Bersani-Monti-Vendola, la lite continua

7 Feb

Dopo aver ricevuto la benedizione imperiale da Angela Merkel, Monti e Bersani iniziano a lavorare alla coalizione che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – portarli ad avere la maggioranza parlamentare e ad ottenere la premiership.

Preso atto che ‘c’è convergenza’, andiamo immediatamente ad accorgersi che viene del tutto elusa la domanda ‘chiave’ per gli elettori, ovvero chi dei due sarà il Primo Ministro. Bersani che avrà la maggioranza dei voti del centrosinistra o Monti che raccoglierà la magior parte dei centristi?
Eh già, credo che nessuno voglia votare Mario Monti premier per aver Bersani come Primo Ministro e viceversa.

E siccome ‘c’è convergenza’, in perfetto leftist style, iniziano tutti a litigare sugli intenti e sulle poltrone.
Monti: «Il leader PD riveda la sua coalizione». Vendola: «Con il Prof siamo inconciliabili». Bersani: «Nessun passo indietro».

Se queste sono le premesse, gli elettori devono ben comprendere che il Partito Democratico potrebbe perdere un 30-50 deputati ed una dozzina, almeno, di senatori nello stesso momento in cui si affermasse un Governo Monti ed è probabile che, con un Monti al MEF, dalle scaramucce si passerebbe alla guerra fredda, prima, alla politica ‘di lotta e di governo’, dopo, al crash legislativo, alla fine.

E’, dunque, evidente che l’asse Monti-Bersani sappia fin d’ora di poter contare su un apporto di senatori, almeno quelli, che compensino defezioni ed incompatibilità.

Se un accordo elettorale tra due partiti non coalizzati (Montiani e Democratici) è un vero sberleffo alla legittimità delle correnti elezioni, ancor più lo rappresenta la possibilità che alcuni candidati (della Lega, del PdL, del M5S, di Rivoluzione civile?) siano già pronti a cambiar bandiera non appena eletti ed acclamati.

E’ da tempo evidente che Mario Monti non abbia un gran talento politico e che, per questo, potrebbe rivelarsi disastroso in una legislatura quinquennale con i compromessi da fare, l’opiniome pubblica che osserva e valuta, le promesse che vanno mantenute.

Questa sua ostinazione nel voler correre ‘da solo ma insieme’ al PD spurgato della sua componente ‘rossa’ può essere letto solo in due modi: o sono segni di senilità avanzata oppure è un diktat.
Il messaggio che arriva a noi comuni mortali è essenziale: ‘qui comando io, dato che l’hanno deciso all’estero, e mi scelgo io i partiti che collaborano con me’.

E questo è solo il primo problema –  la puzza di inciucio – che emerge dopo la ‘successuosa’ visita a ‘Santa Merkel’, che non è Babbo Natale, attenzione.

(Il Cimitero degli Elefanti, grossplastiken.de)

Ma c’è anche un messaggio che arriva e che suona come ‘io sono cattolico e per questo offro sicure garanzie morali, a differenza di altri’. Peccato che anche la ex-Democrazia Cristiana fosse dichiaratamente cattolica e che è proprio quella componente di italiani che ci governa dal 1948, con la Prima Repubblica riuniti come DC e, con la Seconda, felicemente ricollocatisi sulle due sponde PdL e PD.
Come è chiara a tutti la forte connotazione cattolica dei Montiani, è anche noto il personale ‘no alle nozze gay’ di Mario Monti.

Un’affermazione che, in Italia come altrove, contiene sempre delle potenziali pregiudiziali omofobe e che porta ad un quesito ben più urgente e diretto: il ‘no a Vendola’ di Mario Monti deriva da visioni divergenti nella governance (ed allora quali sono così irrinunciabili) oppure crea difficoltà avere un ministro dichiaratamente gay con tanto di coniuge ‘omo’ al fianco?

Il professor Monti dovrebbe chiarire in nome di quali poteri va a pretendere che un altro contendente alla premiership escluda, in piena campagna elettorale, un suo alleato storico e spiegare le motivazioni del suo ‘no alle nozze gay’ e della sua avversione per Nichi Vendola.

originale postato su demata

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