Coesione sociale agli sgoccioli

19 Dic

Il rapporto sulla coesione sociale Istat, Inps e Ministero del Lavoro racconta, anticipandone il futuro, la triste storia del declino italiano. Ormai, è il 13,6% degli italiani a vivere in povertà, oltre otto milioni di italiani e, tra loro, anziani, invalidi e bambini.

Come una carovana che, trovatasi impreparata in territori impervi, lascia dietro di se una scia di corpi ed anime, abbandonando a se stessi i più deboli e, aggiungendo il diabolico all’orrido, si lascia andare a vistose iniquità a carico di chi è più esposto alle bizzarrie di una Casta.

Ad esempio, prendiamo atto che il 10% dei nostri minorenni vive in povertà, un pensionato su due ha un reddito inferiore ai mille euro, nei primi sei mesi del 2012 le cessazioni di rapporti di lavoro sono state 4,49 milioni, mentre il numero dei lavoratori sotto i 30 anni è calato dell’8%, sono stabili solo il 19% dei contratti, di cui solo il 7% riguarda donne.
In poche parole, siamo fermi da 20 anni, in attesa che una ben precisa generazione decida di pensionarsi, non accrescendo i danni profondi già causati alla società italiana.

Oppure, riguardo i pensionati – di cui un terzo è rappresentato da ultraottantenni – che il 47,5 % ha un reddito inferiore ai mille euro, il 37,7% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solamente per il 14,5% si superano i duemila euro, di cui circa 700.000 oltre i 3.000 euro (dati INPS) con una spesa annua di 20 miliardi di euro, pari al 30% del volume pensionistico complessivo.
Chi – pochi, molto pochi – vive nel lusso e nel benessere e chi – tanti di meno – vive nell’indigenza assoluta.

Ed anche, una decadenza che, se vede il Nord ed il Centro Italia messi male, è ormai al disastro se parliamo di Sud. Infatti, nelle regioni meridionali, risulta «relativamente povero»  il 24,9% degli anziani ed un altro 7,4% è rappresentato da quelli «assolutamente poveri», «materialmente deprivato» il 25,8% delle famiglie residenti, con punte del il 30% in Sicilia e in Campania, il rischio di povertà o di esclusione sociale (39,5%) ed è più del doppio rispetto al valore del Nord (15,1%).
Naturalmente, dovremmo chiederci qualcosa se, secondo i dati INPS del 2009, i comuni italiani calabresi avevano da spendere per gli interventi e ai servizi sociali 25,5 euro pro capite, mentre la provincia autonoma di Trento si arrivava a ben 297 euro di ‘spesa sociale’ pro capite.

Ecco l’ennesimo segno di una politica italiana che ha saputo gestire il Meridione solo come fosse una colonia, prima sabauda e poi romana, da cui trarre alimenti, mano d’opera e know how a basso costo.

Ecco cosa accade ad una nazione in cui un terzo degli italiani è composto da meridionali di prima e seconda generazione che hanno dovuto trasferirsi – non nel Dopoguerra, ma a partire dagli Anni ’70, a Roma e nel Settentrione. Una nazione che ha finora spoliato una parte di se stessa e questa ‘cattiva coscienza’ sta iniziando a costituire un gravame insostenibile ed irrisolvibile.

Dei giovani, delle donne, degli anziani, dei meridionali dovrà occuparsi la prossima legislatura ed i prossimi governi: il rapporto sulla coesione sociale italiana è drastico e drammatico.
Purtroppo, al momento, non sembra essere stato particolarmente recepito dai nostri partiti e dagli spin doctors di turno.

originale postato su demata

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