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USA: in isolamento per decenni. La storia dei Tre di Angola e di Mumia Abu-Jamal

10 giu

Free Angola ThreeRobert King Wilkerson, ai primi dei ’70, era un promettente pugile e prossimo futuro padre, ma anche un afroamericano violento, quando – incarcerato per una soffiata estorta con la violenza – entrò a far parte delle Black Panters.
Nel 1972 fu spostato nel carcere di Angola (Lousiana) e, solo per essersi proposto di assistere legalmente un altro detenuto, fu immediatamente posto nelle  ‘segrete’ del carcere, chiamate ‘Red Hat’, e dopo in isolamento.

Herman Wallace 1972Albert Woodfox e Herman Wallace erano anche loro condannati per rapina e, durante la detenzione, erano entrati a far parte delle Black Panthers, operando nel carcere come attivisti dei diritti civili.
Nel 1972 vennero accusati senza alcuna prova materiale (fonte Amnesty International) per l’assassinio di una guardia penitenziaria di 23 anni,  Brent Miller, e, pur essendo arrivato nel penitenziario a fatto compiuto, anche Robert King Wilkerson venne collegato all’omicidio.

Così divennero i Tre di Angola (Angola Three), anche se – facendo esplicito riferimento alla discriminazione razziale, alla cattiva condotta dal pubblico ministero e alla difesa inadeguata – i giudici statali e federali hanno ribaltato per tre volte le sentenze di Woodfox, mentre il caso di Wallace è stato diverse volte oggetto di revisione dinanzi ai tribunali federali.

In barba ad ogni istanza e richiamo costituzionale affinchè la corte (popolare) giudicasse equamente gli Angola Three, Robert King  ha vissuto isolato e con una sola ora d’aria al giorno fino al 2001, quando è ritornato libero, Woodfox e Wallace rimasero in isolamento totale fino al 2008, quando ottennero una forma di detenzione ordinaria.

Albert Woodfox 1972Wallace è stato rilasciato nel 2013 per motivi di salute per tre giorni  dopo di tumore. Woodfox uscirà, sessantottenne, tra pochi giorni, grazie ad una sentenza di un magistrato federale, che ha sottolineato «la scarsa fiducia della Corte nella capacità dello Stato di assicurare un terzo processo equo» all’ex Pantera Nera.

Ancora oggi, presso la corte di Baton Rouge in Lousiana, pende un’istanza costituzionale per trattamento crudele e disumano ai danni dei Tre di Angola.

Gli  Angola Three non sono  affatto i soli attivisti afroamericani  che – con processi dubbi e diverse revisioni  delle  sentenze – continuano a marcire nelle carceri statunitensi.

Il più famoso di  tutti è  Mumia  Abu Jamal, la cui condanna a morte del 1982 a morte per l’uccisione di un poliziotto è stata Nel luglio 1982 fu condannato alla pena di morte, annullatagli solo nel 2008, nonostante fin dal 1999 un anziano sicario, Arnold Beverly, aveva confessato l’omicidio in un quadro di collusioni tra polizia e mafia.

Fino al 2008, per ben 26 anni, ha vissuto nel braccio della morte ed, ancora oggi, Mumia Abu-Jamal è detenuto presso la Restricted Housing Unit nella Mahanoy Facility in Frackville, Schuylkill County, Pennsylvania.

Free Mumia Abu-Jamal

Demata

Un’Italia diversa

6 mag

in estratto da Nostalgia di un’Italia diversa di Ernesto Galli della Loggia per il Corriere della Sera

Siamo in molti oggi in Italia, credo, ad avvertire dentro di noi e intorno a noi sempre più spesso pensieri e pulsioni che in altri tempi avremmo giudicato tipici di una mentalità conservatrice (e che in un certo senso lo sono davvero).

La cosa è tanto più significativa in quanto riguarda persone che spesso sono state di sinistra e dicono di esserlo ancora.
Forse più che conservatori siamo nostalgici. Nostalgici ad esempio dello Stato. …

Nostalgici di quello Stato che non si era ancora rassegnato all’inefficienza dei suoi uffici e alla abituale protervia dei suoi dipendenti, che nei ministeri e altrove non aveva dato tutto il potere alle lobby interne e ai sindacati. … Nostalgici dello Stato, della Banca d’Italia, delle Sovrintendenze, dei Provveditorati, del Genio Civile, dell’Ufficio Geologico Nazionale, delle Prefetture (sì certo, delle Prefetture!): dello Stato insomma rappresentato da quelle amministrazioni che per un secolo e mezzo ci hanno consentito una convivenza in fin dei conti decente, riuscendo bene o male a disciplinare il nostro anarchico frazionismo e il nostro scarso rispetto delle leggi.

Ad esempio conservare una scuola capace di tenere a bada le famiglie e di mantenere la disciplina; con insegnanti bravi, consci del proprio ruolo e capaci di farsi ubbidire; con regole non destinate a mutare ogni tre anni … Una scuola ideale che forse non è mai esistita: ma la cui immagine, di fronte alla rovina presente, si rafforza ogni giorno di più come un irrinunciabile dover essere.

O ancora, conservare le nostre città: libere dalle movide, dai pub, dalle troppe pizzerie al taglio e dai troppi negozi alla moda che chiudono dopo appena un paio d’anni … un’insofferenza crescente verso gli atteggiamenti più conclamati di autoreferenzialità, di ribellismo, di edonismo vacuo ..

Prima di ogni altra cosa, che la Seconda Repubblica è stato un fallimento totale: con tutti i suoi D’Alema, i suoi Berlusconi, i suoi Bossi, i suoi Prodi e compagnia bella, con tutti i suoi partiti e con tutte le sue scelte politiche che volevano essere di rottura, o comunque «diverse» rispetto al passato, e che invece non hanno portato a nulla. E poi – e soprattutto – che

Dalla Seconda Repubblica non si esce né a destra né a sinistra, per adoperare un lessico antico … È ciò di cui si è accorto grazie alla sua età e al suo fiuto Matteo Renzi: ed è per questo che egli sta riportando una vittoria dopo l’altra, mentre i suoi avversari interni balbettano sul nulla e dalle altre parti si agitano solo dei fantasmi o degli inutili masanielli.

Demata (blogger since 2007)

PD, Coop e scandali: come una catena di Sant’Antonio?

31 mar

Già da una decina di anni, si contavano gli scandali che coinvolgevano l’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono, gli ex governatori della Calabria, Agazio Loiero, e della Campania, Antonio Bassolino, l’exx sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, l’ex governatore dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, l’ex responsabile dei trasporti aerei Enaz, Franco Pronzato, l’ex coordinatore della segreteria di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati.

Come da vent’anni, ci sono polemiche, poi contestazioni ed infine denunce per le ‘Primarie’ truccate, ed, infatti, nel 2013, è stato Gianni Principe, membro della commissione garanzia del congresso PD, a denunciare anomalie nei tesseramenti precongressuali come a Reggio Calabria (più 315,9%), Matera (304,3%), Napoli (303,0%), Campobasso (293,3%) e Termoli (264,2%).

Per non parlare delle casse Pd, afflitte da un patrimonio immobiliare insostenibile e dai sempre più eletti che continuano a non versare i contributi dovuti al partito, con tanti dipendenti delle varie sezioni locali a rischio licenziamento.
Più recentemente, arrivano gli scandali Mose a Venezia, Expo a Milano, Mafia Capitale a Roma e … poi il diluvio.

Farmacie e formazione in Sicilia, tangenti e infrastrutture a Ischia, corruzione e ‘sprechi’ in Toscana, le spese pazze dell’Emilia, il capo di Gabinetto del Governatore del Lazio … lo scandalo ‘Incalza’ con indagini a Roma, Milano, Firenze, Bologna, Genova, Torino, Padova, Brescia, Perugia, Bari, Modena, Ravenna, Crotone e Olbia … e chi più ne ha più ne metta.

marketing piramidale

Esempio di marketing piramidale

E, con il Partito Democratico, spesso ci sono le Coop ad essere invischiate in scandali.
Ad esempio, il tesoretto di 36 milioni ‘collocato’ in Lussemburgo dall’emiliana Coopservice oppure il Consorzio cooperative costruttori di Bologna e le consulenze fittizie per milioni e milioni o lo scandalo tutto da esplorare della Manutencoop.

O le sanzioni per 4,6 milioni di euro che Esselunga alla fine è riuscita ad ottenere dal Consiglio di Stato per la Coop Estense ed anche il naufragio della Coopcostruttori, dopo essere finita sotto inchiesta per collegamenti con il clan dei Casalesi, o lo «scandalo Terre Emerse», una coop con a presidente Giovanni Errani, fratello del Governatore emiliano oppure quelli del nodo TAV di Firenze che vedono coinvolta la Coopsette.

Il tutto solo a parlare dei casi più noti …
Il ministro Giuliano Poletti continua a tacere (e nessuno si prende la briga di intervistarlo) pur essendo iscritto al partito fin da giovanissimo e pur essendo stato Presidente nazionale delle Coop proprio dal 2002 al 2013, dopo aver diretto quelle emiliane.

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Stefano Cucchi la punta di un iceberg: quali tutele per i malati italiani?

7 nov

La Stampa una frase particolarmente significativa del dottor Paolo Arbarello – il perito verso il quale la famiglia del povero Stefano Cucchi oggi reclama: «Non è stato semplice muovere rilievi a dei colleghi».

Prendiamo atto: in Italia non è affatto semplice per dei medici «muovere rilievi a dei colleghi» – figurarsi accusare – neanche se c’è da fare giustizia per un morto ammazzato. A dirlo è l’ex direttore di medicina legale della Sapienza.
Sarebbe, dunque, bello che l’Ordine dei Medici e il Ministero della Salute rassicurassero noi comuni mortali quanto meno monitorando affinchè i medici non diventino ancor più – nell’immaginario collettivo – un’ avida, sprecona e omertosa casta di cui sani e malati devono diffidare.

E sarebbe anche cosa urgente, se Stefano Cucchi, dopo ben due passaggi in ospedale, «è morto per il dolore tremendo alla colonna vertebrale ed all’addome per un globo vescicale di urina di ben un litro e mezzo che gli ha prodotto lacerazioni interne». Non basta che i medici coinvolti nel caso Cucchi furono giustamente condannati in prima udienza per omicidio colposo: se accade una cosa del genere ad un epilettico significa che nei due Pronti Soccorsi erano saltati tutti i protocolli …

Come anche un pestaggio in carcere non dovrebbe – ma può – accadere, visto che si accomunano uomini privi di libertà con altri dotati di potere assoluto: la sociologia ha ampiamente dimostrato la problematica. Ma non deve assolutamente accadere che vada impunito che si infierisca – senza intenzione di uccidere ma con brutalità – su un tossicodipendente, epilettico e denutrito: non fu un caso il ministro La Russa espresse “sollievo per i militari mai coinvolti”, riferendosi ai carabinieri che avevano arrestato Stefano Cucchi.
Non si comprende davvero come gli autori del pestaggio siano andati assolti anche dal semplice reato di percosse.

Una questione che non riguarda solo i detenuti o i malati di epilessia – e altre malattie ‘convulsive’ – come Stefano Cucchi.
Avere difficoltà a «muovere rilievi a dei colleghi» riguarda tutti – malati, pubblici impiegati, cittadini e giovani in cerca di lavoro – se poi va a finire che si da la caccia ai falsi invalidi ma poi scopriamo che l’Istat dichiarava per il 2012 che una buona fetta dei lavoratori over55  soffriva di almeno due patologie di rilievo e un terzo era in ‘condizioni di salute non buone’.

I medici e le strutture sanitarie di questi malati provvedono di norma ad informarli dei loro diritti e delle opportunità previste, consegnandogli certificazioni dettagliate e prescrivendo tutele adeguate? E questi malati – se voglio agire a tutela dei propri interessi – riescono a trovare dei medici che non abbiano serie difficoltà a «muovere rilievi a dei colleghi»?
Se sono ancora al lavoro, invece che in pensione liberando posti, e se l’Inps conta 6 milioni di invalidi – mentre la media dovrebbe essere di 8,5 se applicassimo gli standard europei – è evidente che almeno una parte dei malati non ha pieno accesso ai propri diritti per errore o negligenza medica nell’informazione e nella canalizzazione del paziente all’interno del sistema sanitaario , ovvero nella gestione ‘burocratica’ (che burocratica NON è) del malato.

Come sarebbe la crisi italiana se i nostri medici avessero operato almeno da dieci anni nel rispetto delle norme europee, in modo da garantire il dovuto accesso per i malati – anziani o meno – con serie situazioni invalidanti ai propri diritti ? Quanti posti di lavoro in più avremmo, quanta liquidità circolante ci sarebbe, quanta automazione e semplificazione avremmo guadagnato nel turn over?
Quanto ci costa non riconoscere i nostri malati e/o non tutelarli adeguatamente dall’errore e dalla negligenza medica in sede di informazione e di indirizzamento, come di prescrizione e di tutele?

E perchè lo Stato non interviene se uno dei migliori medici legali d’Italia precisa che non è «semplice muovere rilievi a dei colleghi», ma lo stesso non accade se si tratta di categorie come ingegneri, chimici, biologi, magistrati, avvocati eccetera?
Perchè su Stefano Cucchi – epilettico e tosssicodipendente – le associazioni dei malati taccciono?

leggi anche Stefano Cucchi, le colpe di tutti

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CSM, Giustizia e Welfare: tutto tace nel Partito Democratico

1 ott

La Costituzione (art.104) prevede che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente e Procuratore generale della Corte di Cassazione.

Si aggiungono i componenti elettivi per i quali la Costituzione non indica il numero, ma prevede che per due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione (c.d. membri laici).

Nel caso di Teresa Bene, avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, gli anni di avvocatura sarebbero solo sette e non si  comprende perchè sia stata candidata e votata dal Parlamento e perchè anche dopo il voto – durante il quale la questione dei ‘requisiti’ era già emersa – si è voluto arrivare all’estrema ratio mettendo in imbarazzo CSM e Presidente Napolitano.

Il centro della questione è quella che appare essere sempre più una ‘faida’ nel Partito Democratico, con pretese veteropartitiche, agguati e imboscate, blocchi ed ostruzionismi, fughe di notizie e levate di scudi prive di base, ottimismi spegiudicati mentre le riforme languono.

A  sponsorizzare Teresa Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva come consulente quando era responsabile dell’Ambiente, ma alla sua candidatura si è arrivati dopo che le Camere (ed una buona parte del PD) hanno fatto blocco sul nome di Luciano Violante.
Intanto, l’onere del Welfare e del Lavoro è scaricato dai nostri Media su Matteo Renzi e la sua compagine di quarantenni, mentre c’è anche l’uomo delle Coop, l’attuale ministro Giuliano Poletti a spiegarci che “noi non vogliamo abolire l’articolo 18. Vogliamo riformare il mercato del lavoro ma io vorrei anche una cosa più importante: che noi aiutassimo l’Italia a cambiare quel residuo di opinione sbagliata che c’è sull’impresa. Perché c’è ancora chi pensa che l’impresa è dove si sfrutta il lavoratore”. 

“L’idea che il rapporto lavoro-impresa si risolve con il conflitto  e il contratto non ci arriva più, è troppo banale, è inadeguata. Dobbiamo uscire di qui. Perché l’impresa possa crescere bisogna che gli riduciamo il livello di rischiosistà, l’incertezza allontana le imprese. Dobbiamo fare un’operazione che sarà difficile, perché in questo paese abbiamo costruito più o meno consapevolmente un nesso tra lavoro e posto di lavoro che è diventato tossico. Se guardiamo bene dentro la delega ci troveremo cose splendide”.
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Ben detto, ma dato che l’unico timore verso la riforma del Lavoro è che non è accompagnata da una equivalente riforma del Welfare, il ministro Poletti potrebbe contribuire a far chiarezza ed a tranquillizzare gli italiani, speigandoci se per lui la riforma Fornero va bene, se le forche caudine per gli invalidi al lavoro sono costituzionali, se il salario minimo è da farsi, se l’Inps può andare avanti così o va riformata, eccetera eccetera …

Quanto ad Andrea Orlando – nato a La Spezia l’8 febbraio 1969,  diploma di liceo scientifico; dirigente di partito – non resta che valutare se presentare le proprie dimissioni da ministro della Giustizia o fare un cambio di passo, superare le logiche di partito e farci capire – alla stregua di quanto detto per il Welfare – dove ‘collocare’ e come ‘gestire’ l’incrementale quantità di delinquenti che ci troviamo e come concludere i processi in cinque anni cinque.

Altrimenti, davvero le chiacchiere stanno a zero e – senza chiarezza – il 2015 si prefigura difficilissimo.

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Debiti PA: quello che proprio non vogliono cambiare

19 giu

La Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione contro l’Italia inviando al governo una lettera di messa in mora per violazione della direttiva europea sui ritardi di pagamento entrati in vigore il 16 marzo 2013 per «il fatto che in Italia le autorità pubbliche impiegano in media 170 giorni per effettuare pagamenti per servizi o merci fornite e 210 giorni per i lavori pubblici».

La polemica infuria e a sentire politici ed esperti in consesso mediatico, la colpa è di tutto e di nulla, persino dell’Europa, che giustamente reclama.

In realtà, le cose starebbero in un altro modo e dovremmo saperlo tutti.

Innanzitutto le tempistiche, dato che il ritardo dei pagamenti è solo la punta dell’iceberg.
Per fare un esempio, parliamo di ‘scuola’ – un settore molto più semplice delal Sanità o degli EE.LL, dove tra l’altro circolano davvero pochi soldi – e facciamo conto che nell’anno X venga finanziata una formazione interna da parte del competente ministero. Il percorso contrattuale integrativo, per ben che vada, comporta che l’operatività a livello regionale si avvi nell’anno X+1, che nelle scuole l’iniziativa arrivi nell’anno X+2, che venga completata nell’anno X+3 (se va bene), che venga rendicontata nell’anno X+4 e  messa a consutivo con revisione dei conti nell’anno X+5, per arrivare in Corte dei Conti nell’anno X+6.
Qualunque commento è superfluo, specialmente se si tiene conto che per Sanità ed Enti Locali il percorso è ancora più tortuoso. O no?

C’è poi il sistema delle assegnazioni e dei residui contabili, che dovrebbe impedire l’accumulo di somme inevase e che in realtà è la causa di molti mali.
In pratica, un’amministrazione può spendere solo se ha avuto un’assegnazione da un ‘ufficio centrale’, che, però, può essere anche meramente ‘nominale’, cioè arriva una lettera che assegna i fondi, ma non il bonifico, che comunque deve arrivare entro l’anno solare. Nel caso non arrivi, la somma viene iscritta a residuo, ma soprattutto deve essere messa a riscossione, prima con un sollecito per arrivare alla denuncia per omissione, a seconda del caso.
Possiamo tutti immaginare che sia piuttosto difficile per un ufficio periferico denunciare il dirigente superiore o per il sindaco di un piccolo comune il potente ministro competente. Specialmente se questo ‘superiore’ non si premura di monitorare le altre somme che il ‘sottoposto’ tiene ferme per inerzia o incapacità.
E possiamo capire tutti che sia risibile che la revisione dei conti pubblici consista spesso nella mera verifica del pareggio tra residui attivi (somme esistenti non spese) e residui passivi (somme inesistenti già spese).

Arrivati a questo punto, è facile notare che i così detti ‘debiti della Pubblica Amministrazione’ siano la rilevanza esterna dei ‘residui passivi della Pubblica Amministrazione’, che rappresentano una patologia antica del sistema italiano, ereditata dallo Stato Sabaudo e dal Vaticano.

Dunque, non si tratta solo di sbloccare somme o di semplificare procedure: misure inderogabili, ma pannicelli caldi per un problema che è strutturale.

Va, innazitutto, riqualificato il sistema di Revisione dei conti della P.A.. Anzi, è davvero singolare che non si sia già provveduto, mentre da anni si parla di sprechi, di debito e deficit incrementali, di crisi e sostenibilità e … mentre ogni sei mesi assistiamo a rettifiche dei conti precedenti.
Tenuto conto che il compito potrebbe già oggi essere affidato alla Guardia di Finanza, proprio non si comprende cosa stiano aspettando.

Inoltre, non è possibile che – con la situazione economica e occupazionale che ci troviamo – non si intervenga sui dirigenti degli uffici che non intervengono fattivamente per riassorbire i residui attivi e passivi, ovvero richiedere il dovuto e spendere il ricevuto: in caso di residui passivi protratti va determinata una procedura che tuteli le piccole amministrazioni, nel caso di residui attivi persistenti, gli uffici superiori devono intervenire.

Se, poi, visto che esiste la fatturazione elettronica, non sarebbe una cattiva idea legiferare che vengano automaticamente trasmesse al MEF, in modo da avere il polso della situazione in tempo reale.
Magari, riusciremmo anche a capire perchè il debito italiano cresce pari passo con i tagli che applichiamo da anni …

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Cosa dovremmo imparare dalla Germania

17 giu

In questi quattro lunghi anni di crisi finanziaria, etica e produttiva, l’Italia ha sempre evitato di chiedersi quali siano le doti della Germania che l’hanno portata ad una tale egemonia nell’Eurozona.

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Per prima cosa, la gran parte di noi rivolgerebbe lo sguardo alla proverbiale efficienza e operosità germanica, ma chi consosce i tedeschi sa che l’operosità non è solo oro che luce, come chi studia storia sa che dal disfacimento dell’Impero federiciano a fino all’epoca gugliemina – circa il 1880 – i tedeschi erano noti per l’ozio e la birra, non per le loro armate o una qualche capacità industriale.
Il tutto con buona pace di coloro che – pro domo italiaca o germanica che sia – sostengono una profonda e atavica diversità culturale ed etnica, che rende taluni più onesti ed attivi, mentre altri sono maggiormente furbi e pigri.

Se è vero che sono gli uomini a scrivere le leggi, dalla Germania impariamo che sono – poi – le leggi a fare gli uomini.

Leggi che in Italia, come in Francia, sono prolisse, aggettivanti, interpretabili, dibattibili eccetera, mentre in Germania sono concise, avverbiali, esecutive, semplificative, come del resto lo sono presso tutti i popoli occidentali non cattolici.
Le leggi sono ‘decisioni’ e ‘indicazioni’. Non rappresentano un arrovellarsi continuo su diritti e doveri, a loro volta ben chiariti nelle così dette ‘leggi fondamentali’, che a loro volta non vengono modificate di continuo da interpretazioni e sentenze.

Se una norma non garantisce la ‘certezza della legge’, ovvero se viene modificata, derogata o integrata di continuo, non può nè essere opportuna nè, soprattutto, adeguatamente conosciuta e, di conseguenza, rispettata.

E quanto al rispetto degli altri paesi e verso la propria nazione, dovremmo prendere atto che dal ‘Me ne frego, il sangue, il lavoro, la Civiltà cantiamo la Tradizion”, di fascista memoria, siamo passati al ‘Ma che ce frega, ma che ce mporta, fatece largo che passamo noi, li giovanotti de’ ‘sta Roma bella”.
In Germania, viceversa, a sentire l’inno nazionale, siamo passati da “Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto nel mondo” delle armate naziste ad un ben più promettente “Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità, fiorisci patria tedesca”.
Praticamente, ci siamo scambiati i ruoli, con i ‘vitelloni’ e i ‘coatti’ che rivendicano una superiorità da predestinati e i tedeschi che rievocano la ‘florida Friede’ delle antiche Civiltà …

Utile annotare che persino nell’inno vengono ricordati i principi basilari della costituzione tedesca: unità e collaboratività, giustizia ed equità, libertà e diritto alla privacy. In Italia, menzioniamo una nazione che ‘serva di Roma, Iddio la creò': è mera conseguenza che – poi – spesa pubblica e capitale siano fuori controllo.

E, poi, ci sono i leader, che da loro sono in numero sufficiente, mentre in Italia sovrabbondano.
I nostri sono spesso eternamente anziani ed ingiaccati, particolarmente presenti sulle veline di agenzia e nelle televisioni, ma mai a parlare della quantità ‘strutturale’ di scandali e di reati nel finanziamento dei partiti, del ruolo dei sindacati, della inesistente lungimiranza degli industriali, della poco severa selezione dei dirigenti, del costo e del rischio assicurativo che la casta medica comporta dati alla mano, eccetera.
I loro evitano una sovraesposizione mediatica, non cercano contese e conflitti bensì intese e soluzioni. Certo sono spesso dei provinciali, ma non così come da noi o, peggio, dai francesi. Le intelligenze e le realtà metropolitane sono ben rappresentate. Le imprese preferiscono investire capitali propri anzichè start up a finanziamento pubblico, perchè non si accontentano dell’uovo oggi, ma pensano al pollaio di domani. I sindacati pretendono regole e parametri su e per il lavoro. La qualità dei medici e della Sanità è ben monitorata dalle Versicherungen (ndr. Casse), tramite le quali si gestisce l’assistenza pubblica. Le capacità dei docenti sono ben chiarite dagli esami che gli alunni sostengono esami due volte all’anno e si fa un piano industriale, se i treni, ma anche gli autobus, sono in ritardo.

La causa? Si iniziò nel 1880, all’incirca, con l’istituzione di 217 Politecnici ed il conseguente fiorire di decine di migliaia di brevetti industriali, creando le basi della potente industria manifatturiera che oggi ci schiaccia.
Si prosegue tutt’oggi dando grande importanza alle competenze tecnico-scientifiche, sia a livello di diplomi sia di lauree sia, soprattutto, di assorbimento nei ruoli chiave dell’amministrazione.
Da noi si pretende che un esercito di laureati in legge con un diploma da ragioniere faccia quadrare i conti pubblici e che una platea di letterati decreti in Parlamento leggi semplici e comprensibili ai più.
Basti dire che Angela Merkel ha una laurea in chimica-fisica, ovvero è una modellista-sistemista di prim’ordine, mentre la nostra Casta a volte s’arrabatta persino con la lingua italiana.

Il perchè è semplice, i tedeschi non sono migliori degli italiani: hanno solo ben chiaro che “Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità”.

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