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Petroliere in fiamme, valute sull’orlo di una crisi di nervi

14 Giu

Due mesi fa, Trump sollecitava l’Opec a ridurre i prezzi del petrolio greggio. L’aumento del costo dei combustibili frena i consumi e fomenta l’inflazione, spingendo al rialzo i tassi di interesse.

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Neanche un mese dopo, il 12 maggio, quattro petroliere  venivano sabotate con mine depositate da barchini al largo di Fujairah sullo stretto di Oman. Si tratta delle saudite Amjad, che approvvigiona l’Olanda, e Al Marzoqah, che sposta il greggio verso depositi e raffinerie locali come anche la A. Michel degli Emirati, mentre la norvegese Andrea Victory  rifornisce Sudafrica e Americhe.

Ieri, due altre petroliere sono state colpite da siluri o forse da mine o da razzi, si tratta della Altair e la Kokuka Corageous, ambedue destinate al mercato energetico giapponese, proprio mentre  il primo ministro nipponico Shinzo Abe si trova in visita in Iran.

Dunque, c’è di che allarmarsi, dato che il prezzo del greggio ha un triste nesso con il declino italiano: nel 2001 non siamo solo passati all’Euro, è anche l’anno che il prezzo del petrolio greggio ha ripreso a crescere, sfondando in pochi mesi il tetto medio annuo dei 30$ a barile, dopo due anni quello dei 40$ (2003), dopo quattro i 60$ (2005) e poi anche quello dei 90$ (2010), cosa che durò fino al 2013.

Da allora, il prezzo del greggio si è tenuto più o meno sotto i 50$ al barile, grazie ai cambiamenti politici in Qatar, Venezuela e Siria, che hanno calmierato il mercato … con tendenze al rialzo.

E domani, cosa succederebbe in Italia con il greggio a 100 dollari al barile?

Daremmo la colpa all’Eurozona, se ci sarà da ‘aggiustare il Bilancio di qualche percento o ci ricorderemo dei soldi per le infrastrutture energetiche ‘alternative’ al petrolio, andati dispersi per decenni, come per i tanti scandali dell’eolico, del fotovoltaico, dei rifiuti?
E con i tassi di interesse al rialzo, quanto ancor di più sono da evitare tanto le sanzioni europee quanto le sub-valute o altre forme di dissanguamento?

Demata

Dopo Christchurch arriva il bando sui Social per i negazionisti? Inclusi quelli ‘climatici’?

19 Mar

Ormai, dovremmo “aver imparato la lezione con la questione dei migranti e cioè quanto facile sia approfittarsi della libertà d’espressione per promuovere le subculture della violenza verbale sul web, terreno fertile per episodi drammatici come l’attentato terroristico alle moschee in Nuova Zelanda“. 

Brenton Tarrant ha dimostrato quanto virulenta possa essere la propaganda razzista o suprematista in Europa, se è pervenuta a fomentare un ‘lupo solitario’ dall’altro capo del mondo: “quella violenza è figlia dell’odio cieco spacciato per “la mia opinione” e amplificato da chi, su quell’odio, ha costruito una carriera.
I commenti privi di fondamento, costruiti su fake news o su dati manipolati non sono differenza di vedute, ma veleno per il vivere collettivo, quello stesso veleno che mangiamo, beviamo, respiriamo e che i negazionisti dicono, semplicemente, non esista”. (

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I commenti privi di fondamento, come quelli costruiti su fake news o su dati manipolati NON sono opinioni.

Dunque, mentre i razzisti sono diventati ormai un ampio problema di intelligence mondiale, dopo avergli lasciato campo libero dinanzi alle emergenze umanitarie siriane e libiche pur a fronte di precise verità scientifiche, adesso arrivano i “negazionisti climatici” a sciacallare sul nuovo grande tema del mainstream globale dei prossimi anni.

Da ieri uno dei principali portali di news olandesi, Dutch News, e la corrispettiva NPO1 Tv hanno esteso il bando verso i negazionisti razzisti (già esistente in molti paesi) anche a chiunque “diffonda commenti senza senso, come affermare che il Cambiamento Climatico è una bufala o che l’anidride carbonica non ha un impatto sul Riscaldamento Globale”.

Cambiamento Climatico cosa diversa da Riscaldamento Globale cosa altra da Buco nell’Ozono: iniziamo a prender nota per evitare di fare la SOLITA confusione.

Censura?
No, la Scienza NON ha opinioni, non le prevede neanche, al massimo ‘diversi contributi’ che comportano ‘minority report’ , non ‘tesi e antitesi’ le une opposte alle altre: la Scienza NON ha fazioni.

La Scienza formula ‘sintesi’ e non ‘ipotesi’ (cioè opinioni), perchè il suo scopo primario è la verifica delle ‘tesi’ e delle ‘antitesi’.
Nel caso dell’Ambiente o del Clima, inoltre, non è la Scienza bensì la Natura a decidere le “condizioni di laboratorio” e da tempo  siamo oltre la dinamica empirica della tesi-antitesi: siamo nel mondo  sperimentale dei fatti/eventi e loro campionamento statistico – verifica diretta e inversa – esito/soluzione.

La nostra Società – pur di dare voce a tutti ma proprio tutti – è dubitativa per Dogma: è il frutto del Pensiero Debole.  Invece, la Scienza è assertiva (perchè si esprime solo DOPO essersi tolta il dubbio) e questo non rientra nel Bon Ton della post-Verità. 

Una post-Verità che è già ben oltre il limite di guardia, se già è riuscita a disperdere decenni di studi e di verità scientifiche sulla razza umana, mentre impera sovrana la confusione ‘social’ riguardo medicina e nutrizione.

In Italia, poi, abbiamo alcuni ‘primati’, come quello dei nostri sismologi processati per non aver dato l’allarme per un terremoto prevedibile … quell’altro delle aggressioni a docenti di materie tecnico-scientifiche nelle scuole … quello dell’Ambiente ‘regionale’ ridotto a lucrativa raccolta dei rifiuti … ci sono No-vax persino per la meningite il cui incremento aveva sollevato l’allarme … chi ha controllato che i propri figli abbiano ben studiato i primi tre capitoli del testo di Scienze in I media o … quante volte le Scienze dell’ultimo anno delle superiori sono state materia per l’esame di stato.

Più che negazionisti, da noi tanti sono “tranquillizzazionisti” , come li definisce Massimiliano Sfregola sul Fatto Quotidiano: “relax, le auto non inquinano, il cemento non ha divorato mezzo Paese, le acque sono pulite e nessuno toccherà mai il sacro diritto di consumare“, salvo che “i media facciano la loro parte: proteggano la libertà d’espressione presa in ostaggio, non la sua grottesca parodia funzionale all’ignoranza e a chi ha deciso di sfruttare le maglie larghe della democrazia per diventarne il megafono.”

Tranquillizzazionisti di ogni fronte e specie politica, sia chiaro, e non necessariamente haters o fakers o ‘negasionisti’ veri e propri.

Ci sono i ‘tranquilli che – sedotti dalla propria nostalgia del ‘tempo antico’ – credono che l’Italia debba diventare un paese rurale e turistico (cioè come Santo Domingo?) , ma evitano di dire che non ci saranno le pensioni perchè tra 15-20 anni saremo meno di 40 milioni in tutto … con i redditi di un paese rurale e turistico, non quelli di un’economia industriale avanzata … come era l’Italia fino ad una ventina di anni fa, prima di esportare nel mondo “filiali”, know how e posti di lavoro … privandosene a casa, viste le tasse e i disservizi diffusi.

Inoltre, trattandosi di notizie spesso ‘aziendali’ o ‘borsistiche’ è sfuggito a molti che c’è una bella fetta di inquinamento industriale a noi ‘sgradita’ che abbiamo smantellato decenni fa in Europa e che fu trasferita in Asia: ecco il perchè di regole e richiami diversi tra Occidente e Oriente, come della ‘strana idea di un Italia ‘caraibica’ senza soldi per le pensioni e gli investimenti.

“Tranquilli” che in tanti che stanno iniziando ad informarsi e che meriterebbero di incontrare informazioni chiare, semplici e complete, se il primo problema è che spesso il pensiero empirico li invoglia a paragonare i fenomeni climatici con un disastro aereo od un’eruzione vulcanica, che sono dei ‘puntini sulla mappa’ rispetto ad un fatto globale che interessa tutto il pianeta e si sviluppa nei decenni (per ora).
Basta vedere gli equivoci e le polemiche sull’impatto ambientale ‘globale’ di una “cosa semplice” con il traforo Tav in Piemonte … 

“Tranquilli” che, non appena hanno iniziato ad informarsi, qui in Italia si sono trovati con il ritorno dei negazionisti pro-inceneritori … 

Dutch News ha annunciato ufficialmente di non ‘diventare megafono’ di negazionisti e haters, molte altre testate giornalistiche internazionali lo fanno e basta o l’hanno avviato da qualche tempo.

La virulenza dell’odio suprematista che circola in Europa ha colpito dall’altro capo del mondo, ma Tarrant non era in alcun modo stato ‘notato’ dai servizi, confondendosi nel magma social che diffonde le “opinioni” degli haters, dei fakers e dei negazionisti .

Intanto, Facebook ha raggiunto il ‘limite’ con la diretta video del massacro delle moschee di Christchurch: qualcosa cambierà.

Resta da vedere le redazioni e gli amministratori dei siti nei singoli paesi da che parte decideranno di stare: il consenso ‘grasso’ dei rotocalchi social o l’informazione della pubblica opinione?

Demata

Greta, il Clima e l’istruzione scientifica dei cittadini

15 Mar

Un esercito di opinionisti dagli Anni ’80 nega che il Clima possa variare drasticamente, come nega che abbiano un effetto disastroso cose come la sostituzione delle foreste con il cemento o delle alghe con la plastica.

GRETA SCIENZE CLIMA

E questo è quello che hanno fatto per ben due generazioni.

Non è colpa loro, ma delle scuole: un laureato in economia o in giurisprudenza o in lettere che ha studiato al liceo classico – ad esempio –  potrebbe essere un professionista eccezionale ed una persona molto colta, ma comunque aver ricevuto in tutta la sua vita solo 5-6 lezioni riguardo il metodo scientifico e sperimentale, la termodinamica e la statistica, il coding e tanto altro: una decina di ore in tutto per apprendere le basi della Logica moderna e far proprie le chiavi per comprendere tutte le informazioni tecniche e scientifiche?
Tutto affidato al talento individuale ed agli interessi personali?

Figuriamoci, poi, se la copertura delle cattedre di Matematica e Scienze nelle prime medie è non di rado difficoltosa e proprio quella parte essenziale dei programmi finisce …  nell’orario provvisorio delle lezioni ad inizio anno. Oppure se, come di consueto, al colloquio l’attenzione delle famiglie è incentrata solo sull’algebra e non su tutto il resto.

Peggio, l’idea  che Politica ed Economia abbiano la primazia sulla Scienza e sulla Tecnica, mentre sono quest’ultime ad essere il ‘motore’ delle prime due.
Un’idea obsoleta ormai da oltre 50 anni: ogni innovazione causa ripercussioni esponenziali sulla mentalità e sulla produttività generali, la Information Technology Revolution ne è la prova a posteriori, dopo aver prodotto cambiamenti sociali, produttivi e finanziari … partendo con quattro spiccioli in un garage.

Infatti, come esistono ancora persone che rifiutano di apprendere l’uso di strumenti elettronici, ci sono ancora molte persone che continuano ad affermare le proprie ‘opinioni scientifiche’ … senza ricordare che la Scienza e la Tecnica non le prevedono: fatti, soluzioni e senza pregiudizi.

Eppure, l’attenzione per l’Ambiente non può che vertere sullo studio delle Scienze e la sua tutela non prescinde dalla conoscenza della Tecnica.

I nostri licei classici offrono meno ore settimanali degli istituti: perchè non aggiungere qualche ora di Scienze e quel minimo di Matematica che serve per capirle? Sono almeno due generazioni che se ne parla …

Demata

Ama bocciata, assessore dimesso: adesso tocca al Sindaco risolvere l’emergenza rifiuti a Roma

9 Feb

Il 5 giugno 2016, Virginia Raggi con i Cinque Stelle vinceva le elezioni amministrative al Comune di Roma e prometteva: “Oggi stesso dovrei inviare una lettera al dipartimento partecipazioni per avere chiarimenti su Atac e Ama. Ci sarà un assessorato per iniziare da subito con la riorganizzazione delle partecipate”.

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Dopo due anni e mezzo, a proposito di partecipate, arrivano le dimissioni dell’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Giuseppina Montanari, che si aggiunge a Paola Muraro, anche lei all’Ambiente, ad Andrea Mazzillo  e Raffaele De Dominicis, assessori al Bilancio, a Marcello Minenna, assessore al Bilancio, alle Partecipate, al Patrimonio, alle Politiche Abitative e alla Spending Review, a Alessandro Gennaro e Massimo Colomban,  anche loro assessori alle Partecipate, Adriano Meloni, assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro, Paolo Berdini, assessore all’urbanistica.

Un bilancio politicamente e managerialmente disastroso quello dei Cinque Stelle a Roma, se in pratica Partecipate e Bilancio hanno cambiato di media un assessore all’anno …

Dimissioni che oggi arrivano perchè la Giunta Raggi con il Sindaco in testa si rifiuta di riconoscere all’Ama  le fatture pendenti per 18 milioni di euro della gestione dei servizi cimiteriali e vota contro il Bilancio dell’azienda.
Evidentemente al Sindaco ed ai Pentastellati non interessano i possibili rischi, cioè che le banche non possano piu’ fare credito all’azienda, priva di un documento contabile approvato, con conseguenze dirette sulla già scarsa manutenzione dei mezzi/impianti, sul pagamento buste paga dei dipendenti e – inutile dirlo – sulla raccolta dei rifiuti a Roma.
Tutte cose per le quali adesso è il Sindaco e solo il sindaco ad avere delega e responsabilità.

Andando a consultare le “Linee programmatiche 2016-2021 per il Governo di Roma Capitale” – orgoglio e vanto di Virginia Raggi – scopriamo che l‘impegno preso con i romani era più o meno il seguente, riguardo i “temi relativi ad Ambiente, Ciclo dei rifiuti, Verde“:

  1. “operatività coerenti e congruenti con un piano a breve e medio termine di effettiva realizzazione”,
  2. “progressiva riduzione della produzione di rifiuti indifferenziati”, con una “raccolta differenziata spinta” ed “effettuata in modalità domiciliare”,
  3. “costruzione di almeno un’isola ecologica in ogni Municipio e mini isole ecologiche di quartiere per andare incontro alle esigenze dei cittadini”,
  4. i “centri di selezione dei materiali in grado di separare dal secco multi-materiale (plastica- ferro) i materiali riciclabili che hanno, ancora, un valore economico”, eccetera.

Sono trascorsi quasi 30 mesi e l’AMA non ha un bilancio, il Tmb Salario ha preso fuoco, l’immondizia romana continua ad essere spedita in Abruzzo, che … ad ottobre 2018 scorso ha ottenuto finanziamenti per quasi 30 milioni di euro per la realizzazione di progetti di potenziamento ed ammodernamento di impianti pubblici di trattamento e recupero rifiuti (TMB) e Piattaforme Ecologiche per il trattamento/recupero rifiuti di imballaggi, oltre che per la chiusura definitiva/bonifica di discariche dismesse comunali per rifiuti urbani.
Bastava  inoltrare richiesta nel 2016 al Ministero dell’Ambiente ai sensi della Delibera CIPE n. 25/2016 e … chiaramente avere un progetto serio e l’unità d’intenti.

Già, doveva provvedere la Regione, ma come fare se più la metà dei laziali vive a Roma e se nella Capitale si ruotano di continuo gli assessori strategici, cioè senza mai avere l’unità d’intenti, indispensabile per un progetto serio?
A proposito, ma i Cinque Stelle – a Roma come in Italia – hanno altra unità di intenti che “andiamo a comandare“?

Demata

Tav: quali costi e benefici per l’Italia se poi resta al trasporto su gomma?

3 Feb

Tra Francia e Italia transitano oltre 42 milioni di tonnellate di merci che rappresentano quasi la metà di quanto si muove da e verso l’Europa.

Italy Exports to France

Questa linfa vitale per l’Italia ha diversi modi per valicare le Alpi Occidentali e raggiungere Francia, Portogallo, Spagna, Benelux e Gran Bretagna:

  1. l’Autostrada Traforo del Monte Bianco che dichiara come “i mezzi pesanti rappresentano una media giornaliera di oltre 2.430 veicoli sull’Autoroute Blanche (A40), ossia il 9% del suo traffico, pari a circa un milione di Tir all’anno e poco meno di 15 milioni di tonnellate di merci, che rappresentano una quota notevole dei traffici verso la Francia, il Benelux e la Gran Bretagna
  2. la “direttrice costiera” di Ventimiglia da cui – (dati Certet Bocconi ) – transita il 49,4% del traffico, cioè circa 1,5 milioni di Tir e oltre 20 tonnellate di merci in transito, con una crescita esponenziale negli ultimi anni
  3. il passante del Moncenisio-Fejius , dove (rapporto Alpinfo 2010) transitano solo 3 milioni di tonnellate di merci, a causa delle pendenze proibitive e della ristrettezza del tunnel, che dal 2020 sarà fuorilegge, perchè scadrà la deroga per le uscite di sicurezza e la ventilazione che ancora oggi mancano
  4. la restante parte (circa 3 milioni di tonnellate) transita attraverso la Svizzera o viaggia per mare e aereo.

Insomma, tra Italia e Francia non c’è una linea ferroviaria per le merci efficiente e ci sono oltre 42 milioni di tonnellate da spostare: qualsiasi popolo di buon senso non avrebbe dubbi: o si carica tutto su nave oppure servono binari (e tunnel) nuovi.

France Exports to Italy

Però, in termini di costi e benefici, c’è che in Italia sono immatricolati oltre quattro milioni di autocarri per trasporto merci, cioè ci sono degli interessi che cozzano con l’idea di collegare decentemente Francia e Italia: la Tav Torino-Lione rappresenterebbe la fine di un esercito di autisti, benzinai, ristoratori, riparatori, venditori eccetera.
Ad esempio in Val d’Aosta se nell’intera provincia di Genova con oltre 850.000 abitanti sono immatricolati meno di 40.000 autocarri, mentre nella provincia autonoma valdostana ci sono 46.926 autocarri (dati Anfia 2017) per circa 120.000 abitanti, … che equivale a dire un autocarro ogni tre valdostani, praticamente tutti esclusi bambini e anziani …

Dunque, quando si vanno a valutare i costi e i benefici della realizzazione della Tav Torino-Lione, c’è da tener conto che ne verrebbero centinaia di migliaia di disoccupati, per i quali – a dire il vero – l’Italia già oggi spende fior di bilanci se il trasporto su gomma è ormai obsoleto, visto che “la sopravvivenza delle imprese del settore oggi è affidata al sostegno dello stato tramite agevolazioni fiscali o il rimborso delle accise” , come dichiarava il il presidente di Fita CNA Modena, in occasione dello sciopero dei ‘padroncini’ nel 2015 per le deduzioni fiscali.

In totale, in Italia sono registrati oltre 4 milioni di autocarri per circa 60 milioni di abitanti: la media è di uno ogni 15 persone, cioè il 6,7% rispetto ai residenti totali.
Comuni-italiani.it pubblica una tabella dei Comuni superiori ai 5000 abitanti con maggior numero di auto per mille abitanti (anno 2016).
Nell’elenco sono indicati solo dieci comuni, ma già così scopriamo che a Scandicci gli autocarri per trasporto merci sono uno ogni cinque residenti a San Michele Salentino (22,3%) e Bolzano (26,5%), crescono ad uno ogni sette persone a Sala Consilina (14,6%) e Santa Venerina (14,7%), un po’ di più a Tavagnacco (9,3%) e Sannicandro di Bari (10,3%), nella norma Qualiano di Napoli 7,6%, ma arriviamo ad un autocarro ogni 3 persone a Trento (31,3%), mentre a Bolzano ci sono ben 8 camion ogni dieci residenti (77,9%) e ad Aosta capoluogo si va anche oltre (84,5%).

Aggiungiamo tutto l’indotto di rifornitori, ristoratori e riparatori e siamo arrivati ad una bella fetta dell’elettorato, distribuita a macchia di leopardo nel Paese ed in grado di paralizzarlo, certamente molto preoccupata dai propri interessi localistici piuttosto che da quelli collettivi, a partire dal caos, dal rumore e dall’inquinamento che ci arriva dal trasporto su gomma, di cui tanta italia si lamenta da decenni inutilmente.

Il vero timore non è la Tav in se, quanto la fine del trasporto su gomma all’italiana, che da decenni regge a fatica costi e carichi che solo il trasporto marittimo e ferroviario possono sostenere, come da decenni complica un assetto idrogeologico che andrebbe meglio tutelato.

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Il vero problema dei costi e dei benefici è che anche in questo caso l’innovazione non conviene a molti italiani: come per le mille comodità delle App e dell’Ecommerce che decine di milioni di italiani si rifiutano di usare l’economicità e l’efficienza del trasporto ferro-marittimo preoccupano i tanti altri che – avendo una bassa formazione – finora non hanno potuto altro che ‘riqualificarsi’ come artigiani, padroncini e piccoli imprenditori.

Dunque, decidere riguardo la Tav è semplice e dipende solo da quale Italia vogliamo: in Europa e con una tratta ferroviaria pensata al Futuro verso Spagna, Francia, Belgio, Olanda e fino alla Gran Bretagna?
Oppure, pensiamo già a breve di ridurre il nostro PIL che tanto non c’è modo di esportare abbastanza merci in un modo rapido e conveniente?

E gli artigiani, padroncini e piccoli imprenditori?
Se con un trasporto merci efficiente la produzione interna e il commercio estero ripartono, anche l’occupazione ne risentirà positivamente.

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Prendiamo atto che l’Italia esporta in Francia merci per un valore di 51,82 miliardi di dollari, mentre ne importa per un valore di 39,74 miliardi USD (dati ComTrade – 2017). Dunque, è all’Italia che conviene migliorare le rotte commerciali ed è l’Italia che verrebbe maggiormente danneggiata da una crisi tra le due nazioni.

Il problema è politico: avere un progetto infrastrutturale ventennale e avviare un piano di formazione-lavoro ad hoc.
Non sembra ci siano altri modi per avviare riforme ed innovazioni.

Demata

Clima: ecco il “Sommario IPCC per chi fa opinione politica”

7 Dic

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è il comitato scientifico  mondiale che ha lo scopo di studiare il riscaldamento globale fin dal 1988, dopo la fusione di due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

Due mesi fa, l’IPCC ha pubblicato il “Rapporto Speciale sul Riscaldamento Globale di 1,5°C”, allertando che i modelli climatici prevedono forti differenze nel clima regionale se supereremo un incremento di 1,5 ° C  rispetto ai livelli preindustriali, cioè la situazione attuale.

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Gli scienziati sanno bene quali danni possono causare le carenze culturali di gran parte del ceto politico mondiale, nazionale o locale, che quasi mai arriva da studi e professioni tecnico-scientifici, e il Rapporto IPCC contiene un apposito “Sommario per chi fa opinione politica”, che – si spera – entrerà nel ‘programma’ di candidati e di amministratori o – al peggio – sarà di grande utilità al Popolo per individuare tra 15-20 anni i personaggi e i partiti – gli “Eletti” – che ci avranno portato al disastro.

Andiamo a tradurre questo Sommario IPCC e vediamo di cosa si tratta e di come – in sintesi – coinvolge l’Italia:

  1. alta pressione atmosferica, aumento delle temperature, forti precipitazioni in diverse regioni e siccità in altre. Il costo stimato da Coldiretti – solo per l’Italia e solo per l’agricoltura – è di oltre 14 miliardi di euro negli ultimi dieci anni tra perdite produttive, danni a strutture e infrastrutture, con la produzione ridottasi al 60% dei raccolti nel caso dell’olio;figura-1
  2. innalzamento medio del livello medio del mare, che viene misurato dai satelliti ed è stato di 7 centimetri in 25 anni, tra il 1993 e il 2018, ma negli ultimi cinque anni è accelerato da 3,2 millimetri l’anno a 4,8 millimetri. Il fenomeno non è omogeneo, varia da costa a costa, ma l’’Ecuador ha già perso più del 10% della sua area con un totale di quasi 28.500 chilometri quadrati, il Vietnam e la Bulgaria hanno perso rispettivamente il 4,74% e l’1,87% della loro terra. Alle Eolie le spiaggie stanno già sparendo e entro due generazioni Venezia subirà un aumento del livello medio del mare di circa 85 centimetri, Lipari di circa 1,30 metri e le Cinque Terre di circa 60 centimetri;
  3. impatti sulla biodiversità e sugli ecosistemi, con il 6% degli insetti, l’8% delle piante e il 4% dei vertebrati che avrà la metà dello spazio attuale di sopravvivenza, a parte gli incendi boschivi e la diffusione di specie invasive, di cui in Italia siamo già afflitti. E se oggi circa il 2-7% dell’area terrestre globale ha già subito una trasformazione degli ecosistemi con un incremento di riscaldamento globale di un altro mezzo grado centigrado, il territorio trasformato (o devastato) dal Clima sarà il 8-20%. Basti ricordare che tra il mese di maggio e il 26 luglio 2017 in Italia sono andati in fumo 72.039 ettari di superfici boschive e che, tra l’infestazione da Xilella e l’effetto di alcune gelate, la produzione d’olio pugliese è stata dimezzata con perdite nazionali per circa 1 miliardo di euro;
  4. gli aumenti dell’acidità e la diminuzione dei livelli di ossigeno nei mari comporterà la perdita di risorse costiere e riduzione della produttività della pesca e dell’acquacoltura, in seguito a impatti sulla fisiologia, sopravvivenza, habitat, riproduzione, incidenza della malattia e rischio di specie invasive. Il rischio di perdita irreversibile di molti ecosistemi marini e costieri aumenta con il riscaldamento globale, con una perdita/riduzione del pescato globale di circa 1,5 ad oltre 3 milioni di tonnellate. I dati del Rapporto OCEAN2012 confermano che gli stock ittici del Mediterraneo sono sfruttati a livelli insostenibili, specialmente nel Tirreno centrale e meridionale, nell’Adriatico meridionale e nello Ionio, dove – per evitare il disastro ambientale – bisogna ridurre in media la pesca del 45-51 per cento, con punte del 90 per cento per la pesca del nasello in alcune aree;figura-2 
  5. i rischi legati al clima per la salute, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico, la sicurezza umana e la crescita economica aumenteranno, colpendo alcune popolazioni indigene e le comunità locali dipendenti dai mezzi di sussistenza agricoli o costieri, ma anche  le popolazioni svantaggiate e vulnerabili. Limitando il riscaldamento globale a 1,5 ° C, rispetto ai 2 ° C previsti, potrebbe ridurre il numero di persone esposte suscettibili alla povertà fino a diverse centinaia di milioni entro il 2050

  6. qualsiasi aumento del riscaldamento globale inciderà sulla salute umana, con conseguenze per la morbilità e la mortalità legate al calore e per la mortalità legata all’ozono. Le aree urbane amplificheranno l’impatto delle ondate di calore. Si prevede aumenteranno anche i rischi derivanti da alcune malattie trasmesse da vettori, come la malaria e la febbre dengue, compresi potenziali cambiamenti nel loro intervallo geografico, come sappiamo in Italia dove nel 2013 abbiamo avuto circa 147 casi di dengue, dopo l’invasione della zanzara tigre;
  7. la percentuale della popolazione mondiale esposta a stress idrico sarà anche del 50%, sebbene vi sia una considerevole variabilità tra regioni del mondo. La Eu Water Conference 2018, tenutasi a Vienna il 20 e il 21 settembre, ha confermato che in Europa soltanto il 40% delle risorse idriche naturali è in buona salute e gli obiettivi fissati per il 2015 sono stati mancati. I Paesi membri – spiega Martina Mlinaric, senior policy officer dell’European policy office del Wwf – invece di raddoppiare i loro sforzi, cercano una via d’uscita dagli impegni presi, rischiando di mancare anche l’obiettivo del 2027: garantire buone condizioni ecologiche ai bacini idrici e quantità sufficienti di acqua per le esigenze delle persone e dell’ambiente.Nonostante i miglioramenti raggiunti, come la gestione integrata dell’acqua e la prevenzione delle inondazioni, in Europa permangono problemi strutturali, legati . L’Italia è nel mirino della Commissione europea, con un processo di infrazione e varie istruttorie per i ritardi nella gestione delle acque reflue inquinate, per l’eccessiva estrazione di risorse idriche e per le modifiche ambientali dannose per i fiumi e i laghi;climate-change-threatens-embed
  8. sono già previste riduzioni nette delle rese di mais, riso, grano e potenzialmente di altre colture di cereali, in particolare nell’Africa sub-sahariana, nel Sud-Est asiatico e nel Centro e Sud America, e nella qualità nutrizionale dipendente dalla CO2 di riso e grano. Le riduzioni nella disponibilità di cibo nel Sahel, nell’Africa meridionale, nel Mediterraneo, nell’Europa centrale e nell’Amazzonia sarannomaggiori con un incremento di 2 ° C rispetto a 1,5 ° C del riscaldamento globale. Anche l’allevamento di bestiame verrà influenzato dai cambiamenti nella qualità dei mangimi, della diffusione delle malattie e della disponibilità di risorse idriche. Nel 2021 l’Unione europea applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei, andando a tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi (le attività zootecniche sono la causa di circa il 20% di tutte le emissioni di gas serra) ed a sostenere le aziende agricole che producono con metodi ecologici;
  9. i rischi per una crescita economica globale aggregata  come le esigenze/spese di adattamento al Cambiamento Climatico saranno inferiori evitando di superare un riscaldamento globale di 1,5 ° C, con un’ampia gamma di opzioni di adattamento per ridurre i rischi che nei settori energetico, alimentare e idrico potrebbero sovrapporsi, creando nuovi ed esacerbanti rischi, esposizioni e vulnerabilità.  Nel caso dell’Italia è possibile stimare costi per l’economia nazionale compresi tra 20 e 30 miliardi di euro entro il 2030 o maggiori, se non avvieremo il ripristino degli ecosistemi evitandone la degradazione e la deforestazione, gestione della biodiversità, acquacoltura sostenibile, difesa costiera e indurimento, irrigazione efficiente, reti di sicurezza sociale, gestione del rischio di catastrofi, diffusione del rischio e condivisione e adattamento basato sulla comunità, infrastrutture verdi per le aree urbane con uso e pianificazione sostenibile del territorio e gestione sostenibile delle risorse idriche.

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Detto questo, resta solo da chiedersi da che parte stare, visto che lo sforamento del 1,5° C è previsto per il 2030 e che la Terra sta andando verso una situazione poco reversibile con non solo il Clima, ma anche l’Umanità fuori controllo.

In altre parole, parliamo di  miliardi di euro che non entreranno nei bilanci delle aziende, nelle tasche dei cittadini, nelle tasse degli stati  e quegli altri che dovremo spendere almeno per contenere i danni e quelli che sarebbero da trovare per evitare il disastro.

Intanto, in Europa ci ritroviamo la Francia con i Gilet Gialli che hanno bloccato il piano energetico ‘ecocompatibile’ di Macron, mentre già nel 2016 Parigi ha sforato del 3,6% gli obiettivi sulle emissioni di gas a effetto serra.
L’Italia è nei parametri, ma entro dieci anni dovrà ridurre le emissioni di gas serra  di una quantità pari a circa 50 Mt di CO2 equivalente annui, cioè alla metà delle emissioni dal trasporto stradale.

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La Lega Ambiente – ad ottobre, mentre veniva pubblicato il Rapporto IPCC – ha chiesto al Governo Conte di inserire nella Legge di Bilancio – i provvedimenti utili a:

  1. garantire incentivi per le diagnosi sismiche e energetiche di edifici e scuole in modo da completare l’anagrafe scolastica ed intervenire sulla sicurezza delle strutture ed infrastrutture,
  2. incentivare gli investimenti per rendere più moderne e sostenibili le città, per riqualificare gli edifici da un punto di vista sismico e energetico, per rilanciare le fonti rinnovabili e le produzioni certificate di qualità e da filiere territoriali,
  3. rivedere i canoni per le attività estrattive, il prelievo di acqua minerale e le concessioni balneari, cancellando i sussidi alle fonti fossili, incomprensibili in un Paese impegnato nella lotta ai cambiamenti climatici,
  4. riformare la fiscalità, spostando il peso della tassazione dal lavoro al consumo di risorse ambientali, in pratica tanto inquini tanto paghi, e intervenire sull’IVA (attualmente articolata tra il 4 e il 22%) per differenziare i diversi beni in modo da premiare l’innovazione ambientale e la coesione sociale e territoriale, il Made in Italy di qualità.

Purtroppo, la Politica italiana non sembra essersi accorta nè del Cambiamento Climatico, nè dei danni e delle spese, nè delle possibili soluzioni. Ma non siamo più negli Anni 60-70, quando problemi e soluzioni erano rimandabili ai posteri, la generazione al potere oggi avrà al massimo 60 anni quando il “Popolo” toccherà con mano cosa c’era da fare oggi.

I tempi sono corti, mezzo grado centigrado in più causerà una escalation disastrosa.

I Politici della ‘nuova generazione’ possono fare due cose: continuare così inseguendo il consenso momentaneo dei ‘like’ dei ‘seguaci’ (trad. followers) oppure iniziare a valutare cosa ne penserà di loro il Popolo tutto già solo tra 10-15 anni.

In parole povere, dal 5 ottobre 2018, qualunque candidato, amministratore, governante od oppositore che non metta in agenda le priorità ambientali … sa che sta facendo promesse che non potrà mantenere a lungo e proponendo cose che non possono avverarsi.

Ormai non è più solo una questione ‘ecologica’, bensì di energia, acqua, cibo, coesione, sicurezza e risorse finanziarie.

Demata

Terremoto: primi riscontri di un disastro colposo?

26 Ago

Il procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva ha già aperto il rituale fascicolo per disastro colposo e, forse, è giunta l’ora che la Regione Lazio assurga di nuovo agli ‘onori’ della stampa scandalistica.

Secondo quanto pubblicato oggi da La Repubblica, “subito dopo il terremoto dell’Aquila, i comuni di Amatrice e Accumoli furono classificati “categoria 1”, cioè massimo rischio sismico. L’allora governo Berlusconi stanziò quasi un miliardo da utilizzare entro il 2016 per le zone rosse: i soldi sono gestiti dalla Protezione civile, l’assegnazione ai comuni passa attraverso una graduatoria” in capo alla Regione Lazio con le relative competenze per la Provincia di Rieti e i corrispettivi Comuni.

Soldi che, innanzitutto, erano “contributi ai privati cittadini per sistemare le loro case e renderle più sicure. Lo Stato garantisce da 100 a 200 euro al metro quadrato, per piccoli interventi di consolidamento”.

“Invece, nei primi due-tre anni, da queste parti non si è visto un euro. Anzi, i bandi non furono nemmeno resi pubblici.
L’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, fece un tour nel reatino proprio per promuovere la misura, perché nessuno pareva sensibilizzare i cittadini su questa opportunità. In seguito ad Amatrice è accaduto anche che un dirigente poco solerte abbia spedito a Roma le richieste dei suoi cittadini quando ormai erano scaduti i tempi di consegna, facendo perdere così ogni diritto ai finanziamenti a chi (meno di dieci persone) che aveva fatto domanda.”

Altri di quei soldi, circa 220 milioni, andarono per edificare una scuola antisismica, proprio quella che dalle immagini appare crollata, mentre per il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è ‘solo’ lesionata.
Senza parlare dell’Ospedale Civile di Amatrice, che adesso scopriamo tutti essere strategico in quel territorio impervio e che, viceversa, fu depotenziato (e demanutentato?) fino a che il terremoto dell’altro ieri non l’ha reso inagibile. Ospedale che, a causa del commissariamento, fino a pochi mesi fa era nei poteri diretti dello stesso Zingaretti, come precedentemente erano stati in capo a Renata Polverini.

Le responsabilità della Regione Lazio e della ex Provincia di Rieti – almeno quelle morali e politiche – potrebbero essere, però, ben maggiori, se, come riporta La Repubblica,  “la Regione Lazio, infatti, ha inserito tra i requisiti per accedere ai fondi la “residenza” e non la semplice proprietà della casa come invece prevede l’ordinanza della Protezione civile.”

Il tutto ben sapendo che Amatrice ha un centro storico che risale al Settecento, cioè è successivo al terremoti del 1639, 1672, 1703 (L’Aquila) e che, se i residenti sono circa 2.750,  in estate la sua popolazione supera le 15.000 persone, in gran parte proprietarie proprio di seconde case.

Come riporta il quotidiano romano, “su 1342 domande presentate per il 2013-2014 alla regione, ne sono state accolte soltanto 191. Undici ad Amatrice per un totale di 124.700 euro, e sette appena ad Accumoli per 86.400. Diciotto piccoli interventi sull’ordine dei 10-15 mila euro per diciotto case. Pochissimo.
Non solo: da un primo accertamento sembrerebbe che parte di questi soldi non siano stati ancora liquidati, a causa problemi della Regione con la legge di stabilità. …  E siccome gli intoppi non finiscono mai, negli ultimi due anni l’erogazione si è bloccata del tutto.”

Da mesi, dinanzi a tali inandempienze, Anci e Protezione Civile hanno convocato un Tavolo, ma – pur essendosi riunito diverse volte – sembra che non ci sia verso di commissariare in qualche maniera le regioni e rendere attuabili le procedure.

Poi, c’è il mistero dei cinque ponti che la Regione Lazio con l’ex Provincia di Rieti avrebbe dovuto adeguare al rischio sismico per una spesa di almeno mezzo miliardo di euro, ma non si ricordano di interventi di consolidamento effettivamente fatti. Uno di questi ponti, quello di Amatrice, è stato lesionato dalle scosse e ha richiesto perizie statiche che, come visto in televisione, rallentavano i mezzi pesanti dei primi soccorritori.

La Repubblica si chiede “dove sono finiti quei soldi”. Anche noi.

Demata