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Pinocchio e i Cinque Stelle

1 Giu

Pinocchio non si salva votando il Gatto e la Volpe, come non si salva dando credito a Lucignolo o tirando scarpate ai Grilli Parlanti.
E, comunque, per votare qualcuno c’è prima da sapere cosa vuol fare, cambiali in bianco per cinque anni a nessuno per nessuno.

Ad ormai sette anni dall’insediamento di Mario Monti e dopo oltre 15 anni di legge elettorale incostituzionale, abbiamo il diritto di sapere cosa i vari candidati intendono fare per Giustizia, Fisco, Sanità, Istruzione, Infrastrutture, Assicurazioni, Commercio Estero, Rapporti Stato-Regioni eccetera.

E – a proposito di Cinque Stelle – vorremmo sapere tutti se in Parlamento sono almeno riusciti a trovare convergenze per far approvare leggi e emendamenti … sono tre anni che dura questa storia. E’ nei fatti che neanche sanno fare Opposizione .

Vorremmo anche sapere – dopo il super flop chiamato Stallo di Roma – come si fa ad ambire al Governo e rinviare di spiegarci il quid e il conquibus di cosa faranno a DOPO aver eventualmente occupato poltrone?

A parte, la regola del Movimento di un solo mandato, poi si torna al proprio lavoro e alla propria dimensione di normali cittadini … era così, vero?

Son tutte cose che sono state chieste a muso duro a Mr Di Maio durante le sue conferenze in USA e che non hanno trovato risposte.

Il Popolo VUOLE soluzioni. A criticare son buoni tutti.
Se i Cinque Stelle hanno gli assi (le riforme) è ora di calarli. Altrimenti, il tavolo va oltre.

E Pinocchio?
Ha capito il gioco, s’è messo a studiare ed adesso è un’eccellenza felicemente emigrata all’estero. Se così non fosse le nostre redazioni non confonderebbero il Bar dello Sport con la tribuna Politica …

Demata

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A proposito di Verhofstadt

10 Gen

Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt si laureò in giurisprudenza nel 1975 e, subito dopo, si dedicò alla carriera politica.
Consigliere comunale a 23 anni (1976), deputato a 25 anni, presidente del Partito della Libertà e del Progresso (PVV) a quasi 30 anni. Un giovane decisamente ambizioso, cresciuto – però – nelle Fiandre ed affermatosi in Belgio, molto lontano da quella che è la realtà quotidiana di tanti europei.

verhofstadt

Dopo quindici anni di nomine e poltrone varie, nel 1999, Verhofstadt diventa Primo ministro di una coalizione tra liberali, ecologisti e, soprattutto, socialisti.
La cosa durò fino al 2007, con la sconfitta alle elezioni legislative e con Verhofstadt dimissionario, con il Belgio travolto dagli scandali. Tra i più famosi, quello della rete pedofila di Dutroux, dei crolli bancari di Dexia e Fortis, dei fondi neri della Marina militare belga (sic!) …

Cosa ci si poteva mai aspettare, dopo un decennio di una così innaturale alleanza tra liberali e socialisti?

Così, come tanti altri prima di lui, Guy Verhofstadt comprende che il suo percorso politico in patria si è esaurito. Eletto parlamentare europeo, nel giro di pochi mesi lo ritroviamo presidente dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) e fondatore del Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea.

Un assertivo europeista e garantista, molto critico nei confronti di Vladimir Putin, nel 2014 viene candidato dall’ALDE a Presidente della Commissione europea nelle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

Così accadde che Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt fosse a Roma, il 4 marzo 2014, per la presentazione della Lista Alde, “Scelta Europea”, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica e frutto del rassemblement di 13 movimenti.

Riporta formiche.net che c’erano in tanti, tra cui “Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini. … Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti … c’era Andrea Romano, ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. … A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde … è stato Romano Prodi con un video messaggio.” (fonte formiche.net)

Cosa concludere dinanzi ad una tale eterogenità, se non che l’elettorato di Monti, Prodi, Zanetti, Fare, PLI, Federalisti, Centristi laici e Conservatori sociali sia sostanzialmente lo stesso, salvo trovare il modo di superare la diaspora dei salotti liberali italiani?

Del tutto, come sappiamo e come prevedibile, non se ne face nulla, salvo un bel flop elettorale, ma nessuno si sarebbe aspettato che – pur di avere una forte visibilità in Italia – si andasse a corteggiare i populisti antieuropei e giustizialisti, dopo aver aggregato socialisti e ‘cristiano sociali’ …

Incredibilmente, il 4 gennaio 2017 la Rete iniziava a diffondere voci di un accordo in corso: “Alde e M5S condividono i valori centrali della libertà, dell’uguaglianza, della trasparenza”.

Ma il 9 gennaio successivo Guy Verhofstadt era costretto a fare marcia indietro: “Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.

La domanda di oggi è questa: Guy Verhofstadt è ancora il capoguppo dell’ALDE, ma lo sarà ancora domani o dopodomani? Quanto l’immagine dei liberali in Italia è stata danneggiata dalle due iniziative di Verhofstadt? Dove va l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa?

Demata

Come andrà la finanza italiana dopo il Referendum

19 Nov

Tra meeting aziendali, in cui i ‘capi’ sbandierano lo spauracchio dell’instabilità in caso di vittoria del NO al referendum costituzionale, ed annunci ad effetto come per La Repubblica, secondo cui “la Unione Europea sarebbe sul punto di revocare le politiche di austerità”, si avvicina il giorno del voto, il 4 dicembre.

Come andare a raccontare ai bimbi che dietro la tenda c’è l’Uomo Nero o che Babbo Natale esiste. Basterebbe la campagna ‘politically scorretta’ del fronte renziano per lasciar intendere quale sia lo stile dei riformatori e quale la partita in gioco con cui allettare elettori ed investiori: la pagnotta.

Infatti, come fa notare Giorgio Cremaschi, ex presidente del Comitato Centrale della Fiom, l’Unione Europea potrebbe rinviare al 2017 delle procedure di infrazione, che doveva avviare in questi giorni a causa dello scassatissimo bilancio presentato dal duo Renzi-Padoan.

Una mossa buona con ambedue i risultati: se vincesse il SI, le sanzioni serviranno a sostenere interventi draconiani, e, vincendo il NO, si darebbe tutta la colpa ai ‘garibaldini’, as usual.

In realtà, con una nazione tra le più ricche ed avanzate del mondo che langue al rating BBB+ da anni, quel che sta per accadere è già scritto a prescindere dal referendum: aumenterà il costo del denaro e, non potendo oltre incrementare la pressione fiscale, vedrete che si inizierà a parlare di riforma dell’Inps o delle ASL.

In due parole, lo stesso effetto di una svalutazione, giusto per accontentare i populisti appassionati di monetarismo.

Allo stesso modo è già scritto cosa accadrà per alla grande fiera dei BOT e dei BTP: gran parte sono già collocati sul mercato, come del resto sarebbe accaduto senza le speculazioni finanziarie del 2010. Se non fosse stato così, già da mesi saremmo attorniati da valori in picchiata dello spread.
Certo se vincesse il NO, si verificherà qualche scossone, ma non è mica detto che, subito dopo, con un ministro diverso da Padoan le aste dei titoli non possano andar meglio.

L’incognita che preoccupa l’Europa e gli investitori è un’altra: i Cinque Stelle, che finora non hanno annunciato particolari programmi nazionali su giustizia, economia, infrastrutture e welfare.
I Cinque Stelle di Virginia Raggi – non quelli di Casaleggio – che azzerano un piano infrastrutturale come le Olimpiadi, che accusano l’Anticorruzione di intralciarli, che dimostrano di aver forse le competenze per gestire un rione, ma non una metropoli complessa, figuriamoci una nazione.

I Cinque Stelle sarebbero avvantaggiati nella loro corsa al potere e alle poltrone, in caso di vittoria dei SI, mentre, se vincesse il NO, dovranno prima o poi accettare il metodo e le regole del confronto e della concertazione.

Allo stesso modo, con un’incompiuta riforma ‘spezzatino’ l’instabilità andrà di per se ad aumentare, in caso di vittoria dei SI, e non il contrario, dovrebbe essere ovvio. Come andrà  specialmente per i nuovi rapporti Stato-Regioni e lo strascico di contese e giudizi che si porterà dietro? E come faremo se una norma frettolosa approvata da una Camera suddita del Governo, finisse dopo mesi nelle maglie dell’inapplicabilità, come altre volte è accaduto con gli ‘sperimentatori al governo’?.

La ‘dura’ Realtà – nella quale si sta faticosamente risvegliando la nostra gentry  – non è così difficile da intuire: il Futuro non è scritto … ad eccezione che non si parli di soldi e di sanzioni. Inutile credere nei miracoli o nel volemose bene oppure in una mano che lava l’altra eccetera eccetera …

I sostenitori di Renzi e Alfano – non per la fede bensì per il portafogli – dovrebbero approfondire un po’ meglio quello che gli viene raccontato da molti anni sull’Europa ed il mondo in cui viviamo: potrebbe esserci più di qualche dettaglio non rispondente a vero.

Demata

Roma va di nuovo al Commissariamento?

29 Set

virginia-raggi-giungla-t-asfalto-805997Il commissario prefettizio è previsto dalla norma italiana anche “quando non possa essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi”, ma solo per impedimento permanente, rimozione, decadenza, decesso e dimissioni del sindac o per dimissioni contestuali di metà del Consiglio comunale.
In alternativa, se la maggioranza dei consiglieri fosse talmente scellerata da non dimissionare un Sindaco incapace, c’è da aspettare che i Revisori dei Conti non approvino il Bilancio, che è un’altra causa di commissariamento, e che va ogni anno in scadenza tra il 30 ottobre ed il 31 dicembre, salvo proroga (già semi-commissariata) fino al 30 marzo.

E Roma, oggi, perde anche il Mondiale di Rugby del 2013, dopo aver perso le Olimpiadi 2014, che sarebbero stati un’occasione unica per rinnovare e innovare la mentalità e la città, riproponendo la Città Eterna come meta turistica, artistica e convegnistica mondiale: la vera Grande Bellezza.

Intanto, Virginia Raggi, a parte il rivendicare complotti e intrighi, che avvalorano la sua mancanza di polso e poco più:

  • in quattro mesi ha annunciato non si sa più quanti assessori al bilancio,
  • i trasporti sono al lumicino mentre la “Roma degli uffici” sta andando in blocco tra l’Eur e il Torrino, ovvero settori notoriamente poco serviti,
  • gli appalti dei servizi sociosanitari e dei municipi tutti andranno pur rinnovati da gennaio in poi,
  • Ama è abbandonata a se stessa
  • nulla sappiamo – dopo il terremoto ad Amatrice – se il Comune offra edifici pubblici sicuri, in particolare le scuole e quanto affittato o concesso a privati
  • i movimenti azionari di Acea preludono a grandi cambiamenti, ma quali non si sa,
  • l’esubero dei dipendenti comunali è inspiegabile se abbiamo musei, parchi, bus e metropolitane ben poco vigilati
  • l’arretratezza dei Regolamenti comunali è la prima causa di caos cittadino e ci si sarebbe aspettati che, almeno su questo, l’avvocato Raggi avesse le ordinanze pronte.

Gli scenari

  1. i Cinque Stelle di buon senso –  in blocco o singolarmente – si associano alle opposizioni, presentando dimissioni di massa come accaduto per la caduta di Ignazio Marino
  2. la Giunta resta al suo posto e lo stallo totale del Comune e dei servizi comunali durerà fino al 2017, quando i Revisori dovranno dare l’altolà
  3. Raggi si dimette per evitare addebiti ‘contabili’, a causa del fatto che non ha provveduto a nominare un assessore al Bilancio, ergo “non ha assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi”.

Nel primo e nel terzo caso, i Cinque Stelle potrebbero contenere i danni del ‘disastro romano’, nel secondo proprio no: le ripercussioni sarebbero profonde e nazionali sia sul partito sia per l’Italia intera, che dipende dalla Capitale e dal suo buon funzionamento generale.

E, se si andrà, come sembra inevitabile, a nuovo Commissariamento, speriamo che, entro le prossime elezioni, una certa mentalità e determinate componenti sociali di Roma avranno compreso che il Favolosi Anni 50-70 sono finiti, che è necessaria efficienza e collaborazione e che combattere ancora per pretese anacronistiche equivale a ledere dalle fondamenta questa città ‘eterna’?

Game over.

Demata

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Roma spiegata al Sindaco Raggi

23 Set

Caro Sindaco,
partiamo dal fatto che non ci sono complotti e che vorremmo tutti aiutarla, visto come sta messa la nostra amata città.

Come sta scoprendo, c’è innanzitutto un problema di mentalità, che finora l’ha avvantaggiata e che – preso il potere – ritorna contro, per legge di azione e reazione.

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E’ difficile parlare della mentalità romana senza annotarne il polimorfismo dela morale cattolica, ovvero la capacità di modellarsi nel modo più utilitaristico possibile.

La vicenda di Callisto e Ippolito papi e il falso editto di Costantino ben chiariscono metodi e scopi della nascente organizzazione teocratica …
D’altra parte, eravamo nella Roma che usciva da mezzo secolo di bengodi e di complotti, sempre incapace ad autogovernarsi senza ricorrere a risorse altrui … da cui l’esigenza di espandere ad libitum l’Imperium.

In un contesto simile, con una tradizione ‘etica’ millenaria, la Politica romana dovrebbe ricordare la grande lezione repubblicana di Menemio Agrippa che se ‘semo solo noi’ si scompare dalla Storia.
Una delle frasi più famose di Giulio Andreotti è “quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro”: le fazioni – e solo dopo l’avidità – furono (e sono) la rovina di Roma dalla fondazione stessa.

Ne prenda atto ed inizi a governare, cioè ad esercitare l’arte del compromesso e della concertazione.

L’altro aspetto che lede dalle fondamenta la nostra capitale e la nostra società è l’idea che il mondo sia ingiusto perchè esistono persone più ricche di altre, che tramano contro la comunità, e che chi pensa a divertirsi sarà, nella sostanza, punito.
Tutti credono che sia colpa di Marx e Lenin, ma leggendo i versetti di Luca 6,24-26 troverete scritto “guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora siete potete divertirvi, perché sarete afflitti e piangerete.”
Prima di San Luca nessuno mai aveva affermato cose simili.

Se l’astio verso chi persegue il “diritto alla gioia” è il limes che separa i credenti di una qualche religione dagli integralisti, la diffidenza verso chi investe denaro e tempo in attività che portano lavoro e benessere a tutti è una follia distruttiva della coesione sociale di un popolo intero. Figuriamoci di una città.

Ne prenda atto ed inizi a governare, cioè a far capire che lei non è più la candidata dei Cinque Stelle, bensì il Sindaco di tutti i romani.

Infine, c’è da ricordare che Sant’Agostino scrisse che “il Signore conosce quelli che sono suoi e ciascuno di loro che chiede, riceve”.
Questo significa – innanzitutto – che se non è l’operosità, la ragione o la sorte a conferire il successo agli uomini, ma solo la loro ‘affiliazione a Dio’ a prescindere se l’intento sia santo o malvagio.
Una mentalità così può, forse, andare bene in una teocrazia od una monarchia assoluta, ma è del tutto inappropriata nel mondo moderno, dato che lascia la comunità sprotetta dagli speculatori e dai demagoghi.
Il tutto senza parlare del fatto che se sei malato e non arriva il miracolo che ti guarisce … sotto sotto te lo sei meritato. Sant’Agostino dixit.

Ne prenda atto ed inizi a governare, dimostrando che non sono un miracolo dei servizi comunali e sociosanitari almeno alla pari di quelli di Milano nel 1990.

Se, poi, la mentalità dei Cinque Stelle romani è ancora quella di credere che la volontà politica sia superiore alle leggi di mercato od a quelle della tecnica e della scienza,  che alla fin fine si rinvia tutto di cinque anni e qualche ulteriore debito per tutti, che magari dei bisogni dei cittadini e del funzionamento della città torna ad occuparsene qualcun altro (la Prefettura) mentre voi dibattete, … sarebbe il caso di spiegarlo almeno ai Grillini delle altre regioni.

Demata

P.S. Il gruppo Suez ha aumentato la sua partecipazione nella società capitolina dei servizi ambientali ACEA, passando dal 12,4 al 23%, grazie all’acquisto di azioni dal gruppo Caltagirone. L’affare proietta i francesi come primo socio privato di Acea, dietro al Comune che ha la maggioranza assoluta.
Che fa? Privatizza un po’ di Acea per trovare i quattrini per non privatizzare Atac e non mettere in riga AMA e i servizi diretti del Comune? Perdiamo entrate per sostenere sprechi? I Francesi entreranno anche in AMA?

 

Comune di Roma: la cruda verità

2 Set

Prima della ‘volontà popolare’ c’è sempre la legge di bilancio: senza denari non si cantano messe. Per questo motivo, da otto anni, tra il dire – in campagna elettorale – ed il fare – pervenuti al potere – c’è di mezzo il mare, sempre che non sia stato questo il motivo del frettoloso addio di Walter Veltroni, la cui consigliatura fu all’origine di tutti i mali.

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Da otto anni , Roma vive con la spada di Damocle del debito pregresso accumulato dal Comune e furono rateizzate somme per diverse decine di miliardi, di cui circa quindici ancora correnti verso Ubi Bank.

E doveva cambiare qualcosa, dagli appalti, alle forniture, alla spesa sociosanitaria, alla previsione di bilancio, alle dismissioni, fino agli ammortamenti passivi. Invece – oggi, a bilancio 2016 – per l’ennesima volta  troviamo che le spese prive di effettiva copertura ammontano a circa il 15% del bilancio complessivo, che nel 2013 l’Atac era in rosso per ‘soli’ 139 milioni e AMA copriva solo il 25% della raccolta differenziata con tassi di assenteismo, mentre  il disavanzo e il disequilibrio strutturale sostanzialmente coincidono, confermando un buco annuo di circa 440 milioni.

Infatti, “i revisori rilevano, tra i vari problemi, «il costante ricorso all’anticipazione di tesoreria, che denota la carenza cronica di liquidità», ma anche «l’ingente importo dei pignoramenti da parte dei terzi nei confronti di Roma Capitale, che evidenzia l’incapacità dell’Ente di provvedere al pagamento dei propri debiti nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge». Per questi motivo «appare indispensabile la dismissione» delle partecipate di secondo livello e «la razionalizzazione delle società rientranti nel perimetro di Roma Capitale».” (Il Messaggero)

Essendo il parere dei revisori ‘prescrittivo’, come lo è il Piano di Rientro, speriamo che almeno questa volta chiunque vorrà candidarsi a Sindaco del Comune di Roma sentirà il dovere di ‘promettere’ ai cittadini:

  • riduzione del 10% delle spese per la dirigenza e contrazione di 2,6% della quota non fissa del monte salari nelle spese di personale
  • solo il 40% delle economie derivanti dal blocco del turn over può concorrere a nuove assunzioni; il restante 60% va acquisito come ‘risparmio’
  • revisione di tutti i contratti di affitto adeguandoli ai valori non catastali, bensì dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare
  • rimozione dei debiti fuori bilancio nell’ambito della razionalizzazione di beni e servizi
  • risparmio di spesa del 30-40% derivante dalla revisione dei contratti di acquisto di energia elettrica per l’illuminazione pubblica – attualmente eccedenti la tariffa unica nazionale (sic!) – e interventi sugli impianti per il risparmio energetico
  • contenimento del 7% sulle spese di gestione delle mense perchè eccedenti i valori Consip e riduzione degli oneri di spesa correnti per 10 milioni di euro, onde garantire l’incremento dei servizi di asilo nido
  • spesa da raddoppiarsi (da 20 a 47 milioni) per la manutenzione stradale
  • risparmio di almeno il 30% sulle spese di assistenza sistemistica (informatica) attualmente “circa 8 volte quella desumibile dagli indicatori standard”
  • sostanziali risparmi nell’assistenza anziani – causati dalla segmentazione e dal mancato ricorso a procedure competitive di acquisto – da destinarsi al potenziamento del servizio stesso
  • revisione di tutti i contratti di fornitura (riscaldamento, elettricità, acqua, telefonia), per i quali “il Comune di Roma Capitale fa rilevare scostamenti significativi dagli standard nazionali”
  • recupero  dalla Regione Lazio di circa 20 milioni annui ripristinando il contributo regionale per le residenze sanitarie assistenziali, su cui la Regione “ha legiferato in maniera non ortodossa, disponendo autonomamente un maggiore onere per il Comune”
  • riduzione di almeno il 25% della spesa per le assicurazioni RCA dei propri automezzi e cessione delle Assicurazioni di Roma, che “costituisce un unicum nel panorama nazionale e internazionale” e che “vista la morosità dei clienti, versa in uno stato di difficoltà”
  • dismissione di tutte le società partecipate che non svolgono attività strumentale a quella del Comune, perchè “lesive della concorrenza” e mantenimento delle società partecipate solo in quei casi in cui “la presenza di privati non è in grado di garantire l’erogazione di beni pubblici”
  • cessione o liquidazione da parte di AMA delle quote di Roma Multiservizi, Fondazione Insieme per Roma, Cisterna Ambiente, Centro Sviluppo Materiali, Società per il Polo Teconologico Romano, Acea, Consel Scarl
  • cessione o liquidazione da parte di Atac delle quote di Trambus Open, Bravobus, SMS Sicurezza Mobilità Consel Scarl, Banca Etica, BCC Roma, Polo Tecnologico
    fusione pe rincorporazione di AMA con “AMA Soluzioni Integrate” e di Atac con OGR e con “Atac Patrimonio”
  • ulteriori cessioni o liquidazioni di Servizi Azionista Roma, Roma Patrimonio, Agenzia Turistica per il Lazio, Agenzia Comuale tossicodipendenza e delle quote in BCC Roma, Alta Roma, Centrale del Latte; incorporazione di Cargest e del Centro Ingrosso Fiori nel Centro Agroalimentare Romano, per la gestione diretta e non dei mercati ortofrutticoli ed ittici all’ingrosso di Roma e dintorni; salvataggio di Farmacap salvaguardando i profili di economicità e solo entro le finalità istituzionali.

Questo è quello che il comune di Roma deve fare da anni e questo è il Piano di Rientro approvato: non c’è riuscito Gianni Alemanno, idem per Ignazio Marino, adesso tocca a Virginia Raggi.

Senza denari non si cantano messe e … non si può cavar sangue dalle rape: il Comune di Roma andrà elezioni a breve? E che dire della Regione Lazio che non sembra cavarsela molto meglio?

Demata

 

Amministrative 2016 – Breve analisi del voto

20 Giu

L’esito dei ballottaggi nelle grandi città ha fornito diverse indicazioni utili su come si stia evolvendo la dinamica del consenso politico-elettorale:

  • a Roma, i Cinque Stelle di Virginia Raggi vincono raccogliendo anche i consensi destinati durante il I turno a Fratelli d’Italia (circa 300mila voti) ed alla Coalizione per Fassina sindaco, vista la perdita di oltre 30mila voti del ‘conglomerato’ post-Ulivo rispetto al precedente turno
  • a Torino, si riscontra una dinamica simile, con Appendino dei Cinque Stelle su cui vanno a convergere i voti di pressochè tutti gli elettori delle coalizioni escluse dal ballottaggio
  • a Milano, assistiamo ad un processo inverso con Sala (in misura maggiore) e Parisi (di meno) che ‘cannibalizzano’ il voto precedentemente andato ai Cinque Stelle
  • a Bologna, il popolo delle Cinque Stelle ha seguito lo stesso andamento di Milano nel redistribuirsi verso i due candidati PD e Centrodestra in ballottaggio.

Inoltre, dai dati del I turno elettorale, va ricordato che la somma dei voti raccolti da PD e 5S si approssimava – a Roma, a Torino come altrove – al record di voti conseguito dal Centrosinistra dei ‘fasti’ veltroniani, mentre il ‘Berlusconismo’ è sotto il 10% e la percentuale degli astenuti è cresciuta ancora.

Dati riassuntivi Amministrative 2016.jpg

L’esito elettorale delle Amministrative ha fornito diverse indicazioni utili per la rinascita liberale del Paese.

Semplificando,

1. la frana dell’elettorato storicamente ‘rosso’ è stata raccolta da un movimento ‘giallo’ creato con nuovi strumenti telematici e con un futuro tutto da capire, tra la fine di Casaleggio, l’exploit di Raggi e Appendino, il dirigismo di Di Maio e Di Battista o il ruolo di Grillo. Inoltre, i ballottaggi dimostrano una forte propensione verso i Cinque Stelle (in chiave frontista anti-Renzi), ma, dove i grillini non sono pervenuti al II turno, non si è verificato l’inverso (a buona riprova di quale sia la ‘provenienza’ del loro elettorato)
2. i diversi gruppi di interesse (locali e/o di censo) tipicamente centristi restano in quota Renzi – Alfano – Verdini, ma sono guardati con diffidenza dalla grande massa dell’elettorato che ormai li percepiscono con i vertici delle aziende ex-municipalizzate e sanitarie, le lobbies bancarie e finanziarie, il sistema consortile-consociativo, il popolo degli evasori fiscali abituali, gli apparati che tutto cambia per mutare nulla
3. l’elettorato di Centrodestra – anche se ha tenuto e vinto in tanti comuni della ‘provincia profonda’ – appare essere quello maggiormente coinvolto dal fenomeno dell’astensionismo e del voto disperso, ma la buona prova elettorale di Parisi a Milano e Meloni a Roma offrono un’idea di quale sia il ‘candidato tipo’ e la ‘visione attesa’ dell’elettorato di centrodestra e, se le proposte fossero adeguate, di tanti astenuti.
4. i partiti federalisti e/o autonomisti dimostrano di avere uno scarso appeal nelle aree metropolitane o, comunque, fortemente urbanizzate. Inoltre, anche nelle realtà provinciali dove la Lega era ben attestata assistiamo ad un progressivo declino del consenso, mentre appare improbabile una sua espansione nel Centrosud
5. per la prima volta, la campagna elettorale si è svolta in gran parte fuori dalle piazze e dagli schermi televisivi, che hanno più che altro svolto la funzione (decisamente più appropriata) di ‘contenitori’ di un annuncio programmatico o di un dibattito / confronto. Determinante il ruolo di internet
6. la Campania ‘anomala’ di Mastella con il Centrodestra e De Magistris con i centri sociali, più l’imbarazzante De Luca in Regione e l’inquietante successo del PD nella Terra dei Fuochi casertana, e la Sicilia di Crocetta e dei ‘soliti ignoti’ – mentre la situazione ambientale ed idrogeologica è fuori controllo ed i venti di guerra soffiano dal Golfo della Sirte – saranno determinanti serbatoi di voti per chi vorrà vincere le prossime elezioni politiche
7. l’ampliarsi della portata e della diffusione dei (per ora presunti) brogli, rende inderogabile l’esigenza di coalizioni compatte atte a garantire la presenza di rappresentanti di lista (coalizione) in ogni seggio

Il ‘candidato tipo’

Diversi dati accomunano Parisi e Meloni (ndr. ma anche Raggi, almeno nell’immagine che ha tentato di costruirsi) e ci permettono di individuare una serie di fattori di preferenzialità riguardo i candidati futuri:

1. sono ‘professionals’ dell’apparato politico, segno che larga parte dell’elettorato rifugge dagli avventurismi, ma anche dai personaggi ‘meramente politici’ e non anche ‘esecutivi’
2. sono ambedue romani , a riprova che l’arte del dialogo e dell’arrangiarsi mediterranea (ndr. il neosindaco bolognese Merola è nato in Campania) ha un peso specifico come lo ha il modernismo efficientista mitteleuropeo
3. ambedue hanno un curriculum da ‘enfant prodige’ e da ‘self made man’, ovvero emersi per talento naturale e per merito proprio
4. nelle dichiarazioni si sono dimostrati sì assertivi, ma anche aperti al confronto, cosa indispensabile dinanzi alla stanchezza generale di un parlamento bipolarizzato nell’immobilismo delle rendite di posizione.

Inoltre, l’avvento di due sindaci donna a Roma e Torino (ndr. con Borgonzoni a Bologna sono tre) richiede più di una riflessione:

1. l’estremizzazione (nei toni e nei termini) determinatasi per la sovraesposizione mediatica di Salvini non ha colto gli esiti sperati, specie in luce del dato di Varese e Bologna
2. i/le candidati/e ‘macho’ – tipizzati negli anni come gli attrattori primari del consenso ‘di destra’ – appaiono relegati al voto di protesta e/o ‘celodurista’
3. i candidati ‘cum grano salis’ a loro complementari – tipizzati negli anni come gli attrattori primari del consenso lobbista e campanilista – sono concentrati ormai nel sempre più ridotto spazio del ‘Partito della Nazione’
4. in un contesto di ‘crisi dei riferimenti politici’, un candidato donna (ndr. vedi anche Le Pen o Merkel) può risultare ‘personaggio affidabile e premuroso’, ergo rassicurante, cui affidare “d’istinto” il nostro voto.

Ad ogni modo, il Berlusconismo (e di riflesso il Prodismo) ha cambiato l’approccio al consenso degli elettori ‘moderati’, dato che gli elementi su detti (professionale, mediterraneo, individualista, fuori dagli schemi) coincidono con l’immagine che il leader di Forza Italia (ed il suo alter ego ulivista) ha voluto dare di se: le ‘filiere’ del consenso clientelare – come abbiamo constatato a Roma – non sono più l’unico elemento di attrattività (do ut des), visti i disastri urbanistici, sociali e finanziari che dovremo fronteggiare per molti anni: il candidato ‘nuovo’ deve essere in primis competente ed in secundis in grado di resistere alle pressioni, ergo capace di decidere in autonomia.

E, come sempre, i candidati ‘vincenti’ sono sempre coloro che generano ‘identificazione’ e ‘affinità’.
Nel contesto attuale sono coloro che si richiamano all’orgoglio ‘nazionale’ (ndr. il ‘fai da te’ grillino ne è anch’esso una primordiale forma) e che sono assertivi ma costruttivi nel loro confronto con le posizioni o le istanze altrui.

Il ‘pensiero unico europeo’ dato dalla convergenza ‘centro-populista’ delle due polarità destra-sinistra (Grosse Koalition; governi PD-NCD) ed il prevalere della finanza globale sulle esigenze individuali e locali stanno pervenendo al capolinea, dopo aver assolto (con esiti discutibili) ad esigenze strutturali globali e mentre iniziano a profilarsi altre e ben diverse esigenze collettive e delle persone.

La ‘visione attesa’

Se intervistassimo gli italiani (ma anche i francesi o gli spagnoli) sulle riforme demo-liberali di Lloyd George – anziché su quelle italiane di poco precedenti e del tutto analoghe – nel campo del lavoro, dei sindacati e delle assicurazioni, è probabile che il dato ‘nostalgico’ risulterebbe prevalente: l’Inps ed il SSN hanno progressivamente fagocitato il restante (ad eccezione di alcuni settori privilegiati), diventando nell’attuale il pozzo senza fondo del debito e del deficit pubblici, l’alveare impenetrabile dei ceti privilegiati e del consenso consociativo, la sede consacrata di tutte le iniquità percepite, la fabbrica del voto di scambio e il fomento dei conflitti intergenerazionali.

Che l’Inps ritorni ad essere l’istituto per gli ‘indigenti’ come da mandato costituzionale e che si ripristino le ‘casse’ e le ‘mutue’, le ‘cliniche’ e le ‘convenzioni’, specialmente se, senza la spesa per Inps e SSN /SSR, il bilancio italiano andrebbe ipso facto in attivo ed il deficit sarebbe cancellato, non v’è ragione per credere che una riforma seria e ben congegnata dovrebbe turbare mercati o fallare trattati.

Allo stesso modo, la popolazione è preoccupata per
1. la tutela idrogeologica e ambientale (o alimentare) come la manutenzione delle opere pubbliche è andata in declino con la Riforma del Titolo V e con la conseguente marginalizzazione del Genio Civile e dei Vigili del Fuoco, per non parlare di acqua e rifiuti con relativi arresti per mafia
2. gli iter di giustizia e la semplificazione amministrativa come l’accesso alle cure, che vedono diversa applicazione da circondario a circondario, dopo vent’anni di Milleproroghe e ‘leggine’, con ripercussioni profonde nel tessuto imprenditoriale e per la sicurezza dei cittadini (ndr. attualmente è improbabile che addirittura un omicida volontario trascorra in carcere più di 10-15 anni), oltre che per i servizi assistenziali, insufficienti per i destinatari ma fuori controllo nei costi per l’erogatore.

Chi troverà il coraggio e la quadra avrà in mano le chiavi del futuro.

Demata