CSM, Giustizia e Welfare: tutto tace nel Partito Democratico

1 ott

La Costituzione (art.104) prevede che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente e Procuratore generale della Corte di Cassazione.

Si aggiungono i componenti elettivi per i quali la Costituzione non indica il numero, ma prevede che per due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione (c.d. membri laici).

Nel caso di Teresa Bene, avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, gli anni di avvocatura sarebbero solo sette e non si  comprende perchè sia stata candidata e votata dal Parlamento e perchè anche dopo il voto – durante il quale la questione dei ‘requisiti’ era già emersa – si è voluto arrivare all’estrema ratio mettendo in imbarazzo CSM e Presidente Napolitano.

Il centro della questione è quella che appare essere sempre più una ‘faida’ nel Partito Democratico, con pretese veteropartitiche, agguati e imboscate, blocchi ed ostruzionismi, fughe di notizie e levate di scudi prive di base, ottimismi spegiudicati mentre le riforme languono.

A  sponsorizzare Teresa Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva come consulente quando era responsabile dell’Ambiente, ma alla sua candidatura si è arrivati dopo che le Camere (ed una buona parte del PD) hanno fatto blocco sul nome di Luciano Violante.
Intanto, l’onere del Welfare e del Lavoro è scaricato dai nostri Media su Matteo Renzi e la sua compagine di quarantenni, mentre c’è anche l’uomo delle Coop, l’attuale ministro Giuliano Poletti a spiegarci che “noi non vogliamo abolire l’articolo 18. Vogliamo riformare il mercato del lavoro ma io vorrei anche una cosa più importante: che noi aiutassimo l’Italia a cambiare quel residuo di opinione sbagliata che c’è sull’impresa. Perché c’è ancora chi pensa che l’impresa è dove si sfrutta il lavoratore”. 

“L’idea che il rapporto lavoro-impresa si risolve con il conflitto  e il contratto non ci arriva più, è troppo banale, è inadeguata. Dobbiamo uscire di qui. Perché l’impresa possa crescere bisogna che gli riduciamo il livello di rischiosistà, l’incertezza allontana le imprese. Dobbiamo fare un’operazione che sarà difficile, perché in questo paese abbiamo costruito più o meno consapevolmente un nesso tra lavoro e posto di lavoro che è diventato tossico. Se guardiamo bene dentro la delega ci troveremo cose splendide”.
new jobs

Ben detto, ma dato che l’unico timore verso la riforma del Lavoro è che non è accompagnata da una equivalente riforma del Welfare, il ministro Poletti potrebbe contribuire a far chiarezza ed a tranquillizzare gli italiani, speigandoci se per lui la riforma Fornero va bene, se le forche caudine per gli invalidi al lavoro sono costituzionali, se il salario minimo è da farsi, se l’Inps può andare avanti così o va riformata, eccetera eccetera …

Quanto ad Andrea Orlando – nato a La Spezia l’8 febbraio 1969,  diploma di liceo scientifico; dirigente di partito – non resta che valutare se presentare le proprie dimissioni da ministro della Giustizia o fare un cambio di passo, superare le logiche di partito e farci capire – alla stregua di quanto detto per il Welfare – dove ‘collocare’ e come ‘gestire’ l’incrementale quantità di delinquenti che ci troviamo e come concludere i processi in cinque anni cinque.

Altrimenti, davvero le chiacchiere stanno a zero e – senza chiarezza – il 2015 si prefigura difficilissimo.

originale postato su demata

Senato: la minoranza promette battaglia … agli italiani

1 ott

Oggi, su La7, Cesare Damiano ha chiarito che “non credo che una situazione di tal genere possa essere recuperata con i palliativi”; “dipende molto da quello che offre l’Italia in termini di risorse e di ripresa … quello he conta è che si pone un problema di credibilità del Paese e di lanciare un paino di riforme” aggiungeva Irene Tinagni.

Sono trascorsi quattro anni da quando Mario Monti promise all’Europa un piano di rientro in quattro e quattr’otto, rifiutandosi di fare una Patrimonale, bloccando il Welfare e, in pratica, raddoppiando le tasse.
E son trascorsi quattro anni da quando si iniziò – questo blog tra i primi – a paventare la recessione, la stagnazione e la deflazione che ne vennero.

Intanto, mentre stanno per arrivare le prime sanzioni UE per infrazione del deficit, sentiamo ancora in televisione ‘autorevoli esperti’ che ci raccontano che si tratta di una ‘fase’ … mentre lo scenario è fosco.

twitter_umori_italiani

L’economia reale, però, racconta tutt’altro:

  • la disoccupazione e la povertà sono in aumento da cinque anni e – in un paio d’anni – avremo ‘bruciato’ la generazione degli attuali ventenni
  • la spesa pubblica è ancora in crescita e i turn over pubblici restano bloccati per almeno altri cinque anni, grazie alle norme di Elsa Fornero sulle pensioni e al MEF che non vuole ripristinare il buco da 45 miliardi che creò nell’ex Inpdap
  • l’Istat che annuncia nel 2012 come iniquamente stiamo trattenendo al lavoro – pur con 30 e passa anni di contribuzione – centinaia di migliaia di lavoratori senior (over55) che sono in ‘condizioni di salute non buone’ mentre gli invalidi che risultano all’Inps sono praticamente la metà (in media) di quelli che Francia o Germania riconoscono e mentre i nostri media scatenano selvagge campagne contro i ‘falsi invalidi’, ovvero i soliti tot truffatori del sistema previdenziale che esistono dovunque. Intanto, almeno due milioni – tanti sarebbero in base alle medie UE – di disabili ‘sommersi’ attendono …
  • il valore delle case degli italiani è crollato di 500 miliardi di euro in pochi anni e c’è chi ha visto l’unico proprio investimento (il ‘mattone’) anche del 40%
  • lo sbilanciamento commerciale e tecnologico con la Germania è tale che – ad esempio – una Opel GTC usata del 2008 oggi vale quasi il 10% in più rispetto ad un paio di anni fa, mentre una Opel Corsa nuova costa quasi il 30% in più di una Seat Ibiza o di una Fiat Punto, mentre anni fa erano nella stessa fascia di prezzo
  • ogni anno in Italia si diploma il 21% dei diciottenni, mentre in Polonia i laureati sono al 43% ed entro sette anni in tutta Europa (eccetto che da noi) sarà così, come in tutta Europa (eccetto che da noi) le scuole sono linde, ben organizzate e soprattutto finanziate
  • solo per i TFR teniamo bloccati almeno 25 miliardi di euro per dare liquidità alle imprese, mentre potrebbero /dovrebbero andare in busta paga ai lavoratori, ovvero genererebbero consumi, ma non possono essere toccati perchè i sindacati dell’industria li hanno fatti reinvestire in fondi vari
  • la sovraspesa ‘fiscale’ per gas e luce che le famiglie povere devono affrontare equivale a meno della metà del bonus energetico che gli offriamo, serve in discreta parte per finanziare il fotovoltaico e a causa di questi ‘balzelli’ – rispetto ad un britannico – gli vengono sottratti almeno un mese di consumi alimentari

D’altra parte siamo il Paese di Pinocchio, che ammazza a scarpate chi potrebbe insegnargli qualcosa, che si affida al duopolio del Gatto e della Volpe per rimediare fregature a giorni alterni, ove l’umiltà e la pazienza di Geppetto si antepongono al giusto esercizio dei propri diritti, dove le istituzioni giudicano distrattamente e curano ancor peggio e dove – puntualmente – c’è qualcuno che promette il Paese del Bengodi a dei ciuchini ignoranti pronti a seguirlo … e dove l’unica brava persona (oltre alla Madonna – Fata Turchina) è quel Mangiafuoco circense apolide e burattinaio di professione …

Acclarato il perchè NON si studia Collodi (Carlo Lorenzini, 24 novembre 1826 – 26 ottobre 1890) nelle scuole superiori, mentre Pinocchio è forse il primo ‘personaggio italiano’ nel mondo, sarebbe bello capire chi sono gli elettori che si sentono rappresentati dalla minoranza del PD che ha creato e vuol mantenere il ‘declino italiano’, rallentando da oltre un anno gli interventi che erano urgenti già 5 anni fa.

Originally posted on Demata

Gas e luce, altri aumenti … altra iniquità. A chi vanno i rincari?

30 set

L’Autorità per l’energia, il gas e il sistema idrico ha annunciato che  dal primo ottobre l’elettricità costerà l’1,7 per cento in più, mentre per il gas il rincaro sarà del 5,4 per cento, con una spesa media – stimata su base annua per una famiglia di tre persone –  di ben 521 euro per l’elettricità e di oltre 1.100 euro  per il gas.

Un aumento senza motivo, visto che una buona parte del gas che circola in Europa è estratto da aziende italiane o arriva tramite i nostri gasodotti. Una buona parte che – tra l’altro – sarebbe tanta parte se in Puglia non fossero impazziti e se lasciassero costruire il gasodotto che collegherebbe l’Europa ai giacimenti del Mar Caspio.

Dunque, non è il costo del gas che ci rovina, lo conferma anche la stessa Autorità per l’Energia, sia come materia prima e sia nella distribuzione in linea: come al solito, in Italia, ci rovinano le tasse e le imposte.

Sul gas che consumiamo grava ben il 37% della spesa totale, mentre in Gran Bretagna i cittadini pagano solo l’11%, cosa che in parole povere significa che noi lo paghiamo a 90,02 c€/smc (standard per metro cubo), mentre in gli inglesi lo pagano a 63  c€/smc e mentre la media europea è di 75,83c€/smc.

Peggio ancora se parliamo dell’energia, che ci vede pagare un bel tot per una voce in bolletta piuttosto ambigua: “oneri generali di sistema”,  che “per ragioni di semplificazione” viene dettagliata  solo una volta l’anno.
Secondo i calcoli pubblicati da Monica Rubino di La Repubblica, su una spesa annua totale di 512 euro per l’utente medio, 252 euro coprono i servizi di vendita, a 149 euro rappresentano l’IVA e ben 111 euro sono oneri di sistema, cioè  94 euro per gli incentivi alle fonti rinnovabili, 5 euro circa per smantellare le centrali nucleari dismesse, 7,5 euro per  le agevolazioni alle imprese a forte consumo di energia elettrica e 3,5 euro vanno per la Rete Ferroviaria Italiana, la promozione dell’efficienza energetica, le compensazioni per le imprese elettriche minori, il sostegno alla ricerca e il bonus elettrico per le famiglie disagiate.

Riepilogando:

  1. in Baviera usano il gas che arriva dalla Tunisia tramite l’Italia, ma i bavaresi lo pagano almeno il 15% in meno che da noi e più o meno avviene lo stesso nel resto d’Europa dove il PIL pro capite è però  superiore del 10% – ormai – a quello italiano
  2. in Italia  il 12,6% delle famiglie che è in condizione di povertà relativa e il 7,9% che lo è in termini assoluti, su un consumo di gas di circa 1000 euro annui pagano di tasse per circa 370 euro, ma gliene diamo tra i 70 e i 90 di bonus elettrico, mentre in Inghilterra, Galles e Scozia anche i ricchi pagano per gli stessi consumi meno di 700 euro
  3. le stesse famiglie in condizione di povertà (su una spesa di 500 euro annui) pagano in bolletta ‘elettricità’  oltre 90 euro (cioè più del bonus che ricevono) per incentivare il collocamento di lucrativi pannelli fotovoltaici in ville, case di campagna e appezzamenti agricoli
  4. gli stessi poveri devono lesinare ai propri figli calore e luce per contribuire allo smantellamento delle centrali nucleari dismesse,  per  sostenere i consumi energetici delle imprese, della Rete Ferroviaria Italiana e – persino – il sostegno alla ricerca e … il proprio bonus elettrico.

Tenuto conto che una famiglia italiana senza troppe pretese con 50 euro fa la spesa per una settimana …

Originally posted on Demata

 

 

 

 

Dove andrà mai la Destra, se Berlusconi non lascia?

29 set

L’operazione « Torna a casa, Lassie» attuata da Berlusconi per ricompattare intorno a se il Nuvo Centro Democratico  non ha sortito effetti. E visto che non riusciva a superare l’ostacolo.
Alfano ha ancora ben saldo il controllo della maggioranza in Senato e Schifani parla di «malevoli rumors sono finalizzati a ostacolare l’unificazione di Ncd con l’Udc e i Popolari di Mauro». Forza Italia non è riuscita a far nascere un gruppo parlamentare ‘parallelo’, con fuoriusciti centristi e delle autonomie.

Intanto, si avvicina l’inverno, durante il quale avrà avvio la campagna elettorale per le elezzioni amministrative (regionali e comunali) del 2015 e, di sicuro, andrebbe colta l’opportunità di un centrodestra unitario e vincente, visto che la Sinistra è arrivata all’ultima sfida.

Ma anche a Destra le anime son troppe e troppo diverse, ormai.

Da un lato i decotti Berlusconi, Verdini, Brunetta e Santanchè, simboli di un’Italia che fu, come lo sono D’Alema, Veltroni, Prodi e Camusso a sinistra: nulla che abbia a che vedere con il futuro.
Dall’altra c’è il ‘vero futuro’, ci sono Salvini e Meloni, come ci sono Renzi e Serracchiani a sinistra e come avviene nel resto d’Europa a guardare a destra.
Al ‘centro’, infine, troviamo Alfano, Gelmini, Lupi, Mauro dei Popolari e un sottobosco di notabili e sottosegretari, mentre ‘fuori’ c’è Grillo, che più o meno inconsapevolmente, ha raccolto quei cinque milioni di voti che in Europa stanno facendo la fortuna della nuova Destra.

Dunque, al momento atttuale, la Destra italiana non va da nessuna parte: l’unica ipotesi – suggestiva, ma possibile – è quella di un’alleanza tra Salvini e Meloni, dato che fanno capo alla stessa ‘corrente politica’ in Europa. Alleanza che potrebbe validamente contrastare – in tanto profondo Nord e tanto estremo Sud – la bolla di consenso che ha sostenuto i Cinque Stelle alle recenti politiche.
Una nuova Destra europea – se coesa – non dovrebbe conquistare meno del 15% su scala nazionale anche qui in Italia.

Le Pen Marine

Quanto a Berlusconi è evidente che sia ormai  ‘il problema politico’ del Centrodestra, in quanto impedisce il ricompattarsi del fronte cristiano-sociale, ovvero ‘popolare’, che in Europa ha sempre espresso delle auree mediocritas (ad eccezione dei tedeschi Kohl e Merkel), ma raccoglie di norma il 20% dei voti.
Fronte cristiano-sociale che sembra sostenere Matteo Renzi e non affatto Silvio  … dopo la sequel di scandali sessuali che ha coinvolto Berlusconi, finanziari per quel che riguarda il suo fido Verdini e la filiera di partito, per non parlare della debacle finanziaria del meno fido Tremonti.

Il Centrodestra va, dunque, ‘liberato’ dal Berlusconismo e dei ‘circoli’, come il Centrosinistra deve liberarsi del Comunismo e delle lobby sindacali: sono obsoleti e sono la causa sia dell’incapacità parlamentare a reagire alla Crisi – che portò al quadrumvirato Monti, Fornero, Mastrapasqua e Passera – sia della deriva elettorale delle astensioni al 40% e dell’affermazione di una compagine caotica quanto inconsistente come i Cinque Stelle.

Originally posted on Demata

No profit No Iva: un’altra grana per la Sinistra

29 set

Mentre nel resto d’Europa si punta sulla defiscalizzazione delle donazioni, il decreto legge per ridisegnare il welfare italiano fa paura alla Sinistra.

Infatti, a voler accontentare il microcosmo delle onlus italiane, finirebbe che il decreto legge per ridisegnare il welfare italiano si ritroverebbe con una copertura finanziaria insufficiente, vista la facilità con cui si diventa no profit in Italia e vista l’opacità di tanti bilanci, a partire da quelli dei sindacati.

A voler andare avanti secondo buon senso e secondo lo spirito europeo, la grana sarebbe ancor maggiore, dato che l’Europa considera onlus solo le fondazioni, ma non le cooperative e le microassociazioni culturali, mentre obbliga i sindacati alla trasparenza come qualsiasi amministrazione.

Il volontariato ‘fai da te’ deve o non deve fruire degli sgravi fiscali?
A rigor di logica, no: da che mondo è mondo per ottenere la charity bisogna prima essersi fatti monaco.

Ed è proprio il ‘fai a te’ al centro della bizarra storia in cui il Corriere della sera e il Tg La 7 si son visti tassare di  300.000 euro (Iva al 10%) i ben 3 milioni di euro raccolti e donati per la ricostruzione delle scuole un comune della Bassa modenese colpito dal terremoto del maggio 2012.

Scuole che, innanzitutto, il Comune di Cavezzo – come tanti altri – non aveva pensato di assicurare contro incendi, furti e calamità, come viceversa fa chiunque abbia la responsabilità di un’impresa o di un immobile.

Per cui suona davvero strana ’interrogazione parlamentare promossa dal senatore modenese del Pd Stefano Vaccari: “Assoggettare, anche indirettamente, all’Iva del 10% le somme ricevute in beneficenza e corrisposte per le spese necessarie alla ricostruzione di opere di valore sociale (scuole, biblioteche, ecc), appare a chi ha donato un balzello incomprensibile e insopportabile, una vera e propria “speculazione” dello Stato sulla generosità e solidarietà dei cittadini”.

Per non essere tassati – anzi per ottenere gli sgravi previsti – sarebbe bastato che i lettori e telespettatori fossero invitati a versare una ‘erogazione liberale’ direttamente sul conto del polo scolastico statale di Cavezzo …

Speriamo che, tra il ministro dell’Economia e delle Finanze Padoan e il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Poletti, ci sia qualcuno che riesca a spiegare agli onorevoli colleghi ed ai noti intellettuali quale sia la differenza tra una pubblica amministrazione, una fondazione benefica od ente morale e tutta una serie di iniziative volontaristiche o associative genericamente ‘non a fini di lucro’.

Così capiranno che, dal riordino della fiscalità e del welfare, ne verrà che tante discutibili onlus – quelle che hanno costruito in vent’anni un esercito di mezzo milione di precari a vita – non potranno più avere uno status fiscale o previdenziale privilegiato, come difficilmente potranno restare a conduzione familiare.
Magari, si rendderanno anche conto che non è possibile che gli Enti Locali affidino servizi per decine e centinaia di migliaia di euro a cooperative che hanno un capitale sociale di soli diecimila oppure che i servizi esternalizzati nel settore sociale hanno accesso a troppi dati sensibili dei cittadini.

Meglio tenersi l’Iva …

Originally posted on Demata

Lavoro, salari e istruzione in … un paese di licenze medie

22 set

In Italia gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse (2011) di 6.732 ore, eppure le competenze da Firenze in giù sono anche fortemente inferiori alla media europea (circa 200/500), arrivati alle superiori il tasso di abbandono scolastico è al 17,6% (media UE  12,8%) , i diplomati 21,7% (media UE 35,8%)

Nell’Unione europea il 36% di giovani tra i 30 ed i 34 anni ha concluso con successo il percorso universitario (+8% rispetto al 2005 secondo Eurostat), l’Italia annovera un misero 21,7%, a fronte di un preciso obbiettivo UE di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020. Inutile dire che attualmente l’Irlanda laurea il 51,1% dei suoi giovani, Gran Bretagna è al 47,1%, la Francia al 43,6% e la Spagna al43,1%, mentre la Polonia arriva al 39,1% e la Germania segue al 31,9%, come anche che … spesso e volentieri si tratta di lauree tecniche e scientifiche.

Andando alle politiche del lavoro e del welfare, è evidente che la questione ‘scolarità degli italiani’ è ragguardevole: siamo un paese di licenze medie dove solo un cittadino su cinque consegue un diploma, per altro di bassa qualità, e solo uno su venti ha una laurea.

Giocoforza va che i primi non possano generare redditi lordi mediamente superiori ai 16.000 euro annui, i secondi forse potrebbero attestarsi – a fine carriera – sotto  i 30.000 annui, i terzi oltre i 40.000 ed entro i 70-80.000: un paese povero di risorse umane qualificate non potrebbe permettersi di più con i propri lavoratori dipendenti.

Se andiamo a vedere i redditi e le pensioni, però, in Italia non va affatto così: gli stipendi di chi lavora sono più alti e ancor di più, in proporzione, lo sono le pensioni.
Difficile prevedere che tutto questo possa durare ancora per molto, mentre – dopo accorati e ventennali appelli – sembra che si appresti un’Europa non solo delle banche ma anche del lavoro, della PA e della previdenza/sanità, attraverso la prassi dei costi standard.
Trecento milioni di abitanti e centinaia di migliaia di imprese e amministrazioni bastano e avanzano per stimare quale sia il valore in euro del lavoro, delle pensioni, delle casse, dei servizi sanitari, delle scuole eccetera.

Dicevamo dei bambini italiani tra i 7 e i 14 anni che passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse (2011) di 6.732 ore, mentre spendiamo solo il 4,2% del PIL nell’istruzione e obblighiamo il personale scolastico a lavorare a vita, con alunni e famiglie che progressivamente si ‘adeguano’ al clima ddi microillegalità diffusa.

Per far ripartire la scuola italiana basterebbe una sola annualità di quanto versiamo nel vaso di pandora della Sanità italiana.
Una spesa eccezionale inferiore ai 100 miliardi su cinque anni – molti meno di quanti abbiamo dissipato inutilmente finora – per creare scuole digitali (30 miliardi?), ripianare i buchi nell’ex Inpdap e ripristinare per i docenti un sistema di pensionamento anticipato (45 miliardi?), dotare le scuole di autonomia vera e dirigenti a pieno titolo, laureare tutti i docenti, informatizzarli per davvero e fargli imparare almeno una seconda lingua.

Abbiamo da raddoppiare il numero di laureati (e di diplomati) in sette anni …

Originally posted on Demata

 

Lavoro, economia, dignità umana, le riforme e … i dettagli che mancano

22 set

“In queste ultime settimane nelle case degli italiani ritorna un assillante messaggio trasmesso giorno e notte dai tg di ogni rete e di ogni tendenza : il lavoro e l’abolizione dell’art.18. … Già oggi si contano a migliaia le persone licenziate e cassintegrate: chi non ce la fa si toglie la vita, i giovani se possono vanno all’estero, altri entrano nella criminalità per sopravvivere.
… Parlassero pure di lavoro nelle ovattate e distaccate aule del potere, ma un’economia che non rispettasse più la dignità della persona sarebbe già morta nel suo nascere e già morte sono le sue prospettive future.”

Questo un recente e fotografico commento di un noto opinionista romano, Corrado Stillo, che ben delinea quale sia lo smarrimento di tanti italiani dinanzi alle notizie – piuttosto confuse a dire il vero – che arrivano dai media riguardo il lavoro in Italia.

Nessuno dei nostri media ha dato particolare enfasi a:

  1. la norma vigente in Italia è unica al mondo, a fronte di diritti dei lavoratori piuttosto scarsi a confronto degli altri paesi europei
  2. la cassaintegrazione (che garantisce il salario ma non il lavoro) non ottempera all’art 4 della nostra Costituzione, per il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro” e soprattutto “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, cosa ben diversa dal creare una massa di inoccupati salariati (cassaintegrati), una schiera di disoccupati periodici sussidiati (edilizia, agricoltura, manifatture) e un gulag di ‘senza diritti’ fatto di casalinghe e giovani, cui si sono aggiunti i precari odierni ormai di mezza età
  3. l’economia non si occupa della dignità della persona. Al massimo la mercifica, con il beneplacito di tutti, dato che nessuno oggi sa più come affilare una lametta, rammendare un abito, produrre sapone o cibo da se, costruirsi un tetto che non sia un gazebo da assemblare. In una società che produce in eccesso (è così da 100 anni circa) il ‘valore’ primario è lo scambio in se (di cui il denaro è codicillo e simulacro) e non l’Uomo e cosa possiede per le proprie necessità … dato che – come detto – oggi tutti viviamo nel lusso sfrenato se confrontati con coetanei di 30-40 anni fa
  4. non è il lavoro che rende una persona degna, anzi non sembra contribuirvi in alcun modo se non incrementando il ciclo frustrazione-desiderio. Il lavoro è uno scambio di prestazioni per denaro o altre utilità. Altro è l’essere operosi e contribuire al bene comune, di cui la nostra Costituzione fa menzione
  5. molti di noi credono che stiamo parlando del sistema ‘amerikano’, capitalista, materialista, liberista, che cancella identità, diritti e tradizioni, fatto sta che, al di fuori della previdenza sociale per le fasce a rischio, uno Stato dell’Unione Europea non gestisce direttamente il lavoro, la previdenza, la sanità e l’istruzione: è per questo che l’Inps, le ASL, le scuole, gli Enti, le Università, i Musei, le Aziende eccetera sono stati – almeno nominalmente – privatizzati o resi autonomi, nei primi anni 2000
  6. il problema del ‘lavoro’ non sta nel ‘capitale’, ma nella ‘fabbrica’ e nella sua gerarchia (Klein e Chomski definiscono il lavoro come uno spazio ‘a democrazia limitata’, figuriamoci dove bisogna adeguarsi alle ‘macchine’ e ai ‘mercati’, ben più esigenti dei ‘padroni’ del tempo che fu
  7. una società equa, ma anche economa, dovrebbe prevedere il turn over (non il pensionamento) degli operai dopo 15-20 anni di quella vita. Ed a ben vedere, nel resto dei paesi europei troviamo (tanta) gente che a 20 anni faceva l’operaio, a 30 il tassista o il franciser, a 40 imprenditore, a 50/55 è felicemente a riposo …

Morale della favola: cosa ci sarebbe di male se un dipendente licenziato ‘per esuberi /tagli’ del personale incassasse 20-30mila euro in contanti, con cui avviare un’attività e ‘liberarsi dalla fabbrica’?
E dove sarebbero gli svantaggi, se potesse contare COMUNQUE su un salario minimo, su un sistema previdenziale e sanitario a capitale pubblico ma erogato da privati e su quel minimo di contrasto dell’illegalità e del degrado che attrae investimenti (scambi) ovvero ‘lavoro’ e ‘piccola impresa’?

In Olanda come in Germania o Giappone e USA, e persino in Spagna o forse domani anche in Cina, funziona che in caso di licenziamento non c’è reintegro, eccetto la vessazione, ma in compenso c’è un indennizzo abbastanza congruo (una o due annualità) e non sono pochi quelli che si ‘mettono in proprio’. Chiaramente a condizione che nel loro paese la spesa pubblica non metta in ginocchio la nazione, portandola alla recessione e alla stagnazione …

Piuttosto, ritornando alle opportunità che lo Stato italiano dovrebbe promuovere … se in una regione smobilità un comparto perchè la globalizzazione sta progressivamente ripristinando le centralità europee e mondiali preottocentesche, cosa diciamo alla gente? Che li cassaintegriamo tutti per 40 anni e poi … amen, un paese di vecchi dove si vende la merce sotto costo?

E’ vero, “un’economia che non rispettasse più la dignità della persona sarebbe già morta nel suo nascere e già morte sono le sue prospettive future.”
E’ esattamente quello che ha fatto l’Italia dimenticandosi dei giovani, delle donne, delle famiglie, delle periferie, della meritocrazia, dell’innovazione e – tra i tanti esempi possibili – tutelando per anni l’occupazione di Alitalia con centinaia di milioni annui di costi a carico del MEF, devastando le città con enormi agglomerati di case popolari destinate – spesso – a persone che un lavoro vero non l’hanno mai trovato, almeno stanto ai ‘requisiti’, mantenendo in piedi un carrozzone RAI con decine e decine di canali , sedi e dipendenti, rivalutando le pensioni da lire ad euro in base al potere d’acquisto e non alla rivalutazione effettiva, destinando miliardi di euro alla cassaintegrazione a carico dell’Inps ma senza reintegrare le somme … eccetera eccetera.

Detto questo, c’è un’unica critica veramente fondata verso la riforma del lavoro di Matteo Renzi – sia per quanto riguarda l’economicità complessiva sia per quanto relativo alla dignità umana – per il fatto che non prevedere una contemporanea riforma del sistema previdenziale, ovvero salario minimo e condizioni per l’anticipazione del pensionamento.
Questa carenza incrementa le ansie degli italiani ed andrebbe chiarita prima possibile, ma è presumibile il governo stia aspettando perchè, da quello che si è letto sui giornali negli ultimi anni, i sindacati pensano di potersi ancora opporre strenuamente a difesa dello status quo pensionistico vigente.

Leggi anche

Originally posted on Demata

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 58 follower