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Debiti PA, interessi moratori e costi di recupero: serve chiarezza

9 Feb

Tante pubbliche amministrazioni, persino le scuole, stanno ricevendo ingiunzioni per crediti trasferiti dai fornitori a società finanziarie, cioè ‘ceduti’, che vengono pretesi con le penali derivanti dalla Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

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Stiamo parlando del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 Art. 6 (Risarcimento delle spese di recupero così sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 192 del 2012) che al  comma 2 prevede che “al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno” , salvo che il debitore (art. 3) “dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” .

Dunque, iniziamo col dire che:

  • la “penale” è dovuta, ma è forfettaria
  • se la P.A. ritarda il pagamento perchè – pur sollecitando – non ha ricevuto i fondi finalizzati allo scopo dovrebbe sussistere una evidente causa non imputabile
  • il debitore ceduto puo’ opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente, sia quelle attinenti alla validita’ del titolo costitutivo del credito e le eccezioni riguardanti l’esatto adempimento del negozio, sia quelle relative ai fatti modificativi ed estintivi del rapporto anteriori alla cessione od anche posteriori al trasferimento, come precisato dalla Cassazione (Sez. III 10.05.2005 n. 9761).

Inoltre, le norme “si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale“, cioè “i contratti, comunque denominati” e non alle fatture in se stesse.

Il titolo da esibire a pretesa del credito è solo la fattura, ma fa fede il contratto che la legittima e che – soprattutto – detta le ‘regole’ della consegna, della messa in opera, del collaudo e dei tempi e modi di pagamento, salvo nullità.

Ad ogni modo, il decreto (D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 art. 5 comma 4 e 5), nel caso degli ospedali, prevede un termine di pagamento ordinario a 60 giorni dalla fatturazione, che potrebbe raddoppiare (cioè estendesi fino a 120 giorni), quando ciò sia ciò sia espresso nel contratto ed oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche.

Nel caso delle scuole, la cosa si complica, dato che non è ben chiara la loro natura statuale. Stando al Centro Studi della Camera dei Deputati) le istituzioni scolastiche sono da considerarsi dei ‘terminali’ dell’amministrazione dello Stato (Miur) e ‘preposti’ al funzionamento dei punti di erogazione del servizio e – comunque – fungono anche da “stazioni appaltanti”, cioè soggette almeno ‘a cascata’ al decreto legislativo 11 novembre 2003, n. 333 .

Inoltre, le scuole hanno una struttura di pagamento complessa  che dovrebbe comunque giustificare la deroga ordinaria fino a 60 giorni, dove “oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche(obblighi sovrapposti di organi collegiali, dirigenza, direzione amministrativa e comitato tecnico di collaudo, oltre ad eventuale questionario di gradimento dell’utenza e/o presa in carico inventariale dopo la messa in opera da parte dell’ente locale).

Riepilogando, ai sensi del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 aggiornato dal d.lgs. n. 192 del 2012, nel caso delle scuole i termini di pagamento sono

  • trenta giorni dalla data di ricevimento da parte del debitore della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente
  • fino a sessanta giorni se espressamente previsto dal contratto ed oggettivamente giustificato
  • non è chiaro se questi termini possano essere raddoppiati, ove l’istituzione scolastica autonoma vada ad essere considerata una “impresa pubblica” (ad esempio già i convitti e le aziende agrarie et similia) preposta ad assicurare la prestazione di quei servizi di pubblica utilità e/o il controllo pubblico sulla produzione di servizi indispensabili (cioè attività didattiche e servizi educativi e/o formativi), “nei confronti della quale i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che la disciplina”.

Nel caso degli enti locali e gli altri enti pubblici la norma prevede che siano “poteri pubblici” e non “imprese pubbliche”, ma c’è la diffusa casistica in cui il credito originario (e il contratto) è stato sottoscritto da un’impresa.
Ad esempio, un asilo nido per il primo caso, e di residualità da progetti a finanziamento misto derivanti da mancati riconoscimenti UE a consuntivo, nel secondo caso.

Ad ogni modo, l’applicazione della Direttiva 2000/35/CE  è una misura che vuole garantire la puntualità dei pagamenti e la tutela dei  fornitori, dei creditori e degli investitori, che ha recepito con 12 anni di ritardo quella che è comune attività amministrativa e produttiva dal 2000 in Europa.
Una norma di civiltà e democrazia, oltre che indispensabile per l’economia, le aziende e l’occupazione

Il problema è che – senza Arbitrato o Common Law e cose simili come nel resto d’Europa  – ci ritroviamo dinanzi all’enorme problema di una norma che non può che demandare a contenzioso giudiziario tutti i rilievi o le opposizioni del debitore corredate da elementi contrattuali o di collaudo della fornitura di cui il fornitore era in possesso o comunque ne aveva notifica e nozione, ma non necessariamente sono nella nozione di chi ne abbia rilevato il credito.
Già a doverlo scrivere, si comprende che è un serpente che si morde la coda, specialmente se l’Art. 4 del del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, cioè i “termini di pagamento”, prevede persino che “non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifica formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento“.

Non è certo una norma che facilita alle parti la possibilità di acclarare quale sia l’effettiva situazione del credito, delle prestazioni che lo giustificano od eventualmente lo delegittimano in toto o parte.

Il rischio prevedibile – salvo chiarimenti normativi – è il progressivo sviluppo di un contenzioso stagnante fino alla Cassazione e poi in Corte dei Conti, con i cedenti ormai altrove affaccendati dopo aver incassato, i creditori che confideranno fino alla fine sugli interessi convinti della bontà dei titoli vantati e le pubbliche amministrazioni che resisteranno con i propri protocolli e registri a far fede, oltre ai log  telematici sia interni sia degli amministratori esterni di sistema.

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Non è qualcosa che può far piacere ai fornitori, dato che si ritroveranno con contratti, clausole, penali e sanzioni più accurati. Non dovrebbero esultare le banche che sostengono i fornitori rilevando questi ‘crediti aziendali’, se rischiano di ritrovarsi con una marea di contenziosi aperti ed impossibili da radiare, cioè zavorra nei bilanci. Non saranno felici la pubbliche amministrazioni nel dover funzionare con tagli su tagli e, magari, dover pure rispondere di qualche fornitura andata dispersa o mai pervenuta un decennio prima.

Dunque, di motivi per migliorare la norma italiana ce ne sarebbero e, giusto per curiosità, andiamo a vedere cosa prevede l’originale testo ‘europeo’ della Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, per scoprire se contiene dei dettagli diversi da come poi espressi nella normativa italiana del Governo Monti nel 2012 .

Innanzitutto, salta all’occhio che l’Europa prevede che “un titolo esecutivo possa essere ottenuto, indipendentemente dall’importo del debito, di norma entro 90 giorni di calendario dalla data in cui il creditore ha presentato un ricorso o ha proposto una domanda dinanzi al giudice o altra autorità competente, ove non siano contestati il debito o gli aspetti procedurali” ed “il periodo di 90 giorni di calendario non include i periodi necessari per le notificazioni e qualsiasi ritardo imputabile al creditore“.

Poi, la norma europea indica chiaramente che “a meno che il debitore non sia responsabile del ritardo (cioè escludendo il caso di ‘dolo’), il creditore ha il diritto di esigere dal debitore un risarcimento ragionevole per tutti i costi di recupero sostenuti a causa del ritardo di pagamento del debitore. Questi costi di recupero devono rispettare i principi della trasparenza e della proporzionalità per quanto riguarda il debito in questione“. 

In altre parole, in Europa il creditore deve prima dimostrare la legittimità della pretesa ed i costi di recupero e solo dopo può esigerli.
Inoltre, in Europa, “se la legge o il contratto prevedono una procedura di accettazione o di verifica, diretta ad accertare la conformità delle merci o dei servizi al contratto” (ndr. il così detto ‘collaudo’), la decorrenza è “trascorsi 30 giorni, da quest’ultima data“, cioè quella della verifica (collaudo).

Infine, nella versione europea della Direttiva 2000/35/CE il creditore ha diritto agli interessi di mora solo “se ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge. Ad esempio, potrebbero non essere dovuti ad un fornitore che ha ricevuto una diffida o una penale inerente il contratto dalla Pubblica Amministrazione committente, come anche se nell’espletare la fornitura il creditore cedente è stato sanzionato per obblighi di legge come la sicurezza sul lavoro ed i contratti dei lavoratori.

Questo potrebbe significare che, in base al testo europeo della direttiva, gli interessi vantati dal fornitore e ‘primo creditore’  potrebbero essere ‘decaduti’ ad insaputa del creditore eventualmente subentrato, che si ritroverebbe a poter contare solo sugli interessi successivi ad almeno 30 giorni dalla data di notifica della cessione del credito.

Sono tutte ipotesi, ma è evidente che la trasposizione italiana della Direttiva UE genera incertezza, farragine e contenziosi: esattamente ciò di cui imprese, banche e amministrazioni non hanno bisogno.

Demata

Lega a Cinque Stelle: un bilancio in cinque immagini

9 Gen

Quale sia il bilancio dello Stato e del Governo Lega / Cinque Stelle incomincia ad essere chiaro un po’ a tutti, ma – probabilmente – ognuno conosce solo il bonus o il malus che lo riguarda.

Vediamo rapidamente quali paradossi emergono da una prima lettura della Legge di Bilancio 2019.

lega cinque stelle salvini premier bilancio

lega cinque stelle salvini premier emergenze

lega cinque stelle salvini premier equità

lega cinque stelle salvini premier priorità

lega cinque stelle salvini premier sociale

Paradossale, vero? 

Demata

La Storia cancellata? Quale Maturità per l’Italia?

12 Ott

370d8ebdc6165e2aa365d89c49f7c1e9--greek-statues-art-antiqueFa scalpore la proposta di abolire la traccia di storia dalla prova scritta di italiano per gli Esami di maturità. Una questione più ampia – se la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani se guardiamo al mercato dei videogame, documentari e serie televisive – che non è possibile affrontare in un post, ma che rappresenta una buona occasione per ricordare tre elementi ‘centrali’ almeno per quanto relativo la Scuola.

Iniziamo col dire che la scuola italiana necessita da molto tempo di qualche correttivo profondo, dato che una bella parte degli italiani ha serie difficoltà a consultare un prospetto od a spuntare una lista seguendo l’ordine prestabilito.
Se si pensa che prospetto e lista sono strumenti di comunicazione creati apposta per guidare e semplificare le operatività, onde essere utilizzati da persone poco istruite (es. i bambini delle elementari), è necessario ammettere che il problema è di ampia portata.

Gli addetti ai lavori sanno anche di cosa si tratta: in Italia – luogo dove la Riforma non ha mai attecchito – l’impianto del Liceo prefascista era ispirato a Bernardino Telesio (Umanesimo / Empirismo), anzichè a John Locke (Positivismo / Scientismo), e su questo si è forgiata la Cultura (l’identità e la mentalità) del popolo italiano, a partire dalle classi dirigenti che si formano nei licei classico.
Una cultura ‘telesiana’ che ad esempio ritroviamo nelle lauree in medicina o nel sistema di legge. In medicina, ci si laurea senza aver studiato altra matematica che quella del mondo greco antico (Pitagora) e altra fisica che quella dell’Ottocento (solo concetti, niente calcoli). Similmente, anche se con percentuali minori, per chi interviene professionalmente nelle questioni legali dei settori finanziari, fiscali, ambientali, salutistici, ingegneristici.
Possiamo dubitare che la farragine burocratica che attanaglia procedure, processi e appalti non abbia nulla a che vedere con tutto questo? E cosa dire del degrado di strutture ed infrastrutture puntualmente a corto di manutenzione? O dell’enorme accesso – a spese del cittadino – a consulenze mediche e perizie tecniche, in Europa solitamente condensate in atti singoli e spesso emessi da pubblici uffici?

In secondo luogo c’è uno ‘standard’: nella nostra società una persona attiva lavora circa 36 ore la settimana e ha due giorni da dedicare a se stesso e alle relazioni umane.
Infatti, fino a poco tempo fa negli istituti industriali l’orario scolastico settimanale era di 36 ore, come in fabbrica ed in ufficio.
Di queste 36-32 ore almeno una dozzina va dedicata ad attività in laboratorio (a volte solo in teoria, vista l’attenzione per la Teknè da parte di Telesio e discepoli, madre di tutti gli edifici scolastici scassati d’Italia).
Insomma, partiamo dal fatto che un alunno di istituto tecnico ha di base molte meno ore in classe da dedicare ad italiano e storia (al massimo cinque) ed, a casa, i compiti di matematica o elettronica o informatica sono altra cosa rispetto al commentare il brano d’antologia o al menzionare la battaglia di Austerlitz. Se non fosse così non avremmo le facoltà  umanistiche sovraffollate di diplomati tecnici e quelle scientifiche semivuote … 
Certamente, si potrebbero trarre ore dall’educazione fisica e dalla religione, destinandole alle attività pomeridiane, come nei sistemi anglosassoni, insieme a teatro, cinema e musica, che sono anche molto utili nell’insegnamento della Storia come della Lingua italiana. Si potrebbe, ma … in Europa le attività ‘integrative’ le organizzano gli Enti Locali e le Associazioni della comunità, da noi è un po’ diverso.

Terzo e ultimo. Nello specifico della Storia, un ragazzo di 18 anni non è in grado di comporre un tema storico, salvo rari casi, e se non è Pico della Mirandola è praticamente impossibile che abbia tali competenze enciclopediche da pensare e produrre qualcosa che non sia frutto di un pregiudizio suo personale o del punto di vista del docente.
Infatti, è sempre stato particolarmente raro che agli Esami qualcuno lo svolgesse e, quando agli orali la ‘tesina’ era di Storia, non s’è sentito molto di più che la ‘gioiosa’ Rivoluzione bolscevica o della ‘fascista’ Rivoluzione fascista.
Meglio i ‘quiz’ per la terza prova scritta, dove almeno era possibile monitorare se l’alunno conoscesse almeno le cause che scatenarono la WWI, ergo conoscesse  qualche dettaglio dell’Industrialesimo e del Capitalismo ottocenteschi. Dettagli utili, ad esempio, a comprendere – avanzando nell’età adulta – che le tasse servono anche per manutentare ponti e cavalcavia e che le banche non servono a darci soldi, ma a farli girare, come che lo Stato non può concedere diritti se non in cambio di doveri.

Dunque, ben venga la cancellazione della traccia storica della prima prova di Lingua italiana agli Esami di Stato delle scuole secondarie di II grado, semplicemente perchè poco scelta dagli alunni nell’arco di decenni.

Allo stesso tempo, vista la tradizione linguistica e storica dell’Italia che ha radici millenarie, l’esclusione della Storia dalla prova scritta d’italiano e la notoria difficoltà nel redigere semplici prospetti o a seguire una lista di procedure suggeriscono l’opportunità di questionari che accertino la sussistenza di “saperi essenziali” in Storia (come in Grammatica e Sintassi) nel consegnare un diploma – abilitante se parliamo di istituti – per un individuo ormai adulto che dovrebbe proseguire gli studi e/o inserirsi nel mondo del lavoro e che – soprattutto – avrà diritto al voto, basando la propria opinione su quel poco o tanto che ha studiato a scuola.

Magari, con questa riforma la Storia lascerà la postazione all’entrata ‘principale’ (Esami di Stato) per rientrare dalla porta di servizio (Invalsi), onde porsi a monitore di chi sbaglia i condizionali in televisione, mica solo i congiuntivi. E, se questo avverrà, diventerà evidente il gap tra classi che studiano la Storia anche tramite documentari da vedere a casa o nel post scuola e quelle che no. Chissà?

Quel che è certo è che tra videogame, documentari e serie televisive la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani (e non solo). Accontentiamoli.

Demata

 

Scuola, servizi pubblici, pensioni: dove sono il Governo e le Opposizioni?

1 Set

E’ il 1° settembre, riaprono le scuole e – dalle notizie del Fatto Quotidiano – dovrebbero ancora esserci migliaia di dipendenti che hanno richiesto la pensione anticipata e sono con la pratica ancora in lavorazione o soggetta a chiaro ricorso.
Intanto, CGIL Scuola annuncia che  “manca un preside su 4, servono segretari e bidelli. In cattedra ottantamila precari. Avvio delle lezioni a rischio caos nonostante i 57mila contratti a tempo indeterminato. E resta il rebus delle maestre diplomate“.

Parallelamente, a dimostrazione che il meccanismo del turn over della Pubblica Amministrazione si sia inceppato (e che le problematiche ex Inpdap non erano limitate a ‘soli’ 10 miliardi di deficit), basta andare su un sito o un forum dei lavoratori della Difesa o della Sicurezza per rendersi conto che decine di migliaia di loro attendono una pensione e spesso sono invalidi. E gli organigrammi degli Uffici pubblici consultabili su internet sono pieni di posizioni in reggenza o utilizzazioni, ergo privi di personale.
Anche nella Sanità, se la Legge 161-2017 modifica la turnazione ospedaliera, questo non corrisponde la possibilità di nuove assunzioni per garantire il servizio.

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Nel privato, il fenomeno ricomprende i lavoratori divenuti invalidi con 400 euro di pensione al mese anche se hanno 30 anni di contributi, gli esodati e le ricongiunzioni negate, i ricomputi retroattivi dopo aver dilazionato per anni, cioè … i 60enni in cerca di lavoro dopo 30 anni di attività disastrosamente sotto gli occhi di tutti da un decennio.

Una diffusa flessione nei diritti dei lavoratori (cioè degli assicurati), che diventa sempre più debordante grazie alle facili e fuorvianti promesse di Salvini di ‘abolizione della Legge #Fornero “, fondate a loro volta su una serie di luoghi comuni.

E’ una bufala che alla pensione di pervenga non prima dei 65/67 anni: il requisito ‘minimo’ della Fornero è l’età contributiva e non anagrafica, potrebbe trattarsi di un lavoratore precoce oppure mansioni usuranti o semplicemente un grave invalido.

E’ una bufala che le generazioni ‘anziane’ non abbiano contribuito a sufficienza: può essere vero per le contribuzioni fino alla fine degli Anni ’70, ma  chi ha iniziato a lavorare negli Anni ’80 rientra più o meno nel sistema contributivo odierno, perchè era cessata la spinta inflazionistica degli Anni ’70 ed avviata l’unificazione finanziaria europea.

E’ una bufala che l’Italia sia afflitta dalla piaga delle frodi assicurative: quello dei falsi invalidi è un fenomeno specifico locale, ma non sono chissà quanti rispetto alle medie europee o statunitensi, specie se parliamo di infortuni sul lavoro. Viceversa, le sentenze del Tribunale del Lavoro favorevoli agli assicurati/assistiti sono tantissime ed anche i morti sul lavoro o i riconoscimenti postumi di danno alla salute rappresentano in Italia un dato rilevante, se parliamo di Vigilanza Sanitaria, prevenzione e sicurezza.

E’ una bufala che dare una rendita agli invalidi sia un costo pubblico non prioritario: era una spesa ben definita fino al 1976 e da decenni inglobata nella massa delle pensioni complessive, senza un bilancio di quanto il Sistema Italia spenda di più, lesinando e rinviando, per minore produttività al lavoro, come per sicurezza sociale (assistenza) e per maggiore accesso alle cure (sanità). Persino negli USA, dove sono attenti al ricavo, gli invalidi hanno chiari diritti, assistenza e sussidi.

E’ una bufala che la Sanità – indispensabile se si vogliono tenere al lavoro degli over55 – sia in Italia “universale”: in realtà è un sistema neanche nazionale, bensì regionale o, peggio, ‘locale’ a seconda della ASL. Infatti, in molte Regioni i Livelli Essenziali Assistenziali e i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non sono di fatto attuati , gran parte delle strutture non ha la cartella elettronica, le prenotazioni sono mesi di distanza, le prescrizioni di altre regioni non vengono attuate.

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Queste cose dovrebbero far riflettere, perchè stiamo parlando dei risultati di una ‘nazionalizzazione’, quella avvenuta dal 1974 delle Casse e delle Mutue, già concessionarie ai sensi dell’art. 38 della Costituzione.

A proposito, è una bufala che non vi siano i soldi per le pensioni:  chi versa contributi per oltre 38-43 anni, a seconda degli Stati e degli istituti, è nel dovuto e dovrebbe essere solo una questione di aspettativa in vita individuale e di rendita.
Il problema reale è che il declino italiano, smantellando il settore industriale e manifatturiero, ha già prodotto milioni di sottoccupati con scarsa contribuzione.

Inoltre, sappiamo che c’è un certo numero di rendite ‘eccezionali’ rispetto all’effettiva contribuzione che fa a contraltare con la pochezza dei sussidi ai lavoratori invalidi. Ma non dovremmo fare altro che separare le spese sociali di uno Stato o una Regione (100-150 mld annui) da quelle contributive tra lavoratore ed assicuratore pubblico o privato che sia (3-400 mld annui).
Quanto all’istruzione, un conto è finanziare solo scuole statali, un altro è garantire gli studi gratuiti (entro dei parametri) a chi sceglie le scuole private.

Doveva essere così fin dal 1948. Noi italiani l’avevamo promesso nel 1994. Lo ribadimmo nel 2011 … evidentemente l’Italia può aspettare.

Demata

Le gambe corte del contratto Salvini-Di Maio

14 Mag

Proprio mentre Matteo Salvini tentava di formulare con i Cinque Stelle il suo governo leghista, allo Stadio Marassi di Genova riecheggiavano quei cori razzisti antipartenopei, che lo stesso Salvini cantava anni fa ad un convegno della Lega.

Intanto, prendiamo atto che  nei Cinque Stelle sono napoletani Luigi Di Maio, Roberto Fico e Carla Ruocco , mentre sono meridionali Barbara Lezzi, Nicola Morra, Carlo Sibilia, Manlio Di Stefano, Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Giulia Grillo, Riccardo Fracarro e Mario Michele Giarrusso.

Salvini definì quei cori una ‘goliardata’, ma sta di fatto che nel Meridione la Lega continua a non essere particolarmente gradita agli elettori, più o meno quanto l’elettorato settentrionale non ha votato i Cinque Stelle.

E proprio nelle ore in cui Salvini si appresta a governare tramite un ‘premier terzo’ e con i Cinque Stelle al seguito, al Marassi la questione Nord-Sud si ripresenta, non come momentaneo coro da curva, bensì come litania razzista urlata per decine di minuti da decine di migliaia di persone a reti unificate.

Cosa accadrà quando Salvini (e Di Maio) dovranno metterci la faccia per le norme  potenzialmente inique o sprecone se non dannose che si profilano all’orizzonte, alcune più gradite a Nord ed altre più volute a Sud ?

Inique, se la flat tax fosse ‘uguale per tutti’, sapendo che il reddito disponibile al Sud è di un quarto sotto la media, se  si attesta a 20.800 euro per abitante sia nel Nord-ovest che nel Nord-est, è pari a 19.300 euro nel Centro, mentre scende a 13.400 nel Mezzogiorno.

Sprecone, se il reddito di cittadinanza sarà superiore all’assegno con cui ‘campa’ un invalido o di un pensionato minimo e se è concesso per due anni anche a chi il lavoro non lo cerca, finanziandolo con il divieto di cumulo pensionistico dei redditi autonomi e dipendenti, altri tagli alla spesa della P.A., eliminazione del Fondo per il sostegno alla povertà, eliminazione di ogni contributo pubblico all’editoria.

Dannose, se il combinato flat tax / reddito di cittadinanza finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, e/o povertà e criminalità, andando non solo ad incrementare spesa e debito, ma anche a contrarre il PIL e la produttività nominale.

Muhammad Yunus, l’economista inventore del microcredito, ricorda che: «I salari sganciati dal lavoro rendono l’uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo».

Se si finisse per stabilizzare lavoro nero ed evasione fiscale, povertà e criminalità, in un paese dove già esistono sostanziosi sussidi agli agricoltori, enormi facilitazioni per le cooperative e persino la ‘cassa integrazione’, cosa ne sarà del divario Nord-Sud nel 2020, non appena l’effetto delle riforme leghiste a cinque stelle si sarà fatto sentire?

I cori di Marassi annuncio di una Nemesi? Speriamo davvero di no, ma Salvini e la Lega dovrebbero opporsi apertamente al razzismo, se vogliono (loro e i Cinque Stelle) credibilità e consenso il giorno che ci sarà il popolo scontento. Specialmente al Sud.

Intanto, tra i problemi più urgenti ci sono le pensioni e non sarà una grande svolta pensionarsi a quota 100 dal 2020, se la rendita si aggira intorno ai mille euro dopo una vita di lavoro, e ci sono l’istruzione e la formazione, con una Buona Scuola incompiuta e le Università da riformare (insieme alla Sanità), mentre nel 2020 sarà ufficiale che l’Italia ha meno laureati e diplomati d’Europa, senza parlare dei voti e della quantità di anni serviti per conseguire i titoli e di quanti tecnici ci ritroviamo.

Cosa pensano, di arrivare giusto giusto al 2019, dopo aver speso e spaso con la flat tax, il reddito di cittadinanza più tot norme a pioggia per mille casi particolari e poi si vede? E – senza parlare della miriade di cose in cui Lega e Cinque Stelle sono in disaccordo – quale Italia vogliono realizzare?

“L’ozio avvilisce ed il lavoro nobilita: perché l’ozio conduce uomini e nazioni alla servitù; mentre il lavoro li rende forti ed indipendenti: questi buoni effetti non sono già i soli. L’abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell’ordine; dall’ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell’educazione.” (Massimo d’Azeglio)

Demata

Scuola italiana: riflessioni per migliorare

30 Ott

static1.squarespace.comPerchè l’Italia è ben declinante nella mappa Ocse sull’istruzione e formazione, cioè quanto è in salute la Scuola italiana? E’ possibile riportarla agli antichi splendori? E come?

1- IL PROBLEMA

Iniziamo a dirci quello che borbottano tutti: l’ignoranza che imperversa in Italia l’hanno prodotta – a partire da molti anni fa – i dirigenti, i docenti, le associazioni di categoria e i media che hanno permesso che di compiti a casa gli alunni ne facessero pochi o nulli oppure che hanno sorvolato sulla ammissione alla classe successiva – per l’impegno – di alunni privi dei prerequisiti risalenti non a uno, ma a tre anni (scolastici) prima, come se l’invecchiare di un anno di conferisse automaticamente le competenze minime per capirci qualcosa in matematica o storia o inglese, per non parlare delle materie di indirizzo.

Un fenomeno che ci ha costretto progressivamente a ridurre in pillole i saperi e ad accontentarci di obiettivi sempre più minimi, per cui … ‘addio eccellenze’. E, dopo più di venti anni, il problema delle effettive competenze diffuse tra la popolazione diventa strutturale. Specie se i migliori tra noi devono scappare all’estero per non ritornare.

tmp6354630000351641612- IL CONTESTO

Poi, c’è l’Era Digitale, che ha stravolto molti dei luoghi comuni dell’Ottocento e del Novecento per le discipline sia scientifiche/tecniche sia storiche/sociali.

All’estero, se la cavano perchè i docenti raramente vanno in pensione dopo i 50/55 anni e perchè gli istituti tecnico-professionali fanno capo, in un modo o nell’altro, ai ministeri e alle confederazioni del settore.
Da noi rischiamo di giocarci la capacità manifatturiera ed industriale o la qualità culturale complessiva del Paese, se continuiamo a mandare in classe docenti, laureatisi prima del balzo in avanti della genetica, dell’elettronica e della logica e … che vorrebbero pur pensionarsi. Senza parlare di chi (staff, dirigenza, uffici o altro ancora) si ritrova a doversi continuamente adattare a sistemi telematici che cambiano e aumentano oppure deve gestire la non semplice introduzione di elementi di common law e di autonomia in una nazione storicamente centralista e statalista.

Abstract-Tree-with-Flower-Patterns3- IL BLOCCO

La docenza e la dirigenza sono comparti che hanno esigenze simili all’industria e alla finanza: periodicamente è necessario un turn over, stante la velocità con cui sviluppiamo tecniche, cresciamo di numero, modifichiamo l’ambiente. Nel mondo, fatta eccezione per India e ‘Terzo’ Mondo, solo il 10-15% dei docenti ha più di 55 anni, dato che l’età media di accesso alla professione è ben sotto i 25 anni e – anche grazie alla varietà di istituzioni e privati esistente – non sono pochi che optano per part time e stare a casa o svolgere anche una professione oppure fare arte, volontariato o ricerca.

4- LA CAUSA

Il problema, dunque, è semplice: altrove un ottimo laureato di 23 anni trova facilmente un lavoro ben pagato ed anche gli stipendi iniziali dei docenti crescono, a 52 anni si ritrovano con 35 anni di contributi ‘decenti’ (ed i figli a loro volta già lavoratori), così o lasciano qualcosa sul tavolo e vanno via per dedicarsi ad altro oppure, avendo stipendi ‘decenti’ (ma anche una struttura oraria dei contratti diversa), entrano in part time e spesso svolgono funzioni di supporto con poca didattica in classe.
Allo stesso modo, i sistemi di reclutamento (cioè i contratti) facilitano l’accesso alla docenza di laureati ex studenti lavoratori o tecnici senior che vogliono lasciare l’industria.

23552126-albero-in-fiore--illustrazione-vettoreSe ripensate ai tanti film ambientati in scuole o college all’estero, sono figure che vi torneranno familiari.
Non dobbiamo tornare ai pensionamenti con 15 anni sei mesi ed un giorno, ma bisogna trovare il modo che i docenti entrino nel circuito scolastico subito dopo la laurea, se ne hanno le capacità, e che possano optare per part time o pensione ridotta a partire dai 50 anni.
Tra l’altro … è una semplice questione di matematica: se oggi le generazioni (padre-figlio, madre-figlia) si alternano ogni 30 anni, è evidente che questo è anche – grosso modo – il ciclo di turn over di un sistema che serve per trasferire conoscenze e competenze da una generazione all’altra.

5- L’OTTICA I cittadini, le persone, conoscono della scuola solo il contesto dell’aula e della classe, avendola frequentata da alunni, e tendono a limitare il tutto a quanto accade in questo ‘cubo con 20 alunni ed un docente’.

Noi sappiamo che una classe è come l’elettrone di un grande atomo in una molecola polimerica in una soluzione racemica o, più semplicemente, come un singolo fiore tra centinaia di migliaia che crescono su uno tra decine di migliaia di rami di un albero che ogni anno semina quattro milioni di frutti: il Sistema Nazionale di Istruzione.

Demata

Scuole medie: tutti accompagnati o forse no?

26 Ott

61QWtjC4fGL._SX353_BO1,204,203,200_La sentenza della Cassazione  n. 21593/17 si è espressa con una condanna sul caso di un bambino toscano investito nel 2002 da un autobus di linea all’esterno della scuola, mentre il regolamento dell’istituto prevedeva che avrebbe dovuto essere sotto la custodia del personale scolastico.

Riguardo il processo penale, sappiamo che il personale coinvolto era stato perseguito per un reato prescrivibile in tempi relativamente brevi e, probabilmente, per ‘abbandono di minore’ (art. 591), condizione che non si esaurisce nel venir meno degli obblighi assistenziali, ma deve derivarne uno “stato di pericolo” per il soggetto abbandonato.

Riguardo quello civile per i danni, cioè quello pervenuto in Cassazione, la scuola e il ministero sono stati condannati perchè un particolare articolo (il 39°) del regolamento di stituto prevedeva che “non doveva essere interrotta la vigilanza della scuola fino all’affidamento dei minori al personale di trasporto, o, in mancanza di questo, a soggetti pubblici responsabili. Nel caso di specie invece i ragazzi appena usciti da scuola sarebbero stati lasciati liberi sulla strada pubblica.”

La stessa sentenza precisa che “sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’art.3 lettere d) ed f) del Regolamento d’istituto.”

La Corte di Cassazione non lascia dubbi: non sono le norme generali a porre degli obblighi nella vicenda specifica, bensì sono le lettere d) ed f) dell’art. 3 del Regolamento d’istituto, che “richiamate rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto cittadino ritardino.”

Ed è in base a quelle “norme richiamate rispettivamente” che “l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto.”

Dunque, la sentenza della Corte di Cassazione non riguarda in alcun modo la situazione che viene a crearsi se un genitore manda a scuola il proprio figlio dodicenne da solo e se ne autorizza il rientro a casa da solo.

Inoltre, giusto per chiarire l’art. 591 del Codice Penale e la nozione di “stato di pericolo per il soggetto abbandonato” che ne è alla base, notoriamente non vediamo genitori processati, se un ragazzino delle medie incorra in un incidente od un infortunio, in itinere mentre si reca a scuola.

Dunque, quale diritto ha la scuola nel trattenere un alunno – ad esempio tredicenne, che abita a cento metri in una zona pedonale/residenziale – se i genitori ne ingiungono formalmente la ‘libera uscita’?  E, nel caso, quale “stato di pericolo” impedirebbe alla scuola di non essere condannata ai sensi dell’art. 605 del Codice Penale, aggravato dall’abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni da parte di un pubblico ufficiale?

Dunque, mentre si annuncia altra burocrazia e nuovi obblighi educativi per i genitori – ma solo nel rientro a casa: nel percorso di andata i rischi forse non ci sono … –  il pedagogista Daniele Novara, interpellato dal Corriere della Sera, spiega che in Italia solo il 30% dei ragazzini torna a casa da solo, mentre nel resto d’Europa si arriva al 90%; questa “circolare è un’idea dettata dalla paura, dalla mancanza di responsabilità pedagogica e dalla burocratizzazione della scuola”.

Non a caso, proprio Antonietta Iuliano, dirigente dell’istituto Alberico da Rosciate di Bergamo, che finì al centro delle polemiche proprio per l’obbligo di accompagnamento di tutti gli studenti delle medie, annuncia che “ha ammorbidito la questione. Ai genitori ha fatto compilare un modulo con le indicazioni sulla capacità di autonomia dei propri figli: «Saranno poi la dirigenza e il consiglio di classe a decidere se il ragazzo è in grado di uscire da solo o meno».

Addio ragazzi della Via Paal … tra un po’ – andando avanti così – potrà sembrare fantascienza.

Demata