Archivio | Dannati della Terra RSS feed for this section

In memoria di Lady Tatcher

17 Apr

Londra sta chiamando le città sperdute, ora che la guerra è stata dichiarata e la battaglia è finita.

Londra sta chiamando l’’oltretomba!
Venite fuori dall’’armadio, tutti voi ragazzi e ragazze!

Sta arrivando l’’età del ghiaccio, il sole sta salendo, le macchine si fermano e il frumento cresce alto.
Non ho nessuna paura, Londra sta annegando e io vivo vicino al fiume.

Il futuro non è scritto. (Joe Strummer)

.

Lady Tatcher? Che l’inferno l’abbia in gloria. …

 

8 marzo, non c’è festa per le donne Rom

7 Mar

Credevamo che le donne in semischiavitù esistessero solo a casa dei Talebani, col burka e costrette a chiedere l’elemosina, senza istruzione ed esposte a malattie e violenze. Ci eravamo  sbagliati, c’è anche l’Italia. Almeno se parliamo delle donne Rom regolarmente e storicamente residenti qui da noi.

Secondo il Report di Save the Children (link), il 45% delle donne Rom di Roma si sposa da minorenne e sono il 30% quelle che partoriscono prima dei 18 anni. Almeno il 10% di loro non fa esami del sangue nè ecografie prima del parto.

Questo accade perchè il 70% di loro non ha assistenza sanitaria e solo il 50% sa che esiste il Consultorio, che cosa sia ed a quali diritti e prestazioni ha accesso.

Poco più del 15% ha un lavoro, la metà è del tutto dipendente dal marito, un altro 15%, o poco meno, vive di elemosine.

Donne Rom di Roma, visto che per almeno la metà di loro, che sono di etnia “yugoslava”, parliamo di persone arrivate – o addirttura nate – nella Capitale prima del 1996. Ma, a quanto pare, ancora oggi non romane “a tutti gli effetti”.

A Milano non deve andare meglio, se un’indagine condotta, in due anni, su un gruppo di 1142 rom da due ‘medici di strada’ del Naga  in 14 aree milanesi (link) dimostrerebbe che gli aborti sono numerosi: una media di 3,8 aborti per donna, ma … solo il 32% delle donne dai 14 anni in su ha avuto almeno un’interruzione di gravidanza (volontaria o spontanea).

L’indagine, che ha fatto scalpore sotto la Madonnina, precisa che le aree destinate a campo nomadi sono state trovate “quasi tutte prive di servizi igienici, nella maggior parte dei casi la spazzatura non veniva ritirata e tutte in condizioni di sovraffollamento”, cosa che rende ancora più insicure e precarie le condizioni delle donne, specialmente se in maternità.

Più in generale, uno studio sulla situazione italiana di ERRC ed Opera Nomadi, acquisito dal Committee on the Elimination of Discrimination against Women dell’ONU (CEDAW) (link), conferma che le donne Rom in Italia subiscono spesso violenza, sessuale o semplicemente fisica, ma specialmente da italiani e non cercano aiuto presso le istituzioni competenti, poiché temono l’intervento si ritorca contro di loro o prevedono, in base ad esperienze pregresse, di essere ignorate.

Episodi pubblici di violenza e aggressività verso le donne Rom, anche se incinte, sono relativamente comuni. Diversi studi indipendenti menzionati nel Rapporto riportano una certa incidenza di episodi che coinvolgono pubblici ufficiali o impiegati.

Come anche i dati del Rapporto confermano che molte donne Rom (forse il 30%) avevano meno di 16 anni, se non solo dodici, all’età del “vero matrimonio”, celebrato secondo i riti Rom e non secondo la legge italiana.

Il 70% di loro è analfabeta o semianalfabeta, vivono in larga parte di elemosina o dipendenti dal marito, ma la sorte peggiore tocca a quel 15% che trova un lavoro “vero”, dove spesso subisce vessazioni e violenze.

Almeno metà delle donne Rom ha informazioni, relative ai servizi ed ai diritti cui può accedere, scarsissime, se non nulle, nonostante la grande mole di risorse spese per i progetti di mediazione culturale attuati da tanti comuni.

Secondo il Rapporto predisposto per il CEDAW-ONU, “le autorità, sia in Italia sia all’estero, ritengono che il matrimonio precoce tra Rom sia determinato culturalmente e non prendono iniziative per eliminare questa pratica pericolosa,” che viene perpetuata dagli “integralisti” come “pratica culturale dei Rom”, ma “le donne Rom intervistate vogliono che questa pratica abbia fine“.

Il Rapporto, ricevuto dal Committee on the Elimination of Discrimination against Women dell’ONU (link), precisa che “alla base dell’approccio del governo italiano alla questione Rom e Sinti c’è la convinzione che siano popolazioni “nomadi”, sebbene quasi tutti i Rom presenti in Italia siano sedentari“.

Potremmo anche iniziare a vergognarci o, quanto meno, riflettere.

originale postato su demata

Cesare vince a Rebibbia ed anche a Berlino

19 Feb

“Cesare deve morire” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani ha vinto l’Orso d’Oro alla 62esima Berlinale, il Festival del cinema di Berlino.

Il premio per il miglior film arriva dopo ben 21 anni di “assenza” italiana dal podio e vede, in contempranea, un altro successo italiano con il docufilm “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari, che ha vinto il Premio del Pubblico.

Il film dei “maestri” Paolo e Vittorio Taviani è stato girato nella Sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia con i detenuti stessi come attori.
La storia racconta la messa in scena del Giulio Cesare shakespeariano, alla fine rappresentato con successo sul palcoscenico del carcere.

Un percorso di ricerca attorale e “del Se” che coinvolge profondamente i detenuti tra “la grande tragedia” – shakespeariana e umana – pur mantenendo tutte le cadenze della vita carceraria.

“Non ci stancheremo mai di ripeterlo: Shakespeare va riscoperto sempre – commenta Paolo Taviani alla stampa – Ci siamo permessi di trattarlo un po’ male: lo abbiamo preso, smembrato, decostruito, ricostruito. Ma forse Shakespeare sarebbe stato contento di vedere rappresentato in un carcere il suo ‘Giulio Cesare’”.

“Ci siamo detti che se fossimo riusciti a fare incontrare tra loro queste due realtà così drammatiche, allora avremmo avuto il nostro film”.

“La cosa che ci ha molto commosso e stupito durante la lavorazione è che questi detenuti attori recitavano benissimo, ma in un modo diverso da quello che è il recitare convenzionale. Nel nostro Bruto c’era un dolore vero che gli altri attori non hanno”.

“Cesare deve morire” è “un racconto sulla potenza della scoperta dell’arte. ‘Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione’ dice uno dei protagonisti alla fine”.

originale postato su demata

Per la Sicilia, per il Sud

22 Gen

La Sicilia è totalmente ferma da una settimana.
Sembra l’alba di un day of rage, quasi come due giorni prima la cacciata di Ben Alì in Tunisia.
Niente benzina, poche merci sugli scaffali di quel poco che rimane aperto, zero trasporti, gente, tanta gente per strada.
.

Sigle poche, i soliti “ribelli” di destra e dei centri sociali, la mafia, se c’è, ancora non ci ha messo la faccia.

Una regione ricchissima e civile, una sorta di scrigno d’oro nel bel mezzo del Mediterraneo, ridotta da decenni e decenni alla fame da uno stato unitario, che sembra quasi che non sappia che farsene del Sud, se non fosse per le braccia ed i cervelli che hanno costruito la ricchezza di Roma e del Nord.

Come, ad esempio, l’HUB aereoportuale internazionale che dovrebbe stare in Sicilia e non a Fiumicino e ad Atene.
Oppure, come il traffico merci, che dovrebbe sbarcare tra Siracusa e Catania, per non far entrare le grandi navi e petroliere nel Tirreno.
O lo zolfo, gli agrumi ed il grano, che sono da sempre la ricchezza dell’isola, oltre al turismo, che potrebbe movimentare volumi ben superiori a quelli che viceversa beneficiano la piatta costiera adriatica.

Una Sicilia disastrata da una governance scellerata, che paga per intero il prezzo dell’assenza italiana nel Mediterraneo, del trasporto su gomma che arricchisce Torino e Bologna, di un turismo che, senza legalità, non potrà mai oltrepassare il Tevere.
Tra l’altro, una qualunque politica meridionalista avrebbe affrancato la Sicilia dall’oneroso trasporto su gomma, costruendo porti anzichè tentare il flop del ponte sullo Stretto.

E cosa fa il governo Monti? Nulla, tanto i media parlano di “protesta dei forconi” e non di società civile allo stremo.
Intanto, mentre Confindustria delegittima una protesta palesemente spontanea ed ancora relativamente pacifica, Marcegaglia chiarisce, molto inopportunamente, che è bene “lasciarli strillare” …

Speriamo che almeno il Parlamento decida di occuparsi di un forte e profondo malcontento, che potrebbe sfociare in risentimento popolare.

Anche perchè i manifestanti hanno annunciato che faranno riprendere il trasporto merci, ma confermano che la protesta in Sicilia proseguirà ”in maniera pacifica fino al 26 gennaio”, quando si terrà l’incontro tra governatore, governo e cittadini.
E dopo?

originale postato su demata

ZERO ORE, una storia di de-sviluppo

13 Gen

ZERO ORE è la storia del Gruppo Calzaturiero Adelchi o, meglio, il triste finale.

Una fabbrica nata, quasi per scommessa, in un piccolo cinema della provincia di Lecce e trasformatasi nel giro di 10 anni in un industria da 300.000 paia di scarpe a settimana, grazie soprattutto alla solerzia del personale.
Uomini e donne del Sud, pugliesi, anzi leccesi che avevano coltivato il “sogno” del Made in Italy, “infranto sotto i colpi della speculazione e della delocalizzazione selvaggia”, come scrive il regista Davide Barletti dei Fluid Video Crew, che sta realizzando il documentario, raccontando quel poco o tanto che è rimasto nella memoria collettiva di chi c’era. Di chi credette, investendo la propria esistenza, nel rinascere della tradizione manifatturiera del Sud, in un contesto globale di pari opportunità di accesso ai mercati.

ZERO ORE è la storia di 800 famiglie alle quali, a partire dal 2006, è stato progressivamente cancellato un futuro lavorativo e con quello la dignità.

Va precisato che il Calzaturificio Adelchi era un’azienda sana e sostanzialmente competitiva, finchè il titolare dell’impresa non decise delocalizzare all’estero la produzione privando Tricase della principale attività produttiva, come anche accadeva a Casarano per il calzaturificio Filanto.

Alcuni sindacalisti del luogo denunciarono la cosa, allorchè iniziò lo stillicidio, segnalando l’ignobile trattamento dei lavoratori albanesi, bengalesi, etiopi, rumeni, che in alune località accettano compensi giornalieri di 0,70 Euro, con una sicurezza scarsa se non nulla, come dimostrerebbe la morte di due operai “delocalizzati” in Albania, Antonio Cazzato ed Ippazio Magno.

E’ evidente che, senza le facilities di un paese avanzato come l’Italia e la qualificazione artigiana dei leccesi, l’impreditore Adelchi non avrebbe potuto realizzare i profitti che gli hanno permesso di espandersi, prima, e, poi, di delocalizzare.

La sua ricchezza è frutto, in minor parte, della sua capacità di arricchirsi, ma, per la componente rilevante, è nata e si è consolidata grazie al contesto italiano e, localmente, leccese.

Ad eccezione di quanto il dott. Adelchi versi al fisco italiano, cosa resta all’Italia dell’impresa “calzaturificio”, su cui tutti noi italiani avevamo, più o meno direttamente, investito?

Quella del Calzaturificio Adelchi è una storia di de-sviluppo, in cui un territorio viene prima industrializzato e fornito logisticamente, per poi riportare il tutto – appena si è lucrato abbastanza per consentire una conveniente espansione extranazionale – al bracciantato ed al sia arrangi chi può.

Quando si deciderà lo Stato Italiano – con opportune leggi – a difendere i propri interessi traditi, i magri investimenti da non sprecare e le modeste promesse, assolutamente da non tradire?
… non stiamo parlando di “fughe di capitali”, funzionali ad un certo sistema speculativo, ma di “fughe di posti di lavoro”. Può una democrazia liberale permettersi un tal genere di “deformazione”?

originale postato su demata

Giovanni Tizian, giornalista di mafia

11 Gen

Giovanni Tizian, ha ventinove anni e da due settimane vive sotto scorta: fa il pubblicista (giornalista precario) e si occupa di mafia.

Tizian scrive di infiltrazioni criminali nell’amministrazione pubblica nella sua regione, è bravo e puntiglioso, “da fastidio” ed ha pubblicato addirittura un libro, “Gotica”, pieno zeppo di nomi e cognomi e documenti delle reti criminali.

Non a Caserta, Catania o Catanzaro.

Tutto questo accade a Modena.

originale postato su demata

Vendola “gay con turbe psichiche”

8 Gen

Che la Giunta di Nichi Vendola navighi in cattive acque è cosa, forse, poco nota, come ha avuto poca risonanza, finora, la pesante nota spese della Regione per viaggi e rappresentanza (quasi un milione di Euro). Però, che il Governatore della Regione Puglia venga apostrofato su Facebook, dandogli del “gay” o delle “turbe psicologiche” è una vera vergogna.

A farlo è l’assessore ai trasporti del Comune di Lecce, Giuseppe Ripa (Pdl), il cui sindaco, Paolo Perrone, che si è dissociato pubblicamente “dalle affermazioni inopportune” anche a nome del governo cittadino., nonostante sia fortemente critico verso Vendola, allorchè scrive che «la sanità pugliese è al tracollo perchè la politica regionale è fatta di interventi col contagocce».

Ma cosa di tanto grave ha scritto Giuseppe Ripa, politico locale del PdL in quel dì di Lecce?

“Sono ormai 7 anni che governate e le liste di attesa, tanto attaccate dal Sig. o Sig.ina Vendola non solo non sono diminuite, ma sono ormai divenute annuali”.

Signore o Signorina? Mica siamo nel Medioevo e, comunque, la cosa è davvero di cattivo gusto e non resta che interrogarsi sulla rozzezza del personaggio.

In natura esistono solo due tipi di generi umani: l’uomo e la donna. Il resto viene classificato scientificamente come ‘turbe della psiche, patologia che rientra nelle competenze della scienza sanitaria in generale e della psicanalisi in particolare”.

Omofobia, sembrerebbe a prima vista, ma Wikipedia, in sintesi, può esserci d’aiuto.

“Le teorie sulla differenziazione dell’orientamento sessuale vengono classificate in quattro categorie, a seconda del tipo di fattore che si ritiene determini (o predisponga) l’orientamento sessuale:

  1. il comportamento e l’orientamento sessuale è determinato da fattori biologici (in particolare ormonali e/o genetici)
  2. il comportamento e l’orientamento sessuale è ricollegato allo sviluppo psichico infantile ed alle esperienze vissute
  3. il comportamento e l’orientamento sessuale viene strutturato nei modelli estraibili dal contesto antropologico
  4. l’omosessualità è un istinto patologico, una “malattia” non una “tendenza sessuale” di cui ricercarne le sue “cause”
  5. l’omosessualità è un comportamento patologico, un “vizio”, un “atto nocivo” secondo le religioni”

In poche parole, fatta eccezione per l’approccio genetico e quella antropologico, l’accezione psicologica o religiosa dell’omosessualità è quella di una “normalità deformata”.

In alcuni casi si tratta di pregiudizi fondati su testi sacri ed in altri di tradizioni mediche millenarie, ma, almeno se parliamo di transessualità e di alcuni precisi comportamenti omosessuali, è corretto affermare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità  li includa tra le patologie psichiatriche (vedi link). E’ anche vero che, per l’OMS, l’orientamento sessuale “non è di per se individuabile come un disordine psichico” (vedi link).

Ai posteri l’ardua sentenza, con buona pace degli omosessuali, che persino il Vaticano vuole che vengano accolti “con rispetto, compassione, delicatezza”, anche se nella “castità e  perfezione cristiana” (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2358-9).

Restano, dunque, il cattivo gusto e l’inopportunità dell’assessore leccese, Giuseppe Ripa, che il vicepresidente della Regione Puglia, Loredana Capone, ha doverosamente definito «inaccettabile», «indegno» e «meschino».

originale postato su demata