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Populisti, chi? L’Europa, liberista?

25 Nov

Siamo tutti in attesa dell’ “al lupo al lupo” che i ‘populisti’ metteranno in atto in vista delle elezioni UE, ma ‘populisti’ chi?

La Lega, quella vera, vota in Parlamento come nelle sue regioni come fosse il Centro-destra. Una larga parte è l’elettorato ‘conservatore’ ben attento all’Europa con cui commercia alacremente: il Settentrione, insomma.
C’è – però – anche la componente più tradizionalista e  ‘populista’ del mondo cattolico, ma espressione di potentati locali, più che della posizione ufficiale della Chiesa.

Matteo Salvini? Fa da ariete mediatico, come è un riferimento per i tradizionalisti cattolici e per la Destra. Risolto lo scandalo degli stranieri “espulsi, ma non espulsi”, quello del “business dell’accoglienza” e quello della “legittima difesa”, dovrà cimentarsi nella lotta alla mafia e la sicurezza delle periferie, mentre Di Maio dovrà affrontare tonnellate di conti su conti, dopo aver scoperto con il Decreto Dignità che gli effetti collaterali (e i conti) di certe norme non sono affatto scontati.

Ad ogni modo, i populisti ‘dichiarati’ sono ai Cinque Stelle della ‘sovranità popolare’, definizione cara anche a Potere al Popolo e, se “popolo” è inteso come “nazione”, ci sono anche i Fratelli d’Italia e la Destra, sia estrema sia ‘storica’, cioè la Lega di Salvini.

Dicevamo del senso religioso ‘ufficiale’ della Chiesa – cristiano-sociale o ‘buonista’ – e dal lato di Centro-sinistra è davvero difficile non includere tra i ‘populisti’ tutti coloro che da decenni parlano di sociale e di crescita, senza anche far quadrare i denari. Il bello è che poi si ripresentano, continuando come prima, senza aver imparato almeno a nostre spese che “senza denari non si cantano messe”.
Intanto, Zingaretti e Martina – ma anche i Radicali e Più Europa o i Popolari e Cristianodem – non ci hanno ancora detto quale visione dell’Italia, del Partito e dei ‘tempi moderni’, cioè delle politiche e delle riforme di cui si faranno portatori come Segretari del PD. Mica bastano i “progetti europei”, anch’essi una forma di populismo, nella lectio italiota.

Populismo … giallo, verde, bianco, rosso, nero.

Guardando le statistiche demografiche, viene il sospetto (conoscendo questi dati) che l’Italia non gliela faccia innanzitutto perchè è dagli Anni 70 che siamo poco più di 50 milioni (immigrati esclusi), ma le infrasfrutture erano pensate per una nazione che si sviluppava industrialmente e commercialmente.

Sviluppo che significava:
– investire in innovazione e qualità per rimoltiplicare impresa e innovazione,
– chiudere i rami produttivi morti, anzichè cassa integrarli,
– assolutamente non accorpare l’Inps con le Casse-Mutue,
– semplificare la pubblica amministrazione e la giustizia
– individuare distretti industriali dove – entro certi limiti – ‘si può inquinare’,
– industrializzare il turismo invece degli affittacamere e dei tour operator fai da te,
– finanziare cultura e istituti tecnici, come pretendere decoro e sicurezza sul lavoro,
– agevolare le imprese e l’occupazione anzichè le tasse e i sussidi, eccetera
– ridurre l’enorme debito pubblico esploso con il cedimento della lira e l’aumento del costo del petrolio.

L’Italia? A vederla con gli occhi degli altri:
dieci anni fa aveva promesso di sistemare debito, deficit e sprechi, ma oggi sono aumentati;
– è dalla crisi petrolifera e dal crollo della lira del 1974 che promette mari e monti, ma va solo per sentieri e paludi,
– ad eccezione dell’autarchia fascista e del Piano Marshall, Roma in 2000 anni (e Savoia in 2-300) non hanno mai avuto se non debiti su debiti per sprechi su sprechi,
– è la nazione che ha inventato la Mafia – una multilevel dedita a tutti i prodotti e servizi illegali – che controlla una bella fetta del Paese e costituisce il modello di anti-stato che si è diffuso in tutto il mondo,
– è la patria del Cattolicesimo, religione controversa per eretici, scismatici, riformati, evangelici, puritani, sunniti, sciti, sefarditi, wahabiti, ebrei, laici, attivisti, agenzie di controllo, scienziati, come per donne  … e bambini,
– è la nazione che ha concepito la Res publica come governance, ma la storia racconta anche che gli eletti dal popolo (Tribuni) contassero come il due di briscola e che ogni anno le leggi si riscrivessero d’accapo, finanziandole con qualche nuova usurpazione/invasione, ma soprattutto dimostra che quel sistema confluì in una serie di guerre civili quasi ininterrotta per secoli.

L’erba del vicino è sempre più verde … il silenzio è d’oro … fatta la legge trovato l’inganno … mal comune mezzo gaudio … si fa ma non si dice …

Aggiungiamo che l’Italia – se funzionasse – avrebbe una eccezionale capacità agroalimentare, manifatturiera, industriale e turistica, a parte il fatto che se c’è da costruire armi e naviglio non è seconda a nessuno.
Brutto concorrente, insomma, l’Italia, se noi italiani ci rimboccassimo le maniche, si studiasse tanta matematica e tecnica nelle scuole e si ricominciasse da un INPS solamente ‘sociale’, da un’IRI che subentra e ristruttura il made in Italy invece di ridislocarlo all’estero, dal Genio Civile preposto a ponti, dighe ed edifici pubblici, dai Politecnici che in ogni nazione sono il nerbo dell’industria e dell’innovazione.

Dunque, se l’Europa fosse l’avido mostro liberista che cercano di raccontarci, prendiamo atto che sarebbe favorevole ad “aiutare” l’Italia e lasciarle mantenere la sua mentalità e il suo stile di vita, perdendo capacità produttiva anno per anno.

“Purtroppo”, l’Europa è anche quella del welfare, della sicurezza sul lavoro, delle tasse eque, delle infrastrutture e dei servizi che funzionano, della Common Law e dei processi brevi, dei diritti applicati per davvero, della Spesa Sociale separata da quella previdenziale, sanitaria e/o assicurative, dei conti a posto e delle promesse mantenute … e sarà difficile che ci aiuterà ad impiccarci da soli.

Demata

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Salvini al bivio, quale strada prenderà?

15 Nov

Sembra che la Lega imperversi con il suo circa 30% dei consensi, poi – letti dei sondaggi sull’astensione risalita al 34,8% – prendiamo atto che di media solo due italiani su dieci lo voterebbero ed al Sud poco più di uno su dieci. Evidentemente, gli elettori meridionali attendono che Salvini al ministero degli Interni ripeta l’eccezionale azione di Antimafia condotta da un altro leghista, Maroni, quando era allo stesso ministero.

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Mappa del Pizzo – Confesercenti 2008

Poi, analizzando il dato per macroaree, ci ritroviamo che quasi la metà dei votanti settentrionali è per la Lega, ma in realtà sono il 30% circa, se consideriamo gli elettori in totale.
Nel Centrosud e nel Sud e Isole, il consenso dei votanti è del 22-25%, che diventa del 10-15% se consideriamo l’astensione.

Perchè?
Per il semplice motivo che in Lombardia il PIL pro capite è di 36.600 euro annui e in Emilia Romagna di 34.600 euro, più o meno come nel Veneto è di 31.700, in Piemonte di 29.600 euro, in Toscana di 30.000 euro e nel Lazio di 32.100 euro annui.
Praticamente come Germania (38.200 euro), il Regno Unito (36.500 euro), la Francia (33.300 euro) e, tra le varie, … l’Austria (36.500 euro).

L’Italia, invece, si attesta sui 26.000 euro pro capite annui, in compagnia della Spagna (23.800 €), di Cipro (22.000 €), ma è una media che è reale solo in Umbria (24.000 €) , Abruzzo (24.100 €) e Marche (26.600 €).

Infine (ma forse sarebbe la prima cosa), ci sono Sud e le Isole, con la Campania (18.600 €), la Puglia (17.800 €), la Sicilia (17.500 €), la Calabria (17.100 €), come Grecia (17.100 €), Portogallo (17.000 €) e Repubblica Ceca (16.500 €).

E aggiungiamo che il PIL pro capite – cioè la singola capacità produttiva di un italiano – è calato di ben 1.800 euro dal 2008.  Figuriamoci se, poi, la spesa aumenta pure, come sta accadendo dal Governo Renzi in poi.

Ovviamente, se la parte che gareggia con l’Europa produce macchinari, energia e commercio estero, mentre quella che resta al palo ha solo l’agroalimentare e il turismo interni per nutrirsi, il divario è bello che spiegato: arriveranno sempre e solo le briciole del banchetto apparecchiato al piano superiore.

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Valore della produzione industriale per aree

 

Dunque, Salvini è ad un bivio: ‘ampliare’ il suo partito oltre la “padania” ed accantonare il protezionismo con cui la Lega Nord ha difeso gli interessi settentrionali.
Oppure, fare retorica (ad esempio, l’Umbria non è mai stata ‘nazione’ e il Molise neanche, ma lo è stata per oltre mille anni Napoli) e ‘amministrare’ quel poco di consenso che gli arriva dal Meridione, grazie ai “condoni” (vedasi Ischia che è classificata “Zona con pericolosità sismica media dove possono verificarsi forti terremoti”) e “gli immigrati al posto loro”, cioè nei campi.

Tanto, l’agenda politica dei prossimi mesi è ormai segnata:
– da gennaio tagli pesantissimi ai servizi per incostituzionalità dell’attuale manovra di bilancio
– a febbraio (circa) arriveranno i dati internazionali e nazionali sui reati e i fatti di razzismo in Italia (+ 300% ? Di più ?), che sono una precisa competenza proprio del suo ministero
– poi c’è Sanremo e inizierà campagna elettorale con la grancassa ‘la colpa è dell’Europa’ ed il rullante “siete una massa di incompetenti”, tanto c’è il PD paralizzato dalla candidatura di Zingaretti, quello del debito della Regione Lazio certificato nel rendiconto 2016 a 27 miliardi di euro
– in primavera inoltrata, fatte le elezioni e con un’operatività della pubblica amministrazione inferiore ai dodicesimi dell’anno precedente, scopriremo di quanto cederà Di Maio e chi tra i big del PD ha recuperato qualcosa nelle proprie regioni;
– arrivati all’estate, infine, si invierà all’UE un ennesimo esercizio provvisorio e poi … tutti al mare, se ne riparla ad ottobre, chissà. Forse, con il gentile permesso della segreteria neonata del PD, si inizierà a parlare di un governo ‘tecnico di programma’ e/o elezioni anticipate (nel 2020 sotto i morsi di una crisi economica mondiale annunciata?) ed il Cdx potrà tirar fuori l’asso di Taiani, che per ora resta in stand by per non bruciarlo.

Immaginando che Di Maio continuerà a pasticciare tra ipotesi (congiuntivi), stato fattuale (condizionali) e decisioni da prendere (indicativi), siamo ancor più nelle mani di … Renzi e Zingaretti, a meno che Salvini non abbracci la causa del Sud, cioè quella della ripresa industriale e della sicurezza pubblica, di cui la Lega si fa vanto al Settentrione.

Mai dire mai … ma sarà dura da far capire all’elettorato tipico della Lega Nord.
E sarà ancora più complicato nel caso la Lega avesse successo a Napoli, dove le ambizioni ‘federaliste’ sono simili a quelle di Barcellona …

Demata

Infrazione UE = Legge di Bilancio incostituzionale?

15 Nov

Il Debito italiano si è attestato ormai al 131,8 per cento del PIL, cioè l’Italia spende circa 2.350 miliardi di euro, ma “produce” solo circa 1.700 miliardi, “ballano” oltre 600 miliardi. Più o meno quanto tutto il PIL della Svizzera. 
E l’Italia è praticamente l’unico stato che non è riuscito a ridurre il rapporto Debito in percentuale del PIL.

Miglioramento Debito - PIL 2018 UE

Poi, ci sono gli ‘spiccioli’ che mancano: una ventina di miliardi che si auspica arrivino da privatizzazioni del Patrimonio immobiliare pubblico, quell’altra decina di miliardi che dovrebbe uscire per il 61% delle scuole che non è possesso del certificato di agibilità/abitabilità (dati ministeriali), i 320 miliardi che servono per rendere sicure le infrastrutture (Studio Cresme – Camera dei deputati), poi ci sono una 30ina di miliardi per coprire i debiti dei Servizi Sanitari Regionali … ma forse sono molti di più se il debito della sola Regione lazio era certificato nel rendiconto 2016 di 27 miliardi di euro.

C’è il grande ‘enigma’ delle Pensioni e del Reddito di Cittadinanza sbandierati agli elettori – che, come sappiamo, sono accorsi in massa pro Lega & Cinque Stelle – e che per ora restano provvedimenti rinviati al prossimo esercizio, non si capisce quanto costeranno (sicuramente tanto …) e, forse, anche peggiorativi sul fronte dei lavoratori precoci, dei lavori usuranti e di quel 30% di lavoratori che – compiuti 55-60 anni – iniziano a ritrovarsi con due o più malattie croniche.

Ovviamente, siamo tutti in attesa della procedura d’infrazione contro l’Italia, sollecitata innanzitutto dall’Austria, che – intanto – sta applicando la doppia cittadinanza ai tirolesi e che ha ripristinato i controlli doganali alle nostre frontiere, senza che il Governo italiano batta ciglio, nonostante Unioncamere Emilia-Romagna e Unioncamere Veneto abbiano segnalato che “il provvedimento è una minaccia per l’economia della Pianura Padana“, se oltre 40 milioni di tonnellate di merci attraversano il Brennero ogni giorno. 

Una procedura di infrazione UE molto sentita dai tanti piccoli stati che compongono l’UE e che – avendo il loro problemi a ridurre il proprio debito – sono ormai preoccupati dall’Italia che sta addirittura incrementando la differenza tra ‘capacità del Paese’ e ‘spesa della Nazione’.
Senza parlare del fatto che il funzionamento e il risanamento della spesa pubblica sono alimentati dalla leva fiscale che non è il PIL, ma poco meno della metà … cioè che il nostro debito pubblico potrebbe anche essere, in teoria, quasi il quadruplo di quanto entra dalle tasse.

Questo ‘baratro’ italiano tra capacità di produrre e quanto spendiamo – che frena tutta l’Eurozona – è ormai in termini nominali  superiore all’intero PIL di nazioni come Belgio, Svezia, Romania, Austria, Repubblica Ceca, Irlanda, Portogallo, Grecia, Danimarca eccetera.
Se volessimo sommare anche tutto quello che c’è da spendere per far funzionare i servizi e garantire la sicurezza, tenendo conto che le ‘entrate’ non sono il PIL ma il FIsco, probabilmente il baratro potrebbe essere superiore al PIL dell’Olanda, che non è poca cosa.

Ultimus sed non minimus, bene ricordare che stiamo parlando di somme enormi rispetto a quelle che i ‘complottisti’ addebitano a manovre finanziarie e interessi bancari ‘anti-italiani’.

A proposito, è chiaro a tutti che una procedura per “deficit eccessivo in relazione alla violazione della regola del debito” renderebbe automaticamente incostituzionale la manovra di bilancio del Governo giallo-verde del Premier Conte, se quella vigente prevede che «Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico» (art 97); «I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea» (art 119).

E non sembra che ci sia nè il tempo nè la maggioranza per votare una nuova Costituzione.
Riusciranno i ‘sovranisti’ a far campagna elettorale sugli stessi tagli dissennati che loro stessi – arrivati al Potere – causano e legiferano? Riusciranno gli apparati locali partitocratici ad accettare che non si può andare avanti per progetti e per precariato?
E quando l’italiano medio capirà che non si galleggia con una differenza tra Debito e PIL grande quanto il prodotto interno lordo della Svizzera?
… mica siamo l’America.

Demata

Reddito, occupazione, pensioni: l’oro che rilancerà l’Italia?

25 Giu

Il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità. 

La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta, ma non ha le risorse.
Circa 200.000 pensioni oltre i 5.000 euro mensili netti sono davvero tante, specie se non contribuite e rivalutate con i parametri del 2002, mentre il PIL è regredito a quello del 1994.

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Pensioni al netto

 

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5mila euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità. 

C’è da superare le mancate riforme della Seconda Repubblica, non intervenire con misure temporanee, e di concerto con il Mef e la Cdp: le economie non sono dell’Inps ma dello Stato e saranno diversi i miliardi risparmiati che non affluiranno alle Poste Italiane.

Non è regredito al 1994 solo il PIL.

Demata

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Approfondimento:

Partendo dalla durata di vita lavorativa media, scopriamo che in Europa è salita a 35,4 anni nel 2015, secondo Eurostat. In Germania, si lavora di media 38 anni (+2,4 anni sul 2005), che varia dai 40,1 anni tra gli uomini ai 35,8 anni tra le donne. Il “gender gap” tedesco è di 4,3 anni, meno della metà di quello italiano (9,7 anni), con le donne italiane che lavorano di media 25,7 anni.

Per i lavoratori italiani maschi, invece, si prevede che – di media – trascorreranno al lavoro appena 30,7 anni, ben cinque in meno rispetto alla media dei paesi UE.
In Italia la ‘carriera lavorativa attesa’ è salita di 1,1 anni nel corso dell’ultimo decennio, molto meno della media europea, e c’è chi lavora oltre 40 anni per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni.

La Francia e la Spagna non sono certamente “l’operosa Germania”, ma di media la carriera lavorativa è di 34,9 anni in ambedue le nazioni, e le francesi lavorano 30,6 anni mentre le spagnole 32,5 anni, cioè tanto quanto un maschio italiano se non di più.

Inoltre, secondo uno studio di Harvard e Dartmouth, se in Italia un adulto non disabile lavora 18,4 ore a settimana di media, c’è che in Francia le ore trascorse al lavoro sono 19,3 , Germania 20,2 , Spagna (21,2), Grecia 22,2 , Portogallo 22,7.
Vale a dire che, in Italia, chi lavora oltre 40 anni – per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni – è spesso anche quello che ‘compensa’ con le proprie 36 ore settimanali chi di ore ne fa molte di meno, disoccupato o privilegiato che sia.

Intanto, da almeno un decennio, in Italia si inizia a lavorare più tardi, spesso in settori ‘effimeri’ come produttività e si hanno carriere contributive più discontinue rispetto agli anni Sessanta e Settanta, quando il boom demografico e dei consumi garantiva ben altra crescita e richiesta occupazionale.
La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Dunque, il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità.

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Quegli Anni ’90 durante i quali si creavano le premesse dell’attuale carenza occupazionale e produttiva, cioè fiscale, contributiva e previdenziale, con lo smantellamento dell’industria manifatturiera meridionale come la scarsa innovazione del settore agro-alimentare-turistico extra-sussidiato da Stato ed Europa, o la speculazione edilizia ‘da sempre’ che ha trasformato le maestranze in padroncini con partita Iva e l’altrettanta speculazione ‘new economy’ che ha fatto altrettanto degli impiegati italiani, oggi call center esteri.

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, a partire dalle Pensioni d’Oro, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta.

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Infatti, nel nostro paese tra 2009 e 2014, l’età effettiva di pensionamento è stata di 62,5 anni (la cifra indicata da Boeri nella sua audizione del 2015) contro una media OCSE di 64 anni: basta che riparta l’occupazione giovanile (o che tuteliamo un po’ meglio i lavoratori malati cronici) e ci siamo.

Il vero problema è che “fino agli anni Settanta, l’età media di pensionamento effettiva è stata intorno ai 65 anni. Soltanto negli anni successivi ha iniziato ad abbassarsi, fino al record del 1994, quando l’età media effettiva scese a 57 anni. In sostanza, le generazioni nate prima della Seconda guerra mondiale, sono andate in pensione molto tardi anche per i nostri standard. I “baby boomers”, cioè coloro che sono nati subito dopo la guerra, e quelli nati immediatamente prima, hanno invece goduto di regimi pensionistici tra i più generosi d’Europa, le cui conseguenze vediamo ancora oggi.” (Il Post)

Questo enorme buco radicatosi proprio mentre si legiferava per correggere un sistema anacronistico, ricade in primis sugli indigenti e sugli invalidi per i quali l’Inps e lo Stato non possono destinare sufficienti risorse.
A seguire, c’è tutta la generazione nata negli Anni ’50 e ’60 che ha già pagato e sta pagando un prezzo molto alto, solo per ricordare gli esodati o le pensioni pari al 40% dell’ultimo stipendio, che a loro volta causeranno per un ventennio una capacità di acquisto e di consumi di gran lunga inferiore rispetto a quella dei pensionati che hanno alimentato il PIL italiano in questo ventennio.

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Le pensioni “correnti” dei prossimi 10 anni sono quelle afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, che risucchiano le risorse necessarie per un intervento perequativo statale e che hanno ritardato ad oggi l’avvento di strumenti integrativi e di adeguate norme assicurative per i lavoratori, invalidi e indigenti.

Il Ministro per il Lavoro ed il Welfare, Luigi Di Maio , afferma che “è una questione di giustizia sociale, dobbiamo ricominciare a mettere al centro alcuni segnali istituzionali, passeremo anche alle pensioni d’oro, che sopra i 5mila euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi”.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5.000 euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità.
Un reddito di cittadinanza, che va accompagnato da adeguate misure per il turn over, l’innovazione e la salute sul lavoro, se non vogliamo ritrovarci – tra qualche anno come 20 anni fa – con la sorpresa  di lavori comunali ‘socialmente utili’ mal fatti, di un precariato ancor più diffuso e di mancata innovazione.

Demata

Pensioni, addio diritti per gli invalidi?

21 Giu

Lega e Cinque Stelle vogliono l’età minima pensionabile a 64 anni per tutti, anche gli invalidi gravi: lo ‘scivolo’ pensionistico per invalidità > 74% che hanno gli invalidi gravi va a levare sull’età contributiva, non su quella anagrafica.

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Non possiamo pensare che Conte, Di Maio e Salvini ignorino gli elementi basilari di un sistema previdenziale, figuriamoci quello italiano, di cui Lega e Cinque Stelle parlano fin dal 2011, opponendosi alla Legge Fornero, che tra l’altro era ‘scaduta’ quando loro, mesi fa, ne chiedevano l’abolizione.

Non è un’iperbole: alcuni Sindacati stanno già allertando i propri iscritti per la delirante idea dei 64 anni anagrafici come requisito minimo per la pensione:

  • “a) Si parla di quota 100 i cui paletti minimi imposti dovrebbero essere 64 anni di età e 36 di anzianità contributiva. Quindi non sarà possibile accedere alla pensione con 67 anni di età e 33 anni di contributi o con 60 anni di età e 40 di contributi.
    È necessario raggiungere ambedue i paletti imposti, 64 anni di età e 36 di contributi.
  • b) In alternativa a quota 100 sarà possibile andare in pensione con 41 anni di servizio “effettivo”. Effettivo dovrebbe escludere i periodi di maggiorazioni, riscatti ecc. ecc.” Per un laureato magistrale o un medico sarebbe, ad esempio, un requisito impossibile da raggiungere prima dei 64 anni, come per chiunque iniziasse a lavorare dopo i 25 anni.

Dunque, non potendo credere che chi si accinge a governare ignori ‘dettagli’ così importanti per milioni di italiani (gli invalidi), c’è da chiedersi se Lega e Cinque Stelle non intendano vessare lavoratori anziani e malati con il plauso del loro elettorato, che in buona parte aveva già lasciato correre sugli esodati in mezzo ad una strada,  votando PD e Forza Italia.

Meglio colpire i deboli che scontrarsi con i Poteri Forti e riformare il Comparto Previdenza e Salute o no?

Se siete d’accordo anche voi sull’idea di mandare in pensione gli invalidi alla stessa età di chi in salute … vale la pena di ricordare ai più giovani che – dopo i 55 anni – un lavoratore su tre si trova con almeno due patologie croniche da sopportare (dati Inps-Istat).
Uno su tre, il rischio vale la scommessa?

Demata

La foto di Salvini abbracciato a tre donne Rom

18 Giu

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“Purtroppo ce li dobbiamo tenere” ha detto oggi a TeleLombardia il ministro degli Interni Matteo Salvini. Una frase molto lontana da quella fotografia scattata al leader della Lega Matteo Salvini “abbracciato a tre donne Rom … con le tipiche gonne lunghe che indossano solitamente le donne di quell’etnia e le facce sorridenti per quel momento da immortalare il 16 aprile scorso.” (Primo Numero – Termoli)

 La foto è stata scattata a Santa Croce di Magliano e pubblicata su Facebook dal giornalista Antonello Caporale.

Evidentemente in campagna elettorale anche i voti dei Rom contano. 

Ma … vista la cordialità verso i Rom nella foto di due mesi fa e il “purtroppo ce li dobbiamo tenere” di oggi, quale è il vero Matteo Salvini?
E le signore nella fotografia sono anche attiviste della Lega in Molise  ?

Demata

 

Paolo Savona, la Lira nel 1975 e la Patrimoniale del 1992

24 Mag

Il professor Paolo Savona ha avuto il grande merito di annunciare, in tempi non sospetti, che l’Italia non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari e – soprattutto – amministrativi adeguati per entrare in Europa, ma per ragioni di opportunità politica la Germania avrebbe chiuso un occhio, come il Der Spiegel confermò nel 2012 dopo una ampia indagine su centinaia di documenti governativi, dai quali “emergerebbe che l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con misure cosmetiche”.

Paolo Savona era un ministro (piuttosto controverso) di quel Governo Ciampi e questo scriveva di lui La Repubblica del 4 aprile 1994: Nei pochi mesi in cui è stato a capo del dicastero dell’ Industria si è scontrato con il presidente dell’ Iri, Romano Prodi, con quello dell’ Eni Franco Bernabè e, nei giorni passati, come riferiscono le cronache, anche con quello della Funzione pubblica, Sabino Cassese. Per finire, il suo ministero è entrato in rotta di collisione anche con l’ Antitrust di Francesco Saja sul piano di privatizzazione dell’ Enel.”
Controversie ‘meritevoli’, almeno nel caso dello scontro con Prodi, sfociato nelle dimissioni di Savona, sulle privatizzazioni ed ancor più delle modalità: “nocciolo duro” per il ministro, “public company” per il presidente dell’ Iri.

Oggi, son trascorsi quasi 25 anni da allora, ma andando ancora più indietro nel tempo, quando Paolo Savona era il Direttore quasi quarantenne del Servizio Studi della Banca d’Italia, ci imbattiamo nel 10 dicembre 1975, data in cui l’Istituto Bancario San Paolo emise miniassegni circolari per conto della Confesercenti, dato che la Lira era talmente messa male da scatenare un’inflazione altissima e da non poterci permettere neanche il metallo per gli spiccioli, con commercianti e clienti che dovevano ricorrere a caramelle, francobolli, gettoni telefonici e in alcune città anche dai biglietti di trasporto pubblico. Altro che cryptovalute …

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Non sappiamo se Paolo Savona fosse fautore o critico di quel disastro, ma fatto sta che l’anno dopo divenne Direttore Generale della Confindustria seguendo Guido Carli, già direttore generale della Banca d’Italia dal 1959 e dimessosi nel 1975, dopo il crollo pre-annunciato dall’altalenante andamento della lira durante il decennio precedente ed i corrispettivi ‘warning’ degli analisti internazionali rimasti inascoltati (Italy’s Capital Market—Bank’s Warning. From Our Own Correspondent. The Financial Times (London, England), Tuesday, June 04, 1963; pg. 5; Edition 23,021).

Fu in quegli anni che l’Economia e la Finanza italiane constatarono che non era possibile indebitarsi all’infinito, svalutando la Lira ed aggiungendo Bot a mini-Bot, a causa del progressivo peso dei costi di importazione delle merci, a partire da metalli e carburanti.

A dire il vero, l’Italia se ne era già accorta tante altre volte che invocare il Sovranismo a fronte di un mare di debiti è impresa scellerata. Ce ne saremmo accorti anche dopo, nel 1994, con l’Eurotassa approvata dal Governo Prodi che contava di risanare i conti pubblici con un salasso da 4.300 miliardi di lire, dopo che già nel 1992 l’allora governo Amato impose un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti bancari (Legge Patrimoniale) per evitare il crack finanziario, mentre Paolo Savona era  Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che non si oppose.

Non solo tasse, ma anche titoli, come certamente avrà insegnato ai suoi allievi il professor Savona, menzionando quanto accadde nel 1904, quando i Bot emessi nel 1901 vennero annullati dalla Corte dei Conti … con buona pace di chi li aveva acquistati o accettati.

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Fu un caso, ma l’effigie in testa al Certificato di credito era proprio quella di Vittorio Emanuele I, il re sabaudo che diede avvio all’Unificazione italiana con l’immediata emissione di Bot già nel 1861, nonostante le immense requisizioni di beni ecclesiastici e nobiliari e nonostante il fatto che – a parte il Regno di Piemonte e la Santa Sede – il resto dell’Italia vantava da secoli i bilanci in pareggio.

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Diciamo che siamo noti per esser relativamente puntuali  a pagare interessi, ma di saldare i debiti non se ne parla, se l’Italia si trovò a nascere – nonostante le requisizioni di beni vaticani o borbonici – con il 100% di rapporto debito/Pil e gli unici riscontri positivi li dobbiamo ad operazioni di risanamento ‘virtuali’ come il saldo delle Guarentigie per il Concordato, l’economia di guerra di Mussolini, il debito enorme nascosto dal boom economico del Dopoguerra fino agli Anni ’60.

italia grafico percentuale debito pil 1861 2015

Oggi, il professor Paolo Savona ha oltre ottanta anni, conosce molto meglio di noi tutti la storia degli andamenti e sa bene che è questo genere di ‘precedenti’ a spaventare nazioni, mercati e cittadini: che gli italiani usino qualche disastroso espediente nella folle speranza di non onorare i propri debiti.

E questo è anche il timore degli imprenditori e dei risparmiatori italiani, cioè dei cittadini.
Non certamente che il professor Paolo Savona possa essere ‘anti-banche’ o ‘anti-globalizzazione’, se fino all’altro ieri era ai vertici di una cryptobank anglo-lussemburghese con investitori Usa-based.

Possibile che l’Italia non ricordi come siano andate effettivamente le cose ai tempi della Lira?
Non durante i ‘favolosi’ Anni ’60 di Carli e Savona, in cui il boom economico mascherava debiti e sprechi immensi, ma subito dopo, dal 1975 fino al 1994, quando dovemmo pagare pegno?

Demata