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Maturità 2022: come prepararsi alla seconda prova scritta

11 Giu

La Notte degli Esami si avvicina e quest’anno c’è una novità: “la seconda prova deve essere aderente alle attività didattiche effettivamente svolte nel corso dell’anno scolastico sulle specifiche discipline di indirizzo”. Lo prevede l’Ordinanza M.I. 14.03.2022, n. 65, che precisa che la seconda prova – comunque – deve essere conforme ai quadri di riferimento del 2018 (D.M. 769), in base ai quali i docenti elaborano collegialmente, entro il 22 giugno, tre proposte di tracce.

In altre parole, l’Ordinanza da un lato consente una seconda prova ‘ridotta’ alle attività didattiche effettivamente svolte – a fronte di una situazione emergenziale durata un triennio – e dall’altro lato esige che questa seconda prova ricomprenda i nuclei tematici fondamentali, gli obiettivi e la griglia di valutazione – a salvaguardia della legalità dei titoli rilasciati.

Infatti, ieri come oggi, la seconda prova degli Esami di Stato è finalizzata ad accertare per tutti gli alunni “l’acquisizione dei principali concetti e metodi della matematica” in relazione ai “contenuti previsti dalle vigenti Indicazioni Nazionali” , ai quali i singoli docenti di ogni classe devono riferirsi per programmare lezioni e verifiche.

Come se ne viene fuori?

Volendo esemplificare, in un liceo scientifico, i problemi dovranno riguardare tutti e quattro gli essenziali “Nuclei tematici fondamentali”: Aritmetica e Algebra, Geometria, Insiemi e Funzioni, Probabilità e Statistica.

Gli “Obiettivi” da conseguire (e convalidare) nella prova scritta sono – comunque – quelli di sempre: equazioni e disequazioni, studio di una funzione, proprietà degli insiemi e delle funzioni, calcolo infinitesimale e differenziale, elementi di statistica eccetera.

“Nuclei tematici fondamentali”, “Obiettivi” e “Griglia” che sono riassunti nei Quadri di riferimento ministeriali (link).

Ma con quali modalità saranno proposti agli alunni questi “nuclei tematici fondamentali” e “obiettivi”?

Dipendono dal singolo istituto e dal singolo docente di classe: le Faq pubblicate dal Ministero (link) precisano che – per quest’anno – “è possibile differenziare la seconda parte delle proposte di traccia in relazione alle singole classi /sottocommmissioni coinvolte” – avendo svolto il Triennio durante una pandemia. Inoltre, la norma consente che i problemi potranno avere carattere astratto o anche applicativo (ad esempio, grafico).

Dunque, quanto e come le seconde prove saranno adeguate per gli alunni dipenderà solo dal singolo docente di classe e quanto andrà effettivamente a dichiarare riguardo il metodo didattico adottato e le attività didattiche effettivamente svolte, permettendo di “differenziare la seconda parte delle proposte di traccia in relazione alle singole classi /sottocommmissioni coinvolte”.

A.G.

Scuola: sembrano tagli, ma non lo sono

11 Apr

Il Documento di economia e finanza 2022 pubblicato sul sito del Tesoro conferma tagli percentuali importanti per l’istruzione a partire dal 2025, quando le risorse caleranno al 3,5% del PIL. Qualcuno dirà che quando c’è una guerra, tutti devono fare le loro parte, anche le scuole, ma non è questo di cui si tratta.

Nel quinquennio corrente (2020-2025), i finanziamenti sono al 4% del PIL, in quello (2015-2020) precedente erano al del 3,6% del PIL, mentre l’Unione investe in istruzione e formazione il 4,7% del Prodotto interno lordo.

Le ragioni di questi ulteriori tagli statali fondano su due elementi sostanziali:

  • nel 2021 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.781.221 milioni di euro correnti, cioè è cresciuto del 6,6% con corrispettiva crescita del 6,6% anche dei finanziamenti per l’istruzione nel corrente anno, cioè di 4.275 milioni di euro in più rispetto all’A.S. 2021-22
  • la riduzione del gettito statale è corrispettiva all’esigenza di formazione professionale di base, superiore e universitaria che è in capo alle Regioni e alla loro capacità di strutturare i servizi necessari ai giovani e alle imprese, oltre alla manutenzione degli edifici scolastici, l’ammodernamento dei laboratori, le attività salutistiche e presportive gratuite.

Il che significa che – se entro il 2025 l’Italia avrà mantenuto il trend favorevole di PIL e le Regioni avranno saputo investire il PNRR per innovazione e formazione – quel 3,5% del PIL potrebbe essere di gran lunga superiore (20 miliardi?) di quanto è oggi.

Infatti, in Italia, la spesa pubblica per la scuola era diminuita del 7% nel periodo 2010-2018, ma questo accadeva proprio perchè stava crollando il PIL.
Naturalmente, c’è una bella differenza tra investire nell’istruzione una 70ina di miliardi al massimo come fa l’Italia e destinarne oltre 140 come fa la Germania, pur avendo un numero confrontabile di bambini sotto i 14 anni.

AG

La Scuola può produrre diseguaglianza e degrado?

7 Apr

Pattern in inglese sta per “modello, schema, configurazione”. Purtroppo, l’abuso di questo termine fatto in psicologia l’ha reso quasi sconosciuto negli ambiti gestionali pedagogici, anche se è in uso negli ambienti di lavoro sia per la produzione sia per la progettazione.

Il pattern è uno schema, un modello specifico che viene seguito e che tende generalmente a ripetersi. Tale schema è originariamente una bozza, un piano, una linea di base su cui impostare un lavoro.

Senza pattern ‘preliminari’, nessun progetto (e nessun project management) può garantire la pianificazione, l’esecuzione, il monitoraggio e il completamento: questo è il motivo per cui è ancora molto diffusa nelle scuole e nelle università una pianificazione in corso d’opera (sic!) e la rendicontazione ex post, ambedue poco legittime e certamente disfunzionali.

Risorse, strutture e organigrammi – ad esempio – sono inevitabilmente inadeguati, se manca la definizione di un modello non solo per la didattica, ma anche per il ruolo docente, per l’accesso dei discenti al lavoro e alle professioni, per la gestione locale del disagio e delle diversità.

Oggi, rispetto alla scuola degli Anni ’50, al pattern dei Programmi Ministeriali (cogenti) si sono sostituite le Indicazioni (discrezionali), a quello dei vincitori di concorso si è affiancato quello delle immissioni in ruolo, è cessata l’omogeneità di una formazione continua nazionale in servizio, la dispersione scolastica e la carenza di lauree STEM dimostrano che il divario tra istruzione e lavoro è ritornato quello di 100 anni fa, la gestione del disagio e delle diversità è a macchia di leopardo a seconda delle diverse norme sociosanitarie regionali, anche se si tratta di diritti costituzionalmente tutelati.

E non è che a questo possa sopperire la Scuola dell’Autonomia, che Luigi Berlinguer aveva pensato per essere ‘smart’, ‘friendly’ e ‘choosy’, cioè supportata dall’introduzione di un syllabus e di prove nazionali, di scuole in rete per acquisti, sponsor e rapporti locali, di docenti con funzioni ‘quadro’ qualificate, di dirigenti pubblici preposti eccetera eccetera.
Un’Autonomia ‘didattica’ che oggi dovrebbe funzionare con 40+40 ore all’anno di orario non d’insegnamento per i docenti con la dirigenza scolastica che prima di tutto deve gestire le migliaia di atti che una scuola emette in un anno, senza che la Regione o il Comune siano direttamente responsabilizzati in Consiglio d’Istituto.

Dunque, non è certamente con un piano di assunzioni su vasta scala che si può risolvere il problema e ridarci una ‘buona scuola’. Anzi, è solo possibile peggiorarla se si dovessero assumere docenti inadeguati o di ambito non necessario, come più o meno succede dall’Unità d’Italia per scopi occupazionali: così si aggraverebbe il gap esistente tra materie umanistiche dominanti nelle scelte universitarie e quelle tecnico-scientifiche che a malapena coprono il fabbisogno aziendale nazionale con buona pace della cattedre scoperte.


Ed è ancor più probabile l’insuccesso a lungo termine, se questi docenti neo-immessi in ruolo dovessero ritrovarsi ad operare in un sistema localistico, discrezionale e non monitorato, privo di un modello, proprio negli anni in cui accumulano esperienza e competenze. Lo stesso vale per la dirigenza e il personale ATA.
L’Italia è già messa male, se leggiamo strafalcioni grammaticali sui media, se troppi si sono laureati imparando solo la “kultura” di 50 anni fa, se la Scienza è un’opinione da talk show come è stato durante il Covid.

Prima di dare corso ad ulteriori assunzioni sarebbe importante definire il ruolo docente, l’iter concorsuale standard, la formazione in servizio, i criteri di accesso a posizioni di coordinamento o di staff, i saperi minimi in sede di esame annuale. E’ dal 1999 che l’Italia attende.

Sarebbe anche importante che lo Stato pubblichi non le Indicazioni e non i Programmi, ma i Saperi minimi necessari all’accesso alle classi successive e il Questionario nazionale delle prove annuali, visto che siamo nel III Millennio da una generazione. E’ l’elemento essenziale per veder riconosciuto un diploma all’estero, come sa chi ci ha provato.

E sarebbe essenziale – se non si vuol navigare a vista – aver delineato quale sarà il rapporto Stato-Regioni per istruzione e formazione – in relazione al mondo del lavoro che è cambiato (ndr. c’è crisi da 10 anni ormai) e cambierà (PNRR e guerre). A che scopo far funzionare licei e istituti se non c’è una politica univoca per sviluppare imprese, cultura e occupazione.

Senza pattern, senza un modello o uno schema, come fa una scuola a perseguire obiettivi con efficacia?
E quanta parte del personale scolastico è formata per definire, attuare e adeguare uno schema di lavoro?

Tra concorsi in atto, immissioni in ruolo, formazione in servizio e PNRR da spendere, abbiamo un anno o forse due per riportare la docenza (e la didattica) a degli standard qualitativi uniformi in tutto in Paese, ma gli Italiani hanno davvero voglia di rimettersi sui libri e … adottare dei pattern (‘modelli’ nazionali) per i ‘docenti quadro’, per i ‘programmi’, per la verifica annuale degli alunni, per l’aggiornamento, per i libri di testo, per la dotazione minima dei laboratori e delle aule?

A.G.

Diseguaglianze e istruzione tra mito e realtà in Italia

1 Apr

Purtroppo, la povertà è una conseguenza, non una semplice condizione.

La causa generale della povertà – ben prima che inventassero l’agricoltura, le città e il denaro – è nell’educazione e nell’istruzione che riceviamo/accettiamo, la sua causa è nell’apprendimento: furono l’intelligenza e la capacità tecnica che distinsero Lucy e la sua gente dalle scimmie dell’albero accanto, tantissimo tempo fa. Così acquisimmo la libertà e la scelta.

Ed è bene a sapersi che proprio questo pone il problema etico che affrontarono i puritani prima e i liberali poi, inventando l’istruzione pubblica ‘contro’ chi non fa studiare i figli e/o con chi li diploma senza troppi sforzi, destinandoli a sudditanza e insuccesso, se non violenza e carcere.

Ma noi italiani abbiamo una bella contraddizione in testa: da un lato siamo con San Luca che addita i ricchi e i gaudenti come causa di povertà ed esclusione e dall’altro lato vogliamo tutti vivere da ricchi e famosi.
Quanto ai politici di cui ci lamentiamo con buone ragioni, dunque, il problema è sempre e solo chi li elegge, se vota quel che piace o vota quel che serve: nel primo caso un altro cambialone, nel secondo ‘lacrime e sangue’, cosa scegliereste voi?

Insomma, è andata che dagli anni ’80 abbiamo sperato di vivere tutti ricchi e famosi: c’era la propaganda commerciale e politica a dircelo, quando smantellarono le industrie perchè diventavamo un paese per turisti e cultura.

Viceversa, questo accadeva non per ‘lavorare meno, arricchirsi tutti’, ma perchè dalla crisi petrolifera e valutaria del 1974 sapevamo che non potevamo continuare con quel trend industriale per carenza di risorse energetiche.
Almeno quelli che hanno più di 65 anni dovrebbero ricordarlo che “l’Italia non ha petrolio e corrente elettrica”: si studiava a scuola alle elementari.
Questa è la diseguaglianza italiana e questo è il disagio ‘sociale’ che ci rende poveri e non esattamente ‘famosi’.

Una volta, per ‘superare queste diseguaglianze’ lo Stato dichiarava guerra a qualcuno o diventava vassallo di qualcun altro. Oggi, non va più così: la sovranità è sacra. Ma oggi, la situazione dei combustibili fossili mondiale torna a confermare che noi italiani viviamo al di sopra di quanto possiamo permetterci.

E, senza risorse energetiche, per quanto le ottenessimo a prezzi di favore, è accaduto che le eccellenze sono andate in buona parte via (non meno di 100.000 l’anno), dato che per loro non c’era lavoro, se gas e fotovoltaico nazionali restavano una chimera tecnologica … perchè tutte le politiche attuate dalla metà dei ’70 privilegiavano i meno istruiti, tanto sarà solo per una generazione … dissero.

Oggi, abbiamo tanti tanti poveri, ma la cosa che sbigottisce è la scarsissima qualificazione professionale di questi “poveri”, in un paese dove già i redditi medi (16mila e rotti annui) non arrivano a contribuire adeguatamente ai servizi pubblici: è questa la base del consenso della politica che firmerà l’ennesimo cambialone.

Ma non ci sarà verso di far risalire i redditi, se l’Italia non ritorna ad essere un popolo ‘ad alto valore aggiunto’ e per questo servirebbero il doppio dei laureati tecnici che abbiamo oltre a istituti superiori ben più meritocratici, cioè finanziati e sostenuti anche dalle imprese come accade in tutto il mondo.

Chi protegge le scuole se finisce l’era dei tutti promossi da 6 a 18 anni?
E come avrà un reddito per i prossimi 40-50 anni9 l’esercito delle terze medie e tot 5° elementare (1 lavoratore su 5), se infrastrutture e servizi diventassero da III Millennio come per magia?
Se volessimo insegnare le scienze e la tecnica che servono per aggiornare programmi e titoli di studio, dove troviamo i docenti laureati, che mancano già all’industria?

Un serpente che si morde la coda, quello delle diseguaglianze e quello della povertà salvo che la Politica – se esiste ancora – non decida di occuparsene sul serio: l’Italia non può rinunciare ad un’amministrazione pubblica “smart” e moderna, solo perchè sarebbe meno accessibile ad una parte della popolazione fino all’avvento di una generazione di adulti ‘moderna’.

Esiste un rischio di tenuta sociale, ma è anche vero che molti anziani usano apps e consultano siti istituzionali abbastanza agevolmente, quanto alla connettività sta ai sistemi informatici creare delle applicazioni che non richiedano troppa connettività.
Quel che è certo è che dilazionando ancora l’innovazione digitale italiana, il ‘digital divide’ ne verrà solo accentuato, come abbiamo accentuato la povertà finora: va assolutamente evitata la situazione sociale che sorgerebbe a breve da un’Italia ancor più declinante e indebitata.

A proposito, nel contrasto delle “diseguaglianze all’italiana” nell’Era Digitale, potrebbe tornarci utile se ritornassimo ad avere scuole che insegnano – tra primaria e medie – come si scrive una lettera commerciale, come si compila un modulo o un prospetto e come si legge un disegno tecnico o si compone una paginetta, dopo il ‘fai da te, liberi tutti’ affermatosi negli Anni ’70?

Demata

Foucault e gli Strutturalisti: come nacque l’anti-Scienza

10 Mar

Paul-Michel Foucault è stato un accademico del Collège de France ed uno dei filosofi francesi che sono passati alla Storia come i ‘cattivi maestri’.

Foucault, infatti, fu uno degli Strutturalisti francesi con Claude Lévi-Strauss, Jacques Lacan, Louis Althusser e Gilles Deleuze, che rifiutavano l’idea che libertà e scelta siano spontanei, ritenendo che l’esperienza e il comportamento umano sono determinati da varie strutture. 

Anche se acclamati negli ambienti ‘progressisti’, le loro ipotesi filosofiche degli Strutturalisti si rivelarono campate per aria:

  • Claude Lévi-Strauss fu confutato scientificamente nel 1967 dallo zoologo Desmond Morris, le cui affermazioni sono confermate dalla genetica di Cavalli Sforza
  • Jacques Lacan scriveva in un modo incoerente al punto che Martin Heidegger, padre dell’Esistenzialismo ontologico, disse di lui che “questo psichiatra ha bisogno di uno psichiatra”
  • Louis Althusser propone un “Marxismo strutturalista”, talmente strampalato che il regista Jean-Luc Godard – Le Vent d’Est (1969) – fa strappare al protagonista la sua prefazione a Il Capitale
  • Gilles Deleuze ipotizzò che mode e folklore potessero elevarsi a “controcultura”, ma i fisici Alan Sokal e Jean Bricmont dimostrarono – Impostures intellectuelles (1997) – l’utilizzo maldestro e incauto che lui fece della matematica e della fisica in alcuni dei libri che lo resero famoso.

Quanto a Paul-Michel Foucault, fu certamente un personaggio geniale, ma – come lui stesso tenne a chiarire – “io non sono un profeta, il mio lavoro è costruire finestre dove una volta c’era solo un muro”.

Purtroppo, se è ‘grazie’ agli Strutturalisti che ancora oggi l’insegnamento delle Scienze nelle scuole italiane è di gran lunga negletto rispetto a quello delle Lettere, l’Umanità tutta deve a Foucault alcuni concetti piuttosto controversi ed ancora molto in voga:

  • scelta di genere – “la sessualità fa parte della libertà di cui godiamo in questo mondo. La sessualità è qualcosa che creiamo noi stessi – è una nostra creazione, assai più che la scoperta di un aspetto segreto del nostro desiderio”
  • spettacolarizzazione – “ogni individuo deve condurre la propria vita in modo tale che gli altri possano rispettarlo e ammirarlo”
  • antagonismo – “le carceri, gli ospedali e le scuole hanno somiglianze perché servono allo scopo principale della civiltà: la coercizione”

In altre parole, tutta la nostra cultura e società è permeata da questi tre assiomi di Foucault (decisamente utili al Potere che lui contesta), senza che siano stati scientificamente dimostrati e – soprattutto – senza che sia considerata la nostra opinione su Foucault e questi tre punti chiave nei rapporti tra gli individui stessi e/o verso le istituzioni.

Proprio quello “contro” cui Foucault si poneva con le sue asserzioni: bella contraddizione a dir poco …

E oggi – 50 anni dopo – possiamo anche toccare con mano a cosa perviene la “società foucaultiana”: ospedali e scuole definanziati insieme alle carceri, gente che rifiuta persino le cure per partito preso, il successo sociale come scopo primario della vita, il sesso che coinvolge persone sempre più giovani, media e partiti più attenti al potere della parola, cioè alle minoranze ‘popolari’ (sui social) piuttosto che alla maggioranza che produce.

Sarebbe ora, dunque, che – come gli altri Strutturalisti – anche Foucault venisse messo in cantina e – prima che sia troppo tardi – iniziassimo ritornare ad una visione scientifica per la sessualità, per l’individuo nella società, per il ruolo funzionale delle istituzioni eccetera.

Demata

Mattarella, Draghi e il paese di schiappe

30 Gen

Mattarella e Draghi, centocinquantaquattro anni in due e … c’è chi si lagna

In effetti, c’è sempre chi si lamenta, tutti talvolta si lamentano ed alcuni ne hanno l’abitudine.
C’è riuscito persino il Centrosinistra con la candidatura della senatrice Casellati da parte del Centrodestra, almeno come proposta “di bandiera” per onorare l’incarico istituzionale, visto che i candidati a presidente non cascano dal cielo, come forse credevano i followers di Letta e Conte.

Dicevamo degli inossidabili nati prima del 1950 che in Italia (ma anche in USA) sono ancora agli apici del potere in un paese dove i partiti odierni pensano troppo al marketing e poco alle riforme.

Secondo logica almeno per quanto riguarda cariche ‘senatorie’, se competenze ed esperienza maturate non sono un’opinione, alla generazione degli 80enni (Berlusconi, Mattarella, Amato, eccetera) avrebbe dovuto succedere già da tempo quella dei 60enni.
A chi aveva 20 anni negli Anni 60 e aveva visto la rivoluzione elettronica doveva subentrare chi aveva 20 anni negli Anni 80 e aveva fatto la rivoluzione digitale.

Ma c’è che chi aveva 20 anni negli Anni 80 (e non si confondeva con le masse ancora “ammalate di Guerra Fredda”) era particolarmente disilluso dalla politica degli Anni 50, 60, 70 e pregressi. All’estero, la meritocrazia che l’innovazione ha portato è quella degli innovatori (bene o male che sia) come Xi Jinping, Vladimir Putin, Angela Merkel. Da noi no.

Da noi, eccetto la breve primavera rutelliana, chi guardava al futuro si dedicò ad altro: famiglia, carriera, lavoro sociale, spiritualità, arte, hobbies, eccetera.
La generazione di Bill Gates, insomma.

Del resto, i tecnici non sono bene accetti negli ambienti umanistici e meno ancora per la ‘comunicazione’ o, peggio per la politica, che vivono di parole con 8-12 ore di riunioni al giorno: i tecnici hanno soluzioni e certezze cioè sono ‘assertivi’, hanno regole e metodo cioè sono ‘divisivi’, presentano un progetto e un cronoprogramma cioè sono ‘soli al comando’, eccetera.

Dunque, dopo aver smantellato in Italia la (nostra) seconda industria manifatturiera d’Europa vagheggiando una crescita turistica a peso d’oro, … i partiti e la politica … hanno fatto di tutto per NON tenersi al passo del cambiamento, pur di accontentare i clientes in arrivo dalla provincia e dalle ‘diseguaglianze’:
E oggi, dopo 40 anni circa, qualsiasi soluzione “tecnica” confligge con lo status quo del sistema e/o con i luoghi comuni del consenso e – soprattutto – scavalca la logica “destra contro sinistra e sinistra contro destra” con cui i partiti raccolgono voti. 

Ce ne stiamo accorgendo tutti per il PNRR che i siti di Regioni, Comuni e Amministrazioni che non sono ‘pronti’ nè – comunque – pubblicano all’Albo chissà quali bandi e programmazione.

Già, con la rottamazione sorge la difficoltà per i profani e i neofiti di comprendere e rielaborare un sistema nazionale che ha le sue radici giuridiche nell’800, tutte ancora avvolte dalla coltre dei complotti e delle cospirazioni di allora.

Ma non solo.

I risultati della ‘rottamazione’ e del ricambio generazionale in Parlamento sono sotto gli occhi di tutti: dal Centrosinistra neanche il nome di un candidato presidente uno … sia perchè i partiti sono un esercito di diplomati o di laureati senza esperienze pregresse sia perchè chi ha meno di 50 anni nelle scuole (e nelle università) ha appreso in buona parte saperi datati già negli Anni 80 impartiti da personaggi arrivati dagli Anni 70.

Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio.
Giusto. Infatti, ogni anno sembra siano 2-300.000 le giovani eccellenze che scelgono … l’esilio. 

E anche questa volta il ‘nerd’ Renzi e Italia Viva hanno visto giusto.

Ci teniamo Mattarelli e Draghi?
Benissimo, ottima scelta, e chi se ne lagna prenda atto che è grasso che cola, se ormai siamo quasi un paese di schiappe e ignavi, mentre abbiamo solo 5 anni per fare il miracolo e risollevare la qualità produttiva e il PIL.

Demata

La Dad si poteva evitare, regioni permettendo

3 Gen

A pochi giorni dalla riapertura della scuola,  gli insegnanti vogliono ripartire in presenza, anche se sono ancora circa 40mila quelli che rifiutano l’obbligo vaccinale, mentre aumentano i contagi tra i minorenni. Stranamente, tutti se la prendono con i ministri Speranza e Bianchi, anche se quello che dovevano fare era solo una piccola parte del necessario e, tra l’altro, l’hanno fatto.

Il Ministero della Salute, infatti, in Italia non ha poteri in materia sanitaria, perché non ha le competenze che l’art. 117 della Costituzione attribuisce alle Regioni. E quel che resta (farmaci e sicurezza sanitaria) non è più del ministero, bensì di due apposite quanto autonome agenzie, Aifa e Agenas.
Bene avrebbe fatto Giuseppe Conte a ripristinare in Parlamento qualche potere centrale piuttosto che inerpicarsi nei suoi equilibrismi regionali.

Quanto al Ministero dell’Istruzione, anche per esso l’art. 117 della Costituzione parla chiaro, attribuendo alle Regioni (e ai Comuni) edilizia, dotazioni e trasporti scolastici, mentre il funzionamento è tutto delle ‘istituzioni scolastiche autonome’, responsabile per la sicurezza e medico scolastico inclusi.
Dunque, organizzata la sostituzione del personale, fissati i criteri per la didattica e la valutazione, condivise con i sindacati le regole per funzionare al meglio, è davvero una gran cortesia quella di Viale Trastevere nel non lagnarsi – quotidianamente e a media unificati – dell’operato dei governi regionali e delle amministrazioni comunali.

Piuttosto, parlando concretamente di Covid, in questi due anni gli Enti Locali:

  1. quante mascherine idonee hanno fornito agli alunni?
  2. quante aule hanno ampliato o creato ex novo?
  3. quanti impianti elettrici e infissi sono stati adeguati?
  4. quanti sistemi per l’aspirazione dell’aria sono stati installati?
  5. quanti accessi scolastici sono stati ampliati e resi sicuri?
  6. quanti vettori per il trasporto scolastico sono stati previsti e aggiunti?

Poi, c’è chi si preoccupa e qualcuno che protesta, ma poco resta al di là del folklore di una carnascialata. Infatti, riguardo ai Sindacati, alle Associazioni di categoria e/o di genitori, ai diecimila consigli d’istituto – tutti sempre attenti al Piano dell’Offerta Formativa progettato dai docenti – è improbabile che non si siano accorti da tempo del gap tecnologico e culturale di una didattica a distanza italiana che riesce ad esprimersi quasi solo in videoconferenza di classe, sovraesponendo gli alunni e ‘bruciando’ i docenti.

E’ vero, “non si possono bloccare i bambini o gli studenti in quarantena per 5 ore davanti al Pc” – come dice la segretaria della Cisl Scuola, Maddalena Gissi – ma, allora, perché i docenti italiani offrono ancora, sempre e solo la lezione frontale di classe, ma raramente le webinar, l’elearning e i materiali strutturati?
Come mai in due anni di DaD il Coding non è diventato un’esperienza cognitiva diffusa?

Anche in questo non è il Ministero a decidere, ma lo sono – tra fondo d’istituto e piano formativo – i Sindacati, i Collegi dei docenti e, soprattutto, i Consigli di istituto dove sono rappresentati anche genitori e alunni, ma non gli enti (e la politica) locali che tanti doveri hanno sull’istruzione.

Demata

Maturità 2022: cinque domande per un ministro

29 Dic

Anche per i prossimi Esami di Stato si prevede una soluzione di compromesso, anziché prevedere un ritorno alla normalità, visto che tutti i docenti devono essere vaccinati, come lo sono gran parte degli alunni, e che non è più inverno, ma estate. Del resto, da sempre esistono le sostituzioni per i commissari e il rinvio delle prove per gli alunni, in caso di malattia o infortunio.

Secondo la bozza del ministero dell’Istruzione anticipata oggi dal Sole24 Ore, l’esame si svolgerà in forma ancora una volta semplificata e agevolata, consistendo solo in

  1. una prova scritta d’italiano di carattere nazionale, ma comune a tutti gli indirizzi di studio;
  2. una “tesi di diploma”, con argomento assegnato ai maturandi entro aprile e riconsegnata entro maggio;
  3. un colloquio orale, strutturato in più fasi da svolgersi nell’arco della solita oretta.

Saranno felici in tanti, ma non è certamente quello che serve ai giovani, all’occupazione e alla nazione, almeno stando a quello che si è promesso e chiesto in Europa: il PNRR prevede innovazione tecnologica e formazione professionale.

Perché il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, nell’accogliere le richieste di linguisti e studiosi non introduce – finalmente – una prova di italiano che verifica la correttezza linguistica e la comprensione del testo, che tanto danno sociale e finanziario causano quando mancano?

Cosa si intende per “ritornare alla normalità”, se si cancella la prova in presenza proprio per la materia di indirizzo (seconda prova scritta), quella che certamente più dell’italiano da conto dei risultati conseguiti negli studi?

Quale credibilità ha una “tesi di diploma”, ricordando come vanno (male) le prove Invalsi, se l’argomento è discrezionale, invece che sorteggiato o uguale per tutti, e se la si svolge con il ‘supporto’ di parenti, amici e docenti?

A cosa serve oggi una prova orale di 30-60 minuti e soprattutto quanto è credibile senza il corredo di questionari appositi per ogni disciplina, che dovunque – persino in Francia – fanno fede?

Demata

Mascherine e alunni: chi paga?

28 Dic

Perchè lo Stato paga le mascherine ai docenti e non agli alunni, come lamentano tanti diretti interessati sui Social e sui siti specializzati?

Semplice: la salute dei docenti è di competenza dello Stato, che è tenuto a provvedere in quanto datore di lavoro.

Invece, la salute degli alunni è di competenza delle Regioni, esclusiva secondo la Costituzione (Art. 117), “spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.” Solo nel caso degli alunni del Triennio tecnico la Scuola – cioè lo Stato – dovrebbero provvedere al fabbisogno di mascherine, essendo equiparati di norma a ‘lavoratori’, con tanto di copertura Inail.

Ma le Regioni ci raccontano sempre che i soldi sono pochi, come se noi non ricordassimo che è dall’anno 2001, che le regioni a statuto ordinario godono della compartecipazione al gettito erariale dell’IVA, attingendo ‘direttamente’ dalle risorse nazionali per i pregressi (e delimitati) trasferimenti del servizio sanitario regionale e del diritto allo studio.

In realtà, alcune regioni investirono meritevolmente, altre spesero in modo disastroso, come mostra questo grafico pubblicato dal Corriere della Sera nel 2010.

E oggi non basta l’IVA più l’Irperf e tanto altro ancora.

Le regioni che dieci anni fa arrivarono ad un debito esorbitante, lo hanno solo consolidato in mutui/debiti bancari, ma non risanato.
In altre parole, le onerose rate – che dureranno un decennio o due – erodono (e azzerano in alcuni casi) la disponibilità di spesa corrente di Enti che non esistono solo per pagare stipendi e forniture, ma innanzitutto per erogare prestazioni di qualità almeno sufficiente.

A partire dalle mascherine, che … paga Pantalone: le manda l’Esercito.

Demata

Pensionarsi a 70 anni è una bufala?

9 Dic

Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha fatto il punto sullo stato di salute dei sistemi pensionistici europei, nelle condizioni attuali di istruzione, occupazione e reddito, e su quale si prevede sarà lo sviluppo futuro dei sistemi previdenziali, se restano queste attuali condizioni.

Il risultato che ne viene è agghiacciante: in Italia si andrà in pensione a 71 anni.
O meglio ci sarà chi andrà in pensione entro i 63-67 anni d’età, avendo iniziato a contribuire già dai 18 anni ed avendo maturato oltre 45 anni di versamenti accantonati per la pensione.
E ci sarà chi ha iniziato a lavorare e contribuire tardi – magari a 30 anni inseguendo il sogno di una laurea senza sbocchi – che gioco forza non compirà i suoi 42 anni di versamenti prima dei 72 d’età …

Questo è nella sostanza ciò che focalizza il grafico dell’OCSE: lo sapevamo già, ma essendo interni i dati non facevano così paura, mentre la validazione internazionale fa notizia.

Dunque, riguardo il Lavoro (da cui si ottengono le pensioni) l’Italia ha importanti quanto ataviche urgenze:

1- elevare i redditi e il prodotto nazionale, cioè anche la contribuzione personale e l’integrazione statale, ma l’unico modo per ottenere questo risultato è prima di elevare il grado di istruzione generale, in particolare quella tecnica, e di innovazione infrastrutturale, specie nei servizi ai cittadini
2- garantire un inserimento rapido dei neodiplomati e neolaureati nel mondo del lavoro, cioè programmare part time e turn over per i sessantenni ed introdurre limiti per le iscrizioni alle Facoltà debordanti che inevitabilmente producono disoccupati e sottoccupati.
Quasi una missione impossibile.

Dunque, che si andrà a 71 anni in pensione è un fatto personale che dipende in gran parte dall’impegno e dal buon senso dimostrati tra i 16 e i 25 anni, iniziando a lavorare dalla ‘gavetta’.


Ma, certamente, è una prospettiva concreta per chi dei Millennials abbia creduto ad un’altra bufala: quella che si diventa adulti a 30 anni anzichè 18-20 anni, dato che l’aspettativa in vita è aumentata.
E diventerà rapidamente una realtà, se continueremo a credere che è meglio esser governati da chi afferma ciò che ci piace e non ciò che ci serve, cioè le soluzioni che furono indicate e perseguite alla fine degli Anni ’90, unitamente alle pensioni.

Demata