I reali limiti dei test Invalsi

23 Mag

Molti anni fa, ormai, nel settore industriale si fece un salto avanti epocale per quanto relativo il “controllo di qualità”.
Parliamo delle macchine a controllo automatico e della rivoluzione “italiana” degli Anni ’80 che cambiò tutto.
Il problema era che l’intersezione tra meccanica ed elettronica iniziava a farsi sentire, la complessità s’impennava ed i sistemi di controllo della qualità “pezzo per pezzo” perdevano colpi. Era l’epoca in cui qualunque “prima serie” era ormai affetta da difetti.
Noi italiani scoprimmo che applicando un controllo minuzioso alle macchine di produzione anzichè ai prodotti finiti, i risultati erano notevolmente superiori.

Macchine e uomini non sono la stessa cosa, mi direte voi … e su questo concordo. Ma i processi logici e le contestualizzazioni dei saperi/dati hanno le stesse regole negli uomini e nelle macchine che altri uomini hanno creato.

Intendo dire che i monitoraggi come INVALSI sono utili, ma lo sono quasi esclusivamente per le macro-organizzazioni come ONU, WTO, Repubblica Italiana, UE od OCSE.
Non forniscono sufficienti informazioni agli operatori su come variare il modello/modulo d’insegnamento e non le forniscono in tempo reale.

Inoltre, i dati INVALSI non vengono aggregati (almeno nella forma resa al pubblico) con i dati socioeconomici e familiari ISTAT della “foglia” monitorata, nè riportano indicazioni sui modelli organizzativi adottati. Di conseguenza, i dati non ci permettono di fare valutazioni sulle cause del gap o del successo e, diciamocelo, sulla finanziabilità di chi o di cosa.
Dunque, l’attuale stato dell’arte dei test INVALSI è il monitoraggio OCSE e servono a testare le “intelligenze”.

Bene, anzi benissimo, facciamolo.
Però, poi, forse, vediamo di realizzare un sistema di valutazione che necessiti di potenze di calcolo molto minori, che coinvolga i docenti come protagonisti e come responsabili del successo didattico, che ci fornisca dati per contrastare il disagio, la dispersione, l’insuccesso.

Questo significherebbe, però, destatalizzare la scuola pur mantenendola pubblica, obbligando (come?) gli enti locali fare il proprio dovere come negli altri paesi, gestendo scuole, aiutando famiglie, creando servizi gratuti.

E significherebbe anche intervenire sui contratti di lavoro dei docenti, ovvero stabilire il principio, ereticale, che un pubblico impiegato possa essere licenziato o possa essere “precario” a vita.
… meglio INVALSI, così mandiamo due numeri in Europa ed, intanto, restiamo con i comitati per la valutazione delle scuole, di tribunizia (e plebea) memoria.

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