Istat, le donne e la legge del capobranco

24 Mag

Secondo i dati ISTAT, nel 2010 quasi un milione di donne ha lasciato il proprio lavoro in conseguenza di una maternità.
Tra le donne con meno di 37 anni più di una lavoratrice su dieci è rimasta senza lavoro e, di queste, solo il 40% ha ripreso a lavorare successivamene al parto.
In parole povere, per una donna su venti circa la maternità coincide con la ricollocazione da lavoratrici a disoccupate, ovvero casalinghe, che in Italia sono il 35,5%, a fronte di un 22% europeo.

Un vero e proprio massacro di menti, competenze ed esistenze, specialmente se consideriamo che nel nostro paese le ragazze tra i 15 e i 24 anni che sono fuori dal mercato del lavoro raggingono il 76,1% del totale.

Le cause?
Il licenziamento (spesso “spontaneo”) per maternità è tutto “giocato” sull’incompatibilità (presunta) tra menage familiare e produttività, per cui se il contratto è a tempo determinato, cessa e basta, mentre se è a “posto fisso”, la stessa donna è indotta a mutare il contratto od a cambiare lavoro.
Il part time è pressoché sconosciuto, la flessibilità ha poco spazio nei contratti, i fondi del telelavoro restano al palo.

Se, viceversa, volessimo affrontare a tutto tondo la questione femminile in Italia, i dati sono sconcertanti e, ahimé, parlano da soli.

A fronte di un successo scolastico e formativo vistosamente a favore delle donne, dobbiamo constatare la larga disoccupazione tra le giovani e la scarsezza di dirigenti donna nei lavori tradizionalmente risevati al sesso femminile, come la scuola, la sanità, i servizi pubblici.
Sono numeri “assoluti”, enormi, quelli che descrivono, come visto, l’occupazione giovanile (24%), la disoccupazione media (36%), il numero di primari (10%), di dirigenti scolastiche (47%), di dirigenti amministrative (20%).

Numeri che non consentono equivoci: in Italia esiste una casta dominante di maschi, nati prima od a ridosso del 1943, che banchetta lautamente a discapito delle donne e dei maschi più giovani di loro.
Sembra quasi un documentario National Geografic sulla vita dei branchi di gorilla, ma, purtroppo, è casa nostra e questo è lo stato dell’arte.

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