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Merito e istruzione: cosa dicono oggi le norme?

25 Ott

In alcuni settori dell’istruzione fa scalpore che sia ritornato in auge il ‘merito’, come se fosse l’antitesi dell’inclusione, mentre ne è lo scopo, essendo anche fonte primaria di opportunità.

C’è chi ha scomodato don Milani, Mario Lodi, Maria Montessori e Gianni Rodari e alla fine del post scoprirete come la pensavano sul ‘merito’ e sulla ‘istruzione’, ma quel che qui interessa è capire innanzitutto se il ‘merito’ sia sparito dalle norme scolastiche oppure no.

Sul fronte degli studenti, l’ammissione alla classe successiva avviene per merito e non per età anagrafica, come spiega a chiare lettere proprio il Ministero (LINK), sintetizzando le norme che regolano gli Scrutini:

  • nella scuola primaria, “l’impianto valutativo che supera il voto numerico e introduce il giudizio descrittivo”, cioè è una valutazione di merito
  • nella scuola media, la valutazione prevede innanzitutto un “voto in decimi” correlato ai “livelli di apprendimento raggiunti dall’alunno”, cioè al merito
  • nelle scuole superiori, a parte quanto detto per la scuola media, è sempre il merito ad essere valutato, nella “verifica delle competenze acquisite al termine dell’istruzione obbligatoria e durante il corso di studi”.

Come è una valutazione del merito quella del Collegio dei Docenti che consente “l’ammissione alla classe successiva anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”.

Anche l’ammissione all’esame di Stato avviene per merito, l’ordinanza che si ripete annualmente è chiara.
Anzi, c’è anche l’apposita abbreviazione della maturità per merito, che permette agli studenti di affrontare l’Esame di Stato in quarta superiore, saltando così l’ultimo anno di scuola.
Come anche, il sistema dei crediti scolastici prepara fin dal terzo anno il punteggio di ammissione agli esami di Stato e si divide in tre fasce di merito.

Ma non solo, riguardo i docenti è vigente il Testo Unico dove è normato che

  • è dalle “graduatorie di merito” che si attinge per nominare vincitori di concorso e supplenti
  • esiste ancora l’esame “per merito distinto” per il passaggio alle classi superiori di stipendio abrogate dagli ultimi contratti.

Dunque, scandalizzarsi per il ‘merito nelle scuole’ equivale a derubricarle a spazio educativo, non di istruzione e benché meno di cultura.

Anche perché è una questione di cultura, quella di ricordare che, a proposito dell’importanza del ‘merito’ quando si parla di istruzione,

  • secondo don Milani, mortificare le eccellenze è iniquo (“non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”)
  • secondo Mario Lodi, non c’é educazione senza prima l’istruzione (“la scuola non deve soltanto istruire, ma anche e soprattutto educare”)
  • secondo Maria Montessori, il successo e le pari opportunità degli adulti iniziano da bambini (“aiutiamoli a fare da soli”)
  • secondo Gianni Rodari, l’istruzione è essenziale non per la cultura ma per le pari opportunità (“vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”).

A.G.

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Governo Meloni: punti di forza e debolezza

22 Ott

Era dal 2011 che la democrazia italiana tirava avanti con premier nominati dal Presidente, di cui 3 su 4 (Monti, Conte e Draghi) neanche eletti.
Dunque, vedremo se “non è un governo conservatore, ma reazionario” – come titola Huffington Post – ma ad oggi quello di Giorgia Meloni è certamente un governo ‘politico’ e ‘democratico’.

Intanto, i nomi sono sul tavolo e, se qualche testata annuncia l’arrivo di “autarchia, sovranismo e nostalgia”, qualche altra reclama che Giorgia Meloni “aveva promesso un esecutivo di alto profilo e invece ha profili modesti in ambiti cruciali” e qualcuna ancora sottolinea che “cinque sono tecnici di area“.

Ma come stanno le cose?

Di sicuro, la cordiale stretta di mano tra Mattarella e Meloni sembra essere lontana dalla faziosa storia del nostro continente e- soprattutto – è notevole che una donna sia pervenuta all’apice della politica italiana, fatto che nelle grandi nazioni industrializzate è avvenuto solo in Germania e in Gran Bretagna.
D’altra parte, i neo Ministri dovranno essere visti alla prova dei risultati, anche se il livello dei curriculum professionali di tanti lascia ben sperare, specialmente rispetto alle due compagini governate da Giuseppe Conte, con non pochi ministri appena diplomati e non di rado carenti di esperienze professionali.

Fa scalpore il ‘Merito’ che andrà ad accompagnarsi all’Istruzione, ma è pur vero che la Scuola degli ultimi 50 anni non è che abbia granchè badato al merito.
Sono ormai due generazioni che mancano sistemi di verifica (esami) imparziali, le assunzioni non sono rigorose se si raschia puntualmente il fondo delle graduatorie, le carriere non possono essere dignitose se mancano progressioni e premialità, il buon esempio resta vano se sussidiamo i peggiori ma non i meritevoli, la qualità dell’edilizia e l’efficienza tecnica delle dotazioni sono sulle cronache a ciclo continuo, la visibilità e l’immagine della professione docente si scontrano con un burnout diffuso e un livello di contenzioso abnormi.

Inoltre, l’importanza data alla Famiglia e alla Natalità induce molti a prevedere che diritti e libertà civili non conosceranno una stagione felice.
Certamente, però, quel che è urgente è la carenza di politiche per la famiglia, per la natalità e la genitorialità, mentre abbiamo tassi povertà e abbandono scolastico sempre più eclatanti.

Se questi potrebbero essere dei punti di forza, certamente possono esserlo Adolfo UrsoGuido Crosetto, Antonio Tajani e tutti i tecnici messi a capo di alcuni ministeri strategici come non non si vedeva da tanti anni.

Piuttosto – in negativo, visti l’estremismo del passato e il possesso solo di un diploma liceale, Matteo Salvini alle Infrastrutture suscita perplessità, dato che anche questo è un ministero ‘tecnico’ e gli competeranno anche quei 3-4 tunnel in Liguria, i destini di Venezia, il salvataggio Alitalia o la siderurgia di Taranto e non solo le polemiche dell’ultimo mese contro il sindaco Beppe Sala per lo stop ai motori diesel dentro l’Area B di Milano.
Come se non fosse una questione di Salute, come lo era quando c’era da mettere in lockdown una parte della Lombardia.

Una prova non semplice anche per Nello Musumeci, che da giornalista si ritrova alle Politiche del mare a cui andranno i porti, a partire dall’hub di Gioia Tauro, come toccherà la lotta agli sbarchi illegali, a partire da ‘migliori’ accordi con i regimi libici e una maggiore ‘sovranità nel Mediterraneo’ rispetto all’Unione Europea, su cui ha fondato la sua campagna elettorale.
Speriamo solo che non finisca a litigare con gli altri paesi mediterranei, quelli che ci danno gas e petrolio, … perché fermino loro i migranti, dopo aver noi smantellato ripetutamente la nostra flotta.

Ma quel che fa arricciare il naso agli analisti (e farà dubitare le agenzie internazionali) è che di Coesione territoriale, Pnrr regionali, Transizione digitale e Transizione ecologica non c’è più traccia, cioè saranno spacchettati tra vari Ministeri, sia come spesa sia come rendiconto e – si spera almeno – non anche come progettualità.
In altre parole, sarà molto più complicato ricostruire la logica, gli interventi e i risultati in termini di resilienza, resistenza, innovazione, adeguamento eccetera … mentre il Digital Divide già mostra nei populismi i suoi letali effetti sociali e politici.

Infatti, il “Pnrr” diventa un mero piano di finanziamento negoziale e non prima di tutto un progetto di transizione nazionale, se dalle Infrastrutture e Finanze passa agli Affari Europei affidati all’esperto Raffaele Fitto.

Intanto, come per il Pnrr e le Politiche del Mare, dalle Infrastrutture s’è dovuta togliere anche la “Sicurezza energetica”, trasferita all’Ambiente affidato a Gilberto Pichetto Fratin, finora viceministro allo Sviluppo Economico con Mario Draghi. 

Un buon governo, almeno in termini di competenze ‘sulla carta’, ma vistosamente azzoppato da Salvini, che ha preteso un Ministero “tecnico”. Speriamo che non accada come l’altra volta, che dopo non essere andato in ufficio per giorni e settimane, s’è chiamato fuori dal governo con un tweet dalla spiaggia.

Demata

Elezioni: un Programma per la Scuola

18 Ago

La Scuola ha la sua parte nei programmi elettorali dei diversi partiti e tutti – nessuno escluso – sottolineano la situazione negativa dell’istruzione generale degli italiani, della formazione professionale e dei redditi che ne derivano, della docenza stretta tra una formazione obsoleta e una stipendialità carente, della dirigenza e delle strutture in balia delle diversità regionali e comunali.

Le esigenze sono molteplici: si va dalla de-alfabetizzazione diffusa tra gli utenti all’incapacità di invertire il degrado socioculturale, dal profondo ‘digital divide’ degli operatori alle strutture inadeguate, dai programmi statali di studio datati rispetto alle professioni di oggi alle carenze regionali e comunali specialmente nel Sociale, cioè scuola d’infanzia e formazione.

Insomma, ci saremmo aspettati un Piano per la Scuola alla stregua di quello del ‘fu Giovanni Gentile’, visto che – tra l’altro – la legislazione scolastica è ormai un mare magnum, dato che da 20 anni ogni governo ci mette la sua mini-riforma.

Serve un Piano per la Scuola per esser certi che almeno tra 5-7 anni i nuovi diplomati e laureati siano quelli che serviranno.
E non è difficile sapere ‘cosa’ fare, dato che c’è sempre la riforma incompiuta del 1999: il difficile è fare rapidamente oggi quel che per 20 anni non solo è stato ostacolato, ma addirittura è stato ‘stornato’ come è facile evincere di seguito.

Infrastruttura:

  1. Reintroduzione dei Consigli Scolastici Provinciali e delle competenze degli ex Provveditorati verso le Regioni e i Comuni
  2. Obbligo per le Regioni e i Comuni di iscrizione annuale a Bilancio delle somme destinate alle dotazioni dei Laboratori nelle scuole e all’offerta di Formazione Professionale
  3. Ente nazionale per un piano pluriennale di ripristino/ rinnovo dell’edilizia scolastica (20 miliardi €)
  4. Attività di volontariato sociale e/o di scuola-lavoro obbligatorie (infrasettimanali ed estive) per gli alunni dai 16 anni in poi

Docenza:

  1. Adeguamento agli standard europei dei requisiti in accesso, della formazione in servizio, dell’orario di servizio, delle condizioni retributive e mutualistiche
  2. Accesso ai contratti a tempo indeterminato consentito solo entro 5 anni dal conseguimento della laurea specifica
  3. Facilitazioni per l’accesso al part time dei docenti over50
  4. Sgravi e agevolazioni fiscali per le ‘lezioni private’ e i corsi di recupero

Didattica:

  1. Aggiornamento dei programmi e degli orari disciplinari della scuola primaria e media alle esigenze tecnico-scientifiche necessarie in una società attenta all’ambiente e “digital inclusive”
  2. Sviluppo – in collaborazione con Università e Rai-Scuola – di una piattaforma di Elearning pubblica e gratuita per svolgere e approfondire da remoto i programmi scolastici
  3. Diritto-dovere del discente ad un adeguato approfondimento personale delle discipline oggetto di studio a scuola
  4. Prove di valutazione annuali nazionali per l’ammissione alla classe successiva

Insuccesso scolastico:

  1. Ripristino della Medicina Scolastica e dell’Assistente Sociale d’istituto (statali)
  2. Valutazione del deficit cognitivo al termine della scuola primaria e secondaria di primo grado
  3. Programmi di educazione alla genitorialità
  4. Inasprimento delle norme contro l’elusione scolastica e reintroduzione di percorsi di avviamento al lavoro

Ed è evidente che sia davvero molto difficile proporre tutto questo ad un elettorato che spesso ha solo la III Media, ad un corpo docente che da un Ventennio non si aggiorna, ad un volontariato che non lucra ma è retribuito, ad una politica locale che non vuole uscire dalla sua parcellizzazione.

Serve una Scuola che ricordi a se stessa che la Cultura si fonda sull’Istruzione e che per Progettare bisogna prima Programmare.

A.G.

Scuola: sembrano tagli, ma non lo sono

11 Apr

Il Documento di economia e finanza 2022 pubblicato sul sito del Tesoro conferma tagli percentuali importanti per l’istruzione a partire dal 2025, quando le risorse caleranno al 3,5% del PIL. Qualcuno dirà che quando c’è una guerra, tutti devono fare le loro parte, anche le scuole, ma non è questo di cui si tratta.

Nel quinquennio corrente (2020-2025), i finanziamenti sono al 4% del PIL, in quello (2015-2020) precedente erano al del 3,6% del PIL, mentre l’Unione investe in istruzione e formazione il 4,7% del Prodotto interno lordo.

Le ragioni di questi ulteriori tagli statali fondano su due elementi sostanziali:

  • nel 2021 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.781.221 milioni di euro correnti, cioè è cresciuto del 6,6% con corrispettiva crescita del 6,6% anche dei finanziamenti per l’istruzione nel corrente anno, cioè di 4.275 milioni di euro in più rispetto all’A.S. 2021-22
  • la riduzione del gettito statale è corrispettiva all’esigenza di formazione professionale di base, superiore e universitaria che è in capo alle Regioni e alla loro capacità di strutturare i servizi necessari ai giovani e alle imprese, oltre alla manutenzione degli edifici scolastici, l’ammodernamento dei laboratori, le attività salutistiche e presportive gratuite.

Il che significa che – se entro il 2025 l’Italia avrà mantenuto il trend favorevole di PIL e le Regioni avranno saputo investire il PNRR per innovazione e formazione – quel 3,5% del PIL potrebbe essere di gran lunga superiore (20 miliardi?) di quanto è oggi.

Infatti, in Italia, la spesa pubblica per la scuola era diminuita del 7% nel periodo 2010-2018, ma questo accadeva proprio perchè stava crollando il PIL.
Naturalmente, c’è una bella differenza tra investire nell’istruzione una 70ina di miliardi al massimo come fa l’Italia e destinarne oltre 140 come fa la Germania, pur avendo un numero confrontabile di bambini sotto i 14 anni.

AG

La Scuola può produrre diseguaglianza e degrado?

7 Apr

Pattern in inglese sta per “modello, schema, configurazione”. Purtroppo, l’abuso di questo termine fatto in psicologia l’ha reso quasi sconosciuto negli ambiti gestionali pedagogici, anche se è in uso negli ambienti di lavoro sia per la produzione sia per la progettazione.

Il pattern è uno schema, un modello specifico che viene seguito e che tende generalmente a ripetersi. Tale schema è originariamente una bozza, un piano, una linea di base su cui impostare un lavoro.

Senza pattern ‘preliminari’, nessun progetto (e nessun project management) può garantire la pianificazione, l’esecuzione, il monitoraggio e il completamento: questo è il motivo per cui è ancora molto diffusa nelle scuole e nelle università una pianificazione in corso d’opera (sic!) e la rendicontazione ex post, ambedue poco legittime e certamente disfunzionali.

Risorse, strutture e organigrammi – ad esempio – sono inevitabilmente inadeguati, se manca la definizione di un modello non solo per la didattica, ma anche per il ruolo docente, per l’accesso dei discenti al lavoro e alle professioni, per la gestione locale del disagio e delle diversità.

Oggi, rispetto alla scuola degli Anni ’50, al pattern dei Programmi Ministeriali (cogenti) si sono sostituite le Indicazioni (discrezionali), a quello dei vincitori di concorso si è affiancato quello delle immissioni in ruolo, è cessata l’omogeneità di una formazione continua nazionale in servizio, la dispersione scolastica e la carenza di lauree STEM dimostrano che il divario tra istruzione e lavoro è ritornato quello di 100 anni fa, la gestione del disagio e delle diversità è a macchia di leopardo a seconda delle diverse norme sociosanitarie regionali, anche se si tratta di diritti costituzionalmente tutelati.

E non è che a questo possa sopperire la Scuola dell’Autonomia, che Luigi Berlinguer aveva pensato per essere ‘smart’, ‘friendly’ e ‘choosy’, cioè supportata dall’introduzione di un syllabus e di prove nazionali, di scuole in rete per acquisti, sponsor e rapporti locali, di docenti con funzioni ‘quadro’ qualificate, di dirigenti pubblici preposti eccetera eccetera.
Un’Autonomia ‘didattica’ che oggi dovrebbe funzionare con 40+40 ore all’anno di orario non d’insegnamento per i docenti con la dirigenza scolastica che prima di tutto deve gestire le migliaia di atti che una scuola emette in un anno, senza che la Regione o il Comune siano direttamente responsabilizzati in Consiglio d’Istituto.

Dunque, non è certamente con un piano di assunzioni su vasta scala che si può risolvere il problema e ridarci una ‘buona scuola’. Anzi, è solo possibile peggiorarla se si dovessero assumere docenti inadeguati o di ambito non necessario, come più o meno succede dall’Unità d’Italia per scopi occupazionali: così si aggraverebbe il gap esistente tra materie umanistiche dominanti nelle scelte universitarie e quelle tecnico-scientifiche che a malapena coprono il fabbisogno aziendale nazionale con buona pace della cattedre scoperte.


Ed è ancor più probabile l’insuccesso a lungo termine, se questi docenti neo-immessi in ruolo dovessero ritrovarsi ad operare in un sistema localistico, discrezionale e non monitorato, privo di un modello, proprio negli anni in cui accumulano esperienza e competenze. Lo stesso vale per la dirigenza e il personale ATA.
L’Italia è già messa male, se leggiamo strafalcioni grammaticali sui media, se troppi si sono laureati imparando solo la “kultura” di 50 anni fa, se la Scienza è un’opinione da talk show come è stato durante il Covid.

Prima di dare corso ad ulteriori assunzioni sarebbe importante definire il ruolo docente, l’iter concorsuale standard, la formazione in servizio, i criteri di accesso a posizioni di coordinamento o di staff, i saperi minimi in sede di esame annuale. E’ dal 1999 che l’Italia attende.

Sarebbe anche importante che lo Stato pubblichi non le Indicazioni e non i Programmi, ma i Saperi minimi necessari all’accesso alle classi successive e il Questionario nazionale delle prove annuali, visto che siamo nel III Millennio da una generazione. E’ l’elemento essenziale per veder riconosciuto un diploma all’estero, come sa chi ci ha provato.

E sarebbe essenziale – se non si vuol navigare a vista – aver delineato quale sarà il rapporto Stato-Regioni per istruzione e formazione – in relazione al mondo del lavoro che è cambiato (ndr. c’è crisi da 10 anni ormai) e cambierà (PNRR e guerre). A che scopo far funzionare licei e istituti se non c’è una politica univoca per sviluppare imprese, cultura e occupazione.

Senza pattern, senza un modello o uno schema, come fa una scuola a perseguire obiettivi con efficacia?
E quanta parte del personale scolastico è formata per definire, attuare e adeguare uno schema di lavoro?

Tra concorsi in atto, immissioni in ruolo, formazione in servizio e PNRR da spendere, abbiamo un anno o forse due per riportare la docenza (e la didattica) a degli standard qualitativi uniformi in tutto in Paese, ma gli Italiani hanno davvero voglia di rimettersi sui libri e … adottare dei pattern (‘modelli’ nazionali) per i ‘docenti quadro’, per i ‘programmi’, per la verifica annuale degli alunni, per l’aggiornamento, per i libri di testo, per la dotazione minima dei laboratori e delle aule?

A.G.

Diseguaglianze e istruzione tra mito e realtà in Italia

1 Apr

Purtroppo, la povertà è una conseguenza, non una semplice condizione.

La causa generale della povertà – ben prima che inventassero l’agricoltura, le città e il denaro – è nell’educazione e nell’istruzione che riceviamo/accettiamo, la sua causa è nell’apprendimento: furono l’intelligenza e la capacità tecnica che distinsero Lucy e la sua gente dalle scimmie dell’albero accanto, tantissimo tempo fa. Così acquisimmo la libertà e la scelta.

Ed è bene a sapersi che proprio questo pone il problema etico che affrontarono i puritani prima e i liberali poi, inventando l’istruzione pubblica ‘contro’ chi non fa studiare i figli e/o con chi li diploma senza troppi sforzi, destinandoli a sudditanza e insuccesso, se non violenza e carcere.

Ma noi italiani abbiamo una bella contraddizione in testa: da un lato siamo con San Luca che addita i ricchi e i gaudenti come causa di povertà ed esclusione e dall’altro lato vogliamo tutti vivere da ricchi e famosi.
Quanto ai politici di cui ci lamentiamo con buone ragioni, dunque, il problema è sempre e solo chi li elegge, se vota quel che piace o vota quel che serve: nel primo caso un altro cambialone, nel secondo ‘lacrime e sangue’, cosa scegliereste voi?

Insomma, è andata che dagli anni ’80 abbiamo sperato di vivere tutti ricchi e famosi: c’era la propaganda commerciale e politica a dircelo, quando smantellarono le industrie perchè diventavamo un paese per turisti e cultura.

Viceversa, questo accadeva non per ‘lavorare meno, arricchirsi tutti’, ma perchè dalla crisi petrolifera e valutaria del 1974 sapevamo che non potevamo continuare con quel trend industriale per carenza di risorse energetiche.
Almeno quelli che hanno più di 65 anni dovrebbero ricordarlo che “l’Italia non ha petrolio e corrente elettrica”: si studiava a scuola alle elementari.
Questa è la diseguaglianza italiana e questo è il disagio ‘sociale’ che ci rende poveri e non esattamente ‘famosi’.

Una volta, per ‘superare queste diseguaglianze’ lo Stato dichiarava guerra a qualcuno o diventava vassallo di qualcun altro. Oggi, non va più così: la sovranità è sacra. Ma oggi, la situazione dei combustibili fossili mondiale torna a confermare che noi italiani viviamo al di sopra di quanto possiamo permetterci.

E, senza risorse energetiche, per quanto le ottenessimo a prezzi di favore, è accaduto che le eccellenze sono andate in buona parte via (non meno di 100.000 l’anno), dato che per loro non c’era lavoro, se gas e fotovoltaico nazionali restavano una chimera tecnologica … perchè tutte le politiche attuate dalla metà dei ’70 privilegiavano i meno istruiti, tanto sarà solo per una generazione … dissero.

Oggi, abbiamo tanti tanti poveri, ma la cosa che sbigottisce è la scarsissima qualificazione professionale di questi “poveri”, in un paese dove già i redditi medi (16mila e rotti annui) non arrivano a contribuire adeguatamente ai servizi pubblici: è questa la base del consenso della politica che firmerà l’ennesimo cambialone.

Ma non ci sarà verso di far risalire i redditi, se l’Italia non ritorna ad essere un popolo ‘ad alto valore aggiunto’ e per questo servirebbero il doppio dei laureati tecnici che abbiamo oltre a istituti superiori ben più meritocratici, cioè finanziati e sostenuti anche dalle imprese come accade in tutto il mondo.

Chi protegge le scuole se finisce l’era dei tutti promossi da 6 a 18 anni?
E come avrà un reddito per i prossimi 40-50 anni9 l’esercito delle terze medie e tot 5° elementare (1 lavoratore su 5), se infrastrutture e servizi diventassero da III Millennio come per magia?
Se volessimo insegnare le scienze e la tecnica che servono per aggiornare programmi e titoli di studio, dove troviamo i docenti laureati, che mancano già all’industria?

Un serpente che si morde la coda, quello delle diseguaglianze e quello della povertà salvo che la Politica – se esiste ancora – non decida di occuparsene sul serio: l’Italia non può rinunciare ad un’amministrazione pubblica “smart” e moderna, solo perchè sarebbe meno accessibile ad una parte della popolazione fino all’avvento di una generazione di adulti ‘moderna’.

Esiste un rischio di tenuta sociale, ma è anche vero che molti anziani usano apps e consultano siti istituzionali abbastanza agevolmente, quanto alla connettività sta ai sistemi informatici creare delle applicazioni che non richiedano troppa connettività.
Quel che è certo è che dilazionando ancora l’innovazione digitale italiana, il ‘digital divide’ ne verrà solo accentuato, come abbiamo accentuato la povertà finora: va assolutamente evitata la situazione sociale che sorgerebbe a breve da un’Italia ancor più declinante e indebitata.

A proposito, nel contrasto delle “diseguaglianze all’italiana” nell’Era Digitale, potrebbe tornarci utile se ritornassimo ad avere scuole che insegnano – tra primaria e medie – come si scrive una lettera commerciale, come si compila un modulo o un prospetto e come si legge un disegno tecnico o si compone una paginetta, dopo il ‘fai da te, liberi tutti’ affermatosi negli Anni ’70?

Demata

Maturità 2022: cinque domande per un ministro

29 Dic

Anche per i prossimi Esami di Stato si prevede una soluzione di compromesso, anziché prevedere un ritorno alla normalità, visto che tutti i docenti devono essere vaccinati, come lo sono gran parte degli alunni, e che non è più inverno, ma estate. Del resto, da sempre esistono le sostituzioni per i commissari e il rinvio delle prove per gli alunni, in caso di malattia o infortunio.

Secondo la bozza del ministero dell’Istruzione anticipata oggi dal Sole24 Ore, l’esame si svolgerà in forma ancora una volta semplificata e agevolata, consistendo solo in

  1. una prova scritta d’italiano di carattere nazionale, ma comune a tutti gli indirizzi di studio;
  2. una “tesi di diploma”, con argomento assegnato ai maturandi entro aprile e riconsegnata entro maggio;
  3. un colloquio orale, strutturato in più fasi da svolgersi nell’arco della solita oretta.

Saranno felici in tanti, ma non è certamente quello che serve ai giovani, all’occupazione e alla nazione, almeno stando a quello che si è promesso e chiesto in Europa: il PNRR prevede innovazione tecnologica e formazione professionale.

Perché il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, nell’accogliere le richieste di linguisti e studiosi non introduce – finalmente – una prova di italiano che verifica la correttezza linguistica e la comprensione del testo, che tanto danno sociale e finanziario causano quando mancano?

Cosa si intende per “ritornare alla normalità”, se si cancella la prova in presenza proprio per la materia di indirizzo (seconda prova scritta), quella che certamente più dell’italiano da conto dei risultati conseguiti negli studi?

Quale credibilità ha una “tesi di diploma”, ricordando come vanno (male) le prove Invalsi, se l’argomento è discrezionale, invece che sorteggiato o uguale per tutti, e se la si svolge con il ‘supporto’ di parenti, amici e docenti?

A cosa serve oggi una prova orale di 30-60 minuti e soprattutto quanto è credibile senza il corredo di questionari appositi per ogni disciplina, che dovunque – persino in Francia – fanno fede?

Demata

Pensionarsi a 70 anni è una bufala?

9 Dic

Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha fatto il punto sullo stato di salute dei sistemi pensionistici europei, nelle condizioni attuali di istruzione, occupazione e reddito, e su quale si prevede sarà lo sviluppo futuro dei sistemi previdenziali, se restano queste attuali condizioni.

Il risultato che ne viene è agghiacciante: in Italia si andrà in pensione a 71 anni.
O meglio ci sarà chi andrà in pensione entro i 63-67 anni d’età, avendo iniziato a contribuire già dai 18 anni ed avendo maturato oltre 45 anni di versamenti accantonati per la pensione.
E ci sarà chi ha iniziato a lavorare e contribuire tardi – magari a 30 anni inseguendo il sogno di una laurea senza sbocchi – che gioco forza non compirà i suoi 42 anni di versamenti prima dei 72 d’età …

Questo è nella sostanza ciò che focalizza il grafico dell’OCSE: lo sapevamo già, ma essendo interni i dati non facevano così paura, mentre la validazione internazionale fa notizia.

Dunque, riguardo il Lavoro (da cui si ottengono le pensioni) l’Italia ha importanti quanto ataviche urgenze:

1- elevare i redditi e il prodotto nazionale, cioè anche la contribuzione personale e l’integrazione statale, ma l’unico modo per ottenere questo risultato è prima di elevare il grado di istruzione generale, in particolare quella tecnica, e di innovazione infrastrutturale, specie nei servizi ai cittadini
2- garantire un inserimento rapido dei neodiplomati e neolaureati nel mondo del lavoro, cioè programmare part time e turn over per i sessantenni ed introdurre limiti per le iscrizioni alle Facoltà debordanti che inevitabilmente producono disoccupati e sottoccupati.
Quasi una missione impossibile.

Dunque, che si andrà a 71 anni in pensione è un fatto personale che dipende in gran parte dall’impegno e dal buon senso dimostrati tra i 16 e i 25 anni, iniziando a lavorare dalla ‘gavetta’.


Ma, certamente, è una prospettiva concreta per chi dei Millennials abbia creduto ad un’altra bufala: quella che si diventa adulti a 30 anni anzichè 18-20 anni, dato che l’aspettativa in vita è aumentata.
E diventerà rapidamente una realtà, se continueremo a credere che è meglio esser governati da chi afferma ciò che ci piace e non ciò che ci serve, cioè le soluzioni che furono indicate e perseguite alla fine degli Anni ’90, unitamente alle pensioni.

Demata

Scuola Primaria: didattica con Smartphone

6 Mar

apprendimento-online-di-distanza-57819373Nei contesti sociali dove c’è una generale diffusione dei personal computer e di connessioni internet veloci, la didattica a distanza può fruire su due applicativi generali ben collaudati.

Microsoft Teams è da attivare all’interno di Office 365 for Education: può essere facilmente utilizzato per Webinar, videoconferenze, condivisione materiali, chat, per distribuire quiz, video o documenti. E’ anche un’occasione per far acquisire agli studenti una serie di competenze e per insegnare loro a usare le applicazioni più diffuse: Outlook, Word, PowerPoint, Teams o OneNote.
Office 365 non va confuso con Microsoft Office Online che è la modalità gratuita di Microsoft per utilizzare i programmi Office mediante uno smartphone.
Office 365 non funziona su dispositivi iOS e Android.

Google Classroom è un servizio web gratuito sviluppato da Google per le scuole e le università che mira a semplificare la creazione e la distribuzione di materiale didattico, l’assegnazione e la valutazione di compiti on line. Le app per dispositivi mobili di Google Classroom sono disponibili per dispositivi iOS e Android, gli insegnanti possono creare aule, annunci, comunicare con gli studenti e visualizzare le loro note, memorizzare nella cache offline.
Google Classroom richiede un minimo di formazione, anche tramite gli strumenti appositi che Google offre.

Nota bene: le seguenti app potrebbero contenere annunci o chiedere acquisti di ulteriori moduli.

Vista la diffusione dei dispositivi Android e tenuto conto che non tutti hanno una connessione abbastanza veloce, nella scuola di base può essere interessante anche l’utilizzo di applicazioni più somiglianti ai giochi ed agli educational comuni su questi dispositivi, in modo da suscitare anche l’interesse spontaneo per gli apprendimenti e per il mezzo innovativo. (cliccare sul nome per aprire la pagina GooglePlay e scaricare)

Ad esempio:

Spazio Bimbi è una app creata per i genitori che desiderano monitorare le attività dei loro figli su telefoni e tablet, personalizzando le opzioni di controllo e utilizzo dei dispositivi.

Kidsshell consente di eseguire le applicazioni solo consentite e giochi sul tuo telefono o tablet. L’applicazione permette ai genitori di creare una zona sicura sul dispositivo.

Facilità di scrittura  aiuta i bambini a imparare e scrivere alfabeti in modo interattivo.

I bambini imparano a scrivere è  un sistema di apprendimento per i bambini che aiutano a insegnare loro a disegnare le lettere dell`alfabeto e i numeri.

APP logopedia 1 contiene esercizi e giochi per l’articolazione e la pronuncia dei suoni più frequenti della lingua italiana. In tre livelli: 2 e 3 .

Remembery è un gioco divertente ed educativo per persone di tutte le generazioni. Favorisce lo sviluppo della memoria visiva.

SimpleMind Lite è una app per creare mappe logiche per organizzare i pensieri, ricordare cose e generare nuove idee. Utile anche fuori dal contesto scolastico.

Verbi italiani è un coniugatore dei verbi italiani; occorre il collegamento ad internet, ma l’applicazione è gratuita.

Analisi grammaticale  fa prima l’analisi logica della frase e poi sceglie il significato da assegnare all’analisi grammaticale. Non è perfetta, nel senso che compie degli errori; per l’analisi grammaticale l’errore è sul 5%.

Fun English è una delle molte app che aiutano il  bambino ad iniziare a imparare l’inglese .

Giochi di matematica  aiuta ad allenare la capacità di computo.

Divisioni in colonna supporta operazioni matematiche elementari, la divisione in colonna, la moltiplicazione in colonna, l’addizione e la sottrazione. 

Mathematical Run è adatto a tutte le età – specialmente ai bambini della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria – e contiene più argomenti e livelli di difficoltà.

Moltiplicatore in colonna esegue la moltiplicazione come si usava un tempo, quando non esisteva la calcolatrice, cioè come se fosse con la penna su di un foglio a quadretti.

Risolve geometria sviluppa la soluzione di un problema di geometria per scuola media ed elementare con le formule usate e  passaggi e calcoli intermedi. 

Quiz delle Regioni e Province dell’Italia raccoglie quiz geografici per imparare regioni e province d’Italia.

Le regioni d’Italia raccoglie quiz geografici per imparare regioni e capoluoghi d’Italia.

Riguardo le Scienze la quantità di applicazioni scaricabili è enorme ed abbina il vantaggio dell’apprendimento simultaneo dell’inglese.

Scienziati Famosi raccoglie più di 60 scienziati dagli antichi filosofi greci ai moderni cosmologi e ai biologi molecolari: da Aristotele a Galileo Galilei e Alessandro Volta.

Per le Scienze esiste una discreta quantità di app settoriali molto utili a migliorare non solo la conoscenza dei fenomeni e degli ambienti, ma anche la capacità di osservazione e lessicale, ade sempio come Fiori con quiz su 110 piante e Cani con quiz su 207 razze.

Per rispondere ai tanti quesiti dei bambini due app con grafiche 3D possono aiutare i genitori:

Corpo umano (maschile) presenta i sistemi più importanti dell’organismo umano.

Corpo umano (femminile) presenta i sistemi più importanti dell’organismo umano.

Buon lavoro / divertimento.

Demata

La Scuola buona e la Società dei Peggiori

15 Lug

“Quando il circolo virtuoso di una democrazia si inverte, i molti, i più, smettono di accedere alla maturità morale, che è il fine del welfare e dell’istruzione.
Ma una democrazia muore senza cittadini maturi, che capiscano cosa sono i valori universali.”
(Roberta De Monticelli – filosofa)

Infatti, la kakistocrazia è nota da oltre duemila anni: è quel sistema di governo gestito dai cittadini ‘peggiori’ (κάκιστος), quelli meno qualificati, affidabili ed esperti, che si affermano quando la Democrazia degenera e sono la causa del suo sfociare nella Tirannia, secondo  Platone in La Repubblica.

Le statistiche italiane confermano che 34% degli alunni di III Media è capace di comprendere soltanto testi semplici ed espliciti in lingua italiana, il 40,1% non comprende la matematica, il 43,7% non raggiunge un livello sufficiente nell’ascolto della lingua inglese.
E probabilmente molti lo saranno per tutta la loro vita.

Infatti, ancora nel 2001, solo 1 italiano su 3 aveva studiato oltre la III Media ed oggi (fonte Uni-Parma) sono ancora 3 elettori su 5 quelli che non hanno conseguito un diploma.

Scolarizzazione+della+popolazione+italiana

Intanto, in Italia, si stimano 240mila adolescenti VG-addicted (videogiochi >4-6 ore) ed oltre 100mila casi di Hikikomori (ritiro dalla vita sociale), mentre gli adulti tra i 20 e i 30 anni che non studiano né lavorano né sono alla ricerca di un impiego (i cosiddetti NEET) sono più di 1 giovane su 4 (28,9%).

Secondo Istat, tra il 2016 e il 2017, si sono persi oltre 350.000 posti di lavoro nelle professioni “qualificate e tecniche” e circa un milione tra “operai e tecnici”, di cui quasi la metà nelle costruzioni.
Le professioni “esecutive nel commercio e nei servizi” si sono incrementate – viceversa -di oltre 850.000 addetti, il personale non qualificato è aumentato di 400.000 unità.
Nello stesso anno, il Dossier Statistico Immigrazione annunciava che oltre 250.000 italiani emigrano all’estero, quasi quanti nel Dopoguerra, e spesso a partire erano gli eccellenti ed i qualificati.

Quale Italia resta oggi e quanta ne dovremmo salvaguardare e sviluppare oggi come ieri? L’Istruzione serve davvero solo ad acculturare?
Esiste una Meritocrazia senza prove, esami e controlli?
Quale Occupazione e quale PIL in un paese di ‘esecutivi’ e ‘non qualificati?

Quale Public Opinion se la maggior parte dei lettori e dei followers comprende solo messaggi espliciti e semplici, mescola i dati come arance con le mele e non sa bene cosa accade all’estero? Quale Democrazia?

Demata