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La peste suina africana, l’embargo internazionale e … il dibattito politico romano

24 Gen

Non sorprende il blocco dell’export della carne dei maiali e derivati italiani alle frontiere di Svizzera, Kuwait, Cina, Giappone e Taiwan, dopo che nel dicembre 2021 sono state ritrovate diverse carcasse di cinghiali fra Liguria e Piemonte, risultate positive al virus della peste suina africana (ASF) una malattia infettiva veterinaria altamente contagiosa letale già pochi giorni dalla comparsa delle petecchie emorragiche.

I maggiori vettori di espansione del virus sono

  • la proliferazione di cinghiali e maiali inselvatichiti, ormai stanziali persino in alcune periferie metropolitane
  • la caccia al cinghiale, che immette nel mercato e sulle tavole carni suine potenzialmente infette
  • la distribuzione dei ‘prodotti dei suini infetti’ fuori dalle aree colpite (in quarantena e con blocchi commerciali), attraversando grandi distanze (migliaia di chilometri).

Dunque, dopo i danni dell’influenza aviaria che negli ultimi mesi ha già portato all’abbattimento di oltre 14 milioni di polli, tacchini e altri volatili in Italia, ci ritroviamo sull’orlo del medesimo disastro per quanto riguarda suini ed insaccati.

«Siamo costretti ad affrontare questa emergenza perché è mancata l’azione di prevenzione e contenimento come abbiamo ripetutamente denunciato in piazza e nelle sedi istituzionali di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne da nord a sud dell’Italia dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari». (Coldiretti)

Nel ricercare le cause di questa inerzia, è emblematica la grottesca vicenda tutta capitolina (degna del miglior Alberto Sordi) per l’abbattimento di sette cinghiali a due passi dal Vaticano [link] e delle azioni politiche che ne seguirono:

  • la senatrice di Leu Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, presentò una interrogazione parlamentare per il gesto “gravissimo, di una vigliaccheria inaudita”;
  • la sindaca M5S Virginia Raggi denunciò che “il Protocollo sui Cinghiali, da noi sottoscritto insieme alla Regione, non è stato attuato dall’Ente competente, Regione Lazio”;
  • la Giunta comunale di Roma Capitale annunciò “la costituzione immediata di una commissione d’inchiesta amministrativa per fare luce sui fatti e valutare eventuali profili di responsabilità”;
  • l’ assessora regionale all’Ambiente Enrica Onorati (PD) precisava che “la decisione della telenarcosi e della eutanasia … spetta, è bene ricordarlo, al Sindaco della città” con “un protocollo di intesa voluto dal prefetto di Roma per sopperire alle inefficienze dell’amministrazione competente”.
  • l’opposizione di Centrodestra tacque, evitando di rimarcare “cinghiali, topi grandi come labrador, gabbiani assassini, abbiamo visto di tutto“, come poi fece Giorgia Meloni (FdI), ma … era in campagna elettorale.

Secondo un rapporto del 2013 dalla FAO, “prevenire la diffusione [della peste suina africana] è particolarmente necessario per l’intero settore produttivo dei suini in Europa. … gli Stati europei devono mantenere un alto livello di allerta. Devono essere pronti per prevenire e reagire effettivamente all’introduzione [della peste suina Africana] nei loro territori per molti anni a venire“.

Allerta, prevenzione e reazione che in base alla nostra Costituzione competono agli Enti Locali, non allo Stato.

Demata

Plastica monouso al bando? Quasi …

19 Gen

Da oggi in Italia mette al bando la plastica monouso e i molti prodotti progettati per essere utilizzati una sola volta.

E’ vietata non solo la produzione ma anche la vendita di piatti e posate in plastica, cannucce, cotton fioc, aste a sostegno dei palloncini, contenitori per alimenti e per bevande in polistirene espanso.


Esercenti e produttori potranno continuare a vendere le scorte presenti in magazzino fino al loro esaurimento. Sono previste delle agevolazioni per le aziende che utilizzavano plastica monouso, con un credito di imposta, nel limite massimo complessivo di 3 milioni di euro per gli anni 2022, 2023 e 2024. Stabilito infine l’avvio di campagne di sensibilizzazione. 

Saranno vietati anche i prodotti in plastica che si riduce in micro frammenti (oxo-degradabile), ma non le bottiglie in plastica PET, per le quali non solo l’Italia, ma la normativa europea è molto tollerante e concede dilazioni: entro il 2026 le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di Pet riciclato e il 77% dovrà essere raccolto e riciclato.

Ogni anno 570mila tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo: come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto. (fonte WWF)
E solo in Italia più del 60% delle bottiglie immesse sul mercato ogni anno non viene riciclato. (fonte Greenpeace)

L’inquinamento causato dalla plastica consiste nella dispersione e nell’accumulo di materie plastiche nell’ambiente, il che causa problemi all’habitat di fauna e flora selvatica, oltre che a quello umano. Tale tipo di inquinamento può interessare l’aria, il suolo, i fiumi, i laghi e gli oceani.

Un recente studio del Biodesign Center for Environmental Health Engineering dell’Arizona State University (ASU) ha confermato che “frammenti microscopici di plastica si sono stabiliti in tutti i principali organi di filtraggio del nostro corpo”: iI ricercatori hanno trovato prove di contaminazione da plastica in campioni di tessuto prelevati da polmoni, fegato, milza e reni di cadaveri umani donati.
“Abbiamo rilevato queste sostanze chimiche della plastica in ogni singolo organo su cui abbiamo studiato“, ha affermato il ricercatore senior Rolf Halden, direttore del centro accademico. Da tempo si teme che le sostanze chimiche nella plastica possano avere una vasta gamma di effetti sulla salute che vanno dal diabete e obesità alla disfunzione sessuale e all’infertilità.

Demata

PNRR, isole ecologiche e trattamento rifiuti: Roma spende poco e attende

7 Gen

Era il 15 giugno 2016, quando Roma Capitale approvava la delibera per concedere in comodato d’uso ad Ama 32 aree per “un’adeguata dotazione delle strutture fisiche funzionali alla gestione del ciclo dei rifiuti (Centri di Raccolta Comunali, Aree Intermedie Attrezzate, Sedi di zona, Stabilimenti aziendali, ecc.). In particolare, il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata rende indispensabile, contestualmente all’attivazione di nuove modalità di raccolta, una capillare distribuzione delle strutture fisiche sul territorio a servizio del cittadino/utente (Centri di Raccolta), un’estensione degli attuali orari di apertura delle stesse, nonché l’utilizzo di personale formato sotto il profilo della accoglienza/informazione al cittadino utente”.

Finalmente, Roma iniziava a dotarsi delle ‘isole ecologiche’, cioè – come precisava AMA – di “nuovi Centri di Raccolta per rifiuti ingombranti, elettrici, elettronici e per quei materiali particolari (come materassi, suppellettili, batterie al piombo, pile, oli, ecc.) che non debbono essere conferiti nei normali contenitori per i rifiuti né, ovviamente, abbandonati sul suolo pubblico.”

Ma, terminato il mandato del Prefetto Francesco Paolo Tronca, nominato Commissario Straordinario per Roma Capitale, la delibera rimaneva sulla carta, nonostante fosse essenziale per gestire proprio quei rifiuti che erano stati il cavallo di battaglia in campagna elettorale.

Infatti, la Giunta Raggi si impantanava in cavilli burocratici come quelli dell’istruttoria sotto il profilo urbanistico e dei pareri tecnici allegati quello del Dipartimento di Attuazione Urbanistica, per quelli che in sostanza sono solo dei piazzali con i cassoni per la raccolta, ebbene si.
Dopo di che le varie conferenze di servizi per ‘la partecipazione e la comunicazione civica’, cioè la solita babele di opinioni e critiche, dall’ipotetico rischio idrogeologico alla destinazione per futura edilizia di residenza pubblica o anche solo per parcheggi, pur di bloccare la conformità urbanistica.


E restava tutto in stallo anche anche quando la situazione del TBM Salario diventava sempre più insostenibile – tra le proteste dei cittadini ma non del Municipio – fino al’11 dicembre del 2018, giorno dell’incendio che lo distrusse. Eppure, AMA stimava che, con 32 centri servizi, il tragitto dei mezzi Ama sarebbe ridotto di oltre 400mila km all’anno, con un abbattimento di circa 50 tonnellate di C02 immessa in atmosfera.

Solo il 19 marzo 2021, quattro anni e mezzo dopo la delibera commissariale, la Giunta Capitolina individuava i Centri di raccolta territoriali, ma non i 32 centri servizi concessi nel 2016 e neanche le 22 aree proposte dall’assessorato, bensì soltanto 17 siti “per la realizzazione dei centri servizi, che possono comprendere al loro interno i centri di raccolta.”

Ad oggi, il Comune di Roma Capitale parla di una “rete di 12 impianti attualmente in funzione, due dei quali riaperti dopo lunghi lavori di manutenzione straordinaria”, ma non è chiaro se fossero preesistenti o si tratti di quelli nuovi che il Commissariamento aveva tentato di istituire.
Ad ogni modo, le isole ecologiche di Roma sono solo 12 e i Municipi sono 15, di cui 4 grandi come Milano che però di ‘isole ecologiche’ ne ha ben 5 e da tanto tempo.

Eppure, Ama stimava che – con le 32 isole ecologiche previste inizialmente – “le distanze annue percorse dai romani potranno essere così ridotte di oltre 3 milioni di chilometri, con un conseguente abbattimento di 380 tonnellate di CO2” e tanto traffico e tempo sprecato in meno.

Fa, dunque, un po’ impressione che la Giunta Capitolina annunci trionfalmente che il 5 gennaio 2022 “ha approvato la delega ad AMA S.p.A. per la presentazione di proposte finalizzate al miglioramento della rete di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, da finanziare nell’ambito del PNRR (Linea di intervento A). Gli otto progetti porteranno alla realizzazione di impianti … per la raccolta di tutte quelle tipologie di rifiuto che normalmente non possono essere conferite nei cassonetti stradali”.

Se, per stessa ammissione della Giunta Capitolina, questi rifiuti giocoforza “spesso invece vengono abbandonati sui marciapiedi, lungo le strade e le aree verdi”, quanto tempo servirà al Sindaco per dotare di un centro di raccolta i 35 quartieri di Roma, che hanno una superficie totale dieci volte quella di Napoli, che a sua volta è già dotata di 10 isole ecologiche fisse e una dozzina di unità mobili?

Se l’assemblea dei soci di Ama S.p.A. ha approvato il bilancio di esercizio chiuso al 31 dicembre 2020 con un utile pari a euro 27.807.522, perchè Roma Capitale finanzia dei centri deliberati nel 2016 solo oggi e con risorse del PNRR?

Se le isole ecologiche di Roma saranno nel numero totale di venti – si spera tutte in funzione prima del 2026 visti i precedenti – la Commissione PNRR capitolina prevede ulteriori isole ecologiche, sapendo dal 2016 che ne servono di più per servire 1.285 km² di superficie , 2,873 milioni di residenti (2017) e 486.284 imprese inclusa la provincia (2016)?


Cosa prevederà la Commissione PNRR capitolina riguardo la ‘realizzazione nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti nel territorio comunale‘, affinché Roma Capitale smetta di arricchire le altre regioni?
Ad esempio nel 2018, quando “centocinquantamila tonnellate di combustibile da rifiuti sono state trasportate in Lombardia ed Emilia Romagna, mentre 200mila tonnellate di organici sono finite in Friuli Venezia Giulia, in Lombardia e in Veneto. Duecentocinquantamila tonnellate di rifiuti da interrare sono andate in Emilia Romagna, Toscana e Puglia”, e, poi, l’anno dopo leggiamo che “i maggiori 110 player operanti nella selezione di carta, plastica, metalli, legno, vetro, FORSU e RAEE, aventi volume d’affari superiore ai 5 milioni di euro, hanno registrato un valore della produzione di 2,3 miliardi di euro (+4% sul 2018)”?

Demata

Gas alle stelle: cosa fa l’Unione Europea

2 Gen

Il 14 dicembre scorso, l’Unione Europea trovato un accordo sul nuovo regolamento per le infrastrutture energetiche Ue (TEN-E).

L’accordo esclude dal sostegno i nuovi progetti di gas naturale e petrolio, che non saranno finanziati dalla Connecting Europe Facility, e mira ad «un futuro verde e climaticamente neutro che garantirà efficienza, competitività e sicurezza degli approvvigionamenti senza lasciare nessuno indietro».

Oltre ad accontentare le richeste delle nazioni più esposte (Italia e Spagna), che chiedono scorte comuni, la riforma del mercato del gas riguarda alla decarbonizzazione del settore e i consumatori.

Riguardo la decarbonizzazione, si prevede lo sviluppo delle tecnologie ad idrogeno e e dei gas rinnovabili , ma anche del diritto di consumare, immagazzinare e vendere gas rinnovabile autoprodotto.

Riguardo i consumatori, l’obiettivo è quello di riconoscere più trasparenza delle bollette e forniture ‘sociali’ per le fasce di reddito più deboli, ma soprattutto la partecipazione diretta al mercato delle comunità di cittadini.

Già, perché l’idrogeno quasi quasi si può produrre ‘stando a casa’ nel proprio condomino‘ …

L’idrogeno e i gas rinnovabili si ‘ricavano’ dall’acqua e dai rifiuti, il risparmio energetico lo ‘fanno’ l’efficienza delle reti e degli edifici, la “partecipazione diretta al mercato delle comunità di cittadini” avviene tramite enti e società.

E l’Italia? Tutte questioni d’ordine ‘costituzionale’, visti i poteri e le esclusività che Stato, Regioni e Comuni si sono riservati verso il popolo sovrano.

Ma sapendo che l’Unione Europea mira alla “partecipazione diretta al mercato delle comunità di cittadini” e vuole “forniture ‘sociali’ per le fasce di reddito più deboli”, sarà arrivata anche in Italia l’ora che la Politica restituisca al mercato (e agli ingegneri e ai cittadini) l’energia e i rifiuti, pensando – piuttosto – a vigilare su quel che è di ognuno (cioè l’acqua) ed a tutelare chi si trova nel bisogno non solo con sussidi ma anche con opportunità?

Demata

Come si produce l’idrogeno ‘stando a casa’?

1 Gen

La decarbonizzazione mira allo sviluppo delle tecnologie con gas rinnovabili, a partire dall’idrogeno, e muta radicalmente il mercato energetico, in quanto questa innovazione porta alla autoproduzione o autogestione, quanto meno come comunità di cittadini e come network di produttori.

Ma come si produce l’idrogeno? Ebbene, le possibilità sono tante: l’idrogeno può essere prodotto tramite diversi processi ed utilizzando anche apparati relativamente piccoli.

Ad esempio, si produce idrogeno (o gas rinnovabile) dai rifiuti organici tramite processi termochimici, come la gassificazione della biomassa, che è un percorso tecnologico ormai standardizzato per convertire la biomassa in idrogeno e altri prodotti, senza combustione, per poi ottenere energia elettrica. Interventi su vasta scala in Cina e nel Nord Europa dimostrano che l’uso dei generatori a biomassa consente il raggiungimento dell’autonomia energetica in comunità rurali anche di 10-15mila abitanti, oltre che qualche posticino in più di lavoro (qualificato e non). Ve ne sono anche versioni ‘condominiali’.

Ma – soprattutto – l’idrogeno viene prodotto dall’acqua tramite processi elettrolitici, come l’elettrolisi già ben sviluppata e disponibile commercialmente, tramite l’energia solare e i semiconduttori specializzati in via di sviluppo, e anche tramite processi biologici con batteri e alghe in sperimentazione. Oltre all’idrogeno, l’elettrolisi produce ossigeno e – tramite apposite celle per la CO2 – pietra calcarea da costruzione.

Il mercato è ormai pronto al salto tecnologico e l’Ansa già due anni fa ha annunciato che l’installazione a Yokohama (Giappone) di un sistema SimpleFuel per generare idrogeno dall’elettrolisi dell’acqua, “in grado di produrre sino a 8,8 kg di combustibile ecologico al giorno che viene pressurizzato e stoccato in bombole alloggiate all’interno dello stesso distributore”, tramite l’energia generata dai pannelli fotovoltaici sistemati sul tetto. Nel 2020 ne è stata installato un altro a Washington DC; ambedue le stazioni sperimentali funzionano regolarmente.

Importando l’Italia una quantità spropositata di energia (tra gas, petrolio ed elettricità), che puntualmente grava sul nostro debito pubblico e privato, anziché sostenere impresa e occupazione, quanto sarebbe utile investire di più in ricerca, ingegneri e impiantistica e quanto farlo ora?

Inoltre, se i risultati della decarbonizzazione sono in prospettiva ben chiari, l’Unione Europea mira alla “partecipazione diretta al mercato delle comunità di cittadini” e vuole “forniture ‘sociali’ per le fasce di reddito più deboli”: in Italia è arrivata l’ora che Stato, Regioni e Comuni ripensino il mercato di energia e rifiuti, che le nuove tecnologie ed un maggiore rispetto per l’ambiente restituiscono ai privati (es. agricoltori e installatori) e alle comunità (es. condomini e rioni), pensando – piuttosto – a vigilare su quel che è di ognuno (cioè l’acqua e la sicurezza/salute) ed a tutelare chi ha bisogno di un sussidio?

Demata

Cambiare la Scuola per salvare il Pil (e l’Ambiente)

5 Dic

(tempo di lettura: 5-7 minuti)

In Italia il fabbisogno di energia elettrica lordo annuo è nell’ordine di 330mila GWh (“gigawattora”), che attualmente arrivano da:

  • 150 mila Gwh = centrali idroelettriche, eoliche, fotovoltaiche, a biomassa
  • 85mila Gwh = centrali a gas naturale acquistato in Russia, Algeria e Libia
  • 35mila Gwh = centrali a carbone acquistato in Russia
  • 24mila Gwh = acquistati dalla Svizzera
  • 16mila Gwh = acquistati dalla Francia
  • 10mila Gwh = centrali a petrolio acquistato in Libia
  • 5mila Gwh = acquistati da Austria e Croazia.

Dunque, oltre a 60mila Gwh da Svizzera, Francia eccetera, l’Italia acquista anche 21 miliardi di metri cubi di gas per produrre energia elettrica, oltre ai 31 miliardi di metri cubi che vanno acquistati per consentire a 24 milioni di famiglie di cucinare, lavare e riscaldarsi. E non solo: la produzione nazionale di gas, infatti, copre poco più della metà dei soli così detti “fabbisogni industriali”.

In altre parole, tra materie prime ed energia elettrica ‘già pronta’, l’Italia importa il 77% del suo fabbisogno energetico, equivalente a più di 2 tonnellate di petrolio per ciascun abitante ogni anno.

In termini di saldo negativo, la spesa annua italiana per l’energia è di:

  • petrolio e derivati = 28 miliardi €
  • gas naturale = 12 miliardi €
  • energia elettrica = 1,8 miliardi €
  • carbone = 1 miliardo €

In totale si tratta di 43 miliardi di euro che spendiamo all’estero ogni anno e che non producono occupazione né crescita in Italia.

Il punto è che ogni tre anni il debito pubblico italiano si affonda di altri 2-300 miliardi: viene spontaneo chiedersi se questo non dipenda ‘direttamente’ dal buco di 120 miliardi di euro in energia ogni tre anni, che – se speso in casa nostra – certamente produrrebbe un volume di Pil almeno raddoppiato o triplicato, cioè andremmo ad invertire la tendenza dell’indebitamento.

Specialmente se, a guardare i grafici, è dalla crisi del petrolio degli Anni ’70 che il debito italiano ha preso questo andamento, nonostante si cerchi di consumare sempre di meno.

Questa constatazione mette in luce un altro aspetto dell’Italia: per cambiare le cose nel corso degli ultimi 10 anni avremmo potuto impiantare turbine eoliche da 2.5-3 MW, pannelli fotovoltaici da 500 W e centrali a biomassa , almeno per eliminare le centrali a carbone e petrolio che pesano non solo sulla spesa ma anche sul bilancio delle emissioni.

Infatti,

  1. la Germania entro 10 anni conta di arrivare a produrre 10mila Gwh l’anno con le centrali eoliche offshore con soli 2.000 km di coste e non vi è motivo per cui non possa anche l’Italia che ne ha oltre 8.000 chilometri oltre ad un profilo montano lungo quasi 2.000 km
  2. non dovrebbe essere difficile produrre ben oltre i 10mila Gwh con una media di 3 pannelli fotovoltaici per ognuno dei 14 milioni di edifici censiti da Istat
  3. una centrale elettrica a biomassa da 100 kW (es. Colleferro – RM) produce 0,5 Gwh l’anno, smaltendo 1.050 tonnellate di biomassa ogni anno, tante quante i rifiuti organici differenziati che oggi riusciamo a raccogliere da 10mila abitanti

Cosa servirebbe per riportare in Italia 40 miliardi di euro in spesa energetica per “reinvestirla” affinché produca innovazione, industria, occupazione e reddito?

Qui viene in luce il secondo aspetto dell’Italia che è causa non solo di un gap tecnologico ed energetico diffuso, ma soprattutto di indebitamento, degrado e declino: le ormai scarse istruzione e formazione superiori – soprattutto scientifica – degli italiani.

Una dimensione ‘culturale’, una ‘mentalità’, che incide a vari livelli:

  1. popolare e tecnico, dove i non diplomati sono troppi,
  2. manageriale e decisionale, dove le competenze STEM sono rare,
  3. commerciale e finanziario, dove si preferisce la rendita all’investimento
  4. sociale, dato che così è impossibile sostenere i consumi di una nazione avanzata, mentre sono sempre di più quelli che restano indietro.

A dire il vero, di cause del disastro finanziario, tecnico-produttivo ed occupazionale dell’Italia ce ne sarebbe un’altra, prettamente politica, dato che è impossibile:

  • investire in energia, se gli Enti locali e territoriali si disinteressano
  • istruire maggiormente la popolazione, se la Scuola e l’Università mancano di uniformità e meritocrazia
  • dotarsi di una mentalità coesiva e pro-attiva, se i Media pubblici diventano un vettore commerciale e propagandistico.

Difficile credere che la maggioranza degli italiani decida di fare un passo indietro per affidarsi a quella che ormai è una minoranza, ma il senso di responsabilità verso le future generazioni potrebbe smuovere molte coscienze spingendole a rinnegare i tanti complottismi e negazionismi del Novecento, che affliggono l’Umanità da oltre 100 anni.

L’unica cosa certa è che se domattina l’Italia avviasse un piano per uscire dal gap e dall’indebitamento energetico, alla società (enti, media, università e scuola) serviranno non meno di 3-5 anni per ottenere amministratori, professionisti, maestranze e utilizzatori adeguatamente formati.

Dunque, l’importante è iniziare.

Dove?

Dalle scuole, in cui lo Stato ha ancora poteri decisivi, dove crescono le nuove generazioni e dove da molti anni si registrano carenze di istruzione tecnica-scientifica di base e di meritocrazia nell’avanzamento degli studi, anzi addirittura difficoltà diffuse ad assicurare per le diverse discipline il numero di ore minimo, che consentirebbe il riconoscimento del titolo da parte di altri stati UE e non.

Come?

Ritornando a formare annualmente i docenti riguardo i programmi, la didattica e la valutazione ed a valutare periodicamente gli alunni in base a delle prove di esame uguali per tutti con commissari diversi dai docenti della classe.

Perchè?

Perché l’apprendimento è sociale ed è incentrato sul processo di imitazione e perché necessita di un sistema di memoria strutturato e della abitudine di rivedere il proprio modo di pensare.
E i numeri dell’ultimo decennio sono decisamente al ribasso.

Tra Ambiente, Energia, Import-Export, Debito, Istruzione e (dis)Occupazione bisogna fare delle scelte: vogliamo ritornare al Bel Paese investendo sulle sue qualità oppure c’è solo da rassegnarsi al declino culturale pur di ‘valorizzare’ diseguaglianze?

A.G.
N.B. tutte le cifre sono arrotondate e variano in base ai consumi annui effettivi

Razze umane: cosa c’è di vero?

22 Nov

Le razze non esistono più, ma sono esistite fino ad un tempo relativamente breve rispetto agli oltre 300mila anni del protoSapiens e i circa 200mila del Neanderthal o l’oltre milione di anni dell’Erectus.
Dovremmo risalire di almeno mille generazioni all’indietro da oggi per trovane degli esemplari, ma l’Uomo esiste da almeno 400.000 generazioni.

Noi Sapiens moderni siamo ‘giovani, siamo TUTTI ‘meticci’ e non discendiamo solo dal protoSapiens, ma anche dal Neanderthal, che era il ‘progetto avanzato’, e soprattutto dall’Erectus, che era il ‘modello base’

Il problema è che nell’Ottocento si è creduto che noi fossimo frutto della sola evoluzione dei Sapiens, per cui la nostra Società e la nostra Democrazia come i Diritti o le Leggi si fondano su un idea di ‘Uomo Evoluto’: un concetto ambivalente che ha causato anche la scellerata confusione tra etnie e razze classificandole pure come inferiori o superiori.

Human d-Evolution

Le credenze dell’Ottocento e del Novecento oggi sono sconfessate dal fatto che ci fu ampio interbreeding tra le varie razze umane, che i protoSapiens non erano i ‘più moderni’ nella scala evolutiva come ormai si sospetta fossero i Neanderthal, che la Guerra non l’hanno inventata i Trogloditi ma proprio noi ‘evoluti’ creatori dell’agricoltura (e delle risorse accumulabili e saccheggiabili), che la devastazione dell’Ambiente, l’estinzione di intere specie, le modifiche climatiche locali sono iniziate con i Sapiens.

Oggi, l’Umanità vive in un contesto dove il Multiverso e l’Energia oscura evocano concezioni pagane e diverse da quelle bibliche, dove le scoperte sul Clima e l’Ambiente spiegano quanto il ‘domino umano sulla Natura’ sia effimero rispetto alle Ere geologiche che trascorrono: in questo grande cambiamento culturale la vacillante primazia dell’Homo Sapiens nella scala evolutiva apre le porte ad idee deliranti.

Idee naziste, ultranazionaliste, fasciste, comunarde, punkabestia, anarcobomber, integraliste di ogni fede, post-hippies, settarie, miliziane, narco, eccetera che auspicano una società non più fondata sul Sapiens nelle dottrine ottocentesche, che assimilavamo all’Uomo Evoluto, esempio di buone maniere, di capacità logica e di empatia solidale.

Idee che riducono la Coesione Sociale di una comunità ad un ristretto gruppo di ‘perfetti’ che si sente in diritto a voler dominare grazie al caos, alla menzogna, alla violenza. Idee incompatibili con la pace e la sopravvivenza di una società di miliardi di persone.

In un modo o nell’altro, l’antiebraismo (ndr. anche gli arabi sarebbero “semiti”) è un ‘indicatore’ che hanno in comune, in un modo o nell’altro, tutte quelle idee deliranti che ‘odiano’.
Ben venga l’attenzione dovuta e il bando, quando ci vuole ci vuole.

Ma la lotta migliore all’antiebraismo ed a tutti gli ‘ismi’ (che ci de-evolvono) sarebbe sempre quella di aumentare, migliorare e aggiornare le conoscenze scientifiche della popolazione.

Demata

L’Italia vista dai meccanici e dagli hardwaristi

2 Set

Un veicolo per funzionare necessità di più “motori”.

Ad esempio, nella nostra autovettura c’è quello di avviamento, quello a scoppio, quello ‘inerziale’ (volano), quello elettrico (dinamo) che da corrente e ricarica la batteria, eventualmente quello elettrico nelle ibride, la centralina che è la rappresentazione logica del motore e non solo.

 

Qual’è la situazione della nostra (ex) bella Italia?

Innanzitutto, c’è che la centralina deve basarsi su un processore e un sistema operativo strutturati con tutti i limiti e i vizi che c’erano dopo il 1871, quando il Meridione era una quasi una colonia, il Vaticano quasi una banca da nazionalizzare e la ‘nazione’ coincideva più o meno con la famiglia Savoia e la sua corte di provinciali.

Un ristretto ‘core’ di poteri e di norme che sopravvisse alla Seconda Guerra Mondiale e fu upgradato alla meno peggio nel 1974 con un software di emulazione come nel 1922, senza sostituire la CPU nè riprogettare la scheda madre e, soprattutto, presumendo che fosse eterno, senza manutenzione od aggiornamenti.
Oggi, la dimensione debordante di questo software non è quantificabile, ma consta di centinaia di migliaia di leggi, determine, delibere e circolari.

Lo stesso accade per:

  • le costanti perdite di olio, acqua o benzina, cioè gli sprechi,
  • la trasmissione che è logora e va a scossoni, cioè malessere e andatura lenta,
  • luci ed elettronica che malfunzionano, cioè regole double face,
  • la carrozzeria rabberciata, cioè degrado urbano e del paesaggio.

E ritornando al ‘motore’ ed alle sue ‘parti’:

– l’ibrido (l’innovazione) diventa un costoso, superfluo e deregolabile ‘accessorio’, in realtà si va sempre avanti ‘a benzina’ (cartaceo)
– la corrente generata è alternata, mentre batteria e impianti richiedono quella continua
– lo spreco inizia dal volano dove si consuma nei pesi e contrappesi dell’obsoleto software di emulazione
– il motore a scoppio (il ‘pubblico’) è sempre quello di una volta e decisamente arranca
– il motorino di avviamento e i contatti della dinamo soffrono degli agenti atmosferici ed ambientali, cioè sono affidati al “fattore caso”
– il linguaggio con cui comunicano i diversi apparati e sistemi dell’autovettura deve essere necessariamente molto semplificato.

Dunque, dal punto di vista “funzionale” questo è il nostro (ex) Bel Paese.

La domanda che dovrebbe sorgere spontanea è semplice.

Come mai potrà uscire l’Italia da questo gorgo inabissante, se in Parlamento ed al Governo troviamo quasi solo avvocati, medici e diplomati oppure se i ministri dell’Economia e Finanze, delle Infrastrutture e dell’Istruzione durano spesso meno di una legislatura?

E quando prenderemo atto che la visione della ripresa italiana è sostanzialmente omogenea leggendo le dichiarazioni dei ‘tecnici, cioè Calenda, Cottarelli, Cantone e … Landini o Draghi?

Demata

Michelle Bolsonaro: una storia d’amore che non può passare inosservata

27 Ago

Ieri, un social brasiliano pubblicava il post “adesso capite perché Macron perseguita Bolsonaro?”, mettendo a confronto le foto dei due leader con le mogli e la differenza di età non banale dal marito, e poco dopo riceveva il plauso di Jair Bolsonaro: “Non la umiliate. Molte risate”.

Infatti …

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Michelle e Jair Bolsonaro

Bolsonaro si è sposato tre volte e ha cinque figli, la moglie attuale è Michelle de Paula Firmo Reinaldo, nata il 22 marzo 1982, promotrice di eventi e modella prima di trovare nel 2006 un impiego alla Camera dei Deputati brasiliana, studi superiori conseguiti da adulta.

Dopo un breve periodo nell’ufficio del parlamentare Vanderlei Assis (PP-SP), finito nello scandalo “Sanguessugas, la ‘mafia delle ambulanze’, a giugno 2007 Michelle viene impiegata nella direzione del Partito Progressivo (PP), dove conosce Jair Bolsonaro, lei venticinquenne, lui già oltre la cinquantina.

“Tutto è cominciato quando ci siamo visti per la prima volta, nella stanza di Jair. Non ci è voluto molto tempo che fosse certo di voler vivere una vita insieme”.

Infatti, il 18 settembre 2007, a solo un anno dalla sua assunzione alla Camera dei Deputati, Michelle Reinaldo diventa segretaria parlamentare di Bolsonaro, solo nove giorni più tardi firma un accordo prematrimoniale e solo due mesi dopo ne diventa ufficialmente la terza moglie.
Un anno dopo è licenziata dalla Camera dei Deputati brasiliana, avendo la Corte federale suprema vietato l’assunzione di parenti fino al terzo grado nella pubblica amministrazione.

Michelle_Bolsonaro_em_8_de_março_de_2019.jpgMichelle Reinaldo ha finora avuto un ruolo defilato e la sua prima apparizione pubblica avviene solo il 25 ottobre 2018, ma, già tre gioni dopo, nella prima intervista da first lady, ha confermato di voler essere coinvolta in “tutte le possibili cause sociali” e – dall’attentato al marito del 6 settembre 2018 – sembra che sia lei a gestire l’agenda del presidente brasiliano. 

La polemica con Macron – viceversa – nasce dal fatto che Bolsonaro è accusato a livello mondiale di aver nascosto per settimane uno dei più grandi incendi della Foresta amazzonica,  scoperto dopo circa quattordici giorni dai primi focolai solo grazie alle immagini del 20 agosto 2019 con San Paolo completamente al buio alle tre del pomeriggio a causa del fumo.

E se Macron ha auspicato che “i brasiliani abbiano presto un presidente all’altezza”, anche lo Stato del Vaticano ha richiamato Jair Bolsonaro per diretto intervento del Pontefice: “siamo tutti preoccupati per i vasti incendi che si sono sviluppati in Amazzonia. Preghiamo perché, con l’impegno di tutti, siano domati al più presto. Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta”.

Dunque, le mogli non c’entrano nulla ed ognuno ha quella che … si merita.

Intanto, in Amazzonia (ed in Brasile) c’è poco da ridere.

Demata

Petroliere in fiamme, valute sull’orlo di una crisi di nervi

14 Giu

Due mesi fa, Trump sollecitava l’Opec a ridurre i prezzi del petrolio greggio. L’aumento del costo dei combustibili frena i consumi e fomenta l’inflazione, spingendo al rialzo i tassi di interesse.

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Neanche un mese dopo, il 12 maggio, quattro petroliere  venivano sabotate con mine depositate da barchini al largo di Fujairah sullo stretto di Oman. Si tratta delle saudite Amjad, che approvvigiona l’Olanda, e Al Marzoqah, che sposta il greggio verso depositi e raffinerie locali come anche la A. Michel degli Emirati, mentre la norvegese Andrea Victory  rifornisce Sudafrica e Americhe.

Ieri, due altre petroliere sono state colpite da siluri o forse da mine o da razzi, si tratta della Altair e la Kokuka Corageous, ambedue destinate al mercato energetico giapponese, proprio mentre  il primo ministro nipponico Shinzo Abe si trova in visita in Iran.

Dunque, c’è di che allarmarsi, dato che il prezzo del greggio ha un triste nesso con il declino italiano: nel 2001 non siamo solo passati all’Euro, è anche l’anno che il prezzo del petrolio greggio ha ripreso a crescere, sfondando in pochi mesi il tetto medio annuo dei 30$ a barile, dopo due anni quello dei 40$ (2003), dopo quattro i 60$ (2005) e poi anche quello dei 90$ (2010), cosa che durò fino al 2013.

Da allora, il prezzo del greggio si è tenuto più o meno sotto i 50$ al barile, grazie ai cambiamenti politici in Qatar, Venezuela e Siria, che hanno calmierato il mercato … con tendenze al rialzo.

E domani, cosa succederebbe in Italia con il greggio a 100 dollari al barile?

Daremmo la colpa all’Eurozona, se ci sarà da ‘aggiustare il Bilancio di qualche percento o ci ricorderemo dei soldi per le infrastrutture energetiche ‘alternative’ al petrolio, andati dispersi per decenni, come per i tanti scandali dell’eolico, del fotovoltaico, dei rifiuti?
E con i tassi di interesse al rialzo, quanto ancor di più sono da evitare tanto le sanzioni europee quanto le sub-valute o altre forme di dissanguamento?

Demata