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Il ministro Speranza e l’indirizzo … senza speranza

4 Ott

Ve lo immaginate voi un Ministro che emette un Atto d’indirizzo poche ore prima di lasciare la propria funzione e ben 75 giorni dopo essere dimissionario come tutto il suo Governo?

C’è riuscito Roberto Speranza, dottore in scienze politiche, che, dunque, dovrebbe ricordare che il suo Atto vale solo per la durata del suo incarico e questo è il motivo per cui sono i ministri entranti e non quelli uscenti a formulare prima gli indirizzi e poi i decreti, a seguire le circolari.

Si tratta di sei articoli in tutto che auspicano (ndr. … è un atto di indirizzo) la ‘partecipazione’ delle associazioni di cittadini e pazienti nelle decisioni del ministero della Salute, ribadendone – però – sia la funzione di rappresentanza verso … i soli soci e sia i limiti posti dal conflitto d’interessi … su chiunque direttamente interessato o fruitore di un interesse economico.
Brevi riferimenti, ma chi ha studiato legge sa bene a quali incompatibilità si riferiscono.

Il bello di Speranza è che individua anche il ‘gestore’ di questa partecipazione nell’Ufficio “Relazioni istituzionali, produzione editoriale ed eventi”, della Direzione generale della comunicazione e dei rapporti europei e internazionali. Anche in questo caso, Speranza dovrebbe ricordare che a seguire l’Atto d’indirizzo del suo successore verranno diversamente articolati Direzioni, Uffici e Dirigenti, come accade ogni volta che cambia un governo o un governatore, perchè lo dice la legge.

Per non farsi mancare nulla, Speranza annuncia che è previsto un monitoraggio periodico degli effetti del percorso partecipativo sulla base di criteri generali come il completamento dei percorsi; efficienza dei processi; la produzione di output idoneo, la congruenza alle finalità, la generazione di cambiamento percepibile della realtà.

E qui entriamo davvero in un universo parallelo.
Un monitoraggio periodico va innanzitutto finanziato e … di bollinature o pareri del Mef o del Consiglio dei Ministri non se ne vedono. Eppure, sono essenziali per legittimare l’iter amministrativo. E non sembra ci sia la nomina di un dirigente e di un organigramma preposti a questo, a parte le risorse, tempi e scopi che sono a dir poco onerosi.

Poi, c’è che tra i criteri da scandagliare ci sono “efficienza dei processi” e “cambiamento percepibile della realtà”, rilevati con gli standard ministeriali dato che un monitoraggio prodotto da un Ministero va all’Istat, all’Ocse, all’Oms, alla Corte dei Conti e alla Commissione Europea, alle Regioni eccetera.

A tutt’oggi l’unico settore dove non sappiamo quanti e quali servizi genera la leva fiscale è quello del 5xmille, dunque un monitoraggio ministeriale sulla qualità dei servizi e sulla resa dei finanziamenti (di questo si tratta) non è uno dei tanti formulari che troviamo sui siti delle associazioni nè uno di quelli di post marketing che a volte arrivano.

Per farsi un’idea, l’esempio adatto può venire dal Sistema di Istruzione che dal 2012 si è dotato di un monitoraggio (SiDeBi) per risolvere la frammentazione, la farragine e l’inaffidabilità tipiche delle rilevazioni a rendiconto.

Per progettarlo – cioè trasformare i ‘criteri’ in item fruibili e omogenei – sono serviti quasi 2 anni e per metterlo in linea e raccogliere dati con regolarità più o meno 3-4 anni.
Eppure, la Scuola aveva già molte ‘competenze’ già implementate. Infatti, a differenza del socio-sanitario, la Scuola è normata uniformemente da leggi statali, ha dal 1974 un sistema partecipativo degli utenti ben radicato, buona parte dei sistemi informativi delle scuole nel 2012 già aveva un gestore nazionale, parte degli operatori erano già addestrati alle procedure di compilazione e, soprattutto, i criteri del settore istruzione fanno capo a standard internazionali o nazionali ben precisi e bipartizan.

Nel caso del Monitoraggio immaginato da Speranza, parliamo di oltre 7.000 patologie su una base di 60 milioni di assistiti diversamente da regione a regione, la medicina di base esternalizzata e i Fascicoli Sanitari Elettronici che stentano a decollare, circa 4.000 patologie per cui non sono stati istituiti i presidi e i percorsi previsti, una efficienza dei Livelli Essenziali d’Assistenza a macchia di leopardo, una situazione associativa che ancora esita a riconoscersi come “ente economico che si affianca alle istituzioni pubbliche e al mercato”.

Dunque, a parte la trasformazioni profonde, che sarebbero necessarie per un tale monitoraggio, forse non ci si rende conto delle eccellenze professionali che servono non solo per costruire un ‘modello’ e una ‘analisi’ ma soprattutto per ridurre allo stretto necessario i dati e le procedure, vista la notevole potenza di calcolo che comunque sarebbe richiesta.
Come, forse, non si intuiscono i maggiori obblighi e la migliore trasparenza anche per il III Settore, che ne derivano.

Ma quel che resta davvero un mistero è perchè il ministro Speranza non abbia emesso questo atto d’indirizzo alla fine all’inizio del suo incarico e con tanto di risorse e programmazione, almeno affinché restasse vigente per un po’.
A proposito, le testate e i siti che hanno annunciato l’Atto d’indirizzo daranno anche la notizia che è decaduto non appena giurerà il nuovo ministro?

A.G.

Sanità derubricata in Senato: la Medicina tace e il III Settore applaude?

29 Lug

La Salute delle persone può essere considerata come un’esigenza ‘sociale’ o ‘infrastrutturale’ delle comunità, a seconda che la visione della società sia socialista o liberale.

Nel primo caso la funzione è quella dei sanatori pubblici di due secoli fa, creati per dare “sollievo dal dolore e dalla sofferenza”, come si legge ancora oggi in qualche intestazione.
Nel secondo la funzione è quella dei sistemi pubblici e privati del secolo scorso, sorti per garantire una società di massa salubre, a partire dal contrasto delle epidemie e della mortalità infantile.

Due visioni che la Costituzione italiana distingueva tra art. 32 e art. 38, il primo per gli indigenti a vertere sulle tasse, il secondo per i lavoratori su base contributiva.
E così fu fino al 1974, poi la deriva.

Prima il commissariamento regionale delle Mutue insolventi, poi anche quello delle Mutue ‘in attivo’ onde finanziare quelle fallite, poi il trasferimento delle Casse previdenziali all’Inps, infine – azzerato l’articolo 38, il downgrade di tutto l’esistente (eccellenze incluse) a “Sanità universale” uguale per tutti, cioè quella degli indigenti dell’articolo 32, affiancata dal nascente volontariato che oggi chiamiamo III Settore … produttivo.

E così si arriva ai giorni nostri, cioè ieri (link), che il Senato ha azzerato la XII Commissione Igiene e Sanità, deliberando che per il futuro la Salute sarà accorpata con la XI Commissione Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale.

Possiamo tutti immaginare quanto tempo e priorità avrà la Sanità accorpata non solo con “lavoro pubblico e privato, previdenza sociale”, ma addirittura con gli “affari sociali” in una sola Commissione senatoriale.

Ma una Sanità ‘sociale’ assolve sempre e comunque allo scopo di essere ‘terapeutica’ oppure può accontentarsi di essere ‘palliativa’?

Questa è l’enorme differenza tra Ottocento e Novecento, se parliamo di Medicina prima ancora che di Salute e Sanità. Ed il futuro ‘secondo scienza e coscienza’ sono le cure personalizzate, non certamente uguali per tutti.
E se la Politica decide secondo i propri scopi spesso oscuri a noi di senso comune, davvero è assordante il silenzio delle Associazioni dei malati da cui non arriva una prece: come nel caso delle tante Regioni inadempienti … l’importante è la (propria) rappresentanza, come recitano i codici, non il risultato per tutti.

Va bene il ridotto numero di parlamentari che arriverà con la prossima legislatura, ma – dovendo accorpare e volendo scegliere proprio la Salute (che pesa a Bilancio molto più degli Affari Sociali …) – si poteva almeno tener conto la la Medicina è qualcosa di ‘scientifico’, oltre che ‘infrastrutturale’, come è l’Ambiente, e non qualcosa di ‘economico’, oltre che ‘sociale’, come è il Lavoro?

Demata