre, e lo richiede proprio quale principio generale di armonizzazione dei bilanci pubblici.

Intanto – mentre le proroghe sembrano essere del tutto incostituzionali e mentre dovremmo chiederci come facciano i conti al MEF e a quanto ammonterebbe ‘per davvero’ la spesa pubblica ‘a regime, se la situazione è questa da anni e anni – il Comune di Roma ha deliberato il Bilancio previsione annuale 2013 durante le Assemblea Capitolina n. 88 del 2/3/4/5/6 dicembre 2013, con 29 voti favorevoli, 16 contrari e un’astensione, citando nel testo proprio l ’art. 151 del D.Lgs. n. 267 del 18 agosto 2000 che dispone che il Bilancio deve essere deliberato osservando i principi dell’unità e annualità …

Bilancio 2013 ‘postumo’, ma anche Bilancio pluriennale e Piano degli investimenti 2013-2015, dove, ad esempio si prevede che la spesa per ‘studi e incarichi di consulenza’ sia di 261.698 euro nel 2014, come si prevedono 9.900 euro per spese di rappresentanza e 1.000 di pubblicità. Per il patrocinio di mostre, cinquantamila euro in tutto.
Un po’ poche per Roma Capitale che vuole cultura e turismo … specialmente se per l’acquisto, manutenzione e noleggio autovetture la spesa resta sostanzialmente invariata, oltre 1,1 milioni di euro. Per non parlare dei quasi 4 milioni annui, riconfermati per il 2014 e 2015, per editoria e rilegature, mentre siamo dell’era di internet ed esistono leggi apposite sulla digitalizzazione di atti e albi pubblici.

Speriamo che almeno per Natale venturo, Santa Klaus ci faccia trovare sotto l’albero non solo dei consutivi 2014 che dimostrino la ‘buona opportunità’ delle pubbliche amministrazioni, ma soprattutto i bilanci di previsione per il 2015, che ci diano contezza e speranza per il futuro.
In alternativa, sarà inutile chiedersi perchè l’Italia non riparte … se le previsioni si fanno puntualmente a consuntivo.

originale postato su demata

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