Riforme, stabilità e democrazia oggi in Italia

17 Dic

Venti anni fa circa, l’Italia era in coma: lo dimostravano l’illecito finanziamento dei partiti esteso ad una intera classe politica e amministrativa in Tangentopoli, gli elevati livelli di infiltrazione mafiosa nella politica e negli appalti fino alle stragi messe in atto da Cosa Nostra, gli elevati deficit e debito pubblici cui si aggiungevano – già allora – l’overflow della previdenza o della sanità e l’inadeguatezza delle nostre scuole e delle nostre università.

La stabilità al primo posto e, così, abbbiamo avuto i vari Prodi, Amato, Mattarella, Ciampi, Bertinotti, D’Alema eccetera fino all’odierno Giorgio Napolitano che hanno finora ritenuto che la stabilità del sistema Italia coincida con l’unità delle forze politiche si schierano ‘a sinistra’.

Stabilità, secondo loro, ed interessi di parte, secondo chi non vota PD o SEL oppure è iscritto alla CGIL, per la quale si arrivarono a concedere, tra 2009 e 2010, quasi quattro mesi di tempo a Silvio Berlusconi per ricomporre una maggioranza decaduta (e oggi sappiamo a prezzo di quali reati) ed evitare che il governo tecnico fosse diretto da Gianfranco Fini, per poi affidare il tutto – una dozzina di mesi dopo, forse meno – le sorti dell’Italia a Mario Monti nominato ipso facto senatore a vita.

Stabilità che ha permesso di commissariare il Lazio e la Campania affidandoli ai loro stessi governatori – Bassolino e Polverini – con i risultati (pessimi) di cui solo da poco (Terra dei Fuochi e Mafia Capitale) si contano i danni. Stabilità che vuole lasciare Ignazio Marino lì dov’è anche se in un anno e mezzo poco e nulla ha fatto ed anche se sta emergendo – vedi dichiarazioni di Goffredo Bettini – che ci furono ‘anomalie’ alle Primarie e come sembra che ci fu – vedi intercettazioni e registrazioni – ‘qualche’ voto di scambio alle elezioni vere e proprie.

Stabilità in nome della quale Giorgio Napolitano ha tenuto a precisare

  1. «Il Paese è attraversato da discussioni ipotetiche su elezioni anticipate: solo tempo e inchiostro che si sottrae all’esame dei problemi reali anche politici sul tappeto». Eppure eventuali defezioni o scissioni o anche ricomposizioni nei partiti sono prima nella esclusiva ed irriducibile libertà dei singoli parlamentari e poi nelle segreterie di partito.
  2. «Chi dissente dalle riforme istituzionali non deve farlo con spregiudicate tattiche emendative». Anche in  questo caso la competenza non è del Presidente della Repubblica, ma dei rispettivi Presidenti delle Camere.
  3. «Tutto richiede continuità istituzionale. E a rappresentarla e garantirla mi ero personalmente impegnato ancora una volta per tutto lo speciale periodo del semestre italiano di presidenza europea». Ma sono la legge elettorale a determinare gli automatismi che indicano la nascita di un governo e sono le singole Camere a conferire la fiducia a ministri e premier.

Quali ‘garanzie’ possa aver dato il nostro Presidente – per quanto gli è possibile per i diversi ruoli imposti dalla Costituzione – è facile da immaginarsi: l’assoluto e preventivo rifiuto sia a recepire dimissioni’ dal primo ministro sia a sciogliere una o due Camere. E’ nei suoi poteri, anche se non dovrebbe essere una formula ad escludendum, bensì ad hoc.

Il punto, però, è che Matteo Renzi non l’ha eletto nessuno e non si comprende davvero nè come si potrà superare il 2015 senza eventualmente riconfermarlo con nuove elezioni nè come evitare che il partito non si ritrovi con un pugno di mosche in mano, mentre insegue la CGIL che ha nostalgia del vecchio PCI, i Cinque Stelle a favore di tutto e del contrario di tutto, il Centro moderato e riformista a cui si rivolge anche la Destra.

E di tutto questo, in Italia come altrove, il Presidente della Repubblica potrebbe non occuparsene, specie se vuol essere ritenuto neutrale e, soprattutto se – mentre USA e URSS ricominciano a fronteggiarsi nel mondo, stessimo parlando della scissione del suo ex partito il PD, che riporta all’isolamento del PCI stalinista di cui egli ha chiaro ricordo, ritornando ad una situazione con popolari, liberali e socialisti da un lato e sindacati/ partiti ‘comunisti’ dall’altro.

Capiamo tutti, caro Presidente, che sia davvero uno scempio vedere l’Italia eternamente intrappolata in questo gioco di neri, bianchi e rossi, ma, se le madri (e le scuole) italiane continuano a tirar su tanti Peppone e Don Camillo,  vogliamo credere che in Europa non se ne siano accorti già da tempo?

Siamo sicuri che a tenere insieme fazioni che litigano di continuo tra loro, come litigarono di continuo fin dalle origini nel 1879 o nel 1917 e come fanno dal 1948 almeno, sia un elemento compatibile con il risanamento  e con la stabilità del Paese?

originale postato su demata

Una Risposta to “Riforme, stabilità e democrazia oggi in Italia”

  1. nessuno20 dicembre 19, 2014 a 11:35 am #

    Io sono pronto con la “vernice del prof. Lambicchi.”

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