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Calciomercato Napoli: le cautele di De Laurentis

14 Lug

Si era partiti con Mascherano, ma – in Trentino, il 17 di luglio per il ritiro – potrebbe esserci una sola novità, quella di Miguel “Michu” Pérez Cuesta , trequartista spagnolo classe 1986, ‘sostituto’ di Pandev, Higuain (e Hamsik), in arrivo dallo Swansea City con 52 presenze e 20 goal.

Attesa anche per Kalidou Koulibaly, talentuoso difensore francese, coetaneo di Ghoulam e neocampione di Belgio.

Altra ‘novità’ è il cileno Edu Vargas, di rientro dal Valencia e dal Mondiale dove ha dimostrato sia le buone doti sia il persistere di prestazioni a corrente alternata. E’ un problema di ‘testa’ che dura da tre anni, ma Benitez vuole valutarlo a fondo.
C’è da dare un’alternativa a Callejon sull’ala destra e la richiesta di De Laurentis per il cileno è elevata.
Mentre SSC Napoli chiede 10 milioni di euro, Transfermarkt – noto sito di settore – ne indica soli sei, nonostante il Mundial, per via del suo stipendio da quattro milioni lordi ed un contratto che terminerà nel 2016.

Per il resto, nulla di nuovo, se che a Dimaro, in Trentino, arrivasse anche Lucas Pezzini Leiva, mediano in forza al Liverpool e pupillo di Benitez, con un cartellino da 17 milioni e uno stipendio da otto milioni lordi, se riportato da sterline in euro, oppure il giovane Kramer, neocampione del Mondo o qualcun altro chissà, dato che sarebbe un gran peccato dar via Behrami – senza un sostituto valido – solo perchè non vuole rispettare le consegne di Benitez.
E della difesa da rinforzare assolutamentenon se ne parla più.

Il motivo è tutto nelle esitazioni di Aurelio De Laurentis – astuto imprenditore internazionale – che vede ostacoli all’orizzonte e si prepara a parare i colpi, piuttosto che a darli.

A partire dal terzo posto e dai preliminari di Champions, dove i sorteggi potrebbero estrarre alcune squadre ‘difficili’ per un Napoli rimaneggiato e in avvio di preparazione:

  • FC Zenit (RUS)    73.899
  • SSC Napoli (ITA)    61.387
  • FC Salzburg (AUT)    46.185
  • LOSC Lille (FRA)    45.300
  • FC København (DEN)    45.260
  • FC Steaua Bucureşti (ROU)    39.451
  • APOEL FC (CYP)    39.150
  • R. Standard de Liège (BEL)    38.260
  • Beşiktaş JK (TUR)    32.840
  • Celtic FC (SCO)    36.813
  • FC BATE Borisov (BLR)    33.725
  • FC Dnipro Dnipropetrovsk (UKR)*    32.193
  • Panathinaikos FC (GRE)*    30.220
  • Feyenoord (NED)    13.362

Tutto chiaro, a partire dal ‘rischio Zenit’, o no? Aurelio non scioglierà le sue riserve se non dopo un preliminare d’andata con uno scarto reti significativo.

 

C’è, poi, la questione ‘appetibilità’ dell’Italia e di Napoli, nello specifico.
E nello Stivale, come vediamo per Milan e Inter, le cose vanno davvero male, salvo che a Torino e per l’appunto Napoli, dove delle dirigenze accorte hanno – finora – salvato il business più bello del mondo per la gioia dei tifosi.

Ma, a Napoli, è venuta a mancare la Politica e la sua enorme appetibilità – per vip e ordinari turisti – è quasi azzerata dall’incapacità delle forze legali con il sindaco in testa (e illegali come il crimine organizzato) di garantire la sicurezza e la tranquillità almeno in parte della città, che potrebbe facilmente attrarre top player (e turisti) amanti del mare, della cultura e delle bellezze di Partenope.


Neanche un appello ripetuto con ostinazione settimanale: lasciate in pace almeno le zone dove stiamo cercando di creare una ‘industria’ culturale e turistica.

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Stadio San Paolo, una storia di Comune indecenza

13 Lug

Anche quest’anno la squadra di calcio SSC Napoli si è qualificata per le coppe europee, vedremo se Champions o Europa Cup, e come al solito il Comune di Napoli si fa trovare impreparato e sta montando la questione ‘stadio San Paolo’.
Una criticità  che non dovrebbe esistere, essendo stadio a ridosso di un’area dalle potenzialità turistiche enormi, quella Flegrea che va da Bagnoli a Miseno, Ischia e Procida incluse, e che proprio l’anno scorso ha visto lo sgombero della base NATO, che lascia ettari su ettari praticamente intatti alla città.

Stadio San Paolo e dintorni

Un’area nella quale non si riesce a bonificare l’ex Cementir – nonostante condanne ventennali – e dove De Magistris – quasi all’insediamento – ha autorizzato ricerche per la produzione di energia geotermica, in piena area sismica e bradisismica, praticamente a mezzo chilometro dalle case.
Per non parlare della strana idea di ‘restituire ai cittadini’ l’ex complesso Nato, ovvero da sostenere con tasse e tributi, in una città nota per l’arte dell’arrangiarsi dei suoi poveri.

E’ possibile che Aurelio De Laurentis abbia inseguito un sogno californiano per i Campi Flegrei e lo stadio della SSC Napoli, che avrebbe portato decine e decine di posti di lavoro e miliardi di investimenti: il PIL di Las Vegas rasenta di 100 milioni di dollari e il ‘pro capite’ equivale a quello di Zurigo.

Il 20 maggio scorso, il sindaco di Napoli dichiarava che “per lo stadio siamo ad un punto decisivo e al tavolo di discussione, insieme alla società Calcio Napoli, abbiamo invitato anche il Coni, Il progetto esecutivo lo dovrà presentare il Calcio Napoli entro il 31 dicembre 2014. Noi abbiamo chiesto che lo stadio sia vissuto 24 ore su 24, riqualificando anche il resto di Fuorigrotta. Il Calcio Napoli deve metterci i soldi. Noi non metteremo soldi, visto che non ne abbiamo.”

Ma per sistemare lo stadio San Paolo – al momento non agibile per la Champions – ci vogliono tanti soldi.

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L’anello inferiore fu deciso in corso di progetto ed è sotto il livello stradale come il campo (da cui i mille problemi del prato erboso) il terzo anello è inagibile a causa di improvvidi lavori per Euro ’90 (che l’appesantì con circa 8,5 milioni di chili di metallo e un costo  di 140 miliardi finali, triplo rispetto al previsto) e andrebbe smontato, insieme alla copertura che sorregge, prima di piazzare il display elettronico e per riportare  la capienza ad oltre 70.000 spettatori.
Inoltre, gli onerosi costi di gestione dell’impianto, che ha ormai superato il mezzo secolo di vita, hanno dato luogo a un progressivo decadimento della struttura a causa dell’ostinazione del Comune di Napoli – notoriamente povero di risorse – nel voler gestirlo in forma diretta ed esclusiva, un po’ come fosse un’ex municipalizzata.
In poche parole, occorrerebbero diversi milioni di euro solo per eliminare le “avveniristiche” strutture di Euro ’90, che tanti danni fece.

 

Per tutta l’organizzazione d Euro ’90 furono spesi 6.868 miliardi di lire, il doppio del previsto, e i danni collaterali includono anche stazioni e terminali di aeroporti semi-abbandonati, alberghi mai completati.
Riguardo gli stadi ricordiamo che gli unici due impianti costruiti ex-novo furono il “Delle Alpi” di Torino, poi demolito, e il “San Nicola” di Bari, sovradimensionato, in posizione isolata e pregiudicato dalla pista d’atletica, che era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.
Ed, oltre al San Paolo di Napoli, anche per il Sant’Elia di Cagliari i danni di Euro ’90 alle strutture preesistenti furono notevoli: dopo soli dieci anni, rischiava il crollo.

E proprio a Cagliari accadde che il Presidente Cellino si facesse carico degli interventi provvisori (poi divenuti definitivi) che permisero alla squadra di giocare in casa per sette anni, in cambio dell’uso gratuito della parte di Sant’Elia agibile. A seguire, la Commissione di Vigilanza e il sindaco di Cagliari Zedda pretesero comunque il pagamento, il Cagliari finì per giocare a Trieste e, oggi, Cellino ha lasciato la Sardegna ed è proprietario della squadra calcistica inglese Leeds United.
Concessione gratuita in cambio di ingenti lavori? Nulla da fare.

Così succede che il rafforzamento della squadra (e della società calcistica, che rappresenta uno dei primi fatturati della città) sia frenato dall’atteggiamento del Comune di Napoli, rispetto ad uno stadio che richiederebbe forse 20 milioni per essere messo a norma e almeno il doppio per diventare lucrativo, se Inter e Milan prevedono 60 milioni per il restyling di San Siro del 2016, da ‘appoggiare’ ai tanti interventi di Expo 2015.
Comune e Sindaco in testa che farebbero bene a ricordare – specialmente mentre commemorano Ciro Esposito e la sua eroica madre – che la SSC Napoli è l’unica gioia e l’unica bandiera di una città diseredata.
Specialmente se la soluzione per lo stadio San Paolo fosse da tempo chiara e semplice.

Concessione 99ennale dello stadio e di alcune aree comunali dell’area flegrea, con diritti per il Comune sui ricavi e sulle vendite dei biglietti, oltre che su alcuni spazi riservati, e deroghe al Piano Regolatore su progetti appositi.

Aurelio De Laurentis sa far bene due cose: vendere sogni, se il padre Dino vinse l’Oscar come produttore per oltre 500 film holliwoodiani in carriera, e cavar sangue dalle rape, basta vedere i cinepanettoni che rifila in mezzo mondo.
Facciamogli fare il suo mestiere.

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Riforma Del Rio: cosa cambierà per la Casta

4 Apr

La Camera dei Deputati, con 260 sì, 205 assenti, 158 no e 7 astenuti, ha approvato in via definitiva il ddl Delrio su città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni.
Considerato che contro hanno votato Fi, M5S, Lega, Sel e Fratelli d’Italia, che da soli assommerebbero a 238 voti, prendiamo atto che circa la metà dei deputati del Partito Democratico ha evitato di votare.
Storia simile al Senato, con  160 voti a favore, 133 contrari e 107 assenti.

E, del resto, tanti reucci e regine di provincia o di campanile come avrebbero potuto votare una norma che manda a casa non solo una parte di loro, ma soprattutto riduce le poltrone disponibili per la progenie a venire?

Innanzitutto,  il presidente delle nuove province sarà eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia, sarà a capo del consiglio provinciale e dell’assemblea dei sindaci. Tutti ricoprono l’incarico a titolo gratuito e gradualmente le attuali competenze verranno trasferite, se non quelle di indirizzo e controllo, oltre alla gestione di servizi territoriali.
Finita la commedia ‘infinita’ dei sindaci e dei presidenti provinciali che litigavano invocando recciproche competenze e prenderà una nuova piega l’eterna questione di quei comuni (troppo piccoli o cresciuti troppo in fretta) che non hanno mai voce in capitolo.

Inoltre, dopo  quasi 40 anni di attesa e travaglio, nascono le città metropolitane: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria (e non Catanzaro), Trieste, Palermo, Catania, Messina, Cagliari.
Le loro funzioni fondamentali? Piano strategico del territorio metropolitano, pianificazione territoriale generale, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, mobilità e viabilità, promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.
Dunque, vedremo se i capibastone dei partiti potranno ancora permettersi di collocare pervenuti di basso profilo o pensionandi celebri a fare il sindaco o il consigliere di aree metropolitane di milioni di persone.

Infine, i piccoli comuni per i quali la riforma Calderoli prevedeva invece 6 consiglieri, per i Comuni fino a mille abitanti, e 10 consiglieri e 4 assessori per quelli tra i 5mila e i 10mila abitanti, con una norma elettorale talmente ‘maggioritaria’ da determinare spesso che il partito ‘vittorioso’ ottenesse la maggioranza assoluta pur avendo pochi voti in più del secondo e, comunque, molti di meno del 50%.
Introducendo un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali (10 per i comuni piccolissimi e 12 per quelli sotto i 10000 abitanti), nonché la “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale”, non solo in molte realtà verrà a decadere la maggioranza assoluta nei consigli comunali, ma sopratutto potrà accedervi almeno un consigliere ‘fuori dai giochi’, cosa impossibile finora.
Inoltre, per i tanti comuni inadempienti all’unione (almeno 10.000 residenti, 3.000 se in montagna) per  l’esercizio obbligatorio delle funzioni fondamentali, il termine inderogabile per l’adeguamento è fissato a breve, il 31 dicembre 2014.

Si poteva fare di più e si dovrà fare di più alla scadenza delle riforme costituzionali, ma il dado è tratto e, per ora, Matteo Renzi può prendere atto che le Idi di marzo gli sono state favorevoli.

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Stefano Cucchi, le colpe di tutti

7 Giu

Stefano Cucchi – in data giovedì 15 ottobre 2009, verso le ore 23.30 – viene fermato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti, a Roma, e trovato in possesso di un modesto quantitativo di droga, una ventina di grammi di cocaina e hashish in tutto.

Incredibile a dirsi, ma Stefano Cucchi – tossicodipendente ed epilettico con qualche spicciolo di droga in tasca – viene sottoposto a “custodia cautelare in carcere”, che è la forma più intensa di privazione della libertà personale in tema di misure cautelari.
Una misura, prevista dall’art. 275 del Codice di Procedure Penale, da applicare solamente quando ogni altra misura risulti inadeguata, ovvero solo in tre casi, cioè pericolo di fuga e conseguente sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini.

Al momento dell’arresto, il giovane non aveva alcun trauma fisico e pesava 43 chilogrammi per 176 cm di altezz, ma, il giorno dopo,16 ottobre, quando viene processato per direttissima, aveva difficoltà a camminare e a parlare e mostrava inoltre evidenti ematomi agli occhi.
Nonostante la modesta quantità di stupefacenti in suo possesso, la lunga storia di tossicodipendenza, l’epilessia, la denutrizione, il giudice stabilisce una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e che Stefano Cucchi rimanesse per tutto questo tempo in custodia cautelare nel carcere romano di Regina Coeli.
C’era il sospetto che fosse uno spacciatore, come poi confermatosi grazie alla collaborazione dei genitori, che – dopo la morte del figlio – scoprono e consegnano 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina, nascosti da Stefano Cucchi in una proprietà di famiglia.

Una scelta, quella della privazione della libertà, decisamente infausta, visto che già dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente e viene visitato presso l’ambulatorio del palazzo di Giustizia, dove gli vengono riscontrate “lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente” e dove Stefano dichiara “lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Anche all’arrivo in carcere viene sottoposto a visita medica che evidenzia “ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione”.
Trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per effettuare ulteriori controlli, viene refertato per lesioni ed ecchimosi alle gambe, all’addome, al torace e al viso, una frattura della mascella,  un’emorragia alla vescica ed  due fratture alla colonna vertebrale.

Un quadro clinico gravissimo ed eloquente per il quale i sanitari chiedono il ricovero che però viene rifiutato dal giovane stesso, che nega di essere stato picchiato.
Stranamente, con una tale prognosi e l’evidenza biomedica di un brutale pestaggio nessuno dei sanitari intervenuti (in tribunale, nel carcere di Regina Coeli, nell’ospedale Fatebenefratelli) sente il dovere di segnalare al drappello ospedaliero ed a un magistrato la cosa, come accadrebbe, viceversa, se a presentarsi al Pronto Soccorso fosse – massacrato e reticente – un qualunque cittadino.

Stefano Cucchi, con un’emorragia alla vescica e due vertebre fratturate, ritorna in carcere. Il giorno dopo, 17 ottobre,  viene nuovamente visitato da due medici di Regina Coeli, trasferito al Fatebenefratelli e poi, all’ospedale Sandro Pertini, nel padiglione destinato ai detenuti.
Lì trascorre altri tre giorni in agonia, arrivando a pesare 37 chili, ai familiari vengono negate visite e notizie, muore ‘per cause naturali’ il 22 ottobre 2009.

Durante le indagini circa le cause della morte, ottenute con grande fatica dalla famiglia anche grazie ad un forte coinvogimento popolare, diversi testimoni confermarono il pestaggio da parte di agenti della polizia penitenziaria. Un testimone ghanese e la detenuta Annamaria Costanzo dichiararono che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato, il detenuto Marco Fabrizi ebbe conferma delle percosse da un agente,  Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti picchiare Cucchi con violenza (fonte Il Messaggero).

“Pestato nei sotterranei del tribunale. Nel corridoio delle celle di sicurezza, prima dell’udienza. Stefano Cucchi è stato scaraventato a terra e, quando era senza difese, colpito con calci e pugni”. L’omicidio preterintenzionale viene contestato a Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, sospettati dell’aggressione.  (fonte La Repubblica)

Traumi conseguenti alle percosse, che da soli non avrebbero, però, potuto provocare la morte di Stefano Cucchi. Per i quali non si aprono indagini immediate, nè in tribunale quando Cucchi si presenta in quelle condizioni, nè dopo quando rimbalza tra Fatebenefratelli e carcere, informando un magistrato.
Ed infatti, oltre agli agenti di polizia penitenziaria, vengono indagati i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti che non avrebbero curato adeguatamente il giovane.

Stefano Cucchi muore per il digiuno, la mancata assistenza medica, i danni al fegato e l’emorragia alla vescica che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1400 cc di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche). Determinante fu l’ipoglicemia in cui i medici lo avevano lasciato e tale condizione si sarebbe potuta scongiurare mediante la semplice assunzione di zuccheri.

Un pestaggio in carcere non dovrebbe, ma può accadere, visto che si accomunano uomini privi di libertà con altri dotati di potere assoluto. Che si infierisca con brutalità su un tossicodipendente, epilettico e denutrito è un abominio, non a caso il ministro La Russa espresse “sollievo per i militari mai coinvolti”, riferendosi ai carabinieri che avevano arrestato Stefano Cucchi.

Ma è davvero mostruoso che un malato trascorra la propria agonia in una corsia, dove dovrebbe essere monitorato, nutrito, curato, tutelato senza che nulla di tutto questo accada.
Una colpa gravissima che ricade tutta sui medici preposti e giustamente condannati in prima udienza per omicidio colposo.
Gli agenti di polizia penitenziaria sono stati assolti – in primo grado – dall’accusa di lesioni personali e abuso di autorità con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

“Nonostante siano passati 25 anni da quando il nostro Paese ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura e altre pene e trattamenti… inumani e degradanti, ancora nell’ordinamento italiano non è stato introdotto un reato specifico, come richiesto dalla Convenzione, che la sanzioni”. (Irene Testa, segretario dell’associazione radicale Detenuto Ignoto).

Un vuoto legislativo che ci «colloca agli ultimi posti in Europa» denuncia Mauro Palma, presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura. Un buco nero tornato alla ribalta dopo che i pm che indagano sui fatti di Bolzaneto legati al G8 di Genova sono stati costretti a contestare agli indagati solo l’abuso di ufficio. (fonte Corsera)
Una ‘problematica’ che si ripresenta, tra i tanti,  per Stefano Cucchi e per Federico Aldrovandi, per Giuseppe Uva (Varese), per Aldo Bianzino (Perugia), per Marcello Lonzi (Livorno), per Stefano Guidotti (Rebibbia), per Mauro Fedele (Cuneo), per Marco De Simone (Rebibbia), per Marcello Lonzi (Livorno), Habteab Eyasu (Civitavecchia), Manuel Eliantonio (Genova),  Gianluca Frani (Bari), Sotaj Satoj (Lecce), Maria Laurence Savy (Modena), Francesca Caponetto (Messina), Emanuela Fozzi (Rebibbia) e Katiuscia Favero (Castiglione Stiviere).

In effetti, nel 1987 Roma ratificò la convenzione Onu che vieta la tortura, ma in Italia non è mai stata fatta la legge in materia, nonostante già nel dicembre 2006 la bozza di legge era stata approvata alla Camera  e  nel luglio 2007 era stata licenziata dalla Commissione Giustizia del Senato. Intanto, nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno: un terzo per suicidio, un terzo per “cause naturali” e la restante parte per “cause da accertare”.

«Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi ma è stata lasciata morire. È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l’approvazione del provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia» auspica”. (Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone per i diritti nelle carceri)

Il ‘prossimo parlamento’ c’è e nel Padiglione detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini sembra siano rimasti solo tre medici, visto che i loro colleghi degli altri reparti hanno il diritto di rifiutare il trasferimento, , come accade per tanti altri servizi necessari ai cittadini.

Intanto, prendiamo atto che per Stefano Cucchi un intero ospedale non è riuscito a fornire un cucchiaio di zucchero (meglio una flebo di glucosio), che le lesioni gravi e l’abuso di potere ci sono state, ma non si sa chi le abbia perpetrate e, soprattutto, che nessuno dei medici le ha denunciate.

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Legge sugli stadi: non era difficile farla

24 Set

Cagliari – Roma, ieri, non si è giocata: “il Prefetto di Cagliari, a conclusione della riunione di coordinamento delle forze di Polizia, ha disposto che la gara Cagliari-Roma, programmata presso lo stadio Is Arenas a porte chiuse, sia differita ad altra data. Tale decisione si è resa necessaria per l’urgente e grave necessità di prevenire ogni forma di turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica conseguente alle reazioni emotive, irrazionali e inconsulte ingenerate dall’invito formulato dal presidente della Cagliari Calcio”. A guardare le foto dello stadio circolanti sul WEB, si potevano notare alcuni settori del cantiere, dove erano riposti pali di ferro ed imbullonature oppure ammassi di terreno e pietre, troppo facilmente accessibili da quella minoranza di pazzi e piccoli delinquenti che sappiamo essere assidui frequentatori degli stadi.
Demagogia? Sotto elezioni tutto è possibile. Intanto dal Giudice Sportivo arriva una sconfitta a tavolino per 0-3 afavore della A.S. Roma, giusto per chiarire dove fosse il torto.

Napoli, Stadio San Paolo, diversi giorni fa: abbiamo visto un manto erboso che tale non era, a causa, sembrerebbe, di un fungo (o un virus) colpevolmente introdotto con lo scopo di danneggiare la città e la società, dopo che circa 100 persone e ben due ditte erano state estromesse dalal gestione (comunale) dell’impianto sportivo. Da sottolineare che il terzo livello dello stadio è inagibile a causa dei lavori per la copertura voluti da Italia ’90, che vibrano ecausano onde sismiche percepibili nel raggio di oltre un chilometro. Con la situazione che c’è a Napoli, solo la SSC Napoli può avere i capitali e le sponsorship per sitemare il tutto, magari rendento fruttifera tutta l’area flegrea che include un porto turistico tutto da costruire, un’area dismessa dalla NATO di enorme valore immobiliare, la Mostra d’Oltremare che è un sito ricreativo dalle potenzialità eccezionali.

Roma, Stadio Olimpico, dove da anni alcune frange delle tifoserie della A.S. Roma e della S.S. Lazio spadroneggiano, approfittando del fatto che lo stadio è prospiciente al centro storico ed a quartieri residenziali, dove non di rado si è estesa la ‘guerriglia’ con conseguenze su passanti e residenti. Inspiegabilmente, dato che solo dal primo anello delle tribune si ha una buona visibilità del campo, l’impianto rientra nella categoria quattro (Elite) degli stadi europei. Da ricordare che tutti i progetti presentati dalle società calcistiche (e cassati da istituzioni e pubblica opinione) prevedevano rilevanti edificazioni ‘a contorno’ e tutti i costi diurbanizzazione a carico del Comune.

Torino, 905.780 abitanti: due stadi, lo Juventus Stadium, 69.000 posti), nato dove sorgeva lo Stadio delle Alpi, a fronte di soli 28.000 abbonati che potevano essere ampiamente ospitati nell’Olimpico (28.000 posti), sorto dalle ceneri del vecchio Stadio Comunale. Wikipedia lascia intendere, inoltre, che il ‘delle Alpi’ fu una sorta di disastro dal punto della malagestione: “costi di manutenzione di molto superiori ad ogni più infausta previsione pre-costruzione”, “la non buona visibilità del campo, soprattutto dai lati delle curve, poiché tra questo e le tribune c’era una pista di atletica leggera, che fu costruita essenzialmente per poter usufruire dei finanziamenti del CONI dal momento che il suo impiego effettivo si limitò a qualche rarissimo evento”, un tipo di impianto di irrigazione che causava una sorta di “allagamento” del terreno, “la Tribuna Ovest è stato il più costoso stand del Delle Alpi, il suo secondo livello era riservato esclusivamente per la stampa, commentatori e personaggi importanti avendo incluso palchi d’onore”, “la Juventus Football Club ha acquistato per 25 milioni di euro il diritto di superficie sull’area dello stadio per la durata di 99 anni”, che, a dire il vero, sono quattro spiccioli.

Milano, Stadio San Siro – Giuseppe Meazza: si regge ormai sugli investimenti del Consorzio San Siro, che, in cambio, verseranno al Comune di Milano circa di 15-6 milioni di euro per l’affitto in ben sei anni.  “Oltre 51 milioni di euro spalmati su sei anni di affitto per interventi di riqualificazione sulle coperture, sui controsoffitti del secondo anello e sulle rampe di accesso, per realizzare una nuova segnaletica e rifare tutti i bagni, per aggiungere un’altra rizollatura all’anno del campo oltre a quelle già previste e per sistemare l’area esterna (quella dove sorgeva il Palazzetto dello Sport) con aree giochi e verde. Le migliorie riguarderanno soprattutto le zone dove i posti costano di più, tra “Sky lounge” (sei al primo anello settore rosso, altrettanti al primo anello arancio, dove ci sarà anche una nuova sala executive), poltrone riscaldate con monitor nelle tribune d’onore, ma anche nuovi spazi per il museo delle squadre, un negozio e un ristorante, quel genere di servizi che danno punti nella corsa per la finale di Champions. Lavori che, come spiegano in Comune, avranno tempi più rapidi, «visto che il Consorzio non deve attendere i tempi tecnici dei finanziamenti delle opere».  … Alla fine il Comune ha strappato un cadeau: 50mila euro di bonus all’anno (oltre i 100mila già previsti) dagli introiti dei concerti.” (La Repubblica) Siamo sempre ai quattro spiccioli.

Dunque, la necessità di legiferare sugli stadi ha due evidenti origini: la malagestione pubblica di longeva tradizione – che in qualche caso appare addirittura come una “sudditanza psicologica” dei politici verso i vertici di alcune società di calcio – e la lucratività del business commerciale che oggi rappresentano gli stadi.

L’impossibilità di legiferare rapidamente deriva dalla malagestione pubblica di longeva tradizione – che in qualche caso appare addirittura come una “sudditanza psicologica” dei politici verso i vertici di alcune società di calcio – e dalla forte azione di lobbing derivante dalla lucratività del business commerciale che oggi rappresentano gli stadi.

Fermata la Casta, fatti gli stadi.
Intanto, mentre si aspetta qualcosa da anni, le malagestioni proseguono e le perdite aumentano, le aspettative delle lobbies crescono ed incalzano, il lavoro e la ricchezza che potrebbero arrivare languono, i tifosi bisticciano e la sicurezza è una chimera.

Tra un po’, forse, qui inizia a piovere. Governo ladro?

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A chi non conviene il Fair Play finanziario?

18 Giu

Ormai, l’Europa del calcio è entrata nell’Era del Fair Play finanziario, fosse solo per difendere quel che resta dello sport, che rischia di cedere sotto l’assalto delle centinaia di milioni di dollari che nababbi del petrolio e speculatori finanziari stanno già versando nelle casse di noti club.

Sono sotto gli occhi di tutti le ‘campagne acquisti’ del Paris Saint Germain e del Manchester City, del Chelsea e del Manchester United, come del Real Madrid o del Bayern Monaco. Squadre che somigliano, ormai, più agli Harlem Globetrotter che ad altro, come quel ‘vecchio guarriero’ di Drogba ha dimostrato alle attonite od esaltate platee dei football fans in Coppa dei Campioni.

Fenomeni eclatanti per le vistose spese, che falsano campionati nazionali e coppe internazionali, visto che ‘dette spese’ non rispondono spessissimo ad una effettiva differenza di valori in campo.

Campionati falsati anche da spese ugualmente ingenti – ma meno vistose in quanto ‘passivi’ – come quello italiano, ad esempio, se si vuole considerare il rapporto sui bilanci societari delle Società Calcistiche che La Gazzetta dello Sport redige annualmente e ripubblicata da tuttonapoli.net.

A far due conti della serva, c’è da restare stupefatti, se tifosi delle tre ‘grandi’ (Juventus, Milan, Inter), da sollevarsi indignati, se tifosi delle altre squadre di calcio, e da restarci secchi per la depressione, se si è dei cittadini normali.

Basti dire che Juventus, Milan ed Inter vanterebbero ‘perdite’ sul rendimento netto di circa 250 milioni di euro, ovvero l’80% del ‘buco’ complessivo della Serie A.

E, dunque, se volessimo pensare ad una ‘classifica avulsa’, che tenga conto della effettiva disponibilità finanziaria delle società di calcio – e non dei giocatori comprati e pagati con ‘le cambiali’ – questo sarebbe il quadro.

Se i tifosi di Udinese, Napoli, Lazio, Roma, Parma, Lecce, Novara potrebbero gridare allo scandalo, ben altro che di uno scandalo dovrebbe parlarsi, se volessimo discutere di bilanci societari, di sostenibilità del ‘calcio moderno’, di  diritti televisivi e di distribuzione dei proventi, di stadi nuovi e sicuri.

Infatti, il budget velleitario e catastrofico delle nostrè ‘grandi’ (Juventus, Milan, Inter) ingessa definitivamente il ‘sistema calcio’, già soffocato dall’elevata leva fiscale sui compensi dei calciatori, che rende impossibile dotarsi di giocatori affermati se non sperperando enormi somme: ogni cambiamento sarebbe disastroso per dei brand che tanto sono quotati quanto sono in rosso.

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Una situazione che non può continuare così, bloccando le nuove norme sugli stadi di calcio e congelando i diritti televisivi a favore dei soliti noti, mentre il sistema fa acqua da tutte le parti.

Parlare di gestioni disastrose è un eufemismo, dunque.

Ma quel che è peggio, per chi ama lo sport, è che potrebbe davvero diventare grottesco – di fronte al persistere di questi numeri – parlare, per il futuro, di ‘campionati regolari’.

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Lo sport e la sua immagine

13 Dic

Riporto, senza nulla aggiungere, l’estratto di un articolo pubblicato su Pianeta Azzurro.

Il calcio è un gioco. È fatto di rivalità e di gemellaggi, di simpatie e di antipatie, ma non bisogna mai dimenticare la dimensione ludica di questo sport. A Cagliari di sport se n’è visto molto.
Si è visto agonismo, attaccamento ai propri colori, nervosismo per un risultato stretto.

A Cagliari si è vista la negazione dello sport più totale, quando un presidente di una squadra di serie A, si alza in piedi, in tribuna dopo un goal, e urla sghignazzando “Zitti bastardi”.

L’anno scorso fu la stessa storia: una partita tesa, che il Napoli vinceva. Rimontata nel finale dal Cagliari e vinta con fortuna.
Fu la stessa frase. “Zitti bastardi”. Detta dallo stesso personaggio, che forse meriterebbe una strigliata morale.

Al posto di proporre  tessere del tifoso, tornelli, diffide e misure di sicurezza da paese incivile, che si inizino a limitare con pugno duro gli atteggiamenti negativi di chi dovrebbe portare l’esempio.

Il Napoli da sempre paga lo scotto di avere una tifoseria passionale e spesso impulsiva. La tifoseria azzurra paga lo scotto di una nomea tutt’altro che positiva, ricevendo trasferte vietate, mesi di gare a porte chiuse, ma negli ultimi anni si è notata una disparità di giudizi da parte del giudice sportivo.

I petardi del Derby come sono stati puniti? Con una multa di poche migliaia di euro. E quando i petardi cadono a Napoli? Giornate e giornate a porte chiuse.

È scoppiato il caso Balotelli e alla Juve sono state fatte le stesse ridicole ammende. Ma quando le curve azzurre offendevano Carraro, la società rischiò molto più che una semplice multa.

E oggi? Cellino offende un popolo, la sua tifoseria non è da meno con cori ripetutamente offensivi.
Ci sarà giustizia sportiva?