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Come riconoscere un ‘politico’ incompetente o corruttibile

15 Giu

Un consigliere comunale è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire innanzitutto sicurezza, diritto allo studio, servizi sociali, mobilità e infrastrutture a piccoli centri e – soprattutto – a territori popolati da milioni di persone che lavorano.

Un consigliere regionale è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire assicurazione sanitaria ai lavoratori e agli indigenti, formazione professionale, infrastrutture per rifiuti, acqua, energia e mobilità, supporto alle imprese.

Un deputato o un senatore è un cittadino che si è assunto il dovere di garantire leggi eque, competenti, applicabili e comprensibili a chiunque, finalizzandole innanzitutto alla sicurezza e alla coesioe sociali, specie quelle relative alla Spesa e al Bilancio dello Stato, ai Trattati o Concordati che l’Italia si assume l’onere di rispettare, alle procedure ed ai tempi della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Dunque, riconoscere un ‘politico’ incompetente o corruttibile è facile.

Infatti, il modello anglosassone / mitteleuropeo implica che in campagna elettorale, come nei periodi di ‘pace’, partiti, politici e settori collegati (media, welfare e PA) non facciano altro che parlare dei bisogni dei cittadini e delle proprie proposte a riguardo.

Un politico che non ci espone proposte per Lavoro, Sanità, Servizi, Spesa e Regole, NON si sta occupando di Politica, bensì solo di Carriera e/o di Potere.

Senza proposte concrete e conti alla mano per Lavoro, Sanità, Servizi, Spesa e Regole, è evidente che il ‘politico’ – allorchè sarà in poltrona – non andrà ad occuparsene, se non per questioni di Carriera e/o di Potere.

Quanto denaro buttato al vento produce un ‘politico’ che non ha idea di come funzioni la Pubblica Amministrazione e/o quali sono gli standard tecnici e procedurali, che dovremmo avere alla pari delle nazioni con cui ci interfacciamo maggiormente, come Germania e/o Francia?

A cosa serve un ‘politico’ che non sa quanto costano e come funzionano Lavoro, Sanità, Servizi e Spesa? Se non si occupano del tuo Lavoro, della tua Salute, del tuo Ambiente, dei Servizi che ti servono, della tua Spesa, EVITALI.

Demata

P.S. Se i Partiti e le Elezioni non pongono al primo posto gli interessi sostanziali degli elettori (Lavoro, Salute, Servizi, Ambiente, Mobilità, Sociale), vanno a votare solo i cointeressati pezzi di apparato e di lumpenproletariat.

La Classe Media fa paura: studia, socializza, propone …

Debiti PA: quello che proprio non vogliono cambiare

19 Giu

La Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione contro l’Italia inviando al governo una lettera di messa in mora per violazione della direttiva europea sui ritardi di pagamento entrati in vigore il 16 marzo 2013 per «il fatto che in Italia le autorità pubbliche impiegano in media 170 giorni per effettuare pagamenti per servizi o merci fornite e 210 giorni per i lavori pubblici».

La polemica infuria e a sentire politici ed esperti in consesso mediatico, la colpa è di tutto e di nulla, persino dell’Europa, che giustamente reclama.

In realtà, le cose starebbero in un altro modo e dovremmo saperlo tutti.

Innanzitutto le tempistiche, dato che il ritardo dei pagamenti è solo la punta dell’iceberg.
Per fare un esempio, parliamo di ‘scuola’ – un settore molto più semplice delal Sanità o degli EE.LL, dove tra l’altro circolano davvero pochi soldi – e facciamo conto che nell’anno X venga finanziata una formazione interna da parte del competente ministero. Il percorso contrattuale integrativo, per ben che vada, comporta che l’operatività a livello regionale si avvi nell’anno X+1, che nelle scuole l’iniziativa arrivi nell’anno X+2, che venga completata nell’anno X+3 (se va bene), che venga rendicontata nell’anno X+4 e  messa a consutivo con revisione dei conti nell’anno X+5, per arrivare in Corte dei Conti nell’anno X+6.
Qualunque commento è superfluo, specialmente se si tiene conto che per Sanità ed Enti Locali il percorso è ancora più tortuoso. O no?

C’è poi il sistema delle assegnazioni e dei residui contabili, che dovrebbe impedire l’accumulo di somme inevase e che in realtà è la causa di molti mali.
In pratica, un’amministrazione può spendere solo se ha avuto un’assegnazione da un ‘ufficio centrale’, che, però, può essere anche meramente ‘nominale’, cioè arriva una lettera che assegna i fondi, ma non il bonifico, che comunque deve arrivare entro l’anno solare. Nel caso non arrivi, la somma viene iscritta a residuo, ma soprattutto deve essere messa a riscossione, prima con un sollecito per arrivare alla denuncia per omissione, a seconda del caso.
Possiamo tutti immaginare che sia piuttosto difficile per un ufficio periferico denunciare il dirigente superiore o per il sindaco di un piccolo comune il potente ministro competente. Specialmente se questo ‘superiore’ non si premura di monitorare le altre somme che il ‘sottoposto’ tiene ferme per inerzia o incapacità.
E possiamo capire tutti che sia risibile che la revisione dei conti pubblici consista spesso nella mera verifica del pareggio tra residui attivi (somme esistenti non spese) e residui passivi (somme inesistenti già spese).

Arrivati a questo punto, è facile notare che i così detti ‘debiti della Pubblica Amministrazione’ siano la rilevanza esterna dei ‘residui passivi della Pubblica Amministrazione’, che rappresentano una patologia antica del sistema italiano, ereditata dallo Stato Sabaudo e dal Vaticano.

Dunque, non si tratta solo di sbloccare somme o di semplificare procedure: misure inderogabili, ma pannicelli caldi per un problema che è strutturale.

Va, innazitutto, riqualificato il sistema di Revisione dei conti della P.A.. Anzi, è davvero singolare che non si sia già provveduto, mentre da anni si parla di sprechi, di debito e deficit incrementali, di crisi e sostenibilità e … mentre ogni sei mesi assistiamo a rettifiche dei conti precedenti.
Tenuto conto che il compito potrebbe già oggi essere affidato alla Guardia di Finanza, proprio non si comprende cosa stiano aspettando.

Inoltre, non è possibile che – con la situazione economica e occupazionale che ci troviamo – non si intervenga sui dirigenti degli uffici che non intervengono fattivamente per riassorbire i residui attivi e passivi, ovvero richiedere il dovuto e spendere il ricevuto: in caso di residui passivi protratti va determinata una procedura che tuteli le piccole amministrazioni, nel caso di residui attivi persistenti, gli uffici superiori devono intervenire.

Se, poi, visto che esiste la fatturazione elettronica, non sarebbe una cattiva idea legiferare che vengano automaticamente trasmesse al MEF, in modo da avere il polso della situazione in tempo reale.
Magari, riusciremmo anche a capire perchè il debito italiano cresce pari passo con i tagli che applichiamo da anni …

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Riforma Del Rio: cosa cambierà per la Casta

4 Apr

La Camera dei Deputati, con 260 sì, 205 assenti, 158 no e 7 astenuti, ha approvato in via definitiva il ddl Delrio su città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni.
Considerato che contro hanno votato Fi, M5S, Lega, Sel e Fratelli d’Italia, che da soli assommerebbero a 238 voti, prendiamo atto che circa la metà dei deputati del Partito Democratico ha evitato di votare.
Storia simile al Senato, con  160 voti a favore, 133 contrari e 107 assenti.

E, del resto, tanti reucci e regine di provincia o di campanile come avrebbero potuto votare una norma che manda a casa non solo una parte di loro, ma soprattutto riduce le poltrone disponibili per la progenie a venire?

Innanzitutto,  il presidente delle nuove province sarà eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia, sarà a capo del consiglio provinciale e dell’assemblea dei sindaci. Tutti ricoprono l’incarico a titolo gratuito e gradualmente le attuali competenze verranno trasferite, se non quelle di indirizzo e controllo, oltre alla gestione di servizi territoriali.
Finita la commedia ‘infinita’ dei sindaci e dei presidenti provinciali che litigavano invocando recciproche competenze e prenderà una nuova piega l’eterna questione di quei comuni (troppo piccoli o cresciuti troppo in fretta) che non hanno mai voce in capitolo.

Inoltre, dopo  quasi 40 anni di attesa e travaglio, nascono le città metropolitane: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria (e non Catanzaro), Trieste, Palermo, Catania, Messina, Cagliari.
Le loro funzioni fondamentali? Piano strategico del territorio metropolitano, pianificazione territoriale generale, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, mobilità e viabilità, promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.
Dunque, vedremo se i capibastone dei partiti potranno ancora permettersi di collocare pervenuti di basso profilo o pensionandi celebri a fare il sindaco o il consigliere di aree metropolitane di milioni di persone.

Infine, i piccoli comuni per i quali la riforma Calderoli prevedeva invece 6 consiglieri, per i Comuni fino a mille abitanti, e 10 consiglieri e 4 assessori per quelli tra i 5mila e i 10mila abitanti, con una norma elettorale talmente ‘maggioritaria’ da determinare spesso che il partito ‘vittorioso’ ottenesse la maggioranza assoluta pur avendo pochi voti in più del secondo e, comunque, molti di meno del 50%.
Introducendo un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali (10 per i comuni piccolissimi e 12 per quelli sotto i 10000 abitanti), nonché la “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale”, non solo in molte realtà verrà a decadere la maggioranza assoluta nei consigli comunali, ma sopratutto potrà accedervi almeno un consigliere ‘fuori dai giochi’, cosa impossibile finora.
Inoltre, per i tanti comuni inadempienti all’unione (almeno 10.000 residenti, 3.000 se in montagna) per  l’esercizio obbligatorio delle funzioni fondamentali, il termine inderogabile per l’adeguamento è fissato a breve, il 31 dicembre 2014.

Si poteva fare di più e si dovrà fare di più alla scadenza delle riforme costituzionali, ma il dado è tratto e, per ora, Matteo Renzi può prendere atto che le Idi di marzo gli sono state favorevoli.

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Scuola, sanità, pubblica amministrazione: niente innovazione senza turn over

1 Apr

Sui nostri Comuni e sui nostri Enti – come nei comparti Istruzione, Università e Sanità – grava sempre più l’effetto di un sistema pensionistico pernicioso per gli equilibri produttivi e sociali dell’Italia.

Se finora eravamo nel campo delle ipotesi e delle prospettive – tutte controverse o controvertibili e soprattutto non lusinghiere – sono trascorsi venti anni dal quel 1994 in cui Giuliano Amato avviò la ‘riforma delle pensioni’ e, neanche fosse un titolo che va a risccossione, è nel 2014 che va a verificarsi il ‘game over’ del sistema previdenziale italiano, per l’introduzione della Riforma Fornero e per l’emersione dello scellerato saccheggio dell’ex INPDAP.

Nel caso della Riforma Amato, possiamo affermare che il nodo viene al pettine proprio oggi, quando si tratta di iniziare a pensionare coloro che hanno effettivamente contribuito per almeno 20 anni. Come anche è ormai noto a tutti che meno di un milione di pensioni di fascia alta, ma incontribuite, ci costano quanto i milioni di pensionati con meno di mille euro al mese.

Parlando della Riforma Fornero, ricordiamoche ai tagli previdenziali e mezzo milione di esodati non sono coincisi altrettanti interventi assistenziali, nonostante queste persone avessero versato contributi per una vita. Inoltre, si bloccano in servizio ben oltre un milione di lavoratori pubblici, oggi ultra54enni e/o in salute non buona.

Andando all’INPDAP, sono i quotidiani che ci hanno informato dei 30-35 miliardi di buco ‘per anticipazioni’ al MEF o alla Sanità e per assorbimento di altre casse in perdita, come sono le  statistiche della stessa INPS che dimostrano lo squilibrio contributivo (e pensionistico) tra dipendenti pubblici  nati prima del 1950 e quelli nati dopo, mentre le statistiche Istat suggerirebbero che gran parte di quei stipendi da 100.000 euro annui e passa, che vorremmo tutti tagliare, rispettino la stessa ‘regola generazionale’.
Come anche dobbiamo annotare che – per stipendio e per pensioni – i soli magistrati sarebbero ‘giustificati’ a compensi così importanti, se facciamo il confronto con le pubbliche amministrazioni degli altri stati europei.

Le conseguenze per i bilanci di istituzioni, amministrazioni e enti è disastrosa.

Ad esempio, quel famigerato patto di stabilità che ingessa le iniziative locali da almeno dieci anni, mentre i bilanci comunali sono gravati da spese di personale per dipendenti assunti 30 anni fa, spesso demotivati da 20 anni di caos amministrativo e, secondo le statistiche, per almeno un terzo in condizioni di salute non buone (dati Istat 2013).
Cosa ne sarebbe dei problemi finanziari di Roma Capitale se il nostro sistema pensionistico permettesse una deregulation parametrata dell’esodo anticipato dopo 30 anni di lavoro, sul genere di quella tedesca?
Trasferendo all’INPS (od a una qualsiasi Versicherung) il costo per il Comune di Roma del 20% dei propri attuali occupati, esisterebbero tutte le premesse per innovare, ristrutturare, assumere e, perchè no, proteggere le aziende di Roma Capitale dalle speculazioni che il ‘mercato’ usualmente mette in atto, se ci sono ‘cadaerini’ da fagocitare.

Un esempio ancor più semplice?
Quanto ci costerebbero Sanità e Università, se pensionassimo buona parte di quegli stipendi da 100.000 euro annui e passa, che gravano sulle stabilizzazione dei giovani e che, soprattutto, ritardano la diffusione in Italia delle conoscenze e delle pratiche professionali introdottesi nell’ultimo trentennio (ndr. a partire da semplificazione, internet e networking).
E quanti giovani laureati potrebbero trovare posto prima dei trent’anni, come sarebbe d’obbligo, nel nostro comparto Istruzione, se permettessimo a chi ha più di 55 anni di pensionarsi con uno straccio di rendita mensile e, magari, dedicarsi alle lezioni ‘private’ o ad opere filantropiche, come da sempre ed ovunque è per i docenti?

Dove attingere per le risorse?
A leggere i giornali, specialmente il Sole24Ore, sembrerebbe che lo Stato Italiano sia in qualche modo debitore di una trentina di miliardi ai lavoratori pubblici che versavano contributi all’ex Inpdap, come è probabile che i conti fatti nel 1994 garantiscano – ancora dopo 20 anni – dei ‘diritti acquisiti’ del tutto arcaici e sostanzialmente iniqui.
Inutile dire che ci sarebbe probabilmente un plebiscito, se i leader sindacali si peritasssero di questionare i lavoratori pubblici sulla disponibilità di negoziare TFR e pensioni in cambio di ‘finestre pensionistiche’.
Del tutto ovvio che, in prospetttiva decennale, il rilancio del Paese sarebbe enorme con un turn over che ci permettesse di innovare (finalmente) tecnolgie e mansionari, oltre a togliere linfa vitale per tanti attempati ‘capibastone’.

Il governo?
Il ministro Maida ha 30 anni e arriva dal moderno mondo della ‘charity’ e dle ‘fund rising’. Renzi e Padoan sanno che le risorse ci sarebbero e che la questione ‘turn over’ andrebbe risolta prima di andare ad elezioni. Il ministro Giannini ne ha forse il doppio della collega Maida e arriva dalla torre d’avorio dell’Università per stranieri di Perugia, che tra i tanti vanti ha avuto quello di non offrire lauree tecniche o scientifiche …

Dunque, ‘yes we can’ … se solo i sindacati e la ‘vecchia guardia’ lo permettessero, dopo aver meditato, magari, sul fatto che la ‘tirata d’orecchie’ di Papa Francesco sul ‘desiderio di potere’ (ndr qualcuno direbbe smania) era tutta per loro.

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Sistema elettorale, un enigma che non esiste

10 Ott

Un sistema elettorale deve sostanzialmente garantire alcune cose, come la rappresentatività democratica, la tutela degli interessi generali su quelli particolari, l’espressione di una tradizione o ‘indole’ nazionale, la stabilità e la funzionalità del sistema-nazione, ovvero la costituzione di un equilibrio tra maggioranza ed opposizione/i.

Non esiste, dunque, un sistema preconfezionato che garantisca tutto questo. Il sistema bipolare garantisce solo che una forte maggioranza non domini ‘in eterno’ su delle opposizioni sfilacciate. Un Bipolarismo sconfessato dalla Grosse Koalition di Angela Merkel, dall’eterno tripolarismo francese, dall’essere monarchie costituzionali di gran parte dell’Europa che conta.

Tra l’altro, la sudditanza del PdL alla Lega di Bossi o quella del PD verso i partiti di ‘lotta e di governo’ dimostrano anch’esse che il Bipolarismo è una formula quasi astratta e non una soluzione concreta.

Il sistema che appare più ‘efficiente’ è quello del doppio turno, che, però, richiede una campagna elettorale responsabile e costruttiva, per evitare che, rincorrendo gli estremi, accada che gli elettori ‘centristi’ non si sentano coinvolti e rappresentati, ma anche e soprattutto, fondata su un programma finanziario e di riforme chiaro e vincolante, onde evitare che le differenze tra i due fronti siano meramente demagogiche e appiattite su una paralizzante ‘moderazione’.

Ovviamente, un Partito Democratico che oscilla tra ‘l’estremista Vendola’ ed ‘il centrista Renzi’ – senza dirci come intenderà far fronte ad altri 3 anni di crisi profondissima – non promette nulla di buono da questo punto di vista e da qui hanno origine le perplessità diffuse su un sistema con doppio turno elettorale.

Andando a numeri e formule varie  – oltre ad una drastica riduzione del numero dei parlamentari – il buon senso e la logica ci dicono che un Senato necessariamente federale non possa avere anche l’onere legislativo finora prospettato e che, viceversa, debba avere un compito prevalentemente propositivo, specie se trattasi di materie concorrenti Stato-Regioni o di ambito UE. Ciò permetterebbe di comporre un Senato senza elezione diretta, ma senza inficiare la democraticità dello Stato Italiano.

La cosiddetta ‘bozza Violante’ prevedeva esattamente l’incontrario e le proposte correnti non sembrano altro che un Porcellum edulclorato; il numero dei parlamentari resta nell’ordine del migliaio.

Se parliamo del sistema a doppio turno e di Senato federale, l’elezione del Presidente della repubblica è necessariamente diretta: una questione di equilibri e di effettiva sovranità popolare. Ovviamente, il problema è che anche l’Italia si ritrovi con personaggi come Chavez o Putin, ma questo ‘rischio’ deriva dall’equilibrio di poteri tra presidenti e parlamenti,  dalla correttezza dei media e dalla regolarità delle elezioni.

Non resta che chiedersi se quanto detto sia realistico od improbabile. La risposta è ambivalente, resta aperta.

Se si vuole dare futuro e governabilità al Paese, le soluzioni sono più che realistiche: sono le uniche carte che ci restano in mano, ormai in Italia le abbiamo provate davvero tutte, negli ultimi 150 anni.
Qualsiasi cambiamento di rotta è improbabile, se, viceversa, si vuol mantenere lo status quo che la Repubblica ed il Fascismo hanno ereditato dall’Unificazione, dal Trasformismo e dalle grandi speculazioni di fine Ottocento.
In ambedue i casi il rischio di collisione o di autoaffondamento esiste, ma nel primo caso è relativamente basso e su tempi medio-lunghi, mentre nel secondo caso l’inerzia ci ha già portato contro gli scogli, non c’è che da prenderne atto.

Un governo Monti bis – con un’agenda chiara e vincolante, con uno staff ridotto di ministri sia tecnici sia politici – può realizzare l’iter di riforme necessario per andare a votare a settembre venturo, specie se avesse l’asso nella manica di un Monti ter, onde superare il termine del 15 aprile di fine legislatura.
Ed il vantaggio di eleggere un Parlamento, dopo aver eletto Presidente e votato per enti locali ed Europa, è notevole. Dalla possibilità di ‘liberarci’ di qualche potente nostalgico della Seconda Repubblica inviandolo ad arricchire l’improbabile Parlamento UE, al ‘repulisti’ che deve cominciare dal basso, ovvero negli Enti Locali, alla possibilità di eleggere l’ultimo ‘presidente del Parlamento’ che non sia l’espressione del ‘nuovo che non avanza’ come i sondaggi elettorali ci prefigurano.

Ma l’Italia non è mai stata un paese di buon senso, perchè di buone intenzioni son lastricate le strade dell’inferno e, come noto, le strade (e la bona fidae) portano tutte a Roma, la capitale di due stati, uno repubblicano e l’altro monarchia assoluta.
E qui arriviamo all’ultima chiave del nostro enigma.

Come è possibile che la Conferenza Episcopale Italiana possa sopportare che alti prelati e comuni parroci interagiscano con un ceto politico così arraffone ed impenitente, così ‘materialista’, senza svolgere una ferma azione di evangelizzazione e avvallandone, indirettamente,  il potere in tante pubbliche manifestazioni?
Anche questo dovrà cambiare: se il politico è ‘chiacchierato’, altrove il clero si defila.

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L’Italia frana, i sondaggi confermano

8 Ott

Un sondaggio politico-elettorale, relativo alle intenzioni di voto per la Camera dei Deputati, pubblicato il 19/6/2012 da EMG per Telecom Italia Media – La7 TV, rileva che una coalizione ‘per Monti’ PD-PdL-PSI e Terzo Polo raccoglierebbe il 46%, con la Sinistra IDV-SEL al 20% e Cinque Stelle al 21% e la Lega al 5%.
Gli astenuti sono stimati al 35%, ma potrebbero essere di più, se il 79% delle persone contattate ha rifiutato l’intervista.
Risultato? Nessuna maggioranza al Senato, la Camera assediata dagli emendamenti, almeno metà della popolazione fortemente scontenta.

Se l’obiettivo di Mario Monti era la ‘stabilità del sistema Italia’, ad un anno di distanza, possiamo solo prendere atto che il quadro politico s’è vistosamente deteriorato e che il debito pubblico sembrerebbe essersi incrementato.

Il sondaggio Politico-Elettorale dell’Osservatorio DIGIS per SKY TG24, pubblicato il 19/6/2012, ci racconta che:

  1. il 62% degli italiani sarebbe favorevole alla vendita di immobili pubblici, ma solo il 18% cederebbe le spiaggie, che sono il piatto forte per la ripresa degli investimenti stranieri e dell’occupazione, oltre che indispensabili per la crescita turistica del Meridione;
  2. quasi la metà ritiene che Elsa Fornero dovrebbe dimettersi e che i dati INPS sugli esodati erano corretti e siano stati erroneamente elaborati, ma la maggior parte ritiene giusto aiutarli solo se non hanno goduto di benefit, che in non pochi casi erano dovuti per legge;
  3. anche per quanto riguarda gli aiuti agli altri paesi UE da parte dell’Italia, una buona metà degli italiani (47%) ritiene che l’Italia ‘ha già dato’.

Gli italiani sembrano, dunque, essersi ‘barricati’ dietro un concetto apparentemente giusto e socialmente deleterio, associando la Casta ad i suoi Palazzi, reagendo all’iniquità con altrettanta disequità, diffidando dell’Europa e, probabilmente, della Germania in primis.

E, caso mai qualcuno volesse ancora ostinarsi ad essere ottimista, arriva Renato Mannheimer, con il sondaggio ISPO / 3G Deal & Research srl per il Corriere della Sera, dove emerge che ‘Due italiani su tre non credono più alle Regioni’.

Anzi, scopriamo che in tanti hanno ‘poca o pochissima fiducia’ verso la propria Regione (64%) e Porvincia (60%) ed il Comune in cui vive (53%).
Inoltre, il 46% ritiene che vanno abolite almeno le regioni più piccole, di cui il 18% le cancellerebbe tutte e basta, mentre il dato passa al 63% per le Provincie.

Solo il 32% degli italiani, secondo questo sondaggio, voterà gli stessi partiti delle scorse elezioni, il 40% dichiara che non voterebbe, il 14% ‘non sa’.

Come venirne fuori in tre mesi o poco meno? Prolungando di un anno la fine del Governo tecnico, vincolandolo ad un programma da portare a termine. A far due conti, non c’è alternativa: s’è già perso troppo tempo per salvare banche ed Eurozona.

Che programma? Quello che la Casta non vuole e cosa mai … è evidente che siamo arrivati al raschio del barile e che, ormai, ‘nessuno è esente’.

Innanzitutto, dando un segno di cambiamento e responsabilità diretta: dimissioni di Elsa Fornero e Mario Monti ad interim al Welfare. A seguire, interventi sulle pensioni d’annata o privilegiate e salario minimo almeno per le famiglie. Riportando la Sanità nelle meno insicure mani dello Stato …

In secondo luogo, attuando interventi strutturali con concessioni 99ennali per porti turistici, residence balneari, musei privati eccetera. Una patrimoniale sui redditi superiori agli 80.000 Euro annui, per fare cassa e cosa mai. Una riforma delle procedure civili e penali, che garantisca un excursus processuale non superiore ai cinque anni.

Infine, riducendo le regioni a 12-14 e le Provincie a 24-30. Riordino del Titolo Quinto della Costituzione e riforma dei Regolamenti Contabili. Camera con 300 deputati e basta, Senato federale con 150 eletti, stop.

Impossibile? Probabile, anzi, cosa certa, se il PdL sarà ancora ostaggio del suo fondatore, Silvio Berlusconi, e se il Partito Democratico continuerà a gongolare per quel ‘circa 30%’, di cui si sente sicuro, che gli permetterà di vincere le elezioni ma non di governare.

Del resto, se fossero stati lungimiranti, se avessero creduto nella statistica, ad esempio, invece che nei congressi di partito, mica ci avrebbero messo in questa situazione.

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Fuga di cervelli? Una buona notizia …

11 Set

(ASCA) – Chianciano Terme (Si), 8 settembre
”Fuga di cervelli, cioe’ belle teste italiane che vanno a fare ricerche in altri Paesi? Ma la fuga dei cervelli e’ innanzitutto una buona notizia: vuol dire che abbiamo cervelli e che, se ce li portano via, abbiamo buone scuole”. Lo ha detto Corrado Passera, ministro per lo Sviluppo economico, rispondendo a una domanda dei giovani dell’Udc.

Buone scuole?

Il ministro sa che siamo il fanalino di coda dell’OCSE quanto a livello di istruzione dei nostri ragazzini e che il dato è persistente da anni ed anni, dunque stiamo parlando anche degli attuali 25enni in cerca di impiego con danni epocali per il paese.

Oppure che la quota di laureati in materie scientifiche ed ingegneria, da decenni, è una piccolissima parte del totale, forse nemmeno il 5%, mentre nei paesi avanzati si supera, di norma, il 10% della popolazione. Ovviamente, in un paese così, va progressivamente a finire che non funziona nulla come dovrebbe e diventa difficile anche il manutentare correttamente.

Ci sarebbe anche da spiegare al nostro ministro – con tutto lo staff che si sono portati dietro – che, secondo i dati più svariati, sembrerebbe proprio che all’incirca il 40% degli italiani adulti ha conseguito un diploma, che potrebbe esserci un bel 15% di popolazione che ha conseguito solo la licenza elementare.
Bisognerebbe accennare anche alle periferie e alle zone depresse/a rischio, dove i maschi diplomati a volte non superano il 20% del totale e che le donne, che arriverebbero al 40%, sono sostanzialmente disoccupate o precarie anche a causa della poca formazione ricevuta in istituti malmessi con docenti che cambiavano di anno in anno. Oppure a quel 3-4% del PIL che comunie province dovrebebro spendere per ‘il diritto allo studio’ e che, invece, diventano sagra patronale, intercultura, multimedialità, evento locale.

Dulcis in fundo, potremmo ricordare che non stiamo parlando dell’istruzione o delle scuole, ma di una infrastruttura nazionale chiamata Sistema di Istruzione Nazionale. Proprio quell’infrastruttura che lo Stato italiano, fin dal 1871, finanziò poco e male, ritardando fino al Ventennio fascista la formulazione di un quadro unitario di studi e gestendo ancora oggi il comparto come una sorta di riserva lavorativa per donne (casa, chiesa scuola) e giovani laureati precari e come un settore minore dell’edilizia pubblica nonostante si tratti di oltre 40.000 edifici, dove ospitiamo quotidianamente il futuro del nostro paese.

E se – già oggi e probabilmente domani – dovessimo prendere atto che i cervelli in fuga dall’Italia fossero gli ultimi rimasti e che non ne abbiamo abbastanza per far funzionare il paese?
Farci dirigere da francesi e tedeschi o cinesi, è questa la soluzione infrastrutturale per l’Italia?

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Programma di governo: una montagna di chiacchiere?

14 Mar

Il programma di governo, annunciato da Mario Monti mesi fa e sostenuto da PdL, PD, FLi e UDC, si propone di “riconciliare cittadini ed istituzioni“, non considera i “vincoli europei come imposizioni“,  vuole “rendere meno ingessata l’economia“, riconosce “l’esistenza di una questione meridionale“, “garantirà la natura strutturale della riduzione delle spese dei Ministeri” e “conterrà i costi di funzionamento degli organi elettivi“, che annuncia un “piano di dismissioni e di valorizzazione del patrimonio pubblico“, auspica “merito individuale” per i giovani e “piena inclusione” per le donne, “riduzione del peso delle imposte e dei contributi“, “aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture“.

Secondo il discorso pronunciato al Senato, a novembre scorso, Il mercato del lavoro è da riformarsi “con il consenso delle parti sociali” e l’età di pensionamento, già a novembre scorso, “superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi“, con un “sistema pensionistico caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio“.

Avete visto voi?

Quelli che seguono sono degli stralci dal discorso di insediamento di Mario Monti al Senato (link testo integrale). Parole pronunciate solo qualche mese fa, promesse che costituirebbero il corrente programma di governo.

“Spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.
Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica di Governo, lo snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Al Parlamento vanno riconosciute e rafforzate attraverso l’azione quotidiana di ciascuno di noi dignità, credibilità e autorevolezza.

Non vediamo i vincoli europei come imposizioni.
Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi sul pareggio di bilancio, sulla discesa del rapporto tra debito e PIL. Ma non saremo credibili, neppure nel perseguimento e nel mantenimento di questi obiettivi, se non ricominceremo a crescere.
… provvedimenti rivolti a rendere meno ingessata l’economia, a facilitare la nascita di nuove imprese e poi indurne la crescita, migliorare l’efficienza dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese.

Maggiore sarà l’equità, più accettabili saranno quei provvedimenti e più ampia sarà la maggioranza che in Parlamento riterrà di poterli sostenere. Equità significa chiedersi quale sia l’effetto delle riforme non solo sulle componenti relativamente forti della società.

Esiste una questione meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità. I problemi nel Mezzogiorno vanno affrontati non nella logica del chiedere di più, ma di una razionale modulazione delle risorse.
Ciascun Ministro esporrà alle Commissioni parlamentari competenti le politiche attraverso le quali, nei singoli settori, queste azioni verranno avviate.

Nell’immediato daremo piena attuazione alle manovre varate nel corso dell’estate, completandole attraverso interventi in linea con la lettera di intenti inviata alle autorità europee.
Verrà definito un calendario puntuale per i successivi passi del piano di dismissioni e di valorizzazione del patrimonio pubblico.

Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione indifferibile.
Dobbiamo porci l’obiettivo di eliminare tutti quei vincoli che oggi impediscono ai giovani di strutturare le proprie potenzialità in base al merito individuale indipendentemente dalla situazione sociale di partenza.
L’Italia ha bisogno di investire sui suoi talenti. Per questo la mobilità è la nostra migliore alleata, mobilità sociale ma anche geografica, non solo all’interno del nostro Paese ma anche e soprattutto nel più ampio orizzonte del mercato del lavoro europeo e globale.

Per garantire la natura strutturale della riduzione delle spese dei Ministeri, decisa con la legge di stabilità, andrà definito rapidamente il programma per la riorganizzazione della spesa, previsto dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.
Di fronte ai sacrifici che sono stati e che dovranno essere richiesti ai cittadini sono ineludibili interventi volti a contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi. I soggetti che ricoprono cariche elettive, i dirigenti designati politicamente nelle società di diritto privato, finanziate con risorse pubbliche, più in generale quanti rappresentano le istituzioni ad ogni livello politico ed amministrativo, dovranno agire con sobrietà ed attenzione al contenimento dei costi, dando un segnale concreto ed immediato. Per quanto di mia diretta competenza, avvierò immediatamente una spending review del Fondo unico della Presidenza del Consiglio.

Coerentemente con il disegno della delega fiscale e della clausola di salvaguardia che la accompagna, una riduzione del peso delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e sull’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico. Dal lato della spesa, un impulso all’attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture.

Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione.

Già adesso l’età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi. Il nostro sistema pensionistico rimane però caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio.”

Nota bene, il programma che non fa menzione di RAI e giustizia.

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Trattativa Lavoro spiegata con semplicità

13 Mar

A quanto pare, il ministro Fornero avrebbe precisato che i soldi per gli ammortizzatori, due miliardi, “potrebbero essere dai risparmi sulle pensioni, o meglio che “non saranno presi dal fondo sociale”.

Risparmi sulle pensioni? Ma non erano indispensabili ed inderogabili per salvare l’Eurozona?

Ed infatti, Elsa Fornero avrebbe precisato che “non sono in grado di dirvi dove saranno trovate le risorse, il governo è impegnato a ricercarle, ma non saranno sottratte “ai capitoli del welfare: il governo si impegna a trovare le risorse al di fuori dei capitoli di spesa sociale”.

Ammortizzatori sociali che non vertono sulla spesa sociale e sul welfare? Ed a cosa andrebbe destinato, allora, il Fondo Sociale Europeo se non, innanzitutto, ai disoccupati ed ai poveri?

“Indennità di disoccupazione a 1.119 euro”, questo l’ultimo annuncio attribuito al ministro del Welfare, che avrebbe anche promesso che “la cassa integrazione straordinaria resterà e non scompare. Sarà eliminata solo la causale per cessazione attività.” (La Repubblica)

Tutto ed il contrario di tutto, con l’aggiunta dell’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ed il proseguimento dell’esclusione dai sussidi di giovani e casalinghe.

Non è un caso che si parli “passo indietro” (Camusso) , “ecatombe sociale” (Bonanni), “il ministro non abbia fretta” (Marcegaglia), l’articolo 18 è “una norma antidiscriminazione” (Bersani).

E, mentre LA7 con il suo TG “tira la volata al ministro”, annunciando un’accelerazione che esiste solo nelle intenzioni di Elsa Fornero, accade che solo il Corriere della Sera (link) dia una spiegazione abbastanza chiara di quante e di quali riforme si stia parlando.

Riordino dei contratti: meno tipologie, incremento d’aliquota per i contratti a termine (+1,4%), stabilizzazione dell’apprendistato ( se entro il 25 aprile le Regioni  vareranno le leggi di loro competenza).

Ammortizzatori sociali su due livelli: cassa integrazione ordinaria pagata dalle aziende e dai lavoratori secondo gli schemi attuali, assegno di disoccupazione solo per chiusure o ristrutturazioni aziendali, condizionato da verifiche come in Gran Bretagna.

Assicurazione sociale: consiste nella creazione di un istituto (simile all’ Inail) per la disoccupazione universale per tutti i lavoratori dipendenti privati e ai lavoratori pubblici con contratto a tempo determinato a partire dal 2015.  L’importo massimo del sussidio sarà circa di 1.119 euro mensili iniziali per un massimo di 18 mesi.

Licenziamenti: Elsa Fornero, dopo l’innalzamento dell’età pensionabile, chiede che i lavoratori rinuncino all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per tutti i licenziamenti non discriminatori. In tutti gli altri casi, il governo offfre un indennizzo economico non superiore a 18 mesi di retribuzione, ovvero meno di 20.000 Euro se parliamo di un lavoratore non specializzato, La Cisl propone, invece, di escludere dall’articolo 18 solo i licenziamenti per motivi economici (come per i licenziamenti collettivi). La CGIL di Camusso (c’è anche quella di Landini ormai) si oppone all’abrogazione, ma è favorevole alla semplificazione dei giudizi ed all’introduzione e rafforzamento dell’istituto dell’arbitrato.

Ovviamente, nessuno sa quanto costerà tutto questo, visto che la disoccupazione è in aumento e che le riforme potrebbero far emergerne molta altra, tra contratti a termine e lavoro nero.

Preso atto che Bersani si appella all’ONU od alla Croce Rossa, con il suo “una norma antidiscriminazione”, mentre arriva Gasparri alla carica ricordandoci arcani debiti ed astrusi impegni europei, non possiamo non notare che Mario Monti insiste con Alfano per “parlare di RAI” …  e, visto che la “vicenda lavoro” è  – più o meno come avete letto – “semplice semplice”, ditemi voi se non sarebbe primo dovere della televisione pubblica informarci sulle diverse proposte e sul significato dei diversi interventi.

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Un PD senza uscita

8 Mar

Il Partito Democratico da molto tempo mostra di non essersi emancipato dal proprio passato “primo repubblicano”, anzi, di averne fatto la propria quintessenza.

Non è un mistero per nessuno la pregressa militanza democristiana, socialista, comunista che annovera la maggior parte dei suoi quadri politici in Parlamento, nelle Regioni, nelle Provincie e nei grandi Comuni.

Un partito nato vecchio, che, finora, ha potuto andare al governo – nazionale ma lo stesso vale per quelli locali – per ben due volte solo grazie all’alleanza, se non all’abbinamento, con l’estrema sinistra, che in Italia è sia rigidamente poststalinista sia libertariamente postmoderna.
Un intellighentzia partitica che – basta andare ad un convegno per saperlo – è convinta d risolvere “tutto” con tecnologie e servizi, che hanno un costo e non generano un granchè di PIL.
Una base elettorale molto “retrò”, che “ragiona con la pancia”, come per 20 anni di antiberlusconismo fine a se stesso o come per “l’opposizione dei comici RAI”, da Guzzanti e Crozza, oppure come per la “mano libera” di cui gode qualunque manifestante sventoli una bandiera rossa.

Di questo passo, il futuro è già scritto ed, a quanto pare, il più realistico sembra essere Walter Veltroni che agogna un’ammucchiata (tradotta Grosse Koalition in tedesco) con i “centristi in sella”.

Molto lontano dalla realtà delle cose, viceversa, appare Pierluigi Bersani, che da un lato s’affida ad un Patto di Vasto, che cancella i suoi candidati alle Primarie ed inficia future alleanze “centriste”, dall’altra scalpita a sostegno di Monti e del salvataggio delle lobby finanziarie del Centroitalia.

Il risutato è, tra l’altro, l’inoperatività del governo Monti, impedito a riformare, ovvero liberalizzare, il sistema contributivo, assicurativo e cooperativo, che rappresentano alcuni dei principali ed “eterni” fattori di “stallo” dell’economia italiana, assieme alla superfetazione delle autonomi locali ed alla lentezza ed imprevedibilità della giustizia.

Allo stesso modo, non stiamo rilanciando il sistema di trasporto su rotaia e quello aereoportuale, riducendo progressivamente quello su gomma, mentre la benzina vola verso i 2 euro al litro, vuoi per la “priorità metalmeccanica” (leggi occupazione industriale al nord), vuoi per gli enormi interessi del Gruppo Marcegaglia (leggi guardrail), vuoi per mantenere la “centralità logistica” bolognese.
Per non parlare della patrimoniale, necessaria per fare cassa e, soprattutto, immettere sul mercato meno titoli e ad interessi più bassi, ovvero rassicurando l’Eurozona e rafforzando il sistema-Italia, ma anche “non impellente”, mentre Unicredit, in cui confluì Unipol, andava a salvarsi acquistando titoli con rendite elevate.

Un Partito Democratico abbinato a troppi processi ed inchieste, partendo dallo scandalo rifiuti che coinvolse Bassolino, al caso Lusi, che coinvolge anche il PD, od al caso Penati, tutto da giudicare, fino ai troppi indagati per mafia o corruzione al Sud o, peggio, al “disastro agroalimentare” italiano, che vede trusts al centronord e mafia, desviluppo e sfruttamento al sud.
Per non parlare, più in generale, del sistema consortile o dello spoil system o delle esternalizzazioni, come denuncia indirettamente anche Saviano, chiedendo una legge anticorruzione anche “tra privati”.

Cosa fare?

Dividere le strade di chi s’abbarbica al vecchio e chi ricerca il nuovo sembra essere una scelta inevitabile, anche se dovesse provocare un’implosione: la sommatoria dei voti raccolti dalle varie componenti derivanti (partiti tra loro alleati e non) sarebbe comunque maggiore di quanti raccoglierebbe il partito oggi e, peggio, tra un anno, andando di questo passo.
Una scelta che, prevedibilmente, andrebbe a scompaginare anche la saldezza del PdL, specie se parliamo di giunte locali, e permetterebbe di evitare l’abbraccio “fatale” con SEL o spezzoni dell’IDV (che non sembra essere in grande armonia interna).

Una scelta che potrebbe comportare buoni risultati, forse sul medio periodo, se il PD “finalmente” si decidesse ad aprire le proprie liste a molti, tanti, troppi potenziali candidati e “seconde file” che la “società civile”, le imprese e le professioni hanno già apprezzato per il saper fare governance e welfare.
Un “popolo” di sinistra o comunque affine, fatto di persone con elevate professionalità e ligie a leggi e regolamenti, che, però, “esistono” solo per il giorno delle elezioni.

Probabilmente, il problema non è (mai) stato il “dover dire qualcosa di sinistra”, bensì il “dover dire” sia qualcosa di rapidamente realizzabile, ovvero “non troppo ambizioso”, sia qualcos’altro (leggasi “riforme”) che abbia lungimiranza ed una chiara visione dello Stato che si va ad innovare.

Ad ogni modo, con Monti al governo, il PD sta vedendo crollare il proprio consenso e, per una parte dell’elettorato, la cosa potrebbe essere irreversibile, visto cosa è passato per le pensioni od il montante dissenso del comparto “università e scuola”.

Altrettanto sicuramente, nessun Partito Demcoratico – nè presente nè futuro – può permettersi il rischio di andare al voto tra un anno, per “giocarsi” in pochi mesi politiche, amministrative, europee e presidenziali: non sono tempi di “big slam”, di “asso pigliatutto”, come profetizzavano “certi” sondaggisti pochi mesi  or sono.

E, magari, si potrebbe incominciare accantonando la “bozza Violante” e puntare su una legge elettorale “più lungimirante”, ovvero che consenta di individuare un partito “di governo” ed una maggioranza che aderisca sul programma, con il premier indicato dal Presidente della Repubblica, qualche percentuale di sbarramento ed un paio di commi “anti inciucio”.

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