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Bayern, brutte notizie per l’Italia: la CSU stravince

16 Set

Dalla Germania non arrivano buone notizie per l’Italia e l’Eurozona: la CSU, costola bavarese e di destra della CDU di Angela Merkel, ha vinto le elezioni nel land del Bayern, raggiungendo la maggioranza assoluta.

Crollano i Liberali (al 3%), Verdi (8,5%) e Socialdemocratici (21%) nell’angolo come da anni.

Franz Josef Strauss – leader storico della CSU

Come vince la Merkel – proprio quello che speravano i nostri ‘fini strateghi di partito’ – e va tutto male per noi? Certamente.

Innanzitutto, perchè più pesa il conglomerato dei partiti cristiani (CDU e CSU) e più va a farsi benedire l’ipotesi di un coinvolgimento del centro sinistra nel governo federale.

Inoltre, perchè un governo federale futuro con un ancora maggiore peso dello ‘Stato libero di Baviera’, il più ricco e industrializzato della Repubblica federale, se non del mondo – aumenterà la deriva degli altri Lander che, ricordiamolo, hanno già rigettato l’introduzione del Fiscal Compact ed erano già restii a sostenere il debito dei paesi mediterranei … ed i crediti della Goldman & Sachs, che in Baviera ha profonde radici.

Infine, perchè solo a condizione di un tot di nazionalismo e protezionismo che può funzionare il capitalismo sociale con cui la Germania ha superato il nazionalsocialismo, costruito il suo successo nel Dopoguerra e superato la corrente crisi finanziaria. Ne sanno qualcosa gli spagnoli ed i greci che contavano sul turismo giovanile tedesco, come se ne sono accorte le imprese italiane, sotto attacco da anni dalla concorrenza teutonica.

Dunque, prepariamoci a saldare qualche conticino, noi italiani, dato che mancano tra i venti ed i trenta miliardi di euro, tra cancellazione IMU (-2 mld), blocco dell’IVA (-3 mld), moratoria sul gioco d’azzardo (- 6 mld), minor gettito dal PIL (-1,5%).

Quanto al caso Berlusconi, il PD di Renzi e Bindi, l’amletico M5S, la velleitaria Lega, iniziamo a prendere atto – nelle redazioni dei cantastorie all’italiana – che non sono certamente loro a poter tenere la barra al centro delle riforme da ‘lacrime e sangue’ che servono.

Piuttosto, sarebbe ora che il PD divenisse un partito maturo ed adulto, rinunciando al codazzo della ‘base di lotta e di governo’, alimentata dai piccini interessi delle lobby di provincia e dei professionisti del welfare.
Come sarebbe il caso che il PdL si rendesse conto che la legislatura potrebbe durare altri 4 anni e che questo dipende principalmente dalle proprie scelte. Considerato che tra 4 anni, SIlvio Berlusconi sarà fin troppo anziano per la polititica, non dovrebbero esserci problemi, per una classe politica che vuole esistere, temporeggiare sul fronte ‘sentenze del premier’ e procedere su quello delle riforme del sistema ordinamentale dello Stato di ottocentesca memoria.

Intanto, attenti alla Germania, ma anche attenti alla Francia di Hollande, che ben saprà ricollocarsi, dinanzi ad una smaccata vittoria dei cristiano-popolari tedeschi e delle prevedibili conseguenze sull’Eurozona.

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Porcellum, fino alla primavera 2015?

30 Mag

Mentre Roma si accinge ad eleggere il proprio sindaco, ben sapendo che, al meglio, incontrerà l’opposizione o la diffidenza di tre romani su quattro, il Parlamento, ben consapevole della vistosa incostituzionalità del Porcellum,  rinvia l’emanazione di una nuova legge elettorale al febbraio del 2015.

Infatti – dopo lo scontro Pd-Pdl, perdurante il “tutti contro tutti” nel PD, con un M5S visibilmente impreparato alla sfida richiesta – arriva l’annuncio di Quagliariello e Pisicchio: “Documento chiuso e firmato da tutti”, ma nel testo inviato al voto delle Camere non c’è nessun accenno a contenuti e tempi delle modifiche del Porcellum in caso di elezioni anticipate.

Tecnicamente si potrebbe parlare di golpe bianco, come in quei paesi sudamericani in cui qualcuno riesce a prendere il potere con un sistema lettorale bislacco e poi resta lì rifiutando di modificare quel sistema, dopo aver giurato e stragiurato di cambiarlo.
Tecnicamente è un Parlamento che non può essere sciolto, perchè non esiste un sistema legittimo per rinnovarlo.

Una responsabilità politica di portata storica, dietro la quale non c’è nessun tentativo autoritario e, per tale motivo, è impossibile parlare di ‘golpe’: è solo l’applicazione di un famoso detto del Divo Giulio, “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Dopo il ritorno alla Democrazia Cristiana e dopo il Governo Letta-Alfano-Cencelli, non c’è altra via che affidarsi al tradizionale immobilismo.

Un fatto gravissimo, che arriva dopo un molto discutibile ‘governo tecnico ma di programma’ del senatore a vita Mario Monti, molto somigliante anch’esso a quelle situazioni sudamericane in cui la ‘salute pubblica’ si costituisce per garantire interessi esteri e locali, e dopo ben tre tornate elettorali in cui si è votato con un sistema illegittimo e deformante.

Il Porcellum è un sistema che consente alle segreteria di partito di determinare in anticipo gli eletti e che va, inevitabilmente, a creare una ipermaggioranza alla Camera e nessuna maggioranza al Senato.

Riformarlo – tornando almeno al Mattarellum – non richiede necessariamente di affrontare per intero la riforma dello Stato italiano. Come anche, introdurre il semipresidenzialismo non è possibile se non si riportano i partiti al centro della politica, ovvero non si emanano le leggi sui sindacati che la Costituzione prevede da sessant’anni o si interviene sui ruoli istituzionali della magistratura e dell’informazione oppure sul conflitto di interessi, sulla durata dei processi e sui CdA delle aziende a partecipazione o controllo pubblici.

Dunque, ci vuole tempo per arrivare ad una legge elettorale equilibrata, ma non è pensabile che vada a buon fine una manovra che vede la leadership del paese (Presidente, Governo e Parlamento) congelata fino alla primavera del 2015.
Un 2015, al termine del quale, l’Europa inizierà a chieder conto di quanto ci siamo impegnati ad attuare per ottenere il ritiro della procedura per deficit eccessivo,   un’enorme messe di profonde riforme, che difficilmente potrà essere garantito da un Partito Democratico così ambivalente e dilaniato da interessi diversissimi.
Un 2015 che appare molto lontano, se si vuol tener conto che l’insicurezza dei cittadini aumenta e si annuncia un’epoca di scandali, dopo l’uscita del nuovo libro di Paolo Madron, L’uomo che sussurrava ai potenti, che raccoglie le memorie di Luigi Bisignani, un ‘protagonista della Seconda Repubblica’.

Resta, dunque, il problema interno alla Sinistra ed ai Centristi che si era ben palesato con l’ascesa e l’insuccesso di Veltroni, prima, e Bersani, dopo.
In Germania, la Grosse Koalition ‘funziona’ perchè la SPD di Schroeder, avendo vinto le elezioni con un margine di voti effettivi molto limitato, cedette la premiership ad Angela Merkel della CDU, che finora ha attuato una politica nazionalista e populista, che una parte della sinistra storicamente avversa.

Probabilmente, sarebbe stato meglio costituire un governo Alfano-Letta e non Letta-Alfano. Meglio ancora se il premier fosse stato un (ex)socialista come Cicchitto.

Gli elettori di sinistra non avrebbero capito? Il Partito Democratico si sarebbe spaccato?
… gli elettori già ora non stanno capendo o ‘capiscono male’, il PD è già ampiamente spaccato: è proprio questo il problema.

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M5S a convegno per governare?

4 Mar

Non era difficile non dare per scontato che centonove deputati e cinquantaquattro senatori avessero bisogno di un «conclave» del neonato Movimento Cinque Stelle, per decidere insieme le strategie ed i margini di accordo che vogliono attuare in Parlamento e, innanzitutto, la governabilità.

Altrettanto facile immaginare che la Premiata Ditta Grillo & Casaleggio si faccia scippare ‘al mercato delle vacche’ quelle due dozzine circa di senatori che mancano al Partito Democratico per governare.

Nel ‘conclave’ dei parlamentari del M5S, verranno chiarite anche alcune questioni essenziali, sulle quali non loro, ma gli italiani tutti stanno facendo una gran confusione.

La richiesta da parte di Grillo di un governo di minoranza senza una fiducia preventiva che contratta, di volta in volta, l’appoggio su singole leggi porrebbe inevitabilmente l’Italia in balia del Parlamento e delle Lobbies.

Anche se Bersani intima a Grillo: «Decida cosa fare o tutti a casa», il caso del capo dello Stato in scadenza – “semestre bianco” – impedisce che egli sciolga subito le Camere.

Come probabilmente sperano i sostenitori di Mario Monti, una prosecuzione “a tempo” del mandato presidenziale al Quirinale non rientra nei ‘parametri’ previsti dalla Costituzione.

Malgrado quanto sostenuto da una parte della Sinistra, nonostante il Procellum, spetta solo al Presidente della Repubblica, e solo a lui, scegliere in piena autonomia, al termine delle consultazioni, a chi affidare l’incarico per formare il governo.

Dunque, esistono solo due strade.

La prima via – quella che comunemente è chiamato ‘governo tecnico per le riforme’ – è quella che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quelli ‘tecnici’ guidati da Dini e Amato per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con le autonomie locali riformate.
Nella sostanza è quello che sta chiedendo – con poca chiarezza – Beppe Grillo e che, ragionevolmente, chiederà il Movimento Cinque Stelle di Casaleggio.

Il secondo percorso – quello che comunemente è chiamato ‘governissimo’ -è quello che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quello guidato da un ‘tecnico’ come Mario Monti per salvare il sistema finanziario italiano, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con il Welfare riformato.
Nella sostanza è quello che serve alla Seconda Repubblica per guadagnare qualche anno di vita ed avere il tempo, secondo loro, di lavorarsi ai fianchi il movimento dei Grillini.

In tutto ciò, c’è da insediare il Parlamento ed eleggere, anche con una certa rapidità, sia i Presidenti della Camera e del Senato, si individuare i candidati alla presidenza della Repubblica e darsene uno.

Dunque, che Bersani la smetta di portar fretta, che non ce ne è se non per lui, che, a breve, dovrà rendere ragione ai suoi sodali di partito in ordine all’ennesima cantonata presa e conseguente bastosta incassata, illudendosi di governare con il 33% ed un voto.

Tanto, finchè non si eleggerà ed insedierà il nuovo Presidente della Repubblica, c’è il Governo Monti per ‘l’ordinaria amministrazione’ e per la buona pace di banche, governi esteri e mercati vari.

Il Movimento Cinque Stelle è a convegno ed è la loro prima prova del nove. Avranno idee, condivisione e lungimiranza per resistere al canto delle sirene democratiche-democristiane? Riusciranno a stendere un decalogo delle priorità e delle negoziabilità, con cui sostenere un governo di programma per le riforme?
Probabilmente si, ma lo sapremo tra due giorni soltanto.

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Eurozona: il problema Merkel

1 Mar

Non si può non essere europei, se si discende da famiglie che – nobili o non nobili – hanno mantenuto una memoria delle proprie origini – normanne, cazàre, variaghe, sassoni, celtiche, bulgare – e si è consapevoli che i propri avi hanno servito Luigi il Bello di Francia o Don Carlos di Spagna o si sono battuti nella Reconquista o nelle Guerre dei 30 anni o dei 100 anni.

Ma è altrettanto difficile accettare di essere europei in questa Europa, se accade che, dopo anni di tregenda, a causa dei debiti che si vanno accumulando, la Croce Rossa Svizzera ha deciso di tagliare le fornitura di sangue alla Grecia, dove si riscontra un’alta incidenza di casi di anemia su base genetica.

A tal punto, è evidente che la Grecia non riesca a garantire neanche i diritti essenziali (salute) dei propri cittadini, a causa della situazione di stallo finanziario causata sia dalla classe politica greca e dai prestiti facili delle banche tedesche sia dalle scelte europee di rigore e austerità necessarie a salvare, per l’appunto, banche e sistema sociale mitteleuropeo.

Se l’Unione Europea fosse stata ‘Europa’ per davvero, non sarebbe stato possibile abbandonare la macroregione greca alla miseria ed all’oblio, come non sarebbe stato possibile l’attacco portato dal sistema finanziario tedesco alle economie dei paesi mediterranei.

Infatti, se la Deutsche Bank non avesse svenduto, circa due anni fa, i titoli di Stato italiani per avvantaggiarsi nello spread e vendere bene quelli tedeschi, noi non saremmo in questa situazione, come non lo saremmo se Angela Merkel non avesse imposto la sostituzione di Silvio Berlusconi al governo con Mario Monti il recessionatore.

Come la Spagna (ma anche la Grecia) che raccoglierebbe ancora i flussi turistici di tre anni fa, se la Germania non avesse deciso, cinque anni fa, per salvare la propria economia recessiva, di ‘chiudere uno e anche due occhi sui rave e sul consumo di sostanze, con la conseguenza che i giovani germanici non volano più via per un weekend per spendere i loro risparmi in vacanza a Maiorca o Santorini.

E che dire del salvataggio di Goldman Sachs, a spese di Unicredit, con il risultato che la crisi delle banche polacche ed austriache l’ha pagata la Cassa Depositi e Prestiti italiana e non il ricco Land della Bavaria od il furbo staterello del Lussemburgo.

Das ist ganz unkorrect, Frau Merkel, non venga a dare lezioni a noi.

Allo stesso modo – ma forse dall’opportunismo siamo passati al razzismo – se andiamo a guardare l’afflato ‘etico’.
Strauss Khan ha dimostrato abitudini ‘amorose’ ben più disdicevoli di Berlusconi, ma nessuno ne parlava prima che lo facesse un’oscura cameriera newyorkese, denucniandolo per sturpo.
Nessuno ha indagato mai nè il tedesco Schroeder nè il francese Davignon. Eppure, il primo lasciò il paese alla Grosse Koalition pur avendo vinto le elezioni, andando a fare il ‘boss’ prezzolato del North Stream, l’oleodotto russo-tedesco, mentre il secondo, dopo aver legiferato in Europa sull’energia, lasciò la politica e diventò uno dei dominus francesi di acqua, gas ed elettricità.

Quanto ai clown, non Grillo e non Berlusconi, cosa dire del portoghese Barroso, presidente di commissione UE, indagato per l’acquisto nel 2004 da parte del Portogallo di due sottomarini fabbricati dalla tedesca German submarine consortium sia stato macchiato da corruzione, frode, violazione delle regole sul mercato interno e gestione impropria dei fondi pubblici.
Oppure, vogliamo parlare dello scandalo Bettencourt, l’ereditiera de L’Oreal nel mirino della giustizia francese per frode fiscale e finanziamento illecito della campagna elettorale del franco-ungherese Sarkozy?

E che dire del presidente tedesco Christian Wulff, dimessosi un anno fa, accusato di avere ottenuto un prestito di 500mila euro da un imprenditore con un tasso di favore? O del noto Zapatero, che ha consegnato la Spagna all’oblio, grazie alle sua politiche effimere, dopo che gli spagnoli, faticosamente, avevano superato in 20 anni il ritardo accumulato sotto la dittatura franchista?

Difficile credere che in queste condizioni si possa andare ad un’unione politica dell’Europa: i tedeschi non vogliono essere governati da un latino cattolico, gli italiani non voglion essere governati da un sassone riformato, gli olandesi, di sangue norreno e di tradizione evangelica, da nessuno dei due.

Difficile credere che i corruttori del Nordeuropa siano meno colpevoli dei corrotti del Sudeuropa e difficile credere che questo ‘equivoco’ non generi diffindenza tra i popoli latini e razzismo tra quelli sassoni. Impossibile pensare ad un Mario Monti ‘in Europa’ senza accentuare le diffidenze dei popoli mediterranei.

Difficile credere che il liberalesimo nazionalistico che anima le democrazie mitteleuropee possa trasformarsi da elemento separatore a fattore di confluenza, senza mettere le risorse primarie in mano ad organizzazioni finanziarie multinazionali e difficile credere che i cittadini lo vogliano.

Siamo sicuri che il problema dell’Eurozona non sia la Germania dell’Eurozona di Angela Merkel e la sua congrega di corrotti e trasformisti, come tanta parte dell’elettorato tedesco pensa?
I Piraten non sono al 25% del M5S italiano, ma esistono ed entro l’anno in Germania si vota. Stesso vale per le frange estreme della SPD come per i nazionalisti e post-comunisti dell’Est.

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Bersani-Monti-Vendola, la lite continua

7 Feb

Dopo aver ricevuto la benedizione imperiale da Angela Merkel, Monti e Bersani iniziano a lavorare alla coalizione che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – portarli ad avere la maggioranza parlamentare e ad ottenere la premiership.

Preso atto che ‘c’è convergenza’, andiamo immediatamente ad accorgersi che viene del tutto elusa la domanda ‘chiave’ per gli elettori, ovvero chi dei due sarà il Primo Ministro. Bersani che avrà la maggioranza dei voti del centrosinistra o Monti che raccoglierà la magior parte dei centristi?
Eh già, credo che nessuno voglia votare Mario Monti premier per aver Bersani come Primo Ministro e viceversa.

E siccome ‘c’è convergenza’, in perfetto leftist style, iniziano tutti a litigare sugli intenti e sulle poltrone.
Monti: «Il leader PD riveda la sua coalizione». Vendola: «Con il Prof siamo inconciliabili». Bersani: «Nessun passo indietro».

Se queste sono le premesse, gli elettori devono ben comprendere che il Partito Democratico potrebbe perdere un 30-50 deputati ed una dozzina, almeno, di senatori nello stesso momento in cui si affermasse un Governo Monti ed è probabile che, con un Monti al MEF, dalle scaramucce si passerebbe alla guerra fredda, prima, alla politica ‘di lotta e di governo’, dopo, al crash legislativo, alla fine.

E’, dunque, evidente che l’asse Monti-Bersani sappia fin d’ora di poter contare su un apporto di senatori, almeno quelli, che compensino defezioni ed incompatibilità.

Se un accordo elettorale tra due partiti non coalizzati (Montiani e Democratici) è un vero sberleffo alla legittimità delle correnti elezioni, ancor più lo rappresenta la possibilità che alcuni candidati (della Lega, del PdL, del M5S, di Rivoluzione civile?) siano già pronti a cambiar bandiera non appena eletti ed acclamati.

E’ da tempo evidente che Mario Monti non abbia un gran talento politico e che, per questo, potrebbe rivelarsi disastroso in una legislatura quinquennale con i compromessi da fare, l’opiniome pubblica che osserva e valuta, le promesse che vanno mantenute.

Questa sua ostinazione nel voler correre ‘da solo ma insieme’ al PD spurgato della sua componente ‘rossa’ può essere letto solo in due modi: o sono segni di senilità avanzata oppure è un diktat.
Il messaggio che arriva a noi comuni mortali è essenziale: ‘qui comando io, dato che l’hanno deciso all’estero, e mi scelgo io i partiti che collaborano con me’.

E questo è solo il primo problema –  la puzza di inciucio – che emerge dopo la ‘successuosa’ visita a ‘Santa Merkel’, che non è Babbo Natale, attenzione.

(Il Cimitero degli Elefanti, grossplastiken.de)

Ma c’è anche un messaggio che arriva e che suona come ‘io sono cattolico e per questo offro sicure garanzie morali, a differenza di altri’. Peccato che anche la ex-Democrazia Cristiana fosse dichiaratamente cattolica e che è proprio quella componente di italiani che ci governa dal 1948, con la Prima Repubblica riuniti come DC e, con la Seconda, felicemente ricollocatisi sulle due sponde PdL e PD.
Come è chiara a tutti la forte connotazione cattolica dei Montiani, è anche noto il personale ‘no alle nozze gay’ di Mario Monti.

Un’affermazione che, in Italia come altrove, contiene sempre delle potenziali pregiudiziali omofobe e che porta ad un quesito ben più urgente e diretto: il ‘no a Vendola’ di Mario Monti deriva da visioni divergenti nella governance (ed allora quali sono così irrinunciabili) oppure crea difficoltà avere un ministro dichiaratamente gay con tanto di coniuge ‘omo’ al fianco?

Il professor Monti dovrebbe chiarire in nome di quali poteri va a pretendere che un altro contendente alla premiership escluda, in piena campagna elettorale, un suo alleato storico e spiegare le motivazioni del suo ‘no alle nozze gay’ e della sua avversione per Nichi Vendola.

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Spread or not to spread?

5 Feb

Riparte lo spread, la Borsa di Milano perde cinque punti in poche ore, il Wall Street Journal addita l’untore, l’allarme si estende all’Eurozona e, come al solito, la colpa sarebbe di noi italiani, cbe permettiamo a Silvio Berlusconi di candidarsi, di fare la sua campagna elettorale e magari di convincerci – alcuni o tanti – a votarlo.

Ovviamente, le cose non stanno esattamente così.

Innanzitutto, lo spread risale per diversi motivi, a partire dal dato congiunturale con l’Eurozona che resta stagnante in tutta l’area mediterranea, mentre l’Europa vede la Gran Bretagna e la Svezia sempre più diffidenti.

In secondo luogo perchè la vicenda MPS – la banca, ma soprattutto la fondazione – rivela un sistema incompatibile con le logiche di un liberale o di un finanziere e lascia ombre indelebili su quel Partito Democratico che Monti e Bersani stavano faticosamente cercando di accreditare come unico partner di governo possibile ed affidabile per futuro premier italiano.

Infine, perchè, salvo Mario Monti, praticamente tutti i nostri politici – e non solo Berlusconi –  hanno ‘promesso di abbassare le tasse in caso di elezione’, dato che si rivolgono ad un paese in recessione e devastato dalla disoccupazione, anche a causa di una delle più esose leve fiscali del mondo. Chi li ha promessi alle aziende, chi ai meno abbienti, ma tutti hanno promesso.

Dunque, c’è poco da agitare la pubblica opinione con il ‘fantasma di Berlusconi’, dato che il problema è generale e che alcune promesse rispondono a precise istanze del popolo italiano.

Infatti, chi di spread ferisce potrebbe, addirittura, di spread perire: gli italiani associano il termine al salasso che Monti e Bersani gli hanno inflitto e ad un qualcosa che la Germania avrebbe potuto/dovuto fare e non ha fatto.

Mandare gli italiani al voto con lo spread in risalita potrebbe generare una situazione imprevedibile.

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L’elogio del non voto

30 Gen

Più si avvicina il giorno fatidico delle elezioni e più l’elettorato italiano appare in crisi, dinanzi allo scenario malconcio e malfermo della politica italiana, ed anche i sondaggi più edulclorati confermano la valanga dei non voti, che le urne si appresteranno a sfornare a breve.

A partire da tutte le liste che non raggiungeranno un quorum arrivando a quelle che riusciranno a collocare si e no una manciata di parlamentari.

Passando da coloro che voteranno il Movimento Cinque Stelle di Grillo o la Rivoluzione Civile di Ingroia, i cui parlamentari dovranno scegliere se diluirsi nei partiti maggiori od attestarsi per una lunga battaglia d’opposizione che, finora, neanche il Partito Radicale ha avuto la forza di sostenere.

Proseguendo per quanti, abitando in regioni relativamente piccole, per ben che vada e qualsiasi cosa votino, vedranno al massimo due-tre eletti nella lista che hanno scelto.
Pervenendo, infine, a quanti annulleranno la scheda o non voteranno del tutto.

Una situazione che è confermata da tutti i sondaggi, come ad esempio, il più recente, pubblicato ieri da EMG Srl per La7, dal quale emergono alcuni dati interessanti.

Innanzitutto, per raggiungere le 1.000 adesioni necessari al campione sono stati necessari ‘solo’ 5.241 contatti, a fronte degli oltre 7.000 che erano necessari meno fa, che conferma, indirettamente, un rientro dell’astensionismo nell’ordine del 30-35% e non più del 45-50%, come mesi fa.
Infatti, EMG stima un’affluenza del 72,3% (28,7% di astenuti), mentre gli indecisi sul voto sarebbero al 9.2% e le schede bianche previste al 2.4%.

In quest’ottica è impossibile che un partito (ad esempio il Partito Democratico) possa ‘governare con il 30%’, come qualche chiacchiera da politicanti raccontava un paio di mesi fa.

Il ‘peggio’ viene dopo, andando a vedere come si andrebbero a ripartire le preferenze degli elettori, secondo EMG.

Infatti, la coalizione di Centrodestra è data al 28% (PdL  20.0% – Lega  4.7% – La Destra: 1.6% – Fratelli d’Italia 0.7% – Altri 1.0%), mentre il Centrosinistra raccoglierebbe il 36,8% (PD 30.7% – SEL 4.7% – Altri 1.4%) ed i Montiani solo il 14,5% (UDC 3.1% – Con Monti 9.6% – FLi 1.8%). A Rivoluzione civile andrebbe il 5.0% ed al M5S il 13.5%.

E’ chiaro a prima vista che l’unica alleanza di governo che arriva dai numeri è tra Montiani e Centrosinistra, ma con due enormi talloni d’Achille:

  1. il Senato in bilico od all’opposizione, dato che una Lega al 5% nazionale con il PdL in ripresa equivale a dire che la Lombardia e Veneto – con il loro pesantissimo premio di maggioranza – non andranno al Centrosinistra, come è prevedibile che accada anche in Campania ed in Sicilia, se Ingroia è al 5% ed il Grande Sud oltre il 10%;
  2. in una coalizione tra Montiani e Centrosinistra sarebbe la Sinistra a far da ago della bilancia e non i moderati, visto che le istanze sostenute da SEL non sono granchè diverse da quelle del M5S o di Ingroia & compagni.

Dai dati pubblicati da EMG, però, traiamo anche un’altra informazione, ovvero che una coalizione tra Montiani, PdL e PD – analoga alla Grosse Ammucchiata che già conosciamo – raggiungerebbe il 65,7% dei consensi elettorali, garantendo sia la stabilità sia la durevolezza del governo, anche in caso di defezioni.

Un Monti bis alla stessa identica stregua, salvo Vendola, di quello sollecitato da Giorgio Napolitano ed Eugenio Scalfari a suo tempo.

GROSSE AMMUCCHIATA

Purtroppo, però, una tale coalizione non garantirebbe – nè a noi italiani nè all’Eurozona nè ai mercati – che andrà a produrre – con celerità, semplicità ed equilibrio – le sostanziose riforme di cui ha bisogno il nostro paese da almeno 20 anni.

Tra l’altro, sono esattamente gli stessi che, durante l’anno appena trascorso, ci hanno subissato di tasse e tributi, per finanziare fabbriche militari e salvare banche al lumicino, mentre la spesa pubblica cresceva, il Porcellum restava, le province ed i piccoli comuni non venivano aboliti, senza dimenticare le pensioni ‘progettate’ a difesa dello status quo, ovvero a favore di una sola generazione.

E, se un popolo non crede, accade anche che non obbedisca e non combatta …

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