Cento giorni per Monti

24 feb

Il tempo scorre sempre in avanti e, di questo passo, siamo arrivati al centesimo giorno di governo da parte di Mario Monti ed il suo Esecutivo: è tempo di un rendiconto.

Innanzitutto, va annotato che l’ISTAT ci ha rivelato – ex post – che, al momento della nomina di Monti, il governo Berlusconi aveva recuperato l’1% del debito pubblico, che spread, titoli e mercati sono andati malissimo anche dopo l’annuncio delle misure “Salva Italia”, che questo Consiglio dei Ministri si è rivelato un esecutivo tecnico sostenuto da una maggioranza di governo senza un programma annunciato o definito.

Male, molto male.

Poi, ci sono le misure adottate, poche, nei fatti, e pessime, nei risultati.

Infatti, di tutto quello di cui si fa annuncio o si espone in Parlamento, è legge “eseguita ed applicata” solo pochi provvedimenti, tra cui ne spicca uno solo di qualche rilievo: l’innalzamento dell’età pensionabile e l’azzeramento dei diritti dei lavoratori malati e precoci.

E, andando a vedere cosa è accaduto dopo le vendite di titoli di Stato “a tutti i costi” mentre stretta fiscale e previdenziale crescevano, il risultato è recessione, insicurezza sociale, sfiducia nei mercati e nelle banche.

Ecco i risultati di uno spread calato solo perchè abbiamo accettato di (s)vendere a tassi di interesse esagerati, invece di ricorrere ad una patrimoniale.

Intanto, le misere liberalizzazioni previste si sono arenate in Parlamento, proprio mentre Corrado Passera annuncia “un decreto al mese” e mentre Elsa Fornero chiede un accordo sindacale senza avere (o voler) nulla da offrire.

Dulcis in fundo, a 4 mesi dalla caduta di Berlusconi, niente legge elettorale, niente tagli alla politica, niente lotta agli sprechi, poca Antimafia, zero antiTrust, zero Sud, troppi cacciabombardieri e, per ora, solo annunci.

My compliments, Mr. Monti.

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Il mistero degli F-35 che l’Italia acquisterà

22 feb

L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, attuale ministro della Difesa, ha annunciato a nome del governo Monti che l’Italia acquisterà 90 cacciabombardieri F-35, anziché 131 come programmato inizialmente nel decreto “Salva Italia”.

L’annuncio, dato durante un’audizione al Senato, precisa che la spesa avverrà “nei prossimi anni” e non durante il 2012, come previsto inizialmente, con un risparmio di circa 5 miliardi di euro rispetto alla somma indicata in manovra (circqa 15 miliardi). Il tutto con i nostri media che annunciavano “Italia taglia oltre 40 jet”.

In realtà le cose stanno in modo ben diverso.

Alla data del 1 dicembre scorso, più o meno mentre Mario Monti si insediava, di Finmeccanica F35 Joint Strike Fighter ne dovevamo comprare solo 22 del “tipo B” per l’Aviazione Navale italiana e, sembra, un’altra ventina per l’Aeronautica Militare. Nulla di più e con l’aggiunta che il “tipo B” – quello a decollo verticale da portaerei – non ha ancora superato la fase di prototipo.

La vicenda somiglia alla storia di quel commerciante che va al mercato e triplica i prezzi della propria merce per poi applicare uno sconto del 50% e ricavarci il 150% tra il plauso generale … oltre al fatto ben più rilevante che sarebbe bello poter visionare la copia del decreto “Salva Stati” inviata in Corte dei Conti e conoscere con certezza l’entità esatta, dato che i media hanno parlato di “annuncio” e di spesa “nei prossimi anni”.

Ad ogni modo, tra le commesse di sei mesi fa e quelle di oggi ci sono ben settanta F-35 che questo governo vuole comprare a tutti i costi e che, quarda caso, coincidono – aereo più aereo meno – agli 85 di cui la Koninklijke Luchtmacht olandese ha ritirato la commessa a novembre scorso.

Settanta cacciabombardieri “extra”, circa 8 miliardi di Euro per comprarli e quasi altrettanti all’anno per manutentarli ed aggiornarli; per questi si che ci sono i soldi.
Soldi che andranno in gran parte a Novara, dove la Finmeccanica costruirà ex novo un polo tecnologico in prossimità dell’aereoporto militare “più inutile” d’Italia, visto che ha il record di chiusure per nebbia e che la Francia, da secoli, è un paese “amico”.

Cacciabombardieri, che prima o poi verranno usati contro qualcuno e che servono a mantenere alta l’occupazione e la crescita tecno-industriale del Piemonte.

Non a caso, Maria Luisa Crespi, il sindaco di Cameri, dichiarò, nel 2007, «grazie all’iniziativa della Provincia, da oggi saremo in grado di dare risposte ai nostri cittadini» e, come confermò il sindaco di Bellinzago, Mariella Bovio, «sono importanti le garanzie occupazionali per un territorio come il nostro che vive una grave crisi nel settore tessile». E non c’è davvero da chiedersi perchè non farlo a Grazzanise (CE), dove l’aeroporto militare già c’è, dove la disoccupazione è storica e dove c’è “bisogno di Stato”, visto che è terra di conquista casalese.

Infatti, parliamo di un progetto in cui la Stato ha investito circa un miliardo di Euro, che venne avviato dal Governo Prodi, con i piemontesi Damiano, Livia Turco, Bertinotti e Ferrero ai massimi vertici del potere … come oggi c’è il Gotha della torinese Compagnia di San Paolo.

Cosa potremmo farci – a Sud, per le donne, con i giovani, per disabili ed anziani – con gli 8 miliardi di Euro che il governo Monti spenderà per comprare il triplo dei F-35 “prenotati” da La Russa e Tremonti?

Tanto, tantissimo.
Ma, soprattutto, quale delle due operazioni – F-35 o Welfare – rappresenta un effettivo “moltiplicatore” di risorse, ovvero è un “buon investimento” per gli italiani?

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Salario minimo, quanto costa?

21 feb

Proviamo ad immaginare di voler quantificare i costi di un atto di dignità nazionale, ovvero garantire un salario minimo a chi, pur cercandolo, non trova lavoro e chi non lo cerca perchè invalido o perchè resta a casa a sostenere la propria famiglia.

Giusto per avere un’idea di quante siano queste persone, mettiamo in conto di dover considerare:

  • 2.033.653 casalinghe/i italiani (dati INAIL 2009)
  • ~ 1 milione di NEET minori di 21 anni (dati ISTAT 2010 >2.000.000 NEET dai 15 ai 24 anni)
  • 2.243.000 disoccupati (dati ISTAT 2011)
  • 420.000 cassaintegrati (dati Inps e stima UIL 2011 > 60,8 milioni ore)
  • 2.137.078 invalidi inabili al lavoro con assegno medio di sostentamento di 449,57 euro (rapporto MEF 2008)

In totale parliamo di poco meno di 8 milioni di italiani.

Prevedendo un salario minimo di 10.000 Euro l’anno di media – giusto per fare un conto facile – si parte da una base di 80 miliardi di euro annui.

Tanti, tantissimi, ma, in realtà, molto meno, a partire dal fatto che il 25% circa (20 miliardi) rientrerebbero pressochè subito come fiscalità.

Ad ogni modo, premesso che una bella somma arriva dal Fondo Sociale Europeo, il primo miliardo di “economie” deriva direttamente, come minor spesa, dai “sostentamenti” degli inabili al lavoro. Poi, ci sono i circa 6 miliardi che, secondo la stampa nazionale, spendiamo attualmente per i cassaintegrati ed altrettanti (almeno si spera) che l’INPS sta già spendendo in indennità di disoccupazione (dati Ocse nel 2007).

A proposito di dati Ocse, nel 2007 la spesa pubblica in Italia per la disoccupazione ammontava allo 0,4% del pil ( 1.351 miliardi di euro), mentre in Francia e Germania la spesa e’ dell’1,4% sul pil, in Belgio raggiunge il 3,1%,in Spagna il 2,2%, in Danimarca e Austria è all’1% e in Olanda arriva al’1,9%.
Dunque, nel 2007, l’Italia avrebbe dovuto spendere almeno 15 miliardi di euro (anzichè circa sei), sempre ammesso che le condizioni del paese siano paragonabili a quelle della Mitteleuropa …

Ritornando al nostro quesito – quantificare i costi del “salario minimo” – abbiamo visto come da circa 80 miliardi di euro (per 10.000 euro pro capite), siamo arrivati a 67 miliardi di euro di spesa “ulteriore”.

Ma non solo …
Questi soldi verranno spesi e l’espansione commerciale – specie se la smettessimo con gli enormi ipermercati – e produttiva – specie se mettessimo un freno al gioco elettronico – darebbe immediatamente frutto, ovvero posti di lavoro e resa fiscale. Almeno 2 miliardi di euro in gettito fiscale, più le economie date dalla maggiore occupazione.

Un’occupazione che andrebbe ad alleggerire ulteriormente “l’ulteriore onere” se considerassimo di abbinare formazione, riqualificazione, rieducazione, bonifiche, ripristini, manutenzione ordinaria … minore microcriminalità e meno povertà diffusa, meno razzismo grazie alla maggior tutela, minor spesa sanitaria per invalidi che vivono meglio … minori spese di carburante per i pattugliamenti. Per non parlare delle casalinghe “libere” di affrancarsi da un “padrone”, alle donne occupate in nero per 6-800 euro al mese, a tanti “bamboccioni” (NB si chiamano NEET) che non avrebbero più scuse per recarsi a scuola od al lavoro, e, “dulcis in fundo”, la potenziale incisività di un salario minimo in terre di mafia.

A quante centinaia di miliardi di euro equivarrebbe tutto questo? E quale rating verrebbe assegnato al sistema Italia, se un tal genere di intervento avesse successo anche solo per la metà?

E, d’altra parte, come non consinderare che – dopo l’ultraliberismo dei Chicago Boys – un po’ di Keynesismo, lo dicono tutti, è necessario? Se così fosse, non c’è altro che prender atto che lo Stato, la comunità, deve spendere, sostenere, investire e che sono altre le spese desute, inutili e famigerate. A partire dalle “auto blu”, ad esempio.

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Dimenticavo … i NEET sono i giovani dai 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. “Not in Education, Employment or Training”.

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Partiti in chemioterapia?

20 feb

Luigi Crespi, oggi, “bevendo un caffè e scrutando il futuro“, tenta di trovare una causa sul perchè Mario Monti “convince”, ovvero da cosa dipenda il consenso che conserva nonostante tagli e tasse con cui ha fatto a pezzi gli italiani.

La “metafora terribile, ma di grande efficacia” che ne viene fuori è che Monti gode della stessa stima di cui gode il professore che ti sottopone alla chemioterapia capace di salvarti la vita“.

Una definizione “azzeccatissima” che descrive la situazione ben oltre il quadro superficiale d’insieme.

Ebbene si, c’è un malato di cancro, ma l’Italia – lo studiamo anche alle elementari – col cancro ci è nata e sopravvive “benissimo” da 150 anni. Sappiamo anche che il “cancro” è causato dalla presenza di un “corpo estraneo”, il Vaticano, e dalla mancata crescita del Meridione, come se una parte del “corpo” non venisse quasi irrorata di sangue pulito.

Eppure, nell’agenda Monti queste “cure” non ci sono, neanche in annuncio. Come non c’è la riforma della Pubblica Amministrazione o l’Antimafia. Quale sarà allora il malato di cancro che ri reca dal “dottor Monti” per la chemioterapia?

I partiti, i poteri forti, il clero, gli “avvantaggiati e chi altrimenti?

La conferma in un dato solo ed eclatante: il debito privato degli italiani è sostanzialmente basso, nonostante un carico fiscale esagerato ed un welfare iniquo ed irrilevante. Non è certo il singolo cittadino che ha da temere, in forma diretta, immediata, dalle speculazioni borsistiche e dal PIL che traballa.

Alla frutta sono, finanziariamente parlando, tutti coloro che attingono le loro fortune dalla spesa pubblica, a cominciare dai partiti, dalla RAI e dai giornali, dalle università e dagli enti pubblici.
Sono loro che hanno bisogno di una chemio che spazzi via il tumore, sono loro che accetterebbero di tutto pur di rimanere in sella. Noi, i cittadini, abbiamo altre priorità.

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Articolo 18, ora basta

20 feb

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prevede che nessun lavoratore possa essere licenziato senza “giusta causa”.
Una “giusta causa” che include la ristrutturazione aziendale, se le aziende hanno meno di 15 dipendenti e che la esclude, per le aziende medie e grandi.

Dunque, se c’è crisi o semplicemente flessione, le aziende non piccole devono mantenere al proprio posto i lavoratori in esubero che, grazie ai contratti di lavoro rigidi, continuerebbero a percepire stipendio pieno.

Da questo non-sense nasce la Cassa Integrazione (speciale), che, in poche parole, equivale ad un sussidio di disoccupazione erogato solo ai lavoratori (dis)occupati dell’azienda o del comparto in difficoltà.

Un sistema iniquo, la Cassa Integrazione, che ha permesso per decenni e decenni di sostenere occupazione, produttività e pace sociale al Settentrione, senza, però, dover far fronte, come qualsiasi stato civile, all’enorme mole di disoccupati del Meridione.

Un sistema occupazionale e delle tutele a due velocità, che ha impedito la delocalizzazione delle imprese, da nord a sud, ogni qual volta il mercato ne avrebbe consentito l’operazione; l’ultimo esempio – non a caso – è stata la vertenza FIAT, dove il sindacato pretendeva di legare i destini di Pomigliano (tecnologicamente moderna) con Mirafiori (ormai da dismettere).

Adesso, i nodi sembra stiano venendo al pettine, sull’onda del “rigore”, visto che la Cassa Integrazione (speciale) costerebbe circa 16 miliardi di euro per il 2012.

Sedici miliardi che, però, non verrebbero risparmiati abrogando l’istituo della CIs, dato che sostanzialmente equivarrebbero al sussidio di disoccupazione (o salario minimo) che gli stessi lavoratori “dismessi” percepiranno per un annetto e passa.

Sedici miliardi di Cassa Integrazione (speciale) ai quali andrebbe ad aggiungersi una cifra ben superiore, visto che i disoccupati sono molti di più dei cassaintegrati, ed ai quali andrà ad aggiungersi una cifra ancora più grande, se consideriamo che molti lavoratori tra i 55 ed i 67 anni hanno poche possibilità di restare occupati e di trovare lavoro in caso di licenziamento, per non parlare delle donne e dei neodiplomati o laureati.

L’intervento sull’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori appare, dunque, inevitabile ma, allo stesso tempo, decisamente impegnativo per un paese dove “non c’è una lira”.

Infatti, grazie alla mano libera data a speculatori e grandi trust, appare una chimera l’ipotesi – forse accarezzata da questo governo – di un lavoratore dipendente che si “emancipa” a piccolo imprenditore grazie a TFR ed equo indennizzo, come avveniva negli Anni 70-80 in tanti paesi.

Senza parlare del Meridione, cui accennavamo, dove interi quartieri – dallo Zen di Palermo a Secondigliano di Napoli – avrebbero diritto ad interventi di cui il “salario minimo” sarebbe solo la prima “trance”. Un Meridione che verrà dimenticato “come al solito”, visto che Camusso e Fornero son di casa a Torino?

Non sembra “democraticamente corretto” che una questione del genere, con i costi che possiamo solo immaginare, possa affidarsi non a dibattiti pubblici, bensì a colloqui informali, incontri semisegreti, attacchi mediatici a chi parla, come Veltroni, di tabù, patteggiamenti vincolati ad alleanze elettorali.

E ditemi voi se la parola non dovrebbe andare anche a Regioni e Comuni, nel momento in cui – pur occupandosi dello stesso probema – governo e media  parlassero più correttamente di “disoccupazione e welfare”, anzichè di “cassa integrazione e contratti” …

La questione è, dunque, garantire un “salario minimo” e non, meramente, superare l’Articolo 18. Una scelta di civiltà che l’Italia ha sempre evitato, visto che avrebbe fatto emergere la situazione di assoluta emergenza in cui vivono tanti, troppi meridionali da decenni.

Non credo che il ministro per il Welfare, Elsa Fornero, od il suo collega allo sviluppo, Corrado Passera, abbiano la benchè minima intenzione di sottoporre i conti pubblici italiani al salasso che ne verrebbe riconoscendo una “social security”, minima almeno come in Gran Bretagna, in dei territori dove la disoccupazione è centenaria e  deriva dalle non-politiche messe in atto dopo l’Unificazione italiana.

Leggi anche Salario minimo, quanto costa?

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Cesare vince a Rebibbia ed anche a Berlino

19 feb

“Cesare deve morire” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani ha vinto l’Orso d’Oro alla 62esima Berlinale, il Festival del cinema di Berlino.

Il premio per il miglior film arriva dopo ben 21 anni di “assenza” italiana dal podio e vede, in contempranea, un altro successo italiano con il docufilm “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari, che ha vinto il Premio del Pubblico.

Il film dei “maestri” Paolo e Vittorio Taviani è stato girato nella Sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia con i detenuti stessi come attori.
La storia racconta la messa in scena del Giulio Cesare shakespeariano, alla fine rappresentato con successo sul palcoscenico del carcere.

Un percorso di ricerca attorale e “del Se” che coinvolge profondamente i detenuti tra “la grande tragedia” – shakespeariana e umana – pur mantenendo tutte le cadenze della vita carceraria.

“Non ci stancheremo mai di ripeterlo: Shakespeare va riscoperto sempre – commenta Paolo Taviani alla stampa – Ci siamo permessi di trattarlo un po’ male: lo abbiamo preso, smembrato, decostruito, ricostruito. Ma forse Shakespeare sarebbe stato contento di vedere rappresentato in un carcere il suo ‘Giulio Cesare’”.

“Ci siamo detti che se fossimo riusciti a fare incontrare tra loro queste due realtà così drammatiche, allora avremmo avuto il nostro film”.

“La cosa che ci ha molto commosso e stupito durante la lavorazione è che questi detenuti attori recitavano benissimo, ma in un modo diverso da quello che è il recitare convenzionale. Nel nostro Bruto c’era un dolore vero che gli altri attori non hanno”.

“Cesare deve morire” è “un racconto sulla potenza della scoperta dell’arte. ‘Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione’ dice uno dei protagonisti alla fine”.

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Veltroni Reloaded senza SEL?

19 feb

Questa settimana politica si apre con un’intervista di Walter Veltroni per Repubblica, mentre un partito democratico attonito vede sfilar via le Primarie in favore di componenti minoritarie del partito o, più diffusamente, a vantaggio di Sinistra, Ecologia e Libertà.

Una serie di dichiarazioni, quelle veltroniane, che denotano lunga e profonda abitudine alla politica, sia per i “tasti dolenti” toccati sia per il “salviamo il salvabile” che traspare.

Questo, nella sostanza il Veltroni-pensiero:

“La fine del Berlusconismo libera energie e apre spazi immensi. Il profilo di un partito riformista, innovatore, aperto, unito può raccogliere il lavoro di questi mesi e presentarsi come il soggetto di un tempo nuovo”.
“Circola nel Pd l’idea che questo sia solo un governo d’emergenza, una parentesi dopo la quale si tornerà ai riti e ai giochi della Seconda Repubblica o peggio della prima.”

“Sento dire che, dopo Monti, si potrà tornare finalmente al tempo dei partiti. Ma quel tempo gli italiani l’hanno conosciuto già. O la politica riforma se stessa e ritrova le sue grandi missioni e il respiro dei “pensieri lunghi” e la coscienza dei limiti ai quali si deve arrestare o prevarranno populismo e tecnocrazia.”

“Il Pd dovrebbe … dire agli italiani che non torna nulla del passato, compresi i governi rissosi dell’Unione. Ma il riformismo radicale, la modernità equa che devono affrontare una recessione pericolosa dal punto di vista sociale e democratico”.
Ed, invece, “si discute di liberismo e di ritorno al socialismo. E tornano vecchie ricette e coperte apparentemente rassicuranti. Si parla poco della disperazione sociale e troppo delle alleanze future.

In due parole: compagni con Vendola non andiamo da nessuna parte, superare il Patto di Vasto nell’interesse del partito, superare le correnti per liberare il PD dai “battitori liberi” e dai “capobastone”.

Ma non solo. Sarà per lungimiranza politica, sarà perchè il partito i problemi più grossi li ha al Sud, ma Walter Veltroni “bacchetta” Monti sulla questione “mafia” e sugli Enti Pubblici, che, poi, sono il vero nodo dell’evasione, della corruzione e degli sprechi.

Monti “consideri priorità la lotta alla mafia, che si sta mangiando mezzo paese, dalla Sicilia a Bordighera, da Reggio Calabria a Milano. Bisogna intervenire subito e stroncare le complicità con una nuova e durissima legge contro la corruzione. Il secondo campo è la Rai. I partiti devono smetterla di nominare persone agli enti pubblici, sia la Rai o l’ultima Asl. I partiti servono a fare proposte e programmi, non nomine. Via dai consigli d’amministrazione”.

Linea di fermezza veltroniana? Forse, ma è facile ricordare che il buon Uòlter non gode di grandi adesioni nel PD e che, così andando, è facile “criticare” …
Fatto sta che è l’unico che – lacrimuccia di buonismo a portata di mano, forse – ha pronunciato la parola “mezzogiorno d’Italia”.

“Bisogna cambiare un mercato del lavoro che continua a emarginare drammaticamente i giovani, i precari, le donne e il Sud. Ci vogliono più diritti per chi non ne ha nessuno. Questa è oggi una vera battaglia di sinistra”.

La questione è, dunque, garantire un “salario minimo” e non, meramente, superare l’Articolo 18. Una scelta di civiltà che l’Italia ha sempre evitato, visto che avrebbe fatto emergere la situazione di assoluta emergenza in cui vivono tanti, troppi meridionali da decenni.

Non credo che il ministro per il Welfare, Elsa Fornero, od il suo collega allo sviluppo, Corrado Passera, abbiano la benchè minima intenzione di sottoporre i conti pubblici italiani al salasso che ne verrebbe riconoscendo una “social security” come in Gran Bretagna in territori dove la disoccupazione è centenaria e  deriva dalle non-politiche messe in atto dopo l’Unificazione italiana.

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Lazio: e queste le chiamano primarie?

17 feb

Apro Facebook e cosa mi trovo davanti, tra la pubblicità a lato?  Un appello a votare alle Primare del PD “Marta Leonori”. Vado a curiosare e cosa mi trovo? Una signora trentaquattenne, sconosciuta ma dall’aria simpatica, con ombrellino multicolore bene in vista, che mi chiede di sostenerla “per cambiare il PD”. (link)

A parte il fatto che il PD potrebbe e dovrebbe cambiarsi da solo – senza il nostro aiuto, magari con un forte e sentito auspicio – ma … quali soluzioni al disastrato stato della nostra regione offrela nostra Marta Leonori?

Nessuna, a visitare il sito in data di oggi. Solo “l’esigenza di metterci la faccia”, lo dice lei nel breve filmato. E, diciamolo a scanso di equivoci, la faccia da brava ragazza impegnata e determinata c’è, nulla da ridire sulla persona.

E’ di “esperienza sul campo”, di “ruolo operativo”, di “mondo del lavoro”, di “capacità decisionale”, di “suburbia romana”, di “agro laziale” che troviamo poco o nulla, se non “studi universitari” e “servizio del partito”.

Infatti, “ha frequentato in quegli anni l’Ecole de commerce di Troyes, in Francia, grazie al progetto Erasmus, e ha preparato la tesi di laurea studiando alla London School of Economics. Un master in Amministrazione Pubblica.”

Come anche, “nel 2009 è stata eletta nella direzione nazionale del PD e dal 2011 fa parte del coordinamento nazionale delle Democratiche. Dal 2001 lavora alla Fondazione Italianieuropei, di cui da settembre è il direttore.”

Dieci anni nella Fondazione Italianieuropei, presieduta da Massimo D’Alema con Giuliano Amato Presidente dell’Advisory Board,  e Anna Finocchiaro, Enrico Letta, Franco Marini, Alfredo Reichlin, Gianfranco Viesti, Luciano Violante, Nicola Zingaretti nel Comitato di Indirizzo.

Altro che “cambiare il PD” … sembra proprio la candidata della “segreteria centrale” …

Tra l’altro, Marta Leonori (ingenuamente?) ricorda, sul proprio sito, come possano “votare tutti i cittadini” e non solo gli elettori del suo partito o della sua coalizione. Come non intendere che chiunque fosse “di tutt’altra sponda” o “del tutto disinteressato” è invitato a sostenerla “contro” altri suoi compagni di partito/coalizione?

E queste le chiamano primarie?

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Riforma elettorale, una nuova legge truffa?

17 feb

Una buona legge elettorale deve, nell’ordine: rispecchiare la volontà degli elettori, dare stabilità alla nazione, garantire una governance adeguata, premettere il ricambio politico.

Il sistema elettorale che ha retto la Seconda Repubblica (Mattarellum o Porcellum che sia) ha garantito solo una di queste esigenze: garantire stabilità.

Già se parlassimo di “volontà dell’elettorato”, dovremmo avere qualche “difficoltà”, sia per come vanno a costituirsi le liste, primarie e non primarie che siano, sia per le eterne ricandidature di altrettanto eterni big della politica locale, sia per il diffuso fenomeno di affratellamenti tra megapartiti e microliste, quasi fosse un network od un franchising, sia per “l’abisso della democrazia” che palesemente alligna in terra di mafia, sia, infine, per il fenomeno dell’astensionismo e dell’antipolitica che è, ormai, di entità rilevante.

Inutile annotare che “governance adeguata” e “ricambio politico” non sono contemplate nel Bipolarismo all’amatriciana, ma utile ricordare che la Prima Repubblica, con la sua instabilità ed i suoi rimpasti, legiferava ed assicurava un’amministrazione generale del Paese, oltre a rispecchiare la volontà degli elettori, anche se “inquadrati per ideologie”.

Ideologie “del passato”, che, oggi, vedono un Partito Democratico chiamare alle primare i propri elettori … che arrivano in massa per eleggere il candidato di SEL, come sta accadendo un po dovunque. Oppure, sull’altra sponda, che vedono Casini e Formigoni ben felici di “aprire” ad un “Corrado Passera Premier”, quasi si fosse ancora alla Roma dei palazzinari ed alla Milano da bere …

Nel mettersi a tavolino, dunque, i nostri parlamentari dovrebbero partire dal ricambio e dalla governance, unica via per riportare gli elettori alle urne e dar loro una voce.

Da quello che trapela, viceversa, dietro le quinte del vertice Pdl-Pd-Udc-FLi di oggi, i concetti sono d’altro genere. Per capire quali siano l epriorità dei nostri partiti, iniziamo dal “rifermento generale”, che è la cosiddetta «bozza Violante», approvata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera nella scorsa legislatura.

Il cambiamento “più vistoso” che la bozza prevede è che, alla Camera, il numero dei deputati, eletti da noi cittadini, scende a cinquecento, mentre al Senato sono i diversi Consigli Regionali  ad indicare gli oltre 300 senatori.

Inoltre, i disegni di legge sulle materie inerenti compartecipazione Stato-Regioni (tutti o quasi) sono di competenza del Senato federale e la Camera dei deputati, che delibera in via definitiva, può apportare modifiche solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Non è un bell’inizio, davvero.

Figuriamoci, poi, se si sente parlare di “sbarramento al 10%”, che non ci vuole Di Pietro per chiamarlo “golpe”. Oppure, che si «garantisca il bipolarismo», come chiede Bersani, mentre l’astensionismo è ben attestato al 40% se non peggio.

Per non parlare di concetti decisamente contraddittori, come «restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti», mentre si è «assolutamente contrari al ritorno alle preferenze».

O, peggio, “come salvare capra e cavoli” pur di «evitare la frantumazione della rappresentanza parlamentare e mantenere un impianto tendenziale bipolare», pena l’inabissamento del PdL e del PD:  il doppio sbarramento. Un sistema che sembra un gioco a premi televisivo. La prima soglia è al 2%:  464 seggi proporzionali per i partiti che la superano. Poi, al  10%, scatta il ‘premio di maggioranza’ fissato di 140 seggi. Per i partiti che non raggiungeranno il 2% restano accantonati 14 seggi.

Non a caso l’ex ministro della Difesa, Arturo Parisi, lancia l’allarme “democrazia”: “man mano che si moltiplicano le indiscrezioni sulla cosiddetta riforma anti Porcellum diventa sempre più chiaro che l’obiettivo principale della trattativa, oltre al ritorno al proporzionale, è quello di rendere ininfluente il voto dei cittadini sulla formazione dei governi, per riconsegnarla ai capipartito in modo che possano esercitare il loro potere, alle loro spalle, dopo il voto“.

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Fiscal Compact, i dettagli

17 feb

Ripubblico oggi, in forma sintetica, un post di qualche tempo fa relativo al Fiscal Compact, dove si spiegava quali fossero le “clausole” previste e quali scenari potessero aprirsi.

In due parole, il Fiscal Compact è un trattato internazionale che ridurrà notevolmente i poteri dei parlamenti in materia economica e che vorrebbe coinvolgere tutti i paesi dell’Unione, pur precisando che le adesioni dovranno essere “almeno dodici” …

Il Fiscal Compact è, sulla carta, il “patto di bilancio” tanto voluto da Angela Merkel e Mario Monti, con  un tiepido sostegno da parte di Mario Draghi e l’apparente indifferenza di Sarkozy, tutto preso dalle elezioni, vagheggiato, forse, anche da Obama e gli USA. In realtà, è un trattato internazionale che vincolerà pesantemente i poteri dei singoli parlamenti e che spezzerà l’Europa in due.

Ecco di cosa si tratta (link bozza integrale):

  • obbligo di pareggio di bilancio delle pubbliche amministrazioni, dopo un “percorso di avvicinamento”
  • durante la fase di convergenza a medio termine, il deficit strutturale annuo non può essere superiore a 0,5% del prodotto interno lordo ai prezzi di mercato
  • le parti contraenti possono temporaneamente deviare dal loro obiettivo a medio termine solo in un periodo di grave recessione economica
  • le parti contraenti decono introdurre adeguate norme nel diritto nazionale entro un anno dall’entrata in vigore del presente trattato mediante disposizioni vincolanti e con carattere permanente, preferibilmente costituzionale
  • quando il rapporto tra il debito delle amministrazioni pubbliche e prodotto interno lordo supera il 60% del valore di riferimento le parti contraenti devono attuare la procedura per i disavanzi eccessivi, ovvero un “meccanismo di correzione” automatico
  • l’Unione Europea deve mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio coordinato (contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali) per le le parti contraenti che sono oggetto di una procedura per i disavanzi eccessivi
  • le parti contraenti dell’Eurozona riferiscono ex-ante sui loro piani di emissione di debito pubblico e si impegnano a sostenere le proposte o raccomandazioni presentate dalla Commissione europea riguardo uno Stato membro che violi il criterio del disavanzo eccessivo
  • le parti contraenti garantiscono che tutte le riforme di politica economica che intendono intraprendere saranno discusse ex-ante ed, eventualmente, coordinate tra di loro.

Di cosa discuteranno, a partire, dal 2013, i parlamentari dei tanti stati e staterelli europei è difficile capirlo, visto che la spesa sarà definita altrove ed “ex ante”.

L’aspetto, però, più “innovativo” di un trattato di tal genere è un’altro.

Infatti,

  • i capi di Stato o di governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro si riuniscono a titolo informale nelle riunioni del “Vertice Euro”, al quale possone essere invitati (sic!) il Presidente del Parlamento europeo e il Governatore della banca Centrale Europea
  • il Presidente del “Vertice Euro” è nominato dai capi di Stato o di Governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro a maggioranza semplice
  • le Parti contraenti definiscono l’organizzazione e la promozione di una conferenza dei presidenti delle commissioni bilancio dei parlamenti nazionali

La scelta è molto ambiziosa, visto che il “legante” con Gran Bretagna ed i paesi scandinavi andrebbe ad allentarsi ulteriormente e che in Italia, Portogallo, Irlanda e Grecia potrebbero verificarsi serie, se non irreversibili, problematiche.

Infine, venendo alla nostra Italia, è davvero improbabile che un governo non eletto, un parlamento che non riesce a riformarsi ed dei partiti in fase di riassetto possano legittimamente votare, quanto meno agli occhi dei cittadini, un impegno internazionale così “innovativo”, sia dal punto fiscale sia, soprattutto, per quanto riguarda i poteri del parlamento e degli Stati, ovvero la democrazia effettiva.

originale postato su demata

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