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La quasi-bufala dei libri gratis nel Lazio

14 Set

La Regione Lazio annuncia sul proprio sito (link) di aver “presentato presso la sede della Giunta regionale il ‘FONDO RIMBORSO LIBRI SCOLASTICI’ una misura da 20 milioni di euro di sostegno economico alle famiglie del Lazio per contrastare l’aumento del costo dei libri di testo per l’anno accademico 2022/23”.

Iniziamo col dire che si tratta di ‘anno scolastico’, quello ‘accademico’ è dell’Università, giusto per fare un po’ di educazione civica, e che … l’anno scolastico è iniziato da 14 giorni e che – ad oggi – gli studenti dovrebbero aver già acquistato i libri che gli servono.
Intanto, la ‘misura da 20 milioni’ è ancora in Giunta, neanche in Gazzetta Ufficiale.

Ma il ‘FONDO RIMBORSO LIBRI SCOLASTICI’ è farina del sacco della Regione Lazio?
No, norme e soldi sono dello Stato.

Infatti, è lo Stato (ed il Governo) che garantiscono e provvedono alla “gratuità, totale o parziale, dei libri di testo in favore degli alunni che adempiono l’obbligo scolastico”, che attualmente è esteso fino alla seconda classe superiore.

Ed è dal 23 dicembre 1998 – mica ieri – le istituzioni scolastiche possono promuovere servizi di comodato d’uso gratuito per la fornitura di libri di testo e di dispositivi digitali per le studentesse e gli studenti, stipulando specifiche convenzioni in accordo con gli enti locali” e le biblioteche potrebbero provvedere “alla fornitura di libri di testo da dare anche in comodato agli studenti della scuola secondaria superiore”.

Va bene, la Regione Lazio ha dimenticato di ringraziare lo Stato per i soldi che spende, tutto qui?

No, c’è anche che l’accesso ai rimborsi per il diritto all’Istruzione è esteso agli studenti con un “indicatore ISEE in corso di validità del nucleo familiare non superiore a 30.000,00 euro”, cioè ben sopra la “soglia di povertà o “a probabile rischio”.
Viceversa, la Regione Lombardia  “mette a disposizione buoni per un valore da 200 a 500 euro per l’acquisto di libri di testo, dotazioni tecnologiche e strumenti per la didattica … a studenti residenti che non abbiano compiuto 21 anni con un ISEE non superiore a 15.748,78 euro”. Stesso tetto Isee in Toscana, un po’ più basso in Veneto e – addirittura – in Campania.

Ovviamente, non sappiamo perché la Regione Lazio voglia ampliare il tetto dei beneficiati al doppio o triplo delle altre regioni nè perché – facendo questo – vada a dimezzare la somma che toccherà a chi è in povertà o a rischio.

Ovviamente, le altre regioni – a differenza del Lazio – menzionano che i rimborsi hanno origine dal Decreto del Presidente della Repubblica  D.P.R. n. 445/2000, ma il dolce (amaro) viene alla fine.

Dicevamo delle scuole già iniziate e degli studenti che già dovrebbero avere corredo e libri.
Beh, mentre nel Lazio ad oggi la proposta è in Giunta, in Lombardia la delibera regionale per spendere le somme stanziate dallo Stato … risale al 22 maggio e in Campania al 7 luglio.

Insomma, la politica degli ‘annunci spot’ quante bufale si porta dietro, se un ritardo appare come una conquista e se un ampliamento in realtà è una riduzione?
La domanda è: pensate che la delibera laziale ancora in Giunta da approvare sia un esempio di buona amministrazione?

A.G.


Elezioni, i dati di Roma dimostrano un forte nesso tra PD ed M5S

6 Mar
Finito lo spoglio, assegnati i seggi, inizia la conta dei numeri da parte degli analisti e sono diversi i primi dati che balzano all’occhio.
Ad esempio, un raggruppamento demoliberale autonomo da coalizioni avrebbe potuto attestarsi come quinta forza parlamentare e che potrebbe raggiungere un risultato simile anche alle prossime elezioni amministrative.
Oppure la conferma che la Lega non otterrà mai la leadership del Paese perchè non riesce ad accreditarsi da Roma in giù, dove i residenti sono ben memori dei vari ‘Roma ladrona’ o ‘Vesuvio lavali col fuoco’.

Tra le varie forme che prendono i dati, spicca la particolarità e la significatività del voto a Roma.

Ad esempio, nel III Municipio, quasi 200mila residenti,  il M5S aveva prevalso alle amministrative , ma già dopo pochi mesi la giunta municipale era implosa e alle politiche dell’altro ieri si è registrato un solido ritorno degli elettori al Partito Democratico.
Questo dato contestualizza l’ipotesi che la transizione di elettori dal PD al M5S sia in senso inverso, dai M5S al PD: un fatto rilevante in termini di coalizioni di governo e lettura del processo storico-sociale.

Un dato pesante in termini di resa dei conti interna ai Dem, che connota ulteriormente l’errore di contrapporre un assertivo Matteo Renzi – anzichè l’operoso Enrico Letta – ad un movimento di cittadini che chiedevano ‘fatti’ ed erano stanchi di votare per forza d’abitudine.
Altro numero eclatante, quel 10% di elettori che alle politiche ha preferito il M5S, ‘que todo va a cambiar’, mentre alle regionali ha optato per il PD di Nicola Zingaretti, che in questi cinque anni ha brillato per l’immobilismo.
In una città di dipendenti e pensionati pubblici se c’è da rinviare le privatizzazioni comunali o ripristinare in parlamento le pensioni pre-Fornero, si vota M5S, se invece c’è da mantenere la Sanità e l’Assistenza ‘senza toccare nulla’ e solo incrementando la spesa, si vota PD.
Eppure, appena insediata la Giunta regionale PD, il Governatore Zingaretti dovrà pur annunciare l’ennesimo disavanzo sanitario record ad una opposizione ben agguerrita di Parisi, Lorenzin e Lombardi, che almeno nelle promesse elettorali sarebbero lì per questo: gli sprechi, l’immobilismo e il deficit.
Intanto, il futuro Presidente del Consiglio, che stavolta non sarà figlio del Nazareno, dovrà trovare il coraggio o di riconfermagli il commissariamento ad acta nonostante il dissesto oppure … di decretare lo stato fallimentare del Lazio ed affidarsi a diverse forme di risanamento.
Due dati – l’esigenza di segnali forti di cambiamento verso l’immobilismo e gli sprechi, a fronte di un’osmosi tra M5S e PD di voti che esigono quel cambiamento – che condizioneranno non poco sia i risvolti interni del PD e del M5S, sia i compromessi impronuciabili che saranno necessari per una eventuale collaborazione dei Democratici con i Cinque Stelle.
Demata

Italicum: i punti a sfavore

22 Gen

La sentenza di incostituzionalità della (parzialmente) vigente legge elettorale verteva su cinque punti cardinali:

  1. “il risultato casuale di una somma di premi regionali (al Senato), che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale”
  2. il caso che alla Camera “una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi”
  3. “l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio”
  4. il premio di maggioranza su scala regionale “comprime la rappresentatività dell’assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, in misura sproporzionata”
  5. la norma che “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”
  6. “una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”.

L’Italicum – proposto da Renzi e ‘benedetto’ da Berlusconi – soddisfa a pieno solo i primi quattro requisiti, mettendo fine sia alle maggioranze oceaniche della Camera sia alla roulette russa del Senato, che federale (ancora) non è. Riguardo gli ultimi due, sarà da vedere.

Negare agli elettori le ‘preferenze’ equivale a “privare l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”. Un premio a chi si coalizza e supera il 35% dei voti potrebbe rivelarsi “una eccessiva compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”.

Dunque, non c’è da meravigliarsi se l’accordo per la legge elettorale venga aggregato tra due leader di partito e non in Parlamento, ovvero dove dovuto, e on si pone rimedio a “l’incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica”, come commenta Federico Punzi (blogger dal 2003).

Infatti, quello che preoccupa nell’Italicum – oltre all’esclusione delle preferenze e ad un Senato tutto da capire – è anche altro. L’esito di un ballottaggio dal quale esca una premiership forte senza una maggioranza almeno sufficiente, ad esempio.

Ma , soprattutto, preoccupa – in termini di compressione della rappresentatività – l’ipotesi che alla Camera vi sia una ‘circoscrizione locale’ (ndr. distretto elettorale) per ogni provincia, ‘equiparando’ quella che ha 200.000 residenti a quella che ne ha 400.000 o quasi un milione, mentre ve ne saranno di più – ma non quanto ‘di più’ – nelle aree metropolitane.

Buon senso e logica ci dicono che con una Camera di 630 eletti e 38 milioni di ammessi al voto, viene eletto un onorevole ogni 60.000  elettori. Dunque, chi vive in provincia di Fermo o di Rieti dovrebbe poter eleggere 2-3 deputati, chi è a Caserta o a Varese i suoi dieci-dodici e così via nelle grandi province urbane, dove gli eletti saranno tra i 35 ed i 50.
E, almeno, il buon senso ci dice anche che i candidati delle aree demograficamente più dense dovrebbero avere pari opportunità di raccogliere il consenso elettorale che gli serve per essere eletti.
Ma questo non si verifica se un candidato si rivolge a meno di centomila elettori competendo con meno concorrenti, mentre un altro deve convincere un elettorato di 3-400.000 persone con concorrenti agguerriti e sponsorizzati. Specialmente, poi,  se non gli elettori non potranno esprimere le preferenze …

L’impressione che l’Italicum serva solo a gestire una transizione interna alla Partitocrazia – come la denominò tanti anni fa Marco Pannella – che oggi chiamiamo Casta, come strilla Beppe Grillo, e che qualcuno – già nel Dopoguerra – denominò ‘Catto-comunismo’.

Scriveva Riccardo Lombardi, a nome del Partito d’Azione, su ‘L’Europeo’ del primo dicembre 1946: “vediamo cosa avviene nella Repubblica Presidenziale ove, e’ bene ricordarlo il Presidente della Repubblica e’ nello stesso tempo capo del governo e viene eletto a suffragio universale anziche’ eletto in secondo grado dalla Camera dei Deputati (cioe’ dai partiti): gia’ in sede di elezioni il candidato alla Presidenza della Repubblica, appunto perche’ sara’ anche capo di un governo, e’ costretto a presentarsi con un programma di governo: il compromesso programmatico non avverra’ tra i diversi candidati alla presidenza e dopo le elezioni […] dunque il compromesso avverra’ prima delle elezioni, fra alcuni partiti che […] si accorderanno per la candidatura di un uomo a cui sara’ affidato un programma concordato”.

Già … cambiar tutto per non cambiar niente … come parlare di legge elettorale senza parlare anche di repubblica presidenziale e … di par conditio mediatica sulle reti di Stato?

originale postato su demata