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Lega morosa ed insolvente? Meglio pagare …

5 Lug

Un anno fa, Umberto Bossi, leader della Lega, veniva condannato a 2 anni e sei mesi per una truffa da 56 milioni ai danni dello Stato, perchè tra il 2008 e il 2010 il partito aveva presentato rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici, che per l’accusa sarebbero stati usati, in gran parte, per spese personali.

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E che la Lega fosse ben coinvolta è dato dalla condanna quasi doppia (4 anni e dieci mesi) appioppata all’ex tesoriere Francesco Belsito, oggetto anche di altre sentenze, dove è in compagnia degli ex revisori contabili del partito, Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi. (Fonte ANSA)

Dopo un anno, la Corte di Cassazione batte cassa e chiede il sequestro di quei 56 milioni sottratti agli italiani e il segretario attuale della Lega, Matteo Salvini, non ci sta: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di dieci anni fa su soldi che io non ho mai visto”. 

In pratica, Matteo Salvini afferma che i debiti con l’Erario, cioè con gli italiani, vadano prescritti dopo tot tempo dal fatto e che, se un Ente – fallimentare e/o fraudolento – cambia gestione, i buchi pregressi vanno in cavalleria e paga Pantalone. 

Libero di farlo come leghista, anche se tecnicamente la Lega è morosa e potenzialmente insolvente, ma Matteo Salvini oggi è prima di tutto il ministro degli Interni italiano: se vuole può portare a voto in Parlamento una norma che azzera i debiti dopo cinque anni, poi si vedrà chi gliela vota.

Di sicuro Salvini non può usare il proprio ruolo istituzionale per sollecitare un trattamento di favore da parte della Magistratura: fallisce la Lega? Per gli stessi motivi – leader avido e tesoriere furbo – sono già falliti fior di partiti, aziende, società sportive e persino … qualche Stato.

Morosi ed insolventi: c’è da chiedersi con quale faccia – ottenuto l’eventuale ‘sconto’ – Matteo Salvini e la Lega potranno presentarsi dai cittadini e dagli imprenditori che a decenni di distanza combattono ancora con il Fisco e l’Erario per pochi spiccioli?

Meglio pagare senza far troppe storie.
Demata

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Armi: i dati europei e le ragioni della National Rifle Association

24 Feb

In Italia, secondo Wired.it, “una ricerca delle Nazioni Unite del 2008 aveva stabilito che il 12,9% dei cittadini possedeva un’arma in maniera legale” e che, nel mondo, “il tipico possessore di armi ne tiene in casa tre tra pistole e fucili”. Dunque, calcolando che all’epoca eravamo 60,5 milioni, questo potrebbe equivalere a circa 7 milioni di italiani ‘armati’ e a non meno di 10-15 milioni di armi semiautomatiche che potrebbero essere in legale possesso degli italiani.

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Le stime ufficiali (in Italia non esiste un registro delle armi) raccontano di ‘soli’ 7 milioni di armi circolanti, cioè la metà di quanto ragionevolmente possibile, se  Firearms in the European Union, un rapporto dell’ottobre 2013, riportava  25 milioni di armi regolarmente registrate da privati cittadini per la prima e  19 milioni per la seconda. Ad ogni modo, stando ai dati di Gunpolicy.org , non eravamo al 34% degli USA o al 37% della Finlandia e neanche al 6,1 di Inghilterra e Galles o al 4,8% dell’Olanda, ma più o meno in media con Germania, Svezia e Francia attestate intorno al 16%.

In Europa, le vittime per armi da fuoco sono circa 6.700 all’anno secondo uno studio del Flemish Peace Institute. Un numero molto più basso (nonostante l’Unione europea abbia 503 milioni di abitanti a fronte dei 302 milioni degli Stati Uniti) di quello che si registra negli Stati Uniti, dove nel 2014 pistole e fucili hanno provocato l’uccisione di 33.599 persone con un tasso di mortalità di 10,54 vittime su 100 mila abitanti..

I dati europei sono essenziali per capire perchè la National Firearms Association nega che la diffusione delle armi da fuoco abbia un nesso diretto con il numero di omicidi da arma da fuoco:

  • la Finlandia (37% cittadini armati) e la Svezia (16%) hanno la stessa quota di cittadini uccisi o suicidati con armi da fuoco (0,45 e 0,41 a testa ogni 100 mila residenti) 
  • la Francia (16% cittadini armati) e la Gran Bretagna (6%) che fanno segnare a testa (0,06 e 0,07) lo stessa media di cittadini uccisi o suicidati con armi da fuoco
  • l’Italia (12% cittadini armati) ha un tasso di omicidi da arma da fuoco (0,71) enorme rispetto a nazioni dove le armi sono diffuse in modo paragonabile come Francia, Germania e Svezia (16%).

In Europa, come confermato da un accurato studio pubblicato da Lettera43 , la Germania ha il numero di armi più alto e la Finlandia il numero maggiore di pistole e fucili per cittadino, ma proprio l’Italia, che è il principale produttore di armi da fuoco, ‘vanta’ anche il maggior numero di omicidi da armi da fuoco, la cui diffusione non è censita, ma solo stimata.

Inoltre, la NRA statunitense rivendica un nesso ‘positivo’ tra diffusione delle armi da fuoco e sicurezza dei cittadini ed anche in questo caso l’Italia ‘vanta’ numeri a favore degli armaioli.
Il nostro Bel Paese è primo al mondo nella classifica per il numero di agenti presenti sul territorio, se si vuole escludere Russia e Turchia, con 467 unità  ogni 100.000 abitanti, mentre negli Stati Uniti dove sono disponibili almeno 300 milioni di armi da fuoco ed il 34% ne possiede almeno una, di di ‘law enforcement’ ne bastano 230 ogni 100.000 persone, a parte il senso di sicurezza/insicurezza che appare essere ben diverso, almeno a leggere le cronache.

A monte dell’uso di armi da fuoco contro altri esseri umani inermi esistono solo scelte personali di chi si fa assassino, eventualmente facilitate da fattori socioculturali, come – ad esempio – quelli che connotano così particolarmente l’Italia (ad esempio il crimine organizzato e la lentezza della Giustizia) o che vedono la maggiore diffusione di armi negli USA proprio negli stati rurali che maggiormente soffersero la Guerra Civile e la Recessione oppure ne esige la ‘libera vendita’ come negli USA e non solo.

Ma questa è un’altra storia, quella dell’Homo Sapiens e non degli ‘attrezzi’ da lui creati.

A noi tutti interessa sapere che delle armi letali ed abbastanza semplici da usare non arrivino nelle mani sbagliate.
Censirle in un registro non sarebbe affatto male.

Demata

Meno carceri, più polizia?

30 Gen

Solo due mesi fa le agenzie denunciavano che “le carceri italiane sono di nuovo sull’orlo del collasso: la popolazione carceraria, secondo la “capienza regolamentare”, dovrebbe essere di 50.511, ma al 30 novembre 2017, sono i dati ufficiali dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), il numero dei reclusi era di 58.115. Vale a dire 7.604 unità in più rispetto alla regola“. (AGI)

E solo due mesi dopo, cioè oggi, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, annuncia che “noi avevamo un indice di sovraffollamento ed oggi siamo rientrati in una situazione più accettabile, negli istituti di pena ci sono 8000 detenuti in meno e si possono contare 5000 posti detentivi in più“. 

Infatti, la soluzione adottata meno di un mese fa è stata quella del “meno carcere e più misure di comunità”, che “riportano al centro del sistema la finalità rieducativa della pena” indicata dalla Costituzione, con la scarcerazione di ottomila detenuti, praticamente l’ennesimo indulto esteso anche a chi aveva commesso crimini violenti.

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A guardare il grafico, infatti, ci si rende conto di quanto sia un concetto sdrucciolo pretendere che «il tema deve essere non quello dell’effettività della pena ma dell’utilità della pena»: se gli italiani prediligono reati come resistenza, lesioni, rapina, sturpo e omicidio, c’è da tener conto che  – prima dello Stato e/o dell’interesse pubblico – esiste una parte lesa, una vittima, che confida nella ‘certezza della pena’ e non solo nell’eventuale risarcimento del danno.

Tra l’altro, la Costituzione – art. 27 – precisa che la “responsabilità penale è personale”, che significa anche che non possono esserci sconti per risparmiare sulla spesa carceraria.

Risparmio che, a ben vedere, non sussiste se – a parte la percezione di impunità – tutto questo ci costringe anche ad avere “più agenti di tutta Europa, ma la sicurezza sul territorio non funziona”. (L’Espresso) “Ben 278 mila, contro i 243 mila della Germania e i 203 mila della Francia. Il dato italiano, inoltre, non comprende le polizie municipali (60 mila uomini), i vigili del fuoco (altre 31 mila unità) e la polizia penitenziaria (38 mila).”

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Infatti, secondo i dati ONU, l’Italia è più o meno alla pari della Turchia con 467,2 agenti ogni 100mila abitanti, cioè il 50% in più che negli USA, dove gli addetti al ‘law enforcement’ sono meno di tanti paesi europei, cioè 284 ogni 100.000 residenti.

E, se a noi 56mila detenuti su 60 milioni sembrano troppi da mantenere, prendiamo atto che nel 2015 la Francia aveva 65mila detenuti su una popolazione pari alla nostra, mentre Inghilterra e Galles insieme contavano 85mila detenuti per circa 56 milioni di abitanti.

Demata

L’Italia al voto tra soliti noti, balle spaziali e qualche prospettiva

11 Gen

Tra meno di sessanta giorni l’Italia andrà a votare e sembra che i vari contendenti facciano a gara ad alimentare l’astensionismo, pur di garantire equilibri e filiere interne.

La situazione è chiara, ormai.

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Come da tradizione, Partito Democratico e Forza Italia ricandideranno in ogni modo possibile proprio coloro che negli ultimi vent’anni ci hanno messo nell’attuale situazione, mentre la Sinistra del pubblico impiego e del parastato si erge a difesa dei ‘diritti’, cioè della fonte del proprio reddito.
Intanto, la Lega ventila riforme fiscali e previdenziali pari ad almeno la metà delle attuali Entrate, cioè il disastro finanziario, e i Cinque Stelle annunciano 400 riforme in un anno, cioè il Caos amministrativo.
I Demoliberali restano al momento divisi tra +Europa, con Emma Bonino ed Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI), con Oscar Giannino.

Altrettanto chiaro è cosa accadrà dopo.

Infatti, tra i primi problemi che il nuovo Parlamento dovrà affrontare, c’è quello che solo dalla Regione Lazio si prevede un debito sanitario stratosferico, mentre il Comune di Roma non ci sta ad onorare quanto che ancora deve alle banche a partire dalla gestione Veltroni, come non intende cedere, liquidare o ristrutturare Atac, Acea e Ama, mentre già si annuncia per la prossima estate un’emergenza delle forniture idriche, della rimozione rifiuti e dei trasporti. Il tutto condito da un senso di insicurezza generale, anche nella Capitale, causata dall’incertezza e dalla pochezza delle sanzioni a cui va incontro chi delinque.

Già nell’esercizio provvisorio, il nuovo Parlamento potrebbe trovarsi a fronteggiare – dinanzi ai media di tutto il mondo – l’emergenza “Roma Capitale”. Dunque, ci si aspetterebbe che all’ordine del giorno di chi ci governa ci sia:

  1.  la riforma del sistema assicurativo, ripristinando pienamente l’art. 38 della Costituzione, garantendo ai lavoratori la sanità, l’assistenza e la previdenza come era fino al 1974, mettendo fine al colabrodo iniziatosi con la gestione ‘politica’ di questi servizi, mantenendo a tutti gli assistiti i diritti ‘universali’ vigenti in capo alle Regioni e all’Inps
  2. la riforma del sistema di giustizia, introducendo la separazione delle carriere, intervenendo sui tempi e modi procedurali rendendo i processi più brevi, riformando il farraginoso iter delle perizie e delle liquidazioni, introducendo aggravanti adeguate per chi reitera reati, specie se violenti, irrigidendo le pene per le azioni fraudolente, eccetera
  3. la riforma del sistema fiscale o, meglio, la fine delle riforme fiscali, dato che un impreditore serio dovrebbe avere la possibilità di pianificare su un arco quinquennale senza troppe ‘sorprese’ e che un amministratore serio non dovrebbe presentarsi dopo cinque anni agli elettori con le casse vuote e le mani bucate.

E’ la stabilità che crea lavoro, impresa, opportunità. Lo Stato non deve farsi datore, finanziatore, erogatore. Lo Stato deve essere (solo) il Garante.
E’ la concorrenza che garantisce occupazione a chi merita e crescita per chi è al passo con i tempi.

Speriamo che le formazioni demoliberali si ricordino delle proprie tradizioni e delle proprie battaglie di tanti anni fa, quando furono le uniche a contrapporsi a questo sfacelo iniziatosi negli Anni ’90, e sappiano attrarre almeno una parte dell’elettorato cristiano-sociale che, ormai, ha ben inteso come – in nome di una non meglio precisata idea di ‘diritti’ o di ‘semplificazione’ ed accampando come paravento la scusa dell’Europa – in venti anni abbiamo perso almeno un milione di eccellenze andate all’estero, mentre scandali e cronache ci presentano una genia che sembra uscita dai film di Alberto Sordi.

Demata

Scuole medie: tutti accompagnati o forse no?

26 Ott

61QWtjC4fGL._SX353_BO1,204,203,200_La sentenza della Cassazione  n. 21593/17 si è espressa con una condanna sul caso di un bambino toscano investito nel 2002 da un autobus di linea all’esterno della scuola, mentre il regolamento dell’istituto prevedeva che avrebbe dovuto essere sotto la custodia del personale scolastico.

Riguardo il processo penale, sappiamo che il personale coinvolto era stato perseguito per un reato prescrivibile in tempi relativamente brevi e, probabilmente, per ‘abbandono di minore’ (art. 591), condizione che non si esaurisce nel venir meno degli obblighi assistenziali, ma deve derivarne uno “stato di pericolo” per il soggetto abbandonato.

Riguardo quello civile per i danni, cioè quello pervenuto in Cassazione, la scuola e il ministero sono stati condannati perchè un particolare articolo (il 39°) del regolamento di stituto prevedeva che “non doveva essere interrotta la vigilanza della scuola fino all’affidamento dei minori al personale di trasporto, o, in mancanza di questo, a soggetti pubblici responsabili. Nel caso di specie invece i ragazzi appena usciti da scuola sarebbero stati lasciati liberi sulla strada pubblica.”

La stessa sentenza precisa che “sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’art.3 lettere d) ed f) del Regolamento d’istituto.”

La Corte di Cassazione non lascia dubbi: non sono le norme generali a porre degli obblighi nella vicenda specifica, bensì sono le lettere d) ed f) dell’art. 3 del Regolamento d’istituto, che “richiamate rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto cittadino ritardino.”

Ed è in base a quelle “norme richiamate rispettivamente” che “l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto.”

Dunque, la sentenza della Corte di Cassazione non riguarda in alcun modo la situazione che viene a crearsi se un genitore manda a scuola il proprio figlio dodicenne da solo e se ne autorizza il rientro a casa da solo.

Inoltre, giusto per chiarire l’art. 591 del Codice Penale e la nozione di “stato di pericolo per il soggetto abbandonato” che ne è alla base, notoriamente non vediamo genitori processati, se un ragazzino delle medie incorra in un incidente od un infortunio, in itinere mentre si reca a scuola.

Dunque, quale diritto ha la scuola nel trattenere un alunno – ad esempio tredicenne, che abita a cento metri in una zona pedonale/residenziale – se i genitori ne ingiungono formalmente la ‘libera uscita’?  E, nel caso, quale “stato di pericolo” impedirebbe alla scuola di non essere condannata ai sensi dell’art. 605 del Codice Penale, aggravato dall’abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni da parte di un pubblico ufficiale?

Dunque, mentre si annuncia altra burocrazia e nuovi obblighi educativi per i genitori – ma solo nel rientro a casa: nel percorso di andata i rischi forse non ci sono … –  il pedagogista Daniele Novara, interpellato dal Corriere della Sera, spiega che in Italia solo il 30% dei ragazzini torna a casa da solo, mentre nel resto d’Europa si arriva al 90%; questa “circolare è un’idea dettata dalla paura, dalla mancanza di responsabilità pedagogica e dalla burocratizzazione della scuola”.

Non a caso, proprio Antonietta Iuliano, dirigente dell’istituto Alberico da Rosciate di Bergamo, che finì al centro delle polemiche proprio per l’obbligo di accompagnamento di tutti gli studenti delle medie, annuncia che “ha ammorbidito la questione. Ai genitori ha fatto compilare un modulo con le indicazioni sulla capacità di autonomia dei propri figli: «Saranno poi la dirigenza e il consiglio di classe a decidere se il ragazzo è in grado di uscire da solo o meno».

Addio ragazzi della Via Paal … tra un po’ – andando avanti così – potrà sembrare fantascienza.

Demata

 

Tiziana, i video hard personali e le riflessioni di un internauta

18 Set
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Era stata condannata a 20.000 euro di spese giudiziarie, per aver chiesto di bloccare un suo video compromettente che continuava ad essere pubblicato su internet, esponendola alla gogna mediatica e al dileggio per strada.

Dicembre 2014 – gennaio 2015 Tiziana invia filmati hard a alcuni uomini tramite Whatsapp.

Maggio 2015: Tiziana consegna una querela circostanziata indicando in almeno uno dei cinque uomini ai quali aveva inviato quei video hot – senza averli mai incontrati – il responsabile della divulgazione su Internet.
Tiziana aveva presentato denuncia anche per violazione della privacy, ma gli inquirenti avrebbero individuato nel mancato esplicito divieto da parte di Tiziana alla diffusione dei video che lei stessa aveva inviato ad alcuni amici, un limite alla configurabilità del reato.

Ottobre 2015, Tiziana ritira le accuse verso gli uomini (Christian, Antonio, Enrico, Antonio) da “accusati” a “persone informate dei fatti”, come lo era Luca il suo ex fidanzato, su chi continui ad alimentare la gogna mediatica..
Tiziana aveva chiesto alla magistratura di sequestrare un sito web che aveva pubblicato i video con le immagini dei rapporti intimi.

Di recente, il pm Alessandro Milita la condannava a circa 20.000 Euro di spese di giudizio, perchè il sequestro del sito web appariva inutile in quanto quelle immagini erano ormai già state scaricate da numerosi utenti che le avevano pubblicate in altri siti e che il blocco non sarebbe servito a impedirne la circolazione su internet.

Ma avrebbe fatto da deterrente, aggiungeremmo noi comuni mortali, che ben comprendiamo – a differenza delle norme vigenti  e delle imposizioni dei gestori dei siti Social – come Tiziana NON avesse alcuna intenzione di rendere ‘pubblici’ i suoi filmati.

SOLUZIONI

Sarebbe un ottimo deterrente – oltre che giusta – una norma che renda i siti social corresponsabili dei reati che dovessero derivare dalla diffusione di materiali audiovisuali privi dell’esplicito consenso del diretto interessato, allorchè debitamente informati od ammoniti da questo. Perchè vengono rimossi profili Facebook (o di altri social) se pubblicano foto di suore vestite in spiaggia o di bambini vietnamiti nudi in fuga, ma restano intoccabili quelli che finora hanno provocato suicidi in mezzo mondo?

Sarebbe urgente – non in Italia ma nel mondo – una moratoria tra i giganti del WEB, che porti alla chiusura dei profili di coloro che inviano con persistenza messaggi offensivi ad personam. Fino a quando la gente si incontrava in piazza, anzichè on line, chi lanciava sassi o sputi veniva arrestato all’istante … per turbativa della quiete pubblica. L’arresto immediato era necessario per evitare che qualcuno lo imitasse o qualcun altro si facesse giustizia da se. Se i Social sono ‘area pubblica’ chi è che provvede “sul posto” a garantirne la “quiete”?

Sarebbe stato ovvio – ma non lo è stato – che per l’acceso dei minorenni ai Social fosse prescritta l’autorizzazione formale dei genitori e che dei crimini telematici se ne occupasse una magistratura apposita – in Italia come altrove – vista la rapida evoluzione dei mezzii tecnici e dei fenomeni sociali.

Sarebbe Giustizia che il magistrato potesse non condannare il soccombente alle spese di giudizio “secondo giusto intendimento”, specie se parliamo di bullismo / stalking o di strapotere delle big companies.

Demata

Giustizia, i dati ufficiali: cosa riformare?

23 Ago

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, i detenuti in Italia sono 52.144 alla data del 31 luglio 2015, più altri 32.586 ‘liberi’ per misure alternative come l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, il lavoro di pubblica utilità, la libertà vigilata o controllata.
Eppure, nel solo 2011 erano 1.319.929 i procedimenti penali per reati ordinari con autore noto definiti presso le Procure della Repubblica.

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Impressionante il numero esiguo di mafiosi detenuti (7.023) o degli ergastoli (1.603) e delle pene superiori ai 20 anni (2.155), mentre solo gli omicidi volontari in Italia sono di media più di 500 l’anno.

Balza anche all’occhio che i detenuti italiani sono equamente distribuiti per fasce d’età, cosa che dimostrerebbe che almeno una parte di chi incappa nella legge è un delinquente abituale che opera per l’intero arco della vita ‘lavorativa’. Sarebbe il caso di tenerne conto …

Che le cose non vadano una favola per i cittadini comuni è ben descritto dai  21.562 detenuti per reati contro la persona, altri 10.088 per violazione delle leggi sulle armi, per non parlare dei 1.110 incarcerati (pressoché tutti italiani) per reati contro il sentimento e la pietà dei defunti.
Gli stranieri rappresentano circa il 30% dei detenuti per reati contro la persona, traffico di droga e contro il patrimonio.

Riguardo il consumo di stupefacenti come per la povertà ci sarebbe da arrivare a nuove norme sulle droghe e sul reddito minimo, visto che 3.899 persone finiscono in carcere per mere contravvenzioni.
Inoltre, su 29.234 consultati, in gran parte italiani, 17.144 sono in possesso della licenza media, 6.023 hanno appena completato le elementari, 1.768 sono privi di titolo di studio o analfabeti.
Dunque, la prima causa della criminalità andrebbe ricercata nelle più o meno sfortunate famiglie d’origine come nel metodo delle politiche sociali adottate, che opta per lasciare i figli ai genitori anche quando questi sono autori di delitti orribili come a Cogne o Milano.
Compresa nella questione c’è anche la Buona Scuola, l’annosa questione della valutazione e l’incapacità a contenere la dispersione scolastica, se da noi c’è una delle più basse percentuali di diplomati/laureati dell’OCSE, ovvero terreno fertile per povertà e crimine.

La questione non è nei tribunali: essa compete a chi legifera.

Quando si parla di riforma della giustizia, tre sono le cose che davvero interessano il cittadino medio.
La prima è di essere in un’effettiva posizione paritetica rispetto all’accusa ‘in nome del popolo italiano’, ovvero la separazione delle carriere e degli organi inquirenti, ma soprattutto la questione della privacy e del limite temporale certo da porre agli iter processuali, che dovrebbero estinguersi o concludersi entro un termine ragionevole.
La seconda è essere sicuri di non ritrovarsi il delinquente che ha denunciato a piede libero sotto casa sua dopo due giorni o poco più. Dovrebbe essere evidente che i reati contro le persone sono ‘urgenti’ e ‘gravi’ fino a prova contraria, non il contrario, e che secondo buon senso un pluripregiudicato non dovrebbe fruire facilmente di arresti domiciliari, misure alternative e sconti di pena.
La terza è che scuola e servizi sociali intervengano adeguatamente nel caso di minori a rischio. Ignoranza e abusi in famiglia generano povertà e crimine. Ne verremo fuori senza potenziare i Tribunali dei minorenni e continuando ad esternalizzare servizi educativi e sociali, mentre le scuole restano ognuna una repubblica a se?

Demata