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Sovranismo: origini e significato

31 Gen

Il termine “Sovranismo” non sta ad indicare una dottrina economica, sociale o politica: è un neologismo. Ed è un neologismo piuttosto particolare.

Infatti, il ricorso ai neologismi deriva solitamente dall’esigenza di identificare ‘fatti’ tecnico-scientifici, come invenzioni, fenomeni e scoperte ed, in politica come in economia, i neologismi sono accompagnati da corposi ‘manifesti’ (es. Il Manifesto di Karl Marx).
In questo caso, NO: è un termine ‘generico’ affermatosi tramite i media.

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Inoltre, ‘Sovranismo’ – anche se non sembra – è un  un termine in “prestito” (forestierismo) da lingue straniere e, dunque, NON ha esattamente il significato che appare per similitudine con la lingua italiana.

Infatti, il termine è di origine canadese – souverainisme o sovereigntism – con rifermento ai movimenti sorti per l’indipendenza del Quebec, agli inizi degli Anni ’60.
E ritroviamo il ‘Sovranismo’ sempre con una nozione fortemente autonomista, se non indipendentista, in Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Fiandre, ‘Padania’, Sardegna, eccetera.

Il significato di ‘Sovranismo’ generalmente accettato sta ad indicare la rivendicazione dell’autonomia decisionale da parte di una comunità, rispetto ad un potere centrale, internazionale o transnazionale.

Dunque, in territori dove esiste una forte identità ‘nazionale’ pregressa (es. Scozia) il Sovranismo va a rivolgersi ‘contro’ poteri esterni allo Stato nazionale.
Altro è il Sovranismo declinato nei rapporti tra Stato e Regioni, dove il ‘modello’ sarebbe quello dell’autonomia regionale siciliana estesa a tutta la penisola.

Quanto il Sovranismo – quello leghista od a cinque stelle oppure ‘nostalgico’ – sia lontano dal Trumpismo è presto detto, se questo afferma un Governo Federale forte, un accordo diretto con la Russia e la Gran Bretagna da imporre all’Unione Europea, una rediviva visione Monroe delle Americhe.

Quali siano i rischi di un termine ambiguo e postveritiero come ‘Sovranismo” è ben rappresentato dal vagare di Grillo & Casaleggio alla ricerca di alleanze interpartitiche, inseguiti a fasi alterne dall’una o dall’altra ‘base’ o, molto peggio, dai terribili fatti accaduti ieri proprio nel Quebec, che – tra l’altro – nel rivendicare sovranità, ha anche accumulato una lunga storia di intolleranza nei confronti degli immigrati e di assistenzialismo pubblico.

Demata

Jihad in Belgio, perchè?

22 Mar

I servizi di sicurezza belgi hanno fatto trapelare alla BBC di non avere un’infrastruttura per monitorare centinaia e forse migliaia di persone che potrebbero avere legami con il terrorismo jihadista.

Il dato è allarmante e vede nel Belgio la punta dell’iceberg, ma il problema è diffuso in tutta Europa.
In Belgio (ma anche in Svezia e un po’ meno in Francia e Germania), statistiche Eurostat alla mano, c’è oltre la metà delle donne nonUE che non lavora, come non lavora il 35% dei giovani nonUE ed almeno il 10% dei residenti nonUE è disoccupato da almeno un anno. Ma il lavoro c’è …

Le origini del fenomeno vanno ricercate

  1. nel sistema di integrazione che ha consentito il mantenimento diffuso di un certo integralismo di fondo  se poco più delle donne extraeuropee (40%) lavora e questo ‘certifica’ una scarsa emancipazione femminile (siamo ormai quasi alla terza generazione)
  2. nel sistema di welfare , che ‘motiva’ i non nazionali a condotte opportunistiche verso il lavoro, se non border line o criminali, in quanto più lucrative, oltre che predatorie verso una società ‘impura’. Non è un caso che i reati più diffusi siano quelli contro la coesione sociale come lo spaccio e lo sfruttamento
  3. nell’intolleranza finora mostrata da media e nell’indifferenza dei  governanti verso chi si lagna se si spendono le già calanti  risorse del welfare per stranieri  giovani che non contribuiscono utilmente alla società – avallandone i comportamenti antisociali – o, peggio, se i nostri quartieri sono in balia di gang di senza nome che sanno di poter contare su sanzioni irrisorie o sull’impunità – con la conseguenza che ormai abbiamo bande ‘pendolari’ che mordono e fuggono nei nostri paesi.

Di fatto, con l’avvento degli Imam integralisti e del reclutamento jihadista, la situazione in cui si trovano alcuni paesi europei è molto simile a quella italiana negli Anni di Piombo, con nicchie diffuse  di ‘disagio giovanile’ che confluisce – grazie a qualche ‘cattivo maestro’ – in banditismo e terrorismo.

Il nostro punto debole è la ‘società di massa’ che si fonda sul compromesso, che – pur di garantire il simulacro dell’autorità – genera cittadini resi incapaci o impossibilitati ad autodifendersi e che – pur di tutelare i colletti bianchi – lascia campo libero alla corruzione e alla mafia … chiamando tutti ogni tot anni a cambiar tutto per spesso non mutare assolutamente nulla.

Vinceremo? Forse, ma dovremmo almeno iniziare a riprenderci il ‘territorio’, almeno quello che ci hanno lasciato i nostri nonni e che potremmo condividere con chi vuole veramente vivere da noi e con noi.
Non con gli altri.

Demata

11 settembre a Parigi: dove va l’Occidente?

8 Gen

Dopo New York, Londra e Madrid è toccata a Parigi ed anche stavolta la Jihad contro i ‘crociati’ ha attaccato i simboli della laicità. Ieri dei vignettisti satirici, in USA furono la Borsa e le aereolinee, a Londra e Madrid le metropolitane.

Intanto, tutti hanno a ricordare – ma allora perchè non l’hanno fatto prima – che l’Occidente è troppo permeabile, infiltrabile, esposto … anche se non si è ancora ben capito chi è in guerra con chi.
Da un lato ‘noi’ siamo ancora fedelmente amici delle dinastie saudite, madri di tutti gli integralismi islamici, mentre che l’istigazione all’odio sia un reato ce lo ricordiamo solo contro gli ultrà e qualche neonazista. Dall’altro gli Jihadisti si guardano bene dall’attaccare luoghi cristiani fuori dai ‘loro’ territori, mentre quello che puntualmente viene attaccato è il Villaggio Globale, persino in quel Nord Europa che fu pagano fino tot secoli fa e che – poco dopo la cristianizzazione forzata – si staccò da Roma per ‘protestando’ … e trasferendosi in parte nel Nuovo Mondo alla ricera della Friede.

Non è il presepe di Gesù ad essere sotto attacco, ad essere nel mirino è l’Albero di Natale dedicato a Yule ed al Consumismo. E, ci attaccano ‘per il nostro bene’, finchè non avremo abbandonato la via del peccato e saremo ritornati al dio unico: che il profeta da seguire sia Gesù o Maometto è una questione di second’ordine.

Cosa dovrebbe fare l’Occidente?

Innanzitutto, sarebbero da vietare tutti i culti che non accettino la coesistenza e la pari dignità degli altri come  andrebbe vietato agli enti religiosi sia di ricevere donazioni occulte sia di poter utilizzare i propri fondi in investimenti o speculazioni, cosa che è di per se un ginepraio, dato che sono i cattolici e non gli islamici a dare puntualmente questo problema ab origine, ne sanno qualcosa gli imperatori succedutisi a Roma per tre secoli.
In secondo luogo, sempre riguardo l’affermazione di ‘valori’, dovremmo rivedere i nostri sistemi fiscali e di giustizia: siamo un poco difendibile esempio morale, se le nostre democrazie sono così afflitte dalla corruzione e dal degrado.

Infine potremmo davvero passare per grulli a voler continuare i nostri rapporti con i sauditi così come sono oggi, come anche potremmo dar ‘ragione’ a coloro che dicono che ‘Charlie non doveva provocare gli islamici’ ed … interrompere le nostre benevolenti politiche verso Israele …

Dunque, è possibile che l’Occidente non farà un bel resto di nulla di tutto questo, ma è altrettanto possibile che tra cinque o dieci anni tali questioni saranno ineludibilmente sul tavolo della Storia.

Quello che, viceversa, sarebbe fattibile nel corso di quest’anno è l’opzione militare /umanitaria: ricollocare gli inglesi in Palestina e Yemen, i francesi in Libano, i russi in Siria, gli statunitensi in Iraq, gli italiani in Libia ed Eritrea, eccetera.
Un conto è l’autodeterminazione dei popoli, un altro è proteggerli da ‘predatori internazionali’.

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TAV Torino-Lione, un’escalation di attentati

13 Gen

Un giornalista della Stampa, Massimo Numa, per anni è stato controllato e filmato da ignoti, che pochi giorni fa gli hanno recapitato via mail un video con un collage di riprese che risalgono anche a due anni fa. Filmato per la strada, in macchina, in luoghi pubblici, come anche la moglie.
Il video – diffuso anche on line – si conclude con l’indirizzo del cronista e un’immagine con falce e martello su sfondo rosso. Lo scorso 3 ottobre 2013, Massimo Numa aveva ricevuto in redazione un hard disk carico di esplosivo. Il 13 aprile 2013,  durante un corteo antagonista, Massimo Numa era già stato aggredito da alcuni manifestanti, dopo essere stato individuato mentre osservava da lontano. Alla fine di marzo 2013, un gruppo hacker aveva violato il computer di un familiare del cronista per inviargli lettere di minacce, facendo riferimento anche a dati sensibili del cronista e diffondendo in rete alcuni documenti personali.

Il 28 febbraio 2013, era già stato aggredito un collaboratore del giornale locale «Cronaca qui Torino» davanti al Cie di corso Brunelleschi. Il 29 febbraio tre tecnici operatori di Corriere Tv erano stati aggrediti allo svincolo di Chionocco, in Val di Susa. Il 10 agosto 2013 tre antagonisti avevano minacciato e costretto ad allontanarsi una collaboratrice del quotidiano La Repubblica mentre era in servizio a una manifestazione No Tav, nei boschi della Val Clarea.

Ieri, la moglie del senatore Stefano Esposito (PD) ha trovato tre molotov sul pianerottolo di casa, mentre si accingeva a portare i figli a scuola. Anche in questo caso, il  parlamentare era stato più volte minacciato per la sua posizione favorevole alla Tav Torino-Lione.
Poche ore dopo il ritrovamento delle bombe, i bagni del Palagiustizia di Torino che si trovano nei corridoi davanti agli uffici del pm Antonio Rinaudo e del giudice Federica Bompieri sono stati otturati con palline di polistirolo e alcune biro.

Il 30 gennaio 2013, lettere di minacce contenenti una polvere sospetta venivano recapitate a Renzo Pinard, il sindaco di Chiomonte, a Gemma Amprino, sindaco di Susa e a Patrizia Ferrarini, presidente dell’ Ascom valusino nonché proprietaria dell’ Hotel Napoleon. Il 30 aprile, accedeva lo stesso per Adele Cottechio, sindaco di Meana di Susa. Il 5 luglio, il sindaco Amprino ed il magistrato Costanza Goria, giudice della sezione distaccata del tribunale di Susa, ricevevano lettere con polvere da sparo.

Il 9 settembre 2013 un attentato incendiario distruggeva tre betoniere e l’officina della Imprebeton, azienda impegnata nei lavori della Torino-Lione,  vicina officina, veniva chiuso per precauzione un tratto dell’autostrada del Frejus.
Il 21 marzo 2013, ignoti davano fuoco al portone d’ingresso del palazzo dove ha sede lo studio di architettura Geo Studio Servizi, che collabora tramite la Geovalsusa alla progettazione della Tav. Lo studio era stato già oggetto di un vero e proprio raid, il 25 agosto 2012, e i lavoratori erano stati minacciati, mentre  società che stava partecipando ad una gara per attività connesse al progetto Tav. La maggior parte degli autori del raid non erano valligiani.

Il 12 settembre scorso si registrava il tredicesimo attentato in due mesi e per la terza volta la Italcoge di Gravere ha visto gli automezzi bruciati e danneggiati. Il Corriere della Sera, nel riportare la notizia, scriveva che “gli attacchi ai giornalisti però non sono una novità di questa estate. Negli ultimi due anni sono stati almeno dieci quelli aggrediti, ma se per aggressione si tiene conto anche degli insulti verbali o degli spintoni ricevuti i casi si moltiplicano. Ad eccezione di pochi però, quasi nessuno ha denunciato. In primo luogo perché molti sono free lance e hanno paura di perdere la possibilità di scrivere di Tav denunciando dei noTav.

Se qualcuno cercava una descrizione di ‘squadrismo’, eccolo accontentato.

E dire che tutto era iniziato il 25 maggio del 2006 con il ministro prodiano  Pecoraro Scanio che, alla Sacra di San Michele, monumento simbolo della Valle di Susa, annunciò: «Ci sara’ una svolta per la Torino-Lione come per tutte le opere pubbliche: verranno studiate e fatte con il consenso della gente, non contro i cittadini. Accenderò un cero a San Michele. È il secondo, un terzo lo accenderò quando si arriverà alla soluzione definitiva della Torino-Lione».

Oggi siamo arrivati al pedinamento di giornalisti, alle bombe sulla porta di casa di un senatore o nella redazione di un importante quotidiano, a decine di attentati contro aziende e alle minacce ai loro lavoratori, alle intimidazioni ai magistrati inquirenti.
Il tutto dopo sette anni di roghi, botte, assalti, minacce, attentati, arresti. Centinaia di milioni di euro in contributi ai comuni e benefit alle popolazioni senza neanche un grazie …

E’ vero che siamo il Paese dove le mafie smaltiscono rifiuti tossici sotto le autostrade che lo Stato costruisce. E’ vero anche che non esiste in Italia un monumento alle vittime delle Brigate Rosse, anche se – dal 199 al 1988 – furono almeno 428 i morti e 2.000 i feriti nei 14.615 attentati computati. (Sergio Zavoli, “La notte della Repubblica”, Mondadori, 2009).

Ma c’è chiedersi cosa stia facendo lo Stato in Val di Susa ed in Piemonte.

Non dimentichiamo che gli Anni di Piombo iniziarono con quattro gatti – i militanti delle BR –  che, per diffondere le proprie idee e dimostrare la forza e la spregiudicatezza dell’organizzazione, dal 1970 prendono di mira quadri e dirigenti delle aziende con aggressioni e attentati incendiari, stilando vere e proprie ‘liste di proscrizione’.  Solo nel maggio 1974 e solo dopo il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi, vennero diffuse dagli inquirenti le foto di alcuni dei presunti capi delle Brigate Rosse.

Come il 7 maggio 2012 a Genova, dove il Nucleo Olga della Fai-Fri gambizzavano l’ad di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. Nicola Gai uno degli autori dell’attentato, condananto a 9 anni e 4 mesi di reclusione, ha pubblicato un documento nel luglio 2013, dove esprime concetti chiari e compendiosi.
“Gli anarchici devono colpire ed attaccare con tutte le loro forze, altri con tensioni simili prenderanno esempio dal nostro agire, troveremo nuovi complici e quando, finalmente, anche tutti gli altri sfruttati decideranno di sollevarsi scoppierà l’insurrezione.”

“Questo non vuol dire che non si debba partecipare alle lotte che nascono spontaneamente, ma lo dobbiamo fare con i nostri metodi: il sabotaggio e l’azione diretta. Se in una certa località le persone scendono in piazza per opporsi ad una nocività non è necessario che cerchiamo di conoscerle una ad una, che prepariamo la polenta con loro e un passetto per volta cerchiamo di fargli alzare di qualche centimetro la barricata che hanno costruito. Questo non avvicinerà la prospettiva insurrezionale, anzi fiaccherà le nostre forze, dobbiamo colpire l’azienda che la costruisce, chi la progetta, chi la finanzia: dobbiamo rendere evidente che chiunque può prendere in mano la propria vita e distruggere ciò che lo distrugge.”

Dobbiamo scontrarci con la polizia, non solo quando tenta di sgomberare il presidio di turno, ma provocarla ed attaccarla, far vedere che è possibile, che si può/si deve colpire per primi chi ci opprime” …
Più chiaro di così …

Meno chiaro, pochi giorni dopo, il 17 agosto 2013, Gianni Vattimo – europarlamentare (IdV) e filosofo – intervistato da Repubblica, dove dichiarava che “la vera violenza è quella dello Stato che militarizza il territorio per realizzare un’opera inutile”. Il 1 settembre 2013, Erri De Luca – scrittore e filosofo – commentando all’Huffington Post riguardo due ragazzi arrestati con molotov a bordo dell’auto, affermava che “la Tav va sabotata” e, riguardo sabotaggi e vandalismi, spiegava che “sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile”. Cattivi maestri di oggi? No. Nè cattivi, nè maestri …

Come spiegare ai ‘giovani’ quarantenni di oggi, che si ostinano a ripercorrere le orme dei ‘cattivi maestri’ di ieri, quello che un signore nato nel ’22, Pier Paolo Pasolini, scrisse tanti anni fa?
E come spiegargli che quel signore, mentre si nascondeva ai rastrellamenti nazisti per l’arruolamento forzato, invece di nascondersi in montagna, dava lezioni gratuite ad intere classi di studenti che a causa dei bombardamenti non potevano raggiungere le scuole?

“A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.”

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Bomba a Brindisi: dopo il primo arresto, ancora molte ombre

7 Giu

Sarebbe un anziano benzinaio il bombarolo dell’Istituto Morvillo Falcone di Brindisi ed avrebbe agito da solo, ‘creando’ un congegno esplosivo piuttosto sofisticato per colpire il Tribunale, ma, stranamente, posizionandolo con molta precisione davanti alla scuola …

Giovanni Vantaggiato, 68 anni da Copertino in provincia di Lecce, avrebbe anche confessato: «Sì, quella bomba l’ho fatta io da solo. L’ho pensata e l’ho costruita».

A parte la confessione, durante la quale l’uomo avrebbe alternato momenti di lucidità a stati confusionali, di prove non ce ne sono ancora ad eccezione della presenza della sua autovettura nella zona dell’attentato.

Lo stesso procuratore Cataldo Motta ha tenuto a precisare che “il fermato è uno solo, ha ammesso la propria partecipazione, ma le confessioni non sono convincenti”, “non sa dire” perchè lo ha fatto, “non possiamo dire” che sia l’uomo del video, “è ancora al vaglio degli inquirenti” se è stato lui a costruire l’ordigno”.

 

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Strage ad Oakland. Il movente? Rivalsa …

3 Apr

Sette morti, tre feriti gravi: ecco l’ennesima strage, questa volta all’interno di una università statunitense, la Oikos University, una piccola università  d’ispirazione cristiana  ad Oakland, in California.

Come al solito, nelle cronache, troviamo la definizione di “folle”, come in altri casi abbiamo letto le parole “islamico” o “anarchico”. E come al solito, accade che nessuno si interroghi – analisti, politici, militari e giornalisti – sul nuovo corso del terrorismo, iniziatosi nel 1995 con il massacro di Oklahoma City in cui venne demolito, con un “camion bomba”, l’edificio federale Alfred P. Murrah, sede dell’FBI, in cui morirono 168 persone e se ne ferirono oltre 800.

Un attentato avvenuto  sei anni prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle, che ha visto l’uso di tattiche ed “armi” non convenzionali, che era mirato non alla semlice strage, ma alla disarticolazione di una leadership (FBI), che venne eseguito da due sole persone (Timothy McVeigh e Terry Nichols), politicizzate ma prive di contatti o collegamenti, che aveva come movente la “rivalsa” (in ingl: revenge) e non un mondo migliore.

Un attentato cui fece seguito quello delle Twin Towers, attuato da una cellula jihadista, collegata al network Al Qaeda di cui l’emiro Osama Bin Laden era uno dei fondatori. Anche in questo caso parliamo di tattiche ed “armi” non convenzionali, non di una semlice strage, ma della disarticolazione di una leadership (Wall Street), un attacco eseguito da poche persone, politicizzate ma prive di contatti o collegamenti sul posto, che aveva come movente la “rivalsa” e non un mondo migliore.

Nella confusione e nello shock collettivo seguito all’11 settembre, George Walker Bush ed i suoi consiglieri trovarono utile affermare qualche mezza verità ed un paio di grosse bugie pur di nascondere una realtà ben più complessa, ma anche relativamente semplice.

Nacque il teorema della “guerra asimmetrica” e dei “combattenti non belligeranti”, in cui degli “stati canaglia” finanziavano delle “cellule terroristiche”, motivate da una fede corrotta o da fame di denaro. In realtà, gli “stati canaglia” non c’erano (salvo forse l’Afganistan del Mullah Omar), la “guerra asimmetrica” non esisteva, se non nella quantità di missili e bombardieri in dotazione alla USAF, i “combattenti non belligeranti” erano spesso degli “insorgenti”, le “cellule terroristiche” erano motivate dalla “revenge” e non solo e semplicemente dalla “fede corrotta”.

Così andando le cose, specialmente per colpa di un sistema mediatico che raramente riesce a contraddirre, con propri studi, le informazioni “official”, accadde che iniziasse la “War on Terror” che ancora oggi coinvolge le forze armate di mezzo mondo contro un nemico invisibile e largamente inesistente, come comprovano le statistiche decennali relative a complotti ed attentati attuati o sventati che vedono all’opera singoli o pochi individui, solitamente “pazzi”.

Non a caso le misure “antiterrorismo”, messe finora in atto, poco hanno a che vedere con l’attentato del kamikaze isolato ed a nulla servono se ad agire è un network (islamico o narcomafioso che sia), ma che tanto servono a prevenire il terrorismo interno, quello spontaneo, quello dei cittadini che “impazziscono”.

Ed, infatti, nonostante si sia ingigantito il controllo sulle armi, sui prodotti chimici di base, sulle transazioni di denaro, su determinati ambienti e persone, solo in Europa ci ritroviamo, nel giro di un anno o poco meno, con i roghi di Atene e le persone bruciate vive dai Black Blocks, il massacro di Utoya attuato da Brevik, la mattanza di Tolosa, attuata da Mohammed Merah, la ripresa del terrorismo “endemico” in Italia, tra pacchi bomba, sabotaggi e pistolettate, l’eccidio (ormai trimestrale o quasi) in un campus universitario.

Tutti attentati condotti con tattiche ed “armi” modeste o non convenzionali, finalizzati alla disarticolazione di una leadership o di un gruppo preciso, eseguiti da singoli individui, politicizzati ma aventi come movente la “rivalsa”.

Dunque, si sbaglia chiunque pensi che la fine delle ideologie coincida con una periodo di “pace” sociale, come si sbaglia chi pensa che per far risorgere il terrorismo serva una “organizzazione”.

Analizzando i tanti atti di “terrore” avvenuti nella Storia, raramente ci troviamo dinanzi ad individui ben collegati o parte di una organizzazione, un aspetto che prende forma solo nel Novecento con le organizzazioni paramilitari marxiste-leniniste o con i movimenti nazionalistici come l’IRA irlandese, l’ETA basca, la Banda Stern israeliana, Al Hamas palestinese.

Gli atti terroristici sono azioni condotte da pochi, se non singoli, individui o da organizzazioni o network con forti connotazioni settarie, un po’ come la Congrega degli Hashassin di un migliaio di anni fa, ai quali vanno ad aggiungersi gli attentati condotti da o per conto di uno dei tanti cartelli narcomafiosi operanti nel mondo.

D’altra parte cosa aspettarsi dal Liberismo, se, finite le ideologie e trasformati i partiti in grosse ammucchiate, non resta solo l’antipolitica, così “utile” per chi, come i poteri finanziari, necessita del “divide et impera” per condurre i propri giochi.

Riemerge con imperio il “prepolitico”, come i Communards antropofagi del 1848 parigino, le bande armate come quella di Bonnot o di Pancho Villa, gli atti isolati come quello di Apple ad Odessa, i regicidi come quello di Umberto I di Savoia ucciso dal meridionale Gaetano Bresci, quarante anni dopo l’annessione delle Due Sicilie.

La sete di “rivalsa”, figlia dell’esasperazione e nipote dell’esclusione, è la “dea” che guida la mano di un attentatore, non le “ideologie”, come tanti, molto speranzosamente, vorrebbero credere.

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Alla fine ha vinto lui

22 Mar

“Merah ha venduto cara la pelle, alla fine ha vinto lui”, con queste parole l’inviato Paolo Berizzi da Tolosa per il Corsera, ha tratteggiato l’epilogo tragico dell’assedio a Mohammed Merah, il jihadista di Tolosa.

”L’assalto delle teste di cuoio è durato tre interminabili minuti. Il terrorista ha reagito con violenza, aveva detto di voler colpire più persone possibili: così ha fatto. E’ morto combattendo, da jihadista come si era presentato”.

Un atteggiamento che, in Francia e nel Maghreb, avrà un grosso impatto emotivo, dato che il giovane francoalgerino ha agito, nel condurre il suo piano, più o meno come operavano i suoi padri contro i francesi durante la Guerra d’Algeria.

Lo volevano prendere “vivo” per processarlo, l’avevano chiamato “serial killer”, “psicopatico”, “disadattato”. Era solo un semplice “jihadista” e l’ha dimostrato.

Jihad, una realtà “di lotta” ma anche una condizione dello spirito, che faremmo bene a comprendere meglio, invece di confinarla nel Talebanistan … visto anche che ce l’abbiamo (e ce l’avremo) nel cortile di casa.

La Jihad è una “guerra per la purezza dell’uomo”, almeno stando alla tradizione sunnita, e non è mica detto che sia necessariamente contro l’Occidente od i Cristiani.
Non a caso, Mohammed Merah non ha colpito “caucasici” o cristiani, pur essendo islamico ed etnicamente maghrebino …

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