Falso in bilancio, la madre di tutte le iniquità e ruberie, come del disastro finanziario della spesa pubblica

18 apr

Il falso in bilancio consiste in una rappresentazione dei dati contabili che persegua l’interesse di intervenire artatamente sulla reputazione dell’azienda, influendo quindi sul credito che potrebbe ottenere.
I tipi di falso sono diversi: quello ‘materiale’ vero e proprio e quello ‘in valutando’, ovvero quando si sotto-sovrastimano entrate, ammortamenti, costi, mentre si parla di  falso per induzione quando un bilancio altrimenti regolare viene reso non più veritiero dall’inclusione di dati mendaci provenienti da bilanci di altre società. Ma c’è anche  il falso ‘qualitativo’, che si esplica in alterazioni non incidenti sul risultato economico o sull’entità complessiva del capitale, ma solo sulla rappresentazione che ne viene fornita. (cfr. Ermanno Zigiotti, Il falso in bilancio nei suoi fondamenti di ragioneria, Cedam, Padova, 2000)

Dunque, il ‘falso in bilancio’ non è un delitto che riguardi solo le società commerciali, ma è un fenomeno che interessa ogni ‘azienda’ che compili un bilancio sia per rendere conto agli azionisti sia per ottenere finanziamenti sia per giustificare la stessa ragione di essere, se trattasi di settore pubblico o a progettazione pubblica. Come anche, è discutibile se la fornitura di servizi (vedi scuole e asl ad esempio) non sia essa stessa un’attività ‘commerciale’.

Tutto inizia con la Legge 3 ottobre 2001, n. 366,”Delega al Governo per la riforma del diritto societario”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 234 dell’8 ottobre 2001, in cui il Governo Amato veniva delegato “ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti la riforma organica della disciplina delle società di capitali e cooperative, la disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali”.

Una norma che – tra l’altro – intendeva:

  1. “favorire la partecipazione dei soci cooperatori alle deliberazioni assembleari e rafforzare gli strumenti di controllo interno sulla gestione”,
  2. “disciplinare la figura del gruppo cooperativo quale insieme formato da più società cooperative, anche appartenenti a differenti categorie”,
  3. “prevedere che alle società cooperative si applichino, in quanto compatibili con la disciplina loro specificamente dedicata, le norme dettate rispettivamente per la società per azioni e per la società a responsabilità limitata”,
  4. “prevedere che le norme dettate per le società per azioni si applichino, in quanto compatibili, alle società cooperative a cui partecipano soci finanziatori o che emettono obbligazioni”.

Erano escluse da questa norma le banche cooperative e le amministrazioni pubbliche, nonostante la nozione dei reati e degli illeciti amministrativi fosse ampiamente applicabile anche al settore pubblico, già segnato dagli sprechi e dalle corruttele della Prima Repubblica, visto che – in Europa e non solo – offrire servizi è un’attivittà d’impresa e spesso di ‘vendita’.
“La falsità in bilancio, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, (è) consistente nel fatto degli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori i quali, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, idonei ad indurre in errore i destinatari sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico, ovvero omettono con la stessa intenzione informazioni sulla situazione medesima, la cui comunicazione è imposta dalla legge”.

Un anno dopo, il Decreto Legislativo 11 aprile 2002, n. 61 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le societa’ commerciali) derubricava il tutto a “false comunicazioni sociali”, depenalizzando la materia e portandola a livello di ‘sanzione’. E di regole per le cooperative, neanche l’ombra …

La punibilita’ e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.”

Anche un bambino si renderebbe conto che con una ‘non punibilità’ del genere è abbastanza facile scavare voragini nei conti delle aziende, come ad esempio accadde per la Parmalat.
Si disse che fu una legge ad personam, voluta da Silvio Berlusconi impegolato in uno dei suoi eterni processi, ma è evidente che a beneficiarne furono tante aziende (e tanti evasori), tanta e tantissima casta che iniziò ad operare tramite società a cui esternalizzare servizi e innovazione pubblici, le amministrazioni scolastica e sanitaria in toto, appena rese ‘autonome’ e potenzialmente operanti ‘conto terzi’ e anche con ‘attività commerciali’, l’arcipelago delle cooperative.
E, portando a livello di sanzione ‘amministrativa’ i falsi in bilancio (aka “false comunicazioni sociali”) del settore privato, di riflesso accadde che anche nel settore pubblico diventasse una ‘questione interna’: fu proprio in quegli anni che i poteri della Corte dei Conti furono ridotti al lumicino.

Da un mesetto circola la notizia che “serve un apparato penal-sanzionatorio «più rigoroso» per il contrasto alla criminalità organizzata. Introducendo, in primo luogo, i reati di autoriciclaggio e falso in bilancio. La proposta arriva dal comandante generale della Guardia di finanza, Saverio Capolupo, ascoltato in audizione alla commissione Antimafia.” (Sole24Ore)

Reati di autoriciclaggio e falso in bilancio, che colpirebbero caste ed evasori ben prima di incidere sulla criminalità organizzata e che, di riflesso, comporterebbero dei bilanci pubblici ben più rigorosi …

In che Italia vivremmo se – vista la difformità delle nostre leggi e dei notri bilanci dalle norme comunitarie – già negli Anni ’90 ci fossimo dotati di norme decenti sulle scritture contabili private e pubbliche, ovvero atte ad evitare che si “espongano fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, idonei ad indurre in errore i destinatari sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria”?

Nei fatti – con leggi diverse – non avremmo avuto la svendita IRI o il Lodo Mondadori, gli scandali Parmalat e Monte Paschi o quello del parco fotovoltaico in Sicilia, il proliferare della mafia e dell’evasione fiscale, le spese pazze dei politici e i super-stipendi dei privilegiati, le frodi europee e la vergognosa vicenda dei ‘precari’ dei servizi esternalizzati, l’istruzione che mette a bilancio debiti e la sanità che spreca senza un perchè … la voragine creata nell’ex Inpdap e i conti sballati dell’Inps e delle pensioni … le regioni e i grandi comuni da commissariare, eccetera.
Falso in bilancio, per i privati, equivale a ‘rigore e trasparenza’, per il pubblico. In ambedue i casi parliamo di ‘responsabilità’.

Dunque, riguardo ai ‘beneficiari’ di una tale carenza di norme fondamentali per una comunità, è del tutto superfluo limitarsi ai processi di Silvio Berlusconi come è del tutto inutile chiedersi il ‘chi e come’ dell’enorme schiera di co-interessati, prima e dopo il 2001 …

Basterebbe, però, che iniziassimo a chiederci tutti se, con un INPS che fosse sottoposto alle norme che regolano una qualsiasi compagnia di assicurazioni, avremmo abbandonati a se stessi gli esodati, i precari, i disoccupati, gli invalidi, le donne, i giovani e … le pensioni d’oro.

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Roma nel caos senza un bilancio, tra guerriglia, cantieri e nuove tasse, mentre turisti ed arabi scappano

17 apr

A Roma, nel 2001, il disagio abitativo era contestualizzato in  1.476 famiglie che occupavano alloggi diversi da quelli convenzionali (roulotte, camper, container, baracche, garage, cantine, soffitte), 3.078 famiglie erano senza tetto o senza abitazione, 4.554 famiglie in grave disagio abitativo su un totale di 1.039.152 famiglie.

Case Roma dati Istat 2001 Sempre in base al Censimento 2001, erano 656.599 le abitazioni (64,6%) occupate dai legittimi proprietari,  287.824  (28,3%) erano in affitto a residenti, 71.572 (7%) erano occupate per ‘altro titolo’ da 168.447 romani (6,7%). Le abitazioni non occupate erano 110.018.
Gli alloggi erano grandi in media 84,33 metri quadrati e  composti da 3,88 stanze, con una superficie media pro-capite di 34,56 metri quadrati per persona residente.

Riguardo le abitazioni in affitto od occupate ‘per altro titolo’, significativa la presenza di 30.210 (3,0%) alloggi di prorietà statale o degli enti locali, ben 57.727 (5,7%) di enti previdenziali, altri 54.076 (5,3%) di Iacp o Aziende per il territorio.

 

Case Roma x proprietario dati Istat 2001

Il Censimento del 2001 mostrava, inoltre, che il numero di abitanti di Roma era calato di ben 300.000 unità dal 1981 al 2001, con una bassa densità abitativa di 2.213 abitanti per kmq (Milano 7.254, Napoli 8.058).
Quanto al PIL, secondo i dati 2011, Roma Capitale non avrebbe nulla da invidiare alla Grande Milano «Grande Milano» con un reddito pro capite capitolino (32.689) ampiamente paragonabile con quello milanese (36.400 euro).

Ignazio MarinoOggi, le cose stanno di sicuro molto peggio: più emergenze abitative, più case sfitte, più edifici pubblici insostenibili, molte meno prospettive di crescita per una città che ha dimostrato di non sapersi innovare e di non essere in grado di far ordine nei propri armadi.

E’, dunque, a dir poco singolare che i Movimenti per la Casa se la prendano con governi e ministeri o banche, se i numeri ci raccontano che – almeno a Roma – la causa di tutti i mali risiede in come furono amministrate la politiche economiche, finanziarie e di bilancio a partire dal 2002, quando i dati già denotavano disagio sociale e flessione nella crescita.

Come è quanto meno incomprensibile l’assenza di risposte – positive o negative che siano – da parte del Campidoglio ad un problema che è di migliaia di famiglie di residenti romani … e di reazioni se il turismo primaverile e pasquale viene  ‘accolto’ tra guerriglia urbana e cantieri sparsi o se addirittura un municipio è occupato.
Nel 2010 il Comune di Roma aveva provveduto ad una mappatura dove risultavano occupati anche edifici dell’ex Inpdap, dell’Atac, dell’Acea o delle ASL (tutti enti con forti deficit), alloggi da destinarsi agli anziani (sic!), “interi edifici occupati da associazioni, palestre, sedi politiche” … una sfilza di scuole anche in zone dove “si registra una carenza di scuole” … per non parlare di comprensori sanitari, cinodromi, centri sportivi e persino una sede centralissima della Banca d’Italia …

Tutte persone e attività per le quali dovrebbe provvedere il Comune di Roma, accogliendo gli aventi diritto e assumendosi la respondabilità politica di respingere le istanze non sostenibili.

Intanto, il Messaggero titola “Alitalia-Etihad, salta il matrimonio. Gli emiri si sono sfilati: nessuna garanzia su tagli del personale e rotte” … “Buche, lavori e difficoltà: Roma ostaggio di cantieri infiniti durante la canonizzazione dei Papi”  … “l’assessore Morgante: Volevo il rigore, ma non mi fanno tagliare” … “Roma capitale delle tasse: stangata senza servizi, i contribuenti pagano il doppio rispetto alla media italiana”.

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La No Exit Strategy di Ignazio Marino e … Massimo D’Alema

17 apr

Ignazio MarinoLo scontro tra  l’assessore al Bilancio del Comune di Roma, Daniela Morgante, e il sindaco Marino con tutto il Partito Democratico al seguito si era  manifestato nelle scorse settimane con posizioni, metodi e stili diametralmente opposti.
Da un lato, una magistrata della Corte dei Conti che ben sa che è atto dovuto ufficializzare la proposta di bilancio in forma pubblica, dall’altro lato il primo cittadino che pretendeva come “le cifre e le scelte rese note preventivamente dall’assessore al Bilancio devono essere ancora sottoposte al sindaco, alla giunta e all’assemblea capitolina” … come se si trattasse di materiali secretati.

Secondo La Repubblica, si era trattato di “una riunione-fiume durata più di sei ore, in cui la titolare del Bilancio ha presentato ai suoi colleghi di Campidoglio il piano per risanare i conti della capitale, cercare di far fronte ai nuovi maxi-buchi di bilancio (circa 60 milioni di euro). Una riunione in cui il sindaco Marino ha bollato le proposte dell’assessore Morgante per i conti della capitale come “un puffo informe” …
A nulla erano serviti “linea dialogante, compromesso sulle tasse, concessioni sul salario accessorio dei dipendenti. … Anche se il pensiero della Morgante è noto: abbiamo perso un’occasione, potevamo tagliare le tasse e ridurre la spesa, come sta facendo Renzi.” (Il Messaggero)

Significativa la nota congiunta di Fabrizio Panecaldo, coordinatore della maggioranza in Campidoglio, Francesco D’Ausilio, capogruppo del Pd in Campidoglio, Gianluca Peciola (Sel), Luca Giansanti (Lista civica per Marino) e Massimo Caprari (Cd): «Apprendiamo dalle agenzie la notizia della decisione condivisa dal Sindaco Marino e dall’assessore al Bilancio Daniela Morgante di interrompere la loro collaborazione. Auspichiamo che il lavoro per dare il bilancio alla città prosegua».
Ancor peggiori i commenti dell’opposizione, come la nota del coordinatore romano di Forza Italia, Davide Bordoni, che prende atto del “fallimento di questa amministrazione e del suo sindaco, che appare ogni giorno di più in balìa di se stesso, incapace di elaborare e avviare un piano e una strategia a lungo termine. Anche la Morgante si è resa conto dell’incapacità politica e amministrativa di questo sindaco e lo ha abbandonato alla sua fine“.

E come dargli torto se fosse vero quello che scriveva Il Messaggero del 14 aprile, ovvero che “entro il 4 luglio va scritto il piano di rientro con la cabina di regia di cui fanno parte Legnini (sottosegretario) e i parlamentari Causi e Melilli, tutti del Pd: quindi hai già la squadra pronta a darti una mano nella stesura della manovra. «Ci aspettiamo la rottura», dicevano fiduciosi ieri pomeriggio quelli del Pd prima dell’inizio della giunta che doveva trasformarsi in una resa dei conti” … specialmente se il segretario romano del Pd, Lionello Cosentino, tiene a precisare – sulla falsariga delle anticipazioni del quotidiano capitolino -  che “al sindaco Marino offro la collaborazione piena di tutto il Pd per affrontare, con spirito di squadra, la nuova fase. A Roma serve un bilancio che unisca rigore ad equità sociale. Un bilancio non solo di tagli, ma capace di guardare al futuro con due obiettivi: un salto di qualità nel funzionamento della macchina capitolina e delle aziende comunali e una politica di rilancio degli investimenti per lo sviluppo” …

marco causi

On. Marco Causi

Lapidario il tweet di Sveva Belviso in proposito: «Dopo le dimissioni dell’assessore Morgante il sindaco dovrebbe togliere il disturbo. Siamo in mano a gente irresponsabile».
Emblematico il comunicato di Unindustria:  «Siamo molto rammaricati per l’uscita di Daniela Morgante dalla Giunta del Campidoglio. Vigileremo per contrastare qualunque tentativo di bilanci che non vogliano affrontare i problemi indicando comodi pareggi. Ci auguriamo che le dimissioni di Daniela Morgante non comportino facili vittorie del partito trasversale della spesa e delle tasse che, purtroppo, ci appare ancora maggioritario in questa città».

Fabio Melilli

On. Fabio Melilli

Utile sapere che l’on. Fabio Melilli (ex presidente UPI) è uno strenuo difensore del mantenimento delle provincie e dei piccoli comuni, mentre l’ex senatore Lionello Cosentino faceva parte – con Ignazio Marino – della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale (sic!) … e che il deputato Marco Causi fu assessore alle Politiche economiche, finanziarie e di bilancio proprio nella giunta del Comune di Roma in cui si venne a creare l’enorme ‘buco’, quella guidata da Walter Veltroni …

 

Lionello cosentino

On. Lionello Cosentino

Una No Exit Strategy per Ignazio Marino, visto che, come commenta Alfio Marchini, «la scelta del sindaco di avocare a sè la delega al bilancio è invece semplicemente suicida, perchè se non riuscirà ad approvare la manovra entro aprile non avrà altra scelta che dimettersi».
A meno che la componente dalemiana, debole nel Paese, ma ancora forte in Parlamento e a Roma, non riesca a far approvare – tra un ponte pasquale e le rimembranze di una Liberazione dimenticata – qualche ignobile Salva Roma Ter od, ancor più probabilmente, riuscire a sottoscrivere uno scomputo dei ‘debitucci’ capitolini ancora più favorevole di quelli precedenti … in nome di “un bilancio non solo di tagli, … un salto di qualità nel funzionamento della macchina capitolina e delle aziende comunali … una politica di rilancio degli investimenti per lo sviluppo” …

Ovviamente, il modo e lo stile dei vari consiglieri e parlamentari ‘democratici’ presuppone una visione di Roma e dell’Italia molto simile a quella della capitale di un vicereame coloniale, in cui la nazione paga per qualunque spreco e bisogna della sua capitale, in cui lo Stato recede nel porre leggi che ledano interessi ‘di casta’, in cui il popolo stesso ha diritti diversi se è capitolino o meno … senza rendersi conto che gli occhi della nazione sono sulla capitale, sui suoi intrallazzi e sul suo nefasto immobilismo.

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Atene scoppia, ma è Roma sull’orlo del baratro

10 apr

In Grecia, proprio mentre il governo annuncia di stare uscendo dalla crisi ed emette bond per 3 miliardi di euro, viene collocata una potente bomba dinanzi alla sede della Banca di Grecia, ad Atene.
Atene che sarebbe un comune di circa 650.000 abitanti ed una densità di 16.814 ab/kmq, ma che – in realtà – è un’area metropolitana di 412 kmq con almeno 4 milioni di abitanti, ovvero la metà della popolazione greca, che include la prefetttura del Pireo, dove si raggiungono punte di 17.677 ab/kmq (Korydallos).

Difficile dire di cosa possa vivere tutta questa gente ammassata con una densità pari a tre volte quella di Hong Kong, anche dopo l’acquisizione del sistema portuale del Pireo (Pier II e III) da parte della compagnia cinese Cosco, con un incremento del traffico container che è passato da 850,000  twenty-foot equivalent units (TEUs) del 2010 ai 2,7 millioni del 2012 con una previsione di 150.000 nuovi posti di lavoro entro il 2018.

L’obiettivo – secondo la National Bank greca -  è di raggiungere entro il 2018 ricavi per 5,1 miliardi di euro o il 2,5% del PIL greco.
Se per l’economia e la stabilità finanziaria della Grecia si tratta di passi avanti enormi, non si può dire lo stesso se parliamo di consenso e stabilità politica greca, considerato che il PIL greco del 2012 era di 140 miliardi di euro e che nel 2008 i greci erano abituati a vivere con circa il 30% in più, cioè circa 245 miliardi di euro.

Un’economia costruita sul nulla fino al crash dei subPrime del 2007 e che, a luglio 2012, contava un tasso dei senza lavoro in Grecia al 25,1% con punte molto più elevate nella capitale, mentre i disoccupati tra i giovani oltrepassavano il 54%.

E se le cose vanno così per la Grecia e la sua capitale Atene, nel 2015 – secondo l’FMI – le cose andranno peggio per l’Italia e – secondo statistiche, articoli e fatti di cronaca – molto, molto peggio per Roma.

Infatti, secondo dati della Confeserenti, a Roma e Provincia, solo nel corso dl primo trimestre 2013, hanno cessato l’attività oltre 700 imprese nei settori del commercio, dell’alloggio e della ristorazione e hanno perso il lavoro quasi 3mila occupati. In tutto il 2012, 7.440 imprese attive a Roma e Provincia hanno cessato la loro attività (10 imprese al giorno) con una perdita di oltre 16.000 lavoratori.  Il tutto, mentre gli immobili commerciali sfitti sono aumentati del 16% e mentre il mercato degli affitti commerciali è tra i più alti del Paese, anche in questa fase di recessione. “Per un negozio di 70/100 metri quadrati, in centro storico si arrivano a pagare anche 25mila euro al mese e nel complessi commerciali anche 10mila euro al mese, senza contare i costi condominiali.” (affaritaliani.it)

Secondo Romano Benini – esperto di politiche del lavoro e giornalista economico, autore con Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia a La Sapienza di Roma, del libro ‘Capitale senza Capitale. Roma e il declino d’Italia’ – “Roma ha, per diversi motivi, accumulato ricchezza, ma una ricchezza che crea difficilmente opportunità”.
Si è generata una situazione di profondo disagio, esplosa con il crollo dei posti di lavoro prodotti tra il 2003 e il 2007. Roma ha creato una economia fragile, spingendo su alcuni fattori di rendita che non hanno garantito la produzione di opportunità.”
Roma, “al terzo posto in Italia per ricchezza, con uno straordinario potenziale economico, ha un disastroso mercato del lavoro, che la fa precipitare al 67simo posto per opportunità. Roma ha più disoccupati di Atene ed è circondata da un territorio, il Lazio, che è la Regione oggi in Europa che ha il peggior rapporto tra buone potenzialità economiche e pessima gestione del mercato del lavoro.” (Corriere della Sera)

Ma a Roma, da un anno circa, c’è anche il problema della sicurezza dei cittadini e dell’ordine pubblico, se ladri d’appartamento e venditori abusivi imperversano, mentre di manutenzione e di pattugliamento, anche in pieno centro, se ne vede poco o pochissimo, al punto che mesi fa fece scalpore la rapina in banca con finti candelotti di dinamite alla filiale dell’Unicredit a piazza di Spagna e della facilità con cui il rapinatore aveva potuto dileguarsi.
E’ di ieri la notizia che l’on. Carfagna, a nome di Forza Italia, abbia chiesto al ministro dell’Interno «se sia a conoscenza della grave situazione in cui versa il patrimonio storico e culturale della città di Roma; se intenda attivarsi, nei limiti di competenza, presso l’amministrazione competente al fine di verificare quali siano gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria intrapresi e finalizzati ad impedire il degrado e il pericolo di crolli dei palazzi e delle opere architettoniche».
«Il luogo simbolo di Roma trasformato in una casbah è l’istantanea della deriva permissivista che sta trascinando la Capitale giù nel baratro»,
mentre le immagini pubblicate dal Messaggero che documentano il degrado in piazza di Spagna sono sotto gli occhi e su tutte le boche dei romani.

Roma che annovera anche un settore senza acqua potabile, frane di rilievo lungo la Salaria, l’Olimpica e la Panoramica,  circa 300.000 abitazioni sfitte, allagamenti diffusi in caso di pioggia, accampamenti qua e là. Oltre ad una manutenzione stradale scadente o inesistente, un sistema di trasporti insufficiente, obsoleto e mal dislocato, una burocrazia lenta e autoreferenziale, un sistema delle relazioni sindacali che non antepone la buona amministrazione a parametro generale.

Una Capitale italiana che, come quella greca, è cresciuta a dismisura e convulsamente inseguendo il mito della finanza creativa e dell’allargamento della base fiscale, senza tener conto che – prima o poi – c’è da rendere con gli interessi i denari anticipati (ndr. e per Roma ormai il buco potrebbe aggirarsi su oltre 20 miliardi di euro, tra quelli resi, quelli commissariati e quelli ancora in circolo) e senza considerare che una gran massa di redditi bassi non alimenta le tasse, quanto i sussidi … specie se ogni 15-20 anni arriva una crisi strutturale …

Roma Capitale che adesso si trova con un overflow di personale stimabile nel 25%, con aziende di cui ha preteso di mantenere il controllo assoluto arrivate al baratro, con le reti profonde e le infrastrutture da rifare, dopo 20 anni di manutenzione al minimo.
E, andando ai romani, la situazione futura si dimostra ben peggiore.

Attualmente, infatti, secondo i dati Istat, i romani percettori di pensione dovrebbero essere almeno un milione, mentre il mercato del lavoro dovrebbe contare su due milioni di persone potenzialmente attive con un tasso di disoccupazione al 10% ed un altro milione in età scolare o poco più.
Pensioni di cui non poche dorate che finora hanno garantito il decoro di alcuni quartieri e una ‘rendita fiscale’ alla Capitale e che andranno scemando, mentre tra i giovani della fascia 25-34 disoccupati il 72% ha laurea e/o master, ma molto spesso non si tratta di studi tecnici o scientifici e mentre la macchina dell’intrattenimento culturale e contenimento del disagio sociale non trova più gli spazi di finanziamento su cui si era strutturata dagli Anni ’80 in poi.

Abbiamo creato una sorta di Gardaland per turisti frettolosi ‘assetati di passato’. È la conseguenza dell’affermarsi di una cultura, di una crescita economica usa e getta, che ha il suo principale presupposto in una cattiva gestione del mercato del lavoro“, afferma Benini.
Un mercato del lavoro, a Roma, che non può essere gestito per indirizzarlo verso una qualunque ripresa se ci sono i Palazzinari, Parentopoli, l’AMA e Malagrotta, il lavoro nero nell’edilizia, nel commercio e nella ristorazione. E non può essere alimentato da nuove competenze, se esiste una disaffezione diffusa verso le tecnologie e, soprattutto, verso gli standard che tutto il mondo usa  pretende, per non parlare delle profonde carenze di attenzione generale alla sicurezza sul lavoro e negli ambienti come vediamo, aad esempio, in tanti edifici scolastici o sanitari od uffici pubblici e … per le strade.

Servirebbe (serviva) un sindaco che avesse il coraggio e la forza di annunciare ai romani la triste situazione e, nel chiedere a tutti un impegno rinnovato, ricordare – come fece Menemio Agrippa – che le dita di una mano sono più forti unite che divise.
Un sindaco che avesse la volontà e l’orgoglio di ‘portare il fardello’, accettando il ruolo di Commissario Governativo per la questione rifiuti, avviando i tagli che servono per determinare gli organici e i turni effettivi del personale comunale, dismettendo l’ATAC e riformulando il sistema di licenze per i taxi, cedendo consistenti pacchetti di AMA e ACEA e privatizzandone la gestione, trasferendo a fondazioni e onlus le aziende controllate minori a partire dalla Farmacap, vistto che il modello senese è fallito.
Un primo cittadino che, nel promettere ‘lacrime e sangue’, potrebbe anche incalzare sia la Regione per la (ri)formazione professionale in vista di una capitale e di un turismo ‘moderni’, ovvero tecnologici e attenti alla qualità della conservazione storica.
Come dovrebbe incalzare il governo perchè Roma non può di sicuro permettersi di mobilizzare /esodare decine di migliaia di dipendenti pubblici o parapubblici, la cui gran parte sarebbe andata in pensione entro pochi anni, se Elsa Fornero non ci metteva lo zampino …

Secondo le stime contenute nel World Economic Outlook (Weo) del Fmi, la disoccupazione resterà intorno al 12%  anche nel 2015, mentre la performance dell’economia italiana sarà uguale a quella della Grecia (+0,6%).
Thomas Helbling del Fondo Monetario Internazionale (Fmi)
, nel presentare il report, ha voluto precisare che “in Italia la ripresa è in corso ma il potenziale di crescita resta basso. C’è un insieme definito di riforme strutturali per le quali il Fondo ha fatto pressioni e che comprendono riforme del lavoro, tasse sul lavoro più basse e una pubblica amministrazione più efficiente … è necessario andare avanti con le riforme, soprattutto la riforma del lavoro e quella giudiziaria“.

Concetti ‘mondiali’ che hanno una ricaduta immediata sulla città dei ministeri e degli enti, dei palazzi di giustizia e dei sindacati, delle mille facoltà umanistiche e del concorso pubblico: processi brevi e leggi non ‘deformabili a mezzo circolare’, meno dipendenti pubblici ma a parità di servizi, riequilibrio delle fasce pensionistiche, contratti nazionali leggeri e maggiori controlli sulla regolarità dei luoghi di lavoro, tanta formazione ‘seria’ e tanta innovazione tecnologica.

Dicevamo di Atene … ma il vero problema è Roma e nè l’Italia nè l’Europa possono permettersi il lusso di aspettare.
Una Roma Capitale che – oltre del risanamento interno – dovrebbe farsi esempio e alfiere di una rinascita ‘meridionale’, morale e gestionale, visto che le regioni a nord del Lazio sono sempre più floride, popolose e ‘autonome’ …

E per fare questo serve innanzitutto una giunta comunale di larghe (e poco mangerecce) intese – altro che l’eterno gioco dei ‘rossi contro neri contro bianchi’ – e con un governo energico e ‘dalla giusta parte’ se ci sarà la prevedibile reazione di coloro che attualmente sono beneficiati dalla sorte o possono vivere senz’arte nè parte o confidavano in qualche prebenda o proroga da estendersi anche al proprio pronipote.

Chiacchiere … fantasticherie di chi vorrebbe una Roma bella, efficiente, cosmopolita.
La realtà è che ogni giorno che passa le aziende capitoline si svalutano di un tot e le nostre infrastrutture  senza manutenzione si consumano di un tot altro, mentre punto su punto l’insicurezza cresce di percentuale e la coesione sociale diminuisce e mentre i giovani hanno fatto e continuano a fare scelte di studio che li relegheranno alla marginalità occupazionale.

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Senato SI, Conferenza Stato Regioni NO

7 apr

“Il Senato delle autonomie non ha senso alcuno, c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni; è formata da tutti i governatori e da tutti i sindaci ed ha un comitato ristretto eletto dall’assemblea di tutti i suddetti. Non costa un centesimo se non il viaggio a Roma quando l’incontro col governo ha luogo. Il Senato delle autonomie sarebbe un inutile doppione.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Eppure, proprio La Repubblica del 4 ottobre 2012 ci spiegava che ‘il viaggio’ a Roma come a Bruxelles  costerebbe qualcosa in più di un centesimo …
” Il piccolo Molise ha deciso di raddoppiare la sua presenza a Roma acquistando un appartamento in centro da oltre 4 milioni di euro, la Calabria continua a spendere 240 mila euro l’anno per una sede a Bruxelles che non usa più e mantiene un ufficio del turismo a Milano, mentre la Sicilia continua a elargire stipendi da favola ai dipendenti distaccati in una sede nella capitale d’Europa popolata di parenti di politici e arredata con marmi fatti giungere da Custonaci, in provincia di Trapani. …
È una storia con molti zeri, … il Piemonte puntava sulla Lettonia o sulla Corea, la Lombardia di Formigoni apriva “ambasciate” in Argentina, Russia e Brasile, la Sicilia sbarcava sull’Empire State Bulding a New York, … a Bruxelles la rappresentanza italiana è frantumata in 21 costose sedi – comprese quelle delle Province di Trento e Bolzano – ospitate in 15 edifici diversi. E al conto vanno aggiunte le “filiali” belghe di Anci (associazione dei Comuni) e Upi (unione delle Province). Uffici che si sommano a quelli della rappresentanza presso la Ue e la Nato, dell’Ice, dell’Enit, dell’istituto di cultura  … costi che – tra personale, affitti e costi di gestione – raggiungono i 20 milioni di euro. Una cifra che aumenta fino a 70 milioni, se si tiene conto del costo dei 22 “avamposti” delle Regioni nel cuore di Roma, tra valore degli immobili, affitti, spese per il personale e per la gestione.”

 

Inoltre, la  “la Conferenza Unificata è convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari regionali e Autonomie, su delega del Presidente del Consiglio dei Ministri” non è esattamente un ‘parlamento’.

Attualmente sono 49 persone in tutto. I ministri degli Affari Regionali, degli Interni, dell’Economia e FInanze, dei Trasporti, della Salute, più i presidenti delle Regioni ed i due delle Province Autonome di Trento e Bolzano, ai quali si aggiungono il Presidente e i consiglieri (15 sindaci in tutto) dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani e dell’Unione delle Province italiane (sette presidenti di province in totale).

“Dunque cominciamo dal Senato. Nessuno, tranne il movimento di Rodotà e Zagrebelsky, si oppone all’abolizione del bicameralismo perfetto perché, appunto, è una gigantesca imperfezione”, lo ammette lo stesso Scalfari.

“Il Senato non dovrà più votare la fiducia al governo né approvare il bilancio dello Stato e la legislazione connessa, salvo che non si ravvisi una violazione costituzionale. … Così pure potrebbe, anzi dovrebbe esercitare un accurato controllo sulla pubblica amministrazione, … potrebbe, anzi dovrebbe svolgere un ruolo culturale approfondendo temi scientifici, sanitari, ecologici, umanistici, … per adempiere a questo compito il Senato dovrebbe esser composto da un certo numero di membri che rappresentino altrettante “eccellenze” e le mettano a tempo pieno a disposizione del paese. Non possono certo essere eletti, ma nominati dal capo dello Stato che potrà avvalersi di rose di nomi fornite da Accademie culturali, Università, scuole specializzate.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Praticamente, un Senato di ‘non eletti dal popolo’, ma di designati da Regioni, Città metropolitane e Province che avrebbe potere di controllo, di indirizzo e di veto su tutto il ‘resto’, magistratura inclusa, visto che – secondo Eugenio Scalfari -  la Corte dei Conti “è una magistratura che persegue irregolarità o addirittura reati di natura contabile; negli ultimi tempi è andata al di là di queste sue competenze.”

E’ proprio vero, dottor Scalfari, “in una fase in cui si aumenta il potere decisionale del governo e soprattutto quello del premier, annullare completamente una delle due Camere configura una tendenzialità autoritaria estremamente rischiosa” …

Una Conferenza Stato-Regioni (propriamente detta o unfificata che fosse) che finora ha svolto, con i ‘successi’ di cui tutti ci siamo accorti, un bel numero di iniziative, come i Tavoli Permanenti, Gruppi di lavoro e Comitati per:

  • il monitoraggio dell’intesa fra le Regioni e le province autonome, il Dipartimento degli affari regionali, il Ministero degli affari esteri, il Ministero dello sviluppo economico, in materia di rapporti internazionali;
  • per l’uniformità dei procedimenti di invalidità civile e di trasmissione per via telematica dei certificati di malattia fra le Regioni, il Ministero della salute, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’INPS;
  • sulle problematiche relative alla decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private e sugli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”;
  • per la sanità penitenziaria e per l’attuazione delle linee guida per gli interventi negli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e nelle case di cura e custodia, nonchè quello per le problematiche afferenti il settore della prevenzione e del recupero delle tossicodipendenze, su richiesta del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria;
  • per la definizione delle Convenzioni tra la Cassa Depositi e Prestiti S.P.A. e le Regioni sull’utilizzo del “Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca” e per la definizione di una proposta di legge quadro in materia di affidamento e utilizzazione delle concessioni demaniali marittime con finalità turistico-ricreative, a seguito del documento di infrazione n. 2008/4908 UE,
  • per l’espletamento delle attività istruttorie in materia di informazione, formazione ed educazione ambientale e sul Secondo e il Terzo Piano di azione nazionale per l’efficienza energetica;
  • per la semplificazione, per l’innovazione tecnologica nelle regioni e negli enti locali, per l’efficientamento e la razionalizzazione dei servizi del trasporto pubblico locale, per l’accesso al mercato del noleggio con conducente di autobus;
  • per la realizzazione di un’offerta di servizi educativi a favore di bambini dai due ai tre anni, volta a migliorare i raccordi tra nido e scuola dell’infanzia e a concorrere allo sviluppo territoriale dei servizi socio educativi 0-6 anni;
  • per la semplificazione e per l’attuazione coordinata delle misure previste dal decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 recante: “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”.

Dunque, tra le cose da ‘rottamare “c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni”  che costa più di qualche centesimo … a parte di valore del tempo perso dal Paese e della crescita che non c’è stata.

Piuttosto, “Congresso in America, Camera dei Lord in Gran Bretagna sono due esempi da non perder di vista in Italia e nella futura Europa nel giorno auspicabile in cui diventerà un vero Stato federale”.
Ma ci sarà da convincere gli Europei a mettere i propri destini ‘federali’ nelle mani di un eletto ogni 3-400.000 residenti … e, quanto alla Camera dei Lord britannica, ricordiamo che da quelle parti, ma anche altrove, il titolo nobiliare può essere acquistato.

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Italia: diritti fondamentali sempre peggio

7 apr

L’Italia, ha le scuole talmente degradate da richiedere un piano edilizio e manutentivo urgente e pluriennale.
Eppure, da anni la Conferenza Stato-Regioni dovrebbe fornire  gli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”.

In Italia, a dire il vero, la Conferenza Stato-Regioni è competente anche in materia di “uniformità dei procedimenti di invalidità civile”, di “trasmissione per via telematica dei certificati di malattia” e della “decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private”.
Sappiamo bene che non esistono parametri univoci per le invalidità neanche tra ASL di una stessa città, che far pervenire il debito certificato di malattia è ancora una corsa ad ostacoli per i lavoratori e che c’è il misundertanding dei ‘file F’ a cui sono stati derubricati i Day Hospital, che un ospedale senza certificato antincendio proprio non deve funzionare …

Sempre nel Bel Paese, l’Italia, abbiamo adeguato la normativa sulla disabilità nel 2007, con quasi 15 anni di ritardo, alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità … mamtenendo però tutto l’impianto preesistente, con il risultato che invalidi si diventa ancora oggi per ‘patologie e punteggi’ … la disabilità funzionale è solo in premessa.
Risultato? In Germania e Francia – che pure loro hanno i ‘falsi invalidi’ come ovunque – i disabili che beneficiano di sussidi e tutele sono il 10% della popolazione, da noi (dati Istat)  solo il 6% …

Un’operazione di maquillage per cambiar tutto pur di non mutare nulla’ degna di quella avvenuta per i così detti malati rari, che così rari proprio non sono, visto che parliamo di 1-4 milioni di pazienti cronici, che vanno gestiti per una vita intera.
Infatti, in Italia, la legge sulle malattie rare prevede che in ogni regione vi sia un centro apposito, che (essendo le regioni 20 e le malattie censite almeno .) fanno ben 80.000 siti specialistici … una tragica barzelletta.
Infatti, secondo tutti i dati esistenti almeno metà di questi malati neanche sa di esserlo e tra quelli riconosciuti almeno un terzo rinuncia alle cure per problemi ‘burocratici’.

Il tutto accade proprio in Italia, dove rischiamo sanzioni UE sul riposo obbligatorio dei dirigenti medici, mentre – come ha spiegato il presidente del Collegio italiano dei chirurghi -  ““spesso sono costretti a prolungare il proprio orario perché manca il personale, ma è ovvio che così aumenta il rischio degli specialisti di incorrere in errori”.
D’altra parte, i medici, generici e specializzati, all’interno di strutture sanitarie pubbliche e private nel 2007, erano 363,5 ogni centomila abitanti, una delle medie più alte d’Europa.

Italia che dai lontanissimi Anni ’60, distingue i suoi figli di un dio minore in tante e troppe categorie, quando si parla di disoccupazione.
Ci sono i cassaintegrati, le cui tutele possono durare anche decenni, e le casalinghe, alle quali addirittura si chiede di pagare l’assistena sanitaria senza nulla in cambio. O i ‘meridionali’ che avendo un tessuto industriale IRI, se lo son visto smantellare senza neanche un cent per l’occupazione. Per non parlare dei giovani, che dopo aver investito in un postdiploma o in una laurea non si ritrovano neanche una legge sul lavoro che li canalizzi ed, eventualmente, li sussidi.

Parlando di Welfare, in Italia, ci sono anche gli anziani, che una volta erano quelli che superavano i 55 anni di età e iniziavano ad aver diritto al riposo dopo una vita di lavoro. Ne abbiamo messi per strada almeno mezzo milione con una leggina natalizia e quattro lacrime da caimano. La restante parte, per ‘giustizia generazionale’ sembra che resterà al lavoro ad libitum, mentre le pensioni correnti – il vero buco nero – ‘non si toccano’, as usual.
Ed i bambini … le cui famiglie non vedono un bonus bebè (o delle consistenti detrazioni fiscali) neanche per il primo anno di vita e … per i quali abbiamo esternalizzato di tutto, visto che secondo le associazioni di settore, sono ‘centinaia di migliaia’ gli operatori che hanno un ‘lavoro’ continuo con loro … ma che poco proteggiamo, se esentiamo queste persone dai controlli che la legge prevede per i dipendenti pubblici, ovvero di docenti ed anche se si tratta di un supplente di pochi giorni …

E, sempre, l’Italia, a 24 anni dall’aver aderito alla Convenzione Onu apposita, non si è data ancora una legge per il reato di tortura. Al momento, il Senato ha approvato un testo che punisce “chiunque, con violenze o minacce gravi, cagioni acute sofferenza fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale”, inserendolo tra i reati comuni, connotati da dolo generico e con prescrizione a cinque anni. Vedremo la Camera dei Deputati quanto altro tempo impiegherà. e se – ma è molto difficile – vorrà estendere i termini di prescrizione.

Non è che gli altri Stati non siano esenti da ‘peccatucci’, come la Germania che rischia sanzioni per ‘surplus commerciale’ (ndr. concorrenza sleale) e la Francia che le ha ricevute per le sforature del patto di stabilità ed è stata ‘graziata’ per le politiche verso i Rom.
Il punto è che questi ‘peccati’ sono i nostri, quelli della nazione che ospita la Chiesa Cattolica e che, in quasi 100 anni di religione di Stato, dovrebbe aver fatto suo – nel senso comune, nell’etica e nelle norme – il principio di ‘amare il prossimo tuo come te stesso’, ma, a vedere dove ci hanno portato la politica e i poteri forti, sembrerebbe davvero di no …

A contraltare delle scuole disastrate, abbiamo l’Italia dei palazzinari e degli edili o, perchè no, dell’abuso edilizio fai da te. Oltre all’indifferenza dei media verso le okkupazioni e le famiglie inadempienti … o i ragazzi che crescono senza riferimenti e luoghi ‘sicuri’, con il consumismo ed il ‘conflitto’ come valori.

A corrispettivo del Sistema Sanitario, troviamo una fetta costante dei nostri parlamentari che arrriva dal settore, ma soprattutto che è proprio la classe medica ad incidere in modo rilevante sulla spesa pubblica di personale, con i suoi circa 150.000 stipendi in fascia alta e le derivanti pensioni, considerato che un medico di base può arrivare facilmente a percepire quasi il doppio di un docente e che un medico strutturato ospedaliero forse raddoppia il reddito di un ingegnere in fabbrica, per non parlare dei doppi e tripli incarichi possibili nei policlinici universitari.

Andando a parlare di Welfare, balza all’occhio la disparità di trattamento tra generazioni, sessi e territori diversi, ma soprattutto non può sfuggire che un unico soggetto, il Sindacato ed il sistema gemello del Volontariato, è sempre presente, dai tavoli di lavoro ai CdA e agli Enti, per non parlare dell’apparato dei Servizi cui è demandato, de facto, la gestione in accesso per i  servizi pensionistici e per l’invalidità, oltre a gran parte dei servizi per disabili, immigrati, fasce a rischio e minori.

Ma dalle crisi strutturali si esce in un altro modo: con il senso dello Stato di tanti e la cultura del lavoro di tutti.

Non sarà questo governo o il successivo a cambiare tutto questo: è necessario prima che ‘grande bellezza’ che ha creato questa mostruosità vada effettivamente in pensione e cessi di influenzare i destini italiani e, poi, che negli italiani risorga il desiderio di sentirsi alla pari degli altri paesi avanzati, piuttosto che trotterellare speranzosi per qualche briciola che cade dal tavolo del banchetto di quelli che vivono rivendendosi la grande ricchezza italiana.

E, per lo meno, si potrebbe anche iniziare, tentare, a guardare al futuro piuttosto che al passato.

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Eugenio Scalfari: novant’anni per il potere?

7 apr

Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924) compie oggi novant’anni ed è stato uno dei giornalisti e politici più influenti della Repubblia Italiana.

Di origini calabresi, compie gli studi liceali al liceo classico G.D. Cassini di Sanremo (dove il padre è il direttore artistico del Casinò) e si iscrive a giurisprudenza, iniziando a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come “Nuovo Occidente” e “Roma Fascista”, organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), di cui nel 1942 sarà nominato caporedattore di “Roma Fascista”.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, e si sposa con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta.
In quegli anni diventa collaboratore prima di Il Mondo, poi dell’Europeo e quando, nel 1955, nasce il settimanale L’Espresso, Scalfari ne è direttore amministrativo e, in cinque anni, arriva a superare il milione di copie vendute Sette anni dopo, nel 1963, diventerà il ‘dominus’ di L’Espresso aggiungendo la carica di direttore responsabile a quelle già ottenute.

Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, con il gruppo L’Espresso e la Arnoldo Mondadori Editore, della quale – a metà degli Anni Ottanta – Silvio Berlusconi acquisì quote sempre più consistenti, finchè, nel 1987, muore Mario Formenton (marito di Cristina Mondadori), e si apre così un periodo di contrasti per la successione nella gestione della azienda di famiglia. Tra questi ‘contrasti’, il trentennale Lodo Mondadori e lo scontro politico-commerciale-mediatico tra i giornali (Scalfari-L’Espresso) e le televisioni (Berlusconi-Mediaset).

Nel 1996, abbandona il ruolo di direttore di La Repubblica, ma mantiene il ruolo di editorialista dell’edizione domenicale.

Salvo l’affare SIFAR, in una carriera durata oltre mezzo secolo e nonostante il potere concessogli dagli editori, Eugenio Scalfari, pur appellandosi alal questione morale fin dagli Anni ’70, non si è distinto tramite i giornali da lui diretti per la denuncia di ‘nomi e fatti’, se non dopo l’intervento della magistratura: cronaca più che giornalismo d’inchiesta.
Fanno eccezione (ndr. o forse no, se rammentiamo chi fossero parenti ed editori), Eugenio Cefis, (prima presidente dell’ENI e poi di Montedison), Sindona o Craxi  per non parlare di Berlusconi, puntualmente attaccati. Mediobanca, come Spadolini e De Mita, furono, viceversa, spesso sostenuti.
Da ‘sempre’ accanito sostenitore di D’Alema, come quando – nel 1999 – ben sapendo cosa fosse avvenuto in parlamento e quali fossero le cause della defenestrazione di Prodi, Eugenio Scalfari ebbe a commentare “Romano, hai silurato il governo. Adesso fermati o spacchi l’Ulivo, Contro l’ ex premier non c’ e’ stato complotto. Semmai lui ha cercato di azzoppare Ciampi. Ma perche’ non sta fermo un giro? Uno come lui, dopo essersi guadagnato la riconoscenza del Paese, avrebbe dovuto consentire a D’ Alema di governare come gli altri avevano consentito lealmente di governare a lui. Invece, pur di riprendere un suo ruolo, cosa fa? Spacca l’ Ulivo. Perche’ non e’ vero che lo sta rivitalizzando: lo sta spaccando”. 

Un ruolo politico, quello di Eugenio Scalfari, non irrilevante per l’Italia e, soprattutto, gli italiani.

Dopo la militanza fascista,  si avvicina al neonato partito liberale, conoscendo giornalisti come Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, finchè, nel 1955, si unisce ai 32 consiglieri nazionali del Partito Liberale Italiano ‘scismatici’  per promuovere la costituzione del Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani, che dopo un po’ abbandonerà.

Querelato dal generale De Lorenzo per lo scandalo SIFAR, e condannato a poco più di un anno di reclusione, evitò il carcere grazie all’immunità parlamentare, essendo stato eletto deputato, come indipendente nelle liste del Partito Socialista Italiano alle elezioni politiche del 1968. Restò deputato fino al 1972 e da allora ha avuto diritto a tutti i benefit riservati agli ex parlamentari.

 

Come ‘dominus’ di La Repubblica, la sua azione politica ebbe modo di continuare con campagne stampa contro il Partito Socialista di Bettino Craxi ma non altrettanto contro Andreotti, contro gli sprechi pubblici, ma non altrettanto contro la corruzione e le infiltrazioni mafiose. Uno stile che continua ancora oggi, come – ad esempio – pubblicando le foto di scuole disastrate, ma non indicando le responsabilità politiche locali che ne sono la causa.

A partire dalla ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi, Eugenio Scalfari condusse alcune importanti iniziative, pur trovandosi in aperto conflitto di interessi in quanto (ex) dominus di una azienda ‘concorrente’, tutte sostenute per il tramite di “Repubblica”: l’ascesa e la fine dell’Ulivo prodiano, il “governo del Presidente” affidato al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi,  la scelta del braccio destro di Craxi, Giuliano Amato, come viatico per la nascita della Seconda Repubblica da parte del presidente Scalfaro …

Eugenio Scalfari: un uomo di potere fino ad oggi, se può ancora permettersi di alzare il cartellino giallo per Fornero o Renzi e se può lampeggiare il semaforo rosso per l’ultimo suo avversario rimasto, Silvio Berlusconi.

Ma “potere è mentire e mentire è potere”. (Guido Rossi – “Il ratto delle Sabine” – 2000, pag.33)
Fare informazione è un’altra cosa.

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